Giulio Cesare di Daniele Salvo e quella finta giustizia shakespeariana che non cambia volto

Giulio Cesare Shakespeare

Il Bardo inglese, nella sua immensa carriera, dedicò un’importante attenzione alla storia e, nel campo delle tragedie, alcune ambientate nell’Antica Roma. Ci narra dell’amore di Antonio e Cleopatra, così come della vita di Coriolano; ma una delle più celebri è forse Giulio Cesare, portata in scena da Daniele Salvo. Giulio Cesare Shakespeare

Sul palco del Globe Theatre di Roma, fino al 6 ottobre, il regista emiliano ci racconta la storia del romano che, probabilmente, ha cambiato la storia, attraversando tutte le fasi e le sfaccettature del potere. Quel potere che ha reso l’uomo umile un arrogante, capace di credersi un monarca in una democrazia, ma sempre con un atteggiamento da modesto cittadino.

Molti intorno a lui, come Cassio, vedono questo modo di approcciarsi al popolo come un’ipocrisia, una specie di imposizione delle sue scelte. Una dittatura!

Cesare però è amato dal popolo: ha fatto grandi cose per Roma, è un condottiero indiscutibile e la vittoria su Pompeo lo ha dimostrato ancora di più.

Non c’è nessuno, oggettivamente che gli si possa mettere a confronto!

Esiste una sola soluzione: ucciderlo. Solo così, pensa anche il diletto Bruto, la volontà popolare tornerà agli antichi splendori. Soluzione che vede l’appoggio di altri membri del Senato e ‘benedetta’ dalla mente illustre di Cicerone. Una congiura di cui tutti sappiamo il finale.

Il potere però ha mille modi per trasformarsi e i congiuranti ignorano che la storia ha in serbo per loro una sorpresa, che farà li farà agire da…”uomini d’onore”.

Giulio Cesare Shakespeare

Daniele Salvo, non alla sua prima esperienza con il Globe Theatre romano, ci riporta un suo spettacolo, già presente in cartellone nel 2012.

Grande differenza questa volta è nella scelta dei costumi. Gli attori, infatti, sono vestiti in abiti fascisti, conditi da uno spirito classicista. Perché questa scelta? Il Maestro Salvo dice a tal proposito:

“Vorrei suggerire in questo modo l’idea di un fascismo latente, insopprimibile, nel popolo italiano e con esso l’idea di un “fascismo degli antifascisti”, che inevitabilmente riporterà il Paese ad un nuovo sistema totalitario e ad un nuovo governo di stampo inequivocabilmente fascista (quello di Cesare Ottaviano)”.

Un totalitarismo anche degli animi. Pensiamo a Cicerone e alla sua unica comparsa. Avvolto nel nero, senza la minima paura del temporale e di ciò che gli Dei vogliono dire ai congiurati, Simone Ciampi (che lo interpreta) è su una pedana che lo mette due spanne in alto del fedele Casca (Carlo Valli) che gli va in visita. Stessa altezza che avrà però anche lo spirito di Cesare, avvolto però nel suo bianco, quando di notte si presenterà a Bruto, prima della battaglia. Due spiriti elevati, che anche la letteratura ha reso grandi, entrambi avvolti dalla maschera del potere, intellettuale e temporale.

Altro grande tema, appunto, le maschere. Giulio Cesare Shakespeare

Cesare e Cicerone, ad esempio, sono personaggi, ma sono interpretati con una maschera in lattice. Così come il popolo che ‘va a caccia’, dopo la morte di Cesare. Non c’è solo una ragione scenica che permette agli attori di essere più personaggi. La maschera è quell’ipocrisia, quello spirito finto che alcuni personaggi/personalità hanno. Altri invece, anche nel male, non hanno maschere, come Cassio e Bruto, perché fedeli alla loro convinzione.

Parliamo infine degli attori.

La coralità è ben gestita, ma la regia di Salvo si sa. Così come è inutile parlare di Melania Giglio. La sua arte è chiusa nella maschera del destino, che piange e interviene negli storici momenti, anche nell’abbraccio finale a Bruto, come se in se fosse una novella Àtropo. La sua arte scenica ci viene mostrata anche nel breve monologo di Portia. Lei che cerca, nel suo amore, risposte negative alle sue visioni e alle sue ansie. Fremente negli occhi e nella voce, la Giglio ci conduce nel tormento di una donna che, nella sua anima, non vuole ammettere ciò che suo marito sta per andare a fare. Giulio Cesare Shakespeare

Giulio Cesare Shakespeare

Applausi meritati a Giacinto Palmarini nei panni di Cassio, capace di essere fiero e spaventato nell’arco di un unico spettacolo: cosa non da poco. Stessa cosa per Graziano Piazza, nei panni di Marco Antonio; e per Massimo Nicolini, nel doppio ruolo di Cesare e Ottaviano.

Indiscusso, però, è sicuramente il vero protagonista di Shakespeare, cioè Bruto, interpretato da Gianluigi Fogacci. L’attenzione che, nel Giulio Cesare, Shakespeare dà maggiormente non è al personaggio che dona nome all’opera, ma proprio a Bruto, che opera fino all’ultimo convinto che, anche se uccidendo una persona a lui molto cara, la Democrazia, il Bene comune viene prima. Convinzione che gli dona tormenti e ossessioni, quando in realtà fino all’ultimo ha solo paura di se stesso e dello spirito di Cesare. Regge il confronto infatti con Cassio e gli altri, spinti da ambizioni e motivi personali. Ma lui no.

Giulio Cesare Shakespeare

Uno spettacolo da 5 stelle su 5, come spesso quelli di Daniele Salvo, che ricorda la mutevole natura dello spirito umano che, come afferma Bruto nel II atto:

“L’abuso di grandezza si avvera quando essa disgiunge la tenerezza d’animo dal potere”.

Francesco Fario

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