Il Ritorno di Mary Poppins, senza che nessuno l’avesse chiesto

Il Ritorno di Mary Poppins

Se alzate gli occhi al cielo, nel mondo del cinema Disney, noterete che Mary Poppins è tornata. E con lei il suo ombrello, la sua borsa, e il suo carico di magie e dolcezza. Un ritorno che avviene 54 anni dopo il primo “atterraggio”. Anni che però non si notano perché rivederla fa sembrare tutto uguale, a cominciare dal film stesso, purtroppo.

Questo Il Ritorno di Mary Poppins dovrebbe essere un sequel, e dopotutto i romanzi di P.L. Travers sono talmente tanti da poter attingere a chissà quante storie. Eppure, e la Disney nel giocare sul sicuro e correre zero rischi è maestra (azzardo nuovamente un “purtroppo” come commento), questo film più che un sequel pare un remake dell’amatissimo classico. Uno sbiadito, ripetitivo, a tratti ridicolo e patetico remake.

Forse proporre adesso una nuova avventura di Mary Poppins sembra estremamente fuori tempo massimo. Sono cambiati i tempi, è cambiato il nostro mondo, soprattutto è cambiato il cinema e di conseguenze le aspettative degli spettatori. Oppure, semplicemente, fuori tempo massimo è anche l’età di riferimento di chi lo guarda: sia i bambini, sia gli adulti, sono molto più smaliziati adesso rispetto a 54 anni fa.

Paradossalmente, Il Ritorno di Mary Poppins è cambiato zero pur essendo intrinsecamente cambiato moltissimo. E spiegare questo paradosso gattopardiano non è semplice.

Quello che ci troviamo di fronte, prima di tutto, è una banalissima operazione commerciale di replica. La storia è andata avanti nel tempo, siamo venti anni dopo i fatti del classico degli anni ’60, ma la famiglia Banks è sempre protagonista. Il resto, esattamente come Mary Poppins stessa, è tutto uguale: i lampionai sostituiscono gli spazzacamini, la gita nel vaso sostituisce la gita nel quadro, le canzoni hanno la stessa funzione, la banca cattiva cattiva ha la stessa funzione, lo zio Albert è sostituito dal truce personaggio di Meryl Streep che, pur vedendosi fortunatamente solo in un cameo, ci regala una delle peggiori e più insopportabili scene mai concepite da un essere umano.

Al tempo stesso, però, è l’essenza del film, e quindi della presenza di Mary Poppins, ad essere irrimediabilmente mutata. E lo è in peggio, non perché vogliamo valutare un film in base all’inutile paragone con un classico di tanti anni fa, ma perché questo film arriva al momento sbagliato con la modalità sbagliata.

L’insistenza di Il Ritorno di Mary Poppins sull’affidarsi all’immaginazione fallisce miseramente vedendo quanta poca immaginazione abbia il film stesso. Determinate scene, determinate sequenze, potevano stupire 54 anni fa, ora non solo sono diventate routine, ma lasciano indifferenti sapendo quanto la tecnologia sia avanzata.

L’improvviso e atteso ritorno di Mary Poppins nella vita dei Banks avviene senza grossa sorpresa, quasi come un fatto acclarato e immediatamente assorbito. Il film vive sull’urgenza di passare, sempre in fretta, alla scena successiva, al numero musicale successivo, senza approfondire qualcosa. E si badi bene, non parlo di approfondire personaggi o situazioni, so benissimo che non siamo davanti ad un dramma shakesperiano. Ma il film non si limita nemmeno a spiegare e approfondire perché i bambini, e di conseguenza il pubblico, dovrebbero credere nell’immaginazione e abbracciare l’ottimismo. Addirittura, quello che dovrebbe essere il villain finisce quasi per avere ragione, e la sua enorme colpa è essere antipatico e voler rispettare le regole.

Non oso adesso dire che Il Ritorno di Mary Poppins finisca quasi per essere diseducativo, è solo una voluta iperbole. Ma, realmente, manca del tutto la funzione didattica che dovrebbe essere alla base di un film per ragazzi, ed era la base del primo film.

Ogni momento, ogni scena in Il Ritorno di Mary Poppins pare forzato, a tratti disonesto. Non scalda il cuore, perché il senso d’unita famigliare è dato per scontato e non è costruito – oltre che già presente all’inizio senza che il ritorno della supertata lo influenzi – e non riesce a rapire con l’immaginazione, perché si affida al già visto. Semmai, il film finisce per annoiare e sprecare il dolce talento della solare Emily Blunt nell’impossibile imitazione di Julie Andrews.

Eppure il film, all’inizio, una strada nuova e interessante pareva averla trovata. Ambientando la storia in un tempo di crisi, mostrando un Viale dei Ciliegi mai così grigio, un cielo londinese solo plumbeo, il film sembrava davvero rispecchiarsi nel nostro presente. In realtà questo si è rivelato l’ennesimo autogol: il richiamo alla speranza, al credere che le cose possano migliorare non può essere affrontato con una fuga dai problemi nell’immaginazione, ma imparando ad affrontare la realtà. Questa, per chi vi scrive, sarebbe potuta essere la vera funziona educativa di una moderna Mary Poppins ai bambini di oggi, e forse anche agli adulti. Una Mary Poppins per il 2018, insomma, aggiornata ai tempi che viviamo. Invece, la Disney ha deciso di regalarci, nel 2018, la stessa Mary Poppins targata 1964, nella maniera più anacronistica e a tratti fastidiosa possibile.

Il risultato? Parafrasando il vecchio film “come supponevo: Il Ritorno di Mary Poppins, praticamente sbagliato sotto ogni aspetto”.

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Emanuele D’Aniello

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