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Cinque idee per gite di un giorno… in perfetto stile Liberty

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Questa sarà l’estate delle gite di un giorno e dei weekend lunghi. Ecco cinque idee per trascorrere qualche ora in perfetto stile Liberty.

L’Esposizione di Parigi nel 1900, con i suoi cinquanta milioni di visitatori, fece da cassa di risonanza dell’ Art Nouveau. L’Esposizione internazionale di Torino nel 1902, consacra definitivamente il nuovo stile ispirato alla natura, alla botanica, ai preraffaelliti.

Lo Stile Liberty in Italia

In Italia venne chiamato stile Liberty e arricchì il patrimonio artistico in modo eccezionale. Per farlo conoscere a tutti, l’Associazione Italia Liberty ha organizzato la seconda edizione dell’Art Nouveau Week, conclusasi il 14 luglio.

Per viaggiare a ritroso nel gusto a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, l’Italia è davvero uno scrigno di tesori tutti da scoprire e visitare. Ecco cinque città che nascondono tesori Liberty.

Architettura Liberty

Viareggio

Scoprite la romantica Viareggio e le sue meravigliose palazzine costruite durante la Belle Époque. Nei primi del ‘900 inizia il turismo balneare, lo stabilimento Balena è un esempio di come l’architettura e l’arte in quegli anni fossero già all’avanguardia. Passeggiando per Viareggio e la Versilia, sono molti gli edifici di ricchi borghesi del passato, ora riconvertiti in bellissimi alberghi. Da queste parti non perdetevi la casa vacanze dell’artista Galileo Chini, il buen retiro dell’artista dove furono disegnati i costumi della Turandot e dove era di casa Eleonora Duse.

Il cimitero Monumentale di Torino

Torino è piena di fascino ed esoterismo e il suo cimitero è sicuramente all’altezza della città. Angeli, fiori, donne: tutto scolpito nella pietra, a perenne memoria di come l’arte può dare conforto. L’Art nouveau si legge nei capelli e negli abiti delle donne scolpite, nei dettagli fiorati che richiamano la natura.

Sarnico

Adagiato sul lago d’Iseo, Sarnico è un paese che racchiude molti esempi di Liberty e anche un piccolo museo ad esso dedicato. Tutto grazie ai ricchi fratelli Faccanoni, a capo di un’impresa italiana che realizzava acquedotti e altre opere pubbliche a Vienna. I committenti si rivolsero all’architetto milanese Giuseppe Sommaruga, che costruì e decorò la Villa di Pietro Faccanoni, quella di Giuseppe e quella di Pietro.

Immerse in giardini meravigliosi e ricche di dettagli in ferro battuto di altissima fattura, valgono davvero la pena di una gita fuoriporta!

Casa Galimberti a Milano

Tra una passeggiata sui Navigli e un aperitivo, godetevi anche un po’ di Milano Liberty! Fermatevi in Via Malpighi 3 per ammirare i 68 mq della facciata di Casa Galimberti. Un esempio ricchissimo, perché contiene molti stilemi dello stile Liberty, come le decorazioni in ferro battuto, i colori, e soprattutto la raffigurazione di molte figure femminili in piastrelle di ceramica.

Palermo

L’architetto Giovanni Battista Basile e suo figlio Ernesto, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, hanno dato un’impronta unica e preziosa al capoluogo siciliano. Illustrissimi esponenti dello stile Liberty, si sono prodigati per arricchire Palermo di moltissimi edifici pubblici e privati.

In Piazza Politeama non perdetevi il meraviglioso chiosco Ribaudo. Proseguendo verso Piazza Verdi fermatevi ad ammirare gli altri due chioschi realizzati da Ernesto Basile, che incorniciano il Teatro “Massimo” Vittorio Emanuele, pensato come vero cuore pulsante della città.

Concludete la passeggiata con la visita  all’ Hotel Delle Palme, inizialmente dimora della ricca famiglia Whitaker. Buen retiro di Wagner e della Callas, di spie internazionali e di ricercati, l’aria demodé lo rende irresistibile.

E se avete voglia di cultura senza spostarvi da casa, date un’occhiata anche al British Museum!

Micaela Paciotti

Foto di Micaela Paciotti

L’Uomo Invisibile esce in home video, dvd e blu-ray

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A partire dal 22 luglio L’Uomo Invisibile è disponibile nelle edizioni home video nei formati Dvd, Blu-ray, 4k Ultra HD in tutti i negozi specializzati.

Grazie alla Universal Pictures Home Entertainment Italia, che ci ha fatto gentilmente pervenire una copia in blu-ray, consigliamo l’acquisto data l’alta qualità del film e dei contenuti extra. Ci sono infatti oltre venti minuti di contenuti speciali esclusivi. Tra questi, un focus sulla straripante performance di Elisabeth Moss, il commento al film con il regista e tante imperdibili scene eliminate.

CONTENUTI SPECIALI NEI FORMATI DVD, BLU-RAY E 4K UHD:

  • Scene inedite

  • Moss si manifesta – Elisabeth Moss descrive le sfide fisiche ed emotive che ha dovuto affrontare per interpretare cecilia, una donna la cui verità viene costantemente messa in discussione da chi le è accanto

  • Viaggio con il regista Leigh Whannell – Il regista Leigh Whannell si fa guida turistica attraverso il set per mostrarci la creazione del film, dal primo al 40° giorno

  • Gli attori – Cast e troupe fanno una profonda analisi dei personaggi e come interagiscono con il terrore senza volto de l’uomo invisibile

  • Terrore senza tempo – Uno sguardo dietro le quinte a come il regista e scrittore Leigh Whannell ha rivisitato il classico personaggio dell’Uomo invisibile attraverso le lenti della tecnologia moderna e con temi sociali di attualità

  • Commento audio con il regista/scrittore Leigh Whannell

Amanti del genere horror, dell’intrattenimento, e di chi chi cerca storie impegnate e attuali dentro film più commerciali, trovano qui il giusto punto d’unione.

Prodotto da Jason Blum, ormai nome di garanzia per i film di genere, e diretto da Leigh Whannell, questo thriller psicologico rende attuale la figura del mostro classico della Universal, che fa da sfondo alle vicende di una donna forte che affronta il suo persecutore. La protagonista torna lentamente a ricostruire la sua vita dopo la morte del suo ex-fidanzato violento, ma non passa molto tempo prima che cominci a chiedersi se è davvero sparito per sempre.

Dal 22 luglio, non fatevi scappare L’Uomo Invisibile da aggiungere alla vostra collezione!

 

Twitter Hack: la sofisticata psicologia che rende ricchi

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Avrete certamente sentito parlare del più grande attacco mai portato su un social media (nella fattispecie Twitter) datato 16 luglio 2020. Qualora così non fosse, ecco una piccola sinossi della truffa online (forse) del secolo per poi imparare, grazie alla psicologia, come difendersi dalle truffe online.

Gli account twitter di Barack Obama, Joe Biden, Kanye West e Kim Kardashian ma anche di marchi come Apple e Uber sono stati compromessi e sulle loro pagine è comparso il seguente messaggio “Raddoppierò tutti i bitcoin che saranno inviati a questo indirizzo. Se mi mandate 1.000 dollari io ve ne restituirò 2.000. Ma solo entro i prossimi 30 minuti”.

Inutile dire che dietro questi messaggi si nascondesse una truffa, che è riuscita a fruttare ai truffatori circa 120 mila dollari prima che Twitter intervenisse.

Come difendersi dalle truffe online come quella di Twitter?

Siamo portati a pensare che chi è caduto nella truffa sia una persona poco intelligente o sprovveduta, in realtà chiunque può cadere in trappole come queste. Esse infatti sono molto più raffinate di quanto non appaia e sfruttano il tipico modo di ragionare degli esseri umani (i.e., quello che ci ha permesso di arrivare ad essere la specie dominante di questo pianeta).
Vediamo nel dettaglio alcune delle leve psicologiche usate da fake news e truffe come questa in modo tale da sviluppare i nostri anticorpi virtuali e quindi sapere come difendersi dalle truffe online.

  1. Il web è una fonte affidabile di informazioni (Lewandowsky, Ecker, Seifert, Schwarz, & Cook, 2012).
    Le persone che utilizzano i nuovi media per informarsi tendono a ritenere più credibili le informazioni reperite sul web. Quindi usare il web per orchestrare una truffa non solo permette di raggiungere più persone con minore sforzo ma sfrutta anche il potenziale di credibilità che questi mezzi hanno.
  2. Il tempo per verificare la notizia è poco (Lewandowsky, Ecker, Seifert, Schwarz, & Cook, 2012).
    Non è un caso che i truffatori abbiano lasciato una finestra di soli 30 minuti per agire. In pochi minuti non è facile reperire tutta l’informazione necessaria ad un ragionamento critico e ponderato. Quando il tempo a disposizione è poco e l’informazione parziale ricorriamo a un tipo di ragionamento euristico (i.e., veloce) che è proprio ciò che i truffatori vogliono che sia utilizzato poiché più prono a bias (i.e., sbagliare).
  3. Le informazioni contrastanti sono irreperibili (Del Vicario et al., 2016).
    In condizioni normali i social media e motori di ricerca come Google già hanno difficoltà nel porre gli individui davanti ad informazioni non in linea con il loro pensiero (si vedano Echo Chamber Effect e Filter Bubble).  Davanti ad un attacco rapido le possibilità di farlo si azzerano anche solo per impossibilità tecnica di aggiornare l’informazione e questo ci induce ancora di più a basarci sul nostro pensiero “rapido”.

  4. La storia è coerente con i miei valori (Lewandowsky, Ecker, Seifert, Schwarz, & Cook, 2012).
    Ogni fake news che si rispetti dice qualcosa di coloro che la prendono per vera, quantomeno di come vorrebbero fosse il loro mondo. La truffa accaduta su Twitter strizza l’occhio alla convinzione che chi ha di più sia più generoso con chi ha di meno.
  5. I VIP e i marchi sono fonti credibili.
    Non è un caso che le aziende investano molti soldi in testimonial e influencers. La reputazione infatti influenza in maniera non banale la presa di decisione delle persone (Duradoni, Gronchi, G., Bocchi, & Guazzini, 2020). Essa diventa infatti una sorta di lubrificante per persuadere le persone. Pertanto, anche in questo caso, i VIP non sono stati scelti solo perché hanno molti follower (e quindi persone da potenzialmente truffare), ma anche per il loro potenziale persuasivo.

Questa ovviamente non è una lista esaustiva di tutti gli effetti coinvolti, ma meglio non esagerare con il dosaggio per stavolta.

Se l’hai persa, recupera l’ultima PsicoPillola per migliorare la tua vita relazionale con un regalo davvero appropriato.

Fonti:

Lewandowsky, S., Ecker, U. K., Seifert, C. M., Schwarz, N., & Cook, J. (2012). Misinformation and its correction: Continued influence and successful debiasing. Psychological science in the public interest13(3), 106-131.

Del Vicario, M., Bessi, A., Zollo, F., Petroni, F., Scala, A., Caldarelli, G., … & Quattrociocchi, W. (2016). The spreading of misinformation online. Proceedings of the National Academy of Sciences113(3), 554-559.

Duradoni, M., Gronchi, G., Bocchi, L., & Guazzini, A. (2020). Reputation matters the most: The reputation inertia effect. Human Behavior and Emerging Technologies2(1), 71-81.

Damiano Michieletto rilegge Rigoletto: provocazione o spettacolo?

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Il Rigoletto di Giuseppe Verdi messo in scena da Damiano Michieletto al Circo Massimo con i complessi del Teatro dell’Opera di Roma ci pone davanti ad una seria considerazione: tali spettacoli sono provocazioni fini a sé stesse o spettacoli veri e propri?

Rigoletto è un’opera difficile, si sa. È un’opera violenta, mordace. Un padre possessivo, un buffone di corte, Rigoletto, che tiene chiusa in casa sua la figlia Gilda, per vendicare l’offesa subita da lei (e anche da lui) dal Duca di Mantova, personaggio libertino per il quale lui lavora che ha sedotto sua figlia, commissiona ad un sicario, Sparafucile, che lavora attraendo le vittime grazie alle virtù della bella sorella Maddalena, una prostituta, l’omicidio del duca. Gilda, per amore, decide di farsi ammazzare al posto del suo amato.

Un’opera dove si parla di omicidi e di prostitute; un’opera che sconvolse l’opinione pubblica in quel lontano 11 marzo 1851 quando venne data in scena per la prima volta al Teatro la Fenice di Venezia. La musica di Giuseppe Verdi è ricca di pathos ma anche aspra, tagliente e violenta. Metterla in scena è sempre difficile.

Damiano Michieletto ed il Rigoletto nei bassifondi della periferia romana

Il Teatro dell’Opera di Roma, per l’apertura della stagione estiva che eccezionalmente si svolge al Circo Massimo e non alle Terme di Caracalla per i necessari distanziamenti dovuti alle norme contrastanti la diffusione del COVID-19, ha deciso di giocarsi una carta difficile e di affidare la regia a Damiano Michieletto, il cui nome fa riecheggiare il famoso “épater les bourgeois” cioè “sconvolgere la borghesia“.

Nella messiscena curata dal regista veneziano non abbiamo avuta nessuna traccia del Ducato di Mantova del XVI secolo ma eravamo a Roma, all’epoca della Banda della Magliana. La scenografia curata da Paolo Fantin prevedeva elementi come macchine sportive, una giostra a seggiolini e tanti fiori, simbolo della morte, elemento fondamentale di quest’opera; dietro di loro un grosso schermo che riproduceva, tra le altre cose, video girati in diretta sul palco da cameraman diretti da Filippo Rossi. Si trattava di video creati per far vedere lo spettacolo anche a chi, essendo seduto parecchio lontano per il distanziamento, non riusciva a vedere bene.

Una Roma violenta, aspra, con le luci forti di Alessandro Carletti ed i costumi di Carla Teti che rimandavano ad anni ricchi di eventi e ricordi negativi. Il Duca di Mantova non era più un duca ma un criminale con al seguito una banda di esaltati, della quale facevano parte tutti i “cortigiani” ed il gobbo e deforme Rigoletto.

Provocazione o spettacolo

Molti melomani si stanno ancora infervorando sui social per quella che sarebbe stata l’ennesima “mancanza di rispetto” a Giuseppe Verdi; una provocazione fine a sé stessa. Ma urge sempre chiedersi se lo spettacolo deve essere un assoluto rispetto delle volontà dell’autore o vi deve essere anche la fantasia del regista? Io credo che ci debbano essere entrambe le cose, ma soprattutto ci deve essere lo spettacolo.

Damiano Michieletto ha curato uno spettacolo che è stato visionario ma assolutamente aderente al testo. Il suo Rigoletto era fatto di poesia (straordinari i video prodotti dalla Indigo Film dove si racconta l’infanzia di Gilda e la storia della famiglia di Rigoletto) ma anche di violenza. Rigoletto è un padre che tiene segregata la propria figlia, che non le dice niente sulla madre e sulla famiglia. La violenza ed il controllo sull’altra persona sono aspetti perversi dell’essere umano ed elementi dominanti in quest’opera che Michieletto ha messo estremamente in luce. Violenza e terrore che tornano nei momenti in cui i video immortalavano la morte di Gilda, veri e propri flash di una forza brutale che colpivano la mente di Rigoletto.

Gilda, una donna in bilico

L’idea centrale di Damiano Michieletto era quella di focalizzare l’attenzione su Gilda. Nella sua concezione non era semplicemente una ragazza un po’ ingenua che si fa uccidere per un uomo che non la ama. Gilda scappava dalla baracca del padre, uomo storpio e gobbo come voluto da Verdi e possessivo, per andare in discoteca dove conosce il duca. Ella però allo stesso tempo aveva rispetto del padre; una ragazza in bilico tra il suo essere donna ed essere figlia.

Onestà vuole che io dica che non tutto è stato perfetto; la scena del I atto con la cacciata del Conte di Morterone, che accusa il Duca di Mantova di aver disonorato la figlia e che maledirà Rigoletto dopo che il buffone lo ha deriso, culminata con un colpo di pistola ravvicinato che non va a segno, per vederlo poi ferito ma vivo nel II atto, non è stata una scelta felice. Gli stessi video riproducenti lo spettacolo non erano spesso in sincrono con le voci.

Lo spettacolo era però vivo e funzionava.

Una musica plumbea

Una musica plumbea ma anche ricca di emozioni; effetti sottolineati dalla direzione di Daniele Gatti che, a capo dei meravigliosi complessi dell’Orchestra e del Coro del Teatro dell’Opera di Roma, ha scelto di eseguire l’opera nell’edizione critica della Chicago University Press, un studio filologico accurato della partitura di Giuseppe Verdi.

La direzione di Gatti ha sottolineato i contrasti molto evidenti in questo capolavoro. Tra i momenti più alti della sua concertazione vi sono stati il finale dell’opera, dalla forza sconvolgente, ed il duetto tra Rigoletto e Sparafucile, tutto eseguito in pianissimo.

Ho avuto le stesse identiche emozioni che lo stesso Daniele Gatti mi ha provocato quando già due anni fa eseguì sempre il Rigoletto al Teatro dell’Opera di Roma come titolo inaugurale della Stagione 2018/2019.

Rigoletto all’Opera di Roma: solitudine, dramma e segretezza

Nel cast ha primeggiato Rosa Feola, che ha delineato con una voce cristallina una Gilda credibile e di grande partecipazione drammatica. La stessa caratteristica l’abbiamo trovata in Roberto Frontali come Rigoletto, il quale però ha presentato dei problemi d’intonazione in acuto ed in alcune mezzevoci.

Iván Ayón Rivas è stato un Duca di Mantova spavaldo nel fisico e nell’interpretazione; la voce, essendo il tenore ventisettenne, deve solo maturare di più. Di assoluto rispetto tutto il resto del cast; assolute punte di diamante sono stati Riccardo Zanellato come Sparafucile e Martina Belli come Maddalena, physique du rôle perfetto e bellissima voce. Tutti grandi attori davanti alle telecamere che ne hanno messo in luce le capacità interpretative.

Mi sento allora di dire una cosa: non fate mai delle vostre idee una regola certa, che la verità la sa solo l’autore. L’arte è un fenomeno inspiegabile a mio avviso!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(La recensione si riferisce alla serata della prima del 16 luglio 2020)

(Foto di Kimberley Ross)

4 3 2 1: la recensione del romanzo di Paul Auster

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Paul Auster non ha bisogno di presentazioni.

Scrittore, sceneggiatore e regista statunitense ha esordito in ambito letterario con poesie, racconti e articoli pubblicati sulla “New York Review of Books” e sulla “Harper’s Saturday Review”.
Conosciuto per il suo libro più famoso, Trilogia di New York, subito accolto favorevolmente da pubblico e critica, Auster ha pubblicato ad oggi ben 18 opere tra romanzi e raccolte di racconti.

4 3 2 1 è il penultimo romanzo dell’autore americano. In Italia l’opera è pubblicata da Einaudi.

Paul Auster, 4 3 2 1

Questo romanzo è una matrioska composta da quattro storie incastrate l’una dentro l’altra. Auster non si accontenta di raccontare un’unica storia, ma scrive quattro possibili racconti della vita del protagonista Archie Ferguson , figlio di Rose e Stanley.

Cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo preso la strada a destra anziché quella a sinistra? Chi saremmo oggi se avessimo preso quel treno o fossimo andati in quel posto e avessimo incontrato quella persona?

All’inizio ci si sente disorientati: l’autore moltiplica le vicende, i personaggi primari e secondari, le case e le automobili familiari che per ognuna delle quattro storie risultano diverse e rispecchiano la (s)fortuna economica e sociale dei Ferguson (ora una Pontiac, poi una Cadillac, una Plymouth viola o una Oldsmobile).

Capita anche di assistere alla stessa mitica partita di baseball e di trovarsi di fronte a risultati differenti. 

Questa narrazione vorticosa, benché possa destabilizzare i lettori meno pazienti, è parte integrante della grandezza di 4321.

Oltre alle quattro storie di Archie c’è poi La Storia, quella del secondo ‘900 e più specificatamente degli anni ’60 che fa da contorno al racconto: la guerra in Vietnam, l’uccisione di Kennedy, gli episodi di razzismo.

4 3 2 1 è un’opera immensa: 951 pagine divise in 28 capitoli (7 per ogni vita di Archie).

Il libro è corposo e la lettura è complessa, perché potrete sentirvi sballottati da un mondo all’altro, ma alla fine ne sarà valsa la pena.

E per chi volesse approfondire la penna dell’autore ecco di seguito gli altri titoli.

Paul Auster, tutti i libri che non puoi perderti

  • Trilogia di New York (Città di vetro, 1985; Spettri, 1986; La stanza chiusa, 1987).
  • Il paese delle ultime cose (1988)
  •  Il palazzo della luna (1989), 
  • La musica del caso (1991), 
  • Leviatano (1992), 
  • Mr. Vertigo (1994)
  • Timbuctù (1998). 
  •  Il taccuino rosso (1995)
  • Esperimento di verità (2001).
  • Viaggi nello scriptorium (2008) 
  • Uomo nel buio (2008), 
  • La vita interiore di Martin Frost (2009), 
  • Sunset Park (2010), 
  • Diario d’inverno (2012),   
  • Notizie dall’interno (2013), 
  • Follie di Brooklyn (2014)
  • 4321 (2017), 
  • Una vita in parole (2019)

Valeria de Bari

Riccardo III, lo psicopatico traumatizzato (da mamma)

Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”

(Ric. III, Atto 5, Scena 4)

Che Riccardo III sia un villain, un cattivo, un delinquente, non si può negarlo. Non si può non condannarlo. Assassino, despota, manipolatore.

Giustamente Riccardo è assurto ad emblema di tutti i mostri e i dittatori della Storia del genere umano. Nel 1995 il film di Loncraine con lo splendido Ian McKellen nel ruolo del beffardo protagonista ha mirabilmente consacrato il personaggio quale gelido e demoniaco dittatore quasi di sapore nazista.

E se chiedete ad un attore quale fra i personaggi di Shakespeare amerebbe di più interpretare, state sicuri che vi risponderà: Riccardo III!


Perché Riccardo diverte. Scannando mezzo cast, Riccardo è un proprio un gran figo! È maligno e goliardico, liberamente crudele, contorto e limpido allo stesso tempo. Se è vero che gli attori vanno in scena per concedersi il lusso di essere qualcuno che in real life non possono essere – nel caso di Riccardo, e menomale! – questo sanguinario protagonista è l’occasione perfetta per liberare il proprio lato oscuro più impudico e più vanitoso. Finalmente possiamo lasciarci applaudire per tutti quegli orrendi delitti che, in realtà, sogniamo ogni giorno di  compiere. E per i buonisti e i pavidi, pazienza!


Non so se lo avete notato però, ma il mostro in questione ha ben “ragione / di lamentare l’oscurarsi della propria luminosa stella” ( Ric III, II, 2). Che significa? Che nessuno diventa assassino se prima non viene assassinato lui, nell’anima. Come si domanda maestosa Anna Magnani in Mamma Roma (Pasolini): “Allora di chi è la colpa qua? Di chi è la responsabilità?”


Che sia chiaro: non vogliamo giustificare le malefatte del nostro buffonesco psicopatico. Vogliamo solo analizzarle. E spiegarne gli oscuri perché.

Ragazzi, Shakespeare è veramente interessante! Del resto, la cinematografia moderna – da Il padrino alle serie tv come Criminal minds – non solo hanno sdoganato la figura dell’anti-eroe. Ma per fare questo ne hanno indagato e rappresentato la psicologia. Oggi non esistono più cattivi e basta sullo schermo. Oggi tutti i cattivi hanno una loro storia traumatica di provenienza. È così che si diventa cattivi. Si diventa cattivi perché qualcuno è stato cattivo con noi prima. E alcuni secoli fa, Willy Shakespeare già lo sapeva.


Mi sembra di sentirlo sghignazzare, il Dott. Freud! Ed ha ragione: nel caso di Riccardo III la colpa è proprio di mamma.

Mamma è stata il carnefice del piccolo Riccardo. E mamma non ha aspettato nemmeno che il baby-Riccardo fosse uscito dal suo ventre. Così l’elegante ed algida Duchessa di York si riferisce a se stessa: “O, colei che avrebbe potuto fermarti, / strangolandoti nel proprio ventre maledetto” (IV,4). E poi: “Sei venuto sulla terra per fare della mia terra un inferno. Un peso doloroso fu la tua nascita per me” (IV,4).
Fermiamoci a questi pochi versi. Cosa vogliono dire? Che ancor prima che baby-Riccardo potesse compiere i propri misfatti nel mondo, mamma-Duchessa sentiva già un odio malato per quel feto che portava dentro. E come una miscela letale, questo odio e un amore smisurato (mamma-Duchessa ha pur sempre deciso di portare avanti la gravidanza “maledetta”), il feto-Riccardo succhiò dal cordone ombelicale nei nove mesi di gestazione. Ci credo che poi, appena partorito, diventi una iena! Chiedete ai migliori psichiatri e psicologi di oggi. Meglio di come posso fare io vi illustreranno le nefaste conseguenze che una tale vita intrauterina può produrre nella crescita dell’essere umano.


In sostanza, mamma è il carnefice che Riccardo avrebbe dovuto uccidere, una volta uscito fuori.

Uccidere psicologicamente. E mamma è il carnefice che Riccardo non è riuscito ad uccidere per via di un complesso edipico soffocante. Ed è per questo che l’adulto Riccardo, unitosi in simbiosi con i propri mostri – ed ecco perché Shakespeare lo rappresenta deforme (ma la deformità di Riccardo è interiore prima ancora che fisica) – uccide tutti coloro che ostacolano la sua ascesa al potere. Un potere e un indipendenza sovrana che il baby non ha mai conosciuto. I morti che Riccardo fa uccidere, o che lascia morire (mai esponendosi in prima persona oltretutto) non sono che le proiezioni fantasmagoriche di quei legami sanguinosi e mostruosi di cui il nostro baby-psicopatico traumatizzato non si è mai liberato.
Chissà se gli attori, che tanto amerebbero fare la parte di Riccardo, di questo si sono mai resi conto…

Articolo e foto di Enrico Petronio – Willy, l’esploratore shakespeariano

Fa caldo? Indossa un tè. O meglio, una Tea-shirt di NarraTè!

NarraTè. Non solo tè da bere e da leggere, come indica chiaramente il nome del brand, ma anche da indossare per rinfrescarsi. Vi raccontiamo come!

Non siamo inglesi, quindi la tradizione del tè pomeridiano non fa parte della nostra cultura. Tuttavia, non si può dire che il Bel Paese non apprezzi questa bevanda. D’altra parte, bere una tazza di tè significa prendersi un momento di pausa da qualsiasi cosa si stia facendo.

I minuti della giornata che rubiamo alla frenesia delle cose da fare, andrebbero “celebrati” facendo qualcosa di rigenerante per il proprio sé. Ci vorrebbe un vero e proprio rituale del tè che unisca l’azione del bere ad un’altra altrettanto piacevole. Insomma, servirebbe una vera e propria cerimonia del tè all’italiana. Per noi che abbiamo bisogno della nostra dose quotidiana di creatività e cultura, è abbastanza semplice trovare la soluzione con NarraTè.

Che cos’è il NarraTè? Relax + Cultura

NarraTè unisce due tradizioni millenarie: quella del tè e quella della narrazione. Si tratta di un vero e proprio tè inserito all’interno di una bag a forma di libretto dentro il quale è contenuto un brevissimo racconto inedito di diversi autori. Lo scopo è quello di valorizzare il tempo dell’infusione che, invece di essere sprecato, diventa l’occasione di una breve, emozionante, lettura di qualità.

Questo prodotto unisce in maniera coerente e originale l’argomento del racconto con la miscela del tè. L’obiettivo è proprio quello di cogliere e di trasmettere l’essenza di ciò di cui si sta parlando attraverso le parole e il sapore.

Ci sono NarraTè per tutti i gusti e ognuno può scegliere l’argomento che più lo appassiona. Ci sono racconti (e tè) ispirati a grandi personaggi della storia culturale italiana (Dante Alighieri e Leonardo da Vinci) o alle grandi città d’arte del nostro territorio (Roma, Firenze, Venezia, per citarne alcune, ma altre novità sono in arrivo da settembre). Chi ama l’astrologia e consulta giornalmente l’oroscopo, non può perdersi la linea dedicata alle essenze dei segni zodiacali. E chi non ha voglia di leggere con questo caldo, può servirsi del QR code presente nei libretti della linea dedicata allo zodiaco: la voce che sentirete è quella di Jennifer Aniston, o meglio della sua doppiatrice italiana, Eleonora De Angelis di Vix Vocal!

Per gli amanti della filosofia, infine, c’è una grandissima novità in arrivo a settembre, che non vi sveliamo per non rovinarvi la sorpresa!

Ma… non fa un po’ caldo per il tè? La risposta è la Tea-Shirt!

Ma… non fa un po’ caldo per il tè? La risposta è la Tea-Shirt!

Il NarraTè è un prodotto interessante ed entusiasmante, ma… con queste temperature, bere un tè caldo non è proprio in cima alla lista di cose piacevoli da fare. Sì, potreste optare per un tè freddo. Ma c’è qualcosa di ancora più rinfrescante che vi farà anche divertire tanto: la Tea-Shirt Narratè!

Si tratta di magliette compresse in poco più di 10 cm all’interno di una confezione che evoca la bustina del tè. C’è solo un modo per renderle indossabili: immergerle nell’acqua, proprio come fareste con un filtro del tè. Una volta ottenuta la maglietta, la scelta sta a voi: la indossate ancora bagnata per rinfrescarvi un po’ o la stirate e lindossate una volta asciutta?

La Tea-Shirt Narratè è un prodotto di design italiano unico al mondo, originale e… utile! Quanto sono pratiche e comode le t-shirt? Servono a rendere più sportivi e giornalieri anche gli outfit più eleganti, possono essere indossate in casa, in palestra o anche per andare al mare. Non dovete neanche preoccuparvi troppo dell’abbinamento perché le Tea-Shirt sono disponibili in bianco e in nero, quindi sono abbinabili con qualsiasi colore. Per chi, invece, vuole osare un po’ di più con le tonalità, possono andar bene le versioni verdi e rosse. Ebbene sì: le Tea-Shirt hanno i 4 colori del tè!

Inoltre, se non la aprite appena comprata, potrete sempre portarvela dietro come opzione di ricambio e aspettare l’occasione giusta! D’altra parte, 10 cm cosa saranno mai all’interno di una borsa?

A proposito di borsa… parliamo della Tea-Bag?

È vero che l’estate è la stagione della vita… ma è anche la stagione del caldo. E caldo significa, nella maggior parte dei casi, anche pigrizia. Qualsiasi cosa si faccia durante la giornata, si corre il rischio di sudare. Se si è costretti a muoversi in città, anche la borsa può diventare un peso. Indossando lo zainetto, si ha la certezza della schiena bagnata dopo poche ore passate all’esterno. Per non parlare dei manici delle borse i cui materiali rischiano di risultare asfissianti per le parti di pelle con cui entrano in contatto.

Allora, è giunto il momento di provare la Tea-Bag Narratè. Realizzata interamente in cotone, è ampia (10 L di capienza), leggera e vi permette di trasportare tutto il necessario senza correre il rischio di sudare eccessivamente.

Proprio come la Tea-Shirt, anche la Tea-Bag arriverà nelle vostre mani in maniera molto divertente e in perfetta linea con la tradizione del tè. Infatti, al primo sguardo la shopper vi ricorderà un filtro, che, non appena sarà immerso nell’acqua, si trasformerà in una borsa. Con questo caldo si asciugherà in 10 minuti e sarà possibile utilizzarla subito!

Il regalo perfetto per tutti gli amanti della cultura

Le stampe sulle Tea-Shirt e sulle Tea-Bag dichiareranno al mondo il vostro amore per il tè e per la lettura. La tazza che legge, infatti, è un soggetto non solo carino, ma anche rappresentativo di una passione che accomuna molte persone da secoli. Non vi sembra un’idea regalo perfetta?

Con Tea-Bag e Tea-Shirt Narratè potrete passare un’estate fresca, originale e… cool-turale! Insomma, prodotti di design italiano indispensabili per distinguersi con stile e creatività, senza rinunciare alla dose quotidiana di stupore e cultura, come noi di CulturaMente.

Per scoprire tutta la gamma dei prodotti NarraTè: https://www.narrateworld.com/shop

Mentre qui potrete trovare il rivenditore a voi più vicino: https://www.narrateworld.com/rivenditori


                

C’era una volta in America, il più americano dei film italiani

  • Hai aspettato molto?
  • Tutta la vita.

Titolo originale: Once upon a time in America
Regista: Sergio Leone
Sceneggiatura: Franco Arcalli, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Franco Ferrini, Sergio Leone, Enrico Medioli
Cast Principale: Robert De Niro, James Woods, Elisabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Treat Williams, Jennifer Connelly, Danny Aiello; Tuesday Well, Scott Tyler

Colonna Sonora: Ennio Morricone
Nazione: Italia, USA
Anno: 1984

C’era una volta in America”, disponibile in streaming anche su Raiplay, è forse la vetta della creatività di Sergio Leone e di Ennio Morricone.

Parlando di “C’era una volta in America”, il regista Sergio Leone, maestro indiscusso del cinema internazionale, l’ha definito il più americano dei film italiani (“C’era una volta il cinema”, ed. Il Saggiatore).

Pur essendo una co-produzione tra Italia e U.S.A. e raccontando una storia tipicamente americana, Leone ne ha rivendicato la cifra italiana, perché era soprattutto un film suo.

Ciononostante, “C’era una volta in America” è la migliore dimostrazione che un film è un’opera d’arte frutto di un lavoro di squadra. Se, infatti, hai a disposizione due geni come Sergio Leone ed Ennio Morricone, degli attori di immenso talento e una storia di epica spietata, non può che venir fuori un capolavoro.

In un arco narrativo di più di quarant’anni (dagli anni Venti ai Sessanta del Novecento), il film racconta le drammatiche vicissitudini del criminale David Aaronson, detto “Noodles”, e dei suoi amici. Dall’infanzia nel ghetto ebraico di Brooklyn, la loro parabola li porterà a diventare gangster che controllano il traffico di alcolici in pieno proibizionismo.

In fondo è l’ennesima narrazione del sogno americano inseguito dai poveri, dalle minoranze, ma in salsa criminale. Per quei ragazzini ebrei, italiani, irlandesi, l’unico modo per uscire dalla povertà e dalla miseria sembra essere la violenza. La scelte criminali sembrano essere le uniche occasioni di riscatto.

La fame di quel riscatto finisce per travolgere anche ciò che potrebbe – dovrebbe? – restare puro: il primo amore di Noodles per Deborah.

Le scene tra Noodles e Deborah, da quando sono poco più che bambini (interpretati da Scott Tyler e Jennifer Connelly) a quando diventano adulti (Robert De Niro e Elizabeth McGovern, poi protagonista di “Downton Abbey“) quasi anziani, sono sempre struggenti. L’amore che Noodles non riesce a non rovinare, a non confondere con il possesso attraversa tutte le sfumature: il romanticismo, la violenza, la nostalgia del tempo perduto.

“C’era una volta in America” è un film drammatico di gangster, ma anche un film con molti topoi del western.

Si dice che il genere western abbia conosciuto due grandi maestri: il primo fu John Ford, che ha raccontato l’epopea della conquista dell’Ovest americano. Poi arrivò Sergio Leone, che creò gli archetipi del cosiddetto “spaghetti western”, prima con la “trilogia del dollaro” (“Per un pugno di dollari”, “Per un dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”) poi con “C’era una volta il West”.

In pratica, Leone ha ricreato il West dal nulla, spesso girando in Spagna o in Italia. In quei film cantava il buio della condizione umana illuminandolo di luci crude. Lo stesso ha fatto con “C’era una volta in America”, dove ritroviamo molti temi dell’epopea western: il sogno americano, il rimorso, il regolamento di conti a distanza di anni.

Tuttavia, un tema centrale in “C’era una volta in America” è l’amicizia.

È per reazione e, forse vendetta, per l’uccisione del giovane amico da parte della polizia che Noodles finsice in riformatorio.

E all’inizio l’amicizia tra lui e Max (James Woods) sembra essere il collante della banda e la lealtà reciproca l’unico criterio per scegliere quali delitti compiere e quali alleanze stringere.

L’amicizia si può anche tradire, purché il fine sia il bene dell’amico. Noodles è pronto a denunciare Max, pur di impedirgli di mettere in atto una rapina per cui rischierebbe l’ergastolo.

Ma nell’amicizia tra i due, al lato estremo della lealtà di Noodles, c’è il tradimento di Max, che sembra fare di tutto per evitare l’arresto all’amico, ma in realtà gli ruberà la vita e la vivrà al posto suo.

La varietà di questi temi e sentimenti ha richiesto una colonna sonora complessa, una delle più belle e famose composte da Ennio Morricone.

L’attenzione ai dettagli di Sergio Leone non poteva certo tralasciare la colonna sonora. Lui e Morricone sono partiti da una canzone dell’epoca raccontata nel film, Amapola. Poi Leone ha voluto aggiungere dei brani ben precisi: God Bless America di Irving Berlin, Night and Day di Cole Porter e Summertime di George Gershwin.

La musica originale di Morricone è talmente perfetta per “C’era una volta in America”, che  il suo ascolto rimanda direttamente alle scene del film.

A tutto si è aggiunto l’uso di un brano più moderno, “Yesterday” dei Beatles. La canzone risuona nella scena in cui Noodles e Max sono di nuovo faccia a faccia nel loro presente, ma a fare i conti con il loro passato.

Non per niente Noodles non è l’unico protagonista di “C’era una volta in America”. L’altro è il tempo, perché questo è un film sui ricordi e sulla memoria.

La sua struttura si basa sul tempo, anche sul piano registico. Ci sono molte carrellate di cui non è semplice capire il significato, perché – come disse lo stesso regista – non servono a “descrivere una città, una strada o un luogo. La camera si muove per seguire un personaggio che si sposta in uno spazio che non è nient’altro che il tempo”.

In un certo senso il film si apre e si chiude in una fumeria d’oppio, in cui Noodles si rifugia per sballarsi e dimenticare il dolore.

Tutto il film è il sogno d’oppio di Noodles attraverso cui Sergio Leone dice di aver sognato i fantasmi del cinema e del mito americano.

I sogni e i film hanno in comune le immagini. Per le immagini di “C’era una volta in America” Leone si è ispirato ai dipinti di Edward Hopper, Reginald Marsh e Norman Rockwell.

Per la scenografia del ghetto ebraico di New York, si doveva recuperare tutta una realtà sommersa dal passato, ormai difficile anche da ricreare. Quindi il regista ha usato soltanto alcuni scorci del ghetto con il ponte di Brooklyn sullo sfondo.

C'era una volta in America streaming

Tra le scene che restano più impresse negli occhi, ci sono quelle in cui il ponte si staglia maestoso sullo sfondo, con i bambini futuri gangster in primo piano, piccoli, pronti per farsi mangiare dal sogno americano.

3 motivi per guardarlo:

– gli occhi di Robert De Niro, capaci, da soli, di recitare tutte le emozioni di Noodles;

– la colonna sonora di Ennio Morricone;

– le battute cult di una sceneggiatura tanto scarna quanto poetica: poche parole, ma quelle giuste.

Quando vedere il film:

prendetevi tutto il tempo che serve per vederlo: 190 minuti ottimamente spesi.

Stefania Fiducia

Nel caso ve lo siate persi, qui c’è il precedente appuntamento con il cineforum:

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“Il Grande Cinema in concerto” ricorda Ennio Morricone al Teatro di Ostia Antica

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Ci lascia Ennio Morricone e il Teatro Romano di Ostia Antica apre la programmazione il 14 luglio con Il Grande Cinema in Concerto, uno spettacolo dedicato alle colonne sonore del grande cinema.

Addio a Ennio Morricone, l’ultima nota del Grande Cinema

L’ensemble musicale dell’Orchestra Sinfonica Città di Roma diretta dal Maestro Pier Giorgio Dionisi e il Video Artist Alessandro Roberti hanno affascinato il pubblico che ha potuto assaporare un’esperienza di Arte totale,  in equilibro tra soma e psyche.

L’immersione visiva e quindi immaginifica ha rappresentato l’elemento innovativo e tuttavia sempre in costante rapporto con la tradizione del corpo orchestrale e del direttore d’orchestra. Le musiche di Morricone,  Piovani, Williams e Zimmer sono state le protagoniste assolute in questa nuova produzione di Opera in Roma.

Proprio a Ennio Morricone, a pochi giorni dall’improvvisa scomparsa, gli artisti hanno espresso il loro tributo; suoni, immagini e coreografie in una concezione totale di interazione artistica.

Sicuramente un evento unico e pienamente contestualizzato nell’atmosfera melanconica per la morte del musicista e per il desiderio di  normalità post-Covid.

ennio morriconeA tratti, durante lo spettacolo, il pubblico ha percepito la fascinosa Maria Gabriella Giallanella come responsabile del tentativo di esorcizzare  la lunga astinenza della Parola nell’arte in modo eccessivamente verboso.

Seppur benedetta da una luna più seduttiva del solito, la serata ha mostrato questa fisiologica criticità; quella di un gigante immobilizzato da un lungo periodo di prigionia con un’energia difficile da contenere.

In certi momenti gli spettatori non sono riusciti a sintonizzarsi con l’intento della conduttrice, giurista votata al fascino dell’arte, e cioè quello di sostituire con una propria narrazione il libretto d’opera, ritenendo eccessivamente didascalica l’intenzione di instaurare un rapporto frontale attraverso la spiegazione dei brani.

Ma non posso non assolvere la scrittura della serata perché ha perfettamente manifestato lo spasmo emotivo di un meccanismo in ripartenza dopo il limbo dove la creatività è stata confinata, quasi a scongiurare un ritorno della morte della Parola.

Senza risentire di questi incidenti di percorso, lo spettacolo ha colpito nel segno e nel finale la presentatrice, con grande ironia e savoir faire, ha saputo sintonizzarsi con i desideri del pubblico compiendo una virata improvvisa nello stile della conduzione.

Sullo sfondo di sapienti giochi di luce e di immagini evocative la grande musica è stata, come è logico che sia, la grande protagonista della serata, grazie anche ai buoni interventi della soprano Rossana Cardia.  Emozionanti le splendide coreografie di Minea De Mattia interpretate da un corpo di ballo eccezionale che ha dato corpo e anima a melodie immortali.

Foto e Articolo di Antonella Rizzo

Cursed su Netflix: il ciclo arturiano è trincea per la questione di genere

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Cursed è la nuova serie tv, in uscita il 17 luglio 2020 su Netflix, tratta dal libro di Tom Wheeler e Frank Miller.

Cursed, il trailer

Si tratta di una interessante rivisitazione della leggenda arturiana. Interessante per numerosi motivi. Non solo in questi 10 episodi incontrerete tanti personaggi che avete studiato a scuola e visto nei vari film dedicati a Re Artù e a Mago Merlino, ma li troverete anche ridisegnati come non avreste mai immaginato.

Oltre a questa delicatissima operazione di reinterpretare il folklore, Cursed è una serie in cui la questione di genere sbatte i pugni sul tavolo, a volte anche troppo.

Cursed, la trama

La storia ha come protagonista Nimue, la futura Dama del Lago: il suo compito, in un mondo dove gli esseri magici come lei sono perseguitati, è quello di consegnare una potentissima spada a Merlino. Compagno di viaggio? Artù e tantissimi altri personaggi davvero intriganti, caratterizzati da una raffinatezza psicologica che fa venire voglia di saperne proprio di più.

Molti di questi personaggi sono donne, e di ogni tipo: l’amica strampalata, la regina che per governare deve mandare avanti il figlio e persino la suora. Tutti questi profili femminili sono attivi e tirano le fila del gioco. Gli uomini nella serie tv non fanno che da contorno, anzi vengono anche spesso bistrattati per la loro incapacità e inadeguatezza, in modo piuttosto manifesto.

Più volte le donne nella serie tv chiedono alle controparti maschili se il loro ruolo di potere, le loro parole decise e le loro iniziative li infastidiscano.

Eppure, nonostante questa apparente “inutilità”, sono molto interessanti anche gli uomini di Cursed perché rivelano tutta una serie di sensibilità nuove, anche nel parlare con le donne, che spesso sono le prime a non voler comunicare davvero.

Una prospettiva davvero inedita, che rende questa serie molto piacevole da vedere, se non fosse che Katherine Langford (la protagonista di Tredici, ve la ricordate?) non mi sembri minimamente all’altezza del ruolo da protagonista. Ho avuto come la sensazione che non avesse proprio il physique du rôle, né il carisma necessario al personaggio che interpreta.

Cursed, il Cast

Nel cast: Katherine Langford (Nimue), Devon Terrell (Artù), Gustaf Skarsgård (Merlino), Daniel Sharman (Monaco Piangente), Sebastian Armesto (Re Uther Pendragon), Matt Stokoe (Gawain), Lily Newmark (Pym), Shalom Brune-Franklin (Igraine), Emily Coates (Sorella Iris), Billy Jenkins (Scoiattolo), Bella Dayne (la Lancia Rossa) e Peter Mullan (Padre Carden).

Terrorismo religioso, magia, amore (persino omoerotico!), amicizia e potere in una serie che mangerete in pochi giorni e che vi farà vedere il rapporto tra i generi davvero in un altro modo.

Alessia Pizzi

Spiagge, Coronavirus: 5 rimedi culturali per superare la prova costume

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[ATTENZIONE: IL CONTENUTO DI QUESTO ARTICOLO È ALTAMENTE IRONICO!]

Estate 2020 col Coronavirus: ed è subito crisi

Le spiagge hanno riaperto, nonostante il Coronavirus. Superata la paura del ritorno alla pseudo-normalità, ce n’è una molto più terrificante che disturba la mente della popolazione italiana.

La prova costume divide il Paese tra quelli che durante il lockdown sono diventati dei personal trainer fai-da-te e… tutti gli altri.

Ovvero quelli che si sono abbandonati al piacere della buona cucina, sempre homemade naturalmente.

Parliamoci chiaro. Il lockdown ha avuto vari esiti sui nostri corpi (per non parlare delle nostre menti): la reclusione forzata ha reso alcuni dei runner imbattibili (spesso intorno al palazzo) o gli eredi di Bruce Lee nel giardino di casa (o peggio, sul balcone). Questo, però, non è valso proprio per tutti.

Infatti la prima cosa notata negli incontri (non così tanto ravvicinati) con congiunti e non… è stata la pancia.

Molti non si sono preoccupati della nuova “protuberanza” perché la possibilità di tornare nelle spiagge dopo il Coronavirus sembrava molto remota. E invece le spiagge hanno riaperto davvero e i nostri amici (spesso del clan dei runner, fieri del loro nuovo fisico tonico) hanno iniziato ad invitarci al mare costringendoci alla prova costume.

Prova costume 2020: l’outfit da spiaggia è culturale e intelligente

Anno bisesto, anno funesto. Di fronte allo specchio questa estate ci sono esseri umani scolpiti come Arnold Schwarzenegger e… i neo-panciuti.

A questo punto la domanda nasce spontanea: perché noi spacciatori di cultura vi stiamo parlando di prova costume?

Perché abbiamo trovato ed elencato per voi dei metodi culturali per non rinunciare agli inviti degli amici, celando comunque il frutto di tutti i ciambelloni, i panini, le torte e le pizze fatte in casa con cui ci siamo rimpinzati in questi ultimi tre mesi per sfogare la nostra creatività repressa o gratificare parenti e coinquilini, neofiti chef.

Rimedio numero uno: per lettori e lettrici accaniti/e!

1.Presentarsi in spiaggia con un libro molto grande e leggerlo da sdraiati. Vi consigliamo quei bei libroni con le copertine rigide, che vi daranno senza dubbio una parvenza molto intellettuale ed affascinante che distoglierà l’attenzione dalla… “ciambella”. Avete presente gli atlanti storici?

Non vi abbiamo convinto? Passiamo al metodo due allora!

2. Indossare una maglietta bagnata per coprire i vostri peccati di gola. Sul mercato ce ne sono alcune compresse, che si aprono proprio in acqua e che quindi possono essere utilizzate come strumento per aumentare il vostro fascino mentre uscite dalle acque con passo alla “Venere” di Botticelli. Le magliette di NarraTè sono perfette perché vi danno proprio l’aspetto del lettore accanito che ovunque deve mandare al mondo un messaggio culturale (e perché coprono la pancia, ovviamente).

N.B. Questo rimedio va bene anche per gli appassionati di teatro: si può sempre dire che state ripassando per lo spettacolo rimandato – causa quarantena – in cui voi interpretate Ariel che esce dal mare con le sue gambe o Gesù che cammina sulle acque.

Scuse più serie per indossare la maglietta bagnata in spiaggia:

  1. Ho caldo
  2. Ho le spalle scottate
  3. Soffro di vampate
  4. Ho una crisi ormonale
  5. Soffro di eritema solare
  6. Credo nel potere del vedo non vedo

7. Mister e Miss Maglietta Bagnata 2020

Per alcuni è contest molto trash, ma guardate come ha fatto scalpore Sabrina Salerno di recente, immortalandosi su Instagram senza costume e con solo una maglietta bagnata addosso nei suoi ruggenti cinquant’anni. Donne, non vi consigliamo di osare tanto se non ve la sentite… ma la maglietta bagnata ha sempre il suo fascino. E vale anche per gli uomini: le donne sono curiose e si chiederanno quale segreto celate sotto quella maledetta t-shirt! Magari un cuore tenero?

Se ancora non siete convinti/e, passiamo al rimedio tre, assolutamente consigliato per la casta cinefila.

Costumi per nascondere pancia e fianchi

3.Troverete moltissimi articoli sul web pronti a spiegarvi qual è il modello migliore di costume per nascondere pancia e fianchi al mare (quelli interi, probabilmente o forse quello di Batman). Per noi Spacciatori di Cultura, però, vale un solo outfit al mare… ed è quello di Fantozzi. Canotta Bianca e Mutandone. Se aggiungete anche un paio di bretelle siete apposto. L’alternativa è fare il bagno vestiti poiché “la vostra religione non vi consente diversamente”. Capita.

Rimedio numero quattro: per veri artisti!

4.Il rimedio numero quattro è consigliabile solo a chi non soffre di abbassamenti di pressione e consiste nel ricoprirsi totalmente di sabbia simulando un’opera d’arte contemporanea. Potete coinvolgere uno dei vostri amici più creduloni alludendo al fatto che l’ultima performance di Marina Abramović prevede un contatto totale con l’ambiente circostante. Naturalmente scegliete l’amico/a che non conosce bene l’arte o farete una pessima figura!

Rimedio numero cinque: per gli appassionati di musica!

5.La chitarra è la salvezza. Chi non la vorrebbe in spiaggia? E soprattutto, chi ha detto che si suona solo durante i falò col favore delle tenebre (che coprono anche la pancia)? Prendete una chitarra e portatela sempre con voi posizionata davanti alla pancia con una fascia a tracolla. Non importa se non sapete suonare, potete dire che state iniziando ora e che vi è stato richiesto esplicitamente di portare lo strumento in ogni occasione per non perdere… il tocco. Consiglio: scegliete La Canzone del Sole di Lucio Battisti. Ha 4 accordi. Facili. Potete farcela.

Last But Not Least

L’alternativa è fregarsene. Ed è comunque sempre valida. L’importante è che siate felici e acculturati!

Immagine in copertina Toa Heftiba Şinca di Pexels

I Coldplay festeggiano i 20 anni di “Parachutes”: come sono cambiati?

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Lo scorso 10 luglio il disco d’esordio dei Coldplay, Parachutes, ha compiuto 20 anni. Naturalmente, i fan di tutto il mondo non si sono fatti sfuggire questo anniversario e anche la band ha voluto a suo modo celebrarlo.

Innanzitutto sui loro profili social, Phil Harvey, noto anche come il quinto membro dei Coldplay, ha annunciato il restauro in alta definizione dei primissimi video dell’album Parachutes. Ora possiamo goderci finalmente Yellow in 4K! Tra l’altro, proprio di quest’ultimo è stata condivisa anche un’ inedita versione con i primissimi ciak del video.

https://www.instagram.com/p/CCiQTj1HtKI/?utm_source=ig_web_copy_link

A seguire, su Instagram un interessante Q&A tra i fan e il bassista Guy Berryman, con alcune curiosità riguardo all’album. Per esempio sapevate il perché dell’iconica copertina? Si tratta di un mappamondo che Chris comprò in un WH Smith a Sheffield e che posizionò nel loro studio di registrazione. Un giorno qualcuno gli fece una foto e… il resto è storia!

Sempre su Instagram, la loro etichetta discografica Parlophone ha organizzato un giveaway per premiare con un vinile chi avesse raccontato nelle proprie storie l’esperienza più bella legata al primo disco dei Coldplay. A proposito di vinili, è stato anche annunciato che a novembre sarà rilasciata un’edizione speciale trasparente gialla del vinile di Parachutes.

A completare le celebrazioni, intense ma pacate come nel loro stile, un appuntamento radiofonico lo scorso 13 luglio sulla BBC Radio 2. In questa occasione, insieme alla storica dj inglese Jo Whiley, tutti i membri della band hanno riascoltato e commentato l’intero album, rievocando momenti divertenti e momenti più duri, come ad esempio le iniziali difficoltà di Will Champion alla batteria, il quale rischiò addirittura di abbandonare definitivamente il gruppo.

Per fortuna non fu così e oggi ci ritroviamo a festeggiare il ventesimo anniversario del disco d’esordio di una band che non accenna a perdere la sua fama, anzi la accresce sempre di più.

Parachutes è davvero un gioiello prezioso, un diamante raro.

Anche chi non è un fan sfegatato, non può non riconoscere la potenza comunicativa, l’immediatezza e l’originalità di questo album. Alcuni criticano il cambiamento che ha subìto in seguito la musica dei Coldplay, in particolare gli anni dedicati al pop e alle hit da stadio. Qualcuno grida al tradimento di quel We never change che è il titolo della nona traccia di Parachutes. Eppure non è propriamente così. I Coldplay, è vero, non sono più “quelli di una volta”, hanno spaziato nei generi, sono cresciuti, si sono evoluti, hanno conquistato un pubblico vastissimo.

Ma davvero sarebbero preferibili 20 anni di musica sempre uguale?

Se da una parte il cambiamento ci fa apprezzare di più le prime opere, dall’altro è evidente che questo cambiamento è solo formale. I Coldplay sono riusciti a fare una cosa difficilissima: evolversi, sperimentare, sbagliare anche (perché no?) pur rimanendo immutati nell’animo. È questo il segreto della loro eterna giovinezza. Perché la stessa genuinità di sentimento del capolavoro Yellow (Look at the stars/ Look how they shine for you) la si può ritrovare anche nella popolarissima e super bistrattata A Sky Full Of Stars (‘cause in a sky full of stars/ I think I saw you). Si tratta, certamente, di due brani del tutto diversi e non si mette in dubbio il diverso livello qualitativo. Ma, a ben guardare, il secondo può essere inteso semplicemente come l’espressione di chi ha lavorato duramente e in quel momento ha voglia di lasciarsi andare, saltare e gioire con la sua famiglia di milioni di fan.

Questo desiderio è letteralmente esploso nel loro settimo album A Head Full of Dreams, tra i più criticati, che tuttavia li ha portati negli stadi di tutto il mondo in uno dei tour più grandiosi della storia.

Poi però, dopo una pausa di quattro anni, è uscito fuori Everyday Life, ancora una volta totalmente diverso da tutto quello fatto in precedenza. Un album più intimo, sperimentale, impegnato e decisamente anti-commerciale. Questo testimonia quanto il pop “commercialeggiante” non sia stata una deriva da demonizzare, ma piuttosto una precisa scelta dettata dalle esigenze di un particolare momento.

Cosa ci riserva il futuro?

Nel frattempo, tra le varie diatribe di critica e pubblico, i Coldplay preparano il terreno per un nuovo album. Com’è solita fare, la band sta rilasciando piccolissimi indizi sparsi qua e là. I fan più attenti avranno notato alcuni cambiamenti sul sito ufficiale. Il più importante e significativo riguarda la cronologia delle loro opere che adesso presenta per l’ultimo disco Everyday Life non solo la data di inizio nel 2019 ma anche una data di fine proprio nel 2020. Presumibilmente, sta per concludersi anche quest’ultima era per dare spazio a un nuovo lavoro. Non ci resta che attendere…

Francesca Papa

Di cosa abbiamo paura adesso, del virus o del vuoto?

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Cosa abbiamo sognato nei mesi durante i quali eravamo costretti a casa? E come abbiamo deciso di interpretare i nostri sogni?

I mesi trascorsi sono stati quanto mai particolari. Tempo fa circolava sui social un post divertente:

Mi sento il protagonista di una serie tv scadente che è arrivata alla quarta stagione e gli scrittori non sanno più come portare avanti questo show imbarazzante, allora ci inseriscono una improbabile pandemia.

Il post

Per quanto sia forse di uno humor dozzinale, il post ha riassunto la sensazione di molti: la pandemia ci è cascata addosso senza previsioni. C’è chi ha dovuto affrontare tempi durissimi e tristi e chi si è ritrovato chiuso in casa a seguire scrupolosamente e senza discutere – magari anche per la prima volta – delle direttive governative.

La situazione nuova, piuttosto allarmante e decisamente disorientante ha condotto a riflessioni che spesso si sono rivelate profonde.

Da queste riflessioni nasce un libro che indaga nella parte più indifesa di noi stessi: il sogno.

sogni quarantena
Illustrazioni di Antonio Legrottaglie,
dal libro “Mi ritrovo davanti a uno specchio” di A. Marconcini

Le pagine per interpretare i sogni della quarantena

“Mi ritrovo davanti a uno specchio” di Alessia Marconcini, edito Progedit, è un libro “vero”. Un libro che ha collezionato, perché non andassero perdute, le sensazioni della quarantena.

Alessia Marconcini è psicologa e psicoterapeuta, ha raccolto le testimonianze oniriche dei suoi pazienti durante l’emergenza sanitaria e il lockdown. Ci si aspetterebbe dei sogni dettati dall’ansia del presente, sogni di carestie e catastrofi. Eppure, leggendo le pagine di Alessia, si scopre ben presto che l’inaspettato arrivo del virus rivela la precarietà del presente, costringendoci in qualche modo a ripensare alla propria vita in toto.

Il sogno, legato all’emergenza e alla quarantena, ci pone in una posizione di rilievo, dalla quale noi guardiamo noi stessi staccandoci dalla materialità dell’attimo. Alessia preferisce la metafora dello specchio (da qui il titolo). Comunque, senza la distrazione di un presente che ci impegna in piccole cose, è come se riuscissimo in qualche modo a trovare noi stessi e a capire chi siamo. O meglio, a intuire chi siamo. Capirlo è più complesso – da qui il bisogno di raccontare il sogno a qualcuno, per decodificarlo.

Il libro di Alessia è un libro che non mente, non si abbandona a fantasie romanzesche, ma spiega con calma, chiarezza ed eleganza.

Di cosa abbiamo paura adesso, del virus o del vuoto?” si legge sulla trama del libro “Può il sogno sostituire il vuoto, le parole non dette, le esperienze sospese?”. Così si sognano amori e conchiglie, luoghi lontani e esperienze segnanti.

Cristiana Toscano

Musica MOD: The Who, the Kinks, Small Faces in playlist

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I The Who sono la band che, tra tutte, è diventata icona della cultura Mod. Ma partiamo dall’inizio: chi erano i Mod? Nella definizione del termine che troviamo sull’enciclopedia Treccani leggiamo:

mod Termine derivato da modernismo e utilizzato per indicare lo stile di vita e la musica che si sviluppò a Londra alla fine degli anni 1950 e raggiunse il suo apice nel decennio successivo […]

La cultura MOD

La cultura mod si concentrava su un importante imperativo: essere moderni in tutti gli aspetti della propria vita, dalla musica all’abbigliamento.

Con uno sguardo perennemente fisso sulle tendenze europee con un’attenzione particolare a Francia e Italia, i Mod hanno uno stile inconfondibile caratterizzato da:

  • capelli new french line;
  • abiti sartoriali italiani con giacche strette a tre o quattro bottoni per gli uomini e minigonne per le donne;
  • il parka “a coda di rondine”, giacca a vento di pesante tela impermeabile usata sia per proteggersi dall’umidità che per farsi notare nei nightclub di Soho;
  • desert boot in stile Clark’s o mocassini.

L’unico mezzo di locomozione possibile per un Mod è poi lo scooter italiano, Vespa o Lambretta, addobbato con luci, specchietti e accessori, che avevano l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei passanti. 

Il marchio identificativo del movimento mod, spesso cucito sui Parka, è un bersaglio stilizzato, ispirato al logo della Royal Air Force.

Il fenomeno Mod coinvolge anche la musica del Regno Unito, tanto che alcune band diventano icone del movimento di ribellione giovanile.

Gli Who

Tra tutti gli Who diventano una vera e propria icona del modernism e My Generation, una delle canzoni più famose del gruppo, è un vero e proprio inno:

“People try to put us d-down, Just because we get around, Things they do look, awful c-c-col, I hope I die before I get old, My generation, This is my generation, baby”

Quadrophenia  il sesto disco della band uscito nel 1973, vede addirittura la sua trasposizione in un omonimo adattamento cinematografico diretto da Franc Roddam nel 1979.

Quadrophenia è un film sui Mod. Jimmy Cooper, il protagonista della vicenda, è un giovane londinese che fugge dalla routine comportandosi da ribelle assieme ad un gruppo di amici noti con il nome di Mods, famoso per l’atteggiamento aggressivo contro la banda dei rozzi Rockers. 

Afferma Jimmy:

Io sono Jimmy e non voglio essere uguale a nessuno. Per questo sono un mod. Altrimenti, meglio affogare in mare.

Qui vi proponiamo una playlist dal sapore Mod per fare un tuffo nel passato.

La playlist MOD su Spotify

Valeria de Bari

Matthias & Maxime: due amici e tutta la fragilità di Xavier Dolan

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Con i personaggi di Matthias e Maxime, Xavier Dolan torna a indagare la precarietà identitaria attraverso quella sentimentale. Ma con diverse pecche.

Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas) e Maxime (Xavier Dolan) sono amici sin dall’infanzia, sebbene non potrebbero essere più diversi: il primo ha una forte personalità ed è così sicuro di sé da arrivare persino a imbeccare gli amici mentre parlano. Il secondo ha un vistoso angioma sul viso e trova nella prospettiva di trasferirsi in Australia la soluzione alla sua complicata situazione familiare.

Le famiglie di Matthias e Maxime

Matthias è figlio di genitori separati ma la buona posizione del padre lo ha agevolato nella carriera. La madre (Micheline Bernard) è molto accudente, forse fin troppo. È fidanzato con la bella Sarah (Marilyn Castonguay) e per lui c’è una promozione in arrivo. Maxime, invece, fa il barman e si occupa della madre in disintossicazione dopo che il padre e il fratello sono andati a vivere altrove.

Gli amici di Matthias e Maxime

Un gruppo di giovani sulla soglia dell’età adulta ma che continua a evitare di varcarla. Ci si riunisce per stare insieme, ubriacarsi, fumare e dare sfogo al lato più infantile. Durante un week-end nella bella casa in campagna di Rivette (Pier-Luc Funk), la sua petulante sorella minore (Camille Felton) ha come compito il realizzare un cortometraggio sperimentale. Qui scopre che i due ragazzi che avevano promesso di girarne una scena le han dato buca. Chiede, dunque, se qualcuno ha voglia di sostituirli. Maxime accetta volentieri, Matthias è costretto a farlo a causa di una scommessa persa. Solo dopo verranno a sapere che lo script contiene la scena di un bacio, che scatenerà in loro una profonda crisi poco prima che uno dei due si trasferisca dall’altra parte del mondo.

Matthias e Maxime
Matthias & Maxime – Credit: Shayne Laverdiere

Cosa funziona

La figura di Maxime, interpretata con grandissima sensibilità da Xavier Dolan, è meravigliosamente tratteggiata. Anche fisicamente: l’angioma che ne caratterizza l’esteriorità diventa una sorta di segno visibile di ciò che lo agita dentro. Le scene corali che, con poche pennellate, disegnano efficacemente lo scontro generazionale tra giovani ancora dediti a passatempi infantili ma, tutto sommato, godibili e giovanissimi ossessionati da una contemporaneità istantanea che li spinge a utilizzare inutili anglicismi, specie in un contesto come quello quebecchese.

Cosa non funziona

La prova di Gabriel D’Almeida Freitas è assolutamente inadeguata: la sua recitazione legnosa non trasmette quel senso di disagio e dissidio interiore che Matthias dovrebbe trasmettere. Sembra, piuttosto, di guardare chi si sforza di fare la parte dell’imbarazzato, dell’infastidito, del combattuto. Questo spezza più volte l’incanto delle scene più riuscite e lo rende l’anello debole di un cast che, invece, eccelle. Specie per quanto riguarda i personaggi minori, su tutti le due significative figure materne. Va detto, però, che la sceneggiatura, anch’essa firmata da Dolan, non aiuta: alcuni avvenimenti e dialoghi sembrano ideati per far da puntello a uno svolgimento traballante mentre certi passaggi risultano quasi un libretto d’istruzione alla comprensione dei personaggi.

L’inevitabile paragone con Elio e Oliver

Matthias e Maxime, come Elio e Oliver in Chiamami col tuo nome, vengono irresistibilmente attratti l’uno verso l’altro in un’altalena di ambivalenza che alla fine esploderà travolgendoli. Nel film di Xavier Dolan l’aggravante di un’amicizia che risale all’infanzia, commoventemente evocata da un disegno dai tempi delle elementari fatto da Matthias che li raffigura insieme, gioca ovviamente un ruolo chiave nella difficoltà per i due giovani di accettare ciò che gli accade loro malgrado. Il regista, del resto, ha espresso pareri entusiastici sul film di Guadagnino e, a mezzo stampa, ha fatto una lunga chiacchierata con Timothée Chalamet eloggiando sia la storia sia diversi aspetti tecnici del film. Sottolineando come, a suo avviso, si tratti di una storia innanzitutto di dolore. Ecco: l’ultimo film Dolan insiste eccessivamente su questa sfera, tralasciando le altre sfumature a cui un sentimento così inaspettato espone. Stupisce, inoltre, che pur lodando l’interpretazione straordinaria del giovanissimo attore newyorkese, che insieme al collega Armie Hammer appare di una incredibile naturalezza specie nelle scene di intimità tanto più quotidiana quanto più complessa da rendere, non sia poi riuscito a reclutare un coprotagonista ugualmente capace.

Perché vale la pena vederlo

Al netto delle pecche evidenziate e di certe ingenuità narrative, Matthias & Maxime ha la sua forza nel modo in cui espande il tema della precarietà a ogni ambito. Partendo da quella sentimentale, Xavier Dolan allarga il campo a quella identitaria, lavorativa, affettiva. C’è un’urgenza autentica che traspare persino dagli errori, tipici di chi è troppo coinvolto in un progetto per riuscire a valutarne oggettivamente ogni aspetto. Peccato in questo caso si tratti contemporaneamente dell’autore, sceneggiatore, regista, montatore, coproduttore e coprotagonista. Quello che auguriamo al giovane artista canadese è che mantenga questo slancio sincero, imparando a delegare dove serve.   

Cristian Pandolfino

Credits foto in evidenza: Matthias & Maxime – Shayne Laverdiere

Affittare la casa che non utilizziamo: cosa non dimenticare?

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Avere una seconda casa in famiglia non è una casistica fuori dal comune. Può capitare che ci venga lasciata in eredità da un genitore o da un parente o che sia di proprietà di uno dei coniugi. Per evitare di lasciarla chiusa per anni e di pagare delle tasse inutilmente, si potrebbe valutare di affittarla. Prima di decidere di affittare la propria casa bisogna controllare che tutto sia a norma e che si seguano le procedure richieste per una locazione corretta e in regola. Il diritto privato regola la trattativa e il contratto che intercorre tra il locatore e l’inquilino, definendo diritti e obblighi di entrambe le parti. Nel momento in cui si decide di affittare l’abitazione è consigliato innanzitutto documentarsi sulle procedure e sui documenti richiesti, in quanto esistono tipologie diverse di contratti di locazione. Molto utile potrebbe essere la consultazione di un libro di diritto privato che permette di inquadrare la questione dei contratti per l’utilizzazione di beni in modo più ampio e dettagliato.

Contratto di locazione: cosa prevede la legge?

Nel momento in cui si decide di affittare, bisogna controllare lo stato della casa: innanzitutto le condizioni di ogni singolo impianto, dell’arredamento (se si affitta la casa già arredata) e degli elettrodomestici che verranno forniti al futuro inquilino. A tal proposito, non bisogna dimenticare di avere a portata di mano la certificazione energetica dell’immobile in modo che gli interessati alla casa/all’appartamento possano farsi una prima idea dei consumi.

Prima dell’ingresso dell’inquilino, è buona norma che il proprietario si occupi della pulizia della casa in modo che questa sia accogliente. Per quanto riguarda, invece, la stipula e la registrazione del contratto, è il proprietario di casa che è tenuto a occuparsene, dopo aver concordato con l’inquilino il tipo di contratto più adeguato: non esiste un unico contratto di locazione in quanto questo risponde a requisiti precisi che garantiranno sia il proprietario che l’inquilino e sarà pertanto adattabile.

Il locatore dovrà recandosi entro 30 giorni dalla stipula dello stesso nella sede più vicina e di riferimento dell’Agenzia delle Entrate o richiedendo l’intermediazione di un CAF. Successivamente, il locatore dovrà comunicare il buon esito della registrazione, inviando la ricevuta contrassegnata da un codice identificativo. Nel caso si sia avvezzi all’utilizzo del web, è possibile effettuare la registrazione online del contratto di locazione mediante l’applicazione “RLI web”: in questo modo si potrà registrare il contratto in modo celere, versando direttamente l’imposta di registro e l’imposta di bollo. Questa procedura snellisce di molto l’operazione stessa, in quanto si evita la fila al CAF o presso l’Agenzia delle Entrate. Ovviamente ci si augura che tutto vada per il meglio e che né l’inquilino né il locatore abbiano motivo di incorrere in un conflitto: per una tutela di entrambe le parti, però, è estremamente importante che ogni clausola, specialmente in merito alla disdetta del contratto e al preavviso minimo da parte sia dell’inquilino sia del proprietario di casa, sia indicata in maniera dettagliata senza lasciare spazio alle interpretazioni.

Curon: la recensione della serie italiana prodotta da Netflix

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Il 10 giugno è uscita la serie Curon prodotta da Netflix. Trama e commento della fiction ambientata nel comune del Trentino-Alto Adige.

La location di Curon Venosta

Curon Venosta è un piccolo comune del Trentino-Alto Adige, celebre per il lago artificiale inaugurato nel 1949, il quale ha ricoperto l’antico paese, facendolo scomparire del tutto eccezion fatta per il campanile ancora visibile. In questo piccolo centro montano unico nel suo genere è ambientata l’omonima serie Curon prodotta da Netflix e rilasciata lo scorso 10 giugno.

La trama di Curon

La fiction vede protagonista Anna, interpretata da Valeria Bilello, la quale torna nel paese natio, dopo 17 anni di assenza, insieme ai suoi figli gemelli Mauro e Daria, ruoli ricoperti rispettivamente da Federico Russo e Margherita Morchio.

Il trasferimento della famiglia da Milano a Curon non è però semplice, a causa dei problemi di ambientamento dei gemelli e dell’ostilità del padre di Anna, che la esorta ad andarsene via da quel luogo. La storia si trasforma quindi in un giallo che assume contorni fantasy, con un mix di mistero e angoscia che aleggia nel paese trentino.

Una serie deludente

Nonostante la serie sia stata molto pubblicizzata dalla piattaforma di streaming, il risultato finale è abbastanza deludente. Si mischiano infatti troppi elementi che hanno difficoltà a legarsi tra di loro, con il risultato che gli avvenimenti risultano poco comprensibili e molto confusi. Curon sembra avere l’ambizione di diventare uno dei prodotti più innovativi del panorama italiano e, per troppa ambizione, non riesce a dare al pubblico un prodotto godibile e interessante.

L’unico obiettivo che sembra aver raggiunto è stato quello di far conoscere il paese di Curon Venosta al pubblico italiano e internazionale, che ha scoperto un luogo sicuramente incantevole e molto particolare. Saranno quindi soddisfatti i commercianti del luogo che hanno visto crescere considerevolmente il turismo in questa località.

Molti utenti di Netflix pare abbiano apprezzato questo prodotto, tanto che attualmente Curon si attesta tra le 10 serie più viste del nostro paese, precisamente al numero 9.

Riccardo Lozzi

Garrone regista per la nuova collezione da favola di Dior

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Una delle mie cose preferite è quando un regista acclamato decide di sperimentarsi in altri ambiti. Successe tanti anni fa che Baz Luhrmann prestò la sua regia a Chanel e ai tetti di Parigi, girando un lungo spot con protagonista Nicole Kidman (ora nel cast di Bombshell). Fu bellissimo e aprì un po’ la strada alle collaborazioni successive.

Matteo Garrone per Dior

Serve a volte l’occhio di un regista per leggere le cifre stilistiche di una maison. Qualcuno che da fuori possa sognare liberamente e interpretare le suggestioni di un abito o di una collezione e magari rinnovarne l’immagine. Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, ha chiesto proprio questo a Garrone: un mini film per raccontare a modo suo la collezione Dior Haute Couture Autunno-Inverno 2020-2021.

L’ispirazione e la pandemia

Durante la seconda guerra mondiale, un gruppo di designer e stilisti creò degli abiti in miniatura, indossati da piccoli manichini, per dare vita a una mostra itinerante contenuta in un baule: il Théâtre  de la Mode. Fu un modo per raccogliere fondi e sopratutto per dire al mondo che l’arte, l’artigianalità, la bellezza e la moda non sarebbero mai morte.

In tempi di pandemia, lockdown, chiusura dei negozi, Maria Grazia Chiuri rispolvera il baule del Théâtre  de la Mode, in cui viaggiano mannequin in miniatura con i nuovi modelli proposti da Dior. Destinazione? Gli atelier e le clienti di tutto il mondo, che avranno a disposizione anche i cartamodelli per provarli nelle dimensioni giuste.

Il sogno e la realtà

Se la grandissima arte racchiusa nelle mani delle sarte e ricamatrici Dior è la realtà, l’emozione di un abito di alta sartoria è una favola.

Matteo Garrone, regista di film fiabeschi, visionari, poetici, e allo stesso tempo grande artigiano del cinema (come ha dimostrato in Pinocchio), era l’unica scelta possibile per raccontare il sogno.

Attraversando una ipotetica Arcadia, due valletti portano il baule contenente le miniature di abiti meravigliosi. Incontrano ninfe, fauni, Narciso che si specchia e la statua di Venere, nonché una meravigliosa sirena e una donna lumaca. Tutte queste creature, che vivono perfettamente felici e appagate, non rinunciano ad ordinare ai due couturier degli abiti Dior.

Perché l’abito non è una maschera, non è consumismo, non corrompe l’immagine o l’anima di chi lo desidera e lo indossa. L’abito è stato e sempre sarà l’esigenza della rappresentazione della nostra anima e della nostra personalità. L’espressione materiale -e visibile al mondo-dell’intangibile che accade dentro di noi.

Anche se vivi in Arcadia.

Micaela Paciotti

Elisa di Rivombrosa torna in tv. Ma è un buon modello femminile?

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Torna su canale 5, ogni sabato alle 14, la storia di Elisa di Rivombrosa.

Come recepire le repliche di Elisa di Rivombrosa nel 2020? Il dubbio

Era il 2003 quando Vittoria Puccini e Alessandro Preziosi portavano sul piccolo schermo l’amore tra una serva virtuosa e un conte viziato, il tutto incorniciato da una congiura contro il Re nel Piemonte di fine Settecento.

Avevo 15 anni quando mi appassionavo, episodio dopo episodio, alla storia di Elisa di Rivombrosa su Canale 5, ma devo ammettere che il personaggio femminile non mi è mai piaciuto particolarmente. Oggi, col doppio degli anni, non posso non chiedermi di che tipo di personaggio stiamo parlando. Patrizia Violi, giornalista e autrice del saggio “Breve storia della letteratura rosa” mi risponde confermando quello che pensavo:

L’amore fra la bellissima Elisa e Fabrizio è coinvolgente e romantico. Perfetta love story estiva d’altri tempi. Attenzione però perché il canovaccio della vicenda, che arriva da lontanissimo, evoluzione della storia di Cenerentola che ha ispirato Pamela o La virtù premiata di Samuel Richardson (pubblicato nel lontano 1740) propone sempre la figura femminile come sottomessa. Alla faccia delle pari opportunità: Elisa è povera e servizievole, mentre Fabrizio è ricco e nobile. Ai tempi, per le donne il matrimonio era la massima ambizione e quindi bisognava giocarsela bene per farsi sposare, oggi fortunatamente non è più così. Quindi continuiamo a sospirare davanti al replay su Canale 5, ma non prendiamo Elisa come modello femminile vincente.”

Effettivamente, rivedendo qualche episodio di Elisa di Rivombrosa in tv in questi giorni, non posso che confermarlo. Nella seconda puntata, ad esempio, dopo che il conte ha provato a violentarla da ubriaco e le ha dato pure un bel ceffone, Elisa riesce ancora a provare attrazione per lui, e lo bacia durante un temporale nel bosco.

Elisa di Rivombrosa porta in tv la donna crocerossina

Proprio il saggio “Breve storia della letteratura rosa” mi induce quindi a riflettere in modo più approfondito sugli stereotipi che ho già visto e rivisto, ma che forse non ho riconosciuto nei film moderni come Twilight o Cinquanta sfumature. Il modello è lo stesso di Belle della Disney, insomma: la donna che cambia il mostro. Però Belle mostrava segni di intelletto un po’ più raffinato, devo ammetterlo.

C’era una volta la ragazza intrigata dal “mostro”, quella che lo cambia con la forza del suo amore. E il “mostro” diventa principe, e la sposa. Lieto fine. Si chiuda il sipario!

Il problema è il messaggio, perché questo antico plot narrativo non fa che ricordarmi l’inizio di tante violenze di genere, storie vere, finite sulla cronaca nera.

Come la chiacchieratissima intervista di Franca Leosini a Sonia Bracciale. Quando l’intervistatrice le chiede perché non ha mollato il marito (che l’ha mandata anche in ospedale più volte), l’intervistata risponde “Speravo che si calmasse” […] Perché lo amavo, sembra paradossale, avrei dato anche la mia vita per lui, nonostante le mie cicatrici interne ed esterne, avrei cercato di aiutarlo per l’ennesima volta.”. Come si fa ad amare un uomo così, controbatte Leosini e Sonia risponde: “Sonia, se esci fuori da quella porta sei una donna morta”.

E allora qui c’è un problema semantico che concerne la parola “amore”, direi. E chi ce l’ha insegnata questa confusione? Chiediamocelo.

In Elisa di Rivombrosa il cast include anche altre donne però

Pensiamo ad esempio a Lucrezia, la femme fatale, infida e falsa. Un altro stereotipo insomma. Le donne del mondo di Rivombrosa sono virtuose come Elisa, o sono pie come Anna (anche lei maltrattata dal marito) o sono donne molto pericolose. Uno specchio molto interessante di come il femminino sia stato osservato e raccontato prima che la questione di genere arrivasse anche in Italia. Vi ricorda qualcosa il contrasto Penelope – Circe, quello – peraltro errato – della sposa e della prostituta? Non manca ovviamente il ruolo della sacerdotessa, l’unico ruolo femminile riconosciuto nella società antica, poi “evolutosi” in quello della suora. E non manca nemmeno nella serie tv di cui parliamo: vi ricordate di Margherita?

Stereotipi. Nulla di nuovo nel raccontare società che non davano spazio alle donne, ma che anche da copione non profilano personaggi femminili di un certo calibro. Tuttavia, le cose stanno cambiando, e come cambiano le protagoniste della Disney, si evolvono anche quelle sul piccolo e sul grande schermo.

E forse, ad oggi, Elisa di Rivombrosa sarà vista (dal vecchio e dal nuovo pubblico) con altri occhi.

Una serie tv di questo tipo, se fosse uscita negli anni Venti del Duemila, probabilmente non avrebbe avuto così tanto successo. Oggi si cercano dei role models femminili svincolati dal rapporto di coppia, si cercano delle eroine, anche e soprattutto nelle società in cui non era loro concesso di “manifestarsi”.

Elisa è… figlia del suo tempo o forse solo di un filone molto fortunato: quello “rosa”, appunto, che sembra non avere limiti temporali in fatto di gradimento!

La raccomandazione, quindi, è di guardare questa serie con leggerezza, lasciandosi vincere da una bella storia d’amore tra un sospiro e l’altro, come suggerisce anche Patrizia Violi. Nulla di più.

Dove guardare le repliche di Elisa di Rivombrosa? La risposta è semplice. Su canale 5 o in streaming su Mediaset Play, dove troverete già tutte le puntate.

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera» 

Letteratura Rosa: secondo un saggio è analgesica

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Premessa. Non ho mai letto un romanzo rosa. O almeno… credevo. Chi può affermare con certezza di sapere cosa sia la letteratura rosa? Io non potevo farlo prima di leggere il saggio di cui vi sto per parlare.

Sicuramente, però, sin da piccola ho visto moltissimi Harmony girare per casa o nelle edicole: e chi non ne ha visti? A mia discolpa posso aggiungere anche di amare moltissimo il colore rosa.

E proprio questo colore mi ha attirato verso il libro di Graphe.it, “Breve storia della Letteratura rosa“, appunto, che ha una copertina tutta rosa.

Il breve saggio, piacevolissimo da leggere, ma soprattutto davvero interessante, è firmato da Patrizia Violi, e mi conquista subito:

Il rosa piace perché è analgesico: rassicura, perché semplifica la realtà, fa sognare e sperare che i problemi alla fine si aggiusteranno.

Ed è proprio così, visto che nel mondo si vendono due romanzi rosa al secondo. L’amore vende, l’amore non conosce crisi.

In poche pagine (versione ebook una sessantina) vengo immersa in una storia a me sconosciuta, che mi racconta le origini del romanzo rosa, mi riconduce alla Pamela di Richardson e mi fa approdare ad una serie tv (che ho amato), Elisa di Rivombrosa. Ripercorro la storia del genere rosa dall’Ottocento ad Anna Todd e Felicia Kingsley: scopro topoi letterari, strutture narrative di successo, evoluzioni del genere, leggo nomi di scrittrici come Carolina Invernizio, di cui ho potuto apprezzare la scrittura nella silloge “Donne allo Specchio” e di cui si parla davvero troppo poco.

Non mancano nel testo degli interessanti spunti sulla questione di genere e sul ruolo della donna in questo tipo di romanzi: innamorata sì, magari un po’ inetta…ma mica scema. Alla fine riesce sempre ad arrivare dove vuole, ovvero al lieto fine coronato dalle nozze. Incluse Bella Swan di Twilight e Anastasia di Cinquanta Sfumature.

Quindi il romanzo rosa è un testo da leggere assolutamente?

Forse sì, perché il rosa conforta davvero: come conforta le lettrici di tutto il mondo, ancora oggi, sapere che ci sono storie d’amore che nascono, affrontano delle avversità e poi finiscono bene.

Un happy ending, ogni tanto, non guasta. E su questo siamo tutti d’accordo.

Eppure questo genere letterario è stato spesso considerato di serie B, o peggio, si è ipotizzato che i romanzi rosa fossero solo per ragazze, “cose da donne”. Mi ha fatto piacere appurare il fatto che esistono anche scrittori che si occupano di questo filone letterario. Timidamente si approcciano all’universo rosa e sono felici che la loro scrittura sia definita “da donne”.

In queste poche righe ho trovato un piccolo passo avanti nel cammino verso la parità di genere, visto che, in passato, alcune scrittrici che si occuparono di tematiche epiche furono definite “virili”, e naturalmente l’epiteto non fu percepito positivamente dalle femministe, poiché suggeriva l’idea che esistessero mestieri per uomini e mestieri per donne, tematiche per uomini e tematiche per donne.

Oggi, invece, vi è un lento intreccio, una fusione di ruoli volta al superamento di alcuni paletti mentali che per secoli hanno caratterizzato l’immaginario comune.

Quindi il romanzo rosa è solo per ragazze?

Ne dubito: i romanzi rosa sono cercatissimi su Amazon, in pdf, come download gratis, in tutte le salse possibili. Si tratta di un genere nato in un certo modo, che poi si è sviluppato nel corso degli anni e si è saputo adattare, attecchendo un po’ ovunque. Quindi, che dire? Serie B oppure no, il genere piace a molti, nei secoli dei secoli. Amen?

Alessia Pizzi

Foto (modificata), base di Perfecto CapucinePexels

I diamanti sono davvero i migliori amici delle donne?

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Secondo Marilyn Monroe nel film “Gli uomini preferiscono le bionde” sì, tuttavia la psicologia ci suggerisce diversamente. Lo so, siete tutti sconvolti a questo punto, ma lasciate che vi spieghi qual è il regalo migliore per lei.

Non sempre un regalo lussuoso per lei… è una buona idea.

A questa conclusione sono arrivati il Professor Ding e i suoi colleghi (2020) nel loro studio pubblicato sul prestigioso Journal of Experimental Social Psychology. Lo studio si è basato sulle risposte di circa 120 donne eterosessuali impegnate in una relazione.
Ebbene ciò che emerge dallo studio è che l’apprezzamento di un regalo da parte di una donna (eterosessuale) dipende (anche) dallo stadio in cui la relazione si trova. Se tu, uomo, stai frugando nella tasca alla ricerca spasmodica del costosissimo anello di diamanti che avevi preso per la tua lei chiediti: la tua relazione è appena nata o è una relazione già da tempo avviata?
Nel primo caso, la probabilità di far breccia nel suo cuore sono…come dire, più basse.

Quindi che fare? Qual è il regalo giusto per lei per Natale, compleanno, anniversario, San Valentino e tutte le occasioni possibili e immaginabili?

Se da un lato i regali testimoniano la “buona volontà” di chi li fa, è anche vero che fanno sentire in “debito” chi li riceve. È ciò che prende il nome di reciprocità diretta e che in maniera molto tagliente viene spiegata dal personaggio di Sheldon Cooper nella sua teoria sui regali di compleanno (Serie 1 Episodio 16 di The Big Bang Theory).

Se il “debito” non è ricambiato, perché ad esempio non si è nella posizione di farlo, allora si può venire a formare un’asimmetria di potere ed è proprio questo aspetto che sembra preoccupare le donne impegnate in una nuova relazione quando si trovano davanti un regalo lussuoso. In tal caso il “debito sociale”, appare molto grande e altrettanto lo spostamento potenziale dell’equilibrio di potere all’interno della coppia appena nata.
Secondo Ding e colleghi (2020) in una relazione invece più stabile, in cui anche gli equilibri sono più sedimentati, un regalo lussuoso può invece essere interpretato come un atto di dedizione verso la relazione. A questo punto il regalo lussuoso non è più potenzialmente dannoso, ma non è comunque il miglior regalo, intendendo per migliore quello che ha un rapporto costi-benefici più favorevole. So che sto per tirarmi addosso l’ira di molte donne in questo momento, così come dell’intramontabile Marilyn Monroe.
In una relazione stabile e matura l’apprezzamento delle donne davanti ad un regalo lussuoso o uno generico in media non è statisticamente diverso. In termini puramente economici paghereste di più per ottenere il medesimo effetto? Ai posteri l’ardua sentenza, ovviamente i posteri di chi li avrà.

A proposito di posteri, spero non vi siate persi l’appuntamento precedente con la rubrica #PsicoPillole. Perché se volete avere posteri, fate almeno che siano felici e in salute.

Fonti:

Ding, W., Pandelaere, M., Slabbinck, H., & Sprott, D. E. (2020). Conspicuous gifting: When and why women (do not) appreciate men’s romantic luxury gifts. Journal of Experimental Social Psychology, 87, 103945.

Fuori Posto è il museo online di storie differenti

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Anche Fuori Posto è diventato un museo online, virtuale. A causa del Covid-19, anche il Festival di Teatri al Limite si è convertito al digitale nella sua VIII edizione.

O forse è meglio dire, “grazie al COVID-19″.

Se questa quarantena ha creato enormi disagi a milioni di persone, attività e società, ha sicuramente permesso a molte persone di creare qualcosa di nuovo nel loro percorso.

L’associazione culturale Fuori Contesto ha deciso di far diventare il Festival Fuori Posto un museo online, in cui raccogliere tutte le storie che avrebbero raccontato nell’edizione 2020 a Marzo. Esattamente come hanno fatto tanti grandi musei nel mondo e alcuni eventi che sono approdati su internet per essere raggiungibili da tutti, rimanendo a casa.

L’idea ha permesso al Festival di innovarsi e, approdando su internet, di arrivare ad un numero di persone decisamente maggiore.

L’obiettivo di Fuori Posto – Festival di Teatri al Limite è di divulgare le storie raccolte dalle interviste per una ricerca svolta nelle realtà vicine al mondo delle disabilità del I Municipio di Roma.

Il sito in cui è possibile vedere le opere realizzate realizzate con nuove tecnologie, con cui conosciamo queste storie, prevede tre percorsi differenti. Il primo con la lingua dei segni e sottotitoli, il secondo con audiodescrizione per persone cieche o ipovedenti, e il terzo con la navigazione facilitata per persone cieche o ipovedenti.

Un sito-museo online su misura per persone disabili e non, che racconta le realtà disabili che sono quasi sempre poco rappresentate.

Ho voluto provare tutte e tre le modalità di navigazione, per capire cosa cambiasse per ciascuna funzione. Ovviamente nei limiti in cui una persona abile possa cercare di immedesimarsi in chi necessiti di queste funzioni tecnologiche, per una navigazione facilitata. Mi è sembrato (sempre nei limiti di cui sopra) che queste funzioni siano state ben elaborate! Personalmente, se siete persone abili, consiglio di provare l’esperienza con il primo e il secondo percorso.

In questa edizione sono state raccolte 19 storie, di cui due durante la quarantena, che meritano di essere viste o ascoltate tutte, ma proprio tutte. Non ce n’è una che non faccia riflettere, e altre invece ti fanno anche commuovere! 

Il museo online di Fuori Posto è sicuramente un museo, un festival, diverso da molti altri, eppure è proprio uno dei più importanti. Proprio perché è diverso, proprio perché narra la diversità di cui è composto il mondo!

Abbiamo bisogno di diversità, abbiamo bisogno di elaborare ed incorporare nella nostra visione il diverso.

In questo modo potremo abbattere tanti stigmi, paure e l’imbarazzo che queste creano. 

Il museo online Fuori Posto deve la sua esistenza alla tenacia delle stesse persone che hanno contribuito a farlo esistere fuori da internet, con o senza Coronavirus.

Il minimo che tutti possiamo fare, per ringraziare tutte le persone che hanno creato questo spazio e queste opere, è visitarlo

Le mie opere preferite sono state Dario chi?, Paperelle e Corona Cirus, ma tutte valgono la pena di essere viste o ascoltate.

P.s. se qualche persona con disabilità si sentisse offesa dal modo di espormi e di trattare il tema, la pregherei di riportare il suo feedback nei commenti in basso, al fine di permettere me e le persone che leggeranno questo articolo di crescere e imparare su un tema poco discusso.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Ufficio stampa Festival Fuori Posto

Addio a Ennio Morricone, l’ultima nota del Grande Cinema

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Oggi si sta in silenzio, poiché la Musica piange la morte di Ennio Morricone.

Il suo nome non ha bisogno di molte presentazioni. Chiunque, anche i meno esperti, sapevano chi fosse il Maestro. Classe 1928, riservato e umile ai limiti del silenzio, Ennio Morricone è stato, insieme a Nino Rota, tra i compositori italiani più attivi per il mondo del Cinema.

La sua carriera infatti, legata al mondo del bianco lenzuolo, inizia nel 1961, dirigendo le musiche del film di Luciano Salce Il federale, con Ugo Tognazzi. Oltre lui, seguirà anche registi come Luigi Comencini, Elio Petri, Liliana Cavani, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Sergio Corbucci, i fratelli Taviani; fino a giungere a Brian de Palma, Dario Argento e Carlo Verdone.

Le grandi collaborazioni però rimangono quelle con 3 registi: Sergio Leone, Giuseppe Tornatore e Quentin Tarantino.

Sergio Leone (che fu suo compagni di classe alle elementari) lo porta del mondo di Hollywood. Saranno le sue musiche a dare sempre quel tocco di suspense, quel sospeso, quell’attesa e quell’atmosfera di caldo e silenzio alle pellicole del regista romano. Morricone dirigerà le colonne sonore di suoi film, come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e (forse il più celebre) C’era una volta in America.

Giuseppe Tornatore, invece, affida a Ennio Morricone le colonne sonore di quasi tutti i suoi film , fatta eccezione de Il camorrista.

Sue le note che seguono le vicende della pellicola premio Oscar Nuovo Cinema Paradiso. La malinconia negli occhi di Jacques Perrin nel finale, nella scena che abbraccia Amore e Cinema, viene accompagnata da un’aria leggera e dolce, capace di darci un messaggio di passato, come di risate e lacrime trascorse; ma, al tempo stesso, che ci fanno dire: “Comunque è andata bene…”

Grande collaborazione poi con Tarantino, poiché, con il suo The Hateful Eight, Ennio Morricone ha vinto l’Oscar nel 2016. Non fu però l’unico riconoscimento del Maestro.

Prima della morte, infatti, Ennio Morricone ha vinto prestigiosi premi.

Primo fra tutti, oltre all’Oscar alla Carriera, il Polar Music Prize nel 2010, che altri non è che il “premio Nobel” del mondo musicale. 3 Lauree Honoris Causa, 10 David di Donatello e altrettanti Nastri d’Argenti; 3 Golden Globe. E poi cittadinanze onorarie e premi alla cultura e alla musica in vari festival del mondo.

La sua arte, però, non si fermava al cinema. Oltre a composizioni per fiati, orchestre e voci; Ennio Morricone ha avuto anche non poche esperienze negli arrangiamenti di canzoni molto in voga negli anni ’60 e poi diventate dei “cult”. Per citarne alcune: Se telefonando cantata da Mina, Sapore di sale di Gino Paoli e Abbronzatissima di Edoardo Vianello.

Un uomo, però, molto umile e riservato, malgrado la sua notorietà mondiale. Nel suo testamento, infatti, ha richiesto funerali privati poiché…non voleva disturbare.

La morte di Ennio Morricone lascia un gran vuoto, non solo perché il mondo ha perso un grande esperto nel suo settore; ma perché sentiremo meno quella Musica coinvolgente, delicata, passionale; quell’antica illusione secondo cui, ogni tanto, le Muse veramente scelgano qualcuno che debba far loro da ambasciatore.

Francesco Fario

La playlist per ricordarlo

Immagine di Copertina: Gonzalo Tello, Commons.Wikimedia.org

American Beauty: l’esasperazione dell’apparenza narrata da Sam Mendes

È una gran cosa quando capisci che hai ancora la capacità di sorprenderti, ti chiedi cos’altro puoi fare che hai dimenticato.

Titolo originale: American Beauty
Regista: Sam Mendes
Sceneggiatura: Alan Ball
Cast Principale: Kevin Spacey, Annette Bening, Thora Birch, Wes Bentley, Mena Suvari, Chris Cooper, Peter Gallagher
Nazione: U.S.A.
Anno: 1999

Raccontare la pochezza dell’uomo non è di certo un’impresa facile, ma un film in particolare è riuscito alla perfezione nell’intento.

Il 15 settembre 1999 arriva American Beauty nei cinema statunitensi la pellicola di Sam Mendes, con Kevin Spacey nel ruolo di protagonista. Un film che sarebbe diventato uno dei cult del nuovo millennio e avrebbe segnato per sempre l’immaginario di molti cinefili.

Eletto capolavoro indiscusso del cinema contemporaneo, American Beauty ha ottenuto 5 Premi Oscar, 3 Golden Globes e 6 Bafta Awards, un’incetta di premi notevole per la pellicola scritta da Alan Ball, forse il successo più grande della sua intera carriera da sceneggiatore.

Di cosa parla American Beauty?

La trama ruota intorno a Lester Burnham che, da morto, racconta la sua vita di uomo di mezz’età frustrato e insoddisfatto, scrittore per un periodico dal quale sta per essere licenziato.

Sua moglie (Annette Bening) invece soffre di uno stato di frustrazione generato dal fatto che, in quanto agente immobiliare, non riesce a vendere nessun immobile.

La loro figlia Jane, invece, è un adolescente insoddisfatta della sua famiglia e con una bassa autostima. Durante un saggio scolastico di Jane, Lester si infatuerà di una compagna di scuola della figlia, Angela, che lo porterà a dare una svolta significativa alla sua vita. 

Per attirare le attenzioni della giovane ragazza, Lester genera un domino con tutti i personaggi della storia.

In American Beauty niente è come sembra.

Sam Mendes, all’epoca esordiente, ci racconta la follia della normalità contrapposta alla normalità della follia, due elementi che vanno a comporre un’opera corale, struggente e sconvolgente.

I protagonisti di American Beauty sono praticamente imprigionati in una realtà cinica, selettiva ed estremamente crudele, che riesce soltanto a farli sentire insicuri e pessimisti. Tutti loro si vedono costretti a cercare qualcosa di talmente importante e fondamentale che manca alla loro esistenza.

American Beauty è una satira sul concetto di bellezza del ceto medio americano rappresentato da tutti gli elementi necessari: l’amore paterno, la sessualità, la bellezza, il materialismo e il riscatto personale.

Un film che mostra uno spaccato fedele e reale della realtà americana degli ultimi anni ’90, quella generazione che si affacciava a un nuovo periodo storico, gli anni 2000.  Alan Ball e Sam Mendes lo fanno senza tanti fronzoli, immergendosi in maniera cruda ed estremamente semplice nella storia.

Una metodologia di narrazione così intima e, nello stesso tempo, distaccata che nel suo film d’esordio Sam Mendes realizza alla perfezione.

American Beauty si può classificare come commedia, perché ridiamo dell’assurdità dei problemi di Lester. Allo stesso tempo, però, è una tragedia perché possiamo identificarci con il suo fallimento, non nei dettagli specifici, ma nel contesto generale.

Un cast di altissimo livello per un film che resta nella memoria.

Kevin Spacey è il mattatore assoluto della pellicola e la sua interpretazione rievoca i fasti di film come I soliti sospetti e Se7en. Il suo Lester è umano, genuino nel fanciullesco risveglio, stralunato ma consapevole combattente del duemila.

La performance di Spacey, che gli è valsa un Oscar, è carismatica, divertente e ironica. Lester sembra avere una visione stanca, cupa all’inizio del film, che mostra respingendo la richiesta dei suoi capi che gli chiedono di scrivere un promemoria sul suo lavoro.  Ma quando poi Lester si sveglia, per così dire, la performance diventa ironica e quasi comica. Una prova di recitazione davvero notevole.

Magnifica anche Annette Bening, frustrata al limite della sopportazione, donna in carriera ipocrita, ma priva del cinismo maligno da cui si lascia tentare; demoniaco e struggente Chris Cooper, tormentati e penetranti Wes Bentley e Thora Birch, seducente e complessa Mena Suvari.

Il film di Sam Mendes fa riflettere, ancora oggi come 20 anni fa.

American Beauty fa ricordare a tutti che c’è molto di più nelle persone di quanto non sembri e che la vita va apprezzata, anche nelle più piccole cose.

Il modo più semplice per risvegliare gli animi, soprattutto al cinema, è arrivare dritto al punto con efficacia e lasciando gli spettatori con un sorriso, seppur amaro, sulle labbra. E American Beauty ci riesce egregiamente.

Ilaria Scognamiglio

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