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Dantedì in quarantena: ma torneremo a riveder le stelle

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Il 25 marzo 2020 si celebra per la prima volta il Dantedì, ossia una giornata interamente dedicata a Dante Alighieri.

A questa data si fa risalire l’inizio del suo viaggio ultraterreno nella Divina Commedia ed erano previsti per la ricorrenza numerosi eventi sul territorio nazionale. Purtroppo, la triste situazione che stiamo vivendo a causa della diffusione del Coronavirus ha determinato l’annullamento delle iniziative. Tuttavia è possibile spostare i festeggiamenti sulla rete; per questo, ad esempio, il Ministero dell’Istruzione invita tutta l’Italia a rispolverare l’opera dalla propria libreria e leggerne un brano a mezzogiorno del Dantedì.

Il Sommo Poeta costituisce il simbolo non soltanto della lingua e della letteratura italiana, ma proprio della nostra identità nazionale. Ricordarlo insieme potrà consolidare il senso di unione dell’intera comunità e aiutarci in questo momento difficile per tutti.

In questi giorni di quarantena si rievocano spesso memorie letterarie relative al Decameron di Boccaccio o ai Promessi Sposi di Manzoni. La ragione è più che ovvia: l’ingombrante e tragica presenza di un’epidemia di peste.

Ma cosa può insegnarci invece la Commedia di Dante Alighieri in questo periodo?

Il bello delle grandi opere d’arte, lo diciamo spesso, è il loro valore universale. Chiunque può leggervi qualcosa che lo riguarda e può trovarvi un sostegno in ogni situazione.

Il Coronavirus ha ormai raggiunto una diffusione mondiale, è una pandemia.

Ogni livello della politica, dell’economia e della società è coinvolto. Eppure non bisogna sottovalutare la dimensione più intima e personale dell’emergenza. Da oltre un mese, siamo discesi nella nostra personale selva oscura. Le nostre tre fiere sono ciò che più ci atterrisce: il timore del contagio, la paura di perdere il lavoro, la preoccupazione per i familiari… Il panico rischia di prendere il sopravvento ed è per questo che dobbiamo affidarci a Virgilio, ossia alla ragione.

La ragione deve essere una guida, in questo momento in cui la maggior parte di noi è privato degli affetti più cari, che spesso ci sembrano l’unica ancora a cui aggrapparci. Non dobbiamo cedere alla disperazione, dobbiamo invece agire nel modo più razionale possibile per la nostra salute e per quella di chi ci sta intorno. Dobbiamo rispettare le regole che ci vengono imposte e nel frattempo andare avanti, per quanto possibile, con le nostre esistenze.

Quando saremo sufficientemente pronti, Beatrice prenderà il posto di Virgilio. Potremo cioè essere aiutati dalla fede, che non deve essere per forza una fede medievale, religiosa, cristiana: ognuno può averne una propria. Piano piano si farà spazio la fiducia che come per Renzo e Lucia, come per l’allegra brigata boccaccesca, questo periodo oscuro finirà.

Dante ci insegna che non è affatto facile tornare a vedere la luce.

È un percorso faticoso e ricco di insidie lungo il quale, probabilmente, scopriremo anche chi sono i “dannati” del nostro tempo. Coloro che, per esempio, anche in questa situazione rimangono sempre (per dirla alla Petrarca stavolta) “al vil guadagno intesi”. Chi diffonde notizie false per il solo gusto di farlo, chi cerca di approfittare dei più deboli, chi vuole farne a tutti i costi una questione politica per screditare i suoi avversari.

Ma pensate che gioia, dopo aver risalito la china, ritrovarsi finalmente in cima! Il paradiso per noi sarà semplicemente tornare ad abbracciare i nostri cari, passeggiare per le vie della nostra città, persino andare a scuola.

Sappiamo che per arrivare a questo è necessario l’impegno di tutta la società e delle istituzioni; medici e infermieri sono costantemente a lavoro, i ricercatori sperimentano cure e vaccini, i governi introducono misure sempre più restrittive per cercare di ridurre il contagio del Covid 19. Eppure non sembra ancora abbastanza.

A cosa serve allora la letteratura? A cosa serve la Divina Commedia adesso?

A dare speranza. Le opere letterarie ci danno la consapevolezza di non essere soli, che qualcuno a distanza di secoli e a chilometri da noi ha provato lo stesso terribile smarrimento e lo ha superato. Tutto questo ci spinge a lottare, a non abbandonarci alla paura di fronte alle fiere, perché prima o poi, ce lo assicura Dante, torneremo a riveder le stelle (e non solo dai balconi di casa).

Inferno Dantesco, XXVI, interpretato da Francesco Fario

Francesca Papa

Podcast italiani interessanti: Mis(S)conosciute e la letteratura femminile

Un podcast interessante, tutto al femminile, inventato dalle Mis(S)conosciute che abbiamo avuto il piacere di intervistare.

Tre ragazze, tre amiche unite da una passione comune: la letteratura e le donne. Giulia Morelli, Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio sono tre amiche che, dopo un interessante corso di formazione sui podcast, hanno deciso di crearne uno tutto loro ovvero Mis(S)conosciute, parlando di un argomento che non sempre viene affrontato.

Il loro podcast, che al momento è online con tre puntate, racconta di scrittrici lette ma non troppo, appunto sconosciute o meglio conosciute da un pubblico di nicchia. Il loro obiettivo è, infatti, diffondere le idee di queste autrici e intellettuali a un pubblico più vasto, per rendere onore alle loro opere e all’importanza di ciò che hanno raccontato.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Giulia, Maria Lucia e Silvia ed ecco cosa ci hanno raccontato.

Poetesse famose dell’antichità, oggi dimenticate, tra pregiudizi e verità

Come avete pensato di creare un podcast? Da dove è nato tutto?

Siamo accanite ascoltatrici di podcast. Il mezzo ci incuriosiva molto, ci sembrava (e ci sembra tuttora) ancora poco esplorato, almeno in Italia. Quando poi è arrivato il momento di concretizzare – a febbraio del 2019 ci siamo iscritte a un workshop di podcast con Simone Pieranni presso il Centro di Giornalismo Permanente e già durante il primo incontro dovevamo decidere su cosa farlo, come strutturarlo – ci siamo dette: che cosa amiamo fare di più in assoluto? Leggere. Ecco.

Perché avete deciso di parlare di queste autrici semi sconosciute?

Delle autrici conosciute parlano voci ben più famose delle nostre. Volevamo dare al podcast un’impronta anche un po’ “divulgativa” e poi, diciamoci la verità: sempre a causa del corso dovevamo completare in fretta almeno due script, e per farlo ci siamo affidate a scrittrici che almeno per noi invece sono conosciutissime, perché ci abbiamo scritto sopra delle tesi di laurea (Silvia su Ahdaf Soueif, Giulia su Sarah Kane. Maria Lucia si è laureata sulle laude dugentesche ed era fuori tempo massimo).

Quanto è importante secondo voi la conoscenza delle loro teorie e opere?

Noi impieghiamo ere geologiche per scrivere una puntata perché – al di là delle incombenze lavorative e personali – abbiamo scelto di raccontare le autrici in uno stile che richiami quello in cui loro stesse scrivono, per cui dobbiamo praticamente “immergerci” nelle loro opere e nelle loro parole. Dopodiché, in senso più generale, pensiamo che le donne, anche nella storia della letteratura, siano rimaste sempre “un passo indietro”: raccontandole vorremmo far capire che nel Novecento non c’è stato un unico punto di vista.

Secondo voi quale sarà il futuro dei podcast in Italia?

In Italia riguardo al podcasting le idee sono molto confuse. C’è un buon margine di miglioramento. Ovviamente è in crescita perché è un format snello, non necessita di grandi finanziamenti né di grandi mezzi di produzione – con un buon microfono e qualche accorgimento si può registrare nell’armadio di casa, come d’altra parte facciamo noi – e anche la sua fruizione è più semplice, anche solo perché bastano meno gigabyte sul cellulare!

Qual è il futuro del vostro progetto? Che obiettivi vi siete poste?

Già riuscire a non abbandonarlo sarebbe un grandissimo successo! Scherzi a parte, purtroppo è una cosa che facciamo con grandissima passione, ma nei ritagli di tempo. Vogliamo cercare di fare un buon prodotto, magari riuscendo a migliorarlo un po’ ogni volta. Ma non ci arrenderemo: le autrici da raccontare sono tantissime, è un format potenzialmente eterno!

Se vi è venuta voglia di ascoltare il loro podcast, seguite le Mis(S)conosciute su Instagram e Facebook per restare sempre aggiornati.

Ilaria Scognamiglio

La web story sui Podcast

Il Buco: il film su Netflix per vedere la quarantena con altri occhi

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Sicuramente è un momento particolare per parlare di “distopia”. La pandemia ci ha chiusi in casa: parte di quello che poteva sembrarci surreale è diventato la nostra quotidianità.

Anche sui social network stanno girando immagini con l’hashtag #apocalypseoutfit, che mettono a confronto look da guerrieri contro il nostro look attuale: il pigiama. E anche questo, come il Coronavirus, proprio non ce l’aspettavamo, eh?

Questa premessa, forse un po’ sibillina per ora, è legata alla trama de “Il buco”, film diretto dal regista Galder Gaztelu-Urrutia e approdato su Netflix nella seconda metà di Marzo.

Il nostro errore, insomma, forse sta nella percezione dell’apocalisse: siamo abituati a Milla Jovovich che si scontra contro orde di zombie, ma nella realtà la sopravvivenza è legata a dinamiche differenti: come un virus, nel nostro caso attuale, che va sconfitto insieme…restando a distanza (e in pigiama).

“L’unione fa la forza” è un po’ anche il messaggio che si cela dietro Il buco, una sorta di prigione costruita in verticale, imbuto dantesco, dove l’empatia diventa l’unica chiave di volta.

Ecco dunque che un film dalle immagini forti, dove si lotta per la sopravvivenza a livello basilare, diventa un’allegoria della vita, della società, del pianeta in sé.

Diventa anche una denuncia, se vogliamo, della “normalità” e del benessere che abbiamo dato per scontato e che forse in questi giorni stiamo rivalutando. Ecco quindi perché Il Buco è un film che andrebbe visto proprio in questi giorni di quarantena: giorni in cui si riscoprono le proprie debolezze, quelle che il tran tran cela in modo infido, ma che riemergono col lento scorrere di un tempo nuovo, di un ritmo differente. Fatto di riflessioni sui noi stessi, sul nostro stile di vita, sulle nostre priorità.

Il Buco non sarà un film da Oscar, ma tiene incollati allo schermo dall’inizio alla fine: ha una trama originale e forse, in questo momento, conta più il messaggio che il finale.

Alessia Pizzi

Il Trailer de Il Buco

Vuoi scoprire quali serie tv e film vedere su Netflix in questi mesi?

“Un tram che si chiama desiderio”: un dramma ancora tremendamente attuale

“Un tram che si chiama desiderio”, con Mariangela D’Abbraccio e Daniele Pecci, ha debuttato il 3 marzo al Teatro Quirino di Roma.

Purtroppo, però, anche questo bellissimo adattamento di “Un tram che si chiama desiderio” si è dovuto fermare al capolinea prima del previsto, a causa delle restrizioni adottate per prevenire il contagio da Coronavirus.

Il Teatro Quirino, infatti, ha deciso di chiudere, in ottemperanza al D.P.C.M. DEL 4.3.2020, fino al 3 aprile. Le repliche dello spettacolo saranno, quindi, recuperate dal 1° all’11 ottobre prossimo.

E noi vi consigliamo di segnarvi queste date, perché “Un tram che si chiama desiderio”, nell’adattamento di Pier Luigi Pizzi, che ne cura anche la regia, è un’esperienza da non perdere.

Il dramma di Tennessee Williams è sicuramente molto conosciuto, almeno di nome. La leggenda vuole che il drammaturgo, allora studente, fosse proprio su un tram quando gli venne l’idea della pièce.

Ambientato a New Orleans negli anni ’40, racconta la storia di Blanche (Mariangela D’Abbraccio). Perduta la casa di famiglia, pignorata dai creditori, va a trovare la sorella Stella (Angela Ciaburri). Blanche è alcolizzata, in preda ad una crisi di nervi e fortemente segnata dalla morte prematura del marito omosessuale. Entra subito in conflitto con Stanley (Daniele Pecci), il marito polacco di Stella. È un uomo volgare, che si rivelerà presto anche violento.

Un tram che si chiama desiderio
Daniele Pecci e Mariangela D’Abbraccio in “Un tram che si chiama desiderio”

Con “Un tram che si chiama desiderio” Williams mise l’America davanti alle sue ipocrisie e ai suoi pregiudizi rispetto all’omosessualità, al sesso, al disagio mentale, alla libertà sessuale femminile. Ma se questi erano i temi che più facevano scalpore nel 1947 in cui è stato scritto, oggi questo dramma, con questo adattamento, continua ad essere moderno. Infatti, basta spostare l’attenzione sulla violenza domestica contro le donne per sentirsi nel pieno dell’attualità.

Quella tra Blanche, Stella e Stanley è una strana triangolazione.

Il forte legame tra due sorelle non sfugge alla classica rivalità sottesa tra loro e al confronto continuo sullo spazio dell’amore nelle loro vite.

C’è l’incontro/scontro tra l’uomo violento e la donna malata di mente, che tuttavia è lucida nel riconoscere la violenza, molto più della donna vittima la quale, pur essendo apparentemente “sana”, la confonde con il rovescio della medaglia dell’amore. Anche se Blanche è mentalmente fragile, riesce a vedere la realtà più lucidamente di quanto non faccia Stella. Quest’ultima, infatti, accetta e perdona la violenza che subisce dal marito. La considera parte inevitabile del rapporto uomo-donna, quasi lo scotto da pagare per avere un uomo.

L’adattamento di “Un tram che si chiama desiderio” che ha debuttato al Teatro Quirino ha reso giustizia al dramma di Tennessee Williams.

Una scenografia grigia e funzionale, anch’essa curata da Pier Luigi Pizzi, accoglie lo spettatore, mettendo in evidenza soprattutto la presenza scenica degli attori.

All’inizio, però, sembra quasi che questi ultimi, pur bravissimi, stiano “facendo il compitino”. Sembra mancare un po’ di tensione drammatica. Delle battute schiette, dirette e primitive di Stanley, il pubblico sembra cogliere più la crudele ironia che la violenza psicologica. Forse c’è qualche timida risata di troppo. La responsabilità parzialmente è da attribuire all’interprete, Daniele Pecci, non proprio convincente.

Mariangela D’Abbraccio, invece, è semplicemente perfetta, completamente calata nel personaggio, in ogni gesto, seppure minimo, in ogni sguardo, in ogni parola.

Noi che l’avevamo già ammirata in “Filumena Marturano”, sempre al Teatro Quirino, abbiamo potuto confrontare le due interpretazioni, a conferma del talento e della tecnica straordinari dell’attrice. Due personaggi diversissimi tra loro, in cui D’Abbraccio si è immersa diventando, rispettivamente, prima Filumena e poi Blanche. Si è messa a servizio del personaggio di Blanche con rispetto, senza caricature.

Un plauso lo merita sicuramente anche Angela Ciaburri, che ha recitato Stella in modo credibile, rendendone la semplicità e la verità dei suoi sentimenti, sia per il marito che per la sorella. Altro grande plauso va a Stefano Scandaletti, nel ruolo di Mitch: tormento e voglia di vivere si mischiano in un profondo abbraccio, che gli occhi dell’attore ci ricordano con estrema semplicità.

D’altronde, uno degli scambi più dolci del dramma è proprio tra Mitch e Blanche. “Dal dolore nasce la sincerità”, dice Blanche. Quel poco di verità che c’è nel mondo c’è perché esiste il dolore. Per questo le piacciono le persone che hanno sofferto: perché sono sincere. Un dialogo dolce in mezzo ad una violenza tragica e al dramma della malattia dimostra la grandezza di questo spettacolo.

Francesco Fario e Stefania Fiducia

“Il segreto di Marie-Belle”: il nuovo romanzo di Silvio Raffo

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Questo è un libro che parte da un ricordo, il ricordo di un racconto. Il racconto è quello della signora Aurelia – una adorabile vecchietta – allo scrittore. Le memorie a cui il libro si ispira fanno parte della vita della signora, indelebilmente legate alla sua esperienza di tutrice di una ragazza francese, la cui figura è riflessa nella storia nel personaggio di Marie-Belle. Il segreto di Marie-Belle, edito Elliot, è l’ultima pubblicazione di Silvio Raffo.

Si tratta di un libro che si può definire cinematografico. Procede a scatti fotografici e a inquadrature. Una strizzata di occhi per mettere a fuoco un particolare nella memoria confusa, un panorama distante e primissimi piani che tornano. Il libro è il racconto in prima persona di una Aurelia vecchia e stanca che si affanna nel tornare indietro con la memoria per ordinare i fili di una storia misteriosa e confusa: la storia di Marie-Belle e la sua stessa storia.

Il diario di un’ombra

Aurelia si sente una spettatrice di vite altrui, un’ombra la cui figura si proietta lunga sulle immagini che appaino tra le pagine. Il lettore segue i ricordi di Aurelia, così come le riaffiorano alla mente, non in ordine cronologico. È così che conosce la bambina Marie-Belle, la sua gelida madre, un padre assente, la servitù della casa dove andrà a lavorare la stessa Aurelia. E sempre seguendo i confusi ricordi di Aurelia, il lettore subito conosce anche una Marie-Belle già donna, attrice ma dalla salute instabile e presto anche depressa, poi ormai vecchia.

Il lettore apprende dell’amore e del legame indissolubile che lega Marie-Belle alla sua Aurelia, tata, tutrice, educatrice ed amica. I ricordi spesso si focalizzano su dettagli irrisori (un pacchetto di sigarette) o su sentimenti forti (un improvviso spavento). Già dopo poche pagine, comunque, si viene messi di fronte a un macabro evento: una morte… a cui troppo presto ne seguiranno altre.

Silvio Raffo: “la vita è fatta di incontri”

Gli eventi inquietanti si mescolano alla vita quotidiana e alle relazioni umane. “La vita è fatta di incontri,” dice Silvio Raffo cercando di parlare del suo romanzo. “Sono gli incontri le cose veramente importanti che ci accadono, che talvolta ci sconvolgono e che ci portano dove siamo”. Ma quale incontro segna poi davvero la nostra vita? E come scegliamo (o se possiamo scegliere) di legare a noi l’altro è quello che, tra le righe, indaga “Il segreto di Marie-Belle”.

La contro copertina del libro definisce il romanzo un “noir, ma la verità è che la storia, talvolta narrazione ordinata, talvolta flusso di coscienza, non è classificabile in un genere preciso. Può deliziare allo stesso modo gli amanti dei gialli, dei romanzi psicologici e chiunque sia affascinato dalle anime inquiete che popolano il mondo. Quelle anime che sono tra le pagine de “Il segreto di Marie-Belle”, che per le loro peculiarità lasciano nella memoria una immagine fissa, proprio come una inquadratura che va in lenta dissolvenza nel nero.

Cristiana F Toscano

Le Coronavirus Challenge in voga: mettiamo in quarantena la solitudine!

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Challenge e hashtag sono il supporto dei social network ai tempi del Covid-19. Spesso demonizzati, sono diventati i nostri alleati nella lotta contro la solitudine.  

Il Coronavirus sta diventando un occasione per i social network (Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok…) di rivendicare la loro natura.  Piattaforme che accorciano le distanze e rompono il circolo vizioso della solitudine.  

Social network e Coronavirus: da strumento di desatellizzazione ad ancora di salvezza

Quante volte ci siamo sentiti dire “basta con questi social!”? Tantissime. Ed ora, quel che un tempo era un nemico è diventato un nostro alleato. Un amico digitale dove grazie alla creatività di numerosi users, soprattutto millennials, sono state lanciate numerose iniziative per combattere la solitudine in quarantena.

E se fuori c’è chi combatte il Covid-19, noi li aiutiamo da casa rivoluzionando la socialità come meglio si può: videochiamate, aperitivi, pranzi e cene virtuali, challenge, giochi in condivisione. Insomma, nonostante l’hashtag #iorestoacasa riusciamo a sentirci vicini alle persone che amiamo.

Challenge mania sui social: la solitudine si combatte a suon di sfide 

Le challenge sono sempre state “roba da giovani”. Tutto vero fino ad oggi, quando sfidarsi ai tempi del Coronavirus diventa il diversivo per staccare la mente dai troppi pensieri, abbandonare le paure e divertirsi tra una challenge e un’altra.

La challenge mania sta saltando di social network in social network. Ce ne sono di ogni tipo e per ogni gusto e coinvolgono piccoli e grandi indistintamente.  

E allora scopriamo quali sono queste challenge e hashtag. 

Per gli appassionati di arte, cultura e viaggi non mancano le challenge e gli hashtag

#CoronaChallenge, è la sfida lanciata dal nostro blog. Artisti, appasionati di cultura sono tutti invitati a condividere la loro arte e passione inviandoci i loro video e poi taggandoci e inserendo l’hashtag #CoronaChallenge.

#Torneremoaviaggiare, si condivide una foto di un viaggio o una story che riporta indietro a quando potevamo viaggiare. Un messaggio di speranza, per sognare ad occhi aperti la nostra prossima meta.

#Iorestoaleggere, è l’hashtag in cui si invita a condividere un video nel quale si legge un passaggio del proprio libro preferito.

Immancabili sono le challenge divertenti

#Beardchallenge, ci si sfida a non tagliarsi la barba per tutto il periodo della quarantena.

#DisegnatestessoChallenge, si invita a disegnare se stessi e a condividere la storia.

#CartonianimatiChallenge, sarà possibile condividere sul proprio profilo o quella del proprio cartone animato preferito un video.  

#AlcolChallenge, si invita a condividere un proprio video imbarazzante, possibilmente se si è ubriachi.

#BevoacasaChallenge, bisognerà riprendersi mentre si beve un bicchiere di una bevanda alcolica, che sia vino o superalcolico. 

#Babymechallenge, il cui scopo è postare una propria foto da bambini.

Per gli appassionati di sport ecco le challenge per voi:

#20touchchallenge, la challenge consiste nel palleggiare, ponendo la racchetta in posizione verticale, con un rotolo di carta igienica.

#StayAtHomeChallenge, lanciata dai calciatori, ci si sfida a suon di palleggi alla carta igienica.  

#PlankChallenge, l’obiettivo è quello di effettuare il plank con un sovraccarico sulla schiena sempre maggiore.

#Mysportchallenge, si fa un video mentre si stanno svolgendo degli esercizi fisici e si pubblica.

Non mancano poi challenge e hashtag tutte al femminile:

#blackandwhitechallenge, in cui le ragazze sono invitate a pubblicare un loro foto in bianco e nero e a nominare altre donne.

#Iorestoacasatruccata, un hashtag attraverso cui le donne sono invitate a prendendersi cura di se stesse ai tempi del Coronavirus. Un modo carino e divertente anche per combattere lo stress psicologico.

E se siete appassionati di musica, invece, queste sono le challenge che fanno per voi.

#Bolerochallenge, consiste nel pubblicare un video in cui si suona il famoso Bolero di Ravel;

#40enapracticechallenge, gli studenti di tutti i conservatori d’Italia sono invitati a pubblicare un video in cui suonano ciò che stanno studiando. 

#Playlistchallenge, si condividono i nostri gusti musicali con il web. Postate una canzone e invitate gli altri a fare lo stesso. Anche la nostra redazione ha creato una playlist.

#Neomelodicochallenge, lo scopo è quello di condividere nelle proprie storie una canzone del repertorio neomelodico e taggare alcuni amici. 

#QuarantenaRap, ideata da repper come Reperto, Santiefaz, Buster Quito, Sph, Calice, per citarne alcuni. La challenge consiste nello scegliere un beat (originale, strumentale USA o type beat) e realizzare poi un video rappando 16 barre edite o inedite. Mi raccomando, non dimenticatevi di taggare 3 rapper. 

#Quarantenabeatz, è un’altra challenge ideata da Softelli ed Over Mindz Crewcon produzioni originali di Rastee. Un beat al giorno (inedito) per tutta la durata della quarantena. Su ogni beat potete dare sfogo alla vostra creatività (rappare, scratchare, fare beatbox, ballare). 

Angela Patalano 

Un Amico Straordinario, il volto umano di Tom Hanks

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Dire che in Italia sono pochissimi a conoscere Mr. Rogers è quantomeno eufemistico. Ma coloro che conoscono tale figura sanno bene quanto sia incredibilmente perfetta la scelta di Tom Hanks per interpretarlo.

Prima di capire, allora, come sia Un Amico Straordinario, dobbiamo capire cosa sia. E bisogna partire dal conoscere Fred Rogers, ovviamente. Lui che, col suo fare pacato e il suo inconfondibile maglione rosso, ha condotto dal 1968 al 2001 ininterrottamente un programma tv dedicato ai più piccoli. Prendendo il semplice nome colloquiale di Mr. Rogers, ha trattato una sterminata varietà di temi, spesso anche importanti, in modo didattico e gentile, insegnando ai bambini come affrontare i tanti problemi della vita. Lo ha fatto sempre col sorriso, sempre con serenità, entrando nelle case di ogni americano per generazioni e generazioni. Una specie di Gandhi televisivo, se il paragone non risulta blasfemo. Una figura imitatissima, oltretutto.

Da noi, come detto, è quasi sconosciuto, ma credetemi quando vi dico che qualsiasi americano, soprattutto chi ha ormai 40 anni, conosce Mr. Rogers. E quando glielo ricordate, sa certamente canticchiarvi la sigla del programma tv.

Una figura così, pertanto, non poteva che essere incarnata per la prima volta al cinema da Tom Hanks. L’attore che, ormai da tre decenni, è il simbolo del bravo ragazzo, della persona a modo, della gentilezza e della tranquillità. Basta scorrere il web per vedere i tanti aneddoti simpatici riportati da gente comune che riguardano l’attore. Raggiunta la maturità, non ci si guadagna il soprannome di “American’s Dad” per caso.

Tom Hanks, quel sorriso amichevole che incanta il pubblico da generazioni

 

E so che ora, dopo questo lunghissimo preambolo, vi state chiedendo come sia questo Un Amico Straordinario. Anzi, come abbia fatto il film a resistere a tale oceano di bontà senza diventare una melensaggine insopportabile di buonismo eccessivo e talvolta fastidiosamente ipocrita.

Ve lo dico subito come ci è riuscito: capendo, in primis, che noi esseri umani del 21° secoli, da inguaribili cinici, ci saremmo esattamente posti alla visione con tale pregiudizio.

Il film quindi parte con una premessa assolutamente geniale. Mr. Rogers, essendo intrinsecamente, spaventosamente e inspiegabilmente buono, non può che essere il cattivo della storia, ai nostri occhi. Per noi cittadini del mondo moderno, che ci nutriamo di gossip e polemiche, abituati a navigare con divertimento tra litigi e discussioni sul web, abituati a urlarci addosso invece di parlare, sempre pronti a schierarci partigianamente e ideologicamente con qualcuno, polarizzando ogni discussione, non può esistere una persona veramente buona. Se esiste, deve essere un falso, un meschino ipocrita, un qualcuno che nasconde qualcosa, un viscido che ci ricava qualcosa. Se io non sono buono, in sostanza, è assolutamente impossibile che in questo mondo qualcun altro possa veramente esserlo.

Il surrogato di noi spettatori è il personaggio interpretato da Matthew Rhys, vero protagonista del film. Nel raccontare una storia vera, l’intervista di un giornalista di Esquire a Mr. Rogers nel 1998, Un Amico Straordinario analizza quanto inquinata sia ormai la nostra prospettiva attuale nel vedere ogni cosa. Lo fa con grazia, ma anche tanta dura sincerità che lavora silenziosamente.

Mr. Rogers non è l’eroe della storia fintanto che noi non ammettiamo la possibilità, e forse la necessità, che qualcuno come lui lo diventi. O semplicemente esista. Il cinismo umano, la frenesia della vita moderna, l’incomunicabilità relazione, sono i più forti ostacoli alle qualità che ognuno di noi potenzialmente ha. E il vero successo del film non è arrivare a un momento di realizzazione forzato, semmai capire le prospettive. Non ci sono i cliché della redenzione, nemmeno una rappresentazione utopistica della bontà a tutti i costi.

Al centro della scena in Un Amico Straordinario c’è la solitudine umana.

Il giornalista di Matthew Rhys è solo perché impegnato a odiare e farsi odiare. Al tempo stesso, anche Mr. Rogers è solo, forse addirittura di più, perché nessuno riesce a comprendere la sua gentilezza. E essere buoni sempre è una responsabilità enorme da tenere sulle spalle. Capire la prospettiva altrui, accettare i difetti altrui, è forse l’unico modo per andare avanti senza doverci dividere sempre tra buoni e cattivi.

Un insegnamento che, chissà, Tom Hanks stesso ha appreso in gioventù proprio seguendo in televisione il vero Mr. Rogers. Certamente ha messo nella sua perfetta, calibratissima, misurata interpretazione tutta quella sopita sofferenza interiore. Ogni gesto, ogni frase quasi sussurrata, ogni alzata di sopracciglio racconta un modo di insegnare qualcosa al prossimo.

Ora, nessuno di noi conosce personalmente l’attore, ma lo stesso dilemma che il film pone inizialmente è il nostro quando lo vediamo e ci chiediamo “ma davvero anche nella vita privata Tom Hanks è buono come appare?”. Se c’è una cosa, però, che mi ha lasciato Un Amico Straordinario è proprio quella di fidarsi, di guardare le cose da altra prospettiva, di abbandonare ogni reticenza maliziosa. Spero, ma soprattutto voglio credere che Hanks sia in tutto e per tutto l’erede di Fred Rogers. Quello di cui abbiamo sempre bisogno, dopotutto, anche se raramente ce ne rendiamo conto, è semplicemente vera bontà. Un sorriso. Una parola di conforto. Insomma, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci faccia stare bene.

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Emanuele D’Aniello

 

Finalmente anche in italia arriva Roma di Alfonso Cuaron in blu-ray

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In questi giornate molto difficili per tutti un po’ di speranza di normalità arriva dalle uscite in home video che non si fermano. E finalmente anche in Italia arriva Roma di Alfonso Cuaron in blu-ray.

Grazie a Warner Bros Pictures Italia, che ci ha fatto pervenire una copia del blu-ray, possiamo dire che il film messicano risplende anche sugli schermi di casa. Una novità assoluta per il nostro paese, che solitamente non ha le uscite in home video dei titoli originali Netflix. Negli altri paesi, invece, Netflix ha un accordo con la Criterion collection, che pubblica solo in blu-ray e ha creato nel corso del tempo una collezione di titoli puramente cinefili semplicemente da sogno per ogni appassionato.

E così con Roma possiamo avere, per la prima volta, un’edizione Criterion collection anche in Italia.

La qualità del prodotto, di conseguenza, è altissima. Non solo per l’immagina, con l’alta definizione che esalta in maniera sontuosa la splendida fotografia del film. Ma anche per la cura e scelta dei contenuti extra, pane per i più accaniti appassionati.

Ad incorniciare quindi l’arrivo del film che ha vinto 3 premi Oscar e il Leone d’Oro a Venezia nel 2018, troviamo:

  • Road to Roma, documentario sulle riprese del film.
  • Snapshots from the set, documentario con interviste alle figure dietro la realizzazione del film.
  • Documentario curato dallo steso Cuaron sulla post-produzione del film.
  • Documentario sul tour per l’uscita del film e il suo impatto sul pubblico messicano.
  • In più, dentro il cofanetto, un booklet contenente due saggi critici che analizzano il film.

Nell’incoraggiarvi all’acquisto, ecco anche un estratto alla nostra recensione di due anni fa: “ Nel quotidiano, nella monotonia, nella povertà, Cuaron ha tantissimo da dire e da mostrare. Nella vita di una domestica che passa di esperienza in esperienza, nel Messico degli anni ’70 che forse per la prima volta nella sua storia scopre un certo benessere, senza essere in grado però di sopire il degrado che lo circonda o accompagna, Cuaron concentra l’umanità perduta. Il cinema è soprattutto questo: lentamente, intelligente, farci empatizzare con persone comuni, con esperienze comuni. Semplicemente, termine non usato a caso, Roma racconta l’ordinario con lo straordinario. Infatti è incredibile l’estetica, l’uso leggiadro della macchina da presa, il modo in cui il bianco e nero infonde calore, e quindi umanità, alle vicende narrate. La forma è impeccabile perché la sostanza non ha bisogno di chissà quali effetti o invenzioni per colpirci: la vita supera sempre la fantasia.

Fortunatamente gli acquisti online sono ancora possibili e spesso salvifici in questo periodo. Allora, non fatevi scappare questa splendida e importante uscita di Roma in blu-ray.

 

Celebriamo la Primavera e il compleanno di Bach (in anticipo?)

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20 e 21 marzo: celebriamo l’Equinozio di Primavera 2020 e il compleanno di Bach.

Niente permetterà a questa Primavera 2020 di essere diversa dalle altre: noi di CulturaMente vogliamo celebrare proprio oggi, nonostante le difficoltà di varia natura che sta riscontrando attualmente il nostro Paese, la MUSICA e l’arrivo della nuova stagione.

Tutti gli eventi culturali online per passare il tempo in quarantena

Ma la questione non è così semplice quando si parla di date.

Molte persone, infatti, si aspettavano che l’equinozio di Primavera 2020 cadesse il 21 marzo, e invece è caduto il 20. Lo stesso problema di date, in questi giorni, vale per il compleanno di un grande della musica, Johann Sebastian Bach: nato il 31 marzo del 1685, viene festeggiato il 21 marzo. 

Perché, vi chiederete. Come riporta Focus:

Nel 1582 Papa Gregorio XIII aveva infatti ordinato di saltare 10 giorni del calendario per tornare alle giuste date di equinozio e solstizio. Ma la Germania protestante non accettò subito il calendario gregoriano e si mise in pari con il resto del mondo solo nel 1700. Quindi, per più di un secolo, paesi confinanti si trovavano a 10 giorni di “distanza”.

Le variazioni Goldberg, un eccellente omaggio a Bach di Beatrice Rana

A prescindere dai numeri, ci piaceva l’idea di unire l’arrivo della Primavera al compleanno di Bach, per offrirvi una dose di cultura davvero completa.

Omaggiando l’antico organista tedesco, nato proprio oggi di diversi secoli fa, vogliamo riportare nelle nostre famiglie italiane tutta l’armonia e la sinfonia, che solo un grande maestro era in grado di poter generare.

Primavera in casa, con la musica classica

Se anche voi, proprio come noi, amanti della cultura a tutto tondo, in questi giorni di quarantena, cercate supporto nella musica classica vi consigliamo alcuni dolci ascolti, per rallegrare le vostre giornate e riempirle di spensieratezza, come ad esempio, i CD degli Antichi Organi del Canavese.

La collana discografica Antichi Organi del Canavese, delle Edizioni LEONARDI di Milano, nasce nel giugno del 1996 da un’idea di Adriano Giacometto e Roberto Ricco e si concretizza dopo pochi mesi in seguito alla proposta della Pro Loco di Montanaro (To) di realizzare la registrazione del loro monumentale organo restaurato proprio in quell’anno.

Gli organi sono tipicamente strumenti di uso liturgico, dove la “Voce di Dio” scende sull’assemblea, quindi il suono giunge ampiamente riverberato.

A tal proposito, per passare alcuni giorni ricchi di musica e spensieratezza, vi consigliamo il piacevole ascolto di alcuni dei cd della Catena degli Antichi Organi del Canavese, tra cui:

  • Johann Pachelbel – Rodolfo Bellatti 2018

  • Viaggio in Italia (Gioacchino Rossini) – Roberto Cognazzo 2014

  • Il grandioso organo di Strambino – Walter Savant-Levet 2019

  • Dietrich Buxtehude – Walter Savant-Levet 2017

  • 1879-1899 il rinnovamento della musica organistica in Italia – Rodolfo Bellatti 2015

  • Musiche risorgimentali sul suontuoso organo di Feletto – Walter Savant-Levet 2010

Questi sono solo alcuni dei nostri consigli per gli amanti della musica classica, ma per tutti gli altri amanti di altri generi, a partire dal rock, al pop, all’alternative, all’indie non preoccupatevi, non ci siamo dimenticati di voi.

Vogliamo anzi arricchire le vostre giornate in quarantena con la musica più bella di tutti i tempi.

Se avete piacere, ascoltate su spotify la play-list, che i redattori di CulturaMente hanno preparato per voi, per farvi trascorrere questi giorni di quarantena all’insegna della musica.

Alessandra Santini

Le ali della libertà: un capolavoro intramontabile da non perdere

Titolo Originale: The Shawshank Redemption
Regia:
Frank Darabont
Cast: Tim Robbins, Morgan Freeman, James Withmore, Bob Gunton
Genere: drammatico
Nazionalità:
USA
Anno:
1994

«La paura può tenerti prigioniero, la speranza può renderti libero.»

Un vero e proprio colossal. Immenso, profondo, delicato e allo stesso tempo drammatico. 

Le ali della libertà” (The Shawshank Redemption) è un film del 1994 scritto e diretto da Frank Darabont. Il film è tratto dal racconto di Stephen KingRita Hayworth e la redenzione di Shawshank“, pubblicato nella raccolta Stagioni diverse.

La pellicola è stata considerata fin da subito un vero e proprio capolavoro, soprattutto grazie al cast di fuoriclasse di cui è costituito. Un film forte, a tratti ingiusto, e motivante. La potenzialità della pellicola non è passata inosservata. Non sorprende, dunque, che la rivista Empire lo abbia collocato al 4° posto nella lista dei 500 migliori film della storia. Non solo, è stato inserito al 72° posto nella classifica dei 100 migliori film statunitensi di sempre dall’American Film Institute, e sul sito IMDB è 1° tra i 250 migliori film di tutti i tempi. Insomma, almeno una volta nella vita avete il dovere morale di guardare questa pellicola.

Una produzione ben studiata è stato l’ingrediente segreto che ha reso e rende ancora oggi, a distanza di ventisei anni, questo film uno dei migliori dell’industria cinematografica hollywoodiana.

Il mix perfetto tra scene ben strutturate e dialoghi profondi e fluidi hanno contribuito a dare spessore ad una storia già di per sè valida. Un connubio che segnerà lo spettatore, forse in maniera indelebile. La ragione risiede nella grandezza che questa pellicola racchiude. Di colossal ce ne sono vari, ma questo ha un quid pluris: ha la capacità di lasciare un’impronta nel cuore di chi lo guarda. Diventando un manifesto in termini di  giustizia,  libertà e speranza. Per questo, forse, considero la pellicola non adatta a tutti.

Le ali della libertà: un film che va visto fino alla fine.

Nulla è lasciato al caso, ogni personaggio ha il giusto spazio e trova voce. Eppure, spicca tra tutti come una punta di diamante l’interpretazione magistrale di Morgan Freeman. L’attore sfodera con maestria le sue capacità attoriali decisamente fuori dal comune. Un attore dotato di  una versatilità spaventosa: alterna con sapienza momenti leggeri ad altri di profonda saggezza senza stancare mai lo spettatore. 

Morgan Freeman in Le ali della libertà

Un film in grado di toccare le corde più profonde dell’anima. Un vero e proprio memorandum sulla speranza.

“La speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai.”

La trama ruota intorno alla vita di Andy, un ex banchiere condannato a due ergastoli per un omicidio mai commesso. Nel decorso della storia assistiamo a momenti forti, dove la rassegnazione non prevale. Anzi, il protagonista spera contro ogni speranza in quella libertà che tanto sembra impossibile.

Per questa ragione “Le ali della libertà” rappresenta un inno alla vita, ma anche uno specchio su una verità non sempre piacevole. Insomma una pellicola che lascia profondi spunti di riflessione.  

Le ali della libertà. Tim Robbins e Morgan Freeman

Interessante è l’approcio duale alla libertà. Da un lato abbiamo il protagonista, interpretato da Tim Robbins, il quale esprime – in termini attoriali – il pensiero di Seneca. La sua libertà va oltre l’apparenza perché poggia su radici ben profonde. Radicata nell’anima, il suo stato di uomo libero gli consentirà di sopravvivere a quell’inferno di prigione. E per questo che il suo Andy Drufesne incarna alla perfezione un cultore di buoni sentimenti che gli consentiranno di ottenere l’agognata libertà.

Al termine del film si percepisce come lo status di uomo libero è una conseguenza di un passaggio fondamentale: da uomo a uomo migliore. Percezione non presente negli altri prigionieri, ormai istituzionalizzati.

Una condizione abitudinaria che fa percepire loro la vita all’interno del carcere decisamente migliore rispetto a quella da uomo libero. Non sanno più vivere al di fuori. Sembra quasi essere un peso insostenibile. E mentre Andy non si fa governare dalla rassegnazione, gli altri sono ormai alla sua mercé.

Un valido esempio è stata la reazione del bibliotecario, il quale, ormai in libertà vigilata, sentendosi disadattato all’interno della società che lo vede come reietto, decide di farla finita impiccandosi.

Un film denucia sulla situazione delle carceri in America e nel mondo

Ad un occhio attento non sfugge, inoltre, la tacita denuncia del regista sul sistema carcerario americano. Il film si svolge per tutta la sua durata, salvo la scena finale, all’interno di una prigione nella quale i suoi detenuti sono spesso maltrattati, oggetto di violenza, tra i detenuti stessi ma anche e soprattutto ad opera di coloro che in realtà dovrebbero far rispettare la legge. Un aspetto questo che richiama le condizioni reali delle carceri di tutto il mondo. In Italia possiamo ricordare il caso Stefano Cucchi.

Le carceri non sono sempre state tali. Ad esempio nel Medioevo vi erano le ordalie. Crudeli torture a cui il malcapitato veniva sottoposto. Poi vennero abbandonate e pian piano si intraprese la strada verso l’attuale sistema. Ad ogni modo non voglio fare una disamina sull’evoluzione del sistema carcerario, ma questo serve ad avvalorare la denuncia del regista in quanto, soprattutto in America, in realtà le carceri non sono realmente rieducative ma sono covi dove i detenuti vengono torturati sebbene non nel senso che si dava all’ordalia. Alla luce di tutto questo, non sorprende che ogni anno un numero importante di detenuti muoiono nelle carceri.  

Il film, proprio perché considerato un vero e proprio capolavoro, non perde punti nonostante il finale scontato. Quel finale non poteva essere realizzato in maniera diversa e rappresenta il giusto riscatto, la giustizia intesa in termini cinematografici.

“Le ali della libertà” è un film degli anni ’90, il decennio per eccellenza in termini cinematografici. Un periodo che ha rappresentato, per Hollywood, una vera e propria miniera d’oro, sfornando un capolavoro dopo l’altro. 

Qualche curiosità sul film

  1. Il film è dedicato “alla memoria di Alan Greene”, agente letterario nonché stretto amico del regista e sceneggiatore Frank Darabont;
  2. Il figlio di Morgan Freeman compare in un cameo.
    Le ali della libertà
    Nella foto scattata a Red quando entrò nel carcere vediamo il figlio di Morgan Freeman, Alfonso;
  3. King non ha mai incassato i soldi per il film. A quanto pare lo scrittore non ha mai speso i 5000 dollari per la cessione dei diritti di sfruttamento economico a seguito della cessione dei diritti cinematografici sull’opera. Pare che abbia incornicito l’assegno affermando che un giorno, quei soldi, sarebbero serviti a Darabont;
  4. Red è in realtà un bianco irlandese. Come spesso accade nelle trasposizioni cinematografiche, Red nel film ha i tratti afroamericani. Tuttavia, nel romanzo è un irlandese;
  5. Le guardie non tutti erano attori. Pare che molte delle guardie presenti nella pellicola erano nella vita davvero delle guardie carcerarie;
  6. La scena in cui Red lancia una palla da baseball è stata ripetuta per 9 ore da Freeman. “Povero Morgan”, ha detto Darabont, “Il giorno dopo aveva il ghiaccio sul braccio”;
  7. Metodo Stanislavskij. Sembra che il protagonista, per poter interpretare Andy in “Le ali della libertà” abbia adottato questo metodo mettendosi davvero in isolamento per capire come si sarebbe sentito il protagonista e rendere cosi tutto più reale;
  8. L’ultima scena è stata aggiunta solo successivamente. Il film terminava con Red sull’autobus alla ricerca di Andy. Tuttavia il finale poteva non piacere e cosi è stato ben pensato di vedere i due amici di nuovo insieme. Freeman ha detto: “Il film è completo come una storia d’amore.

Tre motivi per vederlo:

  1. Per l’interpretazione magistrale di Morgan Freeman;
  2. È al 4° posto tra i 500 migliori film di sempre;
  3. Sicuramente da vedere se siete alla ricerca di un film motivante.

Quando vederlo:

Le ali della libertà” è un film lungo, quindi bisogna vederlo quando si ha del tempo e si è predisposti ad affrontare una pellicola impegnativa. 

Angela Patalano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Better Call Saul 5×05, dovrò fare una telefonata

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Ed ecco che questa serie è riuscita a farmi risultare antipatica persino Kim, incredibilmente.

Paradossalmente, è lei il personaggio centrale della serie, molto degli altri veri e più chiacchierati protagonisti. Lei ha il percorso migliore, sicuramente quello più intricato, affascinante, ricco di interrogativi e sorprese. E per questo è quello che tiene ancor di più incollato gli spettatori.

Dopotutto, è l’unica figura nella serie di cui non conosciamo la destinazione. Essendo questa serie un prequel, sappiamo cosa accadrà a Jimmy, cosa a Mike, cosa a Gus, cosa Hank. Persino a tante altre comparse minori che ogni tanto vediamo. Talvolta riusciamo addirittura ad analizzare le situazione di Better Call Saul proprio in base a cosa è accaduto in Breaking Bad. Con Kim, invece, questo gioco non vale. Lei non è mai apparsa e nemmeno mai stata menzionata in Breaking Bad. Ciò rende non solo la sua evoluzione assolutamente imprevedibile, ma soprattutto così dannatamente interessante da seguire. In poche parole, è l’elemento sorpresa narrativo sul quale gli autori hanno costruito un approfondimento emotivo enorme.

E in questa puntata di Better Call Saul 5×05, anche Kim ha dato segnali – forse non i primi, ma certamente i più forti – di poter “passare al lato oscuro”.

Da un certo punto di vista è anche, senza sorprese, colpa un po’ di Jimmy, sempre più calato nella parte di Saul Goodman oramai. Quasi soltanto la sua presenza è sufficiente a trascinare Kim nel suo mondo maledetto. Ma è lei, si badi bene, solo e soltanto e lei, a scegliere di essere trascinata. Lei che decide volontariamente di entrare in una spirale di pessime scelte e accettare un effetto domino negativo.

Ricordiamolo sempre, Better Call Saul è essenzialmente un racconto sulle decisioni (spesso sbagliate) e sulle conseguenze (quasi mai positivi) di tali decisioni. Non c’è un destino manifesto o una cupa maledizione – come poteva essere in Breaking Bad, ad esempio, la malattia del protagonista – qui la catena di decisioni sbagliate si innesta sempre perché qualcuno volontariamente decide di farla partire.

Sappiamo dove e come finirà Jimmy. Sappiamo che l’alleanza tra Gus e Mike, che qui vediamo ancora zoppicante, è destinata ad accendersi. Ma non sappiamo cosa ne sarà di Kim. E ciò rende questa volata di Better Call Saul ancora più entusiasmante.

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Emanuele D’Aniello

Tom Hanks, quel sorriso amichevole che incanta il pubblico da generazioni

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Tom Hanks, attore pluripremiato e protagonista di molti film, è una delle celebrità colpite dal Coronavirus.

Fortunatamente, la cronaca ci dice che Tom Hanks e la moglie sono usciti dall’ospedale, per un recupero in isolamento. Questo ci fa solo capire una cosa: Tom Hanks è ufficialmente un eroe dei nostri giorni!

Nella sua carriera, infatti, l’attore californiano ha, spesso, interpretato ruoli positivi, altruisti, generosi, carismatici (realmente esistiti e non), protagonisti di pellicole che sono diventate un vero cult e che sono entrati nella storia del Cinema.

La sua carriera parte negli anni ’80, facendo piccole apparizioni in serie televisive, fino al 1982, in cui ha un ruolo in una puntata di Happy Days, dove conoscerà Ron Howard.

Sarà lui ad offrire a Tom Hanks il primo ruolo da protagonista in un film di successo.

Nel 1984, infatti, Tom prende parte alla pellicola Splash: una dolce commedia romantica, di quei giorni, tra un commerciante (appunto Tom Hanks) e una sconosciuta (Daryl Hannah), che risulterà essere una sirena. Storia che avrà un buon successo, sia come pubblico che come botteghino; e sarà l’inizio di una proficua collaborazione. Insieme a Ron Howard, infatti, Tom Hanks interpreterà altri film, come Apollo 13 (1995) e la trilogia tratta dai libri di Dan Brown, cioè Il codice Da Vinci (2006), Angeli e demoni (2009) e Inferno (2016).

Da quel momento, Hanks e i suoi film non smetteranno mai di suscitare interesse da parte del mondo della Settima Arte.

Reciterà sotto la regia di grandi nomi, come Garry Marshall (Niente in comune, 1986); Brian de Palma (Il falò della vanità, 1990); Sam Mendes (Era mio padre, 2002) e Clint Eastwood (Sully, 2016).

Tra le collaborazioni più proficue ci sono sicuramente 4 nomi: Nora Ephron, Steven Spielberg, Jonathan Demme e Robert Zemeckis.

La regista newyorkese ha girato con Tom Hanks due film importanti, per gli amanti delle commedie romantiche, quali Insonnia d’amore (1993) e C’è posta per te (1998), entrambe in coppia con Meg Ryan.

Quella con la Ephron è una vittoria al botteghino e agli amanti dei lieto fine. La consacrazione arriva, sempre nel 1993, con Philadelphia, diretto da Demme.

La storia dell’avvocato che cerca giustizia, dopo il licenziamento per la sua omosessualità, durante la sua lotta con l’AIDS, fa capire al pubblico che Hanks è un attore brillante: infatti per questo film, Tom Hanks vincerà l’Oscar.

Grande svolta l’anno successivo quando con Zemeckis, interpreta Forrest Gump (forse una dei film più famosi).La storia dell’America, vista e vissuta da un dolce uomo con dei semplici disturbi cognitivi e dal grande cuore: vita semplice per una storia speciale. La pellicola sarà un successo mondiale, tanto che l”American Film Institute l’ha inserito al 76° posto dei “migliori cento film americani di tutti i tempi”.  Per questa interpretazione, per la seconda volta, Tom Hanks vincerà il secondo Oscar.

Anche Zemeckis, per Forrest Gump, vince l’ambita statuetta. Tra i due nasce così un’intesa che porterà anche alla realizzazione di Cast away (2000), film dove Tom Hanks interpreta un moderno Robinson Crusoe; e Polar express (2004) realizzato con la tecnica della performance capture.

Al primo posto, però, tra i registi più proficui per Tom Hanks c’è sicuramente Steven Spielberg. con cui ha girato 5 film: Salvate il soldato Ryan (1998), Prova a prendermi (2002), The terminal (2004), Il ponte delle spie (2015) e The post (2017).

Insieme a lui, divideranno la scena altre personalità che, nel tempo, diventeranno, come Tom Hanks, delle vere e proprie “star”. Oltre alla citata Meg Ryan, Tom Hanks ha recitato accanto a Madonna, Bill Pullman, Antonio Banderas, Jude Law, Ed Harris, Kavin Bacon, Stanley Tucci, Vin Diesel, James Cromwell, Ian McKellen, Audrey Tautou; nonché ai premi Oscar Helen Hunt, Sam Rockwell, Julia Roberts, Maryl Streep, Sally Field, Denzel Washington, Paul Newman, Matt Demon, Leonardo di Caprio, Geena Davis e molti altri.

Perché, però, Tom Hanks è riuscito ad ottenere questo successo?

Raramente lo vediamo in parti negative, come in Ladykillers (2004) o in The Circle (2017), è vero! Ci sono però altri attori che fanno così, eppure non ci lasciano quella sensazione. Dov’è la sua magia?

Non è mai stato un attore noto per la sua bellezza esteriore, come Brad Pitt o Johnny Depp; eppure è riuscito a diventare un modello per la recitazione nonché uno degli interpreti più richiesti nel mondo. Ciò avviene perché, nei suoi film, Tom Hanks non vuole farsi notare, ma vuole semplicemente…essere!

Lui non ambisce a diventare il principe azzurro sul cavallo bianco. No! Lui vuole far capire al mondo che lo straordinario è ovunque, dalla collaborazione polieziesca con un cane (Turner e il casinaro, 1989) al salvare un equipaggio dai pirati (Captain Phillips, 2013); dalla curiosità dei vicini di casa (L’erba del vicino, 1989) a un bambino che si ritrova improvvisamente adulto (Big, 1988).

Tutto condito spesso da una dolcezza, una spontaneità e una semplicità che lo fanno apparire, a tutti noi, una figura positiva. Oserei dire, un amico! 

Non per niente, l’ultimo film di Tom Hanks, che uscirà nelle sale quest’anno (Coronavirus permettendo), s’intitolerà Un amico straordinario: ecco il trailer.

A sostegno di quest teoria, in conclusione, ricordo che è proprio Tom Hanks (dalla prima pellicola) a dare voce al cowboy Woody, protagonista della celebre saga Disney Toy story. E qual è la celebre canzone del cartone animato? Probabilmente è anche per questo motivo che Tom Hanks e i suoi film fanno spesso breccia nei cuori degli spettatori.

Francesco Fario

The Sinner 1: quando torna la serie che ha stravolto le regole del thriller?

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Appena uscita in America con la terza stagione, la serie tv The Sinner sta stravolgendo, con un ritorno blando ad uno dei maestri del giallo, Hitchcock, le regole del thriller. In Italia arriverà il 6 aprile su Premium Crime.

Ecco il trailer di The Sinner 3

The Sinner è una mini serie che vi stupirà e sconvolgerà tenendovi incollati allo schermo. Preparate carta e penna, una serie tv come questa farà emergere tante domande e forse diventerete analisti di voi stessi.

Noi vi proponiamo la recensione della prima stagione, che troverete sotto il nome di “Cora”, ma essendo una serie antologica, potete vedere ogni stagione indipendentemente dalle altre, poiché si focalizzano tutte sulla figura del Detective Ambrose. 

The Sinner 1: la trama della serie antologica di cui non potrete più fare a meno

Cora è una moglie come tante. Sebbene apparentemente normale, la sua mente è un covo di ricordi che ha rimosso. La sua quotidianità prima e il suo passato poi, muoveranno qualcosa dentro di lei, qualcosa di insano, mostruoso, un segreto che ignora. Eppure sarà proprio il suo passato che la condurrà a commettere un gesto estremo: un crimine efferato alla luce del sole. Un omicidio commesso in preda ad un impeto di rabbia. Una vittima all’apparenza sconosciuta. A seguito della confessione di Cora e con la mancanza di un movente, il detective Harry Ambrose inizierà ad indagare ovvero scavare nella psiche della giovane donna portando a galla più che semplici scheletri.

Una Jessica Biel come non l’avete mai vista 

The Sinner, basata sul romanzo omonimo della scrittrice tedesca Petra Hammesfahr, è una serie tv composta da otto episodi. Punta di diamante in questa stagione è Jessica Biel, che dopo tanti ruoli marginali torna sullo schermo mostrando il suo talento nel rivestire il ruolo della protagonista Cora.

Un’interpretazione magnifica che ha reso possibile la produzione di altre due stagioni passando così da miniserie a serie tv antologica. Il successo riscontrato non è passato inosservato ai piani alti ricevendo 2 nominations (una per la Miglior Miniserie o Film per la tv e una per la miglior attrice in una miniserie o film per la televisione per Jessica Biel) alla 75esima edizione dei Golden Globe. Non solo, riceve candidature ai Critics’ Choice Awards e agli Emmy Awards.

La struttura che rompe lo schema del thriller

Hitchcock non amava molto la psicoanalisi nei film, non si trovava a suo agio e l’episodio sul set di Io ti salverò quando Selznick gli portò una psicoanalista ne è la prova. Non gli piaceva, non aveva un senso per il maestro eccedere con la psicoanalisi. L’assassino doveva fare il suo percorso in un film e trovare la sua conclusione, non poteva certo ritornare dopo 10 anni di terapia e risolvere il suo vissuto. Per questo The Sinner è una delle serie tv che più si avvicina al mondo del maestro del giallo.Eppure sembra che la serie in qualche modo rivendichi la sua indipendenza. Non è il classico giallo. Non è lineare come ogni thriller che si rispetti. Non abbiamo un protagonista (di solito il detective) e un antagonista (l’assassino).

In The Sinner le regole vengono ribaltate. Nessuna opposizione all’arresto, ne tutti quegli elementi che caratterizzano una serie tv thriller sussistono. Qui il detective Harry Ambrose, interpretato da Bill Pullman, è un forte alleato dell’assassina. Una complicità diversa, che non sfocia nella corruzione, ma nella giustizia profonda. Il senso dell’indagine è stravolto. Il tutto si basa su un complesso viaggio nella psiche di Cora. Unica via d’uscita verso la verità.

La serie tv dove peccato e peccatore lottano fino all’ultimo sangue.

Interessanti sono le dinamiche personali che poggiano sul rapporto tra peccato e peccatore. Da una parte abbiamo Cora che cresce in un contesto familiare instabile, con una madre ossessionata dalla religione che addossa alla figlia peccati e colpe crescendola nella convinzione che a causa delle sue azioni è responsabile della malattia della sorella minore. Una sorella affetta da una grave malattia che ha la capacità di rendere Cora dipendente da lei. Un circolo vizioso che porterà a conseguenze. Peccato dopo peccato inizia a ribellarsi man mano che cresce fino a farla cadere in un baratro da cui non potrà fuggire. Perché alla fine il carnefice diventa la vera vittima.  Una storia dove i buoni non esistono e quelli che si fingono tali sono in realtà egoisti. Una condanna annunciata per Cora.  

Dall’altro lato abbiamo il detective legato a Cora da un filo rosso invisibile. Dunque, non aspettiamoci un eroe. È un uomo triste e disilluso che ha il suo peccato che lo ricorre. Anche qui lo spettatore sarà accompagnato nelle retrovie di una vita disagiata. Un uomo profondamente distrutto da qualcosa che risulta apparentemente incomprensibile. Un inferno di ghiaccio che però non verrà svelato del tutto nella prima stagione. 

Non stupisce, allora, il rapporto tra Cora ed Harry. La fiducia di Cora verso il detective e il senso di giustizia che quest’ultimo ha per Cora poggia sul fatto che in realtà sono più simili di quanto si possa immaginare. Entrambi legati ad un passato da cui non avevano scampo, entrambi bloccati in situazioni da cui sembra impossibile fuggire.

Simile a molti diverso da tutti. Una struttura narrativa che rende The Sinner una serie tv che cattura l’attenzione

The Sinner sembrerebbe simile a tante serie thriller eppure si distingue dalla massa per la sua struttura: un thriller atipico, dove l’elemento misterioso non poggia sul chi sia, ma sul perché. L’aspetto accattivante viene dato dal costante back and forth temporale che accompagna lo spettatore nella discesa verso gli inferi della protagonista prima, del detective poi.

Immancabile è la suspence. Ingrediente segreto che non vi farà staccare da questa serie tv fino a quando non avrete, anche voi, dato un senso a tutta la storia.

Non vi sono plot hole, ogni personaggio utile alla trama viene sviscerato con la sua storia che distruggerà la vita di Cora.  Niente è lasciato al caso perché tutti i protagonisti, in un senso o nell’altro, sono legati inevitabilmente come se fosse un effetto dominio che inizia con l’omicidio ma che le sue origini emergono solo alla fine. 

The Sinner non solo è ipnotico ma racchiude un finale che vi farà dare di matto

 La serie è pensata per far crollare le torri d’avorio nella vita della protagonista mettendo ognuno nel posto che si merita. Genitori che non perdonano. Una sorella che da parte debole si rivela essere la causa di tutti i mali di Cora, manipolatrice, perversa, egoista.

Un finale inaspettato che vi farà impazzire. La serie si presenta dunque ben scritta e ben girata. Non vi sono dei cliché a cui aggrapparsi. Per la sua atipicità nulla è scontato e ad ogni puntata lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Interessante è l’aspetto psicologico. Infatti è affascinante il modo in cui viene evidenziato l’associazione di immagini che la nostra mente elabora anche se a volte queste sembrano non avere senso. Sebbene a volte assurde, in realtà sono ricche di significato, più di quanto possiate immaginare. E allora preparatevi perché inizierete a porvi molte domande, forse lo scopo un po’ era anche questo. Un modo strano per connetterci con i nostri scheletri nell’armadio.

Qualche curiosità su questa serie tv

  • La canzone che fa impazzire Cora e da cui partono le indagini si intitola “Huggin & Kissin” dei Big Black Delta.
  • Jessica Biel credeva cosi tanto nel progetto che figura tra i produttori esecutivi.
  • Per Jessica Biel, quello di Cora Tannetti, è il primo ruolo regolare in tv dal suo “addio” a Settimo Cielo nel 2002.
  • Ogni stagione ha personaggi e storie diverse, l’unica costante è il detective Ambrose.

Per i più curiosi:

The Sinner 2, la trama

Dopo quasi 15 anni, il detective Harry Ambrose torna nella sua città natale di Keller, nella parte settentrionale dello stato di New York, per aiutare a indagare su un doppio omicidio con Heather Novack, la figlia di una vecchia conoscenza che è diventata detective da poco.

The Sinner 3, la trama

Stavolta la storia si apre con un incidente automobilistico che costringe il detective a trasferirsi ancora una volta lontano dalla sua casa, nella periferia di New York, dove porterà avanti una delle inchieste più inquietanti della sua vita.

Angela Patalano

In attesa di questo ritorno, ecco le altre serie tv da vedere su Netflix in questo momento:

Serie tv e film Netflix da vedere (Nuovi titoli Settembre – Ottobre 2020)

 

Coronavirus: andrà veramente tutto bene?

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Nuove news sul fronte Coronavirus: Conte ha annunciato che i provvedimenti presi, sia quelli riguardanti la chiusura delle attività sia quello che riguarda la scuola, non potranno che essere prorogati.

Siamo tutti sigillati in casa da svariati giorni e questa reclusione non potrà che continuare nelle prossime settimane.

La gente sta reagendo come può a questa condizione stringente e limitante: alcuni si fanno coraggio disegnando arcobaleni accompagnati dall’hashtag #andratuttobene; altri espongono sui balconi la bandiera nazionale e si riuniscono sul terrazzo per cantare l’inno di Mameli; altri organizzano dj set sui tetti.

Noi della redazione di CulturaMente abbiamo lanciato il #CoronaChallenge e continuiamo a spacciare cultura, in un momento in cui a causa del Covid 19 lo spazio per le attività culturali sembra ridursi.

Ma cosa succede nel privato, quando deponiamo il telefono?

A casa noi siamo in tre: io, il mio compagno – che da oggi non uscirà per andare a lavoro- e la nostra neonata di 50 giorni.

Lei ci salva dall’esaurimento nervoso imponendoci una routine fatta di poppate, ruttini e cambio pannolini. In pratica non ci si annoia mai.

La televisione è rigorosamente spenta. Noi ascoltiamo musica e cerchiamo così di non pensare a quello che succede fuori, salvo poi ascoltare ogni giorno alle 18:00 “il bollettino di guerra” della protezione civile.

Oggi, dopo dodici giorni di prigionia, sono dovuta uscire per andare in farmacia e ho dovuto fare i conti con la realtà, una realtà ben più tremenda di quelle rappresentate nelle distopie di Black mirror, Handmaid’s tale, 1984.

Le strade sono semi-deserte. Quelle poche persone che sono uscite per comprare il necessaire sono completamente bardate e si guardano con reciproca diffidenza, mantenendo una distanza di almeno due metri.

Non vedo l’ora di rinchiudermi nuovamente in casa e di tornare dalla mia figliola.

Un pensiero però inizia a tormentarmi: andrà veramente tutto bene?

Anche quando l’emergenza sarà rientrata e ci saremo sbarazzati del Covid 19 tornerà davvero tutto come prima? Riusciremo ad abbracciarci senza essere diffidenti? Torneremo a usare la stretta di mano come forma di saluto? Avremo più il coraggio per partecipare agli aperitivi?

O più rimarremo tappati in casa e più avremo difficoltà a recuperare la nostra convivialità? Lo scopriremo solo vivendo.

Valeria de Bari

La Casa de las Flores 3: la chicca di Netflix torna ad ipnotizzarvi

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Il 23 aprile arriva su Netflix La Casa de las Flores 3: se vi siete persi le stagioni precedenti è arrivato il momento di assaporare questa chicca guardando il nuovo trailer!

https://www.youtube.com/watch?v=vQ4Z8Hlya3g

Contro il logorio dello scroll del catalogo, condivido il mio guilty plaesure: La casa de las flores.

La casa de las flores vi ipnotizzerà. E voi vi chiederete il motivo, con un pizzico di vergogna, sentendovi come un luminare che guarda Uomini e Donne.

Una serie che funziona perché esula da qualunque categoria, è un pastiche dal sapore Messicano ma glam. Crisi di nervi, gioielli pacchiani, fiori lussuriosi, famiglie melodrammatiche. Tutto ricorda le soap anni ’80 con qualche richiamo ad Almodovar.

La casa de las flores racconta la vita perfetta e patinata della famiglia De la Mora (padre, madre, 2 figlie e 1 figlio). Tutto ruota intorno alla loro elegante boutique di fiori, al cui interno, nella prima puntata, vediamo una donna pendere da una corda. Scopriamo che è l’amante del patriarca Ernesto. La situazione esplode.

La perfezione non esiste neanche nelle migliori famiglie e i De la Mora lo impareranno a caro prezzo, cercando puntata dopo puntata di rimettere insieme i frantumi della loro reputazione. E, soprattutto, di tenersi stretta la fioreria.

L’alta borghesia messicana, incarnata dalla ancora stupenda Veronica Castro (interprete negli anni ’80 della soap “Anche i ricchi piangono”), è in una crisi di identità. Se da una parte la famiglia De la Mora è ammirata da tutto il paese, dall’altra nasconde sotto il tappeto delle enormi fragilità.

Tra figli illegittimi, club per Drag queen, ville lussuose e protagonisti completamente sconclusionati, le prime due stagioni volano via che è un piacere!

E nell’attesa, vi suggeriamo altre serie tv da vedere su Netflix:

Micaela Paciotti

Come superare l’ansia da Coronavirus: i consigli della psicologa Maria Tinto

Per fornire degli strumenti di sopravvivenza ai nostri lettori durante l’emergenza Coronavirus, CulturaMente ha intervistato Maria Tinto, psicologa e psicoterapeuta.

In questi giorni la dottoressa ha messo a disposizione la sua grande professionalità per ascoltare gratuitamente chi ha bisogno di un sostegno psicologico per l’emergenza sociale dovuta all’epidemia del COVID-19, con un servizio telefonico e via Skype.

maria tinto - psicologia coronavirus contagiDottoressa Tinto, quante probabilità abbiamo di uscire integri psicologicamente da questo fermo forzato?
Le probabilità dipendono da come ognuno attiva le proprie risorse, per farvi fronte. Non è un discorso uguale per tutti, per chi già soffre di una disagio emotivo o di un disturbo di personalità, è molto più difficile sottrarsi ad una sofferenza psicologica, anche perché ha meno risorse da mettere in atto.

Certamente questo mutamento di abitudini, determinerà inevitabilmente un cambiamento di prospettiva in ognuno di noi. E’ possibile che la scala di valori di ognuno cambi e si possa dare maggiore attenzione alle cose che prima si era lasciate in un angolo.

Del resto quando più si è vicini alla paura più grande, che è quella di poter morire, tanto più si apprezza il valore della vita e si fa una scrematura di ciò che è veramente importante.

Quali sono i meccanismi ansiogeni che possono riattivarsi in caso di problematiche sociali di questo tipo?
I disturbi dell’umore, ovvero quei disturbi legati alla paura di non potercela fare o di soccombere alla malattia, penso agli ipocondriaci.
Ma anche i disturbi ossessivi, legati all’eccessiva preoccupazione per l’ordine, la pulizia, il controllo, la perfezione.

Le conseguenze dell’ansia eccessiva possono essere di vario tipo e assumere le forme più disparate, come ad esempio i disturbi dell’alimentazione, con condotte di abbuffate e vomito. L’ansia, la paura, l’angoscia sono meccanismi complessi, che attivano processi mentali molto delicati e profondi.

Per questo è importante saperli gestire e controllare, altrimenti fagocitano, ovvero inglobano la persona senza darle neanche il tempo di prenderne consapevolezza e coscienza.

Ci sono degli stratagemmi psicologici per contenere l’ansia e le insicurezze durante questa emergenza Coronavirus?

In questo particolare momento, l’unico stratagemma che mi sento di consigliare è quello di vivere nel presente, ma facendo progetti per il futuro. Questo aiuta certamente a proiettarsi in una dimensione che va oltre il problema ed a guardare avanti, come se tutto fosse già finito.

La convivenza forzata può portare ad evidenziare dinamiche interpersonali borderline?

Dinamiche borderline si evidenziano quando in famiglia esiste già una forma di disturbo latente o manifesta. I soggetti che soffrono di un disturbo borderline, in questa particolare circostanza, possono sviluppare una maggiore sintomatologia, esasperata dalla costrizione, ma anche manifestazioni di tolleranza alla reciprocità.

Del resto il disturbo borderline è un disturbo camaleontico, assume forme diverse nei soggetti che ne soffrono, con tempi e modi differenti. E’ un disturbo complesso, perché contiene le forme più varie di sintomi, con etiologie diverse.

Ecco perché è importante fare diagnosi precoce, perché si manifesta in adolescenza o nella prima età giovanile e se non adeguatamente fronteggiato, può avere una deriva psichica anche critica.

Ci sono paradossalmente degli aspetti positivi da cogliere nel tempo del coronavirus?
Gli aspetti positivi ci sono sempre nelle cose che riguardano l’essere umano. La consapevolezza della fragilità e vulnerabilità umana, mette tutti di fronte ad una nuova visione di se stessi e del mondo che circonda.

Ma anche in questo caso, dipende dalla soggettività. Le catastrofi ci sono sempre state nella storia dell’umanità, ma non hanno mai determinato l’inizio di un nuovo modello umanitario.

Un modello che tutti auspichiamo benevolo ed accogliente verso l’altro, ma anche verso la natura. Quando tutto questo finirà non so se saremo migliori o peggiori, certamente saremo tutti diversi. Con l’unico pericolo dell’effetto rebound, quell’effetto che si manifesta col ripresentarsi dei sintomi, in maniera anche esponenziale, quando durante la cura di una malattia si interrompe il farmaco bruscamente.

Per capirci meglio, è l’abbuffata che arriva dopo la dieta ristretta. Questo è quello a cui tutti dovremmo pensare, ovvero a ricominciare lentamente, rispettando i tempi propri e quelli degli altri.

Può fornire qualche strumento alle famiglie costrette a una convivenza forzata?
Ai genitori mi viene da dire di osservare senza intervenire, specialmente con gli adolescenti, che sono quelli maggiormente in sofferenza, per la costrizione a cui non sono certamente avvezzi. Alle coppie, di non acuire i conflitti che possono generarsi dalla convivenza.

Stare insieme tutto il giorno può accrescere episodi di insofferenza e di intolleranza verso l’altro/a, per cui evitare ogni forma di dialogo che possa portare ad uno scontro, che sarebbe, oggi più che mai, senza via di fuga.

Grazie per la sua preziosa consulenza, ne faremo tesoro.

Maria Tinto è una Psicologa Clinica e Psicoterapeuta ad indirizzo Breve Strategico. Laureata con lode è iscritta all’albo degli Psicologi del Lazio. Si è specializzata nei disturbi della Sessualità presso l’ Università di Pisa. Esperta in Psicologia del trauma, Terapeuta EMDR Italia, Educatrice Professionale socio-pedagogica, Consulente Giuridico e Giornalista. Si occupa anche di Stress da Lavoro Correlato e di Benessere Organizzativo.

La sua formazione in area clinica avviene presso il CTS, Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è allieva del Prof. Giorgio Nardone, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.  Attualmente lavora come psicoterapeuta ufficiale per Giorgio Nardone a Roma e Caserta.

Si occupa da anni di ricerca nell’ambito delle dinamiche familiari e delle relazioni di coppia; delle famiglie con caratteristiche disfunzionali e delle ripercussioni sullo sviluppo dei figli. Vince il Premio letterario Autori Italiani 2017 con il libro I bambini non nascono cattivi, saggio sull’infanzia e le difficoltà dei genitori con i figli minori.

In questi giorni aderisce al progetto Filo diretto con la Psicologa e può essere contattata per un supporto psicologico al numero 333.8586641 dal lunedì al sabato. Orari: 10.30 – 12.30 / 15.30-18.30.

Antonella Rizzo

Se volete svagarvi un po’ con la cultura, partecipate al nostro #CoronaChallenge!

#CoronaChallenge: Appassionati di cultura venite a noi!

Oppure scoprite gli eventi culturali per distrarvi!

Tutti gli eventi culturali online per passare il tempo in quarantena

Coronavirus? E il Teatro San Carlo entra nelle nostre case

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L’arte e la musica diventano solidali ai tempi del Coronavirus grazie a #Stageathome, l’hashtag lanciato dal Teatro San Carlo di Napoli.

“Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita… non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea” Stendhal

Tra gli innumerevoli eventi culturali digitali ideati per la quarantena non poteva mancare il contributo del famoso Teatro partenopeo che con le sue innumerevoli proposte allieterà le nostre giornate tra musica e spettacoli.
Tutti gli eventi culturali online per passare il tempo in quarantena
Quante volte avreste voluto vedere uno spettacolo al Teatro San Carlo? Ora sarà lui a venire dritto nelle vostre case. Sarà sufficiente connettersi ai vari canali social del Teatro come Facebook, Twitter e Instagram. Oltre ai soliti canali, è possibile seguire gli spettacoli su Rai Play, You Tube, Opera Vision. Sarà possibile, inoltre, fare un tour virtuale, leggere aggiornamenti, approfondimenti,  grazie alla partnership Google Culture – Archivio Storico del Teatro di San Carlo. Non mancano backstage, interviste e tante tante curiosità.

Dal 14 Marzo è iniziato il progetto Scuola InCanto

Il progetto prevede degli appuntamenti giornalieri di didattica on line, accessibili traminete il sito InCanto, e i relativi social Facebook e Twitter. Verrà portato avanti il percorso di studi su L’elisir d’amore rivolto a bambini, ragazzi e docenti, tramite contenuti divertenti e interattivi. Come affermato dalla sovrintendente Rosanna Purchia “Il Teatro di San Carlo sente ancora di più la necessità di rafforzare la propria mission civile continuando a diffondere bellezza e arte, e risvegliando in ciascuno, grazie a quei valori che costituiscono l’identità del nostro Paese, quel forte senso di comunità necessario a superare questo momento di difficoltà. La nostra attività di Spettacolo dal vivo è un’attività collettiva fatta con l’uomo e per l’uomo. Per questo vorrei ribadire che siamo aperti virtualmente solo in maniera temporanea, ma torneremo presto, perché fino a quando il San Carlo suonerà dentro e fuori le proprie mura ci sarà speranza per Napoli e per il mondo”.
Musei: un tour virtuale tra musei e collezioni ai tempi del Coronavirus

Ecco gli appuntamenti di Marzo:

18 marzo – BALLETTO Il lago dei cigni – di P. I. Tchaikovsky 21 marzo – BALLETTO Cenerentola – di S. Prokofiev 23 marzo – OPERA Otello – di G. Rossini 25 marzo – BALLETTO Lo schiaccianoci – di P. I. Tchaikovsky 28 marzo – OPERA Ermione – di G. Rossini 30 marzo – CONCERTO Zilberkant / Laca

Gli appuntamenti di Aprile:

01 aprile – OPERA Manon Lescaut – di G. Puccini 04 aprile – OPERA Carmen – di G. Bizet 06 aprile – BALLETTO Pulcinella – di I. Stravinsky 08 aprile – BALLETTO La Dame aux Camélias – di C. Davis Angela Patalano

Siete artisti? Volete partecipare al nostro #CoronaChallenge? Inviateci i vostri video tramite i nostri canali social:

#CoronaChallenge: Appassionati di cultura venite a noi!

Unicusano: un team all’interno nel campus per il bene della collettività

L’Università Niccolò Cusano, a tutela della salute dell’intera comunità universitaria, non solo applica concretamente le misure disposte dalle autorità sanitarie per affrontare l’emergenza COVID-19, ma ha anche istituito un team, composto da docenti, personale amministrativo, tecnico, nonché il fondatore stesso, per garantire i servizi didattici e amministrativi ad oltre 30mila studenti.

L’Unicusano è stata una delle prime Università italiane a capire la gravità della diffusione del Coronavirus e subito si è attivata per offrire tutti i servizi – compresi esami e sedute di laurea – in modalità telematica e, contemporaneamente, avviare le procedure del lavoro agile per docenti, ricercatori e dipendenti amministrativi.

L’Ateneo, da sempre lungimirante e coeso, ha voluto guardare oltre le disposizioni ministeriali ufficiali. Per contribuire costantemente al funzionamento dell’azienda e non arrecare disservizi, alcuni dipendenti hanno aderito anche ad una “unità operativa d’emergenza” e, dal 9 marzo 2020, vivono e lavorano all’interno del campus universitario; rispettando ovviamente tutte le norme di sicurezza sanitaria in essere. Da oltre una settimana, dunque, si lavora e si vive nel campus in via don Carlo Gnocchi per garantire il servizio universitario ad oltre 30 mila studenti in Italia. Dipendenti che hanno deciso, volontariamente, di isolarsi dal resto del mondo per rispettare seriamente le norme dettate dal DPCM dell’8 marzo 2020 e per lanciare un messaggio di speranza, ai tempi del Coronavirus:

“Unicusano non si ferma e continua a garantire, in modo eccellente, i suoi servizi didattici e amministrativi”.

Il team interno della Cusano è un sacrificio per il bene della collettività. Infatti, questa lodevole iniziativa mette al sicuro sia i dipendenti, evitando loro contatti non necessari e gli spostamenti giornalieri casa-lavoro, sia gli studenti che, dopo la sospensione delle attività in presenza, possono comunque continuare ad usufruire dei servizi universitari in via telematica.

Oltre a garantire il diritto allo studio e alla salute, l’Università Niccolò Cusano ha donato 30 mila euro allo Spallanzani di Roma per l’acquisto di alcuni respiratori.

Idem con l’ospedale di Terni. Gesti nobili che vogliono ridare speranza e che dimostrano l’impegno concreto nei confronti della comunità presente e futura. Attestano, soprattutto, che l’Unicusano non si ferma e scende in campo in modo tangibile, questa volta contro il COVID-19, perché siamo tutti responsabili nei confronti dell’Altro.

Luis Sepúlveda, non solo Coronavirus: un autore dall’animo forte

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Con il contagio da Coronavirus, Sepulveda, autore de “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, ha scatenato il web. Noi non vogliamo parlarvi della malattia, ma della grandezza artistica e d’animo dell’autore cileno che incantato milioni di persone.

Classe 1949, autore, giornalista e sceneggiatore, nonché attivista politico, Luis Sepùlveda è uno degli scrittori più letti e tradotti in Europa. La sua capacità di raccontare storie ha toccato il cuore di adulti e bambini.

Da una non recentissima intervista emerge il suo essere un uomo  profondo che ha una concezione della felicità, della vita e della morte ottimista e concreta. Pochi sanno in realtà che la sua vita è stata segnata dal dolore. Dalle persecuzioni sotto il regime di Pinochet, alle torture subite in carcere, sino all’esilio forzato dal Cile. Esperienze da cui ha tratto solo la bellezza semplice che una vita vissuta in pienezza sa dare. Una vita affrontata con coraggio, circordato sempre dagli affetti familiari e animata dai suoi ideali.

La paura come alleato e non un nemico da sconfiggere

Dopo la notizia sul contagio dal Coronavirus di Sepulveda sembra doveroso parlarvi della sua profondità d’animo. La forza di questo scrittore si evince dalla sua concezione della paura come qualcosa da cui non si deve scappare o un nemico da combattere e sconfiggere. Anzi la paura a volte diventa l’alleato a cui aggrapparsi perché la paura aziona meccanismi di difesa utili a metterci in salvo. Cosa succederebbe se non avessimo paura?

Sepulveda riesce a sottolineare ogni aspetto positivo della paura quale condizione che ci consente di avere quella spinta in più per andare avanti. E come lui stesso ha affermato “quello che ci viene chiesto, oggi più che mai, non è di non avere paura, quanto di essere coraggiosi”. Una frase, che risulta attualissima visto la condizione che vive lo scrittore e tante milioni di persone, nonché noi che siamo chiamati a restare in casa con le nostre paure e preoccupazioni. E prosegue dicendo che non “c’è atto di coraggio che non celi dietro di sé la paura di non farcela. Ma noi, uniti, ce la faremo!”

E allora ci chiediamo, alla luce delle sue profonde riflessioni, come starà vivendo tutto questo? Noi ci auguriamo che tutto vada per il meglio e che lo stia affrontando con tutto il coraggio di questo mondo.

Ai tempi del Coronavirus e della quarantena: Sepulveda e i suoi libri da leggere

Ha  esordito nella narrativa con la raccolta di racconti Cronache di Pietro Nessuno (1969), cui sono seguiti Le paure, le vite, le morti e altre allucinazioni (1986) e Taccuino di viaggi (1987). Tuttavia trova la sua stabilità sul mercato letterario con il romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989), cui hanno fatto seguito Il mondo alla fine del mondo (1989), Un nome da torero (1994), La frontiera scomparsa (1994).

Troviamo, inoltre, libri di viaggi  Patagonia Express (1995) e la sua opera più importante, quale favola-parabola, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996).

L’esperienza politica e il suo attivismo come ambientalista hanno influenzato inoltre la produzione di altre opere come : Incontro d’amore in un paese in guerra (1997), Diario di un killer sentimentale (1998), Cronache dal cono sud (2006). 

Interessante è il libro di racconti La lampada di Aladino (2008).

Tra gli ultimi romanzi ricordiamo: Ritratto di gruppo con assenza (2010), Ultime notizie dal sud (2011), Tutti i racconti (2012), Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (2012), Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (2013) e L’avventurosa storia dell’uzbeko muto (2015), Storia di un cane e del bambino a cui insegnò la fedeltà (2015), La fine della storia (2016), Storie ribelli (2017). 

Angela Patalano

 

La Casa di Carta 4: “Che il caos abbia inizio”

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Il 3 aprile uscirà su Netflix la 4ª stagione de La Casa de Papel. Ecco dove eravamo rimasti e cosa ci rivela il trailer.

Diciamoci la verità: saremmo stati più contenti se la 4ª stagione de La Casa de Papel fosse uscita in questi giorni, durante i quali abbiamo sicuramente qualche remora in più a uscire dalla nostra di casa a causa della cautela (per non dire paura) adottata per il contagio del Coronavirus. Purtroppo, dovremmo aspettare il 3 aprile per conoscere l’epilogo della rapina al Banco de España da parte della banda del Professor.

Il trailer, che Netflix ha pubblicato con il titolo “Che il caos abbia inizio”, riesce sicuramente a dare un’elevata suspense, costringendoci a porci diverse domande per ciascuno dei protagonisti. Innanzitutto Nairobi, che avevamo lasciato a un passo dalla morte, appena dopo aver visto dalla finestra il figlio dal quale si era separato da anni. Riuscirà a sopravvivere o il colpo sparato dal cecchino sarà mortale?

L’ex-ispettore Murillo, ribattezzata Lisbona dopo essere entrata nella banda, cederà al ricatto della spietata nuova ispettrice Alicia Sierra che la pone davanti al bivio di scegliere tra il tradimento al Professore, con la promessa della libertà, o trent’anni di carcere e quindi abbandono della figlia?

Un mese d’attesa, mille dubbi da risolvere

Sono tanti altri i dubbi che ci faranno compagnia per circa un mese, tra cui anche uno più sociale. Molte persone, sia nella serie, sia nella vita reale, hanno visto in questo gruppo e nell’iconica maschera di Dalì, una sorta di rivendicazione del popolo contro il Sistema, ponendo l’opinione pubblica senza sé e senza ma a loro favore. Questo perché sono stati identificati i rapinatori come dei nuovi Robin Hood (con la sostanziale ma trascurata differenza che rubano per dare solo a loro stessi), ma anche per il fatto che, fino ad un certo punto, erano riusciti a non utilizzare nessun tipo di violenza contro i loro oppositori.

Come sappiamo, le cose cambiano dopo che il Professore cade nella trappola della Polizia spagnola e della Sierra, la quale riesce a fargli credere che la sua compagna sia stata uccisa. Disperato, Sergio dà ordine di sparare due razzi verso il blindato che si preparava a fare irruzione nel Banco, causando la morte dei poliziotti. Questa scena, così spettacolare e violenta, lascia sconcertati i personaggi della serie di entrambe le fazioni. L’aspetto che più incuriosisce è quindi come reagiranno le persone “comuni”, sia nella fiction, sia nella realtà: si è rotto l’idillio che unisce il popolo alla banda; oppure a Tokyo & co. verrà perdonato questo atto di violenza?

Riccardo Lozzi


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La tua dose musicale di Dente

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Giuseppe Peveri, in arte Dente, ha 43 anni e dal suo primo album, Anice in bocca, uscito nel 2006 non ha mai smesso di fare musica.

A questo primo lavoro seguono Non c’è due senza te (2007), L’amore non è bello (2009), vincitore del Premio Italiano della Musica Indipendente per il miglior album, Io tra di noi (2011), Almanacco del giorno prima (2014), Canzoni per metà (2016).

Dente, ecco di cosa parla il nuovo album del 2020

Il nuovo disco di Dente si intitola Dente ed è uscito il giorno del suo compleanno, il 28 febbraio.

Contiene gli ultimi tre anni della sua vita raccolti in 11 canzoni. È un disco pieno di prime volte, tra cui la sua faccia in copertina.

Dente ha annunciato così l’uscita dell’album sulla sua pagina Facebook:

https://www.facebook.com/denteofficial/photos/a.89372531184/10157605487496185/?type=3&theater

Oggi esce il mio nuovo disco. Ho scritto queste canzoni e ci ho messo la faccia ma questo disco è il frutto di un lavoro di squadra e per questo voglio ringraziare chi lo ha reso possibile.

Il grazie più grande va a Federico Laini che ha prodotto le canzoni con grande sensibilità e rispetto e mi ha riportato sulla strada in un momento in cui stavo perdendo l’orientamento.

Abbiamo trascorso nel suo studio buona parte dell’inverno scorso arrangiando queste canzoni con il prezioso aiuto del maestro Simone Chiarolini che non avendo profili social impiega bene il suo tempo e infatti è un bravissimo musicista.

Grazie a Matteo Cantaluppi che ha diretto i lavori a MONOstudio prendendo in mano questo lavoro e trasformandolo in qualcosa di migliore. Grazie a Ivan Antonio Rossi che ha registrato e mixato tutto il disco e Giovanni Versari che lo ha masterizzato. Michele Carrara che ha suonato la batteria e lo farà anche nei concerti.

Grazie a Matteo Zanobini e a Pietro Camonchia per essersi imbarcati in questo progetto e averci creduto. Tutta in INRI Picicca e Artist First.
Grazie a Ilaria Magliocchetti  per avermi immortalato nella foto in copertina e in quelle che stanno dentro al disco e per avermi fatto conoscere Valerio Bulla che ha curato tutte le grafiche del disco.

Il cantautore di Fidenza in questo nuovo disco è un Dente tutto nuovo ma sempre riconoscibile.

Dente lascia da parte la chitarra acustica per dedicarsi a quella elettrica, al pianoforte e alle possibilità offerte dalle strumentazioni digitali ma la sua ironica e brillante calligrafia è inconfondibile.

Qui trovate una playlist dedicata al cantautore emiliano.

Valeria de Bari

Vuoi saperne di più della musica indie italiana?

Celebrity Hunted: una produzione tutta italiana nel catalogo di Amazon Prime Video

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Celebrity Hunted – Caccia all’uomo, la prima serie non-fiction italiana targata Amazon è uscita il 13 marzo su Prime Video.

Il format Hunted è stato originariamente lanciato nel Regno Unito su Channel 4: il programma è un reality-show e un adventure-game in cui quattordici persone in fuga non devono farsi catturare dal team guidato da Kevin O’Leary, che a Scotland Yard ha guidato per anni operazioni sotto copertura.

In Italia Celebrity Hunted è arrivato il 13 marzo su Amazon Prime Video con i primi tre episodi, mentre le ultime tre puntate sono disponibili dal 20 marzo.

In questo reality otto star dello sport, del cinema, della tv, del web e della musica devono scappare da un team di cacciatori esperti contando su intuito e strategia.

A loro disposizione i fuggitivi hanno solo una carta di credito prepagata con un budget limitato di 70 euro al giorno e un cellulare che non consente l’accesso a internet.

L’uso di questi strumenti è peraltro controproducente, perché lascia traccia del passaggio dei fuggitivi per i cacciatori.

Gli otto vip in gioco non hanno bisogno di presentazioni.

Si tratta di Francesco Totti, Fedez, lo youtuber Luis Sal, Claudio Santamaria insieme a sua moglie Francesca BarraCostantino della Gherardesca  e Diana Del BufaloCristiano Caccamo.

La fuga inizia una mattina dal centro di Roma. Immediatamente ognuno di loro prende la sua strada e adotta strategie differenti per depistare i cacciatori.

L’obiettivo è infatti far perdere le proprie tracce.

Dal quartier generale, situato presso la Lanterna di Fuksas a Roma, i cacciatori coordinati da Alfredo Mantici, Ex Capo del Dipartimento Analisi Strategica del Sisde dovranno scovare i fuggitivi, utilizzando mezzi investigativi come il riconoscimento facciale, il database delle targhe, le telecamere di videosorveglianza.

Gli 8 protagonisti dal canto loro dovranno usare intuito e scaltrezza per sfuggire alla caccia serrata mantenendo l’anonimato.

Il cast supera la prova. Francesco Totti su tutti buca lo schermo.

Ma il racconto della fuga non regge.

Prendiamo ad esempio proprio la narrazione degli spostamenti di Totti: il calciatore dimostra di essere tatticamente superiore depistando gli investigatori fin troppo facilmente usando un sosia e rinchiudendosi in un convento.

Rovina poi tutto con una partita a calcetto che farà parlare di lui in tutto il paesello, alla faccia dell’obiettivo dell’anonimato.

Chi sono gli inseguitori? Non lo capiamo bene.

Sono veri profiler, hacker, esperti dei servizi segreti ma allo spettatore rimane il dubbio che si tratti di attori.

Gli hunter del quartier generale non sono nerd né uomini ruvidi: sono persone curate e distinte che interagiscono tra loro usando un linguaggio da fiction, che ricorda la sceneggiatura di Carabinieri o Distretto di polizia.

Le squadre che lavorano in strada sono formate da manzi e pupe che interagiscono con il quartier generale girando video selfie.

Tutto sembra finto. Io ho dovuto cercare su google Alfredo Mantici per avere la prova della sua reale esistenza.

Anche la regia è distante dal linguaggio del reality.

Endemol Shine Italy sottolinea sul suo sito che per questa produzione sono state realizzate 510 ore di girato da 18 operatori impegnati sul set. La tecnica utilizzata comprende 20 telecamere, 20 Go pro, 15 droni, 2 elicotteri con telecamere Wescam1 e una telecamera sull’idrovolante.

Il grande dispiego produttivo è evidente in una regia che lascia senza fiato per la bellezza delle immagini, ma al contempo tradisce la mission del format.

Valeria de Bari

Musei: un tour virtuale tra musei e collezioni ai tempi del Coronavirus

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Il 3 maggio sembra un giorno troppo lontano. Per noi che siamo abituati ad uscire, stare con gli amici, viaggiare e visitare musei alla ricerca del bello, restare a casa ci rende è un po’ una sofferenza, ma è un sacrificio accettabile per il bene di tutti.

Noi di Culturamente abbiamo deciso di combattere la solitudine con ogni iniziativa possibile. Perchè allora non immergersi “digitalmente” nell’arte?

#iorestoacasa: la cultura ai tempi del Coronavirus

visite virtuali musei
National History Museum, Londra, Regno Unito

Anche se ci viene chiesto di restare a casa possiamo sempre esplorare, imparare nuove cose ed immergerci nella bellezza. Visitare musei come se foste in Italia o a Londra è possibile, grazie alla possibilità che ci viene concessa di essere spettatori digitali. Per fortuna, oggi abbiamo un numero crescente di strutture museali che offrono tour virtuali.

Mettetevi comodi e gustatevi la lista delle possibili visite virtuali nei musei

  1. La Pinacoteca di Brera (Milano) che mette a disposizione una collezione.
  2. Musei Vaticani (Roma) sul sito è possibile fare un tour virtuale dei giardini e della Cappella Sistina.
  3. Galleria degli Uffizi (Firenze) Ipervisioni. “Immagini ad alta definizione dei capolavori delle mostre virtuali”.
  4. Museo di Rivoli (Torino)Cosmo digitale è una sede virtuale del museo, attraverso il quale è possibile accedere a creazioni artistiche, conferenze in streaming e documentazioni. Proprio con riferimento al Piemonte vi invito a scoprire la campagna tutta social #museichiusimuseiaperti.
  5. Museo Archeologico (Atene).
  6. Prado (Madrid).
  7. Louvre (Parigi).
  8. British Museum (Londra) sono visibili online pezzi unici delle città romane di Pompei ed Ercolano.
  9. National Gallery (Londra) offre un tour virtuale della Galleria.
  10. Hermitage (San Pietroburgo).
  11. Dalì Theatre Museum (Spagna) nel museo interamente dedicato al pittore catalano, è possibile ripercorrere la sua vita e le sue opere.
  12. Metropolitan Museum (New York).
  13. Guggenheim Museum (New York) potete trovare collezioni e mostre  di Franz Marc, Piet Mondrian e Picasso.
  14. National Gallery of Art (Washington).
  15. Per gli appassionati dell’antico Egitto segnaliamo questa pagina Facebook in cui è possibile fare tour virtuali. 
  16. Gran Tour d’Italia.

Abbiamo davvero l’imbarazzo della scelta. Sfruttiamo questa possibilità per gustarci delle opere d’arte stando comodamente a casa, in attesa di poterle ammirare dal vivo al più presto.

Angela Patalano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Better Call Saul 5×04, chi rompe paga e i cocci sono i suoi

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Questa settimana, dobbiamo ripartire esattamente dal finale dello scorso episodio. Un finale apparentemente innocuo. Jimmy e Kim che, dal balcone di casa, lanciano bottiglie per gioco (lui) e per frustrazione (lei).

Una scena densa di significato eppure essenzialmente simpatica, senza grossi effetti o analisi da dover fare. Qualsiasi altra serie tv, quindi, avrebbe iniziato la puntata successiva con altro. Invece, Better Call Saul 5×04 ci mostra la mattina immediatamente successiva, con Jimmy e Kim che, uscendo di casa per andare a lavorare, passano proprio sopra i pezzi di vetri generati dal loro gioco la sera prima. Jimmy ci passa sopra, Kim invece decide di fermarsi e spazzare lei stessa quei pezzi di vetro.

L’azione, insomma, ha avuto delle conseguenze, non solo pratiche ma soprattutto emotive: qualsiasi decisione ha un effetto, e quell’effetto non sparisce da solo.

Questa è la differenza tra tante serie tv e una grande serie tv, come lo è Better Call Saul. Qui ogni azione ha una sua conseguenza per i personaggi.

Qui ogni gesto non è svolto tanto per farlo, ogni parola non è detta tanto per dirla. Nulla cade nel dimenticatoio, tutto ha un eco che si trasforma in arco narrativo e introspettivo. Ogni singola scelta è un ennesimo tassello per capire l’interiorità dei protagonista, dei quali è eviscerato agli spettatori ogni prospettiva, e solo così l’empatia diventa massima.

Un gioco con le bottiglie che ci mostra, nella sua semplicità, quanto Jimmy sia pronto a passare sopra a tutto, mentre Kim ha ancora una morale che la tiene a terra. Etica che sta lentamente svanendo di fronte alla realtà, e alla vicinanza silenziosamente tossica di Jimmy stesso. Anche rimanere sentimentalmente con lui, dopotutto, è una scelta che ha una conseguenza.

Un eco che è la vera spina dorsale dell’intera serie. Mike commette un errore, e quello ritorna in sviluppi professionali e personali. Gus sottovaluta una decisione, e ciò lo tiene sospeso su un filo più stretto di quanto pensasse. Hank decide di fidarsi di qualcuno non proprio affidabile, e ora ogni sua azione è pilotata dall’inaffidabilità.

Pur muovendosi su tante rette di storyline, queste sono sempre parallele e destinate a convergere, contemporaneamente e inevitabilmente, in un unico punto. Che conosciamo già, e sappiamo pure che, per i nostri personaggi, non sarà sicuramente piacevole.

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Emanuele D’Aniello