Nel cuore di Roma sorge Profondo Rosso: il negozio-museo di Dario Argento
In occasione di questo speciale venerdì 13, vogliamo parlarvi di un luogo incantato nel cuore di Roma: il negozio di Dario Argento, “Profondo Rosso”.
Avete capito bene, non è solo un film, tra l’altro uno dei film più terrificanti di tutti i tempi del maestro dell’orrore Dario Argento, ma anche un negozio, che sorge al centro di Roma, in una delle vie più conosciute: via dei Gracchi 260.
Se siete amanti dell’horror, proprio come me, non potete fare a meno di recarvi in questo luogo “fatato” almeno una volta nella vita.
Gli esordi
Tutto ha inizio nel lontano 1975, quando Dario Argento era solo un ragazzo in viaggio verso Londra. Qui ebbe modo di entrare in uno dei megastore horror più forniti del pianeta, il Forbidden Planet.
Ed è proprio in questo negozio, che costituiva un vero e proprio luogo di incontro per i giovani amanti del genere e della fantascienza, che Dario prende spunto per ricreare una situazione analoga e anomala nel suo Paese, l’Italia.
E quale città migliore se non Roma per ricreare un simbolo e un luogo di ritrovo per moltissimi giovani? Questo è il mood del negozio di Dario Argento, però lo scopo non è ricreare interamente il superstore londinese, bensì offrire un punto d’incontro agli amanti dell’orrore.
Il negozio è stato ideato con la partecipazione dello straordinario collaboratore, collega e sceneggiatore Luigi Cozzi, ed è stato poi inaugurato nel 1989.
Si tratta di un luogo da non perdere se amate libri, riviste horror, poster, oggettistica da brivido, che possano condurvi nella vostra amata dimensione spettrale.
Le creazioni dei film horror spesso nascono e muoiono nella scena. Per questo Dario Argento, ha pensato di riprendere tutti i più famosi effetti speciali – dei suoi film e di quelli dei suoi colleghi – e di ricostruirli in delle “prigioni medievali”, cioè i sotterranei che si trovano al di sotto di questo gioiello nel cuore di Roma.
Al di sotto del negozio, infatti, Dario scoprì che c’erano delle cantine, che si prestavano perfettamente per ricreare questo “museo degli orrori”.
“Qui rinascono e rivivono per sempre queste creature strane”, come le definisce lo stesso Dario Argento.
Il nome del negozio, come racconterà più volte Dario Argento in alcune interviste venne del tutto naturale, non poteva che essere Profondo Rosso, titolo del suo film cult, che quest’anno festeggia 45 anni.
La colonna sonora di Profondo Rosso, film di Dario Argento del 1975.
Ma siamo davvero curiosi di saperlo: cosa è possibile trovare all’interno del negozio di Dario Argento?
Si può trovare di tutto, è un vero e proprio regno di perdizione per gli amanti delle storie horror: maschere, vestiti per carnevale o halloween, mostruosi effetti di scena, costumi, giocattoli, effetti speciali per spaventare i vostri amici, libri, cassette, VHS, poster, cd musicali.
Per i più fortunati sarà possibile incontrare anche Dario Argento o la figlia Asia Argento durante gli eventi organizzati all’interno dello store. Molto spesso si organizzano incontri con il regista, in occasione dell’anniversario del negozio o nella particolare giornata di Halloween.
Il negozio-museo di Dario Argento “Profondo Rosso”, sito a Roma in via dei Gracchi 260.
Nel 1999 nasce anche la Casa editrice “Profondo Rosso edizioni”, con la pubblicazione di 200 libri di genere e un film che vede Luigi Cozzi regista, dal titolo “Blood on Méliès’ Moon (La Porta sui Mondi)”.
E per ricrearvi un po’ l’atmosfera horror e non abbandonarvi, in questi giorni di CoronaVirus, vi lasciamo una lista con i più spaventosi film di tutti i tempi secondo CulturaMente.
Ovviamente vi lasciamo anche una lista dei film più belli di Dario Argento da vedere in questa giornata di venerdì 13:
Il negozio ha 31 anni, esattamente la mia età, e non vedo l’ora che finiscano questi giorni di quarantena, per raggiungerlo e poter ammirare dal vivo il capolavoro, creato dal mio regista italiano preferito: Dario Argento.
Grazie maestro! E a tutti voi, non mi resta che augurare: un terrificante venerdì 13!
Gooble, gobble! L’accettiamo! L’accettiamo! Gooble, gobble! Una di noi! Una di noi!
TITOLO: Freaks
TITOLO ORIGINALE: Freaks
REGIA: Tod Browning
CAST: Wallace Ford, Leila Hyams, Olga Baclanova, Roscoe Ates, Henry Victor, Harry Earles
PAESE: USA
ANNO: 1932
Freaks è un film del 1932 diretto da Tod Browning.
Ambientato nel mondo del circo ed interpretato da veri “fenomeni da baraccone”, è considerato uno dei più grandi film cult di sempre, nonché un classico del genere horror.
Ecco la storia del capolavoro di Tod Browning.
La MGM nel 1929 acquista per ottomila dollari i diritti del racconto Spurs di Tod Robbins.
Spurs è la storia di Jacques Courbe, un nano da circo francese, che eredita una fortuna e propone di sposarsi alla donna di cui è innamorato. Jeanne-Marie, una statuaria cavallerizza, è innamorata a sua volta del suo compagno di esibizione. Tuttavia, convinta che i nani siano destinati ad una vita breve, accetta l’offerta di Jacques.
Durante il banchetto nuziale la ragazza convince suo marito a saltarle in groppa e si vanta di poterlo portare da un capo all’altro della Francia. Dopo il matrimonio Jacques, per vendetta, chiude sua moglie in un luogo segregato, sorvegliata da un cane da guardia, e, ogni giorno, con la pioggia o con il sole, la costringe a portarlo sulla schiena per punizione.
Quattro sceneggiatori, oltre a Browning, hanno lavorato sul copione di Freaks, che nella sua versione definitiva mantiene solo una vaga somiglianza rispetto alla storia originale.
Il tema della vendetta rimane, ma la trapezista, ora chiamata Cleopatra, diventa un’aspirante omicida, in quanto tenta ripetutamente di avvelenare suo marito Hans.
La trapezista aveva accettato la proposta di matrimonio per interesse quando aveva scoperto che Hans ha ereditato una fortuna. Quindi la donna decide, con la complicità del suo amante, Hercules, di uccidere il nano. Tuttavia i freaks scoprono il complotto e organizzano la loro vendetta.
Per la parte di Cleopatra Browning si rivolge ad Olga Baclanova, la quale risponde in pieno alle caratteristiche del personaggio creato da Tod Robbins. Infatti l’attrice è un’alta bionda tipo amazzone, con occhi azzurri sgranati da bimba.
Per quanto riguarda i freaks l’ufficio casting è sommerso di fotografie e curriculum di centinaia di fenomeni da baraccone.
Il cast definitivo comprende persone con deformità spettacolarmente fotogeniche come Johnny Eck, soprannominato la “bambola spezzata”, perché sprovvisto degli arti inferiori; le gemelle congiunte Daisy e Violet Hilton; Prince Randian, un uomo senza gambe né braccia, il tipo di freak chiamato “verme umano” o “cesto per la biancheria”, capace di rullare e accendere la sigaretta con la sola bocca; Schlitze, un microcefalo travestito; Joseph-Josephine, mezzo uomo/mezzo donna; Olga Roderick, la donna barbuta; Koo-Koo, la “donna uccello proveniente da Marte”; Pete Robinson, lo scheletro umano.
Freaks è girato in nove settimane, dall’ottobre al dicembre 1931.
Dopo un’anteprima dall’esito negativo la produzione decide di tagliare alcune scene in cui è rappresentata l’ordinarietà della vita dei freaks, e soprattutto l’episodio in cui i “mostri” usano la violenza per punire Cleopatra.
Ciononostante la pellicola deve passare due volte alla censura dello Stato di New York e ottiene di essere distribuita solo dopo trenta minuti di tagli.
La ricezione critica non è unanime.
Le critiche più severe sono di ordine morale. John C. Moffit, critico del Kansas City Star, scrive:
Ci vuole una mente malata per produrlo e ci vuole un forte stomaco per guardarlo.
Elinor Hughes del “Boston Herald” scrive:
Tod Browning può ora ritirarsi in pace, soddisfatto di aver diretto l’horror definitivo […] Esso è quel tipo di cosa che, una volta vista, si annida nei posti più bui della mente, spuntando frequentemente con una persistenza terribile
In alcuni giornali si chiede agli esercenti di non proiettare il film, o ancora, si propone di proiettarlo in un centro medico e non nelle sale cinematografiche.
In ogni caso la reazione a Freaks è complessivamente negativa. Il film, secondo L. Gandini, sembra “fatto apposta per suscitare la riprovazione dei più svariati gruppi di moralizzazione pubblica, dai quali in genere partivano le pressioni verso l’ufficio di censura”.
Gli stessi freaks che recitano nel film hanno delle reazioni contrastanti; infatti, se Johnny Eck continuerà ad avere rapporti con Browning, la donna barbuta in un’intervista per il “New Yorker” affermerà di essersi pentita di essere comparsa nel film.
Ciò che è certo è che Freaks è sottoposto ad una sorta di ibernazione, poiché risulta essere un disastro commerciale. Il film, costato alla MGM 316.000 dollari, ne ha persi 164.000.
Non si sente più parlare di Freaks fino al 1948, quando un produttore di secondo piano decide di acquistarne i diritti di distribuzione.
Ma la vera rivalutazione del capolavoro di Browning è compiuta dalla critica europea.
A partire dagli anni Sessanta comincia la seconda vita della pellicola, proiettata prima al festival di Cannes, nel 1962, poi, nel 1967, a quello di Venezia.
3 motivi per vedere il film:
Freaks è un film cult nella storia del cinema mondiale.
I protagonisti sono veri fenomeni da baraccone, non ci sono effetti speciali.
L’atmosfera cupa e cruda.
Quando vedere il film:
In una notte buia e tempestosa o ad Halloween, per una serata da brividi.
Valeria de Bari
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Ovidio scriveva i Remedia Amoris. D’altra parte l’amore è considerato sin dall’alba dei tempi il morbo senza vaccino, quello che secondo i cantori antichi poteva essere placato solo dal canto. Ma come trovare conforto, durante una pandemia, nell’esegesi poetica?
Prima che i cinefili abbandonino l’articolo, però, ammetto che il titolo di questo pezzo è legato anche al film con Anne Hathaway, Amore e altri rimedi.
Dopo questa doverosa premessa possiamo procedere.
Quindi ammettiamolo. Per giornalisti e scrittori vivere in un momento storico come questo è molto allettante. Vi ricordate l’incantevole Jennifer Lawrence in Passengers, quando partiva – ibernata su una navicella spaziale – verso un altro pianeta, solo per poter scrivere il romanzo della sua vita? Il punto è più o meno questo: raccontare una grande impresa.
Non vi nego che la gloria di scrivere qualcosa di grande (almeno la mia) è passata in secondo piano in questi giorni. Attualmente non sono affetta dal COVID-19 (o almeno che io sappia), quindi non posso scrivere un diario giornaliero della mia quarantena. Ho pensato molto ad Anna Frank in queste ore, anche se, naturalmente, prima che mi lapidiate viva, le situazioni non sono paragonabili.
Solo il senso di impotenza legato alla reclusione lo è. O forse anche l’incredulità che tutto questo stia accadendo. Dicono, è surreale. Eppure accade.
Io sono solo una ragazza come tante, che lavora da casa, che esce solo con la scusa di portare fuori il cane, che non può più fare quello che faceva prima (tipo andare a scuola di musica a fare lezione) e che peraltro si ritrova con un 1 decimo dei suoi oggetti più cari in casa, perché ha traslocato da poco. E può sembrare una cosa di poco conto, ma quando anche la Biblioteca Comunale ti invita a restare a casa, i libri sono, ancora una volta, una cosa importante da avere con sé. Perché anche la psiche può risentire di questo Coronavirus: è un po’ come il fumo passivo. Anche se non ce l’hai direttamente in corpo, indirettamente ti striscia dentro.
Eppure non sento nemmeno particolarmente l’ansia da virus. Non sono ipocondriaca (anche se mia madre disinfetta le zampe del cane quando rientriamo dalla passeggiata) e non indosso la mascherina quando passeggio. Non seguo nessun programma televisivo sul Coronavirus. Mi attengo ai comunicati ufficiali e rispetto le direttive.
Arrivata al secondo giorno di “reclusione” in casa, però, ho iniziato a sentire molto dolore emotivo. Molta pressione. La pressione di chi è incatenato in una gabbia in cui non vuole stare (e non mi riferisco all’appoggio provvisorio presso la casa dei miei genitori…!). C’è molto web dentro e fuori di noi, troppo. Siamo bombardati di notizie, cerchiamo di farci compagnia con i social network. Ma alla fine dei giochi, mi manca l’aria.
Arriviamo quindi al punto dei “Rimedi”. Mi ci è voluto un po’, di solito ci giro meno intorno, ma stavolta è diverso.
Stavolta abbiamo tutti più tempo per leggere e io per scrivere. Stavolta è il caso di mostrare come la letteratura sia estrinsecazione della realtà. E se la realtà è meno frenetica lo è anche la lettura e, di conseguenza, la scrittura.
Per caso leggo due parole di Raffaele Morelli, uno degli psicoterapeuti più noti nel panorama italiano, sul Coronavirus. Mi soffermo perché ho letto praticamente tutti i suoi libri e non mi ha mai delusa. Morelli chiede, in questo momento, di prendere il sole ed essere creativi. Il sole fa bene, io ho il terrazzo, ma se avete il balcone o una finestra fate come le piante: mettetevi là nelle ore più calde. Alla fine della Pandemia, male che vada, sarete abbronzati come se foste stati ai Caraibi. Siate creativi – continua il dottore – beh ci sto provando con questo articolo, ma ammetto di aver saltato un passaggio importante.
Il passaggio in cui Morelli invita le donne a essere femminili anche in questo momento: questo è uno dei capisaldi del suo pensiero. Ricercare sempre la femminilità. Allora, mentre ero presa dall’horror vacui che mi mi affligge sempre nei momenti di vacuum, appunto, e ancora di più ora che il vacuum è forzato, mi sono fatta una doccia. Penserete che sia il minimo.
Ma dopo giorni di “abbrutimento” da casa (e qui riecheggio l’operaio marxista, ma solo per associazione di idee con la parola) ho deciso di fare con molta calma quello che solitamente, data la routine della mia vita, sono costretta a fare di corsa. Quindi ho connesso il mio telefono allo speaker bluetooth di mio padre (che ho appeso a una maniglia in bagno, cosa che naturalmente lo ha molto alterato – ma l’effetto penzolante faceva parte del momento artistico), ho lasciato partire la mia playlist preferita, mi sono fatta uno scrub facciale e uno al corpo, sotto doccia. Penso che non mi facevo un scrub dall’ultima volta che ho indossato il costume quest’estate (per chi non lo sapesse, lo scrub serve a esfoliare e purificare la pelle per renderla più liscia). Mi sono lavata con calma, mi sono depilata, ho messo la crema per i capelli e ho aspettato tutto il tempo necessario della posa.
Mentre mi asciugavo il corpo, uscita dalla doccia, mi sono spalmata con cura una crema corpo profumata ricordando che Ovidio ha scritto anche un’altra opera, i Medicaminafaciei femineae, tradotto anche come “I Cosmetici”.
Imparate o giovani donne quale accorgimento preservi il vostro viso e come dobbiate proteggere la bellezza.
Scrive Ovidio, in questa piccola opera. Piccola perché ci è pervenuto molto poco del testo originale, come spesso accade per quelli molto antichi: solo 100 versi. Dunque, proteggete la vostra bellezza.
Nel film Mangia Prega Ama gli italiani sono quelli che sanno godersi il “dolce far niente”. Chissà se è vero. Forse questo vale solo quando possiamo assecondare le nostre abitudini. Andare al bar a fare colazione, baciare tutti per salutarci, e perché no, stare appiccicati come sardine nei mezzi pubblici mentre si va a lavoro. E qualche volta è stato anche bello, se accanto a noi c’era quel tipo affascinante che vedevamo tutti i giorni alla stessa ora, senza sapere nulla della sua vita, ma con l’unica fantasia di poterla immaginare, senza volerci entrare, ché poi il sogno svaniva.
E quindi immaginiamo, come dice Morelli. Siamo creativi. Giochiamo con le forme attorno a noi e le forme su di noi. Prendiamoci cura del nostro corpo: mangiamo meno, perché ci muoviamo meno. Ma comunque muoviamoci quanto possibile (anche se questo vuole dire saltare con la corda in balcone, ché tanto in Italia a pranzo fanno sempre 20 gradi).
E poi, non dimenticate il femminile che è in voi, a prescindere dal vostro genere: spalmatevi una crema (magari fatta in casa), metteteci un’ora, massaggiatevi, accendete una candela profumata, bevete tante tisane, regalatevi questo tempo che ci è stato dato, un po’ croce, un po’ delizia per noi che stiamo bene.
Penserete che mi sono scordata gli uomini (quantomeno di quelli che non si impomatano).
A quelli potete mandare il video mentre vi impomatate. Sono certa che la loro creatività arriverà alle stelle! E se siete gay, impomatatevi insieme, ragazze. Ecco il phármaka che avrebbe sfornato Circe per voi. Un intruglio d’erbe, fatto rigorosamente in casa e frutto di un sapere antico e non scritto, che si cela dentro di noi.
Proteggete la vostra bellezza.
E alla fine sì, andrà tutto bene. O almeno, andrà tutto come deve andare. Ma scrivere, comunque vada, mi ha fatto molto bene.
La scorsa settimana ci eravamo salutati con il viaggio in treno di Lenù alla volta di Pisa, in procinto di iniziare l’università. Gli ultimi episodi fanno un salto di qualche mese e ritroviamo la giovane matricola alle prese con gli esami universitari e con la vita studentesca pre-sessantottina. Per le vie della città toscana si respira aria di rivoluzione e in un certo senso la nostra Elena, che dal rione povero di Napoli arriva a laurearsi alla Normale di Pisa, costituisce il simbolo di questa rivoluzione. Se la figlia dell’usciere può diventare una scrittrice, allora siamo davvero gli artefici del nostro destino, davvero la società può cambiare.
Eppure, nonostante il cambiamento e la lontananza geografica, l’esistenza di Lenù continua a essere strettamente legata a quella della sua amica Lila.
La serie tv torna insistentemente sul personaggio interpretato da Gaia Girace. Ha avuto molto spazio in questa seconda stagione. È un peccato che tutta l’esperienza universitaria di Lenù si sia ridotta a poche scene. È un momento importante nella vita della protagonista non solo per la sua storia personale, ma anche per il suo rapporto con Lila. Nel libro è molto interessante leggere di come Elena entri in una realtà completamente nuova, tentando di liberarsi del rione, del suo accento, di quel senso di mediocrità che la perseguita.
Cambia la scena e cambia la lingua che sentiamo. Ma non abbiamo abbastanza tempo per rendercene conto, per abituarci che subito siamo riportati nel rione. Lo siamo con l’arrivo della madre di Elena a Pisa per accudire la figlia con la febbre (un momento molto bello che è significativo per il rapporto tra le due di cui già avevamo parlato nell’articolo scorso) e con la lettura dei diari di Lila.
Non è un difetto, ma, forse, una serie che si è presa il tempo che doveva per raccontare in modo dettagliato il mondo della periferia napoletana, si poteva prendere altrettanto tempo per raccontarne la fuga.
Lila rimane il centro. Della storia e di Elena stessa.
Ecco perché dopo la laurea, Lenù torna a cercare Lila. Scopre che, dopo aver lasciato Stefano, si è trasferita con Enzo e il figlio Rinuccio nel quartiere di San Giovanni a Teduccio e lavora in fabbrica nel salumificio dei Soccavo. Veniamo tra l’altro a sapere anche che Bruno, uno dei proprietari, è solito molestare le operaie della fabbrica. Lo stesso Bruno che, in un tempo che sembra ormai lontanissimo, aveva mille accortezze e corteggiava la giovane Lenù a Ischia. E viene da chiederci: cosa sarebbe successo se Lenù avesse acconsentito al fidanzamento? Ora sarebbe anche lei parte integrante di quel mondo squallido o, al contrario, Bruno sarebbe diventato una persona migliore? Non per essere pessimisti, ma purtroppo tutti gli indizi (vi ricordate Stefano come sembrava diverso prima del matrimonio?) ci fanno propendere per la prima opzione.
Lenù ha una notizia straordinaria da comunicare all’amica: un suo libro verrà pubblicato. Dopo tante fatiche e sacrifici il sogno d’infanzia che entrambe condividevano, per Lenù si sta per avverare. Eppure percepisce un’ingiustizia in questo traguardo, una fortuna che non sente di meritarsi davvero, perché come sempre non si sente all’altezza. Come quella notte sulla spiaggia con Donato Sarratore, in fondo si sente una mediocrità, un “quasi”, come lei stessa sostiene. Fa derivare il suo successo, il suo talento, dalla genialità di Lila. Si convince, infatti, che il suo stesso romanzo sia stato ispirato da quella favola che la sua amica scrisse da bambina, “La fata blu”, e che lei sin da subito aveva trovato bellissima e geniale.
La serie si conclude con l’abbraccio tra le due amiche.
L’amicizia sopravvive. Nonostante tutto. Si sente che è un legame che non si può recidere, che è parte delle due protagoniste. Ma si tratta di un rapporto positivo o negativo? Si può parlare veramente di amicizia? C’è chi direbbe di sì e chi di no. Ma, forse, la cosa migliore da fare è astenersi dal giudicare o dal tentare di dire se sia una cosa buona oppure no e pensare solo a ciò che è. Troppo spesso usiamo categorie generiche per classificare la realtà. Troppo spesso ci rendiamo conto che sono insufficienti.
Il rapporto tra Lila e Lenù ci fa vedere come una relazione può avere delle conseguenze su di noi. Il bene o il male che fa dipende dai momenti, dalle circostanze. L’unica cosa sicura che si può affermare è che le due non sarebbero quello che sono l’una senza l’altra. Si spronano, si sostengono, si scontrano, si soffocano. Ma nel frattempo crescono, imparano qualcosa su loro stesse, sull’altra e su ciò che le circonda.
La maggior parte dei rapporti reali è così. Difficile valutare quelli che sono veramente solo positivi o solo negativi.
In chiusura di stagione non possiamo che riaffermare quanto già detto nelle scorse recensioni.
L’amica geniale – Storia del nuovo cognomeè una delle migliori produzioni realizzate sugli schermi Rai. È una serie che, pur avendo alle spalle una storia costruita magnificamente, riesce a brillare di luce propria. Perché è recitata bene, la scenografia è accurata e le immagini comunicano molto al di là della narrazione fuori campo (che si conferma, episodio dopo episodio debole a causa della pessima dizione di Alba Rohrwacher).
Una serie che può sembrare lenta, ma che in realtà si prende il tempo che deve per raccontare la sua storia. Una storia bella, complessa, appassionata che parla anche del nostro Paese e soprattutto di cosa significa essere umani.
Si è concluso MasterChef 9 Italia con una serata finale molto avvincente.
Anche questa stagione di MasterChef 9 Italia è giunta alla fine.
Ad aggiudicarsi il titolo è Antonio Lorenzon, l’art director di 44 anni originario di Bassano del Grappa. Antonio ha vinto dopo aver presentato ai giudici di MasterChef il suo menù chiamato “Vita, vecchi ricordi” in cui l’aspirante chef ha voluto raccontare il suo passato, fatto di legami familiari e tradizioni. Quattro portate in cui si sente il profumo del ricordo, ma non mancano tocchi innovativi.
I piatti presentati ai giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli sono stati i seguenti:
Il menù vincitore di MasterChef Italia 9
“Baccalà e i suoi amici”: l’antipasto è una rivisitazione in chiave moderna del baccalà alla vicentina che la madre cucinava ad Antonio da piccolo;
“Dal Grappa al Brenta”: un risotto ai porcini con uova di trota affumicate e gel di Amarone della Valpolicella che Antonio ha cucinato per ricordare le domeniche trascorse in famiglia a raccogliere funghi;
“L’alba di settembre”: il secondo ha a che fare con le battute di caccia del papà. È una pernice con finferli, cipollato fresco e tartufo nero. I giudici all’unanimità l’hanno considerato il miglior piatto della serata;
“Dolce bosco”: come dessert, Antonio ha presentato una meringa alle nocciole con gelato al pepe di Sichuan, salsa di lamponi e mousse al cioccolato.
credit: “Immagini concesse da Sky”; https://masterchef.sky.it/sempre disponibile on demand
MasterChef 9: i concorrenti arrivati alla serata finale
Le proposte di Antonio hanno sconfitto le altre due concorrenti arrivate in finale: Maria Teresa e Marisa. La prima si è rivelata una concorrente molto capace e determinata. È stata la pecora nera del gruppo, ovvero quella che si è alienata la maggior parte delle simpatie tra gli aspiranti chef. Il suo carattere molto schietto e sempre propenso se non alla polemica, ma a guardare le cose in maniera molto rigida e poco sfumata l’hanno coinvolta in diversi contrasti nel corso dell’intera stagione.
Marisa, invece, è un’altra delle concorrenti che sin da subito ha fatto pensare che sarebbe stata tra i finalisti. Nel suo percorso ha alternato momenti di arresto a momenti vincenti. È una persona molto emotiva, gentile e presente nel gioco. Ha condotto le sue strategie senza inimicarsi nessuno in particolare.
Al quarto posto è arrivato Davide, eliminato per non essere riuscito a consegnare un buon piatto nell’Invention Test della semifinale. Una prova sicuramente non semplice visto che ai 4 concorrenti rimasti è stato chiesto di replicare i piatti del menù di Paolo Casagrande, chef del ristorante Lasarte, tre stelle Michelin a Barcellona. Si trattava di portate molto complesse da preparare e il dolce assegnato a Davide da Maria Teresa era il più difficile tra tutte. Ma bisogna anche riconoscere che l’umore di Davide durante della prova è stato tutt’altro che positivo.
Ancora amareggiato per le parole di Maria Teresa (che nella puntata prima aveva sostenuto che Davide non meritasse la finale), si è lasciato guidare dal suo malumore, lavorando con tensione, poca concentrazione e, soprattutto, poca umiltà. Tutto il contrario di Antonio che, invece, è risultato il migliore anche nell’Invention Test proprio per le sue capacità di ascolto.
MasterChef 9: il vincitore e la sua proposta
Antonio ha conquistato i giudici con i suoi piatti e il pubblico con la sua simpatia. Nonostante in alcune puntate abbia dato inizio o si sia lasciato trascinare dalle polemiche, si è sempre mantenuto molto rispettoso dei giudizi, cercando di imparare più che poteva. Nel suo dessert ha messo in pratica i suggerimenti avuti durante la prova in esterna nel prestigioso ristorante Pavillon Ledoyen dello chef pluristellato (ne ha raccolte ben 8 per tutti i suoi locali in giro per il mondo) Yannick Alléno.
Antonio ha un cuore puro. Proviene da una famiglia unita che gli ha trasmesso l’amore per la cucina e le sue tecniche. Da 18 anni è fidanzato con Daniel che lo ha iscritto allo show culinario più famoso d’Italia. È proprio con Daniel che Antonio condivide il sogno di aprire un locale a Cannes. Sogno che potrà diventare realtà grazie ai 100 mila euro in gettoni d’oro vinti con il titolo di nono MasterChef italiano.
Daniel è stato anche il protagonista dell’ultima sorpresa che lo show ci ha regalato. Una volta proclamato il vincitore, Antonio ha chiesto l’attenzione dei presenti, ha ringraziato il suo compagno e si è inginocchiato per chiedergli di sposarlo. Un momento molto tenero e commuovente a cui Daniel ha risposto di sì.
credit: Immagini concesse da Sky; https://masterchef.sky.it/, sempre disponibile on demand”
MasterChef 9: cosa ci dice un talent show?
È uno dei programmi di cucina più seguiti non solo in Italia, ma in tutto il mondo, visto che molti paesi hanno le loro edizioni. Ma perché MasterChef appassiona il pubblico? Magari anche persone che non c’entrano nulla con il mondo gastronomico. Non è un programma che ti consente di imparare per bene come cucinare perché molte cose vengono date per scontate. Né hai la possibilità di partecipare al gioco votando o altro, come avviene per X-Factor.
Ma, quindi, perché seguire MasterChef Italia?
Non perché è un programma d’intrattenimento ben strutturato (cosa che è), ma perché si tratta di un gioco. E il gioco, antropologicamente, è una parte fondamentale della formazione degli esseri umani. Anche se non puoi partecipare, puoi guardare, immedesimarti, studiare i comportamenti dei vincitori e quelli di chi non riesce a passare le prove. Si ha l’opportunità di vedere in modo concreto come chi ha un atteggiamento negativo o poco sicuro di sé o, al contrario, troppo sicuro non riesce ad arrivare all’obiettivo. Chi si fa prendere dalle emozioni, va in confusione. Chi cucina solo con la testa, non comunica nulla.
Solo chi riesce a mescolare la voglia di imparare con una certa sicurezza nelle sue capacità e a fondere a parte emotiva con quella razionale arriva al podio. Sono messaggi che percepiamo inconsciamente e che ci aiutano nelle sfide di tutti i giorni, anche se non ce ne accorgiamo. Il tutto è condito da battute simpatiche, dalla dizione di Cannavacciuolo, dallo stile di Barbieri, dai commenti in inglese di Locatelli e dalla giusta dose di racconti commuoventi.
Sono ingredienti vincenti. Lo sappiamo da qualche anno e ce lo ricorderemo quando vedremo le pubblicità della decima edizione.
Per creare una storia che sappia emozionare chi legge, che sia quella di una vita o di un’azienda, è necessario saper padroneggiare l’arte di scrivere. Questa capacità non è così scontata, in quanto sono molte le persone che non sanno da che parte iniziare quando vogliono mettere nero su bianco un racconto, seppur ne conoscano a menadito i dettagli in quanto ne sono i protagonisti. Approcciarsi alla scrittura creativa vuol dire occupare gran parte del proprio tempo a seguire corsi, leggere libri e esercitarsi per acquisire una competenza tecnica: non tutti possono permetterselo, per cui spesso ci si rivolge a quello che viene definito ghostwriter, una figura che andrà ad apportare al progetto un livello qualitativo elevato e che saprà realizzare una stesura in tempi rapidi. Saper scrivere bene non è così scontato, nonostante le idee che si hanno in mente siano buone: se l’esposizione non convince, non si verrà presi in considerazione.
La figura del ghostwriter: chi è?
Il ghostwriter, come Flowriting, è uno scrittore fantasma: ciò significa che si occupa di scrivere testi che gli vengono commissionati, mantenendo però una forma anonima (anche se alcune volte vengono citati all’interno del libro, come avvenne per la biografia del tennista Andre Agassi “Open”). Vale a dire che tutti i diritti d’autore sull’opera che realizzerà apparterranno al cliente che l’ha richiesta.
È una figura che deve possedere determinate
caratteristiche per poter svolgere al meglio il proprio lavoro: la passioneper la scrittura è indubbiamente l’elemento fondamentale, a cui va
aggiunta un’ottima capacità di immedesimarsi
nel suo cliente, in modo tale da entrare nella sua testa, nelle sue idee e
nel suo stile, per far sembrare che il libro sia stato scritto da quest’ultimo.
La padronanza della tecnica è un
altro aspetto che non va trascurato: la passione da sola non basta, infatti è
importante essere in grado di scrivere testi scorrevoli, privi di errori
ortografici e con uno stile consono allo scopo per cui vengono ideati. Infine,
l’originalità consente di realizzare
di volta in volta nuove narrazioni che non andranno ad assomigliare a
nessun’altra.
Scrittura creativa: le fasi
Come prima cosa va sottolineato che per la perfetta
riuscita del progetto è necessario che vi sia armonia tra il ghostwriter e il cliente: deve instaurarsi un rapporto di fiducia che faccia in modo
di far aprire il narratore a raccontare il suo vissuto. Spesso i due soggetti si trovano a vivere in simbiosi durante tutto il
periodo di stesura dell’opera oppure, dopo un colloquio iniziale durante il
quale il ghostwriter raccoglie tutti gli elementi contenutistici che gli
servono, stabiliscono degli incontri periodici per fare il punto della
situazione sui progressi del libro.
Il processo di
scrittura creativa è articolato in diverse fasi: ci deve essere
innanzitutto uno sviluppo concettuale,
a cui segue la creazione di un titolo provvisorio che funga da punto di
riferimento finché non comincia la scrittura. Successivamente si passa alla stesura dei capitoli: in questo
passaggio risulta fondamentale un continuo approfondimento su tutti gli aspetti
delle vicende che verranno raccontate e che andranno inserite al loro interno,
sfruttando il fatto di stare continuamente a stretto contatto con il narratore,
o di avere degli appuntamenti fissi con lui. La fase di editing
è cruciale: andrà esaminato se vi siano delle incongruenze o mancanza di
coesione all’interno del testo, per far sì che il manoscritto venga presentato
al meglio. Si dovrà procedere infine alla creazione di un titolo definitivo.
Perché scegliere un ghostwriter per raccontare la
propria storia
Ogni vita, ogni storia, è unica: che si tratti di
imprenditori, viaggiatori, sportivi o persone comuni, l’importante è che il
loro trascorso venga narrato nella maniera più consona. Un ghostwriter è in
grado di fare tutto questo, trasponendo su carta vicende memorabili che con il suo tocco saranno lette in modo
piacevole e scorrevole. Servirsi di un
ghostwriter giova a molti soggetti, in primis al cliente: si pensi a un atleta
che, grazie all’intervento di questa figura esperta di scrittura, potrà
dedicarsi in tutta tranquillità ai propri allenamenti senza dover
necessariamente dedicarsi a un campo che non gli compete. Anche la casa
editrice che dovrà pubblicare il libro avrà i suoi vantaggi: le correzioni che
dovrà apportare al libro saranno minime, grazie all’intervento competente del
ghostwriter.
Ve la ricordate la bionda di Tik Tok? Eccola, la bellissima Kesha è tornata con il suo nuovo album “High Road“, uscito lo scorso 31 gennaio.
In passato il suo nome d’arte era Ke$ha. All’anagrafe è Kesha Rose Sebert, nata il 1 marzo del 1987 a Los Angeles. Figlia d’arte, sua madre è una cantautrice, mentre di suo padre non si hanno tracce. Lei stessa afferma di non aver mai avuto sue notizie.
La copertina dell”album di Kesha, High Road.
“High Road” è il suo quinto album.
La regina del pop assicura per ogni suo pezzo un vero e proprio successo. In questo suo nuovo album la cantante intraprende un viaggio con se stessa. Alcuni pezzi sembrano elogiare la forza e la grinta, caratteristiche principali della cantante, ma non mancano pezzi malinconici, più soft e meno aggressive. In questi brani possiamo ritrovare l’emotività e la forte sensibilità della cantante.
Ballad e brani più emotivi entrano così nella vita della cantante, quasi a volercela raccontare tutta, nella sua completezza.
“High Road” è stato già acclamato dalla critica, come un disco che riesce a mettere insieme la completezza della cantautrice: dalla spavalderia incredibile alla vulnerabilità.
“Timber” è uno dei brani più ascoltati e ballati di Kesha, feat. Pitbull.
La sua forza sta proprio in questo, nell’essere un mix tra forza e leggerezza. Kesha ha venduto più di 14 milioni di album in tutto il mondo e conta 7 milardi di stream, con più di un miliardo e mezzo di visualizzazioni per i suoi video.
Ha raggiunto la prima posizione nella top 40 Radio con i singoli “Tik, Tok“, “Your Love Is My Drug“, “Die Young” e “Timber“. Ha, inoltre, ottenuto due nomination alla 60ª edizione dei Grammy Awards. Lo scorso anno ha pubblicato un fim-documentaio, dal titolo “The Rainbow“, in cui svela i retroscena della sua vita dietro le quinte del palcoscenico.
Nel 2019 Kesha viene nominata dalla rivista The Time, una delle persone più influenti del 2019.
Ecco la tracklist del nuovo album “High Road“:
1. Tonight 2. My Own Dance 3. Raising Hell feat. Big Freedia 4. High Road 5. Shadow 6. Honey 7. Cowboy Blues 8. Resentmentfeat. Sturgill Simpson, Brian Wilson & Wrabel 9. Little Bit Of Love 10. Birthday Suit 11. Kinky feat. Ke$ha 12. Potato Song (Cuz I Want To) 13. “BFF” feat. Wrabel 14. Father Daughter Dance 15. Chasing Thunder 16. Summer
Si tratta di 16 nuove tracce, di cui già ho la mia preferita, dal preascolto. Indovinate quale? Un album discreto, che consiglio. Disponibile su Spotify. Buon ascolto!
Londra: enorme, cosmopolita, multiculturale. Il sogno di molti giovani. Una città dove tutto sembra possibile. Un punto di arrivo per alcuni, un punto di partenza per altri.
Ogni anno giovani e non solo, da ogni parte d’Italia, si trasferiscono nella capitale inglese con un biglietto di solo andata e una valigia colma di speranze e desideri. Ma davvero Londra è come la descrivono molti blog? Davvero è cosi tutto semplice, a portata di mano? Oppure, è solo uno specchietto per le allodole? Forse.
Su Londra ho letto tanto, eppure quando mi sono trasferita ho realizzato che tra scritto e vissuto c’è un gap di cui nessuno si prende la responsabilità di scrivere. Una lacuna che nessuno vuole colmare. Ovviamente ogni esperienza è personale, ma cosa significa veramente essere italiani a Londra?
In Influx, di Luca Vullo, luci e ombre su un fenomeno di massa: l’emigrazione
Il documentario del 2017, disponibile su Netflix, racchiude pensieri, esperienze e stralci di vita quotidiana testimoniata dagli italiani a Londra. Il docu-film sembra finalmente fare luce su una realtà difficile per noi italiani, quella del fenomeno occupazionale. Una vera e propria spina nel fianco che purtroppo fa ombra su altri aspetti della nostra nazione che all’estero ci invidiano: un livello di vita qualitativamente maggiore, il buon cibo, il sole, il mare, la convivialità e il calore che ci contraddistingue. Insomma un mix di elementi che ci rendono italiani.
Un documentario pro italian londoners. Basta sputare nel piatto dove avete mangiato per anni e anni.
A scrivere questa recensione è qualcuno che a Londra ci ha vissuto. Tra le varie categorie rientro tra quelle che hanno, con questa città, un rapporto di amore/odio. Viverci è stata per me una piccola sfida, che seppur breve, mi ha permesso di acquisire un minimo di obiettività tale da per poter considerare questo documentario, seppur piacevole, un po’ ingiusto e denigratorio verso l’Italia e gli italiani.
Più guardavo e ascoltavo le interviste di coloro che amano definirsi “italian londoners” e più mi ponevo delle domande percependo una nota stonata. Il documentario seppur faccia luce su un dato concreto, grazie alla testimonianza di chi a Londra ci vive da decenni, si contraddistingue per l’approccio anti-Italia.
Non mi riferisco alle testimoniante di coloro che frequentano la St. Peters – i quali ho avuto il piacere di conoscere – essendo loro una generazione diversa, forse quella che aveva davvero una valida ragione per espatriare. La generazione post guerra. La generazione che ha vissuto il disagio di essere italiano a Londra.
Mi riferisco alla nostra generazione quella che ha bisogno di soddisfare costantemente il desiderio del riscatto sociale. Coloro che hanno bisogno di sopperire al senso di frustrazione. Un bisogno di dimostrare costantemente qualcosa a qualcuno che ha scelto di restare in Italia.
Si badi bene, non critico chi si trasferisce all’estero e chi decide di stabilizzarsi in una nazione diversa, di fare carriera o semplicemente costruirsi una vita fuori dall’Italia. Io stessa sono stata qualche mese via. Quello che critico è il denigrare, all’interno di questo documentario, e far emergere solo il lato negativo di una realtà che tutto sommato tanto schifo non fa, sebbene decisamente difficile.
Critico coloro che sono italiani, ma preferiscono parlare inglese in un documentario italiano, perchè sono Londoners inside, giusto?
Misunderstanding o no, non tutti vogliono diventare italian londoners.
Eppure di Vullo ho letto un’intervista, ho ben compreso le sue intenzioni, ma sembra, ad avviso di chi scrive, che il messaggio sia diverso.
Così come ho considerato deludente il senso di fallimento che traspare. In un’intervista una donna dice “se torni in Italia allora sei fallito”. Davvero è questo il messaggio che si vuole trasmettere?
Ho conosciuto tante persone, e gran parte di loro, pur non conoscendosi, hanno sempre espresso lo stesso pensiero: rientrare in Italia. Rimpatriare non è un fallimento. È un capitolo della propria vita. Il fallimento è una condizione psicologica che deriva dalla persona. Il fallimento è non averci nemmeno provato.
Londra deve essere sempre e comunque un’esperienza positiva perché in un senso o nell’altro ti cambia dentro e quando ritorni non sarai più la stessa di prima. Magari il cambiamento non lo percepisci subito, ma c’è. Perché è una città feroce che ti sbrana, ti spezza per poi lasciarti sola. Ma guai a chiamarlo fallimento perché chi rientra ha tutte le potenzialità per portare un quid pluris, un bagaglio grande quando Londra, in una terra piccola come l’Italia che ha bisogno di giovani intraprendenti pronti a mettersi in gioco lì dove tutto è difficile.
In quanto italiani abbiamo il dovere di essere d’aiuto per gli altri, invogliare a partire, a cambiare aria per qualche tempo, solo così potremmo conoscerci meglio, capire cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Imparare da noi stessi, dalle nostre paure, angosce. Affrontare l’irrisolto, mettere un punto e andare avanti. Quindi cara signora, no! Rientrare non è un fallimento, è la possibilità che ci diamo di mettere in atto ciò che abbiamo imparato e provare, nel nostro piccolo, a rendere questa magnifica terra un posto migliore.
Che senso ha fare un documentario dove testimoniano solo – o per la maggior parte – professionisti affermati che sono lì da anni?
Influx è il documentario sugli italiani a Londra che ce l’hanno fatta. Chiamiamo le cose con il proprio nome. Minuto dopo minuto mi chiedevo dove fossero finiti gli altri, quelli che vivono male. Quelli che pensano ogni giorno di prendere il primo volo e rientrare. Il regista ha ben evitato le realtà scomode che forse sono quelle che potenzialmente distruggono il sogno inglese e fanno riflettere che tutto sommato è il caso di lottare di più in Italia piuttosto che scansarsi e farla affondare.
Decisamente fuori luogo è stata l’intervista di un giovane professionista milanese che ha sapientemente paragonato Milano a Londra. Davvero? Paragonare una città, seppur grande e decisamente moderna rispetto alle altre realtà, con una metropoli come quella inglese è talmente stupido che ogni volta che mi soffermo a pensarci mi viene da ridere. Un confronto in cui l’Italia perde in partenza. Non per i servizi che offre anzi, sicuramente è una delle città più all’avanguardia e dinamiche d’Italia, ma perché a volte si dimentica che, alla base della nostra vita, senza distinzione alcuna tra nord e sud, c’è una cultura che è profondamente diversa da quella inglese. Non importa da quale parte di Italia vieni, la cultura italiana coinvolge ogni aspetto della nostra quotidianità e ci caratterizza in ogni cosa che facciamo, anche nei servizi che offriamo.
Londra non è l’Inghilterra.
Londra
C’è da dire tuttavia che ho apprezzato l’intervista di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice e avvocato, quando sottolinea che Londra non è l’Inghilterra.
La mia esperienza si è fermata a Londra, anche se ho avuto modo di vedere, seppur per pochissimi giorni, piccole città fuori dal greater London. E sì, l’aria che si respira è decisamente diversa, più tranquilla, meno affollata e più a portata d’uomo. Così, mentre un londinese vive con l’agenda alla mano sempre e comunque, al di fuori i ritmi sono più pacati e meno caotici. Forse, tutto sommato se si ha il desiderio di vivere in UK bisognerebbe puntare al di fuori di Londra.
In conclusione
Le terre inglesi, quelle di Shakespeare, Jane Austen, Elisabeth Bennet sono da sempre la mia passione. Amo l’accento inglese, camminare con il naso per aria e guardare gli altissimi palazzi. Ma l’Italia è l’Italia ed io la mia terra la amo con tutte le sue difficoltà. A Londra ho vissuto esperienze che in Italia forse potevo solo immaginare, ma non reputo giusto parlar male della propria terra. Ne fingersi italian londoners parlando inglese in un documentario italiano. Influx è un documentario che perde in termini di potenzialità. Poteva davvero diventare una bella testimonianza ed invece si è ridotto, per la maggior parte del tempo, ad un evidenziare in maniera costante delle cose che non vanno in Italia.
Consigli in pillole per chi vuole trasferirsi
Londra
Se siete donne, ci sono gruppi come amiche italiane in UK (personalmente mi hanno aiutato molto, soprattutto nella prima fase).
C’è la St. Peter Italian Church, a Farrigdon. Qui mi sono sentita a casa fin da subito, non solo le persone sono accoglienti, ma ogni mese organizzano cene, incontri e tanti altri eventi per trascorrere del tempo insieme.
La St. Peter organizza il progetto “Benvenuto a Bordo”. Degli esperti vi aiuteranno nei primi tempi quando avrete bisogno di fare il NIN, trovare casa, aprire un conto, e tante altre indicazioni per evitare di essere truffati.
Diffidate dalle agenzie che si propongono sui gruppi e cercate di vedere casa dal vivo.
I trasporti sono molto cari, quindi valutate se conviene prendere una stanza lontano o vicino il lavoro.
Angela Patalano
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Premessa: in questo articolo non si parla di Fiorella Mannoia e della sua famosa canzone, scritta da Enrico Ruggeri, “Quello che le donne non dicono”. Non siamo “dolcemente complicate”, e per quanto tutte la cantino con gli occhi a cuoricino, quel pezzo non rappresenta le donne. È una farsa, un miscuglio di cliché ben assemblati.
Indice
Una nuova generazione di cantanti italiane
C’è una nuova generazione di cantanti, anche italiane, nella scena musicale. Donne che parlano apertamente della realtà femminile, dalla sessualità alla libertà del proprio corpo.
La musica è sempre stata un veicolo per normalizzare qualsiasi cosa all’interno della società. Che la realtà delle donne sia stata trasposta nella musica è di fondamentale importanza.
Ora più che mai i ragazzi ascoltano canzoni in cui rivedere se stessi e la propria quotidianità. Per questo che in Italia la musica indie è esplosa, cambiando anche il mercato musicale.
I temi affrontati sono svariati. Sessualità, libertà di essere donne di successo, in carriera quindi, femminismo intersezionale, che non è concentrato esclusivamente sulle donne ma su tutti in quanto persone, e temi sociali.
Nell’industria musicale italiana sono le cantanti e cantautrici indie a smantellare il taboo sulla sessualità femminile, un pezzo alla volta.
La Rappresentante di Lista
La Rappresentante di Lista, nella canzone Questo Corpo, racconta l’orgasmo e il piaccere femminile che attraversa tutto il corpo. L’attenzione ai dettagli è importante in questi casi. Nel brano Veronica Lucchesi cantando cita il suo sesso, non la vagina. Questo perché il piacere nella donna non si concentra solo lì, come porta a credere una cultura sessuale fallocentrica, ma coinvolge l’intero organo sessuale (e tutto il corpo, appunto).
M¥ss Keta
M¥ss Keta, che molti hanno conosciuto a Sanremo quest’anno ad Altro Festival e nella serata dei duetti con Elettra Lamborghini, è una cantante che desta molto scandalo. I testi delle sue canzoni parlano di sessualità promiscua e chiari riferimenti alla droga. La maggior libertà sessuale è un tema presentissimo nelle canzoni nelle canzoni di M¥ss Keta.
Alcune sono anche caratterizzate da quella sicurezza e iniziativa che siamo stati abituati a vedere e accettare solo negli uomini, mentre nelle donne è ancora vista male. Le dichiarazioni di Luca Argentero sono un tristissimo esempio.
Questa tipa pazzeska indossa una maschera che le copre metà viso. Sarà una trovata di marketing, come per Sia o Liberato, o una strategia per non aver ripercussioni nella sua vita privata, con commenti sessisti o aggressioni di altro tipo? Perché ancora in Italia le donne possono andare a letto con chi vogliono, però ancora vengono giudicate o colpevolizzate per per il numero di partner, gravidanze indesiderate, MST, stealthing e stupri.
Levante
Levante è un’altra cantautrice italiana che parla di femminismo e temi sociali, senza tirarsi indietro e scatenando a volte delle polemiche. Nelle sue canzoni traspare il femminismo intersezionale: non si rivolge esclusivamente al suo pubblico femminile ma a tutti, in quanto persone.
A metter in atto questa rivoluzione non sono solo le cantanti italiane.
I modelli esteri
Andate su Google e provate a cercare “rapper italiane“. La prima cosa che appare è una lista di rapper maschili suggeriti dal motore di ricerca. Questo perché il genere è spesso composto quasi totalmente da uomini che quasi sempre rappano su testi misogini, violenti, pregni di machismo e maschilità tossica.
Le rapper
Piano piano l’ambiente si sta aprendo anche al sesso femminile, che sta portando dentro con sé anche le tematiche sull’identità di genere e sulla sessualità. Alcuni esempi sono Mc Nill, ANNA, Priestess, Madame e l’apripista La Pina.
Negli Stati Uniti sono sempre più avanti di noi e il ruolo attivo che le cantanti italiane stanno mettendo in atto ora nella musica, lì succede già da almeno dieci anni. In America, per esempio, ci sono molte più donne rapper da più tempo. I temi che tutte trattano sono gli stessi, ma ben più approfonditi, e toccano anche altri argomenti.
Taylor Swift
Taylor Swift canta fieramente la sua indipendenza e, dopo alcune assurde polemiche, rivendica la sua libertà di cantare e scrivere sui suoi ex e sulle delusioni d’amore. Come qualunque cantante maschio ha mai fatto fino ad ora!
Janelle Monae
Nell’album Dirty Computer, Janelle Monae ha dedicato più di un inno, potremmo dire, ai nostri genitali.
Ariana Grande
La giovanissima Ariana Grande nelle sue canzoni parla di indipendenza, di fare successo, di amare se stessi e reclama il diritto di una donna ad essere sensuale.
Miley Cirus
Invece, dopo essersi gettata alle spalle l’immagine da brava e casta ragazza legata ad Hannah Montana, Miley Cyrus ha deciso di interpretare solo se stessa. In seguito al coming out come pansessuale, ha pubblicato un EP, i cui temi sono lontani anni luce dall’immaginario comune dei boomer (per età o mentalità), e che sono, però, conosciutissimi ai ragazzi dalla Gen Z in poi: identità di genere, persone non binary, transgender e gli ormai molteplici orientamenti sessuali.
Aspettavamo tutte con impazienza queste Guerriere Sailor della musica!
Ecco la nostra playlist di cantanti, italiane e non solo, da ascoltare l’8 marzo.
Libri di storia e storiografia contemporanea attraverso i giornali: il parere di Rendo De Felice.
Intraprendere la lettura degli “Scritti giornalistici” di Renzo De Felice è un compito impegnativo. L’opera integrale edita da Luni Editrice consta di cinque volumi.
ll corpus degli articoli giornalistici inizia nel 1960 e termina nel 1996.
L’opera è così divisa:
Volume 1, tomo I° (1960-1974) – Volume 1, tomo II° (1974-1977): dagli Ebrei a Mussolini;
Volume 2, tomo I° (1978-1983) – Volume 2, tomo II° (1984-1988): I nemici dello Stato di diritto;
L’accademico Renzo De Felice è stato il maggiore studioso del fascismo in Italia; molto noto è il suo libro “Intervista sul fascismo”.
È stato ordinario di Storia Contemporanea nella facoltà di Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma.
Importante è stato il nuovo approccio allo studio del fascismo. Riuscì a sdoganare la lettura moralistica passando ad una di tipo analitico. Analisi dei documenti di Stato e dei carteggi furono il suo pane quotidiano. Come leggiamo sul sito dell’editore:
“Lo storico romano ha innovato profondamente l’approccio allo studio del fascismo, passando da una lettura moralistica, manichea e demonizzante a una lettura problematica e complessa, basata, per la prima volta, sull’accurata analisi dei documenti dello Stato, dei carteggi dei protagonisti, della documentazione più varia al fine di realizzare una storia – mai definitiva – dell’Italia nel periodo fascista. “
L’ultimo volume degli “Scritti giornalistici” è il più breve.
È anche il più ricco di interviste. Strumenti importanti per diffondere le sue riflessioni storiografiche.
Gli organi di stampa nazionali, oggi, a tal proposito sono manchevoli. Manca l’analisi storica a favore dei titoli acchiappa like/letture.
Me ne frego, la canzone presentata da Achille Lauro a Sanremo 2020, è disco d’oro.
Cresce il successo del brano con cui l’artista romano ha rotto ogni schema sul palco musicale per eccellenza, quello dell’Ariston.
Achille Lauro, con la sua ingombrante presenza scenica, ha fatto tanto parlare di sé, confermandosi un’icona della musica e dello spettacolo.
A Sanremo 2020 il rapper non ha portato soltanto il brano Me ne frego, ma anche delle performance esagerate, caratterizzate dall’uso del travestimento, che difficilmente dimenticheremo.
I suoi look hanno lasciato tutti senza parole: dalla tutina nude al glam rock anni settanta di David Bowie, dalla cappa medievale di velluto nero al riferimento storico ai Tudor Achille Lauro ha monopolizzato l’attenzione del pubblico, della critica, dei social network, di tutti.
Il disco d’oro è solo l’ultimo dei traguardi raggiunti da Lauro in questo 2020: dopo il successo al Festival di Sanremo, è stato nominato Chief Creative Director di Elektra Records da Warner Music Italy.
Recentemente l’artista ha anche annunciato il suo ritorno sui palcoscenici più importanti d’Italia, con il tour in cui presenterà sul palco il suo alter-ego “Achille Idol” IMMORTALE.
A grande richiesta raddoppia la data nella sua città: all’appuntamento già annunciato del 31 ottobre si è aggiunta una nuova data, il 30 ottobre.
Il tour prevede anche tappe a Milano, Torino, Cesena, Napoli, Firenze.
I live di Achille Lauro non saranno semplici concerti, ma vere e proprie rappresentazioni teatrali. Luci, suoni, scenografie, costumi e musica concorreranno alla realizzazione di un live ispirato alle più grandi produzioni internazionali.
In attesa del tour ci godiamo una playlist dedicata all’artista romano.
Call del Miur per Coronavirus e scuole chiuse, anche la startup Schoolr mette a disposizione (gratis) la piattaforma per le lezioni a distanza
Schoolr – startup per le lezioni online- rende accessibile gratuitamente la propria piattaforma agli studenti di scuole e università chiuse per l’emergenza coronavirus: ecco come funzionano le lezioni a distanza.
Roma, 2 marzo 2020– Schoolr- la startup per le
lezioni online con aula virtuale tra le più complete al mondo- sta rendendo accessibile gratuitamente la
propria piattaforma per gli studentidi
tutte le scuole e università chiuse per l’emergenza coronavirus.
A
oggi, sono 3 le regioni in cui le
scuole di ogni ordine e grado resteranno chiuse per un’altra settimana-
Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, più l’Università di Torino che ha
comunicato la sospensione delle attività fino al 7 marzo: per supportare il
sistema scolastico di questi territori durante l’emergenza, Schoolr ha deciso di partecipare alla call del Ministero dell’istruzione per sostenere la didattica a distanza.
Già
dalla scorsa settimana, Schoolr aveva aperto gratuitamente le lezioni “da uno a molti”– le Schoolr Classroom-,
dove un tutor può svolgere lezioni con gruppi fino a 30 studenti, per
permettere così alle scuole di non restare indietro con il normale svolgimento
dell’attività didattica.
COME FUNZIONANO LE LEZIONI ONLINE
Grazie alla piattaforma, lo studente può connettersi con il tutor, da qualsiasi dispositivo e senza scaricare nessun tipo di applicazione o programma, accedendo semplicemente via web, con un link: un elemento di fondamentale importanza perché permette l’accesso a tutti, senza discriminazione di prezzo o di dispositivo.
L’aula virtuale è dotata di un pacchetto di funzionalità di ultima
generazione, che consente di ottenere un’eccezionale esperienza di insegnamento
e apprendimento online. Lo studente e il tutor interagiscono attraverso webcam
full HD/microfono possono condividere una lavagna virtuale per la scrittura a
mano, una per la scrittura con tastiera (analogo a word) e una, fornita di un
compilatore con tutti i linguaggi di programmazione, per le lezioni di
informatica.
Sono disponibili anche strumenti come l’equation tool, che
consente di scrivere tutte le equazioni con i simboli esatti e il photo
tool, con cui scansionare in pochi secondi un foglio cartaceo per
portarlo all’interno dell’aula virtuale. Lo studente può scaricare ogni lavagna
per avere sempre a disposizione i propri appunti di lezione. Inoltre, tutte
lezioni sono automaticamente registrate dal sistema, e ciò permette a ogni studente di rivedere la propria lezione su qualsiasi
dispositivo, anche scaricandola per la fruizione offline.
“Schoolr ha scelto di mettere a disposizione gratuitamente la propria piattaforma perché la nostra vision è proprio quella di rendere accessibile a tutti l’educazione e la formazione scolastica e universitaria: questa situazione di emergenza mette alla prova il nostro lavoro e i nostri valori” spiega Cristiano Scarapucci, CEO di Schoolr– “Pensiamo di essere il mezzo migliore per dare accesso all’educazione a tutti gli studenti che hanno il canale bloccato e pensiamo di farlo senza far rimpiangere la presenza fisica, anzi addirittura superando il concetto di lezioni fisiche. Siamo certi di poterlo fare grazie a una piattaforma semplice, intuitiva e che permetta di superare l’emergenza con il massimo del confort da parte degli studenti, dei genitori e degli istituti”
Schoolr è una startup italiana nata nel 2019 con lo
scopo di offrire il miglior strumento mai realizzato per la formazione online. Possono usufruirne gli studenti di scuole
medie, superiori e università intenzionati a migliorare il loro rendimento
scolastico. È stata incubata e accelerata in Nana Bianca– con la partecipazione di Fondazione CR Firenze e la
Fondazione per la ricerca e innovazione-uno dei più grandi hub di incubazione
per startup in Italia con sede a Firenze. Qui Schoolr ha validato il prodotto e
raccolto, a oggi, centinaia di ore di lezione e migliaia di studenti iscritti
in piattaforma.
È stata fondata da Cristiano
Scarapucci– 26 anni, founder e CEO, esperto di comunicazione, marketing e
design, che ha fondato la sua prima società a 16 anni-, che ha tratto
ispirazione per Schoolr dalla sua esperienza come alunno; e da Sebastiano Dionisi– 34 anni, founder e
COO, laureato in Ingegneria gestionale presso l’Università La Sapienza, già
manager in Afinna One e Intermatica-, che invece da studente è sempre stato un
tutor per le ripetizioni fisiche a studenti di scuole medie e superiori.
Schoolr permette di
svolgere lezioni online attraverso un’aula virtuale fra le più complete al
mondo. Lo studente può connettersi con tutor selezionati sulla base delle loro
esperienza e delle qualifiche conseguite. Ogni tutor deve aver conseguito la
laurea e avere una comprovata esperienza di insegnamento in aula e online.
Inoltre, deve disporre dei supporti informatici necessari a offrire le lezioni
online.
La prima puntata di Amici 19 è andata in onda venerdì 28 febbraio e, come volevasi dimostrare, è stata l’ennesimo successo per Maria De Filippi e per la squadra di Fascino PGT.
La puntata ha conquistato una share del 19,82 per cento con 3.778.000 telespettatori. Il target del programma si conferma essere composto soprattutto dai giovani: sul target 15-19 anni la share supera il 31 per cento.
Sui social l’hashtag #amici19 ha raggiunto 1.900.000 interazioni complessive tra Instagram, Twitter e Facebook.
Vediamo le novità di questa diciannovesima edizione.
In apertura di puntata Luciana Littizzetto si è collegata con lo studio in videochiamata: la comica torinese è infatti a casa a causa di un infortunio. Lucianina, nel suo monologo, ha sottolineato come Amici sia arrivato alla diciannovesima edizione, battendo persino Don Matteo che è “solo” alla dodicesima stagione.
Ed è subito Littizzetto show tra battute su Vessicchio, sulle magliette di Marco Carta e su Salvini che vorrebbe entrare nella squadra verde.
Dopo le risate, la gara è entrata nel vivo con le prime performance della serata. I dieci ragazzi – Nyv, Giulia, Gaia, Jacopo, Francesco, Martina, Valentin, Nicolai, Javier e Talisa – si sono esibiti per il proprio personale posizionamento in classifica: in questa edizione, infatti, è stato eliminato il meccanismo della suddivisione in squadre. Tutti sono contro tutti.
A votare le performance dei cantanti e dei ballerini c’è una giuria composta dal dj Gabry Ponte, la cantautrice Loredana Berté e l’attrice Vanessa Incontrada.Tommaso Paradiso, invece, si limita a commentare le esibizioni e a dare consigli ai ragazzi su come migliorarsi.
In questa prima puntata Loredana Berté, protagonista assoluta della giuria, non si è smentita. La cantante, come sempre senza peli sulla lingua, ha attaccato prima Martina, poi Gaia e, infine, Giulia.
A Martina ha detto: “Anziché lamentarti dovresti rimboccarti le maniche. Hai stonato e basta”. Giulia, che ha cantato “Cummè” di Mia Martini non si sarebbe data abbastanza, secondo Loredana. Gaia invece indosserebbe una maschera.
Un’altra novità di quest’anno è Amici prof, un momento dedicato alle esibizioni dei membri della commissione interna.
Durante questo spazio inedito per il programma gli insegnanti sono stati supportati da Al Bano e Romina Power. In questa prima puntata Alessandra Celentano, Veronica Peparini, Timor Steffens, Rudy Zerbi, Stash e Anna Pettinelli hanno dovuto cantare “Felicità” e l’esibizione è risultata alquanto stonata.
Per un attimo Amici 19 si è trasformato nella Corrida, programma che era in onda in quello stesso momento su Rai Uno, come la stessa Maria ha ricordato salutando il suo amico Carlo Conti.
Sei un appassionato di cultura? Inviaci la tua video dose culturale per generare un’overdose di cultura con i tuoi spacciatori di fiducia (ovvero noi!)
Il Covid-19, comunemente noto come Coronavirus, ha un grandissimo primato. Non è quello di essere un’epidemia nuova di cui ancora non abbiamo a disposizione una cura. Di quelle ce ne sono state tante e anche di più letali. Il Coronavirus è originale perché è la prima grande infezione che coinvolge tutto il mondo ai tempi dei social network.
Le conseguenze sono diverse e, come possiamo immaginare, hanno sia carattere positivo che negativo.
Già normalmente i social possono essere fonte di ansia per alcuni perché tendono a propagandare uno stile di vita leggero, disimpegnato e felice filtrando (sia in senso letterale che metaforico) a proprio piacere la realtà. Senza contare le tante notizie false che girano o i commenti poco accurati che si scrivono senza tener conto della netiquette. In tempi di epidemie tutto questo si amplifica.
Nella pagina Facebook Le più belle frasi di Osho c’è un post che dice:
Sti giorni se parli del tempo finisci pe esse originale.
Rende bene l’idea del bombardamento di notizie e commenti sul Coronavirus a cui ognuno di noi è sottoposto a ogni ora, anzi, ogni minuto del giorno. Non è una critica. È naturale che sia così. È un evento spiazzante e preoccupante che ognuno di noi ha bisogno di “buttare fuori”. Ma questo significa anche continuare ad alimentare un clima teso e di generale preoccupazione.
Essere continuamente aggiornati sul numero dei contagi o delle vittime e sulle disposizioni del governo è utile, ma allo stesso tempo è uno stress. Senza contare che nel viavai di informazioni, può sfuggire il dettaglio falso o la decisione non ancora confermata (come è stato per l’annuncio delle scuole di tutt’Italia).
Ma c’è una possibilità data dai social che è veramente preziosa in questo momento di crisi. Ed è proprio il loro carattere sociale.
In un momento come questo in cui, per precauzione, è meglio evitare di uscire e molti luoghi di incontro e di cultura sono chiusi e deserti, è bello avere uno spazio virtuale in cui riconoscersi come parte di una comunità e stare insieme ad altre persone.
Il Coronavirus potrebbe arrivare a contagiare anche chi non lo contrae, non con i sintomi che ormai tutti conosciamo (tosse e febbre), ma alimentando in noi un senso di paura, frustrazione e soprattutto di isolamento. Il Coronavirus può colpire la nostra emotività e creare danni altrettanto gravi anche a chi non risulta positivo ad esso.
È per prevenire questo senso di solitudine che abbiamo deciso di lanciare il #CoronaChallenge.
Visti i molti luoghi di cultura che ci scrivono informandoci della temporanea sospensione delle loro attività e ritenendo che la cultura sia da sempre un balsamo in grado di lenire qualsiasi tipo di malessere, abbiamo deciso di provare a spacciare cultura sui nostri canali social con ancora più entusiasmo ed energia di sempre.
Per farlo chiediamo la collaborazione di chi ci legge, di artisti, professionisti e appassionati di cultura.
Che cosa fare per partecipare al #CoronaChallenge?
È molto semplice partecipare alla nostra #CoronaChallenge.
Realizzate un video con la vostra dose di cultura. Può essere la lettura di una poesia, un piccolo aneddoto culturale, un pezzo di una canzone suonata o cantata da voi… Noi spacciamo cultura a 360°. Sentitevi liberi di fare lo stesso.
Inviateci il video da voi realizzato tramite le chat dei nostri canali social. Potete mandarceli, tramite messaggio privato, su Facebook, Instagram o Twitter.
Noi condivideremo la vostra video-dose di cultura su tutti i nostri canali con i nostri hashtag ufficiali più quello della campagna.
Semplice, vero?
E allora preparatevi a spacciare cultura insieme a noi e vediamo di sconfiggere il Coronavirus con una grande overdose di cultura!
Sulla nostra IG TV di Instagram, sulla pagina Facebook e su Youtube trovate le playlist con alcuni degli artisti che hanno partecipato fino ad ora:
P.S. Abbiamo creato una playlist collaborativa per mettere in quarantena la solitudine: ascolta e aggiungi!
CulturaMente incontra uno degli chef più di tendenza della Capitale: Fabio Pecelli. Le sue sono creazioni artistiche vere e proprie che coniugano la tradizione degli antichi sapori con mise en place di assoluta raffinatezza.
Fabio Pecelli, classe 1988, inizia la sua storia d’amore con l’alta cucina all’età di 15 anni lavorando come cuoco in un Tennis Club romano dove si occupa della ristorazione per eventi sportivi. Da subito sente lo slancio per questo mestiere e la sua predestinazione, che lo conduce dal re della cucina moderna del momento: il tre stelle Niko Romito. Dopo un anno importante approda all’Hotel de Russie, e successivamente al Giuda Ballerino a fianco dello chef Andrea Fusco.
Da qui Pecelli viene accolto nelle cucine dello Chef romano Riccardo Di Giacinto dove acquisirà la competenza per condurre poi in quattro anni il Pastificio San Lorenzo ad altissimi livelli.
Oggi Fabio è lo chef di Pesciolino, una piccola oasi della cucina di pesce nato là dove una volta c’era il celebre ristorante Le sorelle, a due passi da Piazza di Spagna. Un locale pieno di charme dall’arredamento che ricorda una lussuosa nave da crociera, tra toni marini e accenni neoclassici.
Alla ricerca di un ristorante di pesce a Roma? Scopriamo il Pesciolino.
Fabio, parlaci di Pesciolino e della sua vocazione gourmand e contemporanea. Cosa ti ha spinto ad abbracciare il progetto?
Pesciolino nasce dal desiderio di Dario Asara, già proprietario di Ginger sapori e salute, di creare un ristorante dove siano il pesce, la frutta e gli ortaggi a far da protagonista. Acquistiamo infatti il pesce da filiera certa e sostenibile dalle aste laziali di Anzio e Fiumicino e collaboriamo con orti biodinamici.
Le tue creazioni culinarie hanno il pregio di conquistare la vista senza “l’arroganza” di certi piatti di alta cucina. Come a dire, non perdono mai il contatto con una certa tradizione rassicurante…
Nei miei piatti cerco sempre di utilizzare molta tecnica ma “invisibile “, ovvero i clienti devono trovarsi davanti un piatto bellissimo a livello visivo ma allo stesso tempo devono essere soddisfatti e appagati dal sapore che nella mia cucina non viene mai messo in secondo piano dall’estetica; in sintesi deve essere tradizionale nel sapore, ma contemporaneo nell’estetica.
Quali sono gli elementi che distinguono un piatto accurato ma comune da un’esperienza gourmet?
Un piatto è buono a prescindere dal contesto in cui lo si consuma. La differenza che contraddistingue un’esperienza gourmet è tutto quello che ruota intorno al piatto: ambiente, servizio, tecnica applicata a quel piatto e identità. Si può rivisitare un piatto tradizionale fino a cambiarlo radicalmente con la stessa esplosione di sapore, e forse anche di più.
Come hai scoperto che la cucina sarebbe diventata la tua passione?
Posso dire che inizialmente, almeno per me, cucinare è stata un’esigenza, l’esigenza di imparare un mestiere. Poi, piano piano, se si fanno le giuste scelte diventa un grande mestiere.
Ormai la figura dello chef è entrata a pieno titolo nell’Olimpo delle celebrità. La cucina è un atto artistico secondo te?
Secondo me non è cucinare l’atto artistico, quanto inventare un piatto completamente diverso rispetto alla tradìzione e raccontarne la storia ai commensali, creare piatti identitari che possano essere ricordati dai clienti.
Ti ringraziamo per la tua disponibilità e ti chiediamo l’idea per un menu di primavera…
Sicuramente pensando alla primavera mi vengono in mente gli asparagi, i piselli freschi, la vignarola e ovviamente molti crudi di pesci e crostacei. Grazie a voi e ci vediamo da Pesciolino!
Se siete alla ricerca di un ristorante di pesce a Roma e volete assaggiare i piatti dello Chef Pecelli, potrete gustarli da Pesciolino Fish Bar and Restaurant, in via Belsiana 30 a Roma. Mail: info@pesciolino.eu Telefono: +390669797843
Jacques Prévert è protagonista con le sue poesie sul palco del Teatro Eliseo di Roma. Ma Gabriele Lavia è contagiato dalla banalità… e il vaccino non si vede all’orizzonte.
Quanto è inflazionata la parola contagio in questi giorni? E allora perché non usarla anche per altro, oltre che per l’influenza che sta terrorizzando il nostro Paese?
Perché come ha detto Gabriele Lavia, la scorsa domenica, in molti hanno sfidato il contagio per recarsi al Teatro Eliseo, e l’hanno fatto con gioia. Un po’ che perché parliamo di un interprete di altissimo livello, un po’ perché Jacques Prevert è un poeta altrettanto apprezzabile, un po’ perché il Teatro Eliseo è noto per l’ottima programmazione, un po’ perché pioveva pure.
I ragazzi che si amano, spiega Lavia, sono in lingua originale i “bambini” che si amano. E devo ammettere che ho adorato ogni frecciatina scagliata dall’attore ai traduttori italiani (noti perbenisti), ma dallo spettacolo mi aspettavo altro. Non so bene cosa, ma certamente non quello che ho visto.
E cosa ho visto di preciso? Un uomo celebre che chiacchiera, che elenca citazioni coltissime ed etimologie interessanti. E non sarò io, che nasco filologa, a distruggere questo. Penso però che tra la chiacchiera e lo spettacolo debba esistere altro.
Mi viene in mente Mistero Buffo di Dario Fo, ma anche gli spettacoli sulla grecità di Moni Ovadia, come esempi di “altro”.
Insomma, a parte leggere qualche poesia di Jaques Prevert, poeta che peraltro conosco e adoro, e sollevare qualche legittima polemica alla nostra società, di preciso cosa mi rimane di questi Ragazzi innamorati firmati Gabriele Lavia?
Sicuramente l’interessante scena dedicata ai tre fiammiferi e ispirata alla nota poesia. L’unico momento in cui il performer si permette davvero di osare, giocando coi fiammiferi e sfidando la reazione del pubblico.
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte Il primo per vederti tutto il viso Il secondo per vederti gli occhi L’ultimo per vedere la tua bocca E tutto il buio per ricordarmi queste cose Mentre ti stringo fra le braccia
Per il resto, mi sono anche appisolata. E mi rendo conto che questa è una recensione caustica: per la mia natura empatica sono sempre dispiaciuta quando mi ritrovo a stroncare qualsiasi tentativo artistico. Temo, però, che a volte si punti molto sul personaggio e poco su quello che porta in scena: come se la fama fosse una scusa per adagiarsi sugli allori e potersi permettere di portare a teatro due chiacchiere tra amici perché tanto… sei Gabriele Lavia.
La sensazione, purtroppo, è stata questa. Molte persone sono andate via prima della fine dello spettacolo e di certo non è stato per qualche colpo di tosse qua e là in sala.
Piuttosto è stata una comprensibile fuga da un altro tipo di contagio, ancora più pericoloso: quello della banalità. E di tutta la noia che ne deriva.
“Dopo il matrimonio”, film con Julianne Moore e Michelle Williams, è un’inaspettata vittima del Coronavirus.
Il nuovo film con Julianne Moore e Michelle Williams, “Dopo il matrimonio” sarebbe dovuto uscire il 27 febbraio nei cinema italiani. Ma l’uscita è stata rinviata a data da destinarsi a causa dell’epidemia del Coronavirus, che sta costringendo (nelle zone di contenimento rosse e gialle) o convincendo molte persone a non frequentare luoghi affollati come le sale cinematografiche. Stessa sorte è toccata a “The Grudge” di Sam Raimi.
Mi sento, quindi, molto fortunata ad averlo potuto vedere in anteprima, perché è la prova di due grandi attrici e il racconto commovente di rapporti umani, semplici e complicati.
Il perno di “Dopo il matrimonio” sono, appunto, due donne, interpretate da Julianne Moore e Michelle Williams. Ma fin dall’inizio a dare animo a questa pellicola c’è stata un’altra donna: la regista danese Susanne Bier.
Già, perché questo film americano (After the wedding), sceneggiato e diretto da Bart Freundlich, non è che il remake di un film omonimo danese del 2006 che ha avuto molto successo di critica (Efter bryllupter). Nel 2007 era anche stato candidato all’Oscar come miglior film straniero.
La trama corrisponde, con una differenza interessante, oltre al cambio di ambientazione. Infatti, se nella versione di Susanne Bier i protagonisti sono due uomini, diversi per indole e scelta di vita, qui i due personaggi principali sono femminili.
“Dopo il matrimonio” è il racconto potente di un grande amore, quello che lega due donne ad uno stesso uomo, quello che ogni madre prova nei confronti della propria figlia.
Un viaggio improvviso dall’India agli Stati Uniti di Isabel (Michelle Williams) cambierà le sorti di tutti i protagonisti della storia. Due donne e due mondi diversi si incontreranno.
All’inizio c’è una dolcissima e idealista Isabel, alle prese con la gestione di un orfanotrofio in India e del suo legame speciale con uno dei bambini che vive lì. Dopo pochi minuti la si mette a confronto con la tosta Theresa (Julianne Moore), una manager newyorkese di grande successo, che vive in una villa immersa nel verde con il marito scultore, una figlia che sta per sposarsi e due gemelli di otto anni. Lei canta a squarciagola mentre guida rientrando a casa.
La figlia maggiore, Grace (Abby Quinn) si sposa nel week-end e Theresa è troppo impegnata con l’organizzazione del matrimonio, tanto da non potersi concentrare sulla decisione dei fondi da donare all’orfanotrofio indiano. Oltretutto, sta anche vendendo la sua società. Quindi, chiede a Isabel di restare qualche giorno e la invita al matrimonio di Grace.
Isabel accetta suo malgrado, motivata solo dall’interesse dell’orfanotrofio. Alla cerimonia si accorge di conoscere – e bene – Oscar, il marito di Theresa, nonché padre della sposa. Ne resta molto turbata.
L’ottima Michelle Williams riesce ad esprimere tutto il suo smarrimento e il suo profondo turbamento solo con lo sguardo, soprattutto quando la scena richiede che il suo personaggio si controlli. Gli sguardi e le interazioni con Billy Crudrup, che interpreta Oscar Carlson, sono eloquenti.
A questo punto lo spettatore ha già intuito qualcosa. La conferma arriva nella scena del brindisi, quando Grace ci rivela che Theresa non è la sua madre biologica, ma quella che lei stessa ha scelto come madre quando aveva un anno e viveva sola con il suo papà. Il resto ve lo potete immaginare, ma fino ad un certo punto.
Siamo di fronte ad una storia sorprendente che, quando sembra averti detto ciò che deve dirti, mostra un’altra faccia della medaglia.
A questo punto, infatti, si svela meglio Theresa e si trova l’ennesima conferma dell’immensità della bravura di Julianne Moore.
“Dopo il matrimonio” è un film a dir poco commovente, senza essere affatto stucchevole. È asciutto. In questo senso ha mantenuto lo stile nordeuropeo del film di Susanne Bier.
La pellicola è, soprattutto, una storia di sentimenti contrastanti vissuti da personaggi sfaccettati. Pur avendo per le mani una trama di impianto classico, quasi antico (l’agnizione della vera madre, il ritrovamento di una figlia in un luogo dove non dovrebbe essere, i segreti svelati) il regista e sceneggiatore Burt Freundlinch evita ogni possibile banalizzazione.
È riuscito a mettere in primo piano gli argomenti che lo avevano affascinato del film danese: la fragilità umana e la gioiaderivante dai legami che costruiamo. In ciò, sicuramente, lo aiutano molto gli attori a disposizione, che sono di grande livello e capaci di dare il meglio nelle interazioni tra loro.
Mi auguro che “Dopo il matrimonio” esca presto nelle sale e possiate vederlo tutti. Si esce dalla sala confortati su quanto amore possa circolare tra le persone, oltre i potenziali egoismi, rivalità, invidie, risentimenti.
Ci vuole coraggio a realizzare una puntata tutto sommato di transizione già al terzo episodio di una stagione. E ci vuole lungimiranza per mascherarla da puntata importantissima grazie a una speciale apparizione, anzi due.
Perché anche se quelle apparizioni ci sono state, e a breve ci arriveremo, questa Better Call Saul 5×03 rimane un episodio di transizione. Un nuovo approfondimento dei dilemmi morali dei protagonisti, su come la legge, pur rimanendo ferma graniticamente, possa piegarsi a valori antitetici e portare conseguenze non volute.
Jimmy, nella sua trasformazione in Saul Goodman, continua ad applicare la legge senza tener conto dell’etica. Le sue intenzione lo hanno addirittura intrappolato nelle reti dei cartelli messicani, seppur ancora legalmente. Kim, nella sua parvenza di rettitudine, continua ad usare la legge in maniera corretta, ma si trova i medesimi problemi morali. Non lo scopriamo certo ora che spesso legalità e moralità non viaggiano sugli stessi binari, ce lo dicono filosofi da secoli. Ciò che sconcerta, semmai, è la ragnatela indistricabile che si crea attorno alla legge.
Esattamente come quelle formiche che divorano il gelato lasciato a terra, nella prima evocativa e straniante scena dell’episodio, così i dubbi personali legati all’uso del sistema legale divorano le preoccupazioni dei nostri personaggi. Jimmy ha paura, Kim è frustrata, e tali sentimenti non possono certo condurli sulla retta via, il contrario semmai. Con un effetto valanga, secondo cui un errore fa seguire solo altri errori, semplicemente incontenibile.
E poi c’è chi la legge dovrebbe eseguirla, metterla materialmente in pratica. Le forze dell’ordine insomma, parte a cui sono legate le apparizioni di cui non possiamo non parlare.
Perché sì, tutti i fan non aspettavano altro. Basta anche vedere come quel personaggio è stato reintrodotto: elementi essenziali per riconoscerlo, silhouette per ricordarlo, e tesserino per rivederlo. Non c’è bisogno di un primo piano subito, tutti hanno riconosciuto Hank (e Steve ovviamente, anche a lui vogliamo bene).
Ancora è presto per capire l’impatto di tali ritorni, ma sicuramente certificano l’incombente arrivo, da ogni angolo, dell’universo di Breaking Bad. Per il momento è semplicemente piacevole rivedere Hank, che ci dà la certezza che le acque presto si smuoveranno.
Col suo ritmo paziente, Better Call Saul sta ancora costruendo i fili della stagione. Ma, è questo è palese, la ragnatela a dir poco intricata e fittissima, al primo filo che salta ne seguiranno altri in maniera brutale. Vince Gilligan e soci ci hanno insegnato ad aspettare, e ogni attesa è sempre stata meravigliosamente ricompensata.
Modelli con l’acqua alle caviglie: la Paris Fashion Week 2020 subisce il climate change
Acqua alta in passerella, Balenciaga racconta la crisi climatica durante la Paris Fashion Week 2020. Tra performance e business, tra climate change e moda, non si ferma l’ondata creativa di Demna Gvasalia, che dal 2015 ha preso le redini di Balenciaga, proiettando il brand verso l’infinito e oltre.
Durante la Paris Fashion Week ha installato un set apocalittico per la collezione A/I 2020. Per gli appassionati di Stranger Things, è come stare nel sottosopra di Undici: buio e acqua.
Il riscaldamento globale, il clima impazzito (nuvolone nere proiettate su maxi schermi), pioggia incontrollabile che sommerge le prime file, costringendo gli spettatori a sedersi in alto.
Balenciaga: acqua alta in passerella, la crisi climatica vista dalla moda
Il termometro in Antartide segna 20 gradi, i ghiacciai si sciolgono, il livello dei mari si innalza. Il mondo resta a guardare senza riuscire a creare un contro-cambiamento importante.
Le modelle e i modelli -alcuni over 60- camminano quindi con l’acqua alle caviglie, su passerelle inondate e inquietanti. I corpi sono fasciati in materiali tecnici, le scarpe sono in Vibram, le linee classiche sono mixate con estremizzazioni.
Come degli atleti di motocross, hockey o sub, gli uomini e le donne di Balenciaga sono avvolti, protetti, nascosti ma allo stesso tempo svelati da tessuti aderenti, stretch, avvolgenti. L’estetica della collezione è quindi la seconda pelle, il guscio, la protezione.
Il quotidiano diventa extra-ordinario
Gvasalia ci ha abituato fin da subito alla sua visione dissacrante degli oggetti del quotidiano: chi si ricorda della borsa Balenciaga da 2000 euro fatta identica alla shopping blu di Ikea?
Ora tocca alla divisa da calcio, la tuta biker o da body builder, la muta da sub. Sono decontestualizzati e arricchiti da spalle a pagoda, punte, maxi-volumi. Non esistono cuciture, è tutto termosaldato, per dare fluidità e quasi una visione mutante del corpo vestito.
Insomma, se la fine del mondo è vicina, l’importante è arrivarci vestiti Balenciaga!
Il rapper Arthur Kopp, con la maglia da calcio e la clutch Lunchbox. Balenciaga AI 2020
Dolcevita e leggings abbinati, stivali con tacco sospeso. Balenciaga AI 2020
Dolcevita e leggings abbinati, stivali con tacco sospeso. Balenciaga AI 2020
Completo da calcio. Balenciaga AI 2020
Completo da calcio e clutch Lunchbox. Balenciaga AI 2020
Completo da calcio e clutch Lunchbox. Balenciaga AI 2020
Spalle a pagoda per il completo doppiopetto. Occhiali Blow. Balenciaga AI 2020
Cappotto di lana doppiopetto sartoriale. Balenciaga AI 2020
L’attore Taro Imai indossa una tuta da biker in pelle, occhiali Screen. Balenciaga AI 2020
Tuta da biker in pelle, occhiali Screen. Balenciaga AI 2020
Paul Ebhart, sound artist, sfila con altissimi stivali da pioggia. Balenciaga AI 2020
Quest’anno si celebra il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520). L’Auditorium ha quindi reso omaggio all’artista con una serie di lezioni d’arte che toccano vari aspetti della sua vita.
Ad inaugurare questo ciclo di lezioni, il 16 febbraio 2020, è stata Barbara Jatta, la direttrice dei Musei Vaticani perché, come lei stessa ci ha ricordato, “per conoscere Raffaello bisogna visitare i Musei Vaticani.”
Durante la prima lezione all’Auditorium la direttrice ha raccontato quali saranno le manifestazioni più importanti dedicate a Raffaello, quali i restauri intrapresi sulle sue opere ai Musei Vaticani e quali le novità che ci attendono nel 2020.
La lezione è cominciata con un breve excursus sui Musei Vaticani per introdurre la figura di Donato Bramante (1444-1514). Secondo il Vasari fu proprio lui a suggerire a Papa Giulio II il nome di Raffaello. Dopodiché Barbara Jatta ha parlato delle opere che l’artista ha realizzato in Vaticano e di quelle che entrarono a far parte della collezione in un secondo momento.
Ad esempio la Pala Oddi (1502-1503), la Madonna di Foligno (1511-1512) e la Trasfigurazione (1518-1520) vennero requisite nel 1797 dai Francesi ed entrarono a far parte della collezione del Vaticano dopo il congresso di Vienna del 1815.
Ne approfitto per mostrarvi il disegno sottostante di Benjamin Zix del 1810. In questa immagine potete vedere chiaramente come erano posizionate le tre pale di Raffaello quando ancora si trovavano al Louvre.
Mostre, eventi e novità per il cinquecentenario di Raffaello elencate durante la lezione d’arte all’Auditorium
In occasione del cinquecentenario di Raffaello, i Musei Vaticani hanno creato un logo utilizzando le sagome di Platone ed Aristotele dell’affresco della “scuola di Atene”. Hanno anche simpaticamente ribattezzato il 2020 come “l’anno Sanzio“.
Le celebrazioni sono partite già ad ottobre del 2019 con la mostra “I piatti di Castel Gandolfo” al Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Sono stati sfoggiati ben 34 piatti del ‘500 in ceramica istoriata di ispirazione raffaellesca appartenenti alla collezione Carpegna.
Un’altra iniziativa importante ha invece coinvolto la Pala dei Decemviri (1495) del Perugino, il maestro di Raffaello, situata nella Pinacoteca Vaticana. La pala in realtà proveniva da Perugia, ma nel 1797 gli emissari di Napoleone la portarono in Francia, lasciandosi dietro la cimasa e la cornice. Nel 1815 Canova andò a recuperarla e la portò in Vaticano dove rimase.
Dall’11 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020 la pala è stata esposta, ricomposta di tutte le sue parti, nella sua collocazione originale, la cappella dei Priori di Perugia. Se non avete fatto in tempo a vederla sappiate che dall’8 febbraio 2020 al 30 aprile 2020 troverete la pala, ancora completa di cimasa e cornice, esposta nella Pinacoteca Vaticana.
L’importante novità è che la Galleria Nazionale dell’Umbria ha disposto che la cornice, realizzata da Giovanni di Battista di Cecco soprannominato Bastone, rimanga nella Pinacoteca Vaticana.
Gli arazzi di Raffaello esposti nella Cappella Sistina
Barbara Jatta ci ha anche parlato della coraggiosa decisione di esporre gli arazzidi Raffaello (realizzati nelle Fiandre seguendo i cartoni dell’artista) nella Cappella Sistina dal 17 al 23 febbraio 2020.
Un evento davvero eccezionale se si pensa che gli arazzi erano stati esposti nella Sistina solo in altre due occasioni, nel 1983 e nel 2010, per mezza giornata ed esclusivamente per la stampa. Ovviamente è stato scelto un periodo di bassa stagione ma includendo l’ultima domenica del mese, quando l’entrata ai Musei Vaticani è gratuita.
Gli Arazzi, sui quali sono raffigurate storie tratte dagli atti degli apostoli, sono stati appesi ai ganci originali dell’epoca. Ricamati con fili di seta d’oro e d’argento, 7 arazzi su 10 vennero completati in tempo per essere esposti il 26 dicembre 1519 nella Cappella Sistina. Il cerimoniere della Cappella Papale, Paris de Grassis a proposito di quella santa messa scrisse che “a giudizio universale non si era mai visto niente di più bello al mondo”.
Purtroppo non si conosce quale fosse la posizione originale degli arazzi al tempo di Leone X. Esistono però numerose ipotesi al riguardo, a qui potete trovare la scelta adottata dal Vaticano.
I Musei Vaticani presteranno poi l’arazzo del “Sacrificio di Lystra” e il cartone preparatorio di Giulio Romano della “Lapidazione di Santo Stefano” alle Scuderie del Quirinaleper la mostra “Raffaello” che aprirà il 5 marzo per concludersi il 2 giugno.
Un secondo arazzo verrà mandato al Victoria Albert Museum dove sono custoditi ben 7 cartoni originali di Raffaello. Il museo in questione sta lavorando da agosto del 2019 su un nuovo modo di presentare i cartoni al pubblico. Potete cliccare qui per saperne di più.
Restauri e altre novità su Raffaello rivelati durante la lezione all’Auditorium
Secondo la direttrice però l’appuntamento più importante dell’anno ai Musei Vaticani sarà il Convegno sull’opera pittorica e architettonica di Raffaellodel 20, 21 e 22 aprile. In quell’occasione verranno svelate le pareti della sala di Costantino e condivisi nuovi particolari e scoperte riguardanti i suoi restauri. Durante la lezione Barbara Jatta ci ha mostrato in anteprima le figure restaurate della Comitas (amicizia) e della Giustizia, quelle che Vasari aveva attribuito alla mano di Raffaello e dipinte infatti ad olio su muro.
Nel video sottostante del 2017 potete trovare qualche informazione in più sul restauro.
Il restauro della Pala Oddi ed interessanti ritrovamenti nei depositi
Barbara Jatta ci ha poi stupiti con una foto del restauro della Pala Oddi. Una foto arrivata inaspettatamente proprio quel giorno dal restauratore Paolo Violini e che rivelava un bellissimo blu intenso del manto della Vergine.
C’è anche un altro cambiamento interessante che riguarderà la Sala VIII della Pinacoteca Vaticana. Mentre si trovava nel deposito di Santa Maria Galeria, la direttrice ha ritrovato le cornici ottocentesche delle tre tavole di Raffaello. A quel punto ha deciso di restaurarle per farci tornare ad adornare quelle opere.
Sempre in quel magazzino hanno trovato una polaroid del 1983 formato 1:1 della Trasfigurazione che verrà esposta a maggio insieme alle foto riguardanti le opere di Raffaello della collezione vaticana. Ad esempio cambiamenti nell’allestimento museale o eventuali trasporti delle sue opere.
Anche Papa Francesco si è attivato per questo cinquecentenario
Papa Francesco ha deciso di farrestaurare e poi condividere le opere di San Paolo e San Pietro provenienti dalla sala udienzee dipinti da Fra Bartolomeo e Raffaello, almeno secondo quanto ci racconta Vasari nelle sue vite:
A Fra Bartolomeo «non gli riuscì molto il far bene in quella aria, come aveva fatto nella fiorentina, atteso che fra le antiche e moderne opere che vide, et in tanta copia, stordì di maniera che grandemente scemò la virtù e la eccellenza che gli pareva avere, deliberò di partirsi: e lasciò a Raffaello da Urbino che finisse uno de’ quadri il quale non era finito; che fu il San Piero il quale, tutto ritocco di mano del mirabile Raffaello, fu dato a fra’ Mariano».
Altri eventi su Raffaello nel 2020
Dal 24 marzo 2020 fino al 10 ottobre 2021 alla Domus Aurea si terrà la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche“. Un complesso che ha sicuramente influenzato l’arte del rinascimento. Molti artisti, tra cui Raffaello, si calavano nelle “grotte” per ricopiare quelle pitture. Il risultato di questi suoi studi è evidente nella stufetta e nella loggetta del cardinal Bibbiena e nella Loggia di Raffaello del Palazzo Apostolico.
L’Accademia dei Virtuosi del Pantheon ha invece lanciato il progetto “Enigma Raffaello” per discutere della morte di Raffaello. Una morte ancora piena di interrogativi e avvolta nel mistero.
Dal 28 maggio al 2 giugno 2020 all’Accademia di San Luca si terrà il “Convegno internazionale Raffaello dalla bottega al mito“. Ad ottobre invece proporranno la mostra “L’Accademia di San Luca e il mito dell’Urbinate” volta ad illustrare il ruolo di questa istituzione nell’affermazione del mito di Raffaello a Roma dal Cinquecento all’Ottocento.
Ovviamente ricordatevi anche delle prossime lezioni su Raffaello all’Auditorium. L’8 Marzo alle 18:00 Silvia Ginzburg ci parlerà di “Raffaello Oggi“, dello sviluppo del suo stile, di come è stato inteso fin dal Cinquecento, al fine di capire come è cambiato il nostro modo di intenderlo.
Raffaello a Roma: dove trovarlo
Vi ricordo che a Roma potete ammirare Raffaello non solo ai Musei Vaticani ma anche in altri luoghi. Scaricatevi questa guida pubblicato dal Comune di Roma intitolata “Raffaello a Roma” dove troverete un itinerario per andare alla scoperta dei suoi capolavori. Se poi volete approfondire Raffaello a Villa Farnesina leggetevi il post sottostante.
CulturaMente lancia la campagna social #CulturaVirus per supportare la cultura italiana in questo momento di “chiusura”. Partecipa anche tu!
Il popolo romano, si sa, è molto ironico. Non a caso quando l’Isis minacciava di attaccare il Vaticano, qualcuno ha ribattuto: “Se non restano bloccati sul Raccordo“. Un’ironia, quella dei romani, fatta di verità, e frutto dello sguardo attento e quotidiano alle contraddizioni che rendono la Città Eterna quello che è: una croce e una delizia.
E diciamocelo: noi romani, esclusi i più ipocondriaci (che però a mio avviso non fanno testo perché cercano su Google la causa di ogni mal di testa), restiamo sempre goliardici, pure ai tempi del Coronavirus.
Io ho tirato fuori il primo volume del Decameron, così, per empatia. Perché questa storia di chiuderci tutti in casa mi fa pensare che per un bel po’ potrei leggere, potrei riposarmi, ad esempio. Questo perché a Roma, per ora, la situazione resta immutata, ovvero la vita scorre normalmente. Domenica sera ero al teatro Eliseo, che era pieno, e Gabriele Lavia ci ringraziava per aver deciso di sfidare il contagio.
L’Italia, ultime tra il Coronavirus e la Cultura
Eppure, come direttrice di CulturaMente, non posso tenere gli occhi chiusi ricevendo ogni giorno i comunicati stampa degli enti culturali di tutta Italia.
E se già a Roma, questa prima domenica del mese, sono saltati i musei gratis (ve ne siete accorti?) e le uscite al cinema (come ad esempio di The Grudge), da giorni ricevo avvisi sulla chiusura dei teatri bolognesi, rimandati per il DCPM emanato il 1 marzo.
Ma il comune di Bologna è lo stesso che lo scorso weekend ha registrato 25mila presenze all’iniziativa “Cultura sempre!”, distribuendo gratuitamente la tessera cultura che dà diritto ad un anno di sconti e agevolazioni per eventi, musei e spettacoli in città. Idem per il Piemonte, che il 2 marzo ha riaperto tutti i luoghi culturali, come il Museo Egizio, con la promozione “La Cultura Cura”. Palazzo Ducale a Genova non è da meno e riapre i battenti, più fiero che mai.
Insomma: ci viene chiesto di non spostarci. Ci viene chiesto di non uscire. Ma qual è il costo di questo contenimento? Secondo un articolo de Il Sole24ore, che riporta i dati Ciset:
Nel 2018 la spesa internazionale del turismo culturale ha sfiorato i 16 miliardi di euro e pesa per il 58% del totale delle entrate registrate in Italia, con un incremento del 2%, più contenuto rispetto al +8,3% del 2017. Alla cifra totale vanno comunque aggiunti 1,8 miliardi di spesa dei turisti del ‘paesaggio culturale’ ovvero gli interessati all’enogastronomia, alla ruralità e alla natura. Nel 2018 le province di Roma, Venezia, Milano, Firenze e Napoli hanno attratto oltre il 46% delle entrate totali per turismo internazionale, di cui Colosseo, Pompei, Uffizi e Accademia a Firenze e Castel Sant’Angelo pesano quasi il 60% degli introiti.
Solo alla fine dei giochi potremmo sapere quanto il turismo culturale (per non parlare del resto) sarà stato penalizzato dal Coronavirus e quanto ne avrà risentito l’economia nostrana.
Stare attenti ora è molto importante, ma noi Spacciatori di Cultura, nel frattempo, vogliamo supportare tutto il mondo della cultura con l’hashtag #CulturaVirus, visto che io stessa digitando culturamente.it su Google ho avuto un lapsus e ho iniziato a scrivere coronamente.it.
E questo non può essere che il sintomo di qualcosa che ci sta toccando tutti intensamente (nonché della mia senilità incipiente). 😉
Quindi, se partecipate a qualche evento culturale, ovunque voi siate, vi invitiamo a:
Taggarci sui nostri canali social (Instagram, Facebook e Twitter) per supportare il nostro Paese in questo momento con la passione che accomuna tutti noi e che dà il nome a questo sito.
Utilizzare l’hashtag #CulturaVirus così potremo trovarvi e rilanciare i vostri contenuti sui nostri canali. E magari tirare fuori un bel reportage di cosa accade in Italia.
Possiamo dare voce alla cultura solo col vostro supporto! E ricordate di mettere i post come “Pubblici” o non potremo vederli e ricondividerli.
“Tradimento” è il titolo del quinto episodio di questa seconda stagione dell’ Amica Geniale. La scelta di questo titolo è chiaramente ambigua e si presta a più interpretazioni. È a questo punto della storia, infatti, che si consuma il vero e proprio adulterio di Lila nei confronti del marito Stefano. Ma questo non è l’unico tradimento che avvertiamo. Da una parte, infatti, c’è il comportamento di Nino Sarratore che fino a questo momento ha illuso Lenù mostrando un falso interesse nei suoi confronti. Dall’altra, percepiamo cocente il tradimento di Lila che, seppur celati, non poteva non conoscere i veri sentimenti dell’amica per il figlio del poeta.
Continua così lo strano triangolo amoroso che si era già venuto a creare negli scorsi episodi.
E continua allo stesso modo ad allargarsi la crepa nel rapporto di amicizia tra Lila e Lenù. Lila dichiara di aver finalmente conosciuto l’amore, che in tanti mesi di matrimonio non aveva mai provato e Lenù si vede costretta ad aiutare e a favorire la nascita di questa relazione clandestina. Di fronte al fulgore emanato dai due, alla passionalità sprigionata, al desiderio evidente, la giovane liceale si sente sempre più rifiutata nella sua mediocrità. Arriva al punto di pensare di trovarsi allo stesso squallido livello di Donato Sarratore. Ed è in preda a questa convinzione e in uno stato d’animo di vergogna e insieme di ribellione che si concede a lui perdendo la verginità sulla spiaggia ischitana.
Si tratta di una delle scene più forti mostrate finora. Il lettore prima e lo spettatore poi si trovano ad assistere a un qualcosa che appare assurdo ma allo stesso tempo vivido e, in qualche strano modo, comprensibile.
Le due amiche trascorrono così entrambe la notte con un Sarratore, seppur con un coinvolgimento e uno stato d’animo completamente diverso. Sarratore padre e figlio dimostreranno nel corso della storia di essere più simili di quanto sembri. E dimostreranno di essere tra i personaggi più pericolosi della serie.
In particolare, dopo l’ultimo episodio mandato in onda, l’odio degli spettatori si è riversato contro Nino Sarratore, per il quale si è anche diffuso un hashtag sui social (#fuckninosarratore), condiviso dallo stesso attore Francesco Serpico che interpreta il personaggio:
https://www.instagram.com/p/B9D_2SmiMAc/
Ma perché tutto questo rancore?
Nell’episodio 6 intitolato “Rabbia” il personaggio di Nino Sarratore si rivela nella sua natura egoista e opportunista. Dopo aver fatto sognare a Lila, e anche a noi spettatori, un lieto fine in un idillio amoroso fatto di passione e di cultura, interrompe bruscamente la relazione accusando con una brutalità inattesa la sua amante di essere troppo intraprendente e ambiziosa.
Ci ritroviamo così ancora una volta a riflettere sul ruolo della donna e del suo rapporto di subordinazione rispetto agli uomini. Una subordinazione che non si esprime solo attraverso un’impostazione patriarcale della società, ma anche attraverso un sessismo latente e persistente. Ferrante ce lo racconta benissimo attraverso i personaggi maschili del suo romanzo. Ci sono uomini come Stefano e come la maggior parte di quelli del rione, i poco acculturati, che non credono che la donna possa essere una loro pari e lo dimostrano continuamente. Per loro è solo un oggetto da possedere (quando non da comprare) e da comandare. Se non ubbidisce, viene educata a farlo. Sono uomini ammaliati dalla bellezza e dalla sensualità femminili. Ma devono soprattutto sentirsi potenti e invincibili. I maschi alpha.
E poi c’è Nino Sarratore, appartenente a quella categoria di uomini colti e che si presentano come intellettuali che non sono violenti con le donne, anzi. Le corteggiano, dedicano loro poesie, fanno promesse di amore eterno e incondizionato. Sono uomini che si mostrano in prima linea nella battaglia delle donne per la rivendicazione dei loro diritti. Ma, alla fine, sono i primi a considerarle degli strumenti da usare per raggiungere i loro scopi. Chi ha già letto i libri sa bene quanto il personaggio di Nino sarà importante nella vita di Lenù e di Lila e quanto le sue azioni confermeranno ciò che diciamo ora.
Esiste una forma di discriminazione della donna che è molto più subdola.
È quella di chi non picchia la donna, non la considera una sua proprietà, ma comunque la usa per gratificare il proprio ego o per emergere a livello lavorativo. Nino Sarratore è così. Un maschilista e un opportunista che si cela dietro il volto del ragazzo studioso e riflessivo. Potremmo quasi azzardarci a dire che c’è molta più violenza in Nino che in Stefano. Perché gli schiaffi di quest’ultimo colpiscono il corpo, mentre quelli del primo l’emotività. La manipolazione di Carracci è fisica, quella di Sarratore è tutta mentale. E le ferite emotive sono le più dure da guarire.
Da questo mondo così schiacciante, claustrofobico e violento Elena riesce finalmente a scappare.
Decide di andare a Pisa a studiare all’università. Il mondo del rione, di Napoli e di Ischia l’ha soffocata per troppo tempo. Il rapporto con Lila l’ha soffocata per troppo tempo. È arrivata per lei l’ora di separarsi da tutto e di trovare sé stessa. Tira fuori un atteggiamento più determinato. Chiede e pretende, come mai prima d’ora.
E Lenù ha la fortuna di avere alle spalle una famiglia che, sebbene non abbia molte possibilità e non capisca i benefici dello studio, non l’ha mai ostacolata (come la famiglia di Lila ha fatto con lei). Il rapporto tra Lenù e sua madre è un altro dei nodi fondamentali del romanzo e della serie tv. Un rapporto contrastato, non privo di ambiguità. Elena ha paura di diventare come sua madre sin da bambina. La madre, dal canto suo, è sempre pronta a urlare, fare scenate, a rimproverare la figlia perché continua a pretendere la sua educazione. Ma è anche segretamente orgogliosa di lei, la incoraggia e la sostiene. Non deve essere semplice per un genitore accettare che il proprio figlio sia più intelligente o che scelga una vita completamente diversa dalla propria. Ci vuole molto amore e molto coraggio per accettare quelle scelte e per incoraggiarle.
Ora non ci resta che aspettare la puntata finale. Lo facciamo con trepidante attesa, ma anche con un pizzico di nostalgia al pensiero di dover salutare di nuovo Lila e Lenù.
Il direttore creativo sta al brand come lo chef stellato sta al ristorante gourmet. Deve essere una figura dotata di grande visionarietà, immaginazione, personalità e un pizzico di ribellione allo status quo. Tutte doti che Raf Simons possiede e che metterà a servizio del nuovo sodalizio con Prada, azienda guidata da Miuccia Prada e dal marito Patrizio Bertelli.
Belga di origini, inizia la sua carriera come designer di mobili e di interni, soprattutto per gallerie d’arte. Il suo capo lo porta ad assistere ad una sfilata: era il 1991, Martin Margiela –belga come loro- presentava la collezione tutta bianca. Raf Simons viene folgorato da quella che sarebbe diventata immediatamente la sua passione e la sua carriera: la moda.
Qualche anno dopo fa sfilare la sua collezione, da autodidatta, durante la Paris fashion Week. Da subito l’estetica dello stilista appare chiara: le sottoculture giovanili sono la sua fonte di ispirazione.
La musica come musa
Punk, new wave, hardcore ma soprattutto il movimento gabber, in quegli anni letteralmente esploso in Olanda e Belgio. La musica è un riferimento costante per Simons, le sue muse sono i Manic Street Preachers e i Joy Division. Nel 1998 la collezione “Radioactivity” è ispirata al look dei Kraftwerk, con tutti i modelli in camicia rossa e cravatta nera.
La tensione allo street style, alla vita reale, lo porterà -per tutta la sua carriera- a bellissime collaborazioni con brand vicini alla sua filosofia, come Fred Perry, Asics, Adidas, Dr. Martens, Eastpak.
L’avventura da Dior
Nel 2005 i tempi sono maturi per il grande salto: direttore creativo di Jil Sander (gruppo Prada, a cui oggi torna). In seguito, a capo della haute couture di Dior, gli viene chiesta un’impresa memorabile: ha solo 8 settimane per studiare gli archivi, disegnare e realizzare una collezione.
Gli occhi del mondo sono puntati su di lui, non può sbagliare.
Raf Simons lavora ininterrottamente per realizzare una collezione-capolavoro, che traghetta il puro stile Dior negli anni 2000. Queste settimane di frenesia creativa diventano leggenda, grazie a “Dior and I”, travolgente e appassionato docu- film di Frédéric Tcheng, presentato al Tribeca Film festival.
Grandissimo collezionista di arte contemporanea, consulente per gallerie, scrittore, curatore di mostre, appassionato di fotografia, ad Aprile stringerà il nuovo sodalizio con Prada. Brand che ha sicuramente bisogno di un intervento esterno per perdere autoreferenzialità.
Amato da Rihanna, Kanye West, Kendrick Lamar e molti altri, Raf Simons è quell’amico -tutti noi ne abbiamo uno- che riesce bene in tutto quello che fa.
E appena ha successo cambia strada, per rimanere vivo e fedele a se stesso.
Sylvia: Marcello, come here! Hurry up! Marcello: Sì Sylvia, vengo anch’io! Vengo anch’io! Ma sì, ha ragione lei: sto sbagliando tutto! Stiamo sbagliando tutti. Sylvia! Sylvia, ma chi sei? Sylvia: Listen!
Titolo originale: La dolce vita Regista: Federico Fellini Soggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi, Pier Paolo Pasolini (non accreditato) Cast Principale: Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Laura Betti, Anouk Aimée, Yvonne Fumeaux, Alain Cuny, Annibale Ninchi, Riccardo Garrone, Ida Galli, Valeria Ciangottini Nazione: Italia – Francia Anno: 1960
“La dolce vita”, film capolavoro del cinema mondiale, uscì al cinema nel febbraio del 1960.
Nel 2020, quindi, oltre al centenario della nascita del suo regista Federico Fellini, festeggiamo anche i 60 anni de “La dolce vita”.
Pellicola entrata nel mito, amatissima dai cinefili, contiene scene entrate nell’immaginario collettivo di ogni essere umano. Basti pensare alla scena del bagno di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi. Persino l’opera di William Kentridge sui muraglioni del Tevere a Roma le fa il verso, con una vasca da bagno al posto del famoso monumento.
“La dolce vita” velocemente diventò all’estero un’espressione per indicare lo stile di vita italiano, ovviamente all’insegna dei luoghi comuni.
Eppure la vita descritta nel film da Federico Fellini, che ne scrisse insieme ad altri (tra cui Flaiano e Pasolini) anche il soggetto e la sceneggiatura, è dolce solo all’apparenza.
I personaggi, che si muovono nella Roma del boom economico, sono inquieti, in profonda crisi esistenziale o in cerca d’identità.
Alcuni si accorgono di non avere alcuna carica vitale. Trovano una sana tensione solo nell’amore, nel fare l’amore.
La trama segue la vita quotidiana del giornalista di cronaca scandalistica Marcello Rubini (un meraviglioso Marcello Mastroianni). Lo vediamo muoversi nel suo lavoro, spesso insieme ai paparazzi, e nella sua vita mondana, soprattutto notturna. In giro per i night club di Via Veneto o alle feste fuori città, come nei salotti intellettuali, seduce e si fa sedurre da donne bellissime e sensuali, che si muovono con eleganza sinuosa.
Ha ambizioni da scrittore, ma, tra l’indolenza e il senso d’inadeguatezza che lo pervadono, sa che non riuscirà ad essere fedele ai suoi sogni. È quasi la metafora di ogni italiano dell’epoca: sta assaggiando il benessere, vuole divertirsi; ma è preda dell’insoddisfazione, della frustrazione, della paura dell’insuccesso. Placa la sua inquietudine con le donne.
Sembra tutto evanescente e sfuggente: i salotti e le feste, le donne, il padre. La visita di quest’ultimo è forse la parte in cui il personaggio di Marcello ci appare più fragile. Quello in cui insiste, invano, affinché il padre si fermi ancora un po’ è uno dei momenti più teneri de “La dolce vita”.
Lo scrittore e sceneggiatore Sergio Altieri, in un vecchio articolo in cui descriveva la cineteca ideale, ovviamente ha citato i film di Federico Fellini, che ha definito incontrovertibilmente “genio visionario senza compromessi”. Lo ha scelto perché:
“Dove la realtà finisce, Fellini comincia. Dove la memoria si dissipa, Fellini la ricrea. Dove la farsa si arresta, la porta in altre dimensioni. Dove il dramma s’incrina, lo reinventa”.
Ne “La dolce vita” ritroviamo tutti questi ingredienti della visionarietà di Fellini.
Infatti, è un film che racconta con grande realismo Roma e la sua mondanità dell’epoca. E offre uno spaccato della società italiana dell’epoca (e non solo). Mescola il mondo del cinema e quello della povera gente, i paparazzi con il giornalismo di cronaca, gli intellettuali con gli imprenditori.
Ma la descrizione quasi cronachistica della realtà lascia spesso il passo ad immagini di pura fantasia felliniana. Si pensi anche alla poetica scena della fine dell’ultima festa: gli invitati escono a suon di musica, tra le piume che Marcello tira fuori da un cuscino.
Analogamente, Fellini racconta in modo farsesco una folla invasata in attesa di un’apparizione mariana oppure gli invitati ad una festa intenti ad una seduta spiritica. Ma non si fa in tempo a cogliere il ridicolo di certe scene che il registro vira verso il drammatico.
Non a caso Alberto Moravia scisse che la gamma di rappresentazioni ne “La dolce vita” vanno “dalla caricatura espressiva al più asciutto realismo“.
Infine, gli stessi eventi drammatici o sono estremamente tragici (si veda la vicenda di Steiner) o sono intrisi di quella malinconica leggerezza che solo l’immaginario onirico di Federico Fellini può regalare.
Con le ultime immagini, che precedono il primo piano bellissimo di Valeria Ciangottini, si capisce che il frastuono della vita, pur dolce e mondana che sia, non fa che coprire il suono di ciò che davvero varrebbe la pena sentire.
Tre motivi per guardarlo:
– perché è un capolavoro del cinema mondiale e, ad ogni visione, ha qualcosa di nuovo con cui stupirci e lasciarci a bocca aperta;
– per guardare Roma com’era e constatare quanto è cambiata;
– per Marcello Mastroianni, in tutta la sua classe e il suo talento.
Quando vedere il film:
approfittando degli anniversari che si festeggiano quest’anno per Fellini e per il film, l’ideale sarebbe vederlo sul grande schermo, in un bel pomeriggio in cui volete farvi un bel regalo.
Stefania Fiducia
E, a proposito di capolavori del cinema internazionale e di registi eccelsi, qui trovate la precedente uscita del cineforum, dedicata ad “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick: