“L’odio”di Mathieu Kassovitz: da 25 anni “fino a qui tutto bene”

L'odio film recensione

L’odio chiama odio. 

Titolo originale: La haine
Regista: Mathieu Kassovitz
Soggetto e sceneggiatura: Mathieu Kassovitz
Cast Principale: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Marc Duret, Karim Belkhadra, Mathieu Kassovitz

Nazione: Francia
Anno: 1995

L’odio” di Mathieu Kassovitz uscì nel 1995 e fece conoscere ad una generazione le banlieue francesi e il razzismo europeo.  


Il film “L’odio”, dopo 25 anni, torna ad essere più attuale che mai. Risale, infatti, a poco più di due mesi fa la notizia della morte di George Floyd, l’ennesimo cittadino afroamericano fermato dalla polizia e morto in circostanze che accusano l’agente che lo ha immobilizzato. Ne sono scaturite diverse settimane di proteste anti-razziste negli Stati Uniti, ma anche in diversi Paesi del mondo, Italia compresa.

Ma cosa c’entra questo film francese degli anni ’90 di Mathieu Kassovitz?

Ebbene, “L’odio” è lo spaccato di una periferia parigina (quel che si chiama banlieue) in cui abitano soprattutto immigrati di seconda generazione: arabi, magrebini, africani, ebrei, cattolici musulmani. 

Nei giorni raccontati nel film la banlieue è sotto l’attenzione mediatica, per un fatto ispirato alla realtà di cronaca. Il sedicenne Abdel, dopo essere stato fermato per dei controlli, viene pestato da un agente di polizia durante l’interrogatorio. All’inizio del film è in gravi condizioni in ospedale. Da giorni la banlieue è in fiamme: gli abitanti protestano e gli scontri con la polizia sono all’ordine del giorno.

I protagonisti sono tre giovani che cercano di destreggiarsi tra pregiudizi e difficoltà economiche. Vinz (Vincent Cassel) proviene da una famiglia ebraica, è pieno di rabbia e irrequieto. Hubert (Hubert Koundé) è un ragazzo nero che cerca di vivere in tranquillità assieme alla sua famiglia. Vorrebbe diventare un pugile; ma il sogno sembra infrangersi quando, durante gli scontri notturni, la palestra che gestisce viene distrutta. Said (Saïd Taghmaoui), infine, è un giovane maghrebino. Cerca di barcamenarsi, aiutato dal fratello e da un poliziotto di origine araba (Marc Duret). Quest’ultimo cercherà di tenere tutto il gruppetto fuori dai guai.

Il problema è che Vinz, durante i tumulti, ha trovato la pistola persa da un poliziotto. Giura che la userà per vendicare Abdel, nel caso muoia.  

Con il film “L’odio” Kassovitz, Palma d’Oro per la miglior regia al Festival di Cannes, osserva la banlieue con il giusto distacco.

Non c’è compiacimento, non ci sono accuse dirette, né giudizi morali, né giustificazioni.

Allo stesso tempo, però, la bellissima fotografia in bianco e nero (che Morandini definisce “sporco e allucinato”) sembra suggerire che in questa storia non ci sono sfumature o vie di mezzo. O si sta con loro – i giovani quasi condannati dalla società e dalla politica alla marginalità e ai pregiudizi razziali – oppure si è contro di loro.

Il film è registicamente impeccabile, ha il giusto ritmo, molto serrato; lo spazio ai singoli personaggi  è equilibrato. 

Belli, rispettosi e non manieristici gli omaggi espliciti al cinema americano. Innanzitutto, c’è un già bravissimo Vincent Cassel che, davanti allo specchio, imita De Niro in “Taxi driver” di Scorsese. Poi non mancano scene ispirate a “Scarface” e a “Il cacciatore”.

“L’odio” è un film duro, ma coinvolgente. Grazie alle ottime interpretazioni, lo spettatore riesce ad amare i personaggi senza identificarsi in loro o percepirli come eroi negativi.

Un elemento peculiare del film è la lingua, il verlan, uno slang parigino qui usato come un  rap, difficilissimo da rendere nel doppiaggio in italiano.

L’attualità del film di Mathieu Kassovitz sta nella sua descrizione della società francese.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: <<Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene>>. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. 

Con questo breve racconto, il personaggio Hubert fa un quadro della società francese dell’epoca, in cui in realtà possono rispecchiarsi tutte le società occidentali multiculturali, anche quelle attuali, anche la nostra.

Per questo “L’odio” è un film che c’entra con George Floyd e tutte le vittime della violenza della polizia e non solo, spesso di matrice razzista, negli U.S.A., in Francia, in Israele e in molti altri Paesi.

In fondo, “L’odio” stesso non è che il film su una società che sta precipitando verso un abisso di ingiustizia, intolleranza e violenza. Per farci coraggio, ci ripetiamo che va tuto bene, in fondo. Cadere non fa male, non sembra avere conseguenze o cambiare nulla. Il problema sarà quando atterreremo.

3 motivi per guardarlo:

– perché è il film con cui il mondo ha conosciuto il talento di Mathieu Kassovitz e di Vincent Cassel;

– per la scena in cui un DJ avvolge la banlieue in una versione rap de “La vie en rose”; 

– per indignarsi di fronte all’ingiustizia sociale e alla rassegnazione dei protagonisti che cedono all’odio.

Quando vedere il film:

il momento giusto per (ri)vedere “L’odio” è proprio questo momento storico, in cui il razzismo e la violenza della polizia e delle autorità e i conseguenti movimenti di protesta sono tornati all’attenzione mediatica.

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Stefania Fiducia

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