Notti Romane | #QuartaDose

racconti brevi online - notti romane quarta parte

Emilio Galdani, Liliana Rinaldi

Emilio Galdani se ne stava seduto in poltrona e notava che, da quando Anna Pavlop l’aveva infine lasciato, la casa sembrava caduta in uno stato di penombra perenne. Non c’era stata che una giornata di sole, il giorno di santo Stefano. Piovigginava pigramente dalla prima mattina, dal cielo gonfio, e la pioggia gli sembrava si incollasse dappertutto, sulle pagine di Guerra e Pace che aveva abbandonato sulla scrivania, sulle sue annotazioni scarabocchiate, sul sigaro spento: tutto gli sembrava desolato, come l’avesse lasciato a metà. Solo che, e questo Emilio Galdani notava, seduto in poltrona, nulla era stato lasciato a metà, quello, senza Anna, era solo l’ordine naturale delle cose, destinate ad essere ferme, immutabili, sospese in quella pioggia impalpabile. Giacevano sulla scrivania, trascurate come il resto, le missive di Liliana.

Emilio non era triste, non avrebbe saputo esserlo, ma era distratto, pensoso. La ragazza gli aveva scritto parole di giovinezza ruggente: dalla grafia corsiva leggermente inclinata a destra sembrava espandersi un calore bruciante. Voglio che lei legga quello che scrivo, diceva, voglio sapere se le piace. Io l’ammiro molto, continuava, ma poi Emilio smetteva di leggere perchè non gli interessava più: ne riceveva fin troppa di posta ed era quel che odiava dell’essere così stimato, quel dover essere per forza reperibile, sempre gentile e ben disposto. No, Emilio non lo era ben disposto, e se aveva detto a Liliana di portargli i suoi testi, l’aveva fatto solo per concessione, per sfinimento, perchè lei si era presentata come la ragazza che ha urtato per fuggire dai giornalisti, per quella grafia che macchiando il foglio gli aveva infastidito gli occhi. Guardò distratto l’orologio, nell’ultima missiva si accordavano per quel giorno per un quarto alle dodici, sarebbe stata lì a momenti. Si portò alla finestra, ispirò quell’aria ripulita dai continui temporali, e sapeva del colore degli occhi di Anna: un profumo chiaro, puro.

Bussò, la fece salire. Liliana aveva avuto per Emilio la sensazione di squarciare una tela: così si era sentita, squarciata, e dopo aver letto le cose che il Galdani aveva scritto, e le era parso di leggerle con la sua voce, quella ferita le sembrava accresciuta. Diceva cose giuste, cose che alle volte lei neppure capiva, e in quel non capire c’era una fascinazione ulteriore, di qualcuno che poteva dire e pensare in modo più difficile di lei. Rivederlo la tormentava, dargli da leggere qualcosa scritto da lei sarebbe stato il contatto intimo che con quella mente più bramava, ed ora stava lì, impalata, le mani coperte dalla giubba troppo grande.

“Bene, Liliana. Finalmente ti conosco.” disse Emilio, rimettendosi a sedere sulla sua poltrona. Si lasciò scivolare sulle spalle scarne una copertina rossa. Invecchiava così velocemente.

“Sono molto felice di vederla” sussurrò Liliana a cui la voce sembrava strozzarsi in gola. “E mi perdoni la mia insistenza ma tenevo particolarmente a..”

Emilio fece un gesto sbrigativo della mano come a dire: si, ho capito, e con la stessa mano dalle dita lunghe e scheletriche, facendola quasi danzare in aria, le fece cenno di passargli i fogli.

Liliana pensò fosse bello, un uomo in miniatura, vecchio nel volto quasi precocemente, e d’altra parte aveva pensato fosse bello anche solo nel leggerne le parole, prima ancora di averlo visto bene. Gli passò i fogli con le mani che le tremavano, scritti a mano. Emilio si alzò, non la guardò più per un paio di minuti, gli occhi gli erano diventati frenetici, li vedeva passare impazziti da una parte all’altra, e ancora, ancora..

“Non si capisce, la tua scrittura, Liliana.” commentò poco dopo, posando il manoscritto sul ripiano più vicino “Ma neppure la mia.” Poi le disse che era brava, invece, e davvero lo pensava. Ebbe l’impressione che le parole le districassero una matassa cerebrale e, tiepidamente, in maniera poco distinta, ebbe la voglia di tuffarsi nella sua testa.

La pioggia aveva lasciato un’aria umida e odorosa di terra e Emilio le chiese se volesse andare a fare una passeggiata al mare. Si vergognò nel chiederglielo, lei si vergognò nel dirgli sì: entrambi vinsero la vergogna per quella voglia che, d’improvviso, li costringeva a star insieme. Passarono il viaggio in macchina in un silenzio d’imbarazzo: era una situazione in effetti fuori luogo. Avevano forse dieci anni di differenza e si conoscevano appena ma quando apparve il mare, da lontano, avvolto in una foschia grigia, le cose sembrarono andar meglio. Lui le aprì la portiera, lei lasciò che lo facesse. Emilio camminava quasi leggero, sembrava che non toccasse terra, si grattava la barba rossastra con due dita e continuava a non parlare.

“Davvero, sei brava.” disse, come a riprendere un discorso “Le tue parole sono un balsamo.”

“Anche le tue.” disse Liliana, d’istinto. Era un piacere scoprirsi sfacciata.

“Le mie parole sono soltanto un fiume in piena.”

Liliana non lo pensava ma non glielo disse, ma gli disse altro, e ora pareva anche a lei di stare mezzo metro da terra, con i piedi non toccavano la sabbia umida, e avevano smesso di sentire il respiro stanco del mare, erano solo l’uno nella parole dell’altro, e volteggiarono così sospesi nelle vibrazioni delle corde vocali e dei pensieri. Così, è così che ci si innamora, in questo stucchevole dimenticarsi di essere, nella barba rossiccia di questo qui, nelle sue spalle scarne, nei suoi occhi nervosi, nel suo corpo magrissimo. A Liliana bastarono un paio d’ore.

Emilio non so dirvi se si innamorò, né in quell’occassione, né nelle settimane successive che i due continuarono a vedersi per motivazioni di poco conto. Giocavano il gioco più antico del mondo: quello dell’attrazione dei sessi e lo mascheravano con tocchi fugaci, apparentemente casuali,sguardi brevi, con non facciamo nulla di male.

Ma Liliana sapeva come le batteva il cuore. A Marco non disse nulla e non ebbe niente da ridire neppure quando lui le comunicò che sarebbe partito con la sua migliore amica un paio di giorni in montagna Ebbe una fitta rapida allo stomaco ma le passò subito, come la puntura di uno spillo.

Serena Garofalo

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