Home Blog Pagina 44

Perché la modella di Gucci rappresenta l’evoluzione della società

0

Ma davvero pensate che la domanda giusta da porsi sia se la modella di Gucci sia bella o brutta?

La reazione del popolo dei social ha evidenziato ancora una volta che quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito. Innanzitutto chiariamo: Armine non è stata scelta da Gucci perché più bella di Gigi Hadid o Kaya Gerber (che solitamente sfilano per quegli stilisti che fanno della bellezza canonica il loro punto di forza), ma perché rientra in una precisa visione del brand.

Si parla tanto di storytelling e brand identity, ma forse bisogna fare un po’ di chiarezza, con un esempio nazional-popolare. Da anni vediamo il Mulino Bianco ospitare campagnoli, galline, Banderas, biscotti sfornati e farine macinate di fresco. Ovviamente non rispecchia la realtà, i biscotti sono industriali e dentro ci sono conservanti, ma rispecchia ciò che l’azienda vuole trasmettere in termini di valori condivisi: natura, cibo sano, tradizione, famiglia.

Brand identity nella moda: da Prada a Gucci

La stessa cosa, in termini ancora più decisi, succede nelle case di moda. Quando ero più giovane una mia professoressa di moda disse che Prada vestiva le donne che si sentivano un po’ suore. La cosa mi fece sorridere, ma in tutti questi anni, ogni volta che guardo una sfilata di Prada, non posso fare a meno di notare che sono abiti avulsi da qualunque tipo di erotismo o seduzione spiccia. Sono effettivamente abiti per una donna sobria e minimal, che ama coprirsi con stile piuttosto che scoprirsi senza. Questa è l’idea di moda di Miuccia, a cui è rimasta fedele attraverso i decenni. Ha reinventato, ma mai tradito. Gli addetti e gli appassionati riconoscono un abito Prada a chilometri e in questo sta il successo dell’identità riconoscibile della maison.

Altri brand non puntano su una continuità decennale perché cambiano, ogni tot di anni, direttore creativo. Gucci dal 2015 è sotto la guida di Alessandro Michele, responsabilità di tutte le collezioni di prodotto e dell’immagine del marchio. Una responsabilità enorme, ma ben riposta. Michele è un personaggio chiave nella storia della moda, ha fatto saltare qualunque tipo di categoria, genere, stagionalità delle collezioni, ha cambiato le carte in tavola, ha creato intorno a sé un nuovo mondo.

Nel mondo di Gucci c’è posto per tutti

Nel mondo di Alessandro Michele, infatti, c’è posto per tutti. La brand identity, qui, parla di inclusione e libertà.  Dalla regina Elisabetta ai canti gregoriani, da RuPaul ai carlini in porcellana, passando per i mosaici bizantini, le teste finte, il cinema trash e la musica degli Smiths. La sua ispirazione è quasi shakespeariana: la natura, con le sue forme e i suoi colori. L’animo umano, complesso e mai banale. Il gusto del gioco delle parti, del costume design, del travestimento.

Questo pastiche di interessi e di riferimenti culturali è però ben riuscito, e da anni ci fa sognare.

Solo partendo da questo storytelling di inclusività e di rottura con un sistema molto statico e borghese, si possono comprendere alcune scelte stilistiche di Gucci e, soprattutto, percepirle come coerenti e oneste. Artisti come Harry Styles e Achille Lauro hanno potuto giocare liberamente con la loro immagine andando ben oltre la noiosa dicotomia maschile/femminile. Non dimentichiamoci che Michele per vestire Lauro nell’ultima serata di Sanremo si è ispirato a San Francesco.

Nel 2019 la campagna #ComeAsYouAre diventa un manifesto estetico e politico: non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi. E il bello è proprio questo. Su una nave da crociera giovani, vecchi, magri, grassi, bianchi, neri, Iggy Pop e dei cani vanno in vacanza, condividendo una fetta di torta o una suonata di ukulele. Come potrebbe succedere in un qualunque stabilimento balneare italiano. Senza età, senza genere, solo esseri umani che stanno insieme (però vestiti da paura).

La vita raccontata dalle campagne di Gucci è la vita reale, dove una modella con la sindrome di down utilizza il mascara L’Obscure, dove una bocca con dei denti storti si abbellisce con un rossetto. Perché questa è la vita reale, senza snobismi e senza false icone. La moda e il make up, da sempre, sono per tutti. Un abito di alta moda può essere indossato da una modella russa o da una signora di 60 anni. Il rossetto lo usano tutte le donne del mondo, a qualunque età, in qualunque latitudine.

Armine Harutyunyan, la nuova modella di Gucci 

Armine, graphic designer di origini armene, è stata notata per strada a Berlino da un talent scout. E sì, può tranquillamente sfilare per Gucci, in quanto persona. Non deve essere bella, non deve essere perfetta, deve essere rappresentativa.

La moda, come il cinema, la letteratura e l’arte, ha l’intrinseca missione di creare scenari in cui traghettare il prossimo futuro, di spostare l’asticella delle convenzioni sociali dove meglio crede, di proporre un’estetica che sia adeguata all’evoluzione della società e dei costumi. Non tutte le novità funzionano, non tutti i tentativi andranno a buon fine, ma non è un buon motivo per tornare al vecchio.

Soprattutto, non ci si può sottrarre al nobile scopo di allargare sempre di più la fetta di umanità che si sente rappresentata dai media.

Micaela Paciotti

Foto:  murales dedicato ad Armine- foto dal profilo IG di Raffoart79 per gentile concessione di Raffoart79

Tornare a commuoversi al cinema con “Il Meglio deve ancora venire”

0

Tra tutti i film francesi usciti ed in uscita nel 2020 menzione d’onore per la commedia sull’amicizia “Il meglio deve ancora venire”.

Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Roma lo scorso autunno ed è in uscita nelle sale cinematografiche il 17 settembre. È un’ottima occasione per tornare a riempire i cinema e cercare di supportare soprattuto le piccole realtà locali. Abbandoniamo, momentaneamente, la comodità della favolosa realtà dello streaming, per tornare alle origini.

Il film, distribuito da Lucky Red, è la chiara e semplice esaltazione dell’amicizia e di come questa nonostante possa essere improbabile e inaspettata rimane uno dei sentimenti più veri. 

I due protagonisti Arthur e César, interpretati rispettivamente da Fabrice Luchini e Patrick Bruel, si conoscono dai tempi in cui frequentavano il severo collegio “Pensionnat Saint – Croix”. Sono cresciuti insieme tra le monellerie delle mura del convitto e sono molto legati l’uno all’altro nonostante abbiano intrapreso vite totalmente differenti. 

Sin dalle prime ironiche e sagaci battute fra i due si delineano i caratteri diametralmente opposti. 

Arthur Dreyfus è un ricercatore all’istituto Pasteur di Parigi. È un uomo dalla profonda etica e molto legato alle sue lineari, e talvolta assai prevedibili, abitudini. César Montesiho invece è il suo opposto, un uomo che del carpe diem na fatto un dogma, eversivo, seducente, vitale, senza una ben identificata professione ma che della bella vita e dei suoi vizi è estimatore e sostenitore.

Come nella maggior parte dei rapporti amicali, il tempo gioca un ruolo relativo; nel momento del bisogno si va il più delle volte dalle persone di cui ci si fida, a cui si vuole bene, così César si presenta alla porta di Arthur per chiedere aiuto in seguito a quello che potremmo definire beffardamente un incidente domestico. 

Un fraintendimento porterà entrambi alla convinzione che l’altro abbia una grave malattia. Decidono così di riprendersi il tempo perduto. Trascorreranno insieme i giorni che verranno, tra i ricordi del passato e nuove avventure che lasceranno un segno profondo. 

La pellicola ha i classici tratti dei film francesi.

Il film di Alexandre de la Patellière & Matthieu Delaporte ha una forte carica emotiva. Nella sua semplicità e leggerezza riesce a toccare temi assai profondi. Sono numerosi infatti gli spunti di riflessione. Fra tutti possiamo annoverare, oltre la celebrazione all’amicizia, la malattia e la conseguente paura della morte. 

“Siamo invecchiati come i nostri personaggi. E, come chiunque passi dall’altro versante della montagna della quarantina contemplando l’altro lato con un misto di angoscia e di perplessità, le nostre vite sono state attraversate da lutti. Abbiamo perso amici e famigliari e questo sentimento di perdita è diventato centrale nelle nostre esistenze. Avvicinandoci ai cinquant’anni, questa materia nuova, grezza, intensa, complessa, è giunta a sconvolgere il nostro immaginario: d’ora innanzi non avremmo più potuto parlare della nostra generazione e dell’ironia delle nostre vite senza essere costantemente riassaliti dal quesito della morte che si avvicina. Invece di fuggirla e di eluderla – essendo la scrittura a quattro mani di per sé una pratica psicoanalitica piuttosto divertente – abbiamo deciso di affrontare di petto il tema, consapevoli che al di là della nostra sensibilità nulla è mai più divertente di quello che ci fa realmente paura e che il dramma è l’unica materia valida della commedia.” 

I due registi hanno colto in pieno il senso della vita e del suo divenire. 

Questa nuova avventura tra Parigi, il sud della Francia e Bombay, li condurrà alla piena consapevolezza di sé e di quanto sia importante chi ci sta di fianco nel corso di questo percorso in salita chiamato vita.

I due faranno a gara per esaudire “gli ultimi desideri” dell’altro. Anche questi, ovviamente, in netta contrapposizione. Mentre Arthur vorrebbe vincere il Nobel, scoprire un nuovo vaccino o semplicemente rileggere Proust in lingua originale César vorrebbe accarezzare un elefante oppure fare sesso sotto una cascata o con due gemelle.

Mi sento di consigliare vivamente questo film. 

Le due ore di proiezione passano velocemente. Un ritmo incalzante e mai noioso.

Il meglio deve ancora venire è un film sull’amicizia e la morte. È una stramba celebrazione della vita, con tutto quello che ha di crudelmente ironico e di terribilmente bello. 

Alessia Aleo 

Stabilimenti Urbani: cinque parchi con ombrelloni gratis a Roma

0

Dal 1º Agosto fino al 27 Settembre, in cinque parchi di Roma, potrete usufruire gratuitamente degli stabilimenti urbani, ovvero delle aree attrezzate con sdraio, ombrelloni, nebulizzatori, punti ristoro, lezioni fitness, laboratori per bambini e aree gioco all’ombra.

Per questa iniziativa, ideata e promossa da Roma Capitale insieme a Zètema Progetto Cultura, sono stati selezionati 5 parchi della Capitale: Villa Pamphilj (ingresso via Leone XIII), Parco delle Canapiglie (ingresso via delle Canapiglie), Parco di Aguzzano (ingresso via Gina Mazza), Parco della Biblioteca Laurentina (ingresso via Guido da Verona) ed il Parco Pino Lecce (ingresso via di Generosa).

Un progetto che ha voluto estendere l’idea della spiaggia sul Tevere Tiberis, inaugurata a Roma ormai tre anni fa, anche ad altre aree della città.

Gli stabilimenti urbani sono aperti tutti i giorni dalle 9:00 alle 19.00 (tranne Tiberis che è chiuso il Lunedì). Potete consultare i programmi della giornata e controllare l’affluenza dei visitatori dal loro sito internet.

All’entrata bisogna farsi misurare la temperatura, scrivere il proprio nome e numero di telefono. Ovviamente non dimenticate di portare mascherina, telo da mare ed anche un bel libro da leggere.

Ma vale davvero la pena andare a visitare questi stabilimenti urbani?

Consiglio di visitare gli stabilimenti urbani a chi abita nelle vicinanze e solamente se si ha intenzione di partecipare alle lezioni di fitness o ai laboratori per bambini.

Devo ammettere che se non avessero organizzato delle attività gratuite non avrei mai consigliato di visitare questi spazi. Sdraiarsi sotto un ombrellone al caldo cocente circondati da erba secca non è di certo una proposta allettante. Inoltre, nel parco in cui mi sono recata, c’era un solo food truck che offriva pietanze molto particolari non adatte a tutti i palati. Quindi se avete intenzione di passarci diverso tempo vi consiglio di portarvi merenda e bibite.

Personalmente ho visitato due volte il parco della Biblioteca Laurentina perché era vicino casa e avevo voglia di portare i bambini a fare qualcosa di diverso.

I miei bambini hanno subito approfittato dei nebulizzatori per rinfrescarsi, hanno vinto una palla da calcio in uno stand di Mondo Convenienza e hanno seguito un interessantissimo laboratorio scientifico tenuto dall’associazione Myosotis.

Tornati a casa abbiamo consultato nuovamente il programma e siamo tornati qualche giorno dopo per partecipare ad un secondo laboratorio tenuto dalla stessa organizzazione.

Laboratorio bambini a cura di Myosotis – foto Giulia Tiddens

Mi auguro che questa iniziativa venga proposta anche il prossimo anno ma con l’aggiunta di letture all’aperto per bambini, presentazioni di libri, laboratori creativi ed altre iniziative che coinvolgano maggiormente le organizzazioni di quartiere.

Giulia Tiddens

Torna finalmente Ghemon con “Scritto nelle stelle” in concerto a Roma

0

Dopo aver posticipato la sua uscita, Ghemon ha dovuto rimandare anche la possibilità di suonare Scritto nelle stelle in concerto, fino a Luglio.

Nonostante gli impedimenti e le restrizioni anticovid per i concerti, è riuscito a portare in tour il suo ultimo lavoro, uscito poi il 24 Aprile, e il 12 Settembre è arrivato anche a Roma nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

Il concerto lo ha aperto la stand up comedian Michela Giraud, bella, divertentissima e di gran talento.

In un’ora e mezzo di concerto il rapper e autore, con la sua band al seguito, si è esibito cantando le nuove canzoni e i suoi più grandi successi. 

I medley dei brani più famosi di Orchidee sono stati sfiziosi musicalmente. Con gli arrangiamenti mi è sembrato che Ghemon strutturi la sua musica su diversi piani. Delle canzoni sembravano quadridimensionali, avevano delle sonorità che gli hanno dato spessore.

Ovviamente, come tutti i miei artisti preferiti non ha fatto alcune mie canzoni preferite. 

Da quando ho preso il biglietto mi ero preparata mentalmente a piangere grossi lacrimoni su Dopo la medicina, talmente grossi da spaventare i vicini di posto con i miei singhiozzi. Così non è andata, e il mio trucco si è salvato. 

La scelta di dedicare Un’anima a Willy, il ragazzo ucciso da persone figlie di una società sempre più ignorante e violenta, ha colpito ed emozionato tutti noi spettatori. 

Apprezzo molto che Ghemon prenda sempre posizioni decise su temi importanti e che le esprima in modo costruttivo. Merito forse di molti anni di psicoterapia. 

Ad accompagnare Ghemon nell’esecuzione di Scritto nelle stelle in concerto c’è la sua band di super professionisti. È composta da Giuseppe Seccia, Vincenzo Guerra, Fabio Brignone, Filippo Cattaneo Ponzoni e le due coriste, Wena e Arya. 

Sono tutti bravissimi e di talento, e una menzione speciale la meritano proprio le ragazze: lasciano a bocca aperta!

Non solo sono eccezionalmente brave, ma le loro voci insieme si fondono benissimo.

Ghemon Scritto nelle stelle concerto - Crediti:  Foto Fondazione Musica per Roma; Musacchio/Pasqualini/Ianniello
Da Sinistra: Wena, Ghemon e Arya
Crediti: Foto Fondazione Musica per Roma; Musacchio/Pasqualini/Ianniello

Suggerirei a loro e a Ghemon di trovare un quarto elemento e di formare il revival del Quartetto Cetra. È bello sentire artisti che hanno studiato e che usano la voce come un vero e proprio strumento, invece che per biascicare testi come appena svegliati. È una goduria per le orecchie.

L’unica pecca negativa del concerto, secondo me, è stata la durata. Un’ora e mezza di concerto non è sufficiente per la quantità di canzoni belle che Ghemon ha scritto. Inoltre l’acustica, merito del luogo, la cavea dell’Auditorium Parco della Musica, e dei tecnici, era perfetta.

Spero davvero che la serata si ripeta presto per godere ancora della sua musica. E poi anche perché le canzoni di Ghemon fanno bene al cuore e alla mente, ti prendono per mano e ti accompagnano nel tuo percorso di vita, infondendo coraggio.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Daniele Cambria

A quando il prossimo evento Apple?

0

Apple è pronta a lanciare più prodotti tecnologici quest’anno, ma ci sarà il solito evento a settembre? Ecco le ultime novità sul prossimo evento Apple.

Ti chiedi quando Apple terrà il prossimo evento per rivelare i suoi nuovi prodotti? Nel corso dell’anno ci sono normalmente fino a quattro eventi in cui l’azienda della mela svela i suoi ultimi prodotti davanti al grande pubblico. Tuttavia, a causa della pandemia COVID-19, il 2020 risulta essere un anno di eccezioni alle regole, con Apple che non è in grado di organizzare grandi eventi a causa della politica “resta a casa” e delle restrizioni imposte sui raduni.

Ma l’incapacità di organizzare eventi fisici non significa che non ce ne siano stati: quest’anno infatti, per il WWDC Apple ha trasmesso una presentazione live che mostrava i nuovi prodotti e software. Il triste avvento del Coronavirus non ha nemmeno significato che non ci siano stati annunci di nuovi prodotti: Apple ha continuato a rilasciare computer, cellulari, tablet e gadget aggiornati, e sono attesi ancora molti altri nuovi prodotti.

Quindi il non essere in grado di organizzare eventi di fronte a un pubblico fisico non impedisce di annunciare nuovi prodotti, ma riuscirà Apple ad organizzare un evento per lanciare il suo nuovo smartphone? E, se ci sarà un altro evento Apple, quando sarà?

Bisogna comunque sottolineare che l’azienda di Cupertino non necessita di eventi ah hoc per lanciare nuovi prodotti, e anche se non ci sono ancora eventi pianificati non significa che la società non lancerà nuovi prodotti a settembre.

Quando è il prossimo evento di Apple?

La grande domanda in questo momento è: Apple terrà un evento a settembre?

Negli ultimi anni Apple ha sempre tenuto un evento a settembre, che di solito è considerato il momento clou dell’anno per l’azienda, in quanto vengono solitamente lanciati i nuovi iPhone, i software aggiornati, tablet, smart watch e computer. Si prevede che quest’anno il nuovo cellulare integri la tecnologia 5G, fotocamere più d’avanguardia ed un sistema operativo migliorato. Ci aspettiamo anche di vedere un aggiornamento per l’Apple Watch e la società probabilmente rivelerà anche le date di lancio per le prossime versioni di macOS e iOS.

Tuttavia, come abbiamo già detto, il 2020 è un anno un po’ diverso. Quindi ci possiamo davvero aspettare che Apple tenga il solito calendario di settembre? Ovviamente è improbabile che la compagnia tenga un evento dal vivo, di fronte a un pubblico fisico, a causa della pandemia di Coronavirus. Forse il colosso di Cupertino deciderà di tenere un keynote virtuale, anche se per il lancio dell’iPhone SE all’inizio del 2020 non c’è stato bisogno di un evento.

Il lancio del nuovo iPhone

È probabile che Apple voglia fare colpo con il nuovo cellulare iPhone, e quasi sicuramente vorrà dimostrarne in live le nuove funzionalità in iOS e macOS, come solitamente tende a fare in questi eventi, quindi ci aspettiamo una sorta di presentazione anche se la tempistica potrebbe essere diversa. Infatti, Apple ha già annunciato che purtroppo il nuovo iPhone non sarà pronto per il lancio a settembre. Numerosi rumors erano già in circolazione, anche prima che Apple rivelasse che il nuovo smartphone sarebbe stato ritardato, e le voci suggerivano che la produzione dei nuovi iPhone fosse indietro a causa di interruzioni della catena di fornitura e altri problemi relativi a COVID-19.

A quando il prossimo?

In definitiva, potremmo aspettarci che un lancio dei nuovi prodotti Apple -che includa sistemi operativi, smartphone, tablet, computer e gadget- sia da prevedersi per ottobre 2020, o forse anche a novembre. Sul suo canale Instagram, il leaker di Apple Jon Prosser ha dichiarato che, in base a ciò si dice essere “nel sistema” di Apple, da metà ottobre ci si potrà mettere in coda per il pre-ordine dei cellulari iPhone, dei relativi dispositivi, degli ultimi iWatch e iPad di ultima generazione. Quindi, su questa sua base, l’evento iPhone sembra essere programmato per la settimana del 12 ottobre.

Negli anni passati, dal 2012 all’anno scorso, Apple ha sempre scelto come data di presentazione dei suoi ultimi prodotti tecnologici un giorno infrasettimanale nella prima metà di settembre, come da elenco:

2019, martedì 10 settembre

2018, mercoledì 12 settembre

2017, martedì 12 settembre

2016, mercoledì 7 settembre

2015, mercoledì 9 settembre

2014, martedì 9 settembre

2013, martedì 10 settembre

2012, mercoledì 12 settembre

A paragone con gli eventi degli anni precedenti, pare dunque che quest’anno Apple si prenderà circa un mese in più, facendoci restare con l’acquolina in bocca per qualche settimana.

“El arte de volver”, una promessa non mantenuta

0

El arte de volver”, opera prima del regista spagnolo Pedro Collantes, è stato appena presentato nella sezione “Biennale College”.

Dal 2012 il Festival di Venezia ha inserito questa sezione, collegata ad un programma di sviluppo istituito per sostenere i filmmaker alla loro prima o seconda opera.

El arte de volver” è un film malinconico, la cui trama si svolge nell’arco di una giornata, che comincia in una sala d’attesa.

Noemí (Macarena Garcìa), una giovane attrice, aspetta di fare un provino, ma se ne va appena una collega la riconosce in una foto su una rivista. Poi la seguiamo negli incontri della giornata: il nonno malato e ricoverato in clinica, la sorella minore, il cane del nonno l’amico storico, l’amica che inaugura la sua mostra, il tassista che la riporta a casa.

Sei anni prima, Noemí si è trasferita a New York, per cercare di dare una svolta alla sua carriera, ma non sembra essere andata poi così bene.

Rientra (momentaneamente?) in Spagna per far visita al nonno, le cui condizioni di salute si sono aggiravate e per fare un provino per una serie televisiva che si chiama proprio “El arte de volver”, ossia “L’arte del ritorno”. Anche la trama di questa serie TV sembra ricalcare in parte il tema del film, ovvero la difficoltà di far ritorno a casa, per chi ha cercato fortuna fuori. Ottenere la parte consentirebbe a Noemí di tornare a vivere in Spagna.

La prima difficoltà del ritorno è che la protagonista non ritrova più il suo mondo come lo aveva lasciato. La vita degli altri è andata avanti senza di lei e in conseguenza delle scelte che ha fatto lei.

La recensione del film “El arte de volver” non può essere positiva.

L’opera prima di Collantes non convince.  Nel film ci siano alcuni elementi fastidiosi, innanzitutto nella trama degli incontri. Il regista ha spiegato:

Mettendo fianco a fianco gli incontri che si accumulano nel corpo e nell’anima di Noemí, intendo catturare il frammentarsi inconscio delle relazioni personali con il miscuglio di momenti allo stesso tempo commoventi, spensierati e divertenti.

Peccato che tutti questi personaggi abbiano qualcosa da dire su Noemí, soprattutto da rimproverarle e da rinfacciarle e lezioni da impartirle.

L’amico Carlos le rimprovera di parlare e comportarsi come se la tua vita dovesse ancora cominciare, di fare l’adolescente. La sorella le rinfaccia di non leggere i suoi messaggi con attenzione.

È un film che non lascia niente di memorabile allo spettatore.

Sembra lanciare molti messaggi condivisibili sui sentimenti di chi ha lasciato il proprio Paese o la propria città. Ma niente viene raccontato in modo originale.

Ad esempio, la scena  più intensa è quella della visita al nonno ricoverato in ospedale, piena di tenerezza e di dolcezza. Ma il dialogo inanella una serie di luoghi comuni, anche un po’ stucchevoli.  Il nonno le dice di aver avuto una bella vita e che nessuno al suo funerale potrà dire che se n’è andato troppo presto.  Ma ci tiene anche a dirle che “la vita è una. Non ci sono prove. Uno deve stare nel posto dove è felice”. 

La pellicola è confezionata in modo carino, la fotografia è ben fatta, gli attori sono adeguatamente espressivi. Ma i dialoghi e le scene, con metafore e similitudini, fanno sembrare “El arte de volver” solo un compito fatto bene.

All’inizio promette più di quanto riesca a mantenere nei 90 minuti della sua durata. Ci auguriamo che Pedro Collantes, che mostra buone capacità registiche, riesca a far meglio con il prossimo film. Per ora, non vediamo un nuovo Pedro Almodóvar nell’orizzonte del cinema spagnolo.

Stefania Fiducia

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Università: quale facoltà fa lavorare di più?

0

Il Coronavirus non ha fermato le università, specialmente quelle telematiche come Unicusano, che anzi, hanno dimostrato di reggere la “crisi” con un modello virtuoso ed elogiato a livello europeo.

Settembre, quindi, anche in anno di Pandemia resta il mese in cui fare i conti con “il futuro”. I maturandi che quest’anno hanno finito le scuole superiori con la didattica online sono ora in procinto di iniziare un nuovo capitolo della loro vita.

Ma si sa, la scelta non è mai facile. Lavorare o studiare? E se si sceglie lo studio, quale facoltà è la migliore?

Nell’ultima infografica Unicusano trovate le opinioni di Istat, Almalaurea e altri casi di studio italiani sul tema.

Quanti laureati ci sono in Italia, quanti lavorano, quanti hanno il contratto indeterminato? Ma anche, chi guadagna di più? Le donne vengono ancora discriminate? Chi va all’estero ha più possibilità di emergere? Quali sono le skills più richieste?

Ecco tendenze attuali e future del mondo del lavoro per rispondere ai quesiti di tutti: studenti che devono iscriversi all’università, lavoratori che vogliono fare un upgrade di carriera, laureati triennali che devono decidere se inserirsi nel mondo del lavoro o iscriversi a un corso di laurea magistrale.

Laurearsi conviene, lo dicono i numeri!

Prima informazione interessante per i neo-maturati: sapevate che chi abbandona gli studi tra i 18 e i 24 anni ha un tasso di occupazione del 27,8%?

Le facoltà più richieste oggi e domani

Attualmente le facoltà più richieste nel mondo del lavoro sono quelle del gruppo economico, ma a quanto pare il 23% delle aziende lamenta di non trovare professionisti in ambito STEM. Non è un caso, quindi, che i professionisti più difficili da trovare siano Analisti e progettisti di software.

Eppure, sono i laureati del gruppo medico a guadagnare di più a un anno dalla laurea: in media 1.717€ al mese. Dato indicativo, che rende più complesso il quadro dell’inserimento nel mondo del lavoro. Se i laureati triennali si inseriscono prima nel mondo del lavoro, i laureati magistrali proseguono con percorsi formativi, quali tirocini e scuole di specializzazione, per arrivare a ricoprire cariche più alte e quindi a percepire anche stipendi più alti. Non è detto, quindi, che chi decide di proseguire gli studi, poi sia più penalizzato degli altri.

Ultimo quesito, ma non per importanza: quale sarà la domanda nei prossimi cinque anni? La parola chiave è “Digital Transformation“, ma non solo.

Scoprite il resto consultando tutta l’infografica e… fate la scelta giusta!

Consulta l’infografica qui

studio-ergo-lavoro-unicusano-settembre-2020
Infografica a cura dell’Università Niccolò Cusano

Il silenzio degli innocenti, paura e tormento per vincere la follia

0

Sto per avere un vecchio amico per cena stasera

Titolo originale: The Silence of the Lambs
Regista: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Ted Tally
Cast Principale: Jodie Foster, Anthony Hopkins, Ted Levine, Scott Glenn, Anthony Heald, Brooke Smith
Nazione: USA

Guardate questo trailer

Cosa vi lasciano queste immagini? Si capisce subito che parliamo di un thriller (d’accordo), ma cosa c’è di strano? Altri non è che la magia de Il silenzio degli innocenti, pellicola girata nel 1991 da Jonathan Demme, tratta dall’omonimo libro di Thomas Harris.

È la storia di Clarice Starling (Foster), promettente recluta dell’FBI, incaricata di un caso molto particolare. Tra le strade americane, infatti, un serial killer (nominato “Buffalo Bill”) uccide brutalmente delle giovani ragazze, scuoiandole. Non riuscendo a venirne a capo, al dirigente Crowford (Glenn) viene in mente di chiedere un consulto molto particolare, per il quale serve l’aiuto della promettente Starling.

Questa infatti dovrebbe andare a parlare con il dottor Hannibal Lecter (Hopkins).

Lecter è un ex criminologo ed acuto psichiatra, da 8 anni rinchiuso nel manicomio criminale di Baltimora, per aver ucciso e letteralmente divorato i corpi dei suoi pazienti. Sia Crowford che il direttore del manicomio, il dottori Chilton (Heald), avvisano Clarice delle capacità mentali di Lecter: è un abile manipolatore, capace di leggere qualsiasi segnale o analizzare qualunque difetto.

Clarice va dall’ex psichiatra ed inizia a parlare con lui. L’uomo si dimostra disponibile, poiché la recluta lo tratta da pari, con sincerità, rispetto ed una punta di timore, che all’uomo piace, dandogli l’idea di avere la situazione sotto controllo.

I giorni passano e, mentre si cerca di creare il profilo del killer, i due protagonisti vengono ad un accordo: lui avrà un trattamento migliore e lei lascerà che l’ex psichiatra la analizzi.

Tutto viene accellerato quando viene rapita la figlia di una senatrice e Lecter riesce a fuggire. Clarice riuscirà a prendere Buffalo Bill e riconsegnare il folle dottore alla giustizia?

Il silenzio degli innocenti è un thriller unico nel suo genere.

È vero che, dopo di lui, molti si sono adeguati e hanno seguito la sua scia, non solo continuando i libri con protagonista il dottor Lecter.

Purtroppo in Italia, il titolo fu necessario cambiarlo, per motivi “propagandistici”. La perfetta traduzione dell’originale The Silence of the Lambs, doveva essere Il silenzio degli Agnelli: come non offendere la nota famiglia, all’epoca ancora influente in campo politico e sociale?

La grande rivoluzione del film di Demme è nella gestione registica. Le immagini ci donano suspense, reggono bene il ritmo incalzante e sospeso; ma non sono sensazionali, non possiedono effetti speciali. Tutto è reso così naturale, degno di una pellicola di Orson Welles.

Curioso è anche il cercare, nella scenografia, elementi che nella mente di alcuni americani di quei luoghi credevano veramente sinistri.

Ted Levine, infatti, in un’intervista dichiarò che, durante i provini, vide alcune case che erano state scelte per ambientare la dimora di Buffalo Bill: una di queste, che non fu scelta, si diceva (quando lui era bambino) fosse stregata.

Il re indiscusso de Il silenzio degli innocenti però è Anthony Hopkins

L’attore interpreta uno dei suoi ruoli più brevi (in tutto il film lo vediamo infatti in meno di 30 minuti), eppure viene considerato tra i più intensi della Storia del Cinema.

Per poter capire meglio la parte, Hopkins si documentò e seguì processi sui serial killer. Il suo sguardo e la sua voce non bastano a farci comprendere quanto il Commendadore inglese fosse nel ruolo. Un aneddoto però si.

Molte delle azioni e delle battute avvenute durante l’intervista della Starling, sono state improvvisate da Hopkins: primo fra tutti il sibilo. L’attrice, dopo il primo ciak, andò da lui per ringraziarlo di averle fatto vivere intensamente quel momento.

Il silenzio degli innocenti, inoltre, colpì pubblico e critica: vinse infatti tutti e 5 i premi Oscar più importanti (Film, Regia, Miglior Attore ed Attrice, Sceneggiatura non originale), per la terza volta nella storia, dopo Accadde una notte e Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Un film di cui, purtroppo, si può parlare poco, se non si è visto; poiché si rischia di far perdere quella suspense e quel brivido che il film riesce a dare ogni volta, anche se lo si conosce perfettamente.

Tre motivi per vedere il film:

  • Anthony Hopkins, il suo sguardo glaciale
  • La scenografia, che rende tutto oscuro come l’indagine di Clarice
  • Jodie Foster, distaccata e fredda

Quando vedere il film

È un film potente, per le immagini e i messaggi. Sconsigliato ai minori di 14 anni. La sera, soprattutto se vi piace il genere

Francesco Fario

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Inizia il Giro Rosa 2020, il ciclismo è sempre più uno sport femminile

0

Dall’11 al 19 settembre i team si sfideranno nel Giro ciclistico d’Italia femminile internazionale

“Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza” (H.G.Wells). Io, invece, ogni volta che vedo una donna in bicicletta, sorrido pensando alla libertà del proprio corpo, all’autonomia e alla piccola gioia che deriva dal pedalare. Le cicliste, insomma, nel mio immaginario sono delle donne davvero piene di forza fisica e tempra morale, che però si divertono ancora come il primo giorno che hanno tolto le rotelle dalla bici.

Il Giro Rosa, la competizione di sport femminile più importante del mondo

Il 10 Settembre, a Grosseto, in una Piazza Dante festosa, c’è stata la presentazione delle 23 squadre che fino a sabato 19 settembre si sfideranno sulle strade d’Italia. L’edizione numero 31 del Giro Rosa Internazionale femminile, organizzata e sponsorizzata da ICCREA, si preannuncia agguerrita.

Tutte le migliori atlete del panorama internazionale sono in sella. Fra queste, Annemiek van Vleuten, la super campionessa olandese dello scorso anno, Anna van der Breggen, Marianne Vos, Amanda Spratt e Katarzyna Niewiadoma. Se volete tifare Italia, ecco i nomi delle azzurre: Elisa Longo Borghini, Soraya Paladin, Erica Magnaldi, Marta Cavalli, Maria Giulia Confalonieri e Alice Maria Arzuf

E’ la competizione di sport femminile più importante del mondo, la prima gara sarà una cronometro a squadre non priva di insidie, lungo 16 chilometri nel Grossetano.

Le tappe del Giro Rosa 2020

Potete seguire le gare su RAISPORT e sui social, oppure potete fare il tifo in strada, che è sempre meglio! Le cicliste affronteranno in tutto 9 tappe:

  • 1° GROSSETO > GROSSETO
  • 2° CIVITELLA PAGANICO > ARCIDOSSO
  • 3° SANTA FIORA > ASSISI
  • 4° ASSISI > TIVOLI
  • 5° TERRACINA > TERRACINA
  • 6° TORRE DEL GRECO > NOLA
  • 7° NOLA > MADDALONI
  • 8° CASTELNUOVO DELLA DAUNIA > S. MARCO LA CATOLA
  • 9° M. MONTECORVINO > M. MONTECORVINO

Che vinca la migliore, e che nessuno la chiami “bellezza in bicicletta”.

E se volete conoscere altre donne di grande ispirazione, “A dimora le rose” è il libro che fa per voi!

Micaela Paciotti

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio: Phil Marino e la parodia della società italiana

0

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio. Cronache di uomini e bestie, e di bestie umane è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, con un sorriso amaro stampato sul proprio viso per tutte le centoquarantanove pagine di cui è composto.

La storia narrata è una satira della mentalità chiusa delle persone che abitano in un paesino italiano di una provincia qualsiasi che potrebbe collocarsi indifferentemente a nord, al centro o al sud.

Vespuccio è un comune che conta tredicimila anime e che, nel romanzo, si trova a sud di Roma e per la precisione, si fa per dire, a qualche ora di autobus dalla capitale.

Questo paesino, come già anticipato, potrebbe collocarsi in una qualsiasi regione italiana, un po’ come accade per la Springfield dei Simpson (sono 38 in tutto i luoghi che hanno questo nome negli Usa).

Come Springfield è una parodia della società americana, così Vespuccio lo è di quella italiana.

In Italia si sa le feste patronali sono un po’ come la Notte degli Oscar.

Inoltre, sempre nel Belpaese, prevale un sistema massonico per la risoluzione di tutti problemi: “trovare un buon lavoro, vincere un concorso, prenotare velocemente una visita medica […]: tutto filava liscio e veloce se conoscevi qualcuno a cui chiedere un favore […]”.

E la burocrazia? Ovviamente è macchinosa e lenta.

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio, la recensione

Il protagonista del romanzo è Willy, nato in Italia da padre italiano e madre americana, ma cresciuto negli Stati Uniti.

Il ragazzo decide di tornare in patria in seguito alla perdita di sua madre, per occuparsi del testamento dei genitori ma anche perché stanco della situazione politica americana:

Il solo pensiero di continuare ad avere come presidente Trump, quel maledetto ciuffo arancione che invadeva lo schermo televisivo come una gigantesca erezione da overdose di Viagra, un giorno lo avrebbe reso un terrorista rivoluzionario, o un kamikaze dell’evoluzionismo, o per assuefazione un repubblicano. Tutto quel caos non lo reggeva più.

Arrivato a Roma capisce subito di aver costruito nella sua mente un’immagine idilliaca del suo luogo di origine. In realtà in Italia è in atto una profondissima crisi culturale e civile.

Willy incontra personaggi surreali che riflettono una visione del mondo arretrata, incivile e bestiale.

A Vespuccio, per esempio, il sindaco e gli assessori si riuniscono nei bar:

Noi siamo un’amministrazione vicina alla gente, al popolo, e ai suoi problemi. Infatti lì al tavolo si discute di viabilità oggi. […] Si tratta di questioni importanti e urgenti, quindi adesso mi scusi ma la devo salutare.”
“SCOPA!!!” gridarono in quell’esatto momento dal tavolo dove si svolgeva il dibattito politico.

Ma non sono soltanto i politici ad assumere comportamenti criticabili.

I cittadini sono insensibili al tema dell’ecologia: c’è chi smaltisce i propri rifiuti nelle campagne e chi riversa in strada detergenti chimici utilizzati per disinfettare la propria abitazione.

Lo stile del linguaggio di questo romanzo è dissacrante, satirico, talvolta eccessivo: anch’esso concorre, con la sua irriverenza, alla narrazione delle bestiali cronache.

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio edito da Brè edizioni è una lettura interessante, sia per i sorrisi – seppur amari – che per le riflessioni che ne derivano.

Valeria de Bari

Psicologia: come migliorare la produttività aziendale in tempo di Covid-19

0

In tempi di Covid-19 e smartworking (che più che essere smart è da remoto), avere livelli di produttività e performance adeguati è fondamentale e paradossalmente può configurarsi come un’occasione di crescita (ovviamente non in tutti i casi). D’altronde “Power comes in response to a need, not a desire”. Vediamo dunque come migliorare la produttività aziendale.

Come posso aumentare la produttività aziendale?

Non ci occuperemo in questa sede di tutti quegli accorgimenti nell’organizzazione del lavoro che potrebbero migliorare la produttività aziendale, ma bensì di coesione. Perché in fondo, il lavoro è fatto di persone e sono loro la chiave per il nostro successo. In una delle definizioni più classiche, la coesione può essere definita come “quella capacità che i gruppi hanno di rimanere uniti nel raggiungimento di un obiettivo e/o nella soddisfazione dei bisogni affettivi dei membri che lo compongono” (Carron, Brawley, & Widmeyer, 1998). Che poi è il concetto che Robert Baratheon in maniera altrettanto efficace presenta nella prima stagione di Game of Thrones.

Robert Baratheon: Which is the bigger number, five or one?

Cersei Lannister: Five.

Robert Baratheon:  Five…One (la mano da aperta viene chiusa in un pugno). One army, a real army, united behind one leader with one purpose. Our purpose died with the Mad King.

I pro e I contro della coesione sul lavoro.

La coesione però è una lama a doppio taglio, quindi bisogna imparare come usarla e sapere come funziona. In generale un gruppo coeso ottiene performance migliori e il successo derivante da queste finisce per aumentare la coesione, in una sorta di circolo virtuoso (Forsyth, 2018, Patterson, Carron, & Loughead, 2005). Alla fine, è ciò su cui si basa il “squadra che vince non si cambia”, così come le difficoltà di quelle squadre sportive che invece inanellano qualche cattivo risultato. Pertanto, è fondamentale strutturare e ideare obiettivi (anche piccoli) che forniscano un riscontro positivo in grado di innescare questo circolo virtuoso. Tuttavia, c’è un terzo incomodo in questo idilliaco rapporto tra performance/produttività e coesione, come in ogni buona storia di amore tormentato: le norme del gruppo (Forsyth, 2018).


Per norme di gruppo, vi evito la lezioncina teorica, si intendono quei “punti di riferimento” comportamentali che il gruppo decide (in maniera spesso implicita) di adottare. Prendiamo ad esempio la sitcom “Camera Café”. In questo caso la norma è cercare di lavorare il meno possibile e stare in area relax. Se la coesione di un gruppo di lavoro è alta, ma la norma è in contrasto con l’essere produttivi, eccovi servita la ricetta per il disastro. Un gruppo del genere sarà ancora meno performante di uno non coeso. Seminare una norma appropriata non è un lavoro facile, presuppone uno sforzo continuativo (le norme non si formano in un battito di ciglia) e necessita di un professionista. Ciò che però potete fare è dare voi stesso l’esempio, mostrando la norma alla quale fate riferimento (i.e., l’essere il lavoratore che vorreste fossero gli altri).  

Mirko Duradoni

Ti sei perso l’ultima PsicoPillola? Eccoti il bicchierino, butta giù.

Fonti:

CARRON, A., BRAWLEY, L., & WIDMEYER, W. (1998). The measurement of cohesiveness in sport groups in Advances in sport and exercise psychology measurement, a cura di Duda, J.

Forsyth, D. R. (2018). Group dynamics. Cengage Learning.

Patterson, M. M., Carron, A. V., & Loughead, T. M. (2005). The influence of team norms on the cohesion–self-reported performance relationship: A multi-level analysis. Psychology of Sport and Exercise6(4), 479-493.

Ferruccio Ferroni, il poeta della luce in mostra a Trani

0

A cento anni dalla nascita di Ferruccio Ferroni, il celebre fotografo-avvocato definito da molti come il poeta della luce, Trani celebra la ricorrenza con una mostra allestita presso il “Palazzo delle Arti Beltrani” sito in Trani, dal 1 agosto al 13 settembre 2020.

Una selezione di cinquanta immagini provenienti dal suo archivio fotografico.

La mostra ripercorre il percorso dell’artista dalle sue prime fotografie alle opere contemporanee portando in evidenza argomenti quali i ritratti, il paesaggio e la materia.

I curatori della mostra, Alessia Venditti e Marcello Sparaventi, in accordo con la famiglia dell’artista, scelgono appositamente quelle fotografie che manifestano una forza estetica e comunicativa molto attuale.

Definitivo come il poeta della luce, Ferruccio nasce a Mercatello sul Metauro nel 1920 e scompare a Senigallia nel 2007.

I momenti importanti che hanno segnato la vita del poeta della luce

Della sua vita si ricordano gli anni di prigionia nei campi di concentramento e i due anni trascorsi nel sanatorio per aver contratto la tubercolosi. 

Diventa avvocato, professione che non abbandonerà mai così come la sua passione per la fotografia: inizia a scattare con una Hasselblad 6×6, diapositive a colori prima, e una Leica poi. 

Da qui ne deriva un’importante produzione fotografica amatoriale caratterizzata dalla giusta attenzione di un professionista.

Presta molta cura alla stampa, molto meticoloso nell’organizzazione dell’archivio e nella ricerca dei materiali e si contraddistingue per la conoscenza di macchine e obiettivi nonostante la sua profonda passione per la ricerca espressiva.

Non poco importanti i premi ricevuti

I riconoscimenti non tardano ad arrivare: nel 1950, vince il prestigioso premio al Grand Concours International de Photographie indetto dalla rivista svizzera “Camera” e partecipà a mostre significative fra cui si possono ricordare l’Esposizione Internazionale Fotografica (Milano, 1952), la Mostra della fotografia italiana (Firenze, 1953) o la “Subjektive Fotografie 2” (Saarbrucken 1954/1955).

Tra il 1957 e i 1984 si dedica prettamente al lavoro e alla famiglia continuando comunque a fotografare. 

Nel 1985 riprenderà la sua attività in camera oscura e la fotografia in bianco e nero.

Esporrà in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, ricevendo riconoscimenti dalla FIAF (Maestro della Fotografia nel 1996 e Autore dell’anno nel 2006) e pubblicando alcuni volumi monografici fra cui “Immagini inventate” vincendo nel 1999 a Padova il premio come miglior libro fotografico dell’anno. 

La Puglia si caratterizza sempre più come bacino culturale di eventi dedicati alla fotografia. Proprio per questo ho avuto il piacere di intervistare Alessia Venditti, curatrice della mostra, storica della fotografia e tranese doc.

Quanto ha inciso il contributo FERRUCCIO FERRONI nella storia della fotografia italiana?

L’opera di Ferroni fa parte di un periodo storico in cui la fotografia italiana si afferma per la propria “artisticità”. La sua ricerca, in maniera specifica, si affianca a quella del maestro Cavalli e del gruppo che intorno a lui si riunisce, mostrandosi in tutta la sua eleganza e distinguendosi per la raffinatezza compositiva.

Ferruccio Ferroni ha trascorso anni nei campi di concentramento e nel corso della sua vita, è tornato a visitare quei luoghi con la sua famiglia. Nonostante il suo passato “buio”, è considerato il maestro della luce. Quanto ha influito il suo passato nel suo genere fotografico?

La fotografia è stata per lui terapeutica. Si è rivelato lo strumento necessario per riappropriarsi di una condizione di aderenza positiva alla realtà.

Sei alla terza mostra organizzata su Ferruccio Ferroni. Cosa ti ha spinto, oltre il centenario dalla sua nascita, ad organizzarne una su di lui?

Il fatto di condurre ancora una volta le opere dell’allievo nella terra del maestro Cavalli e, questa volta, di porlo in dialogo con il giovane Percoco che, seppur con un linguaggio contemporaneo e differente, mostra delle affinità con Ferroni nella scelta dei soggetti e nella ricerca condotta nel proprio territorio di provenienza. 

Non è la prima volta che organizzi una mostra nella tua città, qual’è i tuo rapporto con Trani e che importanza dà la città alla fotografia?

Sono molto felice che la città nella quale sono nata si stia rivelando attenta ed interessata all’ambito del quale mi occupo. La fotografia, tra le arti contemporanee, è quella che in maniera più diretta ed esplicita si pone in dialogo con il visitatore e Trani e le città vicine, con un importante flusso di turisti, stanno dimostrando di sentirsi ad essa affini.  

Articolo e Foto di Francesca Sorge

Gnut a Roma nel tour di concerti del 2020: le nostre canzoni preferite

0

Tra i tanti cantanti indie italiani della scena napoletana ne spicca uno in particolare. 

Gnut, nome scelto per un progetto di Claudio Domestico, è un cantante e compositore napoletano che con la sua musica e la sua voce ha ottenuto un grande successo fuori dalla Campania.

Conosco anche un suo fan oltreoceano, in Brasile! 

Se non lo conoscete e siete curiosi di sapere come sia, immaginate se Paolo Nutini fosse nato in Campania e non in Scozia. E immaginate se le sue canzoni fossero piene di quel sentimento misto di nostalgia e passione che solo i cantautori napoletani sanno raccontare. 

Nonostante molte delle sue canzoni, tra cui quelle più famose, siano in dialetto, non mancano quelle in italiano. Tra queste c’è una delle sue canzoni che più mi piacciono, Quello che meriti, che purtroppo non ha eseguito nella tappa romana di questo breve tour.

Dopo averlo conosciuto nel 2018, sono finalmente riuscita a vederlo in concerto solo quest’anno, dopo ben due anni, ad Effimera, l’organizzazione di eventi estivi a Roma.

Si è esibito solo voce e chitarra, a volte accompagnato dal poeta napoletano Alessio Sollo

Gnut ha musicato con Alessio Sollo molte sue poesie, e insieme hanno realizzato, nel 2018, l’album L’orso ‘nnammurato.

Il mix è così ben assortito e funziona talmente tanto bene da essere perfetto! La poesia di Sollo e la musica di Gnut sembrano due sposi perfetti l’uno per l’altro che si sono trovati. Un duo dalla creatività esplosiva.

Il concerto è durato troppo poco, secondo me, forse perché ha suonato poche canzoni rispetto alla quantità di canzoni belle che ha realizzato in tutta la sua carriera. 

Non a caso è uno dei pochi artisti per cui faccio fatica a scegliere le canzoni che più mi piacciono. Selezionare alcuni brani per la playlist di CulturaMente non è stato affatto facile, ma sentirle dal vivo mi ha sicuramente aiutata. Più o meno. 

Senza alcun dubbio amo Nu peccato, che è stata una delle prime canzoni che ho ascoltato, e anche qui il testo è una poesia di Alessio Sollo. 

Sul palco di Effimera, Gnut si è esibito cantando alcune delle sue canzoni più famose e quelle che lui chiama scherzosamente “nevergreen”, perché sono tra quelle che hanno avuto meno successo. 

Tra un pezzo e l’altro intrattiene benissimo il pubblico con una simpatia sincera, che non sembra costruita. Soprattutto, è bello sentire raccontare da lui stesso gli aneddoti delle sue canzoni, come sono nate o da chi sono ispirate, come Solo una carezza nata dalla storia della bisnonna. Oppure un viaggio immaginario nella Firenze di Dante Alighieri in cui Pulcinella ci avrebbe provato con Beatrice, per il brano ‘Nu bicchiere ‘e vino

Nonostante siano circa dieci anni che Gnut ha raggiunto una certa notorietà, è rimasto un artista semplice. Un modo d’essere che va di pari passo alla sua musica: semplice e bella, perciò ricca

Personalmente ritengo che sia uno dei cantautori contemporanei migliori dell’indie italiano degli ultimi anni. 

Ha proprio questa capacità di far arrivare il sentimento delle sue canzoni attraverso la musica. È quasi il Van Gogh della musica italiana. Invece nelle sue collaborazioni con Sollo le sue musiche sono la tela e le parole delle poesie i colori.

Che molte sue canzoni siano in napoletano è un fattore aggiuntivo. È innegabile che nel dialetto napoletano si possano esprimere delle cose che in italiano non si potrebbero dire che con un lungo giro di parole, le quali non saprebbero comunque dirlo con la stessa efficacia.

La voce di Claudio è poi, secondo me, la ciliegina sulla torta. Anzi no, è la granella di nocciole unita alla copertura che rende quella torta speciale, di cui ti ricorderai con nostalgia per tutta la vita, con la speranza di poter tornare in quella pasticceria ancora. 

Ecco, io non vedo già l’ora di poter riassaporare quella specialità nel prossimo live!

Nell’attesa di rivederlo, anche per chiedergli il perché del nome Gnut e il significato, mi godo le sue canzoni in questa playlist. 

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Beatrice Ciuca.

Mulan 2020: Christina Aguilera torna a farci sognare con le sue canzoni

0

Christina Aguilera, cantautrice multiplatino e pluripremiata superstar mondiale, torna ad incantarci con le canzoni della nuova colonna sonora di Mulan 2020.

Quanti di voi hanno ascoltato la colonna sonora originale di Mulan nel lontano 1998? In italiano era cantata da Syria al posto di Christina Aguilera. E senza nulla togliere alla cantante nostrana, dobbiamo subito ammettere che confrontarsi con quella che poi sarebbe diventata una delle voci internazionali più belle del nostro secolo non era proprio un gioco da ragazzi già all’epoca.

Reflection, Mulan 2020: il video diretto da Niki Caro, regista del nuovo Mulan

La canzone Reflection torna a farci sognare con il live action di Mulan, uno dei film più attesi dell’anno, in arrivo il 4 settembre su Disney Plus al costo di 21,99€. E anche Christina torna a farci sognare con un riarrangiamento della celebre “canzone delle apparenze”, firmato Harry Gregson-Williams. La versione originale del 1998 era stata scritta da David Zippel e Matthew Wilder.

Reflection 1998, il primo video

Di cosa parla Reflection?

Il bello delle canzoni Disney è che, anche se raccontano una storia di fantasia, potrebbero tranquillamente applicarsi alla quotidianità. In questo caso, Mulan deve essere una brava sposa cinese ma proprio non ci riesce. Il suo destino è quello di onorare la sua famiglia in un modo in cui le donne non potevano concepire all’epoca: come combattente.

When will my reflection show who I am inside?

Loyal Brave True

Nella colonna sonora, insieme alla nota Reflection sarà presente anche la canzone originale Loyal Brave True, sempre cantata da Christina Aguilera e più squisitamente legata al mondo militare: basta ascoltarla per immergersi subito nella storia di Mulan, grazie all’arrangiamento che riecheggia le note d’Oriente.

Personalmente la nuova canzone mi ha colpito molto di più, e non solo a livello musicale: il video intreccia una Christina Aguilera vestita da orientale alle immagini di Mulan, ed è molto suggestivo ed elegante.

War is not freedom | Over my shoulder | I see a clearer view

Carmen Consoli è la voce italiana di Mulan 2020

Riprendo il punto sopra, dedicato a Syria, per domandarmi come sia possibile aver scelto Carmen Consoli per interpretare “Coraggio, Onestà e Lealtà”, il brano portante dei titoli di coda del film  nella versione italiana. Non voglio naturalmente sminuire nessuno (specialmente cantanti affermate da anni), ma se l’originale è cantato da Christina Aguilera per quale motivo non viene presa in considerazione una cantante come Giorgia, ad esempio, o una Alexia per canzoni che richiedono un certo range vocale? Mi sembra che nei panni della Aguilera si calino voci non in linea con l’originale e, di conseguenza, la canzone un po’ perde. Oggi come nel 1998.

E nella speranza che il film, come promesso, arrivi anche al cinema, iniziamo a sognare!

Alessia Pizzi

Ti piacciono le colonne sonore Disney? Ecco la nostra playlist dedicata!

L’epidemia è protagonista nel film Mila (Mele) di Nikou

0

Un’epidemia di amnesia colpisce i cittadini di un’Atene astorica e analogica nell’elegante racconto di Christos Nikou, regista di Mele (Mila), film della sezione Orizzonti che ha aperto il Festival di Venezia.

Aris, un uomo solitario, è una delle tante vittime di una nuova malattia inspiegabilmente irreversibile e il cui sintomo principale è l’amnesia.

Un giorno si ritrova in un autobus senza nessun ricordo e senza documento di identità e viene, di conseguenza, portato in ospedale. Qui inizialmente gli viene suggerito di aspettare che la sua famiglia lo reclami.

Ma col passare dei giorni e dopo il fallimento di vari test sulla memoria, il protagonista accetta di prendere parte a un progetto sperimentale che permette la ricostruzione di una nuova identità.

L’unico ricordo vivido che Aris ha è la sua passione per le mele, frutto di cui non riesce a fare a meno.

Prendendo parte al trattamento sperimentale Aris inizierà la sua nuova vita e avrà a disposizione una casa e una Polaroid con la quale scattare le foto istantanee che dovranno testimoniare la sua crescita personale.

Aris imparerà per la seconda volta ad andare in bicicletta; dovrà tuffarsi da un trampolino posto a un’altezza di dieci metri; dovrà andare a ballare in discoteca e portarsi a letto una donna “che non gli deve neanche piacere tanto” per imparare a flirtare .

Tuttavia il suo incontro con Anna, una donna attraente che partecipa allo stesso progetto di rieducazione, lo spingerà a riflettere sulla sua esistenza e a ripensare il proprio futuro.

Nikou ambienta la sua storia in un’Atene astorica. In che anno si muovono i protagonisti? O perlomeno in quale decennio? Non è dato saperlo.

Ciò che deduciamo è che, nonostante ci troviamo in un momento successivo all’uscita di Titanic di James Cameron (film del 1997 di cui discutono Aris e Anna), siamo catapultati in un’epoca analogica in cui i messaggi vocali sono registrati e riprodotti da nastro e in cui in discoteca si balla Let’s twist again, brano del 1961.

Lo stesso formato del film in 4/3 è sintomo di un tempo non “contestualizzabile”.

Mele: la recensione del film

Mila (Mele) è un film cinico, alienante e demoralizzante: la smemoratezza è la cifra principale della narrazione.

Lo spettatore frustrato non sa niente di più di ciò che vede, proprio perché segue la vicenda di un protagonista che non ricorda nulla se non quello che vive nella sua quotidianità.

Nikou ha lavorato in passato come assistente alla regia in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e ne è stato chiaramente influenzato.

Infatti Mele, il suo primo lungometraggio, ha la stessa impassibile sensibilità.

Il nuovo cinema greco sempre più al centro dell’attenzione in tutti i più importanti festival, procede elaborando un’estetica originale che provoca lo smarrimento dello spettatore.

Tuttavia, come egli stesso ammette, Nikou trasmette una cifra più umana rispetto ai colleghi della Nouvelle vague greca:

Con questo film ho voluto creare un mondo familiare ambientato in un passato recente, in una società in cui la tecnologia non è così presente. Una società di persone sole, in cui l’amnesia si diffonde come un virus. 

Mila comincia in un ambiente distopico, ma ben presto passa a un approccio più antropocentrico. 

Valeria de Bari

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Away su Netflix: viaggio dalla Terra a Marte, e dentro se stessi

0

In “Away”, serie tv Netflix creata da Andrew Hinderaker, Hilary Swank veste i panni dell’astronauta Emma, a capo della prima missione verso Marte.

Lei e il suo team, durante il viaggio, dovranno affrontare non solo le difficoltà della spedizione, ma anche i conflitti generati dalla loro vita privata.

Il trailer italiano

La storia e i protagonisti

Essere donna, essere un’astronauta, essere una mamma, essere una moglie. Primo punto saliente sviluppato in modi totalmente opposti da Emma e dalla cinese Lu, membro dell’equipaggio.

Emma è scissa, perché nella sua vita ha sempre voluto arrivare su Marte. Almeno finché non si è innamorata del collega Matt (Josh Charles) e ha avuto una figlia. La storia d’amore tra Matt e Emma è meravigliosa durante tutto il viaggio, a volte anche troppo. Matt è un compagno, un complice, in tutte le avversità. Finalmente una serie tv in cui una donna al comando ha a fianco un uomo di valore, che stima e di cui si fida. L’equilibrio di genere trova finalmente espressione, senza trascurare naturalmente i dubbi del mondo femminile nella scissione tra lavoro e famiglia. Anche la scienziata Lu (Vivian Wu) è sposata e ha un figlio, ma il suo compito è quello di onorare la Cina diventando la prima donna a mettere piede su Marte: così, la sua vita privata viene apparentemente accantonata per celare un segreto molto pericoloso per la spedizione.

Insieme alle due donne, troviamo il capo ingegnere russo Misha (Mark Ivanir), che ci offre la prospettiva maschile della questione nel suo difficile rapporto con la figlia. Infine, abbiamo il medico indiano Ram (Ray Panthaki) e Kwesi (Ato Essandoh), il botanico africano naturalizzato inglese: questi ultimi due sono i caratteri più miti della squadra Atlas.

Il cast e la struttura della serie tv

Hilary Swank è un’attrice di calibro, supportata da un cast che si difende benissimo. La storia scorre senza punti morti, sebbene l’ambientazione sia nello spazio, perché si alterna costantemente con ciò che avviene sulla Terra, compresi i flashback nel passato, che aiutano gli spettatori a comprendere meglio i protagonisti. Ci sono dei momenti davvero intensi, sia per quanto riguarda la suspense, sia per quanto concerne il lato più intimo dei personaggi. Sono affrontate moltissime tematiche, tra cui anche quelle LGTB. Se dovessi scegliere una parola userei “emozionante”.

Away è un viaggio dalla Terra a Marte, ma soprattutto un viaggio dentro se stessi. L’isolamento e l’imprevisto rendono il team facile preda per la paura: le foto dei loro cari sono spesso l’unico appiglio possibile. Nel corso della spedizione si alterneranno malumori e polemiche: la stessa Emma sarà messa più volte in discussione dall’equipaggio.

Sarà in grado di guadagnarsi la loro fiducia senza essere distratta da quello che succede sulla Terra?

Alessia Pizzi

Mulan, il film della Disney Plus a Dicembre 2020 su Disney senza costi aggiuntivi

0

Il film di Mulan prodotto dalla Disney, per la regia di Niki Caro, uscirà il 4 dicembre in Italia sul catalogo di Disney Plus, stavolta senza costi aggiuntivi.

L’arrivo nelle sale, previsto lo scorso 26 marzo 2020, è stato infatti bloccato dalla diffusione del Covid-19, finché non è stato distribuito sul catalogo Disney Plus con un pagamento extra di 22 euro circa in aggiunta all’abbonamento.

Finalmente, dal 4 dicembre 2020, Mulan rientrerà nell’abbonamento standard Disney Plus, quindi non si dovrà pagare di più il costo aggiuntivo.

Nella speranza di poter tornare al più presto a frequentare il cinema, ecco una full-immersion nel mondo di Mulan, dalla storia dell’eroina che ha ispirato il personaggio, passando per qualche spunto di emancipazione femminile, fino ad arrivare ai gadget dedicati al cult Disney!

Ma chi è davvero Mulan?

Tutti conoscono Mulan dal celebre cartone della Disney uscito nel 1998 e attualmente disponibile in streaming su Disney Plus, ma pochi sanno che la sua figura si ispira alla guerriera principessa Fu Hao, realmente esistita e moglie dell’imperatore Wu Ding.

La storia di questa donna torna ad incantarci nel 2020 grazie alla regista del live-action, Niki Caro, che ha guidato una troupe-equipe di ben 900 persone per riportare sul grande schermo la forza di un’eroina senza tempo: anche lei è una vera e propria guerriera quindi, oltre a essere la seconda donna a dirigere un film Disney con un budget sopra i 100 milioni di dollari. Il suo intento, come ha dichiarato lei stessa, era rendere “il più reale possibile” la figura di Mulan, ma soprattutto la sua forza.

Mulan, quando e dove è ambientato?

Mulan è ambientato durante gli anni della Dinastia Sui (581-618), in Cina, ed effettivamente la mentalità riprodotta nel cartone animato era davvero obsoleta. Troviamo la nostra Mulan in pieno training per diventare una sposa perfetta, un’attività che non le si addice proprio per nulla. Ed è proprio da questo futuro da casalinga che scappa quando si traveste da uomo e si arruola. Con “la scusa” di salvare suo padre da morte certa (non gode infatti di buona salute), ruba la sua armatura nel cuore della notte e raggiunge l’esercito cinese. Scoprirà solo nel corso dell’avventura che questa mossa impulsiva (e molto pericolosa, visto che il travestimento le potrebbe costare la vita) le farà capire qual è il suo posto nel mondo e naturalmente… anche l’amore. Il fattore positivo del cartone Disney è che la famiglia di Mulan non la giudica mai: la supporta in ogni occasione, anche se si rivela sempre molto preoccupata per l’evidente infelicità della figlia e la successiva fuga di casa. Sarà così anche nel live-action?

Mulan, il Cartone animato e le sue canzoni cult sul patriarcato: “Per lei mi batterò”

Già il cartone, comunque, pur essendo frutto della fine degli anni Novanta, aveva portato sullo schermo vari spunti di riflessione, anche attraverso quella solita leggerezza Disney che manda messaggi attraverso le parole della colonna sonora. Una delle canzoni che meglio rappresenta la società patriarcale in cui cresce Mulan è “Per lei mi batterò”, un pezzo dove i militari raccontano quanto sia di conforto l’immagine di una donna per superare la guerra. E come cantava Mulan nel cartone animato:

E se pensasse un po’ anche lei, se ragionasse sai!

La risposta dei guerrieri è “NO” secco e schifato: i suoi amici sono più interessati alla bellezza e alle doti culinarie delle donne che al loro intelletto. Non vi ricorda un po’ la scena in cui Gaston prende il libro di Belle ricordandole quanto sia sbagliato che una donna legga? La Bella e La Bestia, in effetti, ha qualcosa in comune con Mulan, ovvero gli spunti emancipati delle protagoniste femminili.

Le Nuove Eroine Disney: Belle, Pochaontas, Mulan

La Bella e La Bestia, non a caso, precede di qualche anno, insieme a Pochaontas, l’uscita di Mulan, inaugurando un filone di protagoniste femminili davvero diverse da quelle a cui eravamo abituate. Se Belle è “la strana del villaggio” perché legge e perché non vuole sposare il primo che capita, Pochaontas è la donna che preferisce dire addio al suo amato John Smith per restare col suo popolo. Dulcis in fundo Mulan, che chiude in bellezza gli anni Novanta con la sua missione segreta. Certo, alla fine comunque si si innamora del suo capitano, ma Li Shang resta un personaggio assolutamente secondario in tutto il cartone animato. Prima di queste tre protagoniste la Disney mostrava delle donne molto differenti e più in linea con la società delle rispettive epoche: le principesse sventurate ma piene di grazia che vengono salvate dai rispettivi principi (Biancaneve, Cenerentola, Aurora) e le principesse insoddisfatte e ribelli (Ariel e Jasmine). Il centro del loro mondo è sempre e comunque un uomo e il finale è sempre un matrimonio.

Moana di Oceania, Elsa di Frozen, Merida di Brave

Gli anni Duemila, in tal senso, sono protagonisti di una nuova linea di protagoniste Disney che potremmo definire “principesse Disney moderne“: basti pensare alla magica Elsa di Frozen, che è diventata quasi un simbolo del mondo omosessuale perché non ha un uomo nella sua vita (e questo mi è sembrato davvero un messaggio sbagliatissimo perché sembra che una donna eterosessuale non possa vivere senza un uomo nella propria vita), seguita dalla determinata Merida di Brave e dalla fantastica Moana di Oceania: tutti modelli davvero interessanti per le donne di domani (ma anche per quelle di oggi!).

Trama di Mulan, live action 2020

Quando un’armata di Unni riesce ad oltrepassare la Grande Muraglia cinese e a invadere la Cina, vengono convocati tutti gli uomini cinesi per arruolarsi e difendere il Paese. Mulan, unica figlia della famiglia Fa, scappa di nascosto e si traveste da uomo per arruolarsi al posto del padre. Mulan abbandona così la vita da futura moglie e sfida il regime patriarcale in nome della sua libertà.

La trama del film di Mulan sembra essere un po’ diversa da quella del cartone. Troviamo infatti dei personaggi nuovi e alcuni eliminati, come quello del simpatico drago Mushu. Pare che l’antagonista principale in Mulan 2020 sarà una potente strega. Il posto del capo degli Unni Shan Yu viene quindi preso da una donna, che però avrà caratteristiche molto diverse, ma soprattutto un ruolo molto più rilevante.

Recensione del Film Mulan 2020

Mulan, il Film: Cast, Personaggi e attori

Liu Yifei

Donnie Yen

Jason Scott Lee

Utkarsh Ambudkar

Yoson An

Ron Yuan

Tzi Ma

Rosalind Chao

Gong Li

Jet Li

è la guerriera Mulan

è il Comandante Tung

è il guerriero malvagio Bori Khan

è Skatch, un truffatore

è Chen Honghui, il capitano

è il Sergente Qiang, un sergente dell’esercito imperiale

è Hua Zhou, il padre di Mulan

è Hua Li, la madre di Mulan

è Xian Lang, una potente strega

è l’Imperatore

Trailer di Mulan 2020 in Italiano

La colonna sonora del film su Mulan

Curiosità: i gadget dedicati a Mulan

Per tutti gli appassionati (sia piccoli che “cresciuti”) è possibile anche acquistare online una serie di gadget dedicati a Mulan davvero carini. Sicuramente nella Top 3 troviamo la bambola di Mulan, sia in versione “standard” a statuetta che versione Pops; il piccolo drago Mushu in formato peluche, ma anche le magliette e le tazze dedicate al cartone di Mulan e a tutti i suoi personaggi.

Per i più sofisticati c’è anche la bellissima teiera (da abbinare alla tazza!) o il Lego per costruire una delle location del cartone. Se proprio poi non potete fare a meno di tenere un plaid caldo sul letto o sul divano, potete sempre acquistare quello che ritrae l’eroina della Cina! Infine, se avete un’amica o una fidanzata fissata con la Disney e amante dei gioielli c’è sempre il charm di Pandora.

Sono regali molto attuali, specialmente ora che sta per uscire anche il live-action: fatevi un giro su Amazon e fatevi trovare pronti dopo tutti questi cambi di date dovuti alla pandemia!

Alessia Pizzi

Mulan 2020, la recensione del film di Niki Caro

0

Se vi state ancora chiedendo dove vedere Mulan 2020, la risposta è: in streaming.

Non trovare al cinema il 4 Settembre il film su Mulan è stato un durissimo colpo. Alla fine ho dovuto decidere se cedere alla tentazione di Disney Plus e acquistare Mulan a pagamento oppure resistere fino a data da destinarsi.

Negli ultimi mesi la suspense sull’arrivo di Mulan 2020 è cresciuta giorno dopo giorno: prima perché l’uscita nelle sale continuava a essere rimandata, poi perché, col passare dei mesi, sono state rilasciate notizie che hanno fatto storcere il naso ad alcuni fan.

“Mulan senza Mushu non ha senso!”

Prima obiezione dei malinconici. Una delle redattrici di CulturaMente me l’ha detto più volte, ma io non sono di questo parere. Quello che ho visto è una bella rivisitazione del cult Disney, che ricalca i passi salienti del cartone tanto amato, innovandolo con un tocco di “realismo” in più.

Mulan senza Shang: dov’è l’amore?

Dimenticatevi la storia d’amore, il lieto fine con le nozze di Mulan: come Vaiana in Oceania, Mulan ha uno scopo tutto suo: proteggere la patria e l’imperatore. Ma soprattutto trovare il suo posto nel mondo e restituire l’onore alla propria famiglia. Questo naturalmente non significa che sia insensibile al fascino maschile…

Tra le varie obiezioni, naturalmente, troviamo anche quelle economiche. Ma che siate più o meno favorevoli ai circa 30 euro da spendere per vedere Mulan (6,99€ di abbonamento base + 21,99 VIP), quella che segue è la recensione del film.

Mulan su Disney Plus: vale la pena quindi?

Siamo spettatori della storia di Hua Mulan sin da quando è bambina. Il suo elevato Qi è evidente da subito: la ragazza ha delle doti straordinarie, sembra nata per combattere. Peccato che è una donna.

La vediamo alle prese con la mezzana che deve trovarle marito, come nel cartone, ma naturalmente il film di Mulan è molto più realistico, specialmente nelle scene in cui la povera ragazza, scappata di casa per unirsi all’esercito al posto del padre, deve dormire nella stessa tenda con tutti i suoi compagni di accampamento senza farsi scoprire.

Mulan contro gli Unni: STREGA!

Tremate, tremate, le streghe son tornate! Il live-action di Mulan pone i riflettori sugli “outsider”, in questo caso sulle donne che escono dai confini della sfera domestica perché dotate di un dono particolare. Mulan non è l’unica donna del film ad essere chiamata “strega” per le sue abilità, del resto. Come tutte le donne della storia che si sono distinte nella società patriarcale, anche Mulan viene additata come diversa e disonorevole. L’eroina, quindi, per essere credibile agli occhi del mondo, deve travestirsi da uomo usando l’armatura di suo padre. E proprio nell’ambiente che le era proibito scoprirà che le sue qualità non devono essere nascoste, anzi.

Tutti i personaggi del film (inclusi gli antagonisti), una volta che Mulan abbandona il suo villaggio dove era giudicata malissimo, supportano il suo valore di donna.

“Noi crediamo in Mulan”

Dunque una donna può essere credibile, anche se deve aggirare il sistema per trovare…il suo posto.

E come si trova il proprio posto, vi chiederete? Essendo veri, ovvero sinceri. Specialmente con se stessi. Solo abbracciando la sua vera natura senza vergogna, Mulan può compiere il suo destino: salvare la Cina.

Unica pecca? Il fatto che Mulan sembri quasi magica, cosa che non avveniva nel cartone. Le sue doti di combattimento sembrano quasi soprannaturali e questo potrebbe inviare un messaggio sbagliato, a mio avviso. Non è che una donna deve essere “magica” per emergere.

Leale, Coraggiosa, Sincera: il mantra di Mulan

Non solo il titolo della colonna sonora, Loyal Brave True, ma il vero e proprio mantra della protagonista. E se vi state chiedendo chi canta le canzoni del film su Mulan nel live action del 2020, la risposta è molto semplice: Christina Aguilera.

Un tocco di eleganza nei titoli di coda che rende il film di Mulan un regalo da farsi, dopo tutti i cinema che abbiamo saltato quest’anno per cause di forza maggiore. Non ve lo negate.

Alessia Pizzi

Notti Romane | #SettimaDose

0

Anna Pavlop, Emilio Galdani, Liliana Rinaldi, Marco Vitali

Arrivò la primavera, quasi l’estate e Roma aveva ricominciato a riflettere la luce, segno innegabile della bella stagione.

Emilio Galdani aveva infine chinato il capo al giogo della vita matrimoniale e l’aveva fatto provando in cuor suo una dolcezza quasi di sottomissione: quando aveva dato ad Anna l’anello, pronunciando la fatidica frase, la maniera in cui le erano brillati gli occhi lo convinse a proseguire su quella strada. Anna aveva mostrato una felicità elementare ed Emilio comprese, lui ormai non più giovanissimo, che la felicità è una cosa banale e assieme fortissima. Quella convinzione venne a gravargli tutto d’un colpo: aveva sprecato la vita a scrivere, ad arrovellarsi, a cercare curve e scorciatoie in un percorso in realtà linearissimo.

Ora voleva essere solo elementare e semplice, ossia contento: le mise l’anello al dito, l’accolse di nuovo in casa sua. Aveva dovuto quasi perderla per amarla adesso con quella fiamma nuova: prendere le bomboniere, preparare la cerimonia, immaginare finalmente di sollevarle il velo dal volto.

Emilio Galdani non scrisse mai più e presto più nessuno parlò di lui: posò la penna senza neanche rendersene conto. Le cose della vita l’avevano richiamato con il loro splendore e lui non voleva più urtarle e stigmatizzarle col suo inchiostro. Anna, che l’aveva da sempre amato moltissimo, ora non solo l’amava, ma alle volte le sembrava di capirlo addirittura. Emilio s’era semplificato visivamente, come fosse un’equazione difficile ridotta adesso ai minimi termini.

L’unica cosa che le dispiacque fu notare che leggeva anche di meno: spesso perdeva un’oretta nella controra a leggere dei trafiletti di giornale che portavano la firma di una certa Liliana Rinaldi, ma poco altro. Ogni tanto provava a leggerli anche lei, e trovava che quelle poche righe che il giornale rilegava in fondo alla pagina fossero piene di inutili sentimentalismi, retoriche e alle volte quasi ridicole.

D’altra parte, neppure più a Liliana piaceva la maniera in cui scriveva da qualche tempo a questa parte. O meglio, la scrittura le era rimasta come un’abitudine stanca esattamente come lei era rimasta come un involucro vuoto. Aveva scoperto, non dirò ai lettori come per non annoiarli con certi sotterfugi finissimi, i tradimenti di Marco- ormai palesemente tali- con questa donna, Claudia.

Liliana s’era premurata, venuta a conoscenza dei fatti, presa da un fuoco distruttivo, di farsi trovare sotto l’abitazione dell’amante. Non sapeva che intenzioni avesse, e, quando la vide avvicinarsi con le buste della spesa mentre con la mano libera frugava nella borsa per prendere le chiavi, semplicemente la guardò sfilare.

Claudia era una donna brutta, i capelli scuri e mossi, il viso lievemente schiacciato, come quello di una lucertola. La gonna le lasciava scoperte due gambe massicce da calciatore e Liliana immaginò che visto il ventre così piatto e sproporzionato all’insieme doveva portare una panciera. Era d’altra parte molto più vecchia di lei e il corpo doveva star mostrando le prime debolezze. Fece finta per un paio di settimane che non fosse nulla: anche lei aveva avuto, con il Galdani, la sua debolezza.

L’amore però ad un tradimento non sopravvive, figuriamoci a due: Liliana lasciò Marco, mentre ancora lui tentava, ipocrita e vigliacco, di giustificarsi.

La desolazione che la colpì aveva due mani gelide e per qualche tempo vagò come un fantasma inquieto. In realtà, vi dico che Liliana s’era fatta bella: molto più bella di Claudia, di Marco, alle volte quasi più di Anna. Il suo pensiero incessante l’aveva resa capace di sfiorare le cose, di vedere, e- seppure ora la sua scrittura le risultasse stucchevole, come risultava a chi non era in grado di capirla- la sua penna s’era fatta piena di cose e questo alcuni giornali l’avevano riconosciuto: cominciavano a concederle i primi spazi e da lì a breve si sarebbe ritagliata angoli illustrissimi. Qualcuno avrebbe poi detto che il suo nome, in città, aveva finito per sostituire quello di Emilio.

La ragazza, piegata nel dolore consueto e in quello nuovo della delusione, non sembrava accorgersene. Rischiò, anzi, di incattivirsi. Sognava Claudia che le strappava il cuore dal petto, sognava Marco alle sue spalle e non si accorgeva della maniera in cui stava fiorendo.

Su Marco invece non voglio pronunciare altro, personaggio misero e involuto, e ancor meno vorrò raccontarvi di questa Claudia che fece male sapendo di farlo. I due furono una coppia ipocrita e priva d’altezze che ebbe vita breve, breve quasi quanto quelle notti romane.

Hai perso l’ultima dose?

Serena Garofalo

“Shakespea Re di Napoli” mescola felicemente il teatro elisabettiano e la cultura partenopea

0

“Shakespea Re di Napoli”, per la prima volta in scena al Globe Theatre di Roma, è l’omaggio di Ruggero Cappuccio al genio inglese.

L’atto unico “Shakespea Re di Napoli” è scritto e diretto da Ruggero Cappuccio, che lo mise in scena per la prima volta nel lontano 1994 al Festival di Sant’Arcangelo. Tutto nasce da una poetica riflessione dell’autore: “la morte è quel sogno ad occhi chiusi che nella vita facciamo ad occhi aperti”.

Il testo di Ruggero Cappuccio è tutto un gioco di alternanze tra sogno, realtà, bugie, verità.

Siamo a Napoli all’inizio del Seicento e dopo anni due amici di rincontrano. Scampato ad un avventuroso naufragio, Desiderio (Claudio De Palma) racconta a Zoroastro (Ciro Damiano) che, durante una festa misteriosa al palazzo del Viceré, anni prima, era stato quasi rapito dal Viceré stesso, mascherato. Una volta salpati con un vascello, l’uomo mascherato aveva svelato la sua vera identità: si trattava di William Shakespeare. Desiderio lo aveva seguito a Londra, dove aveva vissuto a lungo, diventando il più grande interprete dei personaggi femminili del grande drammaturgo.

Mi feci Viola, mi feci Desdemona”.

Zoroastro sospetta fin da subito che Desiderio stia raccontando solo menzogne, come faceva da giovane. Desiderio replica offrendogli delle prove concrete, ad esempio donandogli un baule pieno delle sue carte riportate da Londra.

I due amici si sfidano alternando poesia e comicità, su un palcoscenico spoglio. Così, grazie a due soli interpreti eccezionali, il teatro elisabettiano si mescola con la Napoli barocca.

Shakespea Re di Napoli” è, quindi, un atto d’amore per William Shakespeare e per Napoli e la sua cultura.

Il primo viene definito non come un “semplice” drammaturgo, ma come un poeta, il più grande tra tutti i poeti.

Lo spettacolo di Cappuccio omaggia la lingua napoletana, ma non solo. La gente di Napoli ha il teatro mescolato nel sangue, afferma Cappuccio attraverso i due personaggi, mentre alternano comicità e dramma commovente.

Con “Shakespea Re di Napoli” il Globe Theatre di Roma conferma lo scopo del suo progetto.

Questo teatro ha da sempre messo in scena le varie versioni delle opere del celebre drammaturgo. Ma ci regala ogni anno anche altri spettacoli ispirati da queste opere, allargando gli orizzonti del pubblico partendo da quelle opere.

In “Shakespea Re di Napoli”, in effetti, tornano molti temi shakespeariani.

C’è innanzitutto un naufragio, che richiama l’ultima opera di William Shakespeare, “La tempesta”, quella della maturità, della fase finale della vita.

Vi si trovano anche i temi ricorrenti del teatro nel teatro e dello scambio di persona, di ruoli, di identità. Desiderio viene scelto da Shakespeare perché cercava un ragazzo il cui volto non fosse né di uomo né di donna.

Non fui chiù omo, ma non fui femmina”, dice Desiderio.

Insomma, chi recita può essere chiunque, femmina, maschio o altro sulla scena, senza perdere la propria identità, imparando ad immedesimarsi in qualcuno diverso da sé e, quindi, ad essere empatico e tollerante.

Lo spunto di riflessione più sorprendente è offerto fin dall’apertura del metaforico sipario. Desiderio parla per metà in napoletano e per metà in inglese, due lingue diversissime e lontanissime che forse mai penseremmo di associare.

Ma le due lingue sono musica pura. “Shakespea Re di Napoli” lo afferma nei dialoghi e lo conferma nelle orecchie dello spettatore. Anche chi ha meno dimestichezza con il napoletano e fatica a seguire tutto non può fare a meno di lasciarsi incantare dal ritmo e dalla poesia di quel dialetto.

La fine dello spettacolo coincide con l’alba di un’epidemia di peste, quando ormai “l’aria s’è ammalorata”. Ed è difficile non pensare a questi tempi di pandemia di coronavirus, anche perché ci si guarda intorno: i biglietti del teatro contingentati, gli spettatori lontani gli uni dagli altri. Ancora una volta, la modernità di Shakespeare!

Stefania Fiducia

I ponti di Madison County, l’amore secondo Clint Eastwood

0

Titolo originale: The Bridges of Madison County
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Richard LaGravenese
Cast principale: Clint Eastwood, Meryl Streep, Jim Haynie
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1995

I ponti di Madison County secondo Eastwood

Quattro giorni d’amore struggente, una parentesi di vita in un destino segnato. Clint Eastwood trasforma I ponti di Madison County in un capolavoro registico.

La sfida al ‘rosa’ di Clint Eastwood

Più adattamento che traduzione, I ponti di Madison County (1995) rovescia il vieto dogma della superiorità letteraria indagando – sul piano basico della love-story – l’intreccio tra racconto e medium filmico. Vi è, nell’opera di Clint Eastwood, la sfida a diffrangere un genere abusato, talvolta ‘chiuso’, viziato da stereotipi tematico-stilistici che – come nel romanzo di Waller – generano un intruglio «dolciastro e piatto»[1], misurato sulle aspettative di un pubblico astratto, che si suppone avvezzo ai sentimenti ‘mediati’, finanche imposti dai modelli finzionali.

Un libro mediocre

Un’operazione ambiziosa, dunque, perigliosamente in bilico tra la débâcle e il ridicolo, condotta a partire da un testo che Bossi Fedrigotti definì ‘sciropposo’, intriso di un bovarismo parodiato in salsa «Postalmarket»[2], stigmatizzato da Anthony Lane come «il peggior libro a memoria d’uomo»[3].

Un’allegorica Madison County

Eppure, a dimostrazione della sensibilità artistica di Eastwood, il film è la prova che si può fare un ottimo lavoro pur partendo da un’opera mediocre e artefatta. La Madison County del vecchio cowboy ha il sapore straziato del tempo fermo, è un’ambigua allegoria dell’impermanenza, il preludio visivo-sensoriale della rinuncia alla vita.

Ambientazione e sentimenti

Nel trasformare l’amor fou pensato da Waller in un trepido, dolcissimo incontro di anime, regista e sceneggiatore (Richard LaGravenese) minano persino la simbologia dell’ambientazione, là dove il cuore dell’America oltranzista si tinge di un crepuscolarismo intimo, lontano dall’equivalenza fra «nobiltà del sacrificio» e «scelta tradizionale della famiglia, dei valori americani»[4]. Tra i ponti di Madison County si consuma una passione ‘ribelle’, tanto più ardita giacché vissuta in età avanzata, nuda, esposta e lacerata come ogni ‘inizio’, quando un’altra creatura ha in consegna la parte segreta di te, il lato indifeso e sincero.

Francesca: moglie e madre

Non c’è, in quest’adattamento rivisitato, alcuna tensione moraleggiante, piuttosto la triste constatazione della dicotomia dovere/piacere, incarnata da una protagonista (Meryl Streep) che riassume in sé i ruoli ‘tradizionali’ assegnati alla donna: moglie (ex sposa di guerra), madre e «casalinga quieta»[5], tacitamente dedita al lavoro domestico mentre il consorte agricoltore va per fiere di vacche.

Il monito di Eastwood

Si badi, né Eastwood né LaGravenese intendono denunciare un tale stato di cose. L’espediente iniziale svela anzi un sottofondo didascalico, in cui «il mutamento non è più necessariamente negato […] ma affiora come una legittima possibilità del presente ammaestrato dalle sofferenze passate»[6], se è vero che la storia di Francesca parla ai figli ormai adulti, spinti a ricucire matrimoni sfilacciati.

Intensa Streep

Al di là dell’annullamento di quella che Elio Girlanda definisce «anti-Medea»[7], il film di Eastwood opera uno scarto in termini di ‘consistenza’ dei sentimenti, affidando a un’interprete come la Streep il ruolo della mite Francesca, italoamericana ridotta a cliché nell’opera di Wallace e ora vicina all’eterna Magnani, di cui l’attrice ricalca i gesti, alcune espressioni facciali, gli sguardi intensi e penetranti[8]. Leslie Felperin individua in lei il perno della narrazione, la scelta mirata di un artista che la dirige e l’affianca, «dandole una luce splendida sotto i ponti bui e inquadrandola come le composizioni rurali del pittore Edward Hopper»[9].

Una parentesi d’amore

La sua interpretazione – al pari di quella di Eastwood – dona all’opera un valore assoluto, prosciolto da tesi, perdonato delle (inevitabili) sbavature. La «“vacanza d’amore”»[10] resta così un’incancellabile parentesi, sopravvive nel tempo sospeso della memoria, già anticipato – in fondo – dalla dilatazione degli atti quotidiani (il frigo chiuso con il piede, il té sorseggiato da Robert) e dai gesti d’addio («la mano di lei sullo sportello, la luce rossa del furgoncino di lui»[11]).

Il finale

Ha ragione Tullio Kezich ad affermare che senza «la melensa apparizione di Meryl truccata da vecchia e con la lacrima sul viso» il film avrebbe sfiorato la perfezione. La scena in cui Francesca vede Robert dal finestrino della Chevrolet, immoto e solenne sotto il diluvio, è forse il vero atto finale di questa storia. Non c’è ellissi, alcun salto temporale, solo il qui e ora di un tempo indicibile, l’attimo in cui si compie la presa di coscienza.

Ordine e dis-ordine

Ed è il passaggio dall’emotivo al razionale a sancire il distacco, la consapevolezza di non poter (voler?) prolungare il dis-ordine. Francesca dichiara: «Quello che avevo con Robert sarebbe svanito se fossimo andati via insieme. Quello che avevo con Richard sarebbe scomparso se me ne fossi andata». È un tentativo di conservare una zona propria, immutabilmente sottratta alla segnatura del suo destino.

Tre motivi per vedere il film

  • La recitazione ‘sguardi e gesti’ dei protagonisti
  • La musica di Lennie Nieaus (su un tema di Clint Eastwood)
  • Clint che declama Yeats

Quando vedere il film

Se si ha voglia di storie d’amore ‘fuori canone’

Note

[1] E. Caretto, Tra i conservatori romantici di Madison County: «sotto il ponte scorre il fango politico», in “Corriere della Sera”, 12 febbraio 1996.
[2] I. Bossi Fedrigotti, Madame Bovary in versione postal market, in “Corriere della Sera”, 23 settembre 1993.
[3] A. Lane, The top ten, in “The New Yorker”, 27 giugno 1994.
[4] E. Caretto, Tra i conservatori romantici di Madison County: «sotto il ponte scorre il fango politico», cit.
[5] T. Kezich, Lo straniero colpisce ancora, in “Corriere della Sera”, 28 settembre 1995.

Note (2)

[6] A. Piccardi, I ponti di Madison County di Clint Eastwood, in “Cineforum”, ottobre 1995.
[7] E. Girlanda, Meryl Streep, Roma, Gremese, 1997, p. 114.
[8] Si veda a tal proposito lo studio di Ken Reagan, The bridges of Madison County. The film, New York, Warner Books, 1995.
[9] L. Felperin, The bridges of Madison County, in “Sight and Sound”, 9, 46, settembre 1995.
[10] E. Girlanda, Meryl Streep, cit., p. 112.
[11] Ivi, p. 113.

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Avete perso l’ultimo cineforum?

Buffy: dopo la “censura” in Italia arriva in streaming su Amazon Prime Video

0

Quanto scalpore per Buffy che arriva con le sue sette, meravigliose stagioni, in streaming su Amazon Prime Video. È il competitor di Netflix, quindi, ad abbattere il bigottismo italiano.

Già, perché forse molti di voi non lo sapranno, ma tutti i fan del BuffyUniverse sì: la serie tv Buffy in Italia è stata censurata su Italia1 per contenuti troppo espliciti, specialmente in ambito omosessuale. Nella fattispecie la sesta stagione non è mai andata in onda in Italia, mentre la settima è stata mandata in onda su Italia 1 in seconda serata.

Perché l’Italia ha censurato la sesta stagione di Buffy?

Sicuramente la stagione è una delle più crude sia per l’omicidio di Warren che per il tentato stupro di cui è vittima Buffy. A questo, per le menti meno elastiche, si aggiungono le scene di sesso tra Buffy e Spike e l’amore omosessuale tra Tara e Willow.

Il passaggio dalle prime cinque stagioni alla sesta è molto intenso: ma del resto Buffy muore alla fine della quinta, quindi la stagione successiva non poteva che rappresentare un confronto con il mondo, un ritorno alla durezza della vita, che è il leit motiv di tutto il capitolo numero sei. Prezioso per la sua onestà, che evidentemente cozzava con il perbenismo del palinsesto televisivo.

Insomma, Buffy L’Ammazzavampiri, con questo titolo tradotto anche un po’ goffamente dall’inglese, era una serie tv per adolescenti, che andava in onda il pomeriggio: i pargoli italiani dei primi anni Duemila non avrebbero mai potuto reggere cotanta sfacciataggine!

Anche nella settima stagione, comunque, Joss Whedon non scherza, e Italia 1 passa al piano B: la seconda serata, manco stessimo guardando Tinto Brass!

La settimana serie approfondisce ulteriormente il tema dell’omosessualità, diventa più esplicita, ma rimane sempre molto leggero rispetto a quello che siamo abituati a vedere oggi in televisione. Insomma, Buffy in confronto al Racconto dell’Ancella è un’acquasantiera. Eppure, nonostante sia stata silenziata dal palinsesto televisivo nostrano, la serie ha avuto un grande merito: quello di sdoganare moltissimi luoghi comuni. Primo su tutti? Quello di una biondina americana di 50kg che può atterrare demoni, zombi e vampiri con un solo calcio!

L’omosessualità e la “censura light” della quinta stagione

Perché credo che alla fine dei giochi sia stata proprio l’omosessualità “il problema?” Perché già nella quinta stagione Italia1 decide di censurare l’episodio in cui Willow e Tara si dichiarano lesbiche, ovvero New Moon Rising. Considerate che le due a malapena si baciano a stampo, al massimo si sfiorano le mani in questa stagione: il resto è nascosto dal buio. Eppure Mediaset non ha ritenuto opportuno mandarlo in onda all’epoca. La censura dell’episodio è stata sicuramente meno notevole dell’intera censura della sesta stagione, ma non meno significativa.

Ma perché quindi, tanto scalpore? Perché la ragione di scrivere questo articolo?

Perché da vera fan di Buffy posso affermare che finalmente i tempi sono cambiati e che forse – e dico forse – il nostro vecchio Bel Paese ora sia in grado di proporre tematiche attuali (incluse il tentato stupro naturalmente) senza preoccuparsi che i bambini non dormano la notte.

Quanti anni sono passati? Giusto una ventina. Non è mai troppo tardi per abbattere gli stereotipi. Anche se siete grandicelli, questo è un buon momento per guardare la serie senza tagli inutili. In lingua originale, s’intende: perché i nostri traduttori hanno giocato anche con i testi.

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Il Requiem di Giuseppe Verdi dedicato alle vittime del Covid-19

0

Un’interpretazione può essere una semplice interpretazione, ma un’interpretazione suprema della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi ti induce a pensare.

La tragedia che stiamo vivendo è una tragedia senza pari. I numeri di questa pandemia ci inducono a pensare al valore della nostra vita ma sono anche un monito per ricordare ciò che sta avvenendo.

La musica ha un potere enorme, cioè quello di farci riflettere, e soprattutto farci capire l’importanza della nostra vita e del senso del ricordo. La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi accorre in nostro aiuto, insieme ad una grande interpretazione diretta dal maestro Zubin Mehta.

A capo dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, di cui è stato direttore stabile dal 1985 al 2018 ed ora ne è direttore emerito a vita, il maestro indiano ha diretto un’edizione magistrale del capolavoro verdiano il 30 ed il 31 agosto 2020 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi è un’opera che narra dell’uomo. Composto per celebrare Alessandro Manzoni ed eseguito per la prima volta presso la Chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874, primo anniversario della morte del grande scrittore, il capolavoro verdiano mette in scena il dolore ma anche la speranza nella preghiera.

Il Requiem di Verdi con Zubin Mehta, una riflessione continua durante l’esecuzione

Il grandissimo Zubin Mehta conosce benissimo questo capolavoro, lo ama e trasmette quest’amore a tutto il suo pubblico. Una carriera straordinaria quella di Zubin Mehta, iniziata nella fine degli anni ’50 ed ancora oggi in piena attività. È un uomo che vive di musica e fa emozionare. La sua visione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi è una riflessione sul sul senso di incertezza e di fragilità dell’animo umano, tanto più importante in una serata come questa, dedicata alle vittime del COVID-19, che aveva tra il pubblico il personale medico che sta combattendo questa tragedia e persone toccate da questa pandemia.

Dall’attacco dell’orchestra e del coro in pianissimo, magistralmente istruito da Lorenzo Fratini, si è sentito il respiro drammatico che Mehta infonde in questa partitura.

Zubin Mehta ha messo in luce i contrasti fortissimi di questa musica, come la potenza espressiva dell’attacco del Dies Irae e degli ottoni del Lux Aeterna.

Vi è una speranza in questa visione? Si, quella di alcuni pezzi di struggente melodia come il Recordare o l’Hostias, attaccato con un vibrato degli archi che ha messo i brividi.

Requiem Verdi

Un cast in linea con il direttore

Tutti quanti erano galvanizzati dalla visione drammatica del maestro: orchestra e coro in forma straordinaria, ma anche un cast vocale che oggi ha pochi confronti: il soprano Krassimira Stoyanova ed il mezzosoprano Elīna Garanča, entrambe dotate da un timbro molto armonioso- La parte maschile vedeva il tenore Francesco Meli, dalla voce limpida e piena di pathos, ed il basso Michele Pertusi, arrivato all’ultimo minuto per sostituire l’indisposto Ferruccio Furlanetto, di grande eleganza e finezza.

Un’esecuzione in cui si è sentita la voglia di emozionare insieme (non è da tutti i giorni vedere un direttore, un’orchestra ed un coro lodarsi a vicenda come in una grande famiglia, come si è visto qui).

Un’esecuzione, dedicata alla Principessa Giorgiana Corsini ed a Mariangela Gabriele, curatrice della sezione Eventi della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, che ci hanno lasciato di recente, che ci ha portato a riflettere sulla nostra situazione attuale ed a trarne le dovute conclusioni; la vita è un tesoro fragile.

Marco Rossi

(Foto di Michele Monasta)

(La recensione si riferisce alla serata del 30 agosto 2020)

Netflix gratis: da Settembre 2020 film e serie tv senza pagare

0

Premessa: non è una fake news. Netflix ci ha fatto la sorpresona! Da lunedì 31 agosto, infatti, il leader dello streaming mondiale ha messo a disposizione degli utenti non registrati una serie di film e serie tv gratis.

Netflix, un mese gratis? Non c’entra niente!

Nel 2019 era possibile registrarsi per avere Netflix gratis per un mese: ma quello di cui parliamo oggi è un’altra cosa. Netflix ha predisposto un link ad hoc dove si possono vedere film gratis senza doversi registrare o fare un abbonamento. E non c’entra nulla col il primo mese gratuito, anche perché quest’ultima opzione non è più disponibile ormai.

Netflix gratis, senza carta di credito

Cosa vuol dire questa novità? Vuol dire che per guardare i film e le serie tv Netflix gratis non dovrete inserire nessuna carta di credito. Cosa che invece spesso accade (pensate a Disney Plus, che vi dà una settimana gratis a patto che inseriate i vostri dati). Questo dettaglio elimina ogni ansia: non dovrete ricordarvi di disdire l’abbonamento il giorno prima della scadenza e non rischierete di pagare nulla!

Netflix senza pagare? Dove sta l’inghippo?

L’inghippo c’è, ma non si vede. Se andate su questo link da sloggati (vi consigliamo la navigazione in incognito se siete abbonati a Netflix e volete controllare) troverete i film e le serie tv che Netflix ha messo gratis per tutti gli utenti non abbonati. Potete vedere i film interamente, ma per le serie tv non fateci troppo la bocca.

Nella lista troverete Bird Box e I Due Papi: date un’occhiata!

Se provate a vedere Stranger Things, serie tv che noi vi consigliamo vivamente, scoprirete di poter vedere solo il primo episodio. Alla fine della puntata sarete invitati ad abbonarvi.

Nella lista c’è anche la serie Grace & Frankie, che abbiamo recensito e che vi consigliamo.

Quindi Netflix testa, fa venire l’acquolina in bocca, getta l’amo. Vi consente di avere un assaggio della sua offerta per decidere se fa per voi o meno. Che ne dite, abbocchiamo o era meglio il primo mese gratis?