“Dopo il matrimonio”, dal cinema danese a quello americano

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Julianne Moore film

“Dopo il matrimonio”, film con Julianne Moore e Michelle Williams, è un’inaspettata vittima del Coronavirus.

Il nuovo film con Julianne Moore e Michelle Williams, “Dopo il matrimonio” sarebbe dovuto uscire il 27 febbraio nei cinema italiani. Ma l’uscita è stata rinviata a data da destinarsi a causa dell’epidemia del Coronavirus, che sta costringendo (nelle zone di contenimento rosse e gialle) o convincendo molte persone a non frequentare luoghi affollati come le sale cinematografiche. Stessa sorte è toccata a The Grudge” di Sam Raimi.

Mi sento, quindi, molto fortunata ad averlo potuto vedere in anteprima, perché è la prova di due grandi attrici e il racconto commovente di rapporti umani, semplici e complicati.

Il perno di “Dopo il matrimonio” sono, appunto, due donne, interpretate da Julianne Moore e Michelle Williams. Ma fin dall’inizio a dare animo a questa pellicola c’è stata un’altra donna: la regista danese Susanne Bier.
Già, perché questo film americano (After the wedding), sceneggiato e diretto da Bart Freundlich, non è che il remake di un film omonimo danese del 2006 che ha avuto molto successo di critica (Efter bryllupter). Nel 2007 era anche stato candidato all’Oscar come miglior film straniero.

La trama corrisponde, con una differenza interessante, oltre al cambio di ambientazione. Infatti, se nella versione di Susanne Bier i protagonisti sono due uomini, diversi per indole e scelta di vita, qui i due personaggi principali sono femminili.

“Dopo il matrimonio” è il racconto potente di un grande amore, quello che lega due donne ad uno stesso uomo, quello che ogni madre prova nei confronti della propria figlia.

Un viaggio improvviso dall’India agli Stati Uniti di Isabel (Michelle Williams) cambierà le sorti di tutti i protagonisti della storia. Due donne e due mondi diversi si incontreranno.

All’inizio c’è una dolcissima e idealista Isabel, alle prese con la gestione di un orfanotrofio in India e del suo legame speciale con uno dei bambini che vive lì. Dopo pochi minuti la si mette a confronto con la tosta Theresa (Julianne Moore), una manager newyorkese di grande successo, che vive in una villa immersa nel verde con il marito scultore, una figlia che sta per sposarsi e due gemelli di otto anni. Lei canta a squarciagola mentre guida rientrando a casa.

La figlia maggiore, Grace (Abby Quinn) si sposa nel week-end e Theresa è troppo impegnata con l’organizzazione del matrimonio, tanto da non potersi concentrare sulla decisione dei fondi da donare all’orfanotrofio indiano. Oltretutto, sta anche vendendo la sua società. Quindi, chiede a Isabel di restare qualche giorno e la invita al matrimonio di Grace.

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Isabel accetta suo malgrado, motivata solo dall’interesse dell’orfanotrofio. Alla cerimonia si accorge di conoscere – e bene – Oscar, il marito di Theresa, nonché padre della sposa. Ne resta molto turbata.

L’ottima Michelle Williams riesce ad esprimere tutto il suo smarrimento e il suo profondo turbamento solo con lo sguardo, soprattutto quando la scena richiede che il suo personaggio si controlli. Gli sguardi e le interazioni con Billy Crudrup, che interpreta Oscar Carlson, sono eloquenti.

A questo punto lo spettatore ha già intuito qualcosa. La conferma arriva nella scena del brindisi, quando Grace ci rivela che Theresa non è la sua madre biologica, ma quella che lei stessa ha scelto come madre quando aveva un anno e viveva sola con il suo papà. Il resto ve lo potete immaginare, ma fino ad un certo punto.

Siamo di fronte ad una storia sorprendente che, quando sembra averti detto ciò che deve dirti, mostra un’altra faccia della medaglia.

A questo punto, infatti, si svela meglio Theresa e si trova l’ennesima conferma dell’immensità della bravura di Julianne Moore.
Dopo il matrimonio” è un film a dir poco commovente, senza essere affatto stucchevole. È asciutto. In questo senso ha mantenuto lo stile nordeuropeo del film di Susanne Bier.

La pellicola è, soprattutto, una storia di sentimenti contrastanti vissuti da personaggi sfaccettati. Pur avendo per le mani una trama di impianto classico, quasi antico (l’agnizione della vera madre, il ritrovamento di una figlia in un luogo dove non dovrebbe essere, i segreti svelati) il regista e sceneggiatore Burt Freundlinch evita ogni possibile banalizzazione.

È riuscito a mettere in primo piano gli argomenti che lo avevano affascinato del film danese: la fragilità umana e la gioia derivante dai legami che costruiamo. In ciò, sicuramente, lo aiutano molto gli attori a disposizione, che sono di grande livello e capaci di dare il meglio nelle interazioni tra loro.

Mi auguro che “Dopo il matrimonio” esca presto nelle sale e possiate vederlo tutti. Si esce dalla sala confortati su quanto amore possa circolare tra le persone, oltre i potenziali egoismi, rivalità, invidie, risentimenti.

Stefania Fiducia

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