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Chi sara il futuro MasterChef italiano?

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Siamo arrivati alla serata finale del l’ottava edizione di MasterChef Italia. Chi vincerà?

E siamo arrivati alla fine! Stasera andrà in onda su Sky Uno la puntata finale di MasterChef Italia 8. A battersi tra loro per vincere 100 mila euro in gettoni d’oro e la possibilità di pubblicare il loro primo libro di ricette saranno Gloria, Alessandro, Valeria e Gilberto. Quattro persone con storie molto diverse accomunate dalla stessa passione e dalla stessa voglia di riscatto. Gloria è un’operaia che grazie ai suoi piatti riesce a comunicare le emozioni che non riesce a esprimere nella vita. Alessandro, un impiegato alla ricerca di un riscatto personale. C’è la segretaria siciliana Valeria che vuole diventare cuoca perché cucinare le dà un senso di felicità assoluta. E, infine, abbiamo Gilberto, lo studente di giurisprudenza insoddisfatto dei propri studi e all’amore ricerca di un futuro migliore.

Tutti hanno una forte motivazione. Ma solo uno di loro riuscirà a usarla in maniera così efficace da vincere il titolo di nuovo MasterChef italiano.

Stasera lo scopriremo, ma intanto vediamo che cosa è successo la settimana scorsa e quali sono state le prove che hanno decretato i quattro finalisti. La Mistery Box ha messo i concorrenti di fronte a materie prime molto diverse tra loro. Alcune dolci, altre amare, alcune poveri, altre pregiate. Scopo della prova era quello di riflettere su come nascono le idee per una nuova ricetta. La risposta è semplice: assaggiando due ingredienti diversi insieme e vedere che sapore si ottiene. Così hanno fatto i partecipanti, proponendo dei piatti nati unendo due vivande diverse. L’accostamento vincente? Cioccolato bianco e aglio nero… chi avrebbe mai pensato che stessero bene insieme?

Nell’Invention test, i concorrenti hanno dovuto cucinare un piatto a piacere, avendo a disposizione un Sous-Chef. Sembrerebbe semplice, vero? Mai farsi ingannare dalle apparenze! Infatti, l’aiutante in cucina si è rivelato essere un familiare degli stessi concorrenti che si è occupato anche della spesa per realizzare il piatto. Ovviamente, si tratta di parenti che con la cucina hanno molta poca familiarità. Il suocero di Alessandro, ad esempio, ha dichiarato di sapersi preparare solo il caffè. Capiamo bene, allora, Guido che ha esclamato: “Non ho mai avuto così tanta paura da quando ho iniziato MasterChef“. Pur essendo terrificante per i concorrenti, da spettatori è una prova divertentissima da guardare.

La prova in esterna si è svolta nel ristorante DiverXo dello chef spagnolo David Munoz, aggiudicatosi ben tre stelle Michelin.

Gloria, Gilberto e Valeria hanno dovuto cucinare ciascuno tre piatti del menù del ristorante. Hanno così avuto modo di sperimentare cosa significa lavorare in una cucina stellata, quali sono i ritmi e quali le aspettative. Un’esperienza senz’altro unica per qualsiasi cuoco amatoriale. Munoz ha osservato attentamente il modo di lavorare degli aspiranti chef e ha dovuto giudicare il migliore tra i tre, consentendogli di accedere direttamente alla serata finale di MasterChef. Questo onore è andato a Gloria.

Gli altri hanno dovuto scontrarsi al Pressure Test, basato sulla gestione di un imprevisto.

Dopo aver iniziato a cucinare seguendo lo chef Antonino Cannavacciuolo, i partecipanti si sono improvvisamente ritrovati a lavorare da soli. Il cuoco si è, infatti, allontanato dallo studio a seguito di una chiamata ricevuta dal suo dottore. Ovviamente, si tratta di un siparietto simpatico che è servito per costringere i concorrenti a concludere il piatto cambiando lo schema iniziale. Guido non c’è riuscito ed ecco perché non gli è spettato alcun posto tra i finalisti. Un’uscita sorprendente, visto che all’inizio dello show era tra tutti il più temuto.

Questo dimostra che in una gara può capitare di tutto e che l’esito non è per niente scontato.

Federica Crisci

MasterChef Italia: con Giorgio Locatelli anche il minestrone è gourmet!

 

“Dolceroma”: mix di commedia e action movie in salsa italiana

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Lorenzo Richelmy è protagonista di “Dolceroma”, nelle sale dal 4 aprile, prodotto e interpretato anche da Luca Barbareschi, con un cast scoppiettante.

Lo ammetto: mi sono seduta nella sala, pronta a vedere un film pretenzioso e deludente. Avete presente un certo cinema italiano che vuole “fare l’americano”? Che nel trailer promette azione hollywoodiana e poi ne offre solo un’imitazione venuta male?

E invece no. “Dolceroma” intrattiene e, pur avendo i suoi difetti, mantiene le promesse. Merito, probabilmente, di un cast numeroso di ottimi attori, che sembrano aver trovato un buon affiatamento e del regista Fabio Resinaro.

La trama è molto liberamente ispirata al romanzo “Dormiremo da vecchi” di Pino Corrias. È  la storia del giovane scrittore Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy) e del produttore cinematografico Oscar Martello (Luca Barbareschi).

Andrea sbarca il lunario a Milano lavorando in un obitorio. Cerca di prendere in mano la propria vita, scrivendo un romanzo, “Non finisce qui” e pubblicandolo a pagamento. Insomma, vorrebbe essere “il protagonista e lo scrittore” della propria vita. Ma si sente solo “la comparsa, sfocata, nella vita di qualcun altro.

Fortuna vuole che Oscar Martello legga il libro e colga il potenziale cinematografico della storia. Chiama il giovane autore e lo invita a venire a Roma. Qui inizia per Andrea un percorso verso l’inferno, apparentemente guidato dal produttore senza scrupoli e, in generale, dal sistema “cinema” e dalla città di Roma. In realtà, lo spettatore capisce, più o meno presto, guardando “Dolceroma”, che Andrea è un membro di quella generazione che si sente fuori dal sistema – per usare le parole di Pino Corrias in conferenza stampa – quasi escluso da esso, ma sa già come entrarci e restarci dentro. Lo accetta, vi si adegua.

Andrea Serrano e Oscar Martello si incontrano e si scontrano durante la realizzazione del film e sembrano quasi la nemesi l’uno dell’altro.

Quando Andrea si definisce come uno scrittore alla ricerca della bellezza e dell’armonia, che vorrebbe portare nella sua vita piena di caos e di casualità, Oscar gli dirà che la bellezza è il risultato di rischio e strategia.

I capitali a disposizione per realizzare il film sono modesti, il regista (Luca Vecchi) è incompetente e il risultato è disastroso. Ma Oscar Martello non può permettersi un fallimento. Il film deve uscire. La ricca e affascinante moglie (Claudia Gerini) e il distributore Remo Golia (Armando De Razza) gli fanno pesanti pressioni.

Così, Andrea e Oscar decidono di puntare sulla promozione della pellicola: inventeranno il rapimento, da parte della camorra, della protagonista Jacaranda Ponti (Valentina Bellè). L’attenzione dei media trasformerà “Non finisce qui” in un  film cult imperdibile.

Il regista Fabio Resinaro voleva riservare al film un trattamento “di genere”, ma non ha fatto un film di genere, perché in “Dolceroma” i generi sono almeno tre: commedia, azione, thriller.

Ha girato, in realtà, anche un film di meta cinema, non unico nel panorama italiano attuale. Sembra mantenere l’intento e le atmosfere del romanzo. Ma è un prodotto comunque molto diverso, secondo quanto dichiarato in conferenza stampa da Pino Corrias. Ciononostante, anche nel film si sentono gli echi de “La Grande Bellezza”, di cui il romanzo descriveva la vera faccia, come alcuni critici come Goffredo Fofi e Stefano Pistolini hanno notato nel romanzo.

L’inizio ha un ritmo concitato e un sonoro fin troppo chiassoso, con la colonna sonora che copre quasi completamente parole e dialoghi. Ma, superati i primi minuti, il problema svanisce e resta, prevalentemente, il ritmo. Le scene si susseguono veloci e in alcuni momenti si sovrappongono.

Il montaggio, quindi, diventa l’elemento portante del film. Si fosse sbagliato quello, “Dolceroma” avrebbe perso la sua parte migliore e la sua essenza. Quindi, chapeau alla montatrice Luciana Pandolfelli, oltre che al regista Fabio Resinaro.

Un altro difetto trovato all’inizio del film è che risulta troppo evidente a chi conosce la Capitale che le poche scene ambientate a Milano, in realtà, sono palesemente girate su Via Nazionale a Roma. Ecco, in certi casi non basta aggiungere un cartello con il simbolo di un altro Comune per rendere credibile una location. Ad onor del vero, questa sciatteria si può considerare un “peccato veniale”. Ma stride un po’ in un film che, invece, fa molto uso di effetti digitali e in cui sarebbe bastato non girare scene all’aperto nella parte del film in cui il protagonista vive a Milano.

Come film di intrattenimento “Dolceroma” è un ottimo prodotto, non annoia, diverte nelle scene che si vogliono comiche e crea tensione in quelle da thriller.

Il cast è azzeccato, al servizio di un soggetto e una sceneggiatura più che dignitosi. Barbareschi domina la scena, ma sia Lorenzo Richelmy che Valentina Bellè gli tengono testa benissimo. All’altezza risultano anche gli interpreti dei personaggi più marginali, ma ottimamente caratterizzati, come la manager Milly (Iaia Forte) e il poliziotto Raul Ventura (Francesco Montanari). Tra tutti, però, spicca Libero De Rienzo, esilarante boss camorrista.

Claudia Gerini è un’impeccabile ape regina che produce il miele “Dolceroma”, in cui si gode anche un bagno lussurioso in una scena emblematica del film. La città del cinema – come dice il regista Resinaro – “diventa il contenitore metaforico di un dolce veleno che intrappola in una spirale velenosa tutti i personaggi”.

Stefania Fiducia

Noi, lunga vita all’incubo americano

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“Cosa siete voi?
“Noi siamo americani”

Voglio partire da questa frase, dall’allegoria dietro e dentro Noi. Sì, voglio annoiare anche voi amanti dell’horror con le allegorie e le metafore sociali. Voglio e, più che altro, devo farlo, sia perché ritengo quella singola e breve frase fondamentale per capire il film, sia perché parlare di Noi è quasi impossibile senza cadere in spoiler o rivelazioni che rovinino il godimento dello spettatore, quindi devo dribblare il rischio.

E poi perché, ammettiamolo, Jordan Peele alla sua opera seconda avrà pur voluto fare un horror genuino, ma per lui è impossibile abbandonare i temi sociali di partenza. Lo ha fatto con Scappa – Get Out, il suo esordio divenuto un cult istantaneo, lo fa ancora con Noi, perché questa è la sua poetica. Fare genere, ma farlo solo se si ha qualcosa da dire di profondo e autentico, non farlo solo per intrattenere qualcuno mentre mangia popcorn.

La sua intenzione è chiara fin dal titolo, dopotutto: Noi è la traduzione letterale del titolo Us che, volendo, possiamo leggere anche come la sigla di United States. I protagonisti del film siamo noi, persone comuni, e in particolar modo gli americani, così come accadeva in Scappa – Get Out, appunto.

Get Out: nel 2017 esiste ancora una questione razziale?

Ed esattamente come nel suo primo film il bersaglio non è quello più facile e scontato, ma quello più profondo e sentito.

La paura è il barometro più diffuso, e più sfruttato, del mondo contemporaneo nel quale viviamo. La paura che qualcuno, specialmente il diverso, lo straniero, lo sconosciuto, possa entrare in casa nostra, ovvero nella nostra società, nel nostro cerchio. L’odio è la quasi matematica conseguenza della paura, ed è l’arma più potente adesso. Jordan Peele, con estremo acume, sfrutta l’abusatissimo – in qualsiasi medium artistico – tema del doppio per mostrare come dobbiamo avere paura di noi stessi, semmai. Chi entra nella “nostra casa” (o invade, per usare un termine più topico) è una persona identica a noi, non diversa. Al tempo stesso, non sono gli altri a creare odio e paura, ma sempre noi stessi, chiudendoci e rintanandoci nei nostri fortini materiali e mentali.

La doppia allegoria di Noi è universale, valida ovunque considerando l’attualità che viviamo. Ma la chiave di lettura assume una matrice maggiormente americana, come detto in partenza, quando esplora anche un altro tema: il privilegio. Partendo dal mito illusorio della presidenza Reagan, fino ad arrivare all’America dei giorni nostri ricca di divisioni e tensioni, Peele esplora una società fratturata, chiusa a riccio, nella quale chi ha tutto teme che chi ha niente (i doppi che escono dalle fogne) possa portargli via la ricchezza. Precisamente, più che la ricchezza materiale, il posto in pole position nella società. Invece di ridistribuire, la paura alimenta la divisione: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più disperati.

Probabilmente il discorso sulle tensioni sociali odierne è la parte più angosciante di Noi, ed è dire tanto considerando che parliamo di un horror in piena regola.

Jordan Peele infatti, da amante del genere, segue pienamente lo schema di tali film, e suo primario interesse è spaventare lo spettatore (se con salti dalla sedia o con riflessioni quotidiane è soggettivo). Il film costruisce tensione e inquietudine, non disdegna i più classici jump scare, e indugia nel sanguinolento appena ne ha l’occasione. Tutto ciò contribuisce ad una visione divertente e assolutamente avvincente.

In pratica, Peele ha seguito lo schema opposto al suo esordio. Se con Scappa – Get Out si partiva dai cliché del genere per costruire la satira sociale, ora con Noi si parte invece dalla riflessione tematica per arrivare all’horror di genere puro. Peele stavolta, come capita spesso con l’ambizione delle opere seconde, raddoppia la dose di paura e divertimento rispetto all’esordio.

Forse, proprio per questo, Noi fatica un po’ ad arrivare al traguardo. La lunghezza delle due ore piene si avverte nel terzo atto, e quando il film aveva ormai detto, efficacemente, tutto ciò che poteva dire, decide invece di dire ancora qualcosa dando spiegazioni e motivi laddove non necessario, finendo per creare più interrogativi, spesso inutili, che a ritroso il film non può sostenere.

E anche per questo però, paradossalmente, Noi vince la sua sfida. Perché, manifestando le congenite problematiche dell’opera seconda, nella quale l’autore ha la pressione e l’ambizione di confermare il talento dell’esordio, trasuda tutta la voglia di Peele di dire qualcosa, anzi, comunicare qualcosa di molto specifico. In Peele è palese l’urgenza, la voglia e l’energia di indagare, di raccontare facendo cinema, di trasportare gli spettatori nel suo malessere di cittadino del mondo attuale. Per fare ciò non serve la forma perfetta, ma la sostanza intrisa di talento e coraggio, qualità che il cinema di Peele ha da vendere.

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Emanuele D’Aniello

“La Notte dei Morti Viventi”: l’emancipazione femminile spiegata dagli zombie

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“Stanno venendo a prenderti, Barbara…”

Titolo originale: Night of the Living Dead
Regista: Tom Savini
Sceneggiatura: John A. Russo, George A. Romero
Cast Principale: Patricia Tallman, Tony Todd, Tom Towles
Nazione: USA
Anno: 1990

“La notte dei Morti Viventi” è uno di quei rari remake degni di essere visti. L’originale del 1968, firmato George A. Romero, viene omaggiato degnamente grazie soprattutto alle innovazioni inserite da Tom Savini. Oltre al tocco più moderno legato strettamente al ventennio che separa i due film (basti pensare che la pellicola del 68′ è in bianco e nero), la novità più interessante è senza dubbio quella che riguarda la caratterizzazione della protagonista femminile.

La trama è molto semplice ed è quella che influenzerà praticamente tutto il genere degli zombie movies, di cui Romero è considerato senza alcuna ombra di dubbio il papà spirituale.

Trama

Barbara e suo fratello stanno andando al cimitero per portare i fiori alla madre deceduta, ma vengono attaccati da alcuni morti resuscitati. Johnnie muore subito, mentre la sorella scappa verso una casa abbandonata, dove sarà raggiunta da vari sconosciuti nel corso del film, tutti personaggi che tenteranno di sopravvivere alla notte apocalittica.

Cresciuti a pane e zombi con i film di Romero

Emancipazione femminile

La trasformazione di Barbara da ragazza fragile a guerriera è incredibile: nel film di Romero non era assolutamente contemplata, tanto che Barbara alla fine sarà vittima della propria debolezza.

Nel film di Savini, invece, la notte dell’orrore trasforma la ragazza in una donna che guarda in faccia le proprie paure. Questa forza emerge ancora più prepotentemente nel momento in cui gli uomini del gruppo iniziano a fare i “galli del pollaio”. Schierati su due fronti abbiamo Ben, un uomo tanto determinato quanto sensibile, e Cooper, il tipico maschilista che inneggia almors tua, vita mea“.

Nelle varie gare di testosterone, che condurranno alla spartizione della casa (Ben al piano terra e Cooper in cantina), Barbara sarà l’unica a mostrare i nervi saldi, ma raramente sarà ascoltata dalle due parti. E il finale delineato da Savini non fa che sottolineare quanto la linea della protagonista fosse l’unica degna di essere seguita.

Il radicale cambiamento di Barbara potrebbe sembrare troppo improvviso, ma non fa altro che delineare quanto in momenti di panico generale le persone tirino fuori la propria natura. Paura, coraggio, egoismo, empatia, lavoro di squadra, individualismo. Tutte tendenze che non si possono celare, specialmente quando c’è in gioco la vita.

Savini non fa che sottolineare il costante maschilismo di cui è vittima Barbara: dalle battutine del fratello all’inizio del film fino alla fine della pellicola, quando la squadra “di salvataggio” la sminuisce in tutti i modi possibili.

Alla ragazza viene affidato un grande compito, quello di trasmettere il messaggio più profondo del film e di far apparire tutti gli altri molto subordinati. Barbara diventa quasi occhio esterno della vicenda, come si intuisce dalle ultime immagini del film in modalità reportage fotografico, e racconta quanto gli esseri umani siano i veri mostri, anche se messi a confronto con dei morti viventi assetati di sangue.

La traduzione italiana è sbagliata

Purtroppo la traduzione italiana, come spesso accade, ha banalizzato le parole di Barbara.

Vale la pena di menzionare, ad esempio, il momento in cui gli zombie buttano giù i rinforzi che i sopravvissuti stanno inchiodando alle finestre. La ragazza imbraccia il fucile e inizia a sparare ad uno zombie per mostrare a tutti che è già morto e che solo un colpo alla testa può stenderlo definitivamente. Mentre dà questa dimostrazione, Ben le grida you are losing it (stai perdendo la testa) e Barbara gli risponde che qualsiasi cosa abbia perso, lo ha perso tempo fa e che non ha intenzione di perdere altro, ma soprattutto che Ben potrà arrogarsi il diritto di dirle che sta perdendo la testa solo quando la smetterà di gridarsi contro con Cooper come fanno i bambini di due anni.

La traduzione perde totalmente il messaggio, con Ben che grida a Barbara che sta perdendo tempo e la ragazza che gli risponde che gli zombie hanno paura, è per questo che gridano tutto il tempo come bambini di due anni.

Questa censura priva la protagonista di tutta la sua evoluzione psicologica eliminando la velata allusione al suo passato, vissuto con una madre oppressiva (come sottolinea Johnnie all’inizio del film), ma soprattutto la incorona regina di sensibilità nei confronti dei non morti, che sono dei “bambini spaventati” secondo i traduttori di questa scena. Visto che non vedo alcuna difficoltà di traduzione, poiché non vengono tirate in ballo tematiche avulse dal contesto italiano o comunque ostiche da tradurre a livello concettuale, non comprendo per quale motivo i traduttori italiani abbiano modificato la frase in cui Barbara rimette tutti a posto sottolineando il suo processo di emancipazione.

Sembra quasi, confrontando il testo originale con quello tradotto, che gli italiani abbiano preferito mostrare una ragazza sensibile, che comprende l'”anima” dei non morti, piuttosto che una donna forte che non ha paura di dire quello che pensa a chi millanta un ruolo da leader mentre, come spesso accade, si comporta esclusivamente da prevaricatore.

3 motivi per vedere il film:

– È un cult del genere Horror

– Pur essendo di vent’anni fa, getta luce su molte dinamiche sessiste ancora in auge

– È uno dei pochi remake che supera il film originale

Quando vedere il film:

Di domenica pomeriggio, possibilmente tarda estate, quando il cielo è rosso e sta per piovere terra.

Aggiungo “Come vedere il film”:

rigorosamente IN INGLESE.

Alessia Pizzi

Ecco il precedente appuntamento col Cineforum:

Anna dei miracoli e la potenza delle parole che va oltre, in tutti i sensi

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Captain Marvel: finalmente, arriva la capitana

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È arrivato sul grande schermo il primo film Marvel con protagonista una donna.

Per chi non conosce bene il mondo Marvel, il titolo può trarre in inganno. Chi penserebbe mai che Captain Marvel sia in realtà “Capitana Marvel”? Sarebbe difficile immaginarsi il contrario, visto che i film dell’universo Marvel presentano un alto livello di testosterone. Thor, Iron Man, Capitan America, Doctor Strange, Ant-Man e via dicendo. Belle presenze (nessuno potrebbe lamentarsi) e bei personaggi, ma pur sempre tutti uomini. Non manca mai la partecipazione femminile, ma si tratta quasi sempre delle compagne degli eroi. Sì, abbiamo Black Widow (di cui dovrebbe uscire prossimamente un film interamente dedicato alla sua storia) e le interpreti di questi personaggi sono attrici notevoli nel panorama hollywoodiano. Ma nessuna delle venti pellicole cinematografiche era stata mai dedicata a un’eroina. Almeno fino ad ora.

Tranquilli: questo non vuole essere un articolo di polemica sulle differenze di genere (anche se fin quando esisteranno, sarà opportuno parlarne). Tuttavia è bene ricordare che gli appassionati lettori dei fumetti Marvel hanno già egregiamente superato da tempo queste dissertazioni.

Captain Marvel è presumibilmente il personaggio più forte che abbiamo incontrato ad oggi. Ecco perché è probabile che le spetterà un ruolo cruciale nella guerra contro Thanos che vedremo nell’ormai prossimo Avengers: End Game in quella che potremmo definire la tecnica narratologica della ring composition: la «struttura ad anello». In questo caso espediente per aprire potenzialmente nuovi capitoli ancora da raccontare.

L’universo Marvel è in costante crescita.

Avengers: Infinity War e lo stravolgimento narrativo

Il film dedicato a Captain Marvel è tra i più belli della saga.

Si potrebbe considerare a tutti gli effetti un film classico; nella storia, nei temi, nel modo in cui viene raccontato. Siamo di fronte a un racconto di formazione in cui la protagonista scopre progressivamente chi è e di che cosa è realmente capace, accettandolo ed esprimendolo. Carol/Vers (Brie Larson) è una guerriera dell’impero Kree che non ricorda nulla del suo passato. Ha dei poteri che non riesce a controllare  con i quali dovrebbe dare la caccia a una popolazione aliena, gli Skrull, che minaccia il mondo in cui vive. Ma presto, Carol dovrà fare i conti con il suo passato e con la verità che, inutile dirlo, non è come appare (fate molta attenzione ai gatti!).

Il percorso di crescita di Carol è ben costruito. Attraverso di lei viviamo la confusione di chi non si conosce e la sfiducia nei confronti di se stessi. Sono stati d’animo in cui chiunque può identificarsi. È probabile che ognuno di noi almeno una volta nella vita si sia ritrovato nella sua stessa situazione. Un vero e proprio viaggio empatico, una rinascita e un’acquisizione di consapevolezza.

Una chiave di lettura metaforica è riposta nel suo “habitus”. Difatti, come è noto, nei momenti di difficoltà indossiamo una corazza con colori non nostri perché non abbiamo idea di come vestirci per affrontare la realtà. Senza rendercene conto mostriamo qualcosa che non ci appartiene. E tanto più sentiamo quel senso di smarrimento di fronte alla domanda “chi siamo?”, tanto più ci emozioniamo nel vedere Carol diventare consapevole e liberare il suo potere. Usciamo dal cinema colmi di energia, pieni di voglia di esistere.

Le riflessioni a freddo faranno capolino anche giorni dopo l’uscita nelle sale. Si ripenserà al film come incipit di una nuova saga non solo filmica. È la voglia di rimettersi in gioco una volta acquisita la nuova consapevolezza del sé.

Captain Marvel indirizza lo spettatore ad intraprendere un nuovo sentiero. Ovviamente la “messa a fuoco” dei messaggi estrapolati da una pellicola dipende direttamente dall’occhio di chi osserva.

Ma di una cosa si può esser certi: eroi ed eroine possono essere fonte d’ispirazione.

Si può essere eroi anche senza super poteri, un po’ come lo è l’agente segreto Nick Fury. Nato dalla matita di Stan Lee è il fil rouge di tutti i capitoli cinematografici Marvel. Nicholas Joseph Fury, interpretato dal magistrale Samuel L. Jackson, nel Marvel Cinematic Universe, si fa carico della grande responsabilità di costituire un team di super eroi per proteggere la Terra.

Come detto, con questo capitolo facciamo un salto nel passato e assistiamo all’inizio e al contempo alla fine (forse). In entrambi i casi, non è affatto male, né come punto d’inizio, né d’arrivo.

Alessia Aleo e Federica Crisci

“Il palco, il mio luogo sicuro”. Intervista all’attrice Barbara Grilli

Ho conosciuto Barbara Grilli andando a teatro per recensire per conto di Culturamente, lo spettacolo Chi ha paura di Aldo Moro, ed è stato un vero e proprio colpo di fulmine.

Barbara ha una capacità di recitare davvero unica e l’aggettivo non è usato a caso.

È voce e corpo. Barbara è prepotentemente fisica, calamita il pubblico in sala, creando un connubio inscindibile.

Come succede ogni qual volta interpreti Palmina Martinelli, nel bellissimo Palmina – amara terra mia, di Giovanni Gentile, dove anche i suoi silenzi parlano.

Barbara nasce artisticamente a Roma, frequentando tra i 20 e i 23 anni il Teatro Blu, scuola di Acting Training, diretta da Beatrice Bracco.

Ma è tornando a Bari che fa un passo decisivo

Nel capoluogo pugliese studia l’uso consapevole del corpo, oltre che canto, tecnica vocale e recitazione con Paola Arnesano, Andrea Cramarossa, Danilo Giuva, Roberto Corradino e Fausto Russo Alesi.

Quel corpo che diviene la cifra della sua recitazione.

Dal 2014 al 2016 affina la tecnica e l’espressività studiando con la compagnia barese Fibre Parallele, con Licia Lanera (premio UBU 2014) e a Ferrara con l’insegnante Cathy Marchand (Living Theatre). Approfondisce lo studio della drammaturgia attraverso workshop tenuti da Francesco Niccolini e Francesco Carofliglio.

Diverse le produzioni a cui ha partecipato.

Da Brecht a Shakespeare, dal musical “Vacanze Romane” a Goldoni, da Pirandello a Checov.

Barbara gira l’Italia portando il suo talento in decine di teatri.

Dal 2015 entra in pianta stabile a far parte della Compagnia Teatro Prisma, con la quale vince il Premio Sipario 2015, al Teatro Manzoni di Milano, con “Le due vergini” di Giovanni Gentile, spettacolo che colleziona 30 repliche in tutta Italia in 5 mesi.

In quello stesso anno inizia a recitare in “Palmina – Amara terra mia” e in “Chi ha paura di Aldo Moro” entrambi scritti e diretti da Giovanni Gentile con cui fonda il Collettivo Teatro Prisma.

La scorsa estate debutta con lo spettacolo “Denuncio tutti. Lea Garofalo”, monologo di Giovanni Gentile sulla storia di Lea Garofalo.

La bravura di Barbara non è sancita solo dal pubblico ma anche dalla critica.

La toccante interpretazione di Palmina le regala nel 2016 il Premio Martucci e, l’anno dopo, il Premio “Teatro d’Inverno 2017.

L’anno scorso ottiene il Premio della Critica “Teatri d’inverno 2018” con “Chi ha paura di Aldo Moro”.

Insomma una ragazza con un passato alle spalle già straordinario e con un presente e un futuro che regalerà ancora emozioni.

L’abbiamo incontrata per Culturamente.

Quando hai pensato che avresti potuto fare l’attrice? 

Precisamente non lo ricordo, perché sono trascorsi all’incirca 20 anni, forse qualcuno in più.

Da piccola sognavo di fare la cantante, non l’attrice; ma il palco è sempre stato un luogo sicuro sin da piccola. Una maggiore consapevolezza è arrivata nel 2001, con la prima esperienza da professionista.

Hai fatto una scuola di teatro o sei un’autodidatta?

Ho iniziato a scuola, presso il teatro dell’Istituto. Lì ho mosso i primi passi nei laboratori, poi dopo il diploma ho continuato a frequentare corsi paralleli all’Università. Nel 2005 mi sono trasferita a Roma e ho frequentato per tre anni il Teatro Blu di Beatrice Bracco, meravigliosa guida. In seguito ho studiato in giro per l’Italia tra workshop tenuti da vari maestri.

Ancora, adesso, studierei; a mio parere la formazione è uno dei piaceri del mio mestiere.

Qual è stato il tuo primo spettacolo?

Il primo in assoluto su un palco che si potesse definire tale, fu un adattamento tra “La Giara” e “La Patente” di Pirandello, se la memoria non mi inganna. Avevo 12 anni.

Poi hai conosciuto Giovanni Gentile. Cosa è cambiato nella tua vita di attrice?

Tante cose.

Ho incontrato Giovanni in un momento di enorme crisi, personale e professionale, nell’età in cui o si molla o si persevera.

Ed io ho perseverato, come il mio carattere mi impone da anni, e ho fatto bene, sono stata lungimirante. Lui, fuori da un teatro di Bari, a seguito di un suo spettacolo, mi propose di leggere il copione de “Le due vergini”; non aveva l’attrice protagonista ed io non avevo lavoro.

Questo incontro, lo confesso, mi ha rimesso al mondo.

Poi le nostre arti si sono incastrate creando una fusione professionale, basata su un obiettivo comune. Bello, molto bello.

Sei stata protagonista di diversi spettacoli. A quale fra tutti sei più legata?

Senza dubbio alcuno “Palmina – amara terra mia”.

Elencare le motivazioni sarebbe dedicare pagine intere. Palmina Martinelli è nel mio cuore, sempre. E mi riempie di orgoglio una domanda che molti mi rivolgono ormai, a distanza di tre anni dal debutto “Ma tu sei quella di Palmina?”

Hai vestito i panni di Lea Garofalo, di Barbara Balzerani ma anche dei ragazzi della scorta di Moro nonché di Palmina Martinelli. Quale fra loro ti è davvero rimasto dentro?

Bè un po’ ho risposto nella domanda precedente. Tutti i nomi che vesto fanno ormai parte di me, è inevitabile. Diventano degli amici, nemici, partner.

Ogni tanto ci litigo, poi ci faccio l’amore.

È difficile perché non c’è alcuna finzione in ciò che racconto, in quanto sono tutti personaggi esistiti ed esistenti. Devo confessare che conoscere Lea, la sua forza ed il suo coraggio, mi ha aiutato a buttar fuori tutta l’energia possibile, e la voglia nonché il desiderio di gridare che possiamo ancora fare molto per noi, per la nostra civiltà.

Nel tuo originalissimo modo di recitare hai comunque dei modelli di riferimento?

Sinceramente? No!

In questo posso dirti che non seguo un modello, piuttosto mi ispiro a me stessa.

Può sembrare presuntuosa come risposta, ma la verità è che metto a servizio del testo solo tutta la mia conoscenza e la mia energia.

Da anni sei sempre sola sul palco. Riusciresti più a pensarti a lavorare con altro attori?

Bella Domanda! Certo che si, almeno credo.

Tre anni fa ho scoperto il mondo del monologo di narrazione che ti permette di esplorare tante cose, ma io sono una grande sostenitrice del lavoro di gruppo. Il Teatro si fa assieme, mai da soli, e può sembrare assurdo ma in qualche modo Giovanni, anche se fisicamente in regia, è come se fosse con me sul palco.

Da poco abbiamo ripreso lo spettacolo “Le due vergini”, in cui sono in scena con un altro attore. Mi riempie, molto.

Una volta hai recitato anche al buio. Ci racconti quell’esperienza?

Adesso mi viene da ridere, ma in quel momento, avrei preferito sprofondare in una botola e non risalire più.

Come si dice “the show must go on”, e noi avanti siamo andati.

Eravamo al Teatro Fava di Modugno, mancavano una ventina di minuti al termine dello spettacolo, forse meno, non saprei.

Ovviamente io ho degli appuntamenti fissi con dei cambi luci ed audio, e all’improvviso, nel mentre di una battuta un bel black out.

Panico!

Questa è stata la prima emozione. Vedevo Giovanni fare su e giù per sistemare le cose, e nel frattempo con la mano mi diceva di stare tranquilla ed andare avanti.

E così è stato.

Devo dire che in quel caso il pubblico è stato meraviglioso, non si è perso ed ha contribuito al proseguo dello spettacolo.

Tanto era buio che, all’uscita dalla scena, non trovando il posacenere, ho dovuto spegnere la sigaretta che stavo fumando sulla mano.

Un’esperienza indimenticabile, in ogni caso.

Cosa ti ha regalato il teatro di Giovanni Gentile?

Consapevolezza ed umanità. La gran voglia di continuare a realizzare tante cose attraverso l’arte.

Un’identità che mi mancava.

Ora posso dire a gran voce di conoscere Barbara Grilli, come artista e come persona.

Un’ultima domanda. C’è un ruolo che vorresti recitare?

Una domanda complicata. Non saprei, così su due piedi.

Mi piacerebbe un giorno, ed è particolare detto da me che non faccio altro che parlare in scena, fare uno spettacolo “muto”, senza parola appunto.

Lavorare solo con il corpo. Prima o poi, lo farò!

 

Siamo certi che sarà anche quello un successo. Menomale Barbara che non hai fatto la cantante perché il teatro avrebbe perso una bellissima emozione.

 

Testo: Maurizio Carvigno

Foto concesse da Barbara Grilli

Tra religione e gusto: i cibi della Quaresima

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Cos’ha in comune il baccalà mantecato con il maritozzo? E il cappon magro con la frittata di Sammara? Sono tutti piatti della nostra tradizione gastronomica nati dalla necessità di mangiare di magro nel periodo della Quaresima.

La Quaresima è un periodo di circa quaranta giorni che va dalla fine del carnevale alla celebrazione della Pasqua.

In questo periodo, secondo la religione cattolica, è vietato il consumo di cibi grassi per onorare il digiuno di Cristo nel deserto.

Un tempo, questo, era un dovere a cui non ci si poteva esimere.

Sotto il regno di Carlo Magno, addirittura, chi trasgrediva mangiando carne veniva punito con la pena di morte.

Alcuni grandi piatti della tradizione, quindi, sono nati proprio in questo periodo al fine di conciliare le esigenze di corpo e spirito.

Rito del venerdì santo per la cucina napoletana, per esempio. è la frittata di Scammaro (scammaro significa di magro): la versione senza uova della frittata di pasta napoletana.

Si dice che a inventarla fu don Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino a seguito della richiesta di alcuni monaci che cercavano qualcosa da servire nei conventi in tempo di Quaresima, quando appunto c’era l’obbligo di mangiare di magro.

Si tratta di una pasta semi-cotta in acqua bollente e successivamente fritta in padella con olio insaporito con olive, uvetta, pinoli, erbe e acciughe.

Perché la tradizione prevede che sia vietato il consumo di carne, ma non quello di pesce.

E così via libera al baccalà in Quaresima!

In Liguria e Toscana si prepara “in zimino”: ovvero con una salsa brodosa a base di pomodoro, bietole o spinaci.

In Friuli si prepara “alla cappuccina”con l’aggiunta di sapori dolci come cannella, zucchero e un po’ di cioccolato.

In Abruzzo e Molise il baccalà è mollicato: condito con mollica di pane, olio e aromi e cotto in forno.

Ben più famoso è quello “alla vicentina”: parte dal pesce essiccato, messo a bagno perché si ammorbidisca, infarinato e cotto con abbondante cipolla, latte e olio e servito con la polenta.

E cosa dire del Cappon Magro?

Una ricetta ligure di difficile e laboriosa esecuzione: un piatto a strati preparato con pane aromatizzato, verdure, pesci di vario tipo e salsa genovese.

Il nome sembra derivi dal nome francese “chapon”, che indica il crostino di pane che fa da base a questo piatto.

Viene definito “magro” in quanto si tratta di una preparazione a base di pesce e di verdure che può quindi essere consumata durante i giorni di penitenza quaresimali.

E tra i piatti della Quaresima non mancano i dolci.

Il fiorentino Pane di Ramerino, tipico del giovedì santo: un pane morbido con uva sultanina, rosmarino, latte e uova.

Il Maritozzo romano: un dolce preparato con farina, uova, miele, burro e panna montata.

Fino ai classici “quaresimali”. Biscotti che, a seconda della regione, assumono varie caratteristiche. In toscana prevedono chiare d’uovo, zucchero e polvere di cacao. Nella versione genovese pasta di mandorle, zucchero, acqua di fiori d’arancio, albume d’uovo, farina, semi di finocchio.  A Napoli, infine, i quaresimali sono a base di pasta di mandorle.

Insomma, c’è di che sbizzarrirsi ai fornelli anche nel pieno di questa quaresima!

Valeria Farina

Fabrizio Càlzia e le storie segrete di Genova

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I mille volti di Genova. Le sue storie, i racconti di gente che ha lo sguardo proiettato sempre verso il mare. Questo e molto altro è Storie segrete della storia di Genova di Fabrizio Càlzia, un bellissimo tributo a una città meravigliosa.

Quando mi è stato chiesto di recensire Storie segrete della storia di Genova di Fabrizio Càlzia ho subito accettato.

Amo Genova, città unica nel suo genere, scrigno prezioso di racconti che sanno di mare, tortuosi come i vicoli che portano al porto, città mistica e anarchica, irregolare e incantevole.

Genova città di mare, di sale e di vento. Di carrugi e camalli; di musica e cantanti, di storie ogni volta nuove.

La città di De André, di Bruno Lauzi, di Gino Paoli e di Luigi Tenco.

Genova di Giuseppe Mazzini, di Niccolò Paganini, cripta di misteri e aneddoti, di storie vere e leggende impossibili.

Al volto nascosto e segreto, che ha il sapore dell’acqua salata e il profumo del vento, è dedicato Storie segrete della storia di Genova.

Edito da Newton Compton questo libro è un’ ffascinate viaggio nei vecchi e stretti vicoli della Superba. Un filo ininterrotto di racconti portati dalle onde del mare e narrati dalla musicalità del dialetto genovese.

Storie segrete della storia di Genova è una lettura imprescindibile per chiunque voglia conoscere davvero la città ligure.

Come indicato nel sottotitolo da Fabrizio Càlzia, già autore di altri due libri sulla città di Genova e sulla sua squadra di calcio, questo volume è «una controstoria a mosaico, tra episodi curiosi e aneddoti della “Superba”».

Settanta capitoli, tanti sono quelli in cui è diviso il libro; settanta storie, alcune delle quali davvero uniche.

Come scrive l’autore nella bella prefazione «Genova non ha né può avere una storia ma solo una pluralità di eventi, storie appunto frastagliate come la sua terra, scorbutiche come i suoi abitanti.»

Conosceremo, allora, la leggenda del Mandillo, una preziosa tela su cui si vuole sia rimasto impresso il volto di Cristo e che, per alterne vicende, arrivò fino a Genova, alla chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

Ma anche quella dei pantaloni di Paganini, e qui il racconto si fa meraviglia.

Una storia senza data, come scrive l’autore ma che, viste le caratteristiche del personaggio, potrebbe essere del tutto verosimile.

Il grande violinista si trovò, in un freddo giorno di inverno, senza i pantaloni ma coperto solo da un pastrano tenuto ben stretto.

Il motivo di quella insolita situazione?

Il gioco d’azzardo, di cui era patito, e un mordace cagnolino che lacerò i pantaloni di un caro amico di Paganini al quale il grande musicista prestò generosamente i suoi.

Una storia incredibile e spassosa, perfettamente in linea con la genialità e la sregolatezza del più grande violinista di sempre, che con la sua musica incantava chiunque.

Dalle pagine del libro di Càlzia  ecco sbucare il papà di Giuseppe Mazzini.

Di lui si sa poco o nulla.

La storia ha sempre scritto della madre del politico risorgimentale, Maria Drago.

Di Giacomo, «uomo buono, indubbiamente, ma cieco e sordo a tutto ciò che non era tangibile» si sa poco o nulla.

Ma a colmare questo vuoto ci pensa Fabrizio Càlzia, in uno dei capitoli del suo libro.

Medico e filosofo, Giacomo non fu affatto immune dalla passione per la politica che tanto avvinse il figlio.

Da giovane, infatti, fu anch’egli attratto dagli ideali rivoluzionari che rimbalzavano dalla vicina Francia, ma le delusioni per una rivoluzione finita nel sangue dell’oppressione, il matrimonio e la professione medica, allontanarono Giacomo dalle pulsioni politiche, rendendolo quasi un conservatore.

Alla fine però, quell’iniziale passione fu in qualche modo trasmessa al figlio.

Non solo storie di personaggi famosi ma anche di luoghi, istituzioni e ottimo cibo.

Conosceremo poi la storia di piazza Pollaiuoli che a Genova «cominciò a funzionare come mercato vero e proprio nel 1631.»

Prima l’acquisto di pennuti, galline e affini, avveniva in piazza San Giovanni vecchio e, più indietro nel tempo nei macelli di Soziglia.

Piazza Pollaiuoli, rispetto alle altre sedi, era decisamente un luogo più adatto, dove poter acquistare merce di qualità eccelsa, seppur a condizioni di vendita più restrittive.

In particolare le leggi locali disponevano che gli animali in vendita non fossero uccisi da più di due giorni in inverno e da non più di uno nel corso dell’estate.

La vendita dei polli era molto comune a Genova in quanto quella carne era largamente presente in molti dei più tipici piatti della cucina genovese.

Il pollo non mancava mai sulle tavole dei genovesi nel giorno di Ognissanti, tanto che un antico proverbio recitava: «Santi senza becco, Natale Maledetto.»

Non solo polli ma anche il caffè.

La gustosa ed esotica bevanda arrivò a Genova nel 1661, il 26 gennaio, per la precisione, quando Abram Babli ebbe l’ambita licenza per vendere il caffè, che con il suo aroma inconfondibile conquistò in poco tempo i genovesi.

Storie segrete della storia di Genova è un mare di racconti, un intreccio fittissimo per conoscere il volto meno noto di una città che non smette mai di stupire.

Tra i tanti meriti Càlzia ha anche quello di aver scritto un libro che si può leggere a rate, magari una storia al giorno.

Come nelle migliori tradizioni delle fiabe, come se fosse una sorta di Mille e una notte rigorosamente, però, in salsa genovese.

Maurizio Carvigno

Gomorra: la serie 4×01/4×02, l’inizio è la mia fine

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Passato e futuro. Non sono solo parole, concetti, stati d’animo o semplicemente fatti temporali. Nel mondo di Gomorra: la serie, sono in realtà due tra i più importanti temi esplorati. Costantemente.

Questo inizio di 4° stagione è probabilmente l’apice di questo dualismo temporale e mentale. Lo è nella struttura, naturalmente, poiché il primo episodio riprende esattamente da dove era terminata la stagione scorsa, mentre il secondo episodio ci catapulta, con un salto temporale improvviso, ad un anno dopo quei fatti.

Ma, più di tutto, lo è nella rappresentazione del mondo e dei personaggi di Gomorra: la serie. La raffigurazione perfetta, senza dubbi, è nel ritratto di Gennaro Savastano. Se nelle scorse stagioni Ciro Di Marzio è stato la figura più tragica in assoluto, soprattutto quello più consapevole dell’inevitabilità del proprio tragico destino, adesso è Gennaro ad ereditare tutto il peso delle azioni fatte. Non solo perché è praticamente l’unico personaggio rimasto dalla prima stagione, ma perché il suo arco narrativo, già complesso, adesso esce fuori definitivamente dal mondo di Secondigliano. Ma quel mondo, e questo è il punto, non esce da lui.

Gennaro Savastano in questi due episodi è l’uomo moderno, nel senso più intrinseco e spregiudicato del termine. Un uomo mosso dagli affetti personali e dall’ambizione, che soffoca gli impulsi d’orgoglio ma, al tempo stesso, non sa frenarsi davanti agli ostacoli. Vittima e carnefice. Perché è lui a disegnare il mondo che vuole, ma lo fa ad immagine e somiglianza del mondo che ha sempre e soltanto conosciuto.

Il difetto della serie, descritto tante volte, rimane ancora: andare molto di fretta e giocarsi velocemente storie che andrebbero meglio approfondite. Ma il punto focale, nonostante la fretta, è raggiunto efficacemente: Gennaro è un “cattivo” che consapevolmente prova a slegarsi dal suo passato, ma quel legame di sangue è talmente forte, e permeato nei giudizi delle altre persone, da non lasciar spazio ad alternative. L’unica soluzione è abbracciare la maledizione della sua provenienza, se tutti vogliono che sia il cattivo della storia, e convivere con la sua natura.

Il futuro di Gennaro Savastano è il suo stesso passato. Ma per Gomorra: la serie far convergere necessità del passato e ambizioni del futuro sembra la miglior strada percorribile.

Lasciarsi alle spalle Ciro Di Marzio è la prova inconfutabile del pregio della serie: rompere lo status quo. Già nel primo episodio, con le avvisaglie dell’ennesima guerra criminale (che comunque più avanti esploderà, è anche normale quando è quello buona parte degli spettatore vuole), il rischio ripetitività era dietro l’angolo. Invece, con lo spostamento geografico di Gennaro, la fine di Ciro, le piazze criminali lasciati a personaggi nuovi o, se già visti, finora poco esplorati, Gomorra: la serie sembra aver brillantemente ricominciato daccapo.

Con coraggio e intelligenza, la serie pare in grado di rigenerarsi senza abbandonare i suoi punti cardini di forza. Invece di girare su sé stessa, come fanno altre serie italiane, Gomorra espande i propri confini e allarga le proprie indagini. Va bene a chi cerca lo spettacolo puramente crime. A chi rimane affascinato dagli elementi essenziali di scrittura, regia e recitazione. E soddisfa chi ricorda le pagine di Roberto Saviano da cui tutto è nato (seppur si spera che aver toccato la Terra dei Fuochi non rimanga solo un pretesto narrativo).

Questo inizio di stagione conferma ciò che sapevamo: al netto di taluni difetti, Gomorra: la serie rimane un prodotto d’avanguardia nel panorama italiano.

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Emanuele D’Aniello

Piccoli Crimini Coniugali: ma esiste felicità che nuvole non tema?

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Piccoli Crimini Coniugali è una brillante commedia nera, scritta da Èric-Emmanuel Schmitt e portata in scena al Teatro Traiano di Civitavecchia da una eccezionale coppia d’attori, Michele Placido (che ne cura anche la regia) e Anna Bonaiuto.

Gilles e Lisa sono una coppia di mezza età. Lui brillante giallista, uomo colto ma caustico. Lei, di una bellezza disarmante, elegante nei modi e nelle parole, ha imparato a vivere all’ombra del marito, di cui è innamoratissima. Prendiamo dunque una coppia come tante, in un ménage consolidato.

Succede qualcosa, un banale incidente. Gilles cade dalle scale e perde la memoria. Il giorno in cui rientra a casa dall’ospedale, a Lisa spetta il delicato compito di aiutare il marito a ritrovare il bandolo della matassa. Una matassa di ricordi, brevi accenni (“la tua poltrona, lì” “aha, io scrivo in mezzo a tutto questo caos?”), sospiri. C’è una sottile aria di tensione ma non riusciamo a capire perché.

Chi è Lisa? Una moglie devota e spaventata. Il tempo che passa la spaventa, l’amore che prova per Gilles la spaventa, il timore che Gilles possa lasciarla per una donna più giovane la spaventa. Timori che Gilles non comprende, paure che Gilles non aiuta a smorzare.

Ci sono gli spettri di un tradimento, c’è una donna molto bella che soffre per il tempo che passa, che soffre per un marito che non riesce a colmare le distanze.

 

Piccoli Crimini Coniugali
Foto di Tommaso Le Pera

Dovevamo saperlo che l’amore brucia la vita e fa volare il tempo“, scriveva Vincenzo Cardarelli.

E questo amore che brucia, divampa nel pomeriggio in cui Gilles torna a casa. E da quel momento, proprio nel ricercare un bandolo quasi scontato – chi sono?, Sei davvero mia moglie?, Quanti libri ho scritto? – si finisce per tornare indietro alla ricerca di cosa davvero successe il giorno dell’incidente. Un po’ come in uno dei gialli di Gilles, appunto.

L’amore è una strada tortuosa. Dovrebbe essere semplice e, puntualmente, non lo è mai. Piccoli Crimini Coniugali in questo è ferocemente diretto. Mancanza di comunicazione, incapacità di ascolto. Due persone che si amano, che si sono amate molto, e che ad un certo punto si assuefanno l’uno all’altra, fino a fingere di non vedere, di non sapere. Finché le perfette scale di vetro che per molti anni hanno accolto i passi, si incrinano e cedono.
Così, Gilles e Lisa assistono impotenti al precipitare del loro matrimonio, come bestie ferite pronte a ricusarsi a vicenda quei passi falsi di cui sono stati entrambi responsabili. Per la prima volta costretti a guardarsi negli occhi e a mettere il proprio cuore ciascuno nelle mani dell’altro.

Michele Placido cura una regia impeccabile. Altrettanto impeccabile è la sua interpretazione. Ma è Anna e la sua Lisa, portata in scena con tenera e caparbia rabbiosità, a fare colpo. Perché la sua Lisa, mai troppo sopra le righe, ma troppo sotto le righe, è la donna che forse – se non oggi domani – alberga in tutte noi. La paura del tempo che passa, la paura di non piacere e piacersi più. Tutto questo Lisa non sa come gestirlo, complice anche un marito che non l’aiuta a capire. Le sue titubanze diventano le nostre. Nei suoi magoni riconosciamo i nostri.

Piccoli Crimini Coniugali mette in piazza la grande crisi. Senza fronzoli. Con qualche risatina amara e un po’ di sgomento. Pure, non impedisce la tenerezza. La stessa tenerezza che, sul palco, vaga attraverso la voce struggente di Ornella Vanoni. La tenerezza di riuscire a guardarsi negli occhi, finalmente scevri da anni di vizi e di mancanze. E riconoscersi. Come una nuova prima volta.

Ma esiste felicità che nuvole non tema? 
Tu potresti ingannarmi ed io non saperlo. 

William Shakespeare

 

Chiara Amati

Cosa abbiamo abbiamo visto quest’anno al Teatro Traiano di Civitavecchia?

  • Le signorine

Le Signorine: una solitudine condivisa

  • Miseria e Nobilità

Miseria e Nobiltà: Felice Sciosciammocca è tornato

  • Colpo di scena

Colpo di Scena: Carlo Buccirosso e il giallo che non ti aspetti

Robert Smith annuncia l’uscita del nuovo album dei The Cure

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Il frontman dei The Cure ha annunciato la pubblicazione del nuovo disco della band, a undici anni dall’uscita dell’ultimo album.

Era il 2008 quando è uscito 4:13 Dream, il tredicesimo lavoro dei The Cure.  

La decisione di pubblicare un nuovo album sarebbe arrivata in seguito all’ispirazione ritrovata da Smith, quando ha dovuto selezionare personalmente i 60 artisti che si sono esibiti durante la venticinquesima edizione del Meltdown Festival a Londra.

Smith ha dichiarato

“Ho ascoltato queste band e ho incontrato così tanti artisti che mi hanno ispirato a fare qualcosa di nuovo. Quindi sì: in circa sei settimane finiremo quello che sarà il nostro primo album da più di un decennio”.

 

Il prossimo giugno la band inglese si esibirà in Italia al Firenze Rocks!, dove condividerà il palco con Editors e Sum 41, e nel Somerset al Festival di Glastonbury sul Pyramid, lo stage più importante. 

Glastonbury 2019: i The Killers e i The Cure saranno gli headliner

Ma i The Cure sono ricordati da tutti soprattutto per i loro grandi successi degli anni ’80.

Quindi, in attesa dell’uscita del prossimo album e dei live, vi propongo questa playlist

Lullaby

Just Like Heaven

Disintegration

In Between Days

Faith

Pictures Of You

A Forest

The Lovecats

Boys Don’t Cry

Friday I’m In Love

Valeria de Bari

Immagine di copertina: Wikipedia

Il caso Cesare Battisti: un libro racconta la storia di uno dei latitanti più ricercati di sempre

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Da anni il nome di Cesare Battisti è inevitabilmente legato alla sua discussa latitanza, alle protezioni di cui ha beneficiato, all’indicibile dolore che ha provocato ai parenti delle persone che ha ucciso.

Paolo Manzo, un giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ricostruisce in un apprezzabile saggio tutta la vicenda dell’ex terrorista italiano.

Gli instant book spesso risultano opere inutili, nate per compiacere l’esigenza del mercato, il bisogno compulsivo di notizie.

Non per Il caso Cesare Battisti. Dagli omicidi fino all’arresto del terrorista più ricercato d’Italia di Paolo Manzo.

Edito da Paesi edizioni, questo libro, pur concepito nei giorni immediatamente successivi all’arresto di Cesare Battisti, risulta uno strumento oltre che agevole, qualità mai trascurabile, anche di ottima fattura.

E il merito va totalmente ascritto a Paolo Manzo.

Freelance e analista politico, con collaborazioni per diverse testate giornalistiche italiane, tra cui La Stampa, Panorama, Il Giornale e Il Secolo XIX, Manzo, dopo aver conseguito la laurea alla Bocconi in Economia internazionale, ha cominciato a fare quello che oggi molti suoi più affermati colleghi non fanno più: raccontare il mondo vedendolo con i propri occhi.

Come giornalista ha viaggiato moltissimo. Dall’ex Jugoslavia, dove ha raccontato gli orrori di una guerra troppo in fretta dimenticata, al Kurdistan turco, passando per l’Argentina. Da alcuni anni Manzo vive e lavora in Brasile e in quella terra di forti contrasti ha concepito Il caso Cesare Battisti.

Come nei migliori libri gialli, questo racconto inizia dalla fine.

Da quel 12 gennaio 2019, quando viene scritta la parola fine sulla latitanza di Battisti, durata quasi quarant’anni.

Una fuga che era cominciata in un’altra era geologica, quando l’Italia e il mondo erano davvero tutt’altro.

A Santa Cruz, in Bolivia, in un afoso pomeriggio di gennaio, Cesare Battisti «capisce in un istante che stavolta è davvero finita.»

Ad attenderlo, in un’anonima stanza dell’INTERPOL, ci sono Emilio Russo, primo dirigente della Polizia di stato, Giuseppe Codispoti, vicequestore della Direzione centrale della Polizia di prevenzione e Sandro Piatto, appuntato della Guardia di Finanza. Battisti li guarda, non dice nulla e poi, semplicemente, si accascia su una poltrona.

Per certi aspetti l’arresto diventa per Battisti quasi una liberazione.

Nella cittadina boliviana l’ex esponente dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo) era arrivato sul finire di ottobre, quando improvvisamente aveva lasciato Cananèia, un paesino brasiliano a circa 260 km da San Paolo, noto soltanto per gli allevamenti di pregiate ostriche.

Il motivo di quella fuga?

Semplicemente politico.

La possibile vittoria di Bolsonaro, alle elezioni presidenziali del Brasile avrebbe reso la permanenza di Battisti nello stato verdeoro, molto difficile. Quella sicura rete di protezione, garantita per anni dai governi di Lula prima e dalla sua delfina Dilma Rousseff poi, a breve sarebbe venuta meno.

Bolsonaro, un «uomo di pochi pensieri e molte frasi ad effetto, con in testa solo due cose: Dio e le armi» in campagna elettorale era stato chiaro: se avesse vinto, Battisti sarebbe stato arrestato.

Il Brasile, che anni addietro aveva accolto il terrorista dalla Francia, dove si era rifugiato, dopo la rocambolesca fuga dall’Italia, non era più un luogo sicuro.

Articolato su sette capitoli, il libro di Manzo rappresenta lo strumento ideale per chiunque voglia approfondire in modo chiaro e non ideologico tutta la vicenda di Battisti.

Non solo quindi, il racconto dell’arresto in Bolivia e dell’ultima ultima fuga, ma anche quello su gli anni trascorsi in Brasile e sulla fitta rete di protezione che permise a Battisti di viverci da uomo libero.

In quel paese l’ex terrorista abitò in diversi posti, compreso Embù das Artes. Località non lontana da San Paolo e famosa solo per aver accolto nel cimitero comunale, sotto falso nome, le spoglie del criminale nazista Josef Mengele.

Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati agli anni che precedettero la sua latitanza.

Manzo ricostruisce i primi passi compiuti da Battisti come comune delinquente, l’adesione ai PAC, gli attentati, i crimini commessi e, naturalmente, l’iter processuale che lo portò a quelle condanne mai accettate. E sì perché Battisti si è sempre definito innocente, negando di aver mai ucciso qualcuno. Rivendicando, anzi, di essere stato vittima di una macchinazione, nonostante diverse condanne passate in giudicato e l’importante parere della Corte di Europea dei Diritti Umani sulla correttezza dei processi.

«Penso che l’Italia menta. Il governo italiano sta mentendo. Ci sono persone che stanno manipolando (…) non sono mai stato ascoltato in nessun momento, né durante l’inchiesta né nella fase istruttoria.»

Un racconto, quello di Manzo, che non tralascia nulla, a cominciare dalla rocambolesca fuga dal carcere di Frosinone.

Era il 4 ottobre 1981 quando un commando liberò Battisti e il camorrista Luigi Moccia dal penitenziario ciociaro. Da qui la sua fuga in Messico e più tardi nella sicura Francia.

Ma forse il capitolo più bello di questo saggio edito da Paesi edizioni, è quello in cui Paolo Manzo racconta delle due volte in cui, in Brasile, incontrò, Cesare Battisti.

La prima volta fu a San Paolo, nel novembre del 2015. La seconda il 7 ottobre 2017.

In entrambi gli incontri Battisti non parlò mai delle sue vicende giudiziarie e forse, proprio per questo, apparve a Manzo per quello che ormai era. Senza i filtri della cronaca, lontano dai riflettori, Battisti sembrò al giornalista «un povero Cristo, distante anni luce dall’immagine d’imprendibile primula rossa.»

Un uomo con pochi soldi in tasca, con amici e parenti rimasti lontani, una persona, fondamentalmente depressa.

Il merito principale di Manzo è quello di descrivere Cesare Battisti senza farsi influenzare.

Non eccedendo in nessun modo, rimanendo lontano da certi cliché, ma anche da certi echi mediatici che sono seguiti alla cattura di Battisti.

Un libro caratterizzato da una narrazione sempre asciutta, fieramente giornalistica, finalizzata a presentare uno dei terroristi italiani più ricercati di sempre, nella sua completezza.

Quella di Cesare Battisti, come ha scritto Paolo Biondani, su L’Espresso «è la strana storia di un assassino condannato dalla giustizia, ma salvato dalla politica.»

 

Maurizio Carvigno

 

Dumbo, gli elefanti sanno ancora volare

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Da un lato, pensare adesso di rifare Dumbo al cinema è abbastanza folle. Sia perché un film in live action tratto da una storia di elefanti e altri animali non ha molto senso. Sia perché il delizioso classico d’animazione Disney durava appena 61 minuti, poco per gli standard di un moderno lungometraggio.

Dall’altro lato, però, pensare adesso di rifare Dumbo è anche geniale. La scarsa durata del film d’animazione presta l’opportunità di spaziare con la fantasia, espandere o proseguire la storia per solleticare l’immaginazione degli spettatori. Oltretutto, il rifacimento in live action dei classici d’animazione, negli ultimi, sta regalando una pioggia d’oro di incassi. E poi c’è Tim Burton, che sulle storie di reietti, diversi, emarginati e ultimi, ci ha costruito la carriera.

Ma qui, onestamente, servirebbe il Tim Burton del 1990, non quello del 2019.

Perché, oltre il materiale d’animazione da cui trae spunto, Dumbo diventa giocoforza un film burtoniano. E questo, non me ne vogliano i suoi ancora tanti estimatori, è croce e delizia del risultato finale.

Il Burton del 2019 non ha l’energia, la visione, l’originalità, o forse semplicemente la voglia, ammettiamolo, di prendere un qualcosa e farlo diventare qualcosa di completamente diverso, di altro e nuovo. Il regista prende tra le mani Dumbo e rifà esattamente la storia che conosciamo, e quando quella trama si esaurisce, la ripiega all’usato sicuro delle sue tematiche, che erano già abusate a fine anni ’90, figuriamoci oggi.

Probabilmente questo nuovo Dumbo farà felici i più piccoli, soprattutto quelli che non conoscono il classico d’animazione, che si affezioneranno subito all’elefantino. Dopotutto, è praticamente impossibile non sorridere di fronte a questa tenera creatura in CGI che fa gli occhi dolci, sorride sotto la proboscide, e non riesce a tirare indietro le orecchie lunghissime. I più piccoli rimarranno ammaliati dai suoi voli, dalle immagini colorate che il film crea.

Ma ai più smaliziati in materia puramente cinematografica, però, sarà difficile digerire l’incapacità di regia e scrittura di donare un’unica anima al film. Pertanto, è impossibile non sottolineare come l’idea di dividere nettamente e drasticamente la storia in due capitoli non giovi al risultato finale in alcun senso.

Dumbo nel 2019 è praticamente due film in uno, nemmeno troppo velatamente. Uno piuttosto classico, uno più tipicamente burtoniano. Vi invito a indovinare quale funziona, prima che io tenti di analizzarlo.

Scherzi a parte, è quasi scontato dire che funziona molto di più la prima parte, quella che organicamente e visivamente segue le orme narrative del classico d’animazione. La prima ora è quasi un remake del film del 1941, con la prospettiva ovviamente passata agli umani, e mantiene intatto quel senso di tenerezza e sentimentalismo leggero che ha fatto la fortuna di quel film. Burton ha la saggezza di evitare la copia carbone, come fece il noiosissimo La Bella e la Bestia di un paio di anni fa. Anzi, il concentrarsi sugli umani ci permette di leggere nuove chiavi di lettura e mettere in parallelo le vicende dell’elefantino a quella dei bambini protagonisti. Una scelta indubbiamente semplice, ma altrettanto indubbiamente efficace.

Poi però, come detto, la storia di Dumbo termina dopo un’ora, e il film, invece di espanderla, decide di chiuderla e cambiare.

Nella seconda parte, quindi, esce fuori tutto il burtonismo più puro e idiosincratico che si possa immaginare. Scenografie gotiche ed espressioniste, scenari che richiamano i b-movies degli anni ’50, un look leggermente più cupo e un’accelerazione sul tema del diverso che non è più solo accettazione, ma lotta per la riaffermazione artistica personale.

Il film, insomma, si abbandona ad essere soltanto un frullatore, privo di qualsiasi forza visiva o innovativa, delle idee di Burton. In taluni punti, con i personaggi ridotti a macchietta (il villain stereotipato di Michael Keaton) o le sottotrame inutili che non vanno da nessuna parte (l’amore per la scienza della bambina protagonista), sembra di assistere ad una parodia dell’estetica e della poetica di Burton fatta dal regista medesimo. Lo stesso Dumbo pare perdersi in una storia che non gli appartiene più e, da protagonista attraverso il quale lo spettatore prova ad immedesimarsi, diventa semplicemente un simpatico animaletto in pericolo che gli umani aiutano.

Oltretutto, fa sorridere la mira che il film sceglie. Criticare le multinazionali che uccidono la creatività dei singoli, nel film di una gigantesca multinazionale che sta comprando tutto il possibile limitando l’originalità, è piuttosto singolare.

Qui, forse, troviamo la fondamentale chiave di lettura. È vero che Burton si è naturalmente invecchiato, e con lui anche i suoi temi che non hanno più la presa e l’innovazione di anni fa. Ma è altrettanto vero, soprattutto, che Burton al lavoro per la Disney finisce inevitabilmente, ancor di più, per edulcorare la propria visione, facendogli perdere emotività e quel pizzico di follia necessario. Il burtonismo è oramai preconfezionato.

La Disney degli ultimi anni è una “formula”, e Burton, che da sovversivo visionario è diventato un marchio stranoto e prevedibile, è perfetto per sfruttare la formula invece di rivoluzionarla. Nessuno, sia chiaro, pretendeva che un film dal titolo Dumbo potesse segnare la rinascita di Burton o la rivoluzione in casa Disney. Ma è altrettanto doveroso constatare lo stato delle cose, con un pizzico di velata amarezza.

Perlomeno, Dumbo rispetta esattamente le aspettative della vigilia: un pastrocchio narrativo che farà felici i bambini e sarà dimenticato nello spazio di qualche settimana. Per tornare a sognare al cinema, cerchiamo qualcosa di persino di stupefacente di un elefante che vola.

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Emanuele D’Aniello

MasterChef Italia: con Giorgio Locatelli anche il minestrone è gourmet!

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Tra sole due puntate conosceremo il nome del vincitore di Masterchef Italia 8.

Ma prima di parlare di ciò che ci aspetta stasera alle 21 su Sky Uno, soffermiamoci su cosa è successo una settimana fa. La competizione è arrivata a un livello altissimo e si sente. Si ride meno, aumenta la tensione tra i concorrenti, le prove si fanno più dure. Arrivano le richieste inaspettate. Prima fra tutte: preparare un minestrone! Sembra una cosa da nulla: chi non cucina minestroni a casa? Peccato però che a nessuno verrebbe in mente di andare al ristorante per mangiare un brodo pieno di verdure!

La sfida quindi è questa: rendere appetibile anche una zuppa vegetale.

E chi può darne una dimostrazione se non Giorgio Locatelli, lo chef che durante le selezioni ha mostrato come preparare un’insalata invitante? Il segreto consiste nel valorizzare il sapore dei singoli ingredienti, curare i dettagli, impiattare con cura. Et voilà: un minestrone gourmet che non ci dispiacerebbe affatto mangiare.

Sicuramente inaspettata è stata la partecipazione all’Invention test di uno dei nomi più importanti della cucina internazionale: Marco Pierre White.

Di quella volta che Massari uscì dalla cloche

Se nell’ultimo articolo avevo lamentato l’assenza di ospiti in questa nuova edizione, devo dire che mi sono dovuta ricredere. Marco Pierre White ha ottenuto giovanissimo tre stelle Michelin. Nella sua cucina hanno mosso i primi passi chef come Gordon Ramsey. È un sognatore, un uomo gentile e dall’animo molto appassionato. Il suo discorso iniziale commuove tutti (anche me), soprattutto Cannavacciuolo.

Non è compito mio dirvi cosa fare nella vita. Se avete un sogno, allora seguitelo. Non importa quanti sbagli io abbia fatto nella vita, non mi sono arreso. Ma o sempre fatto una cosa: ho sempre imparato dai miei errori, perché senza errori non scoprirete mai la perfezione. Non importa come ci arriverete, l’importante è arrivarci. Se avete un sogno, avete il dovere e la responsabilità di realizzarlo.

I concorrenti hanno dovuto riprodurre un piatto dello chef (il più semplice!). White ha dato diversi consigli e suggerimenti ai giovani aspiranti cuochi, guardando nell’animo di ciascuno di loro. Molti i complimenti (soprattutto per Valeria, Giuseppe e Alessandro), ma non sono mancati anche giudizi abbastanza duri.

Ma la giornata di lavoro nella cucina di MasterChef non si è di certo conclusa lì.

Subito dopo la prima eliminazione della puntata, i concorrenti rimasti hanno dovuto formare tre brigate da due. Ciascuna coppia si è occupata della preparazione di un piatto da sottoporre al giudizio di ben quindici critici gastronomici italiani, i migliori. Una prova sì, ma anche una grandissima opportunità per essere notati. Ma i concorrenti non riescono ad a comprenderlo. I loro piatti sono poco innovativi, poco coraggiosi. Vincono i tortelli di ricotta e arancia candita di Valeria e Alessandro un dolce che gioca sull’originalità.

Sempre scorrendo alcuni commenti sui social, molti spettatori considerano questa edizione la più povera di talenti veri. Non condivido questo giudizio, ma vedo poco rischio. Tutti vanno sempre molto sul sicuro, sul semplice. Sembra che la paura di sbagliare, paralizzi piuttosto che ispirare. Forse perché si è un po’ persa l’idea di gioco. Ma non in MasterChef, nella vita, in generale. Ci ritroviamo in un mondo molto competitivo, soprattutto a livello lavorativo. Emergere dalla massa per essere notati è un po’ il must dei nostri tempi (pensiamo solo a come sgomitiamo per essere visibili sui social network). Peccato che si stia perdendo di vista il come si emerge dalla massa.

Un’altra cosa che mi sembra di notare nell’ottava edizione di MasterChef è la mancanza di forti contrasti tra i concorrenti.

Non ci sono grandi scontri, ma neanche grandi amicizie. Ognuno pensa a sé e, occasionalmente, si allea con gli avversari, ma sempre per un rendiconto personale. Colpisce come Guido e Giuseppe se ne siano dette di tutti i colori, incolpandosi a vicenda per la mancata vincita della prova in brigata, per poi abbracciarsi due minuti dopo alla notizia che avrebbero lavorato insieme. C’è molta indifferenza, poca attenzione agli altri. E tanto giudizio, come ci dimostrano costantemente le espressioni di Gilberto, duramente (e giustamente) ripreso da Joe Bastianich durante la scorsa puntata.

Al di là di tutte le considerazioni che possiamo fare, ciò che conta, alla fine, sono i piatti. E chissà cosa ci aspetta nella puntata di stasera!

Federica Crisci

 

“Ecuba” in scena con Francesca Benedetti. What else?

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Tantum religio potuit suadere malorum.

Con queste parole Lucrezio commenta l’ingiusta uccisione di Ifigenia nel De Rerum Natura. La figlia di Agamennone venne sacrificata per far partire la spedizione dei principi greci contro Troia. Con una ring composition degna del suo genio, Euripide riprende il motivo originariamente iliadico e lo riconduce a Troia per aprire la tragedia dei vinti, Ecuba.

La regina fiera interpretata da Francesca Benedetti è uno dei personaggi femminili delineati con maestria dal tragediografo classico.

Una donna che in tutto e per tutto potrebbe considerarsi vinta, ormai schiava dei Greci dopo l’assedio della sua città e mater dolente per la perdita di molti figli, a partire dal grande Ettore.

Un caffè con la Musa: intervista a Francesca Benedetti, l’ultima Diva del teatro italiano

Sul palco del Teatro Arcobaleno di Roma la regina piange la figlia Polissena, ennesima vergine sacrificata per rendere i venti propizi e far ripartire i vincitori, e l’omicidio di suo figlio Polidoro, ucciso proprio da chi doveva proteggerlo dalla guerra di Troia (Polimestore).

Poco convincente Viola Graziosi nei panni della figlia di Ecuba. Troppo meccanica, molto retorica. Premesso che recitare un testo classico è una sfida ardua, Graziosi non può essere considerata l’erede spirituale di Benedetti (nonostante il gesto di quest’ultima, che alla fine della prima ha consegnato alla collega l’omaggio floreale, quasi a voler passare il testimone). Flebile anche il coro interpretato da Maria Cristina Fioretti ed Elisabetta Arosio.

Se dunque le presenze femminili in scena non eguagliano “la regina”, sono quelle maschili a rendere interessante lo spettacolo di Giuseppe Argirò. Agamennone (Sergio Basile) e Polimestore (Gianluigi Fogacci) sono stati i caratteri più riusciti: hanno saputo reggere bene il testo classico attualizzandolo con un’interpretazione moderna, scattante e sicuramente meno affettata di quella di Polissena.

Che dire quindi di questa Ecuba?

Ho apprezzato l’idea di mettere dei video alle spalle degli attori, a mo’ di scenografia. Ho gradito meno il look borghese degli eroi. Se non si vuole proporre il classico, quantomeno si innovi (mi viene in mente un Edipo Re – che vidi al Teatro Vascello qualche anno fa – con indosso una giacca fatta interamente di mollette).

Ho condiviso poco anche le scelte sul testo: troppi spazi vuoti rendono il testo lento, soprattutto nella prima parte. È vero che Francesca Benedetti può reggere il palco da sola, ma perché abusarne? Lo conferma la signora seduta accanto a me che ha russato animatamente durante tutta la prima ora dello spettacolo, per poi svegliarsi di colpo con l’accecamento di Polimestore!

Per concludere, mi sembra quasi pleonastico affermare che la tragedia in sé meriterebbe.

Vi è nel personaggio di Ecuba tutta la scaltrezza femminile che Euripide instillò anche nella sua Medea per lasciare che gli uomini la commentassero con piglio misogino, mentre venivano sopraffatti.

Lascio per il finale di questa recensione una piccola polemica, sperando che il lettore e i professionisti dello spettacolo dal vivo non me ne vogliano troppo a male: come ho già palesato per il “caso Montesano” nei panni di Rugantino, trovo assolutamente innecessaria questa tendenza a voler omaggiare i grandi attori portandoli a vestire ancora una volta i panni dei personaggi che li hanno caratterizzati nel corso della loro carriera.

Con tutto il dovuto rispetto, ma Ecuba e Polissena in scena non hanno l’età appropriata per rivestire i rispettivi ruoli, considerando la giovane età in cui si sposavano le donne greche. Continuerò a ripeterlo: il pubblico merita rispetto, come anche il testo che viene proposto.

Alessia Pizzi

Anna dei miracoli e la potenza delle parole che va oltre, in tutti i sensi

“Ora devo insegnarti…una parola…tutto”

Titolo originale: The Miracle Worker 
Regista: Arthur Penn
Sceneggiatura: William Gibson
Cast Principale: Anne Bancroft, Patty Duke, Andrew Prine, Victor Jory, Inga Swenson
Nazione: USA
Anno: 1962

Esiste, nella nostra Storia, una lunga serie di bambini prodigio. Piccoli geni che, sin da subito, hanno mostrato capacità e doti in un settore, partendo già dove molti altri erano arrivati dopo anni di studio: si pensi a Wolfgang Amadeus Mozart. Altri invece hanno fatto la differenza, lottando contro pregiudizi e, perfino, limiti imposti dalla natura, dimostrando che tutto è possibile, se fatto con impegno e buona volontà. Tra queste persone c’è la poco nota scrittrice Helen Keller, dalla cui biografia il regista Arthur Penn dedicherà il film “Anna dei miracoli”. 

Helen nasce in Alabama nel 1880 ma, a poca distanza dal primo anno di età, diventa cieca e sorda per colpa di un malanno. Il mondo in cui crescerà sarà buio e senza regole, poiché come si può insegnare a chi non può sentire né vedere? È impossibile! Trattata quindi come qualcuno da compatire, le viene concesso tutto ciò che vuole. Nessun può contrastarla, nessun può dirle niente. Dai parenti, che durante i pasti vedono prendersi il cibo nei piatti mentre lei girovaga intorno al tavolo senza posate o un piatto; alla servitù che la teme, sia per la sua imprevedibilità sia per il suo modo di comportarsi.

Superati i 6 anni, la bambina è un misto tra il viziato e un animale da compagnia allo stato brado. La famiglia, pur volendole molto bene ma non sopportando più il comportamento della piccola, convinta che ormai non ci sia più niente da fare, sta già pensando di portarla in un  ‘ospizio per malati mentali’. La madre Kate però vuole tentare un’ultima carta: chiamare, da un celebre istituto di Boston, qualcuno che si occupi di Helen e provare a farle da istitutrice.

Viene così inviata la giovane Anne Sullivan (Anne Bancroft).

Questa ha un’infanzia traumatica che ancora la perseguita nel sonno: anch’essa gravemente ipovedente, ha vissuto da piccola insieme al fratello nell’ospizio per malati mentali, dove quest’ultimo è anche morto. Sapendo quindi ciò che potrebbe accadere alla giovane Hellen se finisse lì, Anne arriva a casa Keller forte e con un’idea già in testa: la bambina deve imparare a esprimersi. Come? Con la compitazione tattile: un alfabeto con le mani usato dai monaci che avevano fatto voto di silenzio. Il vero ostacolo è insegnare alla bambina che ad ogni cosa corrisponde una parola. Inoltre sarà ancora più difficile, visto che Hellen risulta molto viziata: da quando è nata, non le è mai stato fatto capire il “no”.

Per salvarla, Anne deve portare via Hellen dai genitori. Non in un altro paese: basta una piccola dependance ai limiti della proprietà, così che la piccola creda di essere nelle mani esclusive di Anne e i genitori possano vederla. Tra la bambina e l’istitutrice non sembra però andare bene. Hellen non capisce e i genitori la rivogliono comunque a casa. Anne però non vuole rinunciare:

“Voi vi arrendete: secondo me è questo il peccato originale!”

Riusciranno la sua perseveranza e il suo credere nelle capacità di Hellen a far sì che avvenga…il miracolo?

Basato sull’omonimo spettacolo teatrale, poi diventato un teledramma, il film di Arthur Penn non è solo una pellicola sull’ideologia e il sentimentalismo, ma cerca di avvicinarsi quanto più possibile alla fisicità, soprattutto l’assenza di una parte di queste. Si pensi ai flashback di Anne, ai tempi del manicomio: sfocate, ingrandite, come nelle visioni di una bambina piccola che vede pochissimo.

Anna dei miracoli
(Fonte:https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_dei_miracoli#/media/File:AnnaDeiMiracoli.png)

Altra grande potenza è nello scegliere le due interpreti dello spettacolo teatrale originario, che per la loro complicità e bravura nelle difficile parti, vinceranno entrambe l’Oscar come miglior Attrice Protagonista (Anne Bancroft) e Non Protagonista (Patty Duke). Quest’ultima, anche ben diretta da Penn, ci fa capire bene cosa prova Hellen: il suo modo di cercare l’esistenza, di uscire dalle tenebre, ma anche la sua voglia di rimanere ancorata alle sue abitudini e ai suoi vizi.

Lo spettatore si mette nei suoi panni: la lunga serie di piani lunghi ci mostra anche la difficile vita della bambina, senza pregiudizi o sentimentalismi, con i suoi ostacoli che lei deve afforntare nel suo cammino, psicologico e fisico.

3 motivi per vedere il film:

– Patty Duke, in una parte complicatissima come quella di una sordo-cieca

– La poesia dei dialoghi

– Il finale

Quando vedere il film:

Una sera, possibilmente con bambini e/o adolescenti: crudo, ma non cruento e può insegnare molto, dall’umiltà al rispetto.

Ecco l’ultimo appuntamento del Cineforum:

In “Fargo”, la stupidità della violenza spiegata a colpi di black humor

Francesco Fario

“Il gabbiano” di Cechov vola al Quirino con Massimo Ranieri

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Dalla collaborazione tra Giancarlo Sepe e Massimo Ranieri prende il volo al Teatro Quirino di Roma Il Gabbiano di Cechov, dal 19 al 31 marzo.

Perché andare a vederlo? Nel bene e nel male è una rielaborazione della grande opera di Cechov mai vista prima. Un testo teatrale partorito con dolore Il Gabbianoche dalla prima mise in scene al Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo, quando ebbe un clamoroso insuccesso, è diventato uno dei lavori più rappresentati nella storia del teatro.

E anche adesso non manca di stupirci perchè quello di Sepe è un adattamento spregiudicato dell’opera con un’architettura scenografica  imponente e con sei attori di prim’ordine, tra i quali spicca Caterina Vertova nelle vesti di Irina Arcàdina.

La storia di Treplev, scrittore incompreso, del suo amore per Nina, il suo rapporto di odio/amore con la madre Irina, un’anziana e famosa attrice, e poi tutti gli altri splendidi personaggi con le loro intense storie scritte magistralmente dal giovane Čechov, rivivono in questo originale spettacolo.

I quattro atti della rappresentazione originale sono condensati in due parti che, compreso l’intervallo, hanno la durata complessiva di due ore circa. Occorre avere una conoscenza preliminare della versione classica dell’opera, secondo il mio giudizio, per comprendere pienamente l’intento rivoluzionario del regista.

Analizziamo ad esempio il ruolo di Massimo Ranieri nella parte del figlio, che rappresenta il corpo della narrazione, il teatro nel teatro che caratterizza il dramma di Cechov. Il Gabbiano Cechov teatro quirino massimo ranieri

Ranieri risulta una presenza inserita nel contesto come elemento di caratterizzazione forte dello spettacolo, poichè non si amalgama con il carattere drammatico degli attori di mestiere ma si pone come figura narrante e atemporale nel gruppo dei protagonisti, collaborando al riduzionismo dell’opera.

Canta l’amore, sfondo integratore della storia, con otto appassionate interpretazioni della canzone d’autore francese trasformando Trepliòv in una perfetta riedizione del classico chansonnier parigino Con Brel, Camal, Aznavour e gli altri si presta a compiere questa azzardata contaminazione con un velo di prudenza, che non teme di nascondere.

I temi centrali del pensiero di Cechov riguardo questa scrittura sono l’arte e la sua ragione d’esistere, il teatro come forma aulica della creatività e il  labirinto interiore nel quale la vita dell’attore si svolge senza soluzione di discontinuità con la finzione scenica.

E in questo sistema amplificato dei sentimenti e delle passioni i mezzitoni svaniscono e l’essere umano si trova ad essere esponenzialmente glorioso o sprofondato dalla mediocrità.

Sepe rappresenta tutto questo in un’ottica di modernità, condensando il ripiegamento introspettivo dei personaggi; sicuramente una prospettiva seducente per lo spettatore che si avvicina ai classici russi senza una preparazione adeguata.

Ma per i puristi forse qualche perplessità potrebbe nascere perchè il carattere dell’opera nasce come come un’allegoria psicologica continua che si giova di grandi riferimenti come Shakespeare, del quale Cechov era grande ammiratore.

Con tutte le perplessità del caso, è comunque  uno spettacolo da vedere per parlarne, e parlarne ancora…

Che siano proprio queste intemperanze a rendere vivo l’interesse per i grandi del teatro?

Massimo Ranieri getta l’incantesimo con Malìa napoletana al Teatro Quirino

 

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IL GABBIANO ( à ma mère ) da Anton Cechov con Massimo Ranieri

Adattamento e regia Giancarlo Sepe – Caterina Vertova – Pino Tufillaro – Federica Stefanelli – Martina Grilli – Francesco Jacopo Provenzano

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Antonella Rizzo

 

 

Steven Tyler compie 71 anni e festeggia i 50 anni degli Aerosmith

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Steven Tyler compie 71 anni e festeggia con i ragazzi di Boston anche i 50 anni della band sul palco del Park Theater di Las Vegas

Per il cantante degli Aerosmith siamo ormai a 71. Alla sua veneranda ma ben portata età, non si può negare che abbia sempre dato il meglio di sé. Dagli anni ’70 ’80, il cantante degli Aerosmith continua ad essere icona di stile artistico e rappresentante di quel proibito che si osserva dal basso, con l’affascinante ostilità di un pubblico che giudica ma che pone spesso un “però” davanti alla propria sentenza.

Perché? Perché Steven Tyler, prima della droga, è per tutti quello di I don’t want to miss a thing. Perché è quell’americano da “Yeah, man!” che va dai lontani parenti italiani nella ridente Cotronei a parlare con tutti, probabilmente senza capire un accidente. Perché il cantante degli Aerosmith è l’uomo dalla bocca grande che ha trovato con la sua band un posto sul palco di Boe a Springfield. E si sa, quando sono I Simpson a sceglierti, allora sei una vera Rock Star.

Steven Tyler compie 71 anni, ma è come se fosse fermo ai 38 con i quali ha festeggiato il ritorno in scena mentre buca il muro di Walk this way, affiancato dall’immancabile chitarra di Joe Perry. Con lui festeggiamo l’emozione di ogni singola nota, quel brivido senza età che colpisce tutti nel momento in cui Back in the saddle again giunge al primo acuto.

Insomma, non importa quanti anni hai. Puoi non sapere che lui ha cominciato la carriera strimpellando al Lago Sunapee. Puoi anche essere troppo giovane per averlo visto giovane. Chiudi gli occhi e quel vecchietto con i capelli potenzialmente tinti diventerà la voce che ti regalerà un battito in più.

1948: la nascita di un mito

Il 26 marzo 1948, baby Steven mette piede nel mondo e dai primi vagiti cerca l’intonazione giusta. Il papà e la mamma, esperti di musica, vedono proprio nel pentagramma la salvezza di quel figlio problematico che di facile non avrebbe avuto solo l’intonazione.

Steven, infatti, giunto alla bellissima età di 22 anni, si trasferisce a Boston per fare fortuna. Con lui ci sono alcuni di quelli incontrati durante una carriera iniziata al Trow Rico Lodge al Lago Sunapee (New Hempishare), il locale con intrattenimento musicale della sua famiglia.

La strada fino al 1325 di Commonwealth Ave non è di certo stata breve. Dietro alla via, gruppi nati e gruppi persi, vecchie amicizie e nuovi compagni di droga, sesso e Rock’n Roll. Quali? Joe Perry, Tom Hamilton, Joey Kramer e Brad Whitford.

Steven Tyler: un cantante fatto della stessa sostanza dei suoi eccessi

Potremmo dire che il cantante degli Aerosmith fosse fatto della stessa sostanza dei propri eccessi. Esperto degli effetti stupefacenti di ogni tipo di droga, tuttavia, Steven Tyler non era di certo l’unico. Fin dagli inizi, tutti i componenti della band hanno i propri vizi. Tra questi, il chitarrista Joe Perry è l’anima tenebrosa dei “Toxic Twins”, come vengono etichettati lui e il front-man.

L’abuso di alcol e droga accompagnano gli Aerosmith per moltissimo tempo. Dal discreto esordio nel 1973 con l’album Aerosmith al Toys in the Attic da 8 milioni di dischi, la vita della band passa dai riflettori del palco alle luci della cronaca. Giunti al buono seppur non strepitoso per la Critica Night in the Ruts, la tossicodipendenza li ha ormai fatti stonare. Il 1984 è l’anno del ricongiungimento dopo 5 anni di abbandoni, progetti andati male e debiti da pagare.

Il rap e gli Aerosmith: il grande ritorno

È proprio quando il Rap si è ormai fatto largo nel mondo discografico che gli Aerosmith tornano definitivamente alla ribalta. Nell’86, i Run DMC rifanno la canzone Walk this Way. Rick Rubin, produttore dei ragazzi, ha un’intuizione. Vuole unire i Toxic Twins e i Run DMC nel rifacimento rap del brano. Quindi contatta Tim Collins, all’epoca manager degli Aerosmith.

L’impresa è ardua. La tossicodipendenza non permette a Tyler e Perry di stare in piedi. Gli stessi Run DMC hanno qualche dubbio di fronte a quei due che nemmeno conoscono, sebbene utilizzino una delle loro canzoni. La versione dell’86 di quel brano nato dal Frankenstein Junior di Mel Brooks raggiunge la 4° posizione della Top10 americana. Per non parlare del video: gli Aerosmith su MTV, praticamente sempre.

Bye bye drugs (maybe)

In tutto questo, la droga e gli eccessi ad un certo punto dovevano sparire, o almeno farlo credere. Messi alle strette soprattutto da Tim Collins, tutti i membri della band vengono costretti, chi più chi meno, a rimettersi in sesto. Quella di Steven è tra le disintossicazioni più serie sebbene una delle tante. È sicuramente tra le più significative, non solo per lui.

Negli anni, Steven Tyler aveva avuto Mia dal burrascoso matrimonio con Cirinda Foxe. Aveva riconosciuto al mondo (perché in realtà lo aveva sempre saputo) di essere il padre di Liv, avuta con la trasgressiva Bebe Buell. E poi erano nati Chelsea e Taj dal sorprendentemente duraturo matrimonio con Teresa Barrick. Nella sua vita così annebbiata dalle sostanze, avevano comunque trovato posto gli affetti e l’amore, anche se con qualche trasgressione che aveva fatto nascere delle belle canzoni (si pensi a Love in Elevator).

Da Walk this way alla Walk of Fame

Quello di Walk This Way è sicuramente un ritorno in grande stile. Da quel momento la band riprende la carriera e attira anche i più giovani, a dispetto dei dubbi delle case discografiche. Nascono le intramontabili Dude (Looks Like a Lady), Janie’s got a guns, What It Takes e tante altre. Il cantante degli Aerosmith diventa quindi “quello della canzone di Armageddon” e di tanti altri brani che hanno portato alla band un bel po’ di premi, fino alla recente stella sulla Hollywood Walk of Fame.

Il cantante degli Aerosmith oggi

Oggi, Steven Tyler è un cantante che ha mantenuto la sua anima rock unendola al genere country. Dovete sapere che la veste del Cowboy gli è sempre piaciuta, tanto da portata  in Italia nel 2018 con il suo We’re All Somebody from Somewhere assieme alla band The Loving Mary.

Non è stato l’unico. In questi anni, non solo il cantante degli Aerosmith ma tutti i membri del gruppo hanno portato avanti progetti personali. Tanti sono stati i rischi di scioglimento e qualche simpatica figuraccia (che non manchi mai, per carità!), ma anche la band è arrivata a spegnere un sacco di candeline: 50.

Potevano non festeggiare 50 anni di carriera con del buon vecchio Rock? Dal 6 aprile al 4 dicembre 2019, Steven Tyler sarà con gli Aerosmith al Park Theater (Park MGM Resort) di Las Vegas. Ci saremo anche noi per regalarvi un po’ di buona musica sui nostri canali! #Stevenwearecoming

Musei Vaticani, dove l’arte diventa “divina”

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Tra i più grandi e importanti musei di tutto il mondo, già nel loro nome, Musei Vaticani – al plurale – fanno subito intendere la quantità impressionante di opere contenute ed esposte al loro interno. Il percorso di visita oggi, assai vario, si articola all’interno della sale del Palazzo Apostolico, delle stanze private degli appartamenti di alcuni pontefici, fino ovviamente alla straordinaria Cappella Sistina. Non un museo classico quindi, ma un contenitore plasmato durante i secoli in grado di raccontare l’intera storia dell’umanità.

Tutto ebbe inizio con la raccolta di sculture di papa Giulio II della Rovere nei primi anni del 1500 ed esposta nel cosiddetto “Cortile delle Statue”, oggi Cortile Ottagono, al centro del Palazzo del Belvedere.
In seguito quasi tutti i papi suoi successori, si adoperarono per ampliare sempre di più e senza mai smettere, questa preziosa e immensa collezione di capolavori. Non solo collezionando opere antiche, ma chiamando a raccolta per la loro impresa i migliori artisti di ogni tempo – Bramante, Raffaello, Michelangelo fino al più contemporaneo Giuseppe Momo – a cui affidare la serie di decorazioni artistiche oggi visibili e la realizzazione architettonica dei palazzi in cui esporre le proprie collezioni.

cappella sistina roma

I Musei Vaticani dispongono quindi di una collezione talmente ampia e variegata, che non sarà difficile trovare ciò che più ci aggrada. Per gli amanti del mondo antico, basterà visitare il Museo Etrusco, il Museo Egizio o il Museo Etnologico per vedere raccontata interamente la storia degli antichi popoli italici e orientali. Il grosso della collezione ovviamente è di epoca classica, il mondo greco e romano è il vero protagonista dei Musei: un trionfo di bianchi marmi e tra i massimi capolavori meritano una menzione l’Apoxyomenos, l’atleta ritratto mentre si deterge il braccio con lo strigile; il delicato e raffinato Apollo del Belvedere; il celebre Augusto Loricato di Prima Porta e ancora il Laocoonte, il sacerdote troiano ritratto negli ultimi istanti di vita insieme ai figli, avvolti da giganti serpenti, capolavoro del Cortile Ottagono del Museo Pio-Clementino.

cappella sistina roma

Non mancano poi le curiosità, come per esempio la Sala degli Animali, un vero e proprio “zoo di pietra” in cui sono esposte statue e mosaici raffiguranti le più diverse specie animali, o le impressionanti dimensioni delle sculture esposte nella Sala Rotonda, in cui spiccano la colossale statua in bronzo dorato di Ercole e la monumentale tazza in pregiato porfido rosso la cui circonferenza misura ben 13 metri!

Salendo al piano superiore, si attraverseranno le lunghe ali laterali del Palazzo, suddivise al loro interno in tre sbalorditive galleria. Abbagliante nel suo color oro, è la Galleria delle Carte Geografiche, le cui pareti sono interamente affrescate con le mappe delle regioni italiane e le piante prospettiche delle città principali: un viaggio nell’Italia ancora non unita, ma già ben presente nell’immaginario di papa Gregorio XIII che, alla fine del 1500, la fece realizzare appositamente per poter “visitare” l’intera penisola senza mai uscire dal suo palazzo!

Ma ancor più curioso sarà forse poter ammirare gli appartamenti privati di ben due pontefici, quelli di papa Alessandro VI Borgia, affrescati da Pinturicchio e quelli voluti da papa Giulio II interamente decorati da Raffaello. Qui l’Urbinate realizzò alcuni capolavori in un tripudio di bellezza che stanza dopo stanza racconta il viaggio della Chiesa: dall’imperatore Costantino a Giulio II, tra episodi dal sapore leggendario come l’Incendio di Borgo o dal profondo significato filosofico come la Scuola di Atene, con tutti i grandi pensatori del passato.

Chi ama il passato, non potrà perdere la visita della Pinacoteca Vaticana al cui interno sono custodite tele realizzate dagli artisti più importanti del Rinascimento e del Barocco: Leonardo da Vinci, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Guido Reni, solo per citarne alcuni. Chi invece preferisce l’arte più “moderna” troverà il proprio paradiso nella sezione della Collezione d’Arte Moderna e Contemporanea, dove sono esposte opere di artisti del calibro di Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Matisse, Dalì, Chagall e Bacon. E il percorso dei Musei Vaticani, non poteva che concludersi nella Cappella Sistina con i meravigliosi affreschi di Michelangelo del Giudizio Universale e dei riquadri della volta con la celebre Creazione di Adamo e gli altri episodi della Genesi.

cappella sistina roma

Accompagna all’uscita un ultimo capolavoro: la suggestiva Scala Elicoidale, realizzata nel 1932 da Giuseppe Momo, una lunga discesa che diventa sempre più ripida, i cui gradini man mano che si scende, diventano sempre più piccoli e numerosi, una chiocciola vorticosa tutta da ammirare!

cappella sistina roma

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Il nome della rosa, la serie, continua a deludere

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La prima puntata della fiction della Rai Il nome della Rosa aveva lasciato qualche dubbio. La seconda quelle perplessità le aveva decisamente rafforzate. Ma è dopo il terzo episodio che determinate convinzioni si trasformano in granitiche certezze.

Il nome della rosa, la serie, continua a deludere.

Questa volta non c’erano in concomitanza le temutissime partite di calcio.

Nessuna Juventus a strappare potenziali telespettatori, ma solo, purtroppo, L’isola dei famosi e, principalmente, la disaffezione verso un prodotto che, al netto di qualsiasi commento, non entusiasma.

L’emorragia di ascolti, evidente già in occasione della seconda puntata, quando dai 6.501.000 dell’esordio, si era passati a 4.727.000, è continuata.

Lunedì scorso a vedere la terza puntata dell’atteso colossal Rai sono stati 3.894.000, 800.000 spettatori in meno, numeri decisamente importanti.

Si dirà che gli ascolti non sono sinonimo di cattiva qualità ma, per il mondo televisivo rappresentano, pur sempre, un dato non del tutto trascurabile.

Giunta quasi alla fine, manca solo una puntata che andrà in onda il prossimo 25 marzo, la celebrata serie tv del Il nome della rosa continua a lasciare perplessi.

Le ombre intraviste nella prima attesissima puntata e non fugate nella successiva, rimangono e anzi si rafforzano dopo la visione della terza.

Il nome della rosa: una serie che non convince appieno

Il progetto televisivo rimane ambizioso ma deludente.

Si fa fatica a rimanere davanti alla TV e gli sbadigli, onestamente, non si contano.

La lentezza, che si sperava potesse svanire dopo gli impacci iniziali, non solo rimane ma caratterizza la serie televisiva stessa.

La terza puntata è la peggiore di quelle fino ad ora andate in onda.

L’iniziale sensazione di un prodotto troppo “romanzato” e piegato ai gusti del mercato, si è acuita.

La distanza dal capolavoro di Umberto Eco, che nelle prime due puntate si era già palesata, diventa nel corso di questa terza puntata evidentissima.

Così come la volontà del regista e degli sceneggiatori di percorrere “vie parallele.”

D’accordo non seguire pedissequamente il libro, tanto meno il film di Annaud, si tratta, pur sempre di una fiction, ma esagerare appare eccessivo.

Le mille vite di un capolavoro: Il nome della rosa

In tal senso la storia fra il novizio Adso e l’Occitana è la cifra di questa smisurata distanza.

Troppo “romantica”, esageratamente stucchevole, poco credibile nel contesto di tutto il progetto narrativo.

Della “bestialità” dell’atto, che tanto sapientemente Eco aveva descritto nel suo libro, non c’è davvero nulla.

Così come poco risalto viene dato al travaglio interiore del novizio benedettino, perfettamente captato dal silenzioso Guglielmo.

Discutibili sono anche le ricorrenti divagazioni storiche.

Se nella prima puntata erano sembrate ben inserite nel tessuto narrativo, nella terza puntata trasbordano, con il risultato di sviare completamente lo spettatore.

Ma andiamo nello specifico di questo penultimo episodio della fiction.

Non convince per nulla, la resa della dotta disputa che contrappone francescani e delegati papali sull’annosa questione del rapporto fra povertà e chiesa.

Quella che è stata magistralmente raccontata da Eco in pagine filosoficamente e teologicamente memorabili e superbamente descritta nel film di Jean Jaques Annaud, qui viene derubricata a poco più di una gazzarra da mercato, con tanto di parolacce e scazzottata finale.

Ancor meno persuade il confronto sulla serissima questione del riso che, nonostante l’ottima interpretazione di Turturro che, nei panni di Guglielmo, sottolinea come il ridere sia una prerogativa del genere umano, viene inopportunamente ridimensionata, mentre avrebbe meritato un giusto e opportuno spazio.

Ancora una volta delude il buon Stefano Fresi che, invece, sta ottenendo meritati consensi nel bel film diretto da Walter Veltroni.

Spiace dirlo ma l’attore romano continua a non convincere nei panni del mefistofelico Salvatore e questa volta non per lo schiacciante confronto con il geniale Ron Perlman del film.

La scena in cui il Salvatore televisivo cerca di spiegare a un perplesso Adso il perché abbia nel sacco un gatto nero, ricorda più il Fracchia di Paolo Villaggio, che il babelico frate ex dolciniano.

Ma non solo spine, per fortuna.

Conferma la sua bravura Fabrizio Bentivoglio.

Da applausi l’intensissimo dialogo fra il suo Remigio da Varagine e frate Guglielmo da Baskerville.

La caratterizzazione del personaggio, così diversa da quella del film, è ancora una volta pienamente convincente.

Una scelta condivisibile, che offre una lettura diversa a un personaggio comunque non marginale.

Conferme anche per Turturro e Rupert Everett.

Quest’ultimo è totalmente calato nel personaggio del temibilissimo Bernardo Gui, specie quando pone il suo sguardo inquisitore sul timoroso ed esitante Remigio.

Rimane, ormai, da vedere solo la quarta puntata ma la sensazione è che difficilmente questo ultimo appuntamento potrà spostare di molto un giudizio che, al netto di tutto, rimane complessivamente negativo.

Il desiderio di rivedere e in fretta il capolavoro di Jean Jaques Annaud, mentre scorrono i titoli di coda di questa terza puntata, si fa sempre più forte, anzi decisamente insopprimibile.

Ad maiora.

 

Testo: Maurizio Carvigno

Foto: Fabio Lovino su concessione della Rai 

 

 

 

 

Festival di Glastonbury 2019: istruzioni per l’uso

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Il Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts, conosciuto come festival di Glastonbury, è un festival di musica che si tiene nel Somerset in Inghilterra, l’ultimo weekend di giugno.

Glastonbury 2019: i The Killers e i The Cure saranno gli headliner

Se lo scorso ottobre siete stati fortunati e siete riusciti ad acquistare uno dei 135.000 biglietti venduti in una sola mezz’ora preparatevi a vivere una delle esperienze più belle, surreali e uniche della vostra vita.

Se invece non siete riusciti ad assicurarvi la partecipazione in Ottobre potrete riprovare ad acquistare il ticket ad Aprile, perché gli organizzatori hanno dichiarato che ci sarà un’ulteriore vendita.

Il Festival di Glastonbury è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita e che ci andiate nel 2019 o nei prossimi anni vi consiglio di arrivare preparati.

Potrete prendere un volo per Bristol o per Londra: in entrambi i casi troverete un autobus, che vi consiglio di prenotare, che vi accompagnerà fino alle porte della fattoria di Michael Eavis. Ricordate che dormirete in un campeggio, quindi se non avete la possibilità di portare con voi una tenda dovrete assicurarvi un posto tenda.

A Glastonbury l’escursione termica è molto elevata e la notte in tenda può essere davvero fredda. Non dimenticate di mettere in valigia un cappello, dei guanti e dei calzettoni tutti rigorosamente di lana.

Dovrete poi portare con voi una giacca impermeabile e gli stivali di gomma, perché, in caso di precipitazioni, sarete letteralmente sommersi dal fango.

Last but not least vi suggerisco di equipaggiarvi con fazzolettini, carta igienica e salviette umidificate. A Glastonbury ci sono bagni in ogni dove, che vengono puliti almeno una volta al giorno, ma ricordate che dovrete condividerli con altre 134.000 persone.

Vi troverete in un enorme spazio aperto: non lasciatevi tentare dalla possibilità di non usare i bagni perché qui più che altrove è assolutamente vietato.

Terminano qui le istruzioni per l’uso: stivali, impermeabile, accessori in lana e fazzoletti vi basteranno per vivere il più bel weekend dell’anno o perfino della vita.

Vi ritroverete in un enorme luna-park fatto di concerti, scenografie spettacolari, musica e arte. Sarete attorniati da migliaia di persone di diversa età, nazionalità, religione. Alcuni indosseranno cappelli strani, altri andranno in giro a torso nudo, altri ancora avranno delle parrucche colorate.

A Glastonbury la parola d’ordine è libertà. Enjoy!

Valeria de Bari

L’esecutore testamentario di Pirandello? Gabriele Lavia

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I giganti della montagna, testo di Pirandello diretto da Gabriele Lavia, sarà in scena al teatro Eliseo fino al 31 marzo.

Se si leggono alcuni dei capolavori teatrali dell’opera pirandelliana, è difficile immaginarseli sulla scena. Non perché manchino di credibilità, ma perché sono testi verbosi. Si parla molto nel teatro di Pirandello. Un vero e proprio teatro di parola. Anche nelle opere di Shakespeare si parla molto, ma non si parla di certo così. Ciò che l’autore siciliano scrive non è semplicemente lo sviluppo di una storia, ma un flusso di pensieri filosofici. Di conseguenza, recitare e guardare un testo pirandelliano non è affatto semplice. Lo sa bene Gabriele Lavia che così commenta la scrittura dell’autore:

Ho sempre pensato che i “ragionamenti” così “appassionati” e “freddi” dei personaggi pirandelliani non fossero che delirio, fuoco. Il suo razionale, costante, lucido rovello fosse calor bianco e la sua dialettica, lucida e distaccata, fosse proprio il ronzio di una “mosca impazzita dentro una bottiglia”

Lavia ha portato sulla scena una sua personale trilogia delle opere di Pirandello. Prima Sei personaggi in cerca d’autore, poi L’uomo dal fiore in bocca… e non solo e ora si confronta con I giganti della montagna. Il testamento letterario dello scrittore. In esso ritroviamo tutti i temi che identificano la sua poetica e il suo teatro: l’umorismo, la contrapposizione tra “vita” e “forma”, il rapporto tra verità e finzione. A tutto questo si unisce l’atmosfera surreale, quasi favolistica, cara a Pirandello negli ultimi anni della sua produzione, nonché una riflessione sul ruolo dell’arte.

Gabriele Lavia
Foto di scena: Tommaso Le Pera

La storia si svolge tutta nella villa La Scalogna, un posto in cui la realtà sembra essere sospesa.

Il mago Cotrone (interpretato proprio da Gabriele Lavia) e altre persone stravaganti sono gli abitanti di questa villa. Un giorno ricevano la visita di una compagnia di attori che da anni ripete sempre lo stesso spettacolo, La favola del figlio cambiato (realmente scritta da Pirandello). L’attrice principale della compagnia, Ilse, è particolarmente legata a questo testo perché scritto da un drammaturgo di lei innamorato, morto da tempo. Nonostante il mago Cotrone la inviti a far vivere l’opera solo nella villa perché solo lì essa potrà avere realmente vita e non essere incastrata in nessuna forma, Ilse insiste per proporre la performance ai giganti della montagna. Non vuole che l’opera, scritta appositamente per lei, sia confinata in un luogo sconosciuto ma, al contrario, vorrebbe che il maggior numero di persone possibile la vedesse e la ammirasse. Sarà possibile?

La storia è sospesa tra concreto e astratto, tra realtà, mondo delle favole e sogno. Così anche la messa in scena decisa da Lavia.

I giochi di luce, la scenografia, i movimenti dei fantocci nel secondo atto sono tutti elementi determinanti per restituire allo spettatore quel clima magico, indeterminato e sospeso creato da Pirandello nelle sue opere. Quel mondo è quello in cui regna il flusso vitale vero e non la forma imposta dalla società. Il teatro è lo spazio in cui finzione e verità si mescolano, vivono insieme per restituire ad attori e spettatori maschere e volti delle storie, della realtà.

Un teatro che si estende oltre il palcoscenico. Gli spettacoli di Pirandello sono famosi per la rottura della quarta parete. Anche nello spettacolo di Gabriele Lavia gli attori entrano in scena dalla platea, si mescolano al pubblico, dicono alcune battute da sotto il palco. Non è di certo un espediente nuovo o poco usato nel teatro contemporaneo, ma non può mancare nell’opera scritta da uno dei primi a pensare di portare l’attore in platea, anche se ormai questo autore non c’è più.

La recitazione degli attori è perfetta.

Nelle scene iniziali, con il clamore creato dalla presenza di tutto il cast sul palcoscenico, è difficile riuscire a cogliere tutte le battute. Ma questo è davvero nulla. Gabriele Lavia riesce a dare naturalezza e profondità a tutti i monologhi del suo personaggio. Federica Di Martino è molto intensa nei panni di Ilse. Veramente molto bravi anche i fantocci che interpretano La favola del figlio cambiato. Si muovono all’unisono, come un unico corpo e sono fondamentali per ricreare il atmosfera onirica della rappresentazione.

Imponente e suggestiva la scenografia. La villa è rappresentata come un teatro semi-distrutto.

Simbolo del teatro in declino, poco capito e accettato dalla società, non manca però di regalare sorprese e bellezze. Si anima di luci colorate e di personaggi animati. È il luogo ideale per far sì che la vita scorra in maniera spontanea e istintiva.

I giganti della montagna di Lavia è un flusso vitale che colpisce lo spettatore.

Si entra dentro il testo di Pirandello, si riconosce lo stile e il modo di pensare dell’autore e si viene continuamente stimolati dalle sue riflessioni. Si percepisce la vita, le sue emozioni, la sua intensità proprio nel momento in cui se ne ricerca il profondo significato. Si sente il valore dell’arte, della cultura, la sua importanza, la sua verità. Non è uno spettacolo semplice da guardare, ma è un’esperienza coinvolgente che non può lasciare indifferenti.

Un po’ come la vita stessa.

Federica Crisci

La stagione del centenario. Il teatro Eliseo festeggia i suoi primi 100 anni

Houllebecq, lo scrittore-profeta: la provocazione e il caso mediatico

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Siamo nell’era in cui tutto è veloce ed immediato, perfino la felicità, magari con l’aiuto di qualche sostanza chimica. O forse no, non è tutto così semplice. Michel Houellebecq parla di questo e molto altro nel suo ultimo romanzo, “Serotonina” (La nave di Teseo, pp. 332, traduzione di Vincenzo Vega).

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Michel Houellebecq è un autore che si associa facilmente a casi mediatici. Ogni nuova uscita porta con sé curiosità, consapevolezza verso un’opera che – piaccia o non piaccia – sarà molto probabilmente rilevante nello scenario letterario e, ovviamente, polemiche e discussioni, date anche dalle capacità visionarie di un personaggio estremamente particolare. Talmente particolare che spesso gli viene attribuita quasi un’aurea profetica, dovuta alla – tragica – coincidenza tra l’uscita di Sottomissione, romanzo distopico che trattava la tematica della conversione religiosa, e l’attentato alla sede parigina di Charlie Hebdo, nel gennaio del 2015.

Ma le polemiche e la curiosità non fermano lo scrittore d’oltralpe, che ha coronato il suo ultimo successo con 90.000 copie vendute di Serotonina entro i primi tre giorni dalla sua pubblicazione.

Anche in questo caso l’aura di profeta e di precursore dei tempi avvolge Houellebecq, di cui è stato detto che sia stato anche predetto, proprio con Serotonina, quella che sarebbe poi diventata la rivolta dei gilet gialli. In realtà, però, se si guarda bene Serotonina non troviamo davvero profezie, ma in compenso scopriamo un romanzo ricchissimo di attimi di riflessione.

Di chimica felicità, sesso e vita che scorre

Il romanzo si apre su una Parigi soffocante. Una delle prime cose che scopriamo del protagononista e narratore in prima persona, Florent-Claude Labrouste, è che ha quarant’anni, è un ingegnere agrario ed ex funzionario statale presso il Ministero dell’Agricoltura francese. E che non sopporta il proprio nome. Cinico, profondamente disilluso, intimamente solo: il ritratto di Florent-Claude è apparentemente implacabile. Soffocato da una donna che non ama, inizia a prendere il Captorix, meravigliosa pastiglia che dovrebbe garantirgli la felicità, al prezzo di un piccolo, insignificante effetto collaterale: la perdita della libido, l’impotenza.

Proprio l’impossibilità di godere dei piaceri della vita presente – il protagonista arriva anche a trascurare il suo corpo fin quasi ai limiti dell’accettabilità sociale – lo portano a rifugiarsi nelle pieghe, più o meno dolorose, del suo passato. Un passato che, naturalmente, ha il volto di alcune figure femminili. Di tre donne, in particolare: Katy, Claire e infine Camille, emblema del grande amore perduto.

L’attualità si scontra con l’amore, le problematiche sociali con la morte.

Forse Houllebecq è reazionario, scandaloso, ampiamente discusso. Ma una cosa non è sicuramente: banale, come ha dimostrato ancora una volta.

Giulia Porzionato

“Per amore del mondo”: Bompiani pubblica le parole più belle dei Nobel per letteratura

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Un ricco volume che raccoglie i discorsi dei premi Nobel per la letteratura nell’arco di quasi un secolo

Al momento del conferimento del premio Nobel per la letteratura dell’Accademia di Svezia, è consuetudine che gli scrittori premiati pronuncino un discorso. Dapprima si trattava di qualcosa di breve (“il discorso del banchetto”) ma col tempo gli scrittori hanno iniziato a prendere più spazio. Alcuni autori sono stati brevi, altri si sono prodotti in vere e proprie lezioni. Il risultato è stato una serie di affascinati discorsi che riassumono la visione della letteratura e del mondo dei premiati. Il volume “Per amore del mondo. I discorsi politici dei premi Nobel per la letteratura” (Bompiani 2018, a cura di Daniela Padoan) raccoglie 39 di questi discorsi. In un arco temporale che va dal 1921 (Anatole France) al 2015 (Svetlana Aleksievič), il libro ripercorre le tappe dei più grandi scrittori del Novecento. Il criterio di selezione è stato quello di scegliere discorsi “che privilegiano un sentimento di responsabilità verso gli uomini”.

Un affresco del Novecento

Le voci degli scrittori dipingono innanzi tutto un grande affresco del Novecento. Come lo ha definito Octavio Paz nel suo discorso del 1990:

“Raramente i popoli e gli individui hanno sofferto tanto: due guerre mondiali, dispotismi nei cinque continenti, la bomba atomica e, infine, la moltiplicazione di una tra le istituzioni più crudeli e mortifere che gli uomini abbiano conosciuto, il campo di concentramento. I benefici della tecnica moderna sono innumerevoli, ma è impossibile chiudere gli occhi davanti alle carneficine, alle torture, alle umiliazioni, al degrado e alle altre sofferenze patite da milioni di innocenti nel nostro secolo”.

E da diversi discorsi traspare quanto sia importante il legame tra storia e letteratura.

Storia e letteratura

In effetti a pensare alle tragedie, le guerre, le dittature del Novecento, non stupisce che le pagine degli scrittori ne siano piene. Dice Gabriel García Márquez nel suo discorso che non è servita molta fantasia o ispirazione per scrivere, date certe circostanze:

“Una realtà che non è di carta ma che vive dentro di noi, determinando ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, e che nutre una sorgente di creatività insaziabile, colma di sventura e di bellezza, della quale questo colombiano errante e nostalgico non è più che un’altra cifra estratta dalla sorte. Poeti e mendicanti, musicisti e profeti, guerrieri e malandrini – tutte creature di quella realtà violenta – abbiamo dovuto chiedere molto poco alla nostra fantasia, perché per noi la sfida maggiore è stata l’inadeguatezza dei mezzi convenzionali a rendere credibile la nostra vita. Questo è, amici, il nodo della nostra solitudine”. (1982, “La solitudine dell’America Latina”) 

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La sopravvivenza della letteratura

Ma se il Novecento ha ispirato spontaneamente romanzieri e poeti infervorandone gli animi, ha anche rischiato di estinguere la letteratura. Dice Svetlana Aleksievič nel suo discorso:

“Nell’immediato dopoguerra Theodor Adorno, sconvolto, dichiarava: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz, è un atto di barbarie”. Il mio maestro, Ales Adamovič, che vorrei ricordare qui oggi con gratitudine, riteneva allo stesso modo che scrivere opere in prosa sugli orrori del XX secolo fosse un atto empio. Qui non poteva esserci più spazio per l’invenzione. La verità dev’essere restituita così com’è. Occorrerebbe una sorta di “super-letteratura”. A parlare deve essere il testimone.” (2015, “Sulla battaglia persa”)

Nonostante tutto, questi discorsi sono la prova che la letteratura non solo è riuscita a sopravvivere all’orrore, ma ha cercato e cerca tuttora di alleviarlo in varie forme.

 

Davide Massimo