Anna dei miracoli e la potenza delle parole che va oltre, in tutti i sensi

Anna dei miracoli

“Ora devo insegnarti…una parola…tutto”

Titolo originale: The Miracle Worker 
Regista: Arthur Penn
Sceneggiatura: William Gibson
Cast Principale: Anne Bancroft, Patty Duke, Andrew Prine, Victor Jory, Inga Swenson
Nazione: USA
Anno: 1962

Esiste, nella nostra Storia, una lunga serie di bambini prodigio. Piccoli geni che, sin da subito, hanno mostrato capacità e doti in un settore, partendo già dove molti altri erano arrivati dopo anni di studio: si pensi a Wolfgang Amadeus Mozart. Altri invece hanno fatto la differenza, lottando contro pregiudizi e, perfino, limiti imposti dalla natura, dimostrando che tutto è possibile, se fatto con impegno e buona volontà. Tra queste persone c’è la poco nota scrittrice Helen Keller, dalla cui biografia il regista Arthur Penn dedicherà il film “Anna dei miracoli”. 

Helen nasce in Alabama nel 1880 ma, a poca distanza dal primo anno di età, diventa cieca e sorda per colpa di un malanno. Il mondo in cui crescerà sarà buio e senza regole, poiché come si può insegnare a chi non può sentire né vedere? È impossibile! Trattata quindi come qualcuno da compatire, le viene concesso tutto ciò che vuole. Nessun può contrastarla, nessun può dirle niente. Dai parenti, che durante i pasti vedono prendersi il cibo nei piatti mentre lei girovaga intorno al tavolo senza posate o un piatto; alla servitù che la teme, sia per la sua imprevedibilità sia per il suo modo di comportarsi.

Superati i 6 anni, la bambina è un misto tra il viziato e un animale da compagnia allo stato brado. La famiglia, pur volendole molto bene ma non sopportando più il comportamento della piccola, convinta che ormai non ci sia più niente da fare, sta già pensando di portarla in un  ‘ospizio per malati mentali’. La madre Kate però vuole tentare un’ultima carta: chiamare, da un celebre istituto di Boston, qualcuno che si occupi di Helen e provare a farle da istitutrice.

Viene così inviata la giovane Anne Sullivan (Anne Bancroft).

Questa ha un’infanzia traumatica che ancora la perseguita nel sonno: anch’essa gravemente ipovedente, ha vissuto da piccola insieme al fratello nell’ospizio per malati mentali, dove quest’ultimo è anche morto. Sapendo quindi ciò che potrebbe accadere alla giovane Hellen se finisse lì, Anne arriva a casa Keller forte e con un’idea già in testa: la bambina deve imparare a esprimersi. Come? Con la compitazione tattile: un alfabeto con le mani usato dai monaci che avevano fatto voto di silenzio. Il vero ostacolo è insegnare alla bambina che ad ogni cosa corrisponde una parola. Inoltre sarà ancora più difficile, visto che Hellen risulta molto viziata: da quando è nata, non le è mai stato fatto capire il “no”.

Per salvarla, Anne deve portare via Hellen dai genitori. Non in un altro paese: basta una piccola dependance ai limiti della proprietà, così che la piccola creda di essere nelle mani esclusive di Anne e i genitori possano vederla. Tra la bambina e l’istitutrice non sembra però andare bene. Hellen non capisce e i genitori la rivogliono comunque a casa. Anne però non vuole rinunciare:

“Voi vi arrendete: secondo me è questo il peccato originale!”

Riusciranno la sua perseveranza e il suo credere nelle capacità di Hellen a far sì che avvenga…il miracolo?

Basato sull’omonimo spettacolo teatrale, poi diventato un teledramma, il film di Arthur Penn non è solo una pellicola sull’ideologia e il sentimentalismo, ma cerca di avvicinarsi quanto più possibile alla fisicità, soprattutto l’assenza di una parte di queste. Si pensi ai flashback di Anne, ai tempi del manicomio: sfocate, ingrandite, come nelle visioni di una bambina piccola che vede pochissimo.

Anna dei miracoli
(Fonte:https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_dei_miracoli#/media/File:AnnaDeiMiracoli.png)

Altra grande potenza è nello scegliere le due interpreti dello spettacolo teatrale originario, che per la loro complicità e bravura nelle difficile parti, vinceranno entrambe l’Oscar come miglior Attrice Protagonista (Anne Bancroft) e Non Protagonista (Patty Duke). Quest’ultima, anche ben diretta da Penn, ci fa capire bene cosa prova Hellen: il suo modo di cercare l’esistenza, di uscire dalle tenebre, ma anche la sua voglia di rimanere ancorata alle sue abitudini e ai suoi vizi.

Lo spettatore si mette nei suoi panni: la lunga serie di piani lunghi ci mostra anche la difficile vita della bambina, senza pregiudizi o sentimentalismi, con i suoi ostacoli che lei deve afforntare nel suo cammino, psicologico e fisico.

3 motivi per vedere il film:

– Patty Duke, in una parte complicatissima come quella di una sordo-cieca

– La poesia dei dialoghi

– Il finale

Quando vedere il film:

Una sera, possibilmente con bambini e/o adolescenti: crudo, ma non cruento e può insegnare molto, dall’umiltà al rispetto.

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Francesco Fario

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