Roma 2017: Una Questione Privata, il cinema è da un’altra parte

una questione privata

Non ho il minimo dubbio che Una Questione Privata sia un grande libro, un grande romanzo.

Non l’ho mai letto, come avrete capito. Ma tale pensiero mi è venuto vedendo il film omonimo dei fratelli Taviani. Più che pensiero è una convinzione sincera, perché se qualcuno ha deciso di farci una versione cinematografica, non poteva essere brutto quanto quello uscito fuori sotto forma di film.

Per la verità è anche abbastanza lampante. Nel film ci sono diversi momenti, e soprattutto moltissimi dialoghi, di cui si coglie il grande effetto sulla pagina letta e la poca efficacia visiva. Non so se far rivalutare la fonte di partenza sia un pregio o un ulteriore difetto per un film, ma il risultato finale è sinceramente questo.

Il problema di Una Questione Privata non è tanto la bruttezza, c’è sempre di peggio dopotutto ed è anche un giudizio lapidario, rapidissimo, estremamente soggettivo. Ciò che lo affonda è la sua inefficacia, rudimentalità, mancanza di completa creatività o idea filmica. I film dei fratelli non hanno mai brillato per tali aspetti, il loro è un cinema sicuramente semplice e sicuramente realistico. Ma è sempre stato potente e riuscito. Adesso, di fronte ad uno scenario completamente cambiato, totalmente evoluto, anche nel panorama italiano (sembra strano a dirsi), ogni passo indietro pare scavarsi una voragine attorno.

Nel linguaggio, nella resa estetica, nella visione, nella totale mancanza di idee. Una Questione Privata è un film vecchissimo.

Cosa c’è di diverso tra questo e una fiction televisiva? Cosa aggiunge ai racconti dell’epopea partigiana, in quale maniera fa vivere una storia d’amore e dubbio personale? Può essere sufficiente nell’anno del Signore 2017 vedere scene di dialogo basate solo e soltanto su campo e controcampo? Nemmeno la bravura di Luca Marinelli, la sua spontaneità, sono sufficienti a salvare la visione. Soprattutto se poi si trova costretto a dialogare con una collega come Valentina Belle’: alla giovane auguriamo tutto il meglio per la sua carriera, ma almeno qui oltre la recitazione amatoriale non è andata.

Ecco, amatoriale è un aggettivo che si sposa benissimo con l’intera operazione. Non avrei mai pensato di usarlo con autori immensi e dall’esperienza immensa dei Taviani, e lo faccio con dispiacere, ma Una Questione Privata non è cinema. È accontentarsi, è adattare un romanzo senza idee di come farlo o perché farlo, è lasciare la qualità a casa. Non a caso, l’influenza televisiva non è solo nella resa scenica, ma anche dai mantra dei grandi maestri….

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

2 Commenti

  1. Caro Emanuele,
    ho visto questo film poche sere fa e devo dire che leggere il tuo testo mi ha fatto sentire meno solo, mi ha consolato, davvero.
    Sottoscrivo tutto, parola per parola. Mi ha addolorato vedere personaggi di grande esperienza cinematografica, come i fratelli Taviani, distruggere letteralmente la grande epopea del Milton fenogliano. Ma non è tanto la fedeltà o meno al testo originale, ma la fedeltà all’idea, alla volontà di rappresentare, su tutto, l’interiorità del protagonista (il cui “dubbio” non è politico, ma individuale, come individuale era la colpa di K.), che trova il suo scenario nell’affresco partigiano, come poteva trovarlo nella battaglia di Roncisvalle. Non a caso Calvino accostava Una questione privata all’Orlando Furioso: mi pare infatti che in entrambi, al di lá del pretestuoso scenario della guerra, siano le illusioni a fare perdere il senno ai personaggi, con una semplice differenza: il senno di Orlando viene recuperato da Astolfo, quello di Milton resta intrappolato in un eterno castello di Atlante, che lo conduce inevitabilmente alla morte. Perché i Taviani non lo fanno morire? Che senso ha tutto allora? Perché inserire speranza dove non c’è perché non può esserci. Questo è degno del banalissimo Benigni de La vita è bella, il cui messaggio è in fondo idiota, inaccettabile: nonostante il male assoluto, c’è speranza. I Taviani commettono la stessa banalità, e hanno colto, né hanno saputa ricostruire, l’idea essenziale: così tutto crolla, tutto è nulla.
    È questo il disagio che mi ha lasciato il film, a tratti quasi amatoriale, nelle soluzioni formali, nella recitazione, negli scenari. Anche se volessimo leggere tutto questo come un esperimento distopico, volutamente ripetibile ovunque – credo sia questa la ragione per la quale si è scelta la Val di Maira al posto di ciò che era naturale, le Langhe; oppure si è scelto un attore bello, quando Milton “era brutto”, e questa sua bruttezza concorre al suo “dubbio”, alla sua “questione privata” – credo che si tratti di un esperimento non riuscito. La bambina che va a bere e poi va a coricarsi tra i parenti morti, il contadino piemontese che dice “Mia moglie si affanna” (come fosse un cruscante fiorentinista), i soldati artificialmente pieni di fango, una Fulvia insulsa come l’attrice che la interpreta: sono tutti aspetti a sfavore di questo film, che è senza dubbio un fiasco atroce, un insieme di banalità desolanti e tristi. L’unico piano degno del nome dei registi mi sembra quello sul mare, con Fulvia ripresa di spalle (perché appena cambia l’inquadratura la fugace presenza di cinema, svanisce subito): quello è quasi degno di Carlo di Palma, ma il resto è un susseguirsi di nullità.
    Sono contento di aver trovato su questo sito qualcuno che ha provato cose simili e che non si sente obbligato a dire: «Beh, però sono i Taviani!». Sono i Taviani, sì, ma sono irriconoscibili.
    Buona giornata,
    Andrea Ragusa

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