Home Blog Pagina 78

Di quella volta che Massari uscì dalla cloche

0

MasterChef Italia 8 sta arrivando alle sue battute finali. E arriva la prova più temuta di tutte!

Accade in tutte le edizioni di MasterChef. Episodio dopo episodio, diminuiscono le persone in cucina e di 20 concorrenti ne rimangono solo 7. I migliori? Non è detto. Se si fa un salto sul profilo Instagram del programma, si possono leggere numerosi commenti di scontento. Molte delle critiche del pubblico sono legate alle eliminazioni fatte che avrebbero colpito i partecipanti più talentuosi, lasciando in gara i peggiori. Alessandro e Giuseppe sono il bersaglio principale delle critiche del mondo social (inutile dire che alcune sono inopportune e dai toni troppo aggressivi, come spesso si verifica sul web).

MasterChef Italia 8: intervista all’autore Davide D’Addato

Credo che il pubblico si debba rassegnare a un fatto: in concorsi del genere solo uno vince. E non sempre è il migliore. Ci sono tantissimi fattori che possono determinare il risultato di una gara. Il talento arriva fino ad un certo punto e non può essere sempre determinante. Le prove a cui sono sottoposti gli aspiranti cuochi di MasterChef sono studiate per metterli in difficoltà e sotto pressione. Anche i migliori possono commettere errori, mentre coloro che non hanno mai spiccato per bravura, rimandando in questa zona di mezzo, riescono a salvarsi sempre. Bisogna accettarlo, senza gridare subito al complotto e al pilotaggio del programma. Se lo fosse, forse avrebbero dovuto far arrivare in finale la cara signora Anna che rappresentava la concorrente più divertente di tutti.

Personalmente, sono più disturbata dall’arroganza che non dall’incompetenza. Si può sempre imparare a migliorare, mentre l’umiltà non sempre è raggiungibile. Dipende da quanto le sei lontano.

Ma torniamo all’ottava edizione italiana di MasterChef.

MasterChef Italia 8: il re dei programmi sulla cucina

Quest’edizione sembra meno ricca di ospiti esterni. Mentre negli anni scorsi, in diversi Invention Test erano presenti chef stellati con le loro creazioni, quest’anno abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima di vederne arrivare qualcuno. E tutti nella stessa puntata! Il primo è anche il più temuto di sempre.

Iginio Massari, il grande pasticcere.

Se l’anno scorso il maestro era arrivato dopo un’ora dall’inizio della prova, quest’anno gli hanno riservato un ingresso che sta tra la commedia e il film dell’orrore. La sua testa è venuta fuori da sotto la cloche che doveva contenere il tema della nuova sfida. Insieme a lui, sono arrivate le torte nuziali che gli aspiranti chef hanno dovuto ricreare.

MasterChef Italia 7: quando i dolci diventano amari!

Eppure, anche il maestro Massari quest’anno sembra essersi addolcito. Nonostante la palese distrazione di alcuni concorrenti che sono tornati dalla spesa senza zucchero (!!!), senza burro o con poco latte, Massari ha permesso loro di tornare in dispensa anche più di una volta. Una concessione che ha lasciato a bocca aperta i giudici.

Gli altri ospiti sono arrivati durante il Pressure Test: Riccardo CamaniniCristoforo TrapaniBarbara Agosti. Tutti chef che hanno rivisitato in chiave originale alcuni tipi di pasta appartenenti alla tradizione italiana. Si va dalla cacio e pepe cotta nella vescica di maiale, al rigatoni pomodoro e mozzarella in versione dolce per arrivare alla carbonara impanata e fritta, servita come se fosse un Magnum.

Le singole prove non mancano neanche di troppa inventiva, ma sembra un’edizione un po’ scarica.

Non sono scarichi, invece, i giudici. Barbieri, Cannavacciuolo, Bastianich e Locatelli sono diventati veramente bravi a intrattenere. Locatelli si sta dimostrando simpatico e i suoi “attacchi isterici” sono un ulteriore motivo di divertimento. Cannavacciuolo e le sue pronunce poco accurate (ricordiamo solo il Deo Grazies dell’ultima puntata!) sono sempre molto divertenti, così come i suoi commenti alla proposta di Bastianich di avere la pizza con l’ananas.

Insomma, nonostante quest’anno sembri esserci meno dinamismo nella costruzione delle puntate, MasterChef si conferma un buon prodotto d’intrattenimento. Ovviamente, se non ve la prendete troppo a cuore per gli eliminati!

Da 7 concorrenti ci vuole molto poco per arrivare al finale di stagione… voi per chi tifate?

Federica Crisci 

In “Fargo”, la stupidità della violenza spiegata a colpi di black humor

Molte cose possono capitare nel bel mezzo del nulla”.

Titolo originale: Fargo

Regista: Joel Coen

Soggetto e sceneggiatura: Ethan e Joel Coen

Cast principale: Frances McDormand, William H. Macy, Steve Buscemi, Peter Stormare, Kristin Rudrüd

Nazione: U.S.A

Anno: 1996

Fargo è uno dei primi film dei fratelli Ethan e Joel Coen, premiatissimo e molto apprezzato dalla critica, uno dei film da vedere prima di morire.

“Fargo” non è probabilmente il film più amato o emblematico della loro filmografia – quella palma, forse, appartiene ancora ad “Il grande Lebowski”, uscito due anni dopo. Ma sicuramente è il primo con cui molti di noi hanno iniziato a conoscere l’opera dei due fratelli e ad apprezzarla per lo stile quasi inconfondibile.

Gli apprezzamenti si trasformano presto in premi prestigiosi, innanzitutto l’Oscar come miglior attrice protagonista a Frances Mc Dormand e come miglior sceneggiatura originale a Joel e Ethan Coen. Joel si aggiudica anche la Palma d’oro per la migliore regia al 49° Festival di Cannes.

La trama è originale, a dispetto di una sorta di leggenda che gli stessi Coen alimentano, fin dall’incipit del film.  Fargo si apre, infatti, con una scritta: “Quella che vedrete è una storia vera – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato”.

Affermazione del tutto smentita nei titoli di coda dove appare il classico disclaimer: “Le persone e gli eventi rappresentati in questa produzione sono fittizi. Nessuna somiglianza con persone reali, vive o decedute, è intenzionale o dovrebbe essere desunta”.

Poi, alimentando la confusione, gli autori hanno spiegato che l’ispirazione era arrivata da omicidi davvero accaduti, ma in luoghi e tempi diversi. Spiegarono, infatti, che “se il pubblico crede che una cosa sia basata su un evento reale, questo ti dà il permesso di fare cose che altrimenti la gente non potrebbe accettare”.

In effetti, in Fargo qualcosa di difficilmente accettabile si trova.

Le caratterizzazioni, invece, sono del tutto fittizie, all’interno di una trama in parte veritiera, ma efferata.

Siamo in pieno inverno, tra le strade innevate del Minnesota e del Missouri. In mezzo al nulla della provincia americana. Abbiamo un uomo, Jerry Lundegaard (l’ottimo William H. Macy) che gestisce una concessionaria di auto. Ha una moglie ricca di famiglia, un figlio, un suocero ingombrante; ma anche un urgente bisogno di denaro. La soluzione che trova comporta il sequestro della moglie (Kristin Rüdrud) per ottenere un cospicuo riscatto dal suocero.

Fargo film

 

Assolda due malviventi maldestri dalle personalità opposte. Uno è freddo, taciturno, teledipendente, capace di reazioni spropositate (Peter Stormare). L’altro è un criminale comune (Steve Buscemi) che vorrebbe solo portare a termine il suo “lavoro”.

Qualcosa va storto, più di una volta. Quello che sarebbe dovuto essere un sequestro pulito si trasforma in una serie di sanguinari omicidi.

Per dipanare la matassa i Coen fanno entrare in scena Marge Gunderson, capo della polizia locale, interpretata da una perfetta Frances McDormand. Lei sarà la chiave del film e la vera novità, come detto da “Il Morandini”, perché non si era mai vista al cinema una donna incinta di sette mesi svolgere un’indagine criminale.

Il personaggio della poliziotta conquista con la naturalità e l’impassibilità con cui passa dal guardare in foto o dal vivo immagini di morti in una pozza di sangue al gustare la sua colazione o il suo pranzo. Tutto sembra essere semplice routine per lei, come il suo simpatico appetito. Dirige la sua squadra e le indagini sugli omicidi con flemmatica determinazione.

Marge mette in luce uno dei temi del film, l’insensatezza e la stupidità della violenza, quando chiede ad uno dei malfattori: “E quei tre poveretti uccisi…? E tutto per cosa?! Per quattro biglietti di banca… C’è altro nella vita che quattro biglietti di banca… Non c’ha mai pensato?!”.

L’approccio di Marge alle indagini di atroci delitti risulta naturale tanto quanto lo è la ferocia con cui i due sequestratori mettono in atto le loro azioni. Loro sono personaggi cinematografici e realistici in eguale misura, emblema delle conseguenze drammatiche della stupidità e dell’avidità umana.

“Fargo” è una azzeccata commistione di generi: commedia, drammatico, poliziesco mescolati e amalgamati con il black humor che sarà per sempre una cifra stilistica dei fratelli Coen.

L’umorismo nero è sotteso. I due registri del drammatico e del comico si sovrappongono. D’altronde l’umorismo consente ad un autore di esporre e descrivere il dolore – in questo caso, provocato dalla violenza – senza soccombere ad esso.

In certe scene quasi ci si diverte: l’istinto è quello di sorridere. Ma, qualcosa ti frena, perché quello che la scena descrive dovrebbe solo farti inorridire.

In conclusione, molti hanno considerato Fargo un film di genere, poliziesco per la precisione. Ma il carattere grottesco e da black comedy lo rende, soprattutto, un film dei fratelli Coen, ovvero un film in cui riecheggiano gli echi di Hitchcock e Kubrick.

Tre motivi per vedere il film

–       Il personaggio e l’interpretazione da Oscar di Frances McDormand

–       lo stile intriso di black humor dei fratelli Coen qui al massimo della potenza

–       i dialoghi – o meglio, le interazioni – tra i due malviventi, Steve Buscemi e Peter Stormare, personalità psicotiche agli antipodi

Quando vedere il film

L’ambientazione innevata rende godibile il film in due opposte situazioni: in una serata estiva particolarmente calda, se ci si vuole rinfrescare per osmosi; oppure in un pomeriggio in cui nevica o fa freddo, se si preferisce immergersi in un contesto più realistico.

Stefania Fiducia

Ti sei perso la precedente uscita del cineforum? Eccola qui:

La fine della legalità e il rovescio dei ruoli: I due marescialli

 

Meraviglie e altri rimedi: tutti in viaggio con Alberto Angela

0

Anche la seconda puntata de Le Meraviglie – La penisola dei tesori non delude le aspettative. Il presentatatore Alberto Angela ha raccontato alcuni dei patrimoni dell’unesco quali Ravenna, il teatro San Carlo di Napoli e la Sardegna.

Nemmeno questa volta il pubblico è distato disatteso. Il paleontologo più famoso d’Italia ci ha accompagnati per alcuni dei luoghi più significativi del nostro Paese illustrando con la consueta semplicità aspetti storico-archeologici non sempre intuitivi. C’è da dire, infatti, che dopo la prima puntata le aspettative erano molto alte. Angela Alberto

Tutti pazzi per Alberto Angela: Le Meraviglie non deludono mai!

Il viaggio inizia con una passeggiata per i patrimoni della città di Ravenna. Il mausoleo di Galla Placidia, quello di Teodorico, l’abbazia di San Vitale e, last but not least, la tomba di Dante. Abbiamo assaporato insieme ad Angela la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra attraverso alcuni dei mosaici più famosi al mondo, cogliendo le sfumature di un periodo storico in divenire.

Altro significativo momento, è stato quelle relativo alla tomba di Dante e alla storia delle sue ossa. I ravennati si sono impegnati per secoli nella difesa e tutela del corpo del Vate, prima dai fiorentini, poi da Napoleone e infine dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Una difesa solo apparentemente utile all’aneddoto, ma, invece, simbolo di un interesse vivo per quella figura che incarna l’origine della cultura italiana.

Una passeggiata tra storia e mosaici in una Ravenna tutta da scoprire!

Secondo passaggio per le meraviglie d’Italia, è il teatro San Carlo di Napoli, di cui Alberto Angela ci racconta la genesi, la storia relativa alla costruzione dell’edificio e ai grandi eventi che ha ospitato. Interessanti gli aneddoti sui compositori Rossini e Donizetti. Noi di Culturamente abbiamo di recente visto la grandiosa Cecilia Bartoli recitare in questo grande teatro:

Cecilia Bartoli: il trionfo della regina del canto al Teatro di San Carlo di Napoli

Infine, prima di salutarci, Meraviglie ci ha accompagnato per i Nuraghi della Sardegna. Entrare insieme ad Angela nel nuraghe di Barumini e scoprirne insieme la storia è stato come fare un viaggio nel passato fino all’età del bronzo. Le esperienze degli archeologhi, i ritrovamenti e le ipotesi relative alla ricostruzione rivestono quei siti di un’aura di mistero affascinante.

Mi sono già espressa a favore di questo programma nei giorni scorsi.

Alberto Angela torna a divulgare… dal 12 Marzo!

Apprezzo il modo di raccontare piano e semplice di questioni complesse e tecniche. Resto indubbiamente affascinata dallo stupore del presentatore di fronte ad una colonna scavata nella pietra. E mi sorge una domanda. Se tutto questo che è a lui familiare, vuoi per formazione professionale che per necessità tecniche dovute alle registrazioni, genera sempre un moto di stupore e compiacimento, quanto quel luogo potrebbe dare a me che non l’ho ancora visitato? Mi farebbe lo stesso effetto? Vorrei avere i suoi occhi per potere apprezzare sempre tutto con grande entusiasmo.

Insomma, che mi piacciano i programmi di Alberto Angela, penso sia chiaro da questo e dai precedenti articoli.

Eppure c’è ancora un punto che credo di non aver argomentato. La troupe de Le Meraviglie ci mette spesso di fronte a questioni di cui si sa poco o niente, come è accaduto per i Nuraghi. Con ogni probabilità, ci sarà impossibile avere notizie certe anche in futuro.

L’espressione che più sentiamo in queste occasione è “non lo sapremo mai“.

Angela esprime sempre questa frase alla fine di una serie di domande che riepilogano questioni sospese per confermarci un limite di cui dobbiamo prendere atto. Lo fa sospirando, ma ci guarda negli occhi attraverso la camera come per dire “non cercate di trovare risposte assurde. Dobbiamo ammettere che, a volte, troviamo dei limiti che non possiamo superare. Dobbiamo accettarlo“.

Un grande messaggio questo che ci riporta con i piedi per terra, impedendo alla mente di fantasticare verso scenari improbabili.

Serena Vissani

Vini da dessert: il Moscato

Il vino moscato si prepara con l’uva che ha questo medesimo nome, di colore bianco dorato e con acini piccoli e molto zuccherini.

In effetti esistono diverse varietà di uva moscato, così come si possono trovare numerosi vini, prodotti in aree tra loro molto differenti. Il moscato d’Asti è forse uno dei più noti, ma in Italia troviamo vini moscati dal Trentino fino alla Sicilia; per altro questo tipo di uva si coltiva anche in Spagna e in Francia, pur provenendo dalla Grecia.

Il nome

Ci sono varie leggende sulla provenienza del nome moscato, in realtà esso deriva da muscum, muschio, intendendo non questioni che hanno a che fare con la botanica, quanto piuttosto l’estratto un tempo utilizzato per creare profumi. Proprio l’aroma del muschio è quello che si avverte aprendo una bottiglia di moscato, così come odorando le uve con cui viene prodotto. Molti considerano il moscato solo come vino dolce e leggero, troviamo tra i migliori moscati anche vini secchi, spumanti o passiti, a seconda della lavorazione svolta per ottenere il vino. Basta guardare la sezione dedicata al vino Moscato su Tannico per capire come sia possibile consumarlo a tutto pasto, scegliendo diverse bottiglie a seconda dei casi.

Il moscato con il dolce

Quando si parla di vino moscato da assaporare con il dessert si intendono le etichette che sfruttano la nota dolce di questo tipo di uva; quindi sia i viene fermi dal retrogusto dolciastro, sia i passiti, sia i leggeri spumanti da dessert. In tutti questi casi il moscato si abbina alla perfezione ai dolci lievitati della tradizione, ai dessert a base di frutta o anche alla pasticceria secca, come ad esempio biscotti alle mandorle o frolle di ogni genere. Meglio evitare il moscato nel momento in cui il dolce abbia una forte componente molto amara o con del liquore nell’impasto. Da evitare quindi con i dolci al cioccolato e al caffè: niente moscato con il tiramisù o con i brownies. Allo stesso modo non è indicato con dolci alla frutta che contengano pompelmi o marmellata di arance, dal retrogusto amarognolo.

Il moscato con il salato

Il moscato non è esclusivamente un vino dolce, prima di tutto si tratta di un vitigno fortemente aromatico. Evitando i passiti, adatti come vini da dessert o da meditazione, gli altri moscati si possono abbinare senza problemi anche a tutto pasto; l’importante sta nel prediligere le etichette caratterizzate da un finale leggermente acidulo, senza eccessivo gusto dolce al palato; stiamo parlando quindi del moscato dell’Alto Adige, o comunque di quelle etichette che prediligono gli aromi fruttati e fortemente aromatici. Il sapore tipico dell’uva moscato si abbina alla perfezione con piatti a base di pesce e frutti di mare, da gustare quindi assolutamente con le cozze, con le ostriche e tutti i molluschi. Perfetto anche con i salumi, l’abbinamento che un tempo i contadini che coltivavano il moscato tendevano a prediligere. Il moscato si bene molto bene anche in accoppiata con piatti ricchi di spezie, di cui attenuano le forti sensazioni al palato.

Milena Edizioni: ci sono storie che incantano e non hanno paura di farlo

0

Ci sono storie che incantano e non hanno paura di farlo. E nel delicato momento storico che stiamo vivendo, non è cosa da poco.

Quattro deliziosi albi illustrati, editi dalla Milena Edizioni spiegano, forse meglio di tante parole, che il diverso – qui nella sua accezione più ampia – non può e non deve farci paura.  Strizzando l’occhio tanto ai piccoli lettori quanto ai loro genitori.

L’editoria è un mondo coraggioso. È fatta di scelte coraggiose. Le case editrici sono lungimiranti, mi piace pensare. Guardano più in là dei nostri bisogni, quando noi ancora non sappiamo cosa effettivamente ci serva. Così succede di ritrovarsi fra le mani quattro piccole perle, quattro libricini illustrati che, però, veicolano messaggi importanti: uno su tutti, conoscere per capire. Capire per comprendere. Comprendere per accettare.

Così la Milena Edizioni si muove in questo frangente, proponendo ai suoi lettori di ogni età una scelta editoriale che concerne temi sicuramente più delicati ma non per questo inaccessibili. Vediamoli insieme.

È da una Fiaba che tutti arriviamo, di Emma Fenu, illustrazioni di Serena Mandrici: una raccolta illustrata di filastrocche il cui tema trattato è quanto mai attuale: il delicato processo della maternità che non sempre avviene per concepimento naturale. Vengono così “cantate” molteplici forme di nascita, come la fecondazione assistita o l’adozione. È un libro che vuole abbracciare ogni famiglia, ribadire che l’amore opera veramente per vie misteriose, che l’amore è tutto ciò che davvero conta.

 

Petali, di Ramona Parenzan e Erika Terraroli, illustrazioni di Marija Markovic: come i petali di un unico fiore, così sono le storie che vengono dipanate in questo delizioso e poetico libro.

I bambini, gli assoluti protagonisti. Trait d’union, la diversità. Mirko, a cui piace creare braccialetti e collane di conchiglie, che da grande vuole recitare le sue fiabe in tutto il mondo e sogna di trovare un bambino-fiore come lui. o Alexandra, bambina in sovrappeso che alla danza preferisce il basket e il karate e che crea abiti con tinture naturali. O Luca, bimbo autistico che trova nel nuoto un mondo silenzioso e accogliente. Bimbi speciali, bimbi diversi. Ma bimbi che hanno sogni e aspirazioni. Soprattutto, bimbi che non vengono lasciati soli ma trovano adulti che ascoltano, che capiscono, che incentivano. Lo abbiamo scritto prima: conoscere per capire, per comprendere per accettare.

Colori Ribelli di Antonella Milardi, illustrazioni di Alessandro Coppola: il rosa e il celeste si ribellano al fatto di essere colori da maschietto o da femminuccia.

E decidono, così, di scambiarsi i ruoli mandando in tilt tutto il mondo. Una fiaba che fa riflettere, e molto. Il tema della diversità di genere raccontata in modo semplice e spiritoso, ma non banale. Ma ci può leggere un po’ tutto dentro, come la necessità impellente che i nostri figli seguano le proprie inclinazioni, senza per questo essere giudicati o fatti sentire diversi. Si parla di colori sì, come si parla anche di razza, genere, religione. Un messaggio importantissimo e bellissimo: che non ci siano più le odiose distinzioni terreno fertile per quelle discriminazioni odiose che corrodono l’anima di ancora tante, troppe persone.

Camilla e il Bernoccolo Magico, di Carolina D’Isanto, illustrazioni di Francesca Amici: Camilla è una deliziosa bambina dai riccioli neri e dagli occhi azzurri; vive con il papà, brillante avvocato, e la mamma, che insegna matematica all’università, e la cagnolino Priscilla.

In casa di Camilla si studia molto e si mangia sano, forse fin troppo sano (lo zucchero è bandito) e si regalano volumi sulla storia degli egiziani. Camilla è una bambina sveglia ma sola, perché non ha tempo per annoiarsi: tra la scuola, i compiti, le letture extra, le lezioni di inglese e di violoncello, non le resta il tempo per fare altro. Una caduta dalle scale e un conseguente bernoccolo, però, cambieranno le cose. O, forse, a cambiare sarà solo Camilla che inizia, a ragione, a sognare ad occhi aperti.

Camilla e il suo bernoccolo magico hanno quindi molto da dirci e molto su cui riflettere. I bambini di oggi sognano ancora? Hanno ancora tempo e modo di sdraiarsi sul prato per sentire le carezze del vento sul viso? Ma, soprattutto, abbiamo noi genitori il tempo di sognare insieme a loro?

I libri che abbiamo visto sono, pertanto, assolutamente consigliati. Per i temi trattati, per come questi temi sono trattati. Per la leggerezza non superficiale con cui affrontano discorsi complicati. Perché non si limitano all’happy ending ma invitano ad una riflessione di più ampia portata.  Leggetevi insieme ai vostri bambini, che siate genitori, educatrici o insegnanti. Ne beneficeranno i piccoli, ne beneficeremo soprattutto noi.

 

Chiara Amati

Basiliche di Roma: San Paolo fuori le Mura

0

Tra i luoghi di culto più antichi e importanti di Roma, vi è certamente la Basilica di San Paolo fuori le Mura edificata dall’imperatore Costantino all’inizio del IV secolo d.C., esattamente al di sopra della tomba del luogo di sepoltura del santo cristiano. Paolo subì il martirio per decapitazione a Roma tra il 65 ed il 67 d.C., ai tempi dell’imperatore Nerone e fu sepolto lungo la via Ostiense, a circa 2 km al di fuori delle Mura Aureliane. E’ qui che Costantino fece costruire la prima basilica, che fu poi consacrata da papa Silvestro nel 324. Ben presto però divenne troppo piccola per contenere l’afflusso di pellegrini e venne perciò distrutta per far posto ad un secondo edificio, ancora più grande ed imponente. La Basilica, con la sua possente struttura bizantina, è la più grande tra quelle patriarcali di Roma – seconda solo a San Pietro in Vaticano – ed è quindi facile immaginare come numerosi siano stati durante il corso dei secoli gli interventi realizzati dai pontefici volti al suo continuo ingrandimento ed abbellimento.

visitare roma

Tra i più interessanti vi sono gli interventi di Leone il Grande che nel V secolo fece ricoprire di mosaici l’arco trionfale, dando anche inizio alla serie di ritratti dei pontefici posti sulla trabeazione delle navate e del transetto. Oggi si contano ben 266 tondi a mosaico (compreso quello nuovo ed illuminato di papa Francesco), mentre la serie originale ad affresco è conservata nel museo annesso alla Basilica. A Gregorio VII si deve invece il portale di ingresso, composto da 54 pannelli incisi in lamina d’argento che risalgono all’XI secolo. Ma il secolo di maggior splendore per la basilica fu il XIII, quando Onorio III fece ricomporre il grande mosaico dell’abside. Si diede poi inizio ai lavori per la realizzazione del chiostro, opera del Vassalletto e del ciborio sapientemente plasmato dalle mani di Arnolfo di Cambio.

visitare roma

Famoso in basilica è poi il candelabro per il Cero Pasquale, una vera e propria colonna onoraria alta circa 6 metri, ornata da bassorilievi di stile romanico, che raccontano le storie del Nuovo Testamento. Dal XIV secolo e durante tutto il Rinascimento, anche grazie ai vari Giubilei, sempre più numerosi divennero i pellegrini che si recavano a pregare sulla tomba di Paolo. Ciò comportò ovviamente la realizzazione di ulteriori e nuovi lavori di ampliamento e decorazione della Basilica da parte dei pontefici: nel 1600 Clemente VIII fece rialzare l’altare maggiore e nel 1625 Urbano VIII si occupò del rifacimento della Cappella di San Lorenzo, commissionata a Carlo Maderno. Relativamente più recente è invece il portico della Basilica, realizzato nel 1725 su richiesta di Benedetto XIII da Antonio Canevari, il quale demolì l’antico vestibolo e fece aggiungere la Cappella del Crocifisso o del Santo Sacramento, per inserirvi il Crocefisso “miracoloso” in legno policromo, datato al XIV secolo ed attribuito al Senese Tino di Camaino.

03

Nella notte tra il 15 e il 16 Luglio del 1823 però, uno spaventoso incendio distrusse interamente la Basilica, lasciando in piedi poche strutture tanto che si dovette ricostruire l’edificio quasi interamente. Fu papa Leone XII ad avviare i lavori di ricostruzione chiedendo aiuto economico all’intero mondo cattolico e dando così il via al più imponente cantiere ecclesiastico del XIX secolo. La Basilica venne quindi ricostruita in modo del tutto identico, riutilizzando – dove possibile – i pezzi salvati dall’incendio e il 10 Dicembre del 1854 papa Pio IX riuscì finalmente a consacrare la “nuova” Basilica alla presenza di un gran numero di Cardinali e di Vescovi, giunti a Roma da tutto il mondo per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione! Ma la Basilica di San Paolo presenta al visitatore anche altri interessanti luoghi di visita: il Chiostro di San Paolo detto del Vassalletto, vera meraviglia della Roma del Trecento, un cortile porticato con colonne e mosaici incantevoli che simbolicamente unisce l’Abbazia alla Basilica; la Pinacoteca, la Cappella delle Reliquie, la Galleria Espositiva e l’area archeologica, per poter ammirare i resti provenienti dall’antica chiesa e opere di notevole pregio storico ed artistico. Ma cosa resta oggi visibile dell’antico luogo di sepoltura della via Ostiense? Uscendo è possibile ammirare la piccola ma interessante area di scavo della Necropoli di San Paolo o Ostiense, proprio il luogo da cui tutto ebbe inizio!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Glastonbury 2019: i The Killers e i The Cure saranno gli headliner

0

Il Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts, conosciuto come festival di Glastonbury, è un festival di musica che si tiene in una fattoria nel Somerset in Inghilterra, l’ultimo weekend di giugno.

Conosciuto principalmente per i concerti ospita anche spettacoli di teatro, danza, circo, cabaret e altre forme di arte. Il festival è stato istituito da Michael Eavis, un lattaio inglese, ed è proprio per questo che la location è un’enorme fattoria a pochi chilometri da Glastonbury.

La prima edizione si è tenuta nel 1970, il giorno successivo alla morte di Jimi Hendrix. Gli artisti che si sono esibiti in questa occasione erano Marc Bolan, Keith Christmas, Stackridge, Al Stewart, Quintessence. Il costo del biglietto di ingresso era di una sola sterlina e il pubblico era composto da 1.500 persone.

L’anno successivo il festival cresce tantissimo: ospiterà infatti 12.000 spettatori che potranno assistere all’esibizione di David Bowie, tra gli altri.

Oggi il Festival di Glastonbury ha fatto storia e continua a farla continuando a ospitare i concerti dei più grandi artisti internazionali. Il pubblico è cresciuto a dismisura: nello scorso ottobre gli organizzatori hanno venduto 135.000 biglietti in mezz’ora.

Ebbene sì: chi vuole partecipare allo spettacolo deve comprare il ticket 8 mesi prima dell’evento e ancora prima che la line-up sia resa pubblica.

Ma il festival è un’istituzione e gli spettatori si fidano ciecamente delle scelte artistiche degli organizzatori.

E infatti anche la Line-up del 2019, pubblicata sul sito ufficiale del Festival lo scorso 15 marzo, non ha deluso nessuno.

I Killers saranno i grandi protagonisti del concerto del sabato sera, mentre la domenica sul palco più importante, il Pyramid, si esibiranno i Cure, che tornano a Glastonbury dopo 24 anni (il loro ultimo concerto in fattoria risale al 1995).

Nostalgia anni ’80: dieci canzoni per raccontare un decennio esagerato

I grandi nomi non terminano qui: tra gli altri ci saranno anche Janet Jackson, Lauryn HillMiley CyrusLiam GallagherTame Impala, Vampire Weekend, Bastille, Interpol e The Chemical Brothers.

Nell’attesa vi propongo una playlist.

The Cure – Boys don’t cry

The Killers – Human

The Chemical Brothers – Got to keep on

Liam Gallagher – Wall of glass

Tame Impala – Let it happen

Miley Cyrus – Wrecking Ball

Bastille – Pompeii

Vampire Weekend – Step

Interpol – Evil

Valeria de Bari

Foto di copertina: Wikipedia

L’arte divina della calligrafia araba: intervista ad Amjed Rifaie

Noi di CulturaMente siamo fermamente convinti del potere salvifico della cultura ed io sono andata ad apprendere i segreti della calligrafia araba nello studio di Amjed Rifaie, sorseggiando un caffè al cardamomo.

Amjed Rifaie, calligrafo arabo, abita a Roma e vive i suoi giorni orgoglioso di essere un piccolo pezzo del mosaico romano, così ricco di cultura e arte.

Iracheno di Bagdad, coltiva il tesoro di un’arte tramandata dalla sua famiglia, di origini Sufi. Stiamo parlando dell’antica arte della calligrafia araba, la scrittura che attraverso veri e propri tratti artistici ricrea su carta parole e frasi – anche sotto le spoglie di forme antropomorfe – dei caratteri dell’alfabeto arabo.

Amjed tiene corsi e workshop di calligrafia araba in tutta Italia ed è seguito sui social da diversi allievi ed appassionati di questa magnifica arte. Tra i suoi lavori più importanti c’è la decorazione della Iraq Room presso la sede della FAO a Roma. La calligrafia araba è una delle forme artistiche più belle fatte dalla mano dell’uomo. Questa arte è stata utilizzata molto dagli arabi per abbellire, adornare e impreziosire le opere architettoniche. Esistono diversi tipi di calligrafia e ognuna deve rispettare delle regole ben precise.

Qual è la differenza tra calligrafia e scrittura nella civiltà araba?

La scrittura è prendere una penna in mano e scrivere, senza rispettare particolari regole o stili. La calligrafia araba è proprio una forma di arte molto antica che risale al settimo secolo. Abbiamo sette stili fondamentali, principali e da questi sette stili ne derivano ancora degli altri. Praticamente in ogni stile principale ci sono almeno una decina di altri. Le differenze sono a livello estetico ma anche nelle misure. Ogni lettera in stile ha la sua misura in altezza, per questo l’arte calligrafica viene chiamata geometria spirituale. Per produrre una lettera ci vuole molto tempo e ognuna differisce dall’altra, c’è una grande differenza tra la scrittura semplice e la calligrafia. Oggi pochissimi sanno fare la calligrafia araba e chi lo fa è un artista che si dedica ad essa.

Quali sono gli strumenti del calligrafo?

Lo strumento principale è il pennino, il calamo, un pennino fatto con le canne di bambù. Uso anche i pennini europei ma taglio la punta in modo obliquo. Gli inchiostri sono di diverso tipo, ci sono inchiostri persiani, arabi, di molti tipi.

Esiste un rapporto tra la calligrafia e la religione?

All’inizio la calligrafia aveva un forte legame con la religione. L’Islam infatti evita la raffigurazione umana e animale e per questo motivo gli artisti musulmani, alla nascita dell’Islam, si sono focalizzati sulla bellezza della lettera come rappresentazione della divinità. Ovviamente ci sono molti artisti laici che non seguono oggi le regole religiose e sono usciti da questi limiti. C’è oggi chi raffigura esseri umani ed animali usando la calligrafia araba. Chiaramente il legame è forte perché il Corano è scritto in calligrafia e la maggior parte delle moschee nel mondo sono decorate in questa maniera. Vedo un grande interesso verso la calligrafia araba quando tengo i miei workshop in Italia che sono pieni di artisti e gente comune. Mi dicono che li rilassa, come fosse una meditazione.

Qual è lo stile che preferisci e usi nella tua arte?

Sono diverse scuole di pensiero: esiste la scuola turca, la scuola irachena, la scuola egiziana che sono le principali poi esistono anche altre scuole in Iran, in Arabia Saudita. Il mio stile preferito però è il diwani.

scrittura arabaSono affascinata da questa arte meravigliosa, pensi che ci sia una corrispondenza tra la nostra arte e quella del mondo arabo?

In Italia l’arte si trova nel DNA degli italiani. Secondo me qualsiasi italiano ha un’arte dentro di sé…sicuramente ci sono tracce del mondo arabo anche qui. La calligrafia è presente in Italia da centinaia di anni, ne abbiamo traccia con gli arabi in Sicilia anche a livello linguistico. Ci sono tante affinità tra le nostre culture.

L’arte è la forma più spontanea, naturale ed efficace di conoscersi ed apprezzarsi.

Ognuno ha la sua arma per combattere l’intolleranza e trasmettere pacificamente le proprie idee. Io lo faccio con la calligrafia che mi mette in comunicazione con il mondo. Quando tre anni fa ho iniziato a insegnare calligrafia nelle Università si sono avvicinati moltissimi artisti e studenti. Alcuni studiavano la nostra cultura, la nostra lingua, altri per motivi spirituali, estetici.

Una spiritualità non legata necessariamente alla religione?

Sì, perché c’è un forte legame tra la calligrafia araba e la spiritualità che molti non riescono a trovare più nel frenetico mondo occidentale ma ormai anche nella società araba. La vita è fatta di scadenze, di corse e la calligrafia è un esercizio di tranquillità, un momento di pace. Ci si può staccare dal mondo materiale immergendosi nella disciplina calligrafica fatta di altezze e lunghezze, di applicazione per produrre una lettera; ci vuole pazienza e concentrazione, anche un mese per poter crearla in modo perfetto.

Da quanto tempo vivi in Italia?

Sono più di 10 anni ma, come dicevo prima, ho iniziato ad insegnare solo da tre. All’inizio ero contrario perché la consideravo una cosa mia intima per trovare pace, tranquillità e serenità e scaricare tutto lo stress.

Una profondità che non immaginavo. Mi viene in mente la saggezza Sufi.

Esatto, i Sufi lo usano come strumento per avvicinarsi verso Dio, per cercare la verità divina. Ogni lettera dell’alfabeto arabo è considerata una preghiera perché l’alfabeto è stato usato per scrivere il Corano. Per loro ogni lettera è una preghiera assoluta. Poi c’è il discorso dell’esercizio della perfezione interiore, impossibile per gli esseri umani, ricordiamo la figura del Derviscio in Turchia, per esempio. Si crede anche che esista un’energia positiva che si trasmette dai calligrammi nel momento in cui si legge con un po’ di attenzione; ci si rilassa. Molto mi dicono che provano emozione quando vedono scrivere i loro nomi..

Esistono delle mistiche e calligrafe nel mondo arabo?

Pensa che la prima mistica sufi era una donna, Rabia Al Basri. A livello di calligrafia c’erano e ci sono tantissime donne che fanno le calligrafe, anche in Italia.

La conoscenza è il più grande strumento di pace e di armonia e ti ringrazio veramente di cuore, Amjed. A prestissimo, ti seguiremo nella tua Arte.

Email: alrifaie.amjed@gmail.com
Sito web: www.amjedrifaie.com
Facebook: Amjed Rifaie

Antonella Rizzo

La “Storia a Processo”: il mito di Evita Peron sotto accusa

Il terzo appuntamento della “Storia a Processo” di Elisa Greco, andato in scena lo scorso 13 febbraio, ha visto difendersi sul palco del Teatro Eliseo Eva Duarte, meglio nota come Evita Peron.

La paladina dei descamisados, la donna più famosa d’Argentina, la moglie dello spregiudicato presidente Juan Domingo Peron, coraggiosa e spregiudicata, infinitamente amata e odiata.

Resa celebre al grande pubblico dal film di Alan Parker con protagonista la pop star Madonna, Evita, come sottolineato dalla stessa Elisa Greco, fu «una personalità carismatica e nello stesso tempo paradossale che comunque ha saputo cogliere i codici del populismo e i linguaggi della politica

A vestire i panni della Peron sul palco dell’Eliseo la bellissima Marisela  Federici.

Elegante, nel suo lungo abito bianco e nero, Marisela ha risposto con sicurezza alle accuse mosse dal pubblico ministero, l’avvocato penalista e docente di diritto penale informatico Stefano Aterno.

Due i capi di imputazione pronunciati dal presidente della giuria, nell’occasione Raffaele Cantone, Presidente dell’ Autorità Nazionale Anticorruzione.

Riciclaggio di denaro e favoreggiamento personale per aver favorito alcuni ex gerarchi nazisti, riparati in Argentina per sfuggire alle maglie della giustizia internazionale.

Il dibattimento scorre rapido sulla scia degli attacchi di un agguerrito Juan Peron, interpretato dal giornalista Rai Giancarlo Loquenzi, (sua la trasmissione radiofonica Zapping) e la strenua difesa dell’avvocato di Evita, l’ottimo Andrea Purgatori.

Questi, giornalista, scrittore e sceneggiatore, ha dedicato alla vicenda della Peron più di uno speciale televisivo.

Non meno agguerrita la giornalista Sabrina Scampini.

Teste della difesa, ha sostenuto come Evita fosse malvista dai poteri forti per il semplice fatto di essere una donna potente e amata, una femminista che lottava contro l’Argentina maschilista del tempo.

Sabrina Scampini, esperta sulla vita di Evita Peron, più volte, nella sua trascinante difesa della donna prima che del mito, è stata energicamente stoppata dal presidente della giuria e invitata ad esprimere fatti e non giudizi.

Non sono mancati momenti di ilarità come quando ha ricordato che se, all’epoca ci fosse stato un Raffaele Cantone e una Autorità Nazionale Anticorruzione,  i soldi forse non sarebbero stati distratti.

Vigorosa e circostanziata anche la testimonianza di Stefano Zurlo, in qualità di perito dell’accusa.

La firma del “Il Giornale” ha raccontato un episodio legato alla vita della Peron, poco noto ai più e ampiamente descritto nel suo Quattro colpi per Togliatti: Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia, edito da Baldini Castoldi.

I fatti risalgono agli anni Cinquanta quando la first lady argentina spedì ad Antonio Pallante, all’epoca in carcere per un fallito attentato contro il leader comunista Palmiro Togliatti nel 1948, una busta con un’ingente somma di denaro definendolo un combattente per la libertà”.

Accuse mirate ma che appaiono non scalfire l’inossidabile armatura di Evita, che durante il dibattimento è stata abile a spostare l’attenzione dei giurati sul quello che a suo avviso è l’unico responsabile: suo marito.

Il compassato Juan Peron ha cercato di respingere al mittente le accuse mosse dalla difesa, volendo apparire come un burattino nelle mani di una donna spietata e ambiziosa di cui, però, era follemente innamorato.

Ma francamente ha convinto poco.

La sensazione che serpeggia nell’emiciclo dell’Eliseo, nella fervida attesa della lettura del verdetto finale, è che Evita sarà assolta.

Le accuse mosse a Evita paiono davvero fugaci.

Al contrario emerge nettamente il ruolo del marito, vero responsabile di molti dei misfatti che hanno contrassegnato l’Argentina negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

Rispetto ai due precedenti appuntamenti, che avevano visto finire alla sbarra prima Marx e poi Augusto, l’impressione sulla scelta finale del pubblico appare chiara.

Ed Evita infatti viene assolta con un largo margine.

Alla fine ha prevalso il mito sulla donna, la leggenda sulla storia, il fascino sull’ambizione.

Non rimane che ricordare, mentre la bella e audace Marisela Federici raccoglie i meritati applausi, l’ultimo appuntamento con “La storia a Processo“.

Il prossimo 25 marzo ad essere condotto davanti alla giuria dell’Eliseo sarà nientemeno che Maximilian Robespierre.

Sarà assolto anche lui? Chissà!

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Testo: Maurizio Carvigno

Foto dello spettacolo: Federica Di Benedetto

 

L’eterna lotta fra il potere e l’arte. Augusto contro Ovidio

Grande esordio italiano del poeta nigeriano Alatishe Kolawole

0

Grande esordio italiano per Immergi i piedi in questo fiume di speranza, il libro del poeta nigeriano Alatishe Kolawole per le edizioni Lavinia Dickinson.

Roberto Malini, editore, difensore dei diritti civili e raffinato poeta è stato il responsabile di questa grande operazione letteraria, ed è anche il traduttore dei testi.
In linea con il suo impegno culturale e intellettuale nella ricerca di voci nuove dal mondo dove l’impegno civile si coniuga al talento, Malini ha compiuto un’opera preziosa con l’acquisizione del libro di Kolawole nella collana Isole del suono, che propone poeti dal forte impegno civile.

Un libro che racconta l’identità antica e nobile del continente africano, massacrato dalla chimera schizofrenica della modernità e dalle ingiustizie.

Immergi i piedi in questo fiume di speranza è un titolo che richiama un popolo alla ribellione pacifica in nome della giustizia e della consapevolezza delle proprie potenzialità. Rappresenta il controcanto alla nostre paure sul meticciamento culturale, la coscienza transculturale in un momento storico dai toni allarmistici.

Una poesia che addomestica il terrore perché sgorga dalle viscere di una terra dove la sofferenza rappresenta l’unica percezione possibile dell’esistenza in vita.

Sono versi dal lirismo naturale, antropomorfico, in perfetto continuum con un mondo interiore e morale; che regola una società fondata ancora sui valori dell’appartenenza, della condivisione e del rispetto.

Non sono solo bidonville e città abbandonate alla sporcizia e al degrado quelle africane, ma soprattutto luoghi in cui la vita legata ai ritmi della sopravvivenza assume un valore speciale nell’immanenza.

Il fiume di speranza del poeta è navigato da parole come preghiere, elevate a poesia nella cura delle piccole cose; dagli stessi libri che conservano le suppliche e i rituali di una società fondata sul superamento dei bisogni quotidiani.

testo poetico

Una grande apertura per i nostri orizzonti viziati dalle infinite possibilità di scelta e dalla confusione. Non è certo la sindrome esistenzialista  il languore narrato dal poeta, ma la ricerca di una vera e propria collocazione del proprio essere e della propria storia in una porzione geografica ben definita.

I versi intensi di Alatishe Kolawole sono frusta e miele al contempo, senza retorica, un elettroshock per i nostri circuiti impazziti. Quello che percepiamo e definiamo dell’alterità è sempre una visione parziale; la poesia non consente alibi.

La denuncia della perdita valoriale come motivo di crisi dell’uomo dall’Africa non può non riguardarci. La sopravvivenza dell’uomo dipende dalla sopravvivenza del pensiero, della preghiera intesa come atto spirituale verso le forze creatrici.

Ciò che il poeta racconta non fa parte di un immaginario condito di luoghi comuni e di pregiudizio che divide gli uomini in Buoni e Cattivi, Evoluti e Retrogradi ma nell’esistenza o meno delle opportunità. Non è il pietismo a parlare ma la forza fiera della rinascita, della battaglia quotidiana nel difendere il cuore autentico di un popolo.

La famiglia umana, gli affetti, la bellezza dei versi hanno una valenza incredibile nel dichiarare la volontà di insurrezione fondata sulla parola, sulla fierezza di ostentare le ferite della propria terra come segni di resistenza.

Ribellarsi a un destino segnato è possibile: attraverso la custodia delle radici è possibile percorrere la terza via, quella che riscatta il proprio karma. Percorsa da canti gloriosi, esiste una Fede fondata sulla religiosità naturale e Divina. Alatishe si rivolge al suo popolo specificando che la strada in salita verso la Pace deve portare il peso prezioso dell’eredità.

Non esiste dignità nell’oblio e non esiste Libertà senza memoria. Grazie, Alatishe.

Alatishe Kolawole è una voce nuova della poesia nigeriana ed è un uomo di pace in un Paese in cui la pace e i diritti umani, da tanti anni, non sono che utopie. È un uomo che ha fede nel progresso in un Paese dove l’ottantacinque per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e l’ambiente è gravemente inquinato. Poeta dei poveri e degli oppressi, desidera incarnare l’integrità civile, la volontà di crescere umanamente anche quando i tempi sono duri e difficili.

Antonella Rizzo

The Umbrella Academy: da grandi superpoteri derivano grandi insicurezze

0

Bastano 5 minuti per capire che The Umbrella Academy è una serie tv molto diversa dalle altre.

Tratta dai graphic novel di Gerard Way, la serie racconta la storia di sette bambini straordinari. Nati lo stesso giorno dello stesso anno vengono adottati da uno strano miliardario che vuole renderli una squadra contro il crimine.

Cosa rende The Umbrella Academy diverso da X- Men? Sicuramente l’analisi psicologica di sette persone cresciute senza affetto, ma soprattutto in competizione tra loro. Ogni personalità ha le sue sfumature, ma soprattutto le sue zone d’ombra. Alla saga familiare si aggiunge la lotta per il potere, come anche quella per le attenzioni mancate nel corso degli anni.

Gli episodi

Dieci episodi che si mangiano uno dietro l’altro. La meravigliosa Ellen Page, che nella serie interpreta il Numero Sette, dà prova di tutto il suo talento come attrice portando alla nostra attenzione tutta la complessità dei rapporti tra fratelli e sorelle, ma non solo.

La domanda primaria che scatta nel cervello dello spettatore riguarda un’altra questione, quella dell’essere speciali. La risposta viene più volte data dagli antagonisti (nel cast la cantante Mary J. Blige e Kate Walsh di Tredici), anche loro in preda a un ruolo di cui spesso vogliono liberarsi, in nome di qualcosa di più vero.

13 ragioni per morire e nessuna davvero valida

Quanto è importante essere straordinari e quanto questo ci rende più amati dagli altri? L’ammirazione equivale all’amore? Essere una squadra significa essere una famiglia? Quello che emerge sin dai primi episodi è che l’Academy non è stato un nido sicuro dove confrontarsi con i genitori, ma nemmeno con i coetanei. C’è chi prova ad assurgere al ruolo di sorella o fratello maggiore, e a volte fa un po’ sorridere visto che i ragazzi hanno tutti la stessa età.

Dopo anni passati separati, ognuno con la propria vita, la squadra deve riunirsi per il funerale del padre. Sarà in quel momento che lo straordinario team dovrà fare i conti non solo con tutti i fantasmi del passato, ma anche con quelli del futuro. In una lotta contro il tempo l’Umbrella Academy dovrà svelare tutti i segreti di famiglia (ma soprattutto gli altarini) per un fine molto più grande. Nel farlo, ogni personaggio dovrà guardare in faccia le proprie debolezze e portarle alla luce: tra le diversità di ognuno emerge forte il senso di inadeguatezza di supereroi e supereroine.

La sensazione è quella di aver vissuto una vita basata sul proprio potere, oppure sulla paura del proprio potere, o ancora  sul desiderio di volerne di più per essere accettati. Ecco quindi cosa rende questi neotrentenni più vicini a tutti noi: la loro profonda umanità e quasi la difficoltà di doversi inserire in un mondo che li conosce esclusivamente in base alla loro dote, che quindi li definisce, relegandoli tutti in limbo, dove si danza un walzer di maschere che un terremoto farà cadere improvvisamente.

Alessia Pizzi

Accantonare l’ipocrisia per sposare la verità, parola di Misantropo

0

È andata in scena ieri al Teatro Ambra Jovinelli la prima pièce romana della commedia “Il Misantropo” di Molière.

L’opera rimarrà in cartellone fino al 24 Marzo.

A dare il volto al fin troppo genuino protagonista è l’attore Giulio Scarpati.  Un’interpretazione magistrale che finalmente scaraventa via il pesante camice di un medico in famiglia.  Una performance dai toni risoluti e intransigenti dettata dalla componente caratteriale di Alceste letta in chiave moderna dalla regista Nora Venturini.

Un inno alla violenta sincerità.

La profondità dei dialoghi porta infatti ad una inevitabile riflessione anche e soprattutto sulla nostra contemporaneità. Il teatro, ieri come oggi, è strumento di riflessione ed educazione. È un’incubatrice di profonde riflessioni e domande esistenziali. Vivere in una società disseminata di ipocrisia è purtroppo una costante che si ripete nei secoli. Tutti siamo parte di questo gioco di ruoli dove si prova a fare buon viso a cattivo gioco. Perché? Per interessi ed adulazioni.

Ne è un esempio l’amata di Alceste: Celimene, donna affascinante e cupida, interpretata da Valeria Solarino.

La giovane Celimene si sente libera ma in realtà, come tutti noi, è assoggettata alle catene della formalità. Mentre il Misantropo è un uomo libero. Può dire ciò che pensa, perché lo vuole e perché non teme il confronto e il giudizio con il prossimo.

Il fervore di Alceste è rivolto soprattutto verso coloro che cedono ad un sistema marcio pur di trarne vantaggio portando così i malvagi ed i corrotti ad essere a tratti fondamentali per la società.

Forse possiamo parlare di Alceste come di un antieroe moderno per merito anche dell’interpretazione di Scarpati.

Ambasciatore dell’onestà in lotta contro la corruzione e la “doppiezza” della società verrà deluso anche dall’amore.

La sua rimarrà solo una voce fuori dal coro quando invece bisognerebbe rompere gli schemi ai quali siamo assoggettati, accantonare l’ipocrisia e sposare la verità.  Anche se la verità fa male ed è scomoda.

L’opera venne rappresentata per la prima volta a Palais-Royal il 4 giugno 1666 ma rimane un capolavoro di profonda attualità.

Alessia Aleo

Julian Rosefeldt e il suo Manifesto con Cate Blanchett. Tante parole, mai troppe

0

L’installazione di Julian Rosefeldt arriva a Roma e porta con sé tutti i personaggi interpretati da Cate Blanchett

Politicamente significativo, intellettualmente provocatorio, magnificamente ideato e interpretato. Sono alcuni dei modi con cui si potrebbe definire Manifesto: l’ambiziosa installazione di Julian Rosefeldt con come protagonista Cate Blanchett che, dopo aver debuttato presso l’Australian Centre for the Moving Image nel dicembre 2015 ed essere anche stata adattata cinematograficamente, continua a riscuotere successo in tutto il mondo. Finalmente arrivata in Italia, l’opera di Julian Rosefeldt sarà ospitata fino al 22 aprile 2019 all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma. E merita di esser vista per più di un motivo.

Innanzitutto per ammirare la versatilità interpretativa e la generosità artistica di Cate Blanchett. Che, in soli dodici giorni di riprese svoltesi a Berlino e senza ricevere alcun compenso, riesce a dar vita a ben 13 personaggi diversi. Un senzatetto, una broker, un’operaia, un’amministratrice delegata, una punk, una scienziata, un’oratrice, una burattinaia, una madre tradizionalista, una coreografa, una telecronista e la sua reporter in collegamento, un’insegnante. Ognuno di loro ha il compito di dare voce e corpo a una serie di monologhi tratti da vari manifesti artistici del ‘900. Dal Futurismo al Dadaismo, dal movimento Fluxus al Suprematismo, dal Surrealismo al Vorticismo e molto altro ancora. Includendo anche riflessioni di artisti quali Umberto Boccioni, Lucio Fontana, Elaine Sturtevant, André Breton, Yvonne Rainer o John Cage.

palazzo delle esposizioni roma
Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 | © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018

L’operazione di Julian Rosefeldt ha come obiettivo porre domande più che dare risposte, stimolando lo spettatore e le sue capacità intuitive.

L’autore non ha voluto sottotitoli ai filmati, optando per un libretto che verrà consegnato a ogni visitatore acquistando il biglietto d’ingresso. In questo modo gli estratti dai manifesti potranno essere letti e riletti prima, durante o dopo la visita. All’ingresso si viene accolti da un prologo della durata di 4 minuti: il girato di una miccia che brucia accompagnato dalle parole “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” – tratte dal Manifesto del Partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engeles. Seguite da parti del Manifesto Dada di Tristan Tzara e de La letteratura e il resto di Philippe Soupault. Partendo da qui ci si ritrova in un’agorà di sollecitazioni visive e uditive grazie ai 12 schermi che, all’unisono, raccontano altrettante storie. A chiusura ideale del percorso e inteso come epilogo, il Manifesto di Lebbeus Woods.

palazzo delle esposizioni roma
Julian Rosefeldt | Manifesto | L’allestimento della mostra | foto di Silvia Tudini

Chi guarda può decidere quale ordine seguire, lasciandosi sedurre dal personaggio o dalla vicenda che lo incuriosisce di più.

Ogni girato dura 10 e 30 secondi esatti: il consiglio è quello di prendersi tutto il tempo che serve per calarsi nell’atmosfera di ciascun video. I dialoghi provenienti dagli filmati altri fanno parte dell’esperienza. Lo si capisce quando, con puntuale casualità, le parole declamate si sincronizzano dando vita a un vero e proprio coro.

palazzo delle esposizioni roma
Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 | © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018

Un’altra scelta non casuale è quella di aver affidato a un’attrice il compito di recitare testi scritti per la maggior parte da uomini.

Così come non lo è aver creato tutti personaggi femminili – tranne uno, il senzatetto – a cui farli proclamare. L’effetto è dirompente: donne colte durante momenti più o meno quotidiani quali prepararsi per andare a lavoro, riunirsi in preghiera con la famiglia prima di mangiare o dare un compito ai propri alunni si alternano ad altre impegnate in attività meno diffuse come condurre un telegiornale, dirigere un corpo di ballo, creare un burattino a propria immagine o tenere un’orazione funebre. Il tratto comune tra loro è il pronunciare, ognuna con l’intenzione più consona al ruolo interpretato, affermazioni che per antonomasia puntano a distruggere l’esistente e allontanarsene per creare qualcosa di nuovo, unico, rivoluzionario.

palazzo delle esposizioni roma
Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 | © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018

Chi scrive ha deciso di lasciarsi invadere dall’installazione, seguire una vicenda e origliarne un’altra, tornare più volte sull’incarnazione di Cate Blanchett che lo ha colpito di più e lasciarsi ispirare. Sperando capiti lo stesso a chi legge.

Credits foto in evidenza: Julian Rosefeldt | Manifesto | L’allestimento della mostra by Silvia Tudini

Cristian Pandolfino

Sex Education: quando il sesso non è più un tabù

0

Sex Education, una delle ultime produzioni Netflix, ci racconta perché il sesso non deve essere più un argomento tabù.

Sì, lo so cosa state pensando. L’ennesima serie tv ambientata in un liceo che parla di sesso? Avanguardia pura.

Eppure, Sex Education riuscirà a stupirvi! Se state cercando una serie tv da vedere, questa potrebbe essere quella giusta per voi.

La storia

Sex Education segue le vicende degli studenti del liceo Moordale. Il protagonista è Otis Milburn (interpretato da Asa Butterfield), un tranquillo adolescente britannico con dei genitori alquanto ingombranti. Sua madre (Gillian Anderson) è una scrittrice e sessuologa di fama nazionale e questo condizionerà non poco la crescita di Otis.

Al fianco del ragazzo c’è sempre Eric (Ncuti Gatwa), il suo migliore amico, un ragazzo che non ha paura di mostrare se stesso. I due ragazzi, inaspettatamente, si avvicinano a Maeve (Emma Mackey), la tipica ragazzaccia con una brutta reputazione. È dall’incontro con lei che prenderà il via la “carriera” di Otis come consulente sessuale del liceo.

https://www.youtube.com/watch?v=o308rJlWKUc

La clinica del sesso” del liceo è l’espediente che consentirà, alla serie targata Netflix, di affrontare l’immensa tematica del sesso tra gli adolescenti. La goffaggine di Otis, in contrasto con l’esuberanza di Maeve, renderanno tragicomica l’analisi dei problemi sessuali degli studenti di Moordale.

Perchè guardare Sex Education?

Il rischio di cadere nel ridicolo, o nella banalità, quando si parla di sesso è sempre dietro l’angolo. Il più delle volte nei teen drama siamo abituati a vedere dei personaggi eccessivamente romantici alla ricerca del vero amore o, al contrario, costantemente in preda agli ormoni.

Sex Education riesce a trattare l’argomento sesso con un tono ironico e brillante, senza mai renderlo banale. Ogni difficoltà incontrata dai personaggi viene rappresentata come una possibilità di crescita. Essi trovano in Otis il consigliere di cui avevano bisogno, con lui si sentono liberi di raccontare anche i segreti più intimi.

nuove serie netflix
Fonte: Netflix

Nel corso degli episodi, i personaggi hanno una crescita graduale, che li porta ad acquisire una maggiore consapevolezza di loro stessi.

Come ogni adolescente, anche i protagonisti di Sex Education devono fare i conti con le difficoltà che si incontrano nell’intricato passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Prendere coscienza di se stessi, scegliere ciò che è meglio per il proprio futuro, risolvere le problematiche familiari: tutto questo può condizionare la loro crescita.

La narrazione scorre molto velocemente, senza mai annoiare lo spettatore. Ho trovato molto bella la scelta di un’ambientazione un po’ retrò in contrasto con l’avanguardia delle tematiche trattate.

L’elemento che rende questa una serie tv da vedere è che Sex Education affronta, garbatamente e con toni giocosi, tutti quegli argomenti “scomodi” che i liceali dello scorso millennio, senza alcun accesso a internet, conoscevano solo tramite il sentito dire o le esperienze degli amici più grandi. Finalmente Netflix ha sdoganato un altro tabù.

A questo punto non ci resta che aspettare la seconda stagione della serie per scoprire come si evolveranno le relazioni tra i personaggi che abbiamo cominciato ad amare.

Simona Specchio 

Cecilia Bartoli: il trionfo della regina del canto al Teatro di San Carlo di Napoli

0

Cecilia Bartoli è una garanzia di bravura e professionalità, ed il concerto al Teatro San Carlo di Napoli ce lo ha dimostrato

Ho sempre amato Cecilia Bartoli. La sua è una voce che arriva direttamente all’anima. Non potevo perdermi quest’occasione. La sera dell’08 marzo 2019 un posto al Teatro di San Carlo di Napoli, uno dei più straordinari teatri d’opera al mondo, doveva essere mio.

Atmosfera calda, rovente, come questo strano finale d’inverno. L’ensemble barocco Les Musiciens du Prince (gruppo strumentale barocco creato nel 2016 su iniziativa di Cecilia Bartoli e di Jean-Louis Grinda, Direttore dell’Opéra de Monte-Carlo), che accompagna il concerto, è pronto sul palco. La sala è piena. All’ingresso del primo violino, lo straordinario Andrés Gabetta, l’orchestra attacca il famoso Allegro dalla Primavera di Antonio Vivaldi. Il pubblico si eccita, ma è in attesa della star, una delle stelle del firmamento operistico: la mezzosoprano romano Cecilia Bartoli.

Eccola entrare, vestita in abiti settecenteschi con un grandioso tricorno. Ed è subito festa. Cecilia Bartoli è una cantante bravissima e magnetica. Un repertorio smisurato. La sua bravura tecnica gli permette subito di affrontare un’aria terribile: “Quell’augellin” da La Silvia di Antonio VIvaldi. L’impressionante bravura tecnica della cantante romana e del flautista Jean-Marc Goujon riesce a rendere perfettamente i gorgheggi di “quell’augellin che canta la libertà“. Ma la Bartoli è espressione prima di tutto. Attraverso la sua grande anima ed una mimica facciale straordinaria esprime tutti i sentimenti, come l’amore di Sesto per Vitellia nell’aria “Parto, parto“.  Siamo ne La Clemenza di Tito di Wolfgang Amadeus Mozart e l’aria è un pezzo solenne, un brano che deve esprimere fermezza nel voler uccidere un amico per amore, e la Bartoli esprime tutto ciò, infiorettando delle agilità pazzesche in maniera perfetta con il clarinettista Francesco Spendolini.

Tanta felicità

Il pubblico è in visibilio (e tra essi ci sono anch’io). Ci si rende sempre di più di quanto questa cantante, oltre ad essere bravissima, sappia mettere la tecnica al servizio dell’interpretazione e del gioco teatrale. Cambia autore, cambiano anche i vestiti di scena. Per il finale della prima parte del concerto la vediamo uscire con una grande corazza ornata da un mantello rosso con due grandi piume rosse. Il teatro si ferma, l’atmosfera si fa surreale in quanto la Bartoli attacca un pezzo meraviglioso, Lascia la spina, da Il trionfo del tempo e del disinganno di Georg Friedrich Händel. Si tratta di un brano magico, delicato, un omaggio alla vita che passa. La Bartoli, con il meraviglioso complesso barocco alle sue spalle, sottolinea la purezza del testo. “Lascia la spina, cogli la rosa. Tu vai cercando il tuo dolor“, con lei è emozione pura . Il trionfo è inevitabile.

https://www.youtube.com/watch?v=63UkXRXDtME

Cecilia Bartoli quanto ama Rossini!!!

Cecilia Bartoli non dimentica le sue origini. Ed ecco, dopo una spumeggiante esecuzione dell’Ouverture del Don Chischiotte di Manuel Garcìa da parte della straordinaria orchestra, arrivare Gioacchino Rossini (di cui Manuel Garcìa fu primo interprete del ruolo del Conte d’Almaviva nel Barbiere di Siviglia).

L’atmosfera è cupa, la nostra artista entra in scena con un vestito azzurro elegantissimo. Siamo nelle oscure trame dell’Otello del compositore pesarese, che andò in scena per la prima volta nel 1816 proprio al Teatro di San Carlo di Napoli. I due brani scelti, cioè “Assisa a piè d’un salice” e la successiva preghiera “Deh, calma, o Ciel nel sonno raccontano del dramma delle ultime ore di Desdemona attraverso la storia di Isaura, che si trova sotto un salice ed è disperata per il dramma d’amore da lei subito, e della voglia di salvezza e di dimostrare la propria innocenza che Desdemona serba in se. Cecilia Bartoli è magnetica, una vera e propria tragedienne.

https://www.youtube.com/watch?v=n1s18-2oYgI

Si finisce con la Cenerentola, opera comica di Rossini. Il ruolo di Angelina è stato uno dei primi cantati dalla mezzosoprano (si ricorda una bellissima edizione del 1992 al Teatro Comunale di Bologna con il maestro Riccardo Chailly sul podio). Personaggio dolce, che vince perché sa amare ed apprezzare la vita; amore che si presenta nelle sembianze del principe Don Ramiro attraverso il bellissimo duetto Un soave non so che. Con il grande John Osborn, che si trova nella città per cantare Les Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach, si da vita ad una delizia. Cecilia Bartoli e John Osborn cantano magnificamente questo pezzo entrando una vestita come una domestica con la scopa di sagina e l’altro in frac. Ma le sorprese non sono finite. La cantante entra vestita da sposa per il grande rondò finale “Nacqui all’affanno“, sublimazione della sua felicità visto che è stata scelta come sposa dal principe e brano in cui lei perdona le sue sorellastre Clorinda e Tisbe ed il suo padrino Don Magnifico.

Il calore di tanti bis

Il pubblico, delirante di contentezza, che non si risparmia in “brava”, mazzi di fiori applausi e dichiarazioni di amore da parte della città e dai suoi abitanti verso la grande artista, attende qualcosa. Cecilia Bartoli ci lascia sei bis magnifici, partendo dal famoso Alleluja, parte finale del mottetto Exultate jubilate di Wolfgang Amadeus Mozart per andare avanti con la più bella esecuzione da me mai sentita di Santa Lucia Luntana per tornare all’allegria con la famosa Danza di Rossini, nella quale la cantante si è accompagnata con il tamburello.

https://www.youtube.com/watch?v=m4WZwPbUz-k

Passato un altro brano struggente, Munasterio ‘e Santa Chiara, ecco che arriva il non plus ultra, l’aria “A facil vittoria” dal Tassilone di Agostino Steffani. In questo brano vi è tipico totem della musica barocca, cioè la gara fra il solista e la tromba. La divina Bartoli ed il grandissimo Thibaud Robinne alla tromba si sfidano in una gara all’ultimo respiro (bravissimo anche il fagottista Ivan Calestani), con gag strabilianti (come quando il primo violino guarda l’orologio per sottolineare che l’assolo della tromba è troppo lungo), ma qui arriva la sorpresa: il trombettista prende il contrabbassista Davide Vittone, indossano due occhiali da sole e , insieme alla Bartoli, interpolano Summertime di George Gershwin in mezzo al brano di Steffani, con il pubblico che schiocca le dita a ritmo, per poi finire con Steffani.

Un successo da stadio per tutti, il pubblico sembra non voler far andare via gli artisti, ma la vita deve scorrere e noi usciamo dal teatro dopo tre ore e venti circa di musica con il sorriso, consci di aver assistito ad uno spettacolo indimenticabile.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Francesco SquegliaTeatro di San Carlo di Napoli)

Tutti pazzi per Alberto Angela: Le Meraviglie non deludono mai!

0

Grande successo per le Meraviglie di Alberto Angela con il 19.86% di share e 4.510.000 spettatori!

Alberto Angela torna a divulgare… dal 12 Marzo!

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di Meraviglie – La penisola dei tesori, condotto da Alberto Angela. Grande successo quindi per Rai Uno che conferma di aver “puntato” sul format (e sul presentatore) giusto.

Nella prima puntata, Alberto Angela ci ha accompagnati attraverso 4 importanti luoghi della nostra Italia.

Cominciamo con Mantova, di cui ha illustrato il palazzo ducale e palazzo te. Un escusurs tra i fasti rinascimentali di una delle città più belle della penisola. La grandezza di una delle donne più rilevanti del nostro rinascimento, Isabella d’Este, e la straordinaria maestria di uno dei più grandi artisti del XVI secolo, Giulio Romano.

Passiamo poi a Roma, dove, Piazza Navona ci racconta una storia millenaria.

Roma Nascosta: lo Stadio di Domiziano sotto piazza Navona

Da Domiziano fino agli artisti Bernini e Borromini, vediamo questo antico stadio romano attraversare la storia e trasformarsi in quella che è una delle piazze più suggestive del mondo.

Facciamo poi un salto in avanti e andiamo alla costiera Amalfitana. La bellezza di queste coste e la storia importante di una delle città marinare per eccellenza. I commerci, gli scambi, gli incontri nel Mediterrano hanno fatto di questa città una ricca potenza nel medioevo.

Infine, ma non per questo meno importante, il parco sommerso della città di Baia. Città sommersa a causa del bradisisma che caratterizza quelle terre, il sito è rimasto coperto da mare per secoli, quando il mare stesso ha fatto riemergere alcune statue. Una passeggiata sottomarina suggestiva e del tutto affascinante, alla scoperta di un mondo sommerso. Un’Atlantide tirrena.

Non sono mancate piccole perle incastonate qua e là, quali interludi tra un atto e un altro. Parliamo dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta, della fortezza di Monteriggioni in provincia di Siena e della chiesa bizantina di Cattolica di Stilo in provincia di Reggio Calabria. Una bella passeggiata per luoghi a volte sconosciuti.

Non è venuta anche a voi la voglia di partire subito?

Avete perso la seconda puntata? Qui il nostro commento:

Meraviglie e altri rimedi: tutti in viaggio con Alberto Angela

Serena Vissani

Il genio di Annibale in mostra a Piacenza

0

A Piacenza, nella suggestiva sede dei sotterranei di Palazzo Farnese dal 16 dicembre è in mostra Annibale, uno dei più grandi condottieri di sempre.

Nemico giurato di Roma, condottiero geniale, amato dai suoi soldati, il suo nome?  Annibale.

Al generale, che inflisse a Roma memorabili sconfitte, la città di Piacenza, che fu teatro della mitica battaglia della Trebbia, dedica una mostra davvero completa.

Inaugurata lo scorso 16 dicembre, Annibale un mito mediterraneo, offre una lettura innovativa e a 360°, di quello che è stato uno dei più grandi uomini d’armi della storia.

Suddivisa in nove sezioni e curata dal professor Giovanni Brizzi, (uno dei maggiori esperti sul generale cartaginese e autore di diversi saggi fondamentali sulla sua figura), la mostra ripercorre in modo innovativo e mai didascalico tutta la vicenda di Annibale.

Prima di esplorare a tutto tondo la poliedrica figura dell’uomo che divenne l’incubo dei  romani, la rassegna affronta alcuni temi introduttivi, indispensabili per collocare la complessa figura di Annibale.

Le prime tre sezioni descrivono, quindi, il contesto storico che precede l’avvento del condottiero.

Viene posto l’accento sul ruolo sempre più crescente di Roma e su quello di Cartagine, fondata dalla mitica Didone.

Due città legate al nome di Enea e divise dal Mediterraneo.

Potenze che inevitabilmente entrarono in conflitto.

Dalla quarta sala in poi inizia il vero e proprio racconto di Annibale.

Comincia l’avventura: la storia di quell’uomo diviene fatalmente mito.

Attraverso svariati reperti, provenienti da musei italiani e stranieri e un interessante apparato tecnologico, la narrazione si snoda in modo dinamico e accattivante.

Nel corso delle diverse sale espositive, suggestivamente allestite negli spazi sotterranei di Palazzo Farnese, recentemente restaurati, i ricordi scolastici tornano prepotentemente alla memoria.

Ecco riaffiorare il celebre giuramento che il piccolo Annibale, di soli nove anni, fece nelle mani del padre Amilcare e raccontato da Polibio.

Quel numquam amicum fore populi Romani (mai sarebbe stato amico del popolo romano), che Annibale giurò sull’altare del dio Baal Hammon.

Un odio, quello verso il popolo romano, che fu un tratto saliente della formazione del giovane Annibale, così come la sua profonda cultura.

Il futuro vincitore di Canne crebbe poliglotta, con una formazione di tipo greco-punico.

I suoi gusti letterari spaziavano da Polibio ad Omero, con un particolare passione per lo storico greco Tucidite.

Grande interesse per i trattati militari ma anche per l’agricoltura e l’economia.

E poi il mito di Alessandro Magno.

Per il giovane Annibale l’eroe macedone fu un costante punto di riferimento e non solo dal punto di vista prettamente militare.

Conobbe le gesta di Alessandro attraverso le Praxeis di Callistene, entusiasmandosi per la celebre manovra avvolgente, che fu alla base di molte vittorie del macedone e che Annibale perfezionò in seguito.

Grazie a quella strategia militare, inventata dal padre di Alessandro Magno, Annibale trionfò a Canne.

Bellissima la sezione dedicata alla leggendaria traversata delle Alpi da parte del cartaginese e del suo esercito.

Una suggestiva proiezione che interessa tutte le pareti della sala, accompagnata da una coinvolgente voce narrante, trasmette appieno l’epicità di quell’impresa.

Dopo aver superato il fiume Rodano, traghettando i celebri elefanti su terrapieni artificiali, sapientemente ricoperti di terriccio ed erba, Annibale e i suoi uomini si trovarono al cospetto delle Alpi.

La neve, a tutti sconosciuta, e il freddo, furono nemici temibilissimi.

In molti morirono ma, valicate le montagne, le porte dell’Italia si spalancarono davanti agli occhi di coloro che ce l’avevano fatta.

Nella mostra piacentina nulla rimane intentato.

Particolare rilievo viene dato alle famose battaglie fra romani e cartaginesi, a partire da quella nei pressi del fiume Trebbia, alle porte di Piacenza.

Ma anche la battaglia del Trasimeno e, naturalmente, la celebre battaglia di Canne, la cui sconfitta, come ricorda il professor Brizzi, mutò per sempre il modo di fare la guerra da parte dei romani.

Degna di nota è la sezione dedicata ai film sulla figura di Annibale.

Fra questi il leggendario Cabiria, film muto del 1914 che vide Gabriele d’Annunzio sceneggiatore e autore degli intertitoli.

E poi Scipione Africano, pellicola del 1937 firmata da Carmine Gallone, che segnò l’esordio cinematografico di un giovanissimo Alberto Sordi.

Ma anche Annibale e la Vestale, una discutibile pellicola di George Sidney, foriera di strafalcioni storici.

Epica, in tal senso, la scena in cui un barbuto Annibale, per far colpo sulla bella vestale, le mostra Roma.

Peccato che il condottiero cartaginese non sia mai entrato nella città eterna e che all’epoca il Colosseo, che invece troneggia dietro le spalle di Annibale, interpretato da Howard Keel, non fosse stato ancora costruito.

Si esce dalla mostra, che chiuderà i battenti il prossimo 17 marzo, con la consapevolezza che la storia, se ben raccontata, rimane il racconto più bello da ascoltare.

«A CHI VOLESSE SEGUIRE LE MIE ORME LASCEREI QUINDI UN SOLO PRECETTO:

QUELLO DI PENSARE SEMPRE LIBERAMENTE.»

(da Io, Annibale. Memorie di un condottiero, di Giovanni Brizzi)

 

Testo e fotografie di Maurizio Carvigno

La fine della legalità e il rovescio dei ruoli: I due marescialli

0

Titolo originale: I due marescialli

Regista: Sergio Corbucci

Sceneggiatura: Sandro Continenza, Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi

Cast principale: Totò, Vittorio De Sica, Gianni Agus

Nazione: Italia

Anno: 1961

 

Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, un evento sconvolge l’Italia: l’armistizio dell’8 Settembre. È proprio nel pieno dello scompiglio generale che il regista Sergio Corbucci, ne I due marescialli, si appropria degli strumenti della commedia per raccontare la tragicità dell’inizio della guerra civile in Italia.

Siamo nella stazione ferroviaria di Scalitto, dove il maresciallo Vittorio Capone (Vittorio De Sica) è costretto a fermarsi a causa dell’interruzione della linea ferroviaria. Qui rincontra una sua vecchia conoscenza, il ladruncolo latitante Antonio Capurro (Totò). Dopo tante difficoltà, Capone è deciso ad arrestare Capurro e porre definitivamente fine ai suoi misfatti, quando un bombardamento costringe tutti a terra. Capurro non solo riesce a scappare, ma prende gli abiti del maresciallo e lasciare al povero mal capitato il travestimento da sacerdote che al momento stava usando per i suoi furtarelli.

Per il povero Antonio, però, le cose si metteranno male. La firma dell’armistizio e la fuga del Re e del Maresciallo Badoglio hanno gettato il Paese in mano ai tedeschi, i quali, in collaborazione con i fascisti rimasti fedeli al Duce, ordinano la condanna a morte di tutti i carabinieri (fedeli alla corona). Il ladro-maresciallo dovrà pertanto barcamenarsi in questa situazione nel tentativo di portare a casa la pelle.

Siamo subito catapultati all’interno della commedia più pura. L’inversione delle parti, il capovolgimento, l’equivoco sono solo ad una prima lettura strumenti prestati all’arte del riso e del genere tout court. Quando parliamo dell’8 settembre, prima ancora dell’invasione nazista e prima dello sbarco degli alleati, parliamo di una guerra civile che coinvolge la penisola. Tale guerra vedrà contrapposti partigiani e fascisti. Il governo ha abbandonato la nave, il Re è fuggito a Brindisi e nulla è rimasto che possa garantire la legalità.

Il bombardamento alla stazione di Scalitto metaforicamente simboleggia l’interruzione dello stato di diritto. È l’inizio di un mondo alla rovescia.

Un mondo rovesciato, dove, quindi, i ruoli si scambiano.

La commedia, in tutta la sua forza comunicativa, entra e si impone proprio perché diventa espressione di una drammatica realtà storica.

C’è dell’antifascimo, chiaramente, ma il film non è un elogio della realtà partigiana. Manca la retorica, manca la magnificenza di un movimento considerato la forza della resistenza italiana. Manca però perché non è questo che interessa al regista.

Sergio Corbucci rappresenta con questa pellicola la medietà dell’italiano, mettendone in mostra tutta la sua banalità.

Prendiamo ad esempio la scena in cui Totò legge la lettera del farmacista e la interpreta come un messaggio criptato. Oppure quella in cui il tedesco sbaglia continuamente la coniugazione dei verbi durante un discorso fatto al popolo di Scalitto. Pensiamo anche al gioco di parole sul verbo “sposare” fatto da De Sica e Totò per confondere il podestà del paese.

Tutti i personaggi sono delle caricature connotate da caratteristiche peculiari ripetutamente messe in evidenza. Primo tra tutti è il podestà che ripete, anche senza evidente necessità, l’espressione “senz’altro!”. Questi tipi attraverso i loro modi di fare, le loro espressioni contribuiscono a dipingere un quadro.

Le battute sono le pennelate di colore, i tic dei personaggi la sfumatura che accentua ogni passaggio.

Gli stessi De Sica e Totò sono a loro modo dei personaggi. C’è solo un momento in cui Totò si apre ed esce dalla maschera che ha indossato. La confessione della sua medietà, dell’incapacità di scegliere di essere un “deliquente vero”, ma di restare sempre dalla parte dei vigliacchi, di quelli che compiono piccoli reati accontentantosi di sopravvivere.

Tra essere ladri e assassini c’è una differenza, dice Totò a De Dica. E secondo me in questo passaggio è il regista che parla.

L’uomo inetto, medio, incapace di prendere posizione e di imporsi sugli eventi. Capurro-Totò rappresenta un po’ tutta l’Italia. Con il suo tentativo di riscatto attraverso l’accettazione della condanna a morte, intravediamo un tentivo di redenzione.

Come ogni commedia, non può mancare il lieto fine. Il cerchio viene chiuso e i due personaggi si ritrovano nella medesima situazione che li ha fatti incontrare.

La legge è stata ripristinata, la monarchia è caduta e ormai da vent’anni è stata creata la Repubblica. Ognuno è tornato a ricoprire il proprio ruolo. Ma è proprio questo che fa sorgere un dubbio: è davvero tutto cambiato?

Tre motivi per vedere il film:

  • La scena della lettura della lettera del farmacista;
  • La scena dell’equivoco/gioco di parole sul verbo “sposare”;
  • È un film divertente e allo stesso tempo estremamente profondo;

Quando vedere il film:

Una sera in cui avete voglia di ridere ma vi sentite stanchi delle solite commedie romantiche e/o volete disintossicarvi per un momento da Netflix.

Vi ricordo qui di seguito il precedente appuntamento con il nostro cineforum:

“Fa’ la cosa Giusta” uno spaccato di realtà firmato Spike Lee

Serena Vissani

Colpo di Scena: Carlo Buccirosso e il giallo che non ti aspetti

0

Colpo di Scena, presentato al Traiano di Civitavecchia nell’ambito della stagione teatrale 2018/19,  è la nuova commedia di Carlo Buccirosso, attore di prim’ordine nel panorama teatrale e cinematografico italiano.

Una commedia a tinte gialle che sa regalarci una notevole tensione di scena ma anche risate e momenti di riflessione.

È un Carlo Buccirosso inedito quello che ci apprestiamo a vedere. Non perché l’attore sia nuovo a ruoli di un certo spessore (indimenticabile la sua interpretazione di Paolo Cirino Pomicino nell’acclamato capolavoro di Paolo Sorrentino, Il Divo), ma perché fa sempre un certo effetto vederlo meno faceto del solito.

Se anche, a onor del vero, Colpo di Scena promette e mantiene non solo la tensione tipica del più classico dei gialli ma anche e soprattutto quella brillante verve comica a cui, appunto, Buccirosso ci ha (e bene) abituati.

In Colpa di Scena, il Nostro interpreta la parte di un inossidabile vice questore, Eduardo Piscitelli, a capo di uno sgangherata ma efficiente squadra composta dall’inossidabile ispettore Murolo, i giovani e rampanti Varriale, Di Lauro e Farina, e l’esperta e rassicurante sovrintendente Signorelli. Tutti insieme saranno chiamati a risolvere un caso complicato e spinoso e un unico sospettato, il pluripregiudicato Michele Donnarumma (un intenso Gennaro Silvestro).

Colpo di Scena mette dunque in gioco gli elementi più classici del giallo poliziesco, con personaggi – se vogliamo – anche un po’ stereotipati, a partire dallo stesso vice questore Piscitelli, ritratto come un uomo di saldi principi, di poche parole, che ha dedicato la propria vita a combattere crimini via via sempre più violenti, in una realtà (la nostra) che ormai ci ha abituato a questi e altri orrori.

Colpo di Scena
Foto di Gilda Valenza

Momenti di tensione alleggeriti da esilaranti trovate comiche, aiutano Colpo di Scena a prendere letteralmente in volo, ancora di più – se vogliamo – nel secondo atto, quando, come nella migliore tradizione gialla, i tempi diventano più concitati, i dialoghi più serrati, l’azione più incisiva.

E per un attimo, diversi attimi in realtà, ci si dimentica persino di trovarsi in un teatro: merito di una trama avvincente e della bravura degli attori, mai sopra le righe, mai forzata.

Colpo di Scena è però una commedia che cerca e trova, anche, una certa profondità: il rapporto che lega Piscitelli al padre, ex colonnello dell’esercito affetto da Alzheimer, è qualcosa di complesso, struggente, che si snoda (e si rivela) con una certa lentezza.

Così come il rapporto di quest’ultimo con la badante rumena Gina (una intensa Elvira Zingone) depositaria, suo malgrado, di segreti di famiglia, il cui attaccamento verso l’uomo che deve accudire, un attaccamento sincero e spassionato, viene fuori un po’ alla volta, quasi centellinato.

Rapporti che non si spiegano, parole a metà, atteggiamenti che, almeno all’inizio lasciano spiazzati lo spettatore. E’ tensione anche questa, cercare di capire, di cogliere quel particolare che, non c’è altra spiegazione, deve essere sfuggito.

Sono i rapporti, infatti, il vero punto di forza di Colpo di Scena. Rapporti che all’inizio faticano a trovare un posto, un inquadramento, una ragion d’essere per poi essere visti nel finale, non risolti, forse, ma compresi e finanche accettati.

Un finale che lascia un po’ l’amaro in bocca, che forse non spiega tutto, perché tutto, nei rapporti di famiglia, nei segreti di famiglia, non può essere spiegato. Compreso, magari. Ma non spiegato.

Chiara Amati

Note e applausi per Ilaria Graziano e Francesco Forni

0

Grandi emozioni, con Ilaria Graziano e Francesco Forni al teatro Piermarini di Matelica.

Lo scorso 9 Marzo, al teatro Piermarini di Matelica, in collaborazione con San Severino Blues Winter, abbiamo assistito ad un grande spettacolo, offerto dai due artisti Ilaria Graziano e Francesco Forni.

Con un mix di canzoni tratti dai loro tre album, i due artisti napoletani hanno fermato il tempo e portato il pubblico lontano con la loro musica per un paio d’ore. Per compagni d’avventura un ukulele e una chitarra. Poi via si parte per un viaggio su note e musicalità coinvolgenti.

Lo spettacolo inizia timidamente. Sia Ilaria che Francesco confermano l’emozione così come il pubblico stesso si dimostra sulle sue. Quasi abbia avuto paura ad abbandonarsi alle ondate di ritmo che sin da subito si sono sprigionate dal palco. Tutto questo non dura molto: le onde ritmiche delle canzoni si susseguono in modo così incalzante che ogni tentennamento viene abbattuto e la sala si lascia coinvolgere. Ben presto, la musica e il canto dei due artisti viene accompagnata dal battito delle mani del pubblico, al punto che la divisione tra palco e platea viene cancellata come l’onda del mare fa con la spiaggia sulla battigia.

Non ci sono nemmeno barriere linguistiche. Le canzoni spaziano dall’italiano, all’inglese, passando per il francese. Eppure, nonostante tutto, la lingua non funge da ostacolo perché la musica e le voci di Ilaria e Francesco fanno arrivare dritti al cuore le vibrazioni dei loro messaggi.

Tra le varie canzoni, ricordiamo la colonna sonora del film d’animazione Gatta Cenerentola, premiato sia ai David di Donatello che alla Biennale di Venezia.

Tutto questo all’interno della meravigliosa cornice del teatro Piermarini di Matelica, paese dell’entroterra marchigiano noto, se non altro, per il suo meraviglioso Verdicchio. Capite quindi che serate come queste rendono speciali un sabato sera come tanti.

Serena Vissani

Il nome della rosa: una serie che non convince appieno

2

Il pubblico ha premiato con ottimi ascolti la prima puntata della serie tv Il nome della rosa andata in onda lo scorso 4 marzo.

Da una parte il film di Jean Jaques Annaud. Dall’altra la fiction firmata da Giacomo Battiato. In mezzo, ovviamente, il capolavoro di Umberto Eco.

La spasmodica attesa  è terminata alle 21.20 in punto di lunedì scorso, quando su Raiuno finalmente ha inizio Il nome della rosa.

Dopo mesi di martellante pubblicità ora è tempo di guardare, di gustarsi l’ennesima lettura del romanzo di Umberto Eco.

Stiamo parlando, ovviamente, della serie tv, il colossal firmato Giacomo Battiato, con un cast di rilievo.

L’attenzione del pubblico è stata fin dalle prime immagini giustamente massima, anche perché sapientemente alimentata dai media in questi ultimi tempi.

Inevitabile, quindi, il confronto con il capolavoro di Jean Jaques Annaud, il suo Il nome della rosa del 1986, pellicola che, obtorto collo rappresenta un punto di partenza e, per certi aspetti, anche di irrinunciabile arrivo per il lavoro di Battiato.

La prima cosa che non convince della serie tv è la scelta della voce narrante del vecchio Adso da Melk.

Come nel film di Annaud, anche in questo, il vecchio Adso da Melk ricorda i fatti accaduti decenni prima in un’abbazia di cui è meglio tacere il nome.

Si tratta, tuttavia, di una voce che appare troppo distaccata, monocorde, inadeguata per l’importanza della narrazione.

Una voce che non scuote, che non suscita trasporto.

Ben diversa da quella di Renato Cucciolla che aprì il film di Jean Jaques Annaud, proiettando immediatamente lo spettatore nel vortice di quegli incredibili fatti.

Poi è la volta dei due assoluti protagonisti: Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk.

Il primo interpretato da Jonh Turturro, il secondo invece da Damian Hardung.

E qui inevitabilmente il giudizio si diversifica.

Da applausi la prova di Turturro.

L’attore americano aveva davanti a sé una montagna da scalare. Tale era il confronto con il leggendario Guglielmo interpretato da Sean Connery.

E la vetta è stata raggiunta. Turturro ha scelto di rappresentare il frate francescano in un modo del tutto differente da quanto fece nel 1986 Connery.

Il volto ossuto e irregolare, lo sguardo profondo, la gestualità contenuta, donano una nuova veste al protagonista del romanzo di Eco, che non dispiace.

Un’interpretazione asciutta, priva di inutili orpelli ma pienamente convincente, sottolineata anche dalla voce del doppiatore italiano, Angelo Maggi.

Non lo stesso si può dire quella di Damian Hardung.

Il suo Adso non colpisce.

Rimane troppo nell’ombra, risultando a tratti del tutto impalpabile.

Standing ovation, invece, per la prova del nostro Fabrizio Bentivoglio nella parte del dolciniano Remigio da Varagine.

Ne esce, infatti, un personaggio del tutto diverso da quello del film di Jean Jaques Annaud.

Quel Remigio, nei cui panni si calò il bravo Helmut Qualtinger, era rozzo, brutale, ai limiti dell’animalesco. Questi, al contrario, è un personaggio delicato, complesso, con un profondo e controverso vissuto. Bentivoglio sceglie un taglio psicologico per il suo personaggio e convince appieno.

Il suo Remigio è quasi ascetico, per nulla terreno, lacerato dal suo passato affianco all’eretico Dolcino, interpretato da un furioso Alessio Boni, che immancabilmente riaffiora.

Impossibile non soffermarsi sull’interpretazione di Salvatore che grazie alla pellicola di Jean Jaques Annaud è divenuto uno dei personaggi iconici del Il nome della rosa.

All’epoca fu interpretato dal bravissimo, ma ai più sconosciuto, Ron Perlman.

Si trattava per l’attore newyorchese del suo secondo ruolo importante, dopo quello recitato nel film La guerra del fuoco del 1981 sempre di Jean Jaques Annaud.

E lui lo volle cinque anni dopo nel cast del suo Il nome della rosa e fece benissimo.

Fu, infatti, quella prova, un capolavoro assoluto.

La fisicità di Perlman, sottolineata dalla babelica e astrusa lingua e dal volto mostruoso, rimane negli annali cinematografici.

Per questo in partenza la lotta intrapresa dal nostro Fresi, (nelle sale italiane attualmente con C’è tempo di Walter Veltroni), irriconoscibile per il complesso trucco, appare impari.

Chiunque non sarebbe stato all’altezza.

Sarebbe come provare a emulare il mitico Martin Alan Feldman  nel leggendario Igor di Frankenstein Junior .

Fresi è bravo e coraggioso ma il confronto è costante, inevitabile e schiacciante.

Forse, al pari di Bentivoglio, avrebbe dovuto optare per un’interpretazione complessivamente differente, marcando altri aspetti di Salvatore, ma anche questa soluzione sarebbe stata improba.

Nel complesso il giudizio su questa prima puntata del Il nome della rosa è nell’insieme positivo.

Le luci, alla fine, prevalgono sulle ombre.

La scenografia è superba, con inquadrature suggestive anche se forse troppo patinate; i costumi straordinari,  la prova degli altri attori efficace.

Bravissimi l’ascetico Roberto Heelizka, nei panni di Alinardo da Grottaferrata e Tchéky Karyo, in quelli pomposi di papa Giovanni XXII.

Meno convincente la prova di James Cosmo che interpreta padre Jorge da Burgos e che, dispiace, fa rimpiangere e non poco il russo Saljapin, caratterizzò in modo magnifico l’ex bibliotecario, custode dei più reconditi segreti dell’inespugnabile biblioteca.

Piacciono le divagazioni storiche, rese possibili dal maggior tempo a disposizione del regista, capaci di focalizzare al meglio l’intreccio che fa da sfondo alla trama.

Sospeso il giudizio su Rupert Everett nei panni dell’oscuro Bernardo Gui, il terribile inquisitore domenicano.

In questa prima puntata lo si è visto troppo poco per formulare una critica compiuta anche se il peso dell’attore britannico lascia ben sperare..

Non rimane, ora, che attendere lunedì 11 marzo per vedere la seconda, attesissimi puntata di un prodotto che, al netto dei giudizi e dei gusti soggettivi, ha l’indubbio merito di dare ancora voce al capolavoro di Eco.

Le mille vite di un capolavoro: Il nome della rosa

Maurizio Carvigno

Foto: Fabio Lovino su concessione della Rai 

La Governante. Brancati in scena contro censure e perbenismi

Dal 5 al 17 marzo in scena al Teatro Quirino La Governante, di Vitaliano Brancati con Ornella Muti ed Enrico Guarnieri.

Colpe, calunnie e preconcetti. Potrebbe essere questo l’incipit di uno spettacolo teatrale che oltrepassa i confini temporali e ritorna a noi facendosi largo nella modernità della nostra epoca.

Commedia scritta nel 1952 e subito censurata, La Governante tratta il tema dell’omosessualità in un contesto storico distante dalle più recenti conquiste.

Tuttavia, il centro del testo, a detta dello stesso Brancati, morto prima ancora di vederne la messa in scena, racchiude in sé molto di più.

Una pièce tra censure imposte e verità celate

Lo spettacolo racconta di Caterina Leher (Ornella Muti), governante di origine francese assunta da poco in casa Platania, famiglia borghese siciliana trapiantata a Roma.

Il capofamiglia, Leopoldo Platania (Enrico Guarnieri), seppur distante dalla sua Caltanissetta, terra baronale, vive ancorato ad una morale cattolica severa, la stessa per la quale vedrà morire suicida anni prima la propria figlia, Agatina.

Caterina, calvinista e donna di principio, vive in maniera celata la propria omosessualità, compiacendo quelli che sono i desideri e le regole imposte da Platania. La situazione, però, le sfugge di mano. Pur di salvaguardare la propria integrità e incapace di fare i conti con la propria condizione, Caterina attribuirà le proprie tendenze  ad una giovane ed innocente cameriera, Iana (Nadia de Luca), il cui destino, dopo essere stata licenziata, sarà tragicamente segnato.

Paure, calunnie e perbenismi: la stupidità dell’essere umano

Le colpe dei personaggi si accavallano e si mescolano alla stupidità di un mondo inetto, fatto di apparenze.

La paura di essere conduce ad azioni disdicevoli.

Il perbenismo si sveste, poco a poco, smascherando la piccolezza dell’essere umano: la vanità insulsa di Elena (Caterina Milicchio) nuora di Leopoldo, le piccole scappatelle di Enrico Platania (Rosario Marco Amato); la superbia dello scrittore Bonivaglia (Rosario Minardi), il quale ostenta la propria capacità di cogliere il grottesco e il vero di ciascun personaggio, romanzandone l’essenza.

La morale punitiva che affligge l’essere umano

La Governante di oggi, diretta da Guglielmo Ferro e in scena al Quirino di Roma fino al 17 marzo, ci ridona la vera natura del testo di Brancati.

Le battute, in italiano e in parte in sicilano, rendono perfettamente l’idea di quel microcosmo capace di risucchiare i nostri pensieri.

Le scene, curate da Salvo Manciagli, guidano lo spettatore all’interno della sala di casa Platania, con arredi d’epoca a simulare vari ambienti tra i quali si svolge l’intera rappresentazione.

La Governante non è solo una pièce teatrale ma un discorso etico che vuole scagliarsi contro ogni forma di ipocrisia nei confronti della verità,  quello scheletro nell’armadio di ognuno con il quale, prima o poi, toccherà fare i conti.

Lo spettacolo è un richiamo alla lotta al pregiudizio e alla stessa censura che, in Italia, libererà il testo solo nel 1965.

È  il predicar bene e razzolar male che costerà caro a chiunque si ostini a vivere un’apparenza ben curata.

È la lotta di Caterina, magistralmente interpretata da Ornella Muti, con il proprio io, afflitto e schiacciato da una condotta che la tiene imprigionata in panni poco comodi e di cui non conosce anora bene i dettagli,

I giudizi, il desiderio di cancellare il senso di colpa e l’incapacità di farlo in nome di una morale farlocca, conducono questa commedia al confine tra il tragico e il comico, lasciando lo spettatore senza parole per cotanta capacità evolutiva nello stesso spettacolo.

La verità che non può uccidere

Il regista, Guglielmo Ferro, afferma:

“l’omosessualità non è l’unica tematica scottante trattata da Brancati. Ma già questa, da sola, rappresentò un ostacolo complicatissimo per la messa in scena del testo. E, come sempre, dietro la censura si cela la paura del diverso e delle diversità. Per cui il tema stesso non è che una delle tante diversità che certa morale ha paurosamente combattuto”

La Governante, dunque, è un grido di richiamo da parte della mancata accoglienza di ciò che non capiamo e non conosciamo, anche di noi stessi, a fronte di una presunzione attualmente viva che di moderno sembra aver poco.

Questa performance bellissima non è che il sogno di una libertà e di una verità che non può essere carnefice ma per la quale toccherebbe solo vivere.

Maria Grazia Berretta

L’Annunciata di Antonello da Messina a Milano e altre meraviglie

0

In mostra, a palazzo Reale, 19 opere dell’artista siciliano, tra i maestri del Rinascimento. Non perdetela se amate la pittura italiana del Quattrocento, sintesi di equilibrio, luce e volume

L’Annunciata di Antonello da Messina è in mostra a Milano, a palazzo Reale, fino al 2 giugno. L’opera più nota del pittore siciliano sbarca fuori Palermo per diventare un’icona.  Insieme all’Annunciata, sono esposte altre 19 opere: un numero importante, perché, di Antonello da Messina, si conoscono oggi 35 dipinti. 
Vedere un nucleo così consistente dei lavori di Antonello è occasione unica per i milanesi.  È stata necessaria la collaborazione tra Regione Sicilia e comune di Milano per ottenere quei prestiti mentre, per le altre opere, sono stati raggiunti accordi con musei di Firenze, Pavia, Londra, Philadelphia, Berlino, Torino, Washington.
L’esposizione è a cura di Carlo Federico Villa ed è una produzione di palazzo Reale e MondoMostre Skira.

L’Annunciata di Antonello da Messina a Milano: da contemplare

Il ritratto di Maria, avvolta dalla testa alle spalle in un mantello azzurro, sarà tra le opere più apprezzate dal pubblico. Nel percorso di visita, l’Annunciata di Antonello da Messina a Milano non si paleserà subito: per vederla, ci sarà da attendere fino alla decima sala. Ne varrà la pena, perché si tratta di un’opera unica, per composizione e scelte stilistiche. Dimenticate la scena tradizionale dell’Annunciazione, con Maria e l’angelo Gabriele. In questo caso vedete solo un ritratto di donna. I capelli sono raccolti, Maria ha lo sguardo serio, occhi verso il basso e un atteggiamento solenne. Che cosa dice la posizione delle mani attorno al mantello? Per i critici, questa Annunciata è tra le più intense rappresentazioni del sacro del Quattrocento.

Opere di Antonello: che cosa c’è a palazzo Reale

Non c’è solo l’Annunciata fra i capolavori in mostra. Sono tutti dipinti bellissimi, ma da guardare con attenzione. Molti sono in piccolo formato e bisogna avvicinarsi per coglierne i particolari. La tavoletta con Cristo in Pietà e Madonna con bambino benedicente è grande 15 centimetri per 10,7. L’immagine di Cristo è consumata, perché troppo spesso baciata dal proprietario, in segno di devozione.
Un po’ più grandi sono i ritratti: altro fiore all’occhiello dell’artista. Antonello ama gli sguardi laterali, cura incarnato e rappresentazione del volto, lascia essenziale la descrizione di abito e sfondo. Il risultato, come ha suggerito Vittorio Sgarbi alla presentazione della mostra, è dare vita al dipinto, raffigurando persone “vere”.
Da vedere anche i Polittici e le tavole sacre. La Madonna Benson, della National Gallery of Art, mostra Gesù che, come fanno spesso i neonati, azzarda la mano verso il petto della madre.

Giovan Battista Cavalcaselle

In mostra c’è un tributo a Giovan Battista Cavalcaselle, lo studioso che, nell’Ottocento, ha riscoperto l’opera di Antonello da Messina. Pittore molto stimato in vita, Antonello da Messina fu quasi dimenticato nei secoli successivi. Biografia e storia artistica si perdono nella leggenda, testimonianze e documenti sono pochissimi: per la gran parte, sono stati cancellati dai terremoti che hanno distrutto Messina. 
Cavalcaselle, storico dell’arte, si affidò a ricerche minuziose in Sicilia e in Europa per documentare la vita dell’artista. I suoi disegni e appunti su Antonello sono oggi conservati alla Biblioteca Marciana di Venezia. Da questa raccolta vengono i 7 taccuini e 12 fogli presentati in mostra. .
L’Annunciata di Antonello da Messina a Milano e le altre opere si visitano a palazzo Reale fino al 2 giugno. Gli organizzatori avevano annunciato, in febbraio, già 11 mila prenotazioni. Sarà utile organizzarsi per tempo!
Informazioni allo www.mostraantonello.it

Claudia Silivestro

 

 

La rivoluzione iraniana, la Repubblica Islamica e gli ebrei d’Iran

0

L’11 febbraio scorso si è celebrato in Iran il 40° anniversario della rivoluzione iraniana.

La caduta e la fuga all’estero del Re persiano, lo Shāh Mohammad Reza Pahlavi.

Questo in seguito all’insurrezione dei rivoluzionari musulmani sciiti, seguaci dell’Āyatollāh Ruḥollāh Khomeynī. Assieme a loro, forze laiche di sinistra come il partito comunista Tūdeh (“Partito delle Masse”) e i “Fedayyin-e Khalq” (“Volontari del Popolo”), ma anche di destra come il  Fronte Nazionale

Tra i manifestanti uccisi nel corso della rivoluzione vi furono anche due cittadini ebrei. I loro nomi erano Eshagh Bakhaj e Hamid Nahavandi.

Il primo fu assassinato il 12 Novembre 1978 all’interno dell’Università di Teheran dai soldati dello Shāh. Il secondo in una stazione militare di Teheran l’11 Febbraio 1979.

Con la successiva proclamazione della Repubblica Islamica, che pose l’antisionismo tra i pilastri della sua politica estera, si pensò che la vita per gli ebrei iraniani sarebbe diventata impossibile a causa di persecuzioni o massacri. Così non è stato perché, a differenza del nazionalismo arabo, il khomeinismo distingue la religione ebraica dal movimento politico sionista e non assimila l’intera comunità ebraica d’Iran allo stato d’Israele.

È pur vero che una parte consistente di ebrei iraniani abbandonò il Paese per trasferirsi o in Israele o in Occidente, ma questa emigrazione riguardò in generale la componente laica e per lo più borghese del paese mediorientale, sia essa d’origine ebraica, cristiana, zoroastriana, o, nella maggior parte dei casi, musulmana.

Gli ebrei che rimasero dopo il 1979 si sono sacrificati, come tutti i loro connazionali, tra il 1980 e il 1988 nella guerra contro l’esercito invasore dell’Iraq baathista di Saddam Hussein.

Sono in questo caso nove i martiri ebrei tra militari e civili. Tra i soldati sono in sei, questi i loro nomi: Eshagh Tizabi, Fariborz Mourim, Sirous Hakimian, Habib Taklifi, David Sharif, Shahram Zarini. Tra i civili in tre: Azize Alyadi, Salar Roushani, Yakoub Yad Zion.

A tutti loro è dedicato un monumento funerario in un cimitero ebraico di Teheran.

Ciò che si conosce poco è soprattutto la presenza di più di un luogo santo ebraico in territorio iraniano.

In un caso in particolare ci troviamo in presenza di un luogo che per tutti gli ebrei del mondo è il secondo luogo santo dopo il Muro Occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto, nella città santa di Gerusalemme.

È il Tempio di Ester e Mordekhay nella città di Hamadān, un tempo chiamata Agbàtana o Ecbatana, nell’Iran occidentale.

La storia di Ester e di colui che era o suo zio o suo cugino, Mordekhay, è raccontata nel Libro di Ester ( in ebraico Meghillàt Estèr, rotolo di Ester“), libro della Tanakh (Bibbia) ebraica e dell’Antico Testamento cristiano. Su questo evento si fonda la festività ebraica di Purim (in ebraico “Sorti”), che tutti gli ebrei praticanti del mondo celebrano ogni anno.

Si ricorda con questa festa come il popolo ebraico, dapprima liberato a Babilonia dai persiani comandati dal Re Ciro II “il Grande”, fu poi reso prigioniero nell’Impero achemenide dell’antica Persia, e rischiò di essere sterminato per decisione dell’allora primo ministro persiano Haman.

La giovane e orfana Hadassah, che aveva preso il nome di Ester, con l’aiuto di Mordekhay (consigliere del Re) era prima entrata nell’harem reale e poi andata in sposa al Re Assuero (che, verosimilmente, è il nome con cui nella Bibbia è chiamato Re Serse I).

Nel momento in cui il primo ministro Haman tramò contro gli ebrei che non si sottomettevano al potere politico da lui incarnato (perché non si prostravano al suo passaggio), ella dissuase il suo reale consorte dall’acconsentire al massacro. Serse / Assuero, convinto dalla Regina a opporsi a ogni tipo di violenza verso gli ebrei in tutto il territorio dell’Impero, fece giustiziare Haman.

Il mausoleo al cui interno si trovano oggi le due casse d’ebano dove riposano questi due eroi ebraici, di cui una, Ester, è anche una santa cristiana, fu costruito nel 14° secolo d.C. durante l’Īlkhānato mongolo di Persia, sotto Arghun Khan (o Argon).

Sopra le casse c’è da un lato una lapide su cui sono scolpiti in ebraico i Dieci Comandamenti che Dio diede agli uomini attraverso Mosè, e sempre i Dieci Comandamenti, questa volta scritti in persiano, sono su un drappo incorniciato e appeso su un altro lato.

rivoluzione iraniana
Tomba di Daniele, Susa / Shush (Iran). Meysam, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tomb_of_Daniel_in_Susa.JPG?uselang=it

Un altro luogo santo ebraico in Iran, ma in questo caso solamente per la comunità iraniana, è la sinagoga Mollà Agha Baba a Yazd, nell’Iran centrale, altra meta di pellegrinaggio per gli ebrei iraniani. In tanti si riuniscono qui per celebrare riti e fare offerte. Si trova qui la tomba del religioso e mistico ebreo Harav Oursharga, considerato un santo.

Vi sono infine altri due luoghi santi dell’ebraismo in Iran, ma con dei dubbi sulla loro autenticità: sono la tomba del profeta DanieleSusa (Shush) e quella del profeta Abacùc a Tuyserkan, entrambe nell’Iran occidentale.

A Daniele sono attribuite altre tombe in diversi paesi del mondo islamico: Iraq, Turchia, Uzbekistan, Marocco e nello stesso Iran. Di Abacùc invece si pensa sia sepolto in Galilea, nel nord di Israele.

Vi sarebbero oggi all’incirca 25.000 ebrei in Iran, che vivono soprattutto nella capitale Teheran e in grandi città come Isfahān e Shiraz, ma anche in città più piccole come HamadānYazd e, nel Kurdistan iraniano, Sanandaj.

A Teheran vi sono diverse sinagoghe e scuole ebraiche, una biblioteca e un ospedale.

 

Lorenzo Berardi

 

Immagine in evidenza: Hamed Saber 

https://www.flickr.com/photos/44124425616@N01/182421476