Il caso Cesare Battisti: un libro racconta la storia di uno dei latitanti più ricercati di sempre

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Da anni il nome di Cesare Battisti è inevitabilmente legato alla sua discussa latitanza, alle protezioni di cui ha beneficiato, all’indicibile dolore che ha provocato ai parenti delle persone che ha ucciso.

Paolo Manzo, un giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ricostruisce in un apprezzabile saggio tutta la vicenda dell’ex terrorista italiano.

Gli instant book spesso risultano opere inutili, nate per compiacere l’esigenza del mercato, il bisogno compulsivo di notizie.

Non per Il caso Cesare Battisti. Dagli omicidi fino all’arresto del terrorista più ricercato d’Italia di Paolo Manzo.

Edito da Paesi edizioni, questo libro, pur concepito nei giorni immediatamente successivi all’arresto di Cesare Battisti, risulta uno strumento oltre che agevole, qualità mai trascurabile, anche di ottima fattura.

E il merito va totalmente ascritto a Paolo Manzo.

Freelance e analista politico, con collaborazioni per diverse testate giornalistiche italiane, tra cui La Stampa, Panorama, Il Giornale e Il Secolo XIX, Manzo, dopo aver conseguito la laurea alla Bocconi in Economia internazionale, ha cominciato a fare quello che oggi molti suoi più affermati colleghi non fanno più: raccontare il mondo vedendolo con i propri occhi.

Come giornalista ha viaggiato moltissimo. Dall’ex Jugoslavia, dove ha raccontato gli orrori di una guerra troppo in fretta dimenticata, al Kurdistan turco, passando per l’Argentina. Da alcuni anni Manzo vive e lavora in Brasile e in quella terra di forti contrasti ha concepito Il caso Cesare Battisti.

Come nei migliori libri gialli, questo racconto inizia dalla fine.

Da quel 12 gennaio 2019, quando viene scritta la parola fine sulla latitanza di Battisti, durata quasi quarant’anni.

Una fuga che era cominciata in un’altra era geologica, quando l’Italia e il mondo erano davvero tutt’altro.

A Santa Cruz, in Bolivia, in un afoso pomeriggio di gennaio, Cesare Battisti «capisce in un istante che stavolta è davvero finita.»

Ad attenderlo, in un’anonima stanza dell’INTERPOL, ci sono Emilio Russo, primo dirigente della Polizia di stato, Giuseppe Codispoti, vicequestore della Direzione centrale della Polizia di prevenzione e Sandro Piatto, appuntato della Guardia di Finanza. Battisti li guarda, non dice nulla e poi, semplicemente, si accascia su una poltrona.

Per certi aspetti l’arresto diventa per Battisti quasi una liberazione.

Nella cittadina boliviana l’ex esponente dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo) era arrivato sul finire di ottobre, quando improvvisamente aveva lasciato Cananèia, un paesino brasiliano a circa 260 km da San Paolo, noto soltanto per gli allevamenti di pregiate ostriche.

Il motivo di quella fuga?

Semplicemente politico.

La possibile vittoria di Bolsonaro, alle elezioni presidenziali del Brasile avrebbe reso la permanenza di Battisti nello stato verdeoro, molto difficile. Quella sicura rete di protezione, garantita per anni dai governi di Lula prima e dalla sua delfina Dilma Rousseff poi, a breve sarebbe venuta meno.

Bolsonaro, un «uomo di pochi pensieri e molte frasi ad effetto, con in testa solo due cose: Dio e le armi» in campagna elettorale era stato chiaro: se avesse vinto, Battisti sarebbe stato arrestato.

Il Brasile, che anni addietro aveva accolto il terrorista dalla Francia, dove si era rifugiato, dopo la rocambolesca fuga dall’Italia, non era più un luogo sicuro.

Articolato su sette capitoli, il libro di Manzo rappresenta lo strumento ideale per chiunque voglia approfondire in modo chiaro e non ideologico tutta la vicenda di Battisti.

Non solo quindi, il racconto dell’arresto in Bolivia e dell’ultima ultima fuga, ma anche quello su gli anni trascorsi in Brasile e sulla fitta rete di protezione che permise a Battisti di viverci da uomo libero.

In quel paese l’ex terrorista abitò in diversi posti, compreso Embù das Artes. Località non lontana da San Paolo e famosa solo per aver accolto nel cimitero comunale, sotto falso nome, le spoglie del criminale nazista Josef Mengele.

Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati agli anni che precedettero la sua latitanza.

Manzo ricostruisce i primi passi compiuti da Battisti come comune delinquente, l’adesione ai PAC, gli attentati, i crimini commessi e, naturalmente, l’iter processuale che lo portò a quelle condanne mai accettate. E sì perché Battisti si è sempre definito innocente, negando di aver mai ucciso qualcuno. Rivendicando, anzi, di essere stato vittima di una macchinazione, nonostante diverse condanne passate in giudicato e l’importante parere della Corte di Europea dei Diritti Umani sulla correttezza dei processi.

«Penso che l’Italia menta. Il governo italiano sta mentendo. Ci sono persone che stanno manipolando (…) non sono mai stato ascoltato in nessun momento, né durante l’inchiesta né nella fase istruttoria.»

Un racconto, quello di Manzo, che non tralascia nulla, a cominciare dalla rocambolesca fuga dal carcere di Frosinone.

Era il 4 ottobre 1981 quando un commando liberò Battisti e il camorrista Luigi Moccia dal penitenziario ciociaro. Da qui la sua fuga in Messico e più tardi nella sicura Francia.

Ma forse il capitolo più bello di questo saggio edito da Paesi edizioni, è quello in cui Paolo Manzo racconta delle due volte in cui, in Brasile, incontrò, Cesare Battisti.

La prima volta fu a San Paolo, nel novembre del 2015. La seconda il 7 ottobre 2017.

In entrambi gli incontri Battisti non parlò mai delle sue vicende giudiziarie e forse, proprio per questo, apparve a Manzo per quello che ormai era. Senza i filtri della cronaca, lontano dai riflettori, Battisti sembrò al giornalista «un povero Cristo, distante anni luce dall’immagine d’imprendibile primula rossa.»

Un uomo con pochi soldi in tasca, con amici e parenti rimasti lontani, una persona, fondamentalmente depressa.

Il merito principale di Manzo è quello di descrivere Cesare Battisti senza farsi influenzare.

Non eccedendo in nessun modo, rimanendo lontano da certi cliché, ma anche da certi echi mediatici che sono seguiti alla cattura di Battisti.

Un libro caratterizzato da una narrazione sempre asciutta, fieramente giornalistica, finalizzata a presentare uno dei terroristi italiani più ricercati di sempre, nella sua completezza.

Quella di Cesare Battisti, come ha scritto Paolo Biondani, su L’Espresso «è la strana storia di un assassino condannato dalla giustizia, ma salvato dalla politica.»

 

Maurizio Carvigno

 

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