Un caffè con la Musa: intervista a Francesca Benedetti, l’ultima Diva del teatro italiano

francesca benedetti teatro

Ho avuto il piacere di incontrare Francesca Benedetti, l’ultima Diva del teatro italiano, per un’intervista nella sua splendida casa romana.

Difficile descrivere l’emozione provata nel trovarsi di fronte a un vero mito del teatro italiano, superba nei suoi anni che le conferiscono un fascino ineguagliabile.

Davanti a una tazza di caffè la grande Benedetti si è raccontata per CulturaMente con una naturalezza e uno charme incredibile, tra le foto di scena in bianco e nero e gli aneddoti di un periodo artistico che possiamo solo immaginare, anzi sognare.

Signora Benedetti, lei che ha impersonato tante grandi eroine, cosa pensa del fatto che queste sono quasi sempre grandi madri, grandi libertine o grandi pazze?

Direi che ognuna di queste indicazioni, sia la pazzia che la grandezza che la singolarità fanno parte della grandezza dei personaggi. Ovvio che qualsiasi piccolo evento quotidiano non può avere la grandezza, l’elasticità, la mostruosità, in senso sacro e positivo dei personaggi che ho interpretato.

È chiaro che noi attingiamo a un’esca verso l’assoluto quando cerchiamo di fare seriamente questo mestiere che è sempre al confine con l’indicibile, col tragico, con le zone molto, ma molto sotterranee della coscienza e della sensibilità e quindi è chiaro che questi personaggi assumano questi criteri.

Negli ultimi tempi penso con molta testardaggine al mistero dell’Incarnazione, nel senso di come Cristo si incarna nell’Ostia e altrettanto i personaggi si incarnano in noi. Noi siamo dei tramiti oggettivi, naturalmente veniamo contaminati e ci contaminiamo. Il mio temperamento è tale che preferisco mettermi a contatto con personaggi di quel genere.

francesca benedetti teatroPerché secondo lei le donne, come le eroine del teatro, per molto tempo sono state lasciare in disparte per molto tempo? Ataviche paure oppure inadeguatezza?

Se pensiamo che le donne nel teatro elisabettiano sono state interpretate da uomini…adesso ci prendiamo la nostra rivincita perché spesso noi donne interpretiamo personaggi maschili.

Però devo dire che la donna è stata atavicamente sottomessa, perlomeno in alcune categorie. In alcuni ceti la donna ha sempre imperato, imperversato; in alcune grandi famiglie hanno sempre comandato sotto sotto…La donna è stata soggetta a tante limitazioni, poi la Chiesa ci ha messo il suo grande peso con il fatto della sessualità, della verginità, cose che le donne della mia generazione hanno sofferto e sopportato, con grandi distorsioni.

Le donne sono il ricettacolo della vita che nasce e hanno sempre contato enormemente nella società, alle volte in modo passivo alcune volte in modo consapevole ma adesso siamo in un momento di grande riscatto.

Può nominarmi cinque nomi di registi con i quali ha lavorato e una loro caratteristica, anche se sono pochi?

Naturalmente tutti mi hanno dato molto però comincerei dal grande Orazio Costa, il Maestro che ho avuto . Mi ha insegnato questo culto della parola di cui parlavo prima, una parola oggetto di laboratorio addirittura, capace di sintesi straordinaria e che però può essere anche frammentata, discussa, osservata.

Poi Strehler, con il quale ho fatto questo straordinario ultimo suo cammino e quindi la sua genialità, la leggerezza mozartiana, che è impagabile.

Come terzo direi Cobelli che era invece molto fisico perché era un mimo ed era stato alla scuola di Lecoque. ed era quindi attento alla corporeità. Ma questa cosa corporeità era infarcita di allarmi, di sprofondamenti; era un pò mago, io lo chiamavo un sole nero. Non era buono Giancarlo, ma questo non essere buono gli dava la forza di essere anche più grande perché aveva una spietatezza straordinaria che gli dava la forza di essere ancora più bravo. Le sue prime note di regia erano guardarti negli occhi e trasmetterti qualcosa, e ti trasmetteva delle cose straordinarie.

Il quarto sicuramente è Riccardo Reims che è stato il “mio” regista e con lui ho sperimentato delle cose straordinarie, moltissimi linguaggi all’inizio stravaganti per me ma poi con il tempo ci siamo contagiati a vicenda.

L’ultimo che ho frequentato è stato Federico Tiezzi che mi ha dato molto anche con il suo apparente disinteresse. Lui sa arrivare per vie strane, traverse e ti contagia poco a poco, anche con la sua assenza. Mi ha fatto avere quest’anno un grandissimo premio con un Tiresia formidabile, assistendomi come da lontano, e mi ha molto giovato.

francesca benedetti teatro
Foto di Srdja Mirkovic

 

Premiatissima, amatissima da pubblico e critica, come vive questa giovinezza eterna? E, a proposito, come sarà l’Ecuba che impersonerà a marzo per la regia di Argirò?

Cominceremo con la cosa che dice Amleto ai comici quando vede che si strappano le vesti, piangono, ridono, alzano la voce e si chiede come riescono a fare tutto questo. Che cosa gliene importa a loro delle cose di cui parlano, di tutto questo clamore, tutta questa fisicità, questa esposizione di sé? Per Ecuba? Per Ecuba tutto questo, e per il teatro, una zona di assoluta libertà e di esplorazione straordinaria.

Non so come ma ho pensato che alla mia età è un personaggio che posso fare. Mi sono accostata all’Ecuba di Euripide e ho pensato: ma perché si lamenta tanto? Poi sono entrata nelle latebre e ho visto il dolore, il prototipo della vittima di tutte le guerre e mi è piaciuta la sua lucidità del dolore.

Questo mi piace del personaggio; ho interpretato in passato l’Ecuba scritta da Riccardo Reims, straordinaria, con inserzioni di grandi surrealisti mentre questa si rifà alla versione classica.

Francesca, lei è l’ultima, vera grande Diva, ed è stato un onore incontrarla.

Antonella Rizzo

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