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“Caro Michele”: autobiografia della nazione tra Monicelli e Ginzburg

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Caro Michele di Monicelli, tratto dal romanzo di Natalia Ginzburg, è un film intimista, attraversato da un senso di smarrimento e gelo. Quello di una generazione “perduta” che non si sa raccontare.

Titolo originale: Caro Michele
Regista: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Tonino Guerra, Suso Cecchi D’Amico
Cast principale: Mariangela Melato, Delphine Seyrig, Aurore Clément, Lou Castel, Fabio Carpi, Marcella Michelangeli, Alfonso Gatto, Eriprando Visconti
Nazione: Italia
Anno: 1976

Ogni primo giovedì del mese, da Canova, alle cinque. L’appuntamento di Adriana è uno di quelli che si rispettano per abitudine, in nome di un sentimento passato e sospeso. Transitato non si sa bene quando dal territorio dell’amore a quello del tiepido affetto. È il baluardo di un tempo immobile e immobilizzato.

Raggelato, come il paesaggio nevoso che apre il romanzo di Natalia Ginzburg da cui Mario Monicelli trae un film di rara, poetica, bellezza.

Caro Michele è infatti il racconto di un’incomunicabilità che si è fatta cronica. Il resoconto schietto e lineare di quello che Garboli definisce un «progressivo assideramento» [1] del cuore e del pensiero, in cui i personaggi si «congedano dal ricordo di un tepore lontano» forse mai vissuto e proprio per questo ricreato – ricercato nella memoria. Adriana (Delphine Seyrig) e l’ex marito (Alfonso Gatto) si sono amati e tanto odiati. Borghesi nel senso assunto negli anni Settanta, mantengono una parvenza di rapporto civile incontrandosi a cadenza regolare nello storico bar romano per l’ora del té.

«Una tortura», secondo la sorella di lui – un’«abitudine» da uomo metodico, secondo l’elegante e fragile signora.

La prima scena li rappresenta lì, annoiati, stanchi e sbadati davanti a un tavolino quadrato. È un’istantanea di vita appassita, la fotografia di una perdita che segna la cifra della narrazione e il ritmo lento della trasposizione filmica. Tra romanzo e pellicola c’è comunicazione continua. Una fedeltà che travalica i limiti della semplice aderenza al testo per farsi “saccheggio” e traduzione arricchita, a tratti persino “migliorata”. Monicelli dà corpo e voce a protagonisti volutamente ridotti al silenzio, tratteggiati da Ginzburg nella loro raggelante e asfittica incapacità di comunicazione.

Nel farlo non tradisce il senso dell’opera ma piuttosto si spinge a compierlo, in una dimostrazione piena e totale della capacità delle arti di interagire e integrarsi tra loro.

La scelta di Monicelli di aprire il suo Caro Michele con un’immagine di stasi risponde alla scelta manifesta – e sino all’ultimo rispettata – di restituire quel «crescente e misterioso senso di freddo» di cui parla Garboli. I due ex coniugi sono l’emblema di una famiglia il cui focolare si è ormai raffreddato e progressivamente spento. Una tribù che non sa più riconoscersi, che non vuol più distinguersi dagli altri e contro gli altri. Ciascuno vive un’esistenza sola, egoisticamente separata da muri invisibili e invalicabili. Nel testo della Ginzburg sono le lettere a dimostrarlo, nella pellicola del cineasta romano la voce dei protagonisti che recita le missive.

È una corrispondenza totale, arricchita da una drammaticità mai stucchevole o manierata. Resa possibile da uno sguardo catturato in camera da un gioco di luci e ombre che restituisce il senso di una quotidianità segnata da un tempo più grande, convenzionalmente definito oscuro: il tempo delle rivolte.

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Angelica (Aurore Clément) mentre legge una lettera del fratello Michele

 

Michele, infatti, è un “ragazzo di movimento” come si usava dire all’epoca. Non un terrorista ma un rivoluzionario di sinistra, armato di un mitra «vecchio e rugginoso» dimenticato in una vecchia stufa. È lui il destinatario (e il mittente) di tante lettere, l’assenza muta e indefinibile. Il perno attorno a cui ruota un dialogo ridotto all’osso, tenuto in piedi dall’evanescenza della sua figura.

Michele non si vede mai e in quanto tale assume il volto di tutti i giovani contestatori, assomma in sé i tratti tipici di una generazione che tra incertezza e utopia ha assaltato il cielo per poi schiantarsi a terra.

La madre – Adriana, appunto – lo teme aggregato ai tupamaros. Il padre lo immagina sempre bambino, figlio prediletto già «nato educatissimo», amato oltre ogni ragionevole dubbio fino alla propria morte. Michele che ha tagliato i ponti con il passato, che rifiuta il padre nel momento del funerale, che rinnega il denaro e il materialismo borghese rappresentato dall’eredità del genitore. Michele che forse ha un figlio o forse è omosessuale, che dorme ogni giorno in un luogo diverso, che pratica l’amore libero come Mara Castorelli (Mariangela Melato), ed è nomade e precario nell’anima e nel codice esistenziale.

Solo la sua presenza-assenza riesce a disporre i fili di una narrazione immobile, spaesata come l’orizzonte di tanti osservatori (la Ginzurg e Monicelli tra essi) dinnanzi all’inedito protagonismo di una generazione esaltata dall’utopia e poi ridotta – fatta ridurre – al disincanto.

Così vediamo Adriana indugiare su particolari che restituiscono il senso di un dialogo stentato, e Ada, la moglie dell’amico di Michele Osvaldo (Lou Castel), lanciarsi in invettive piccolo-borghesi contro i giovani «sbandati» che «sotto sotto covano la voglia di farci saltare in aria tutti». L’ombra di Michele, la sua fuga improvvisa, consentono di mettere a fuoco le contraddizioni di un’epoca segnata da un contrasto generazionale ricercato e rigettato dai due attori in gara. Incancrenito nella pratica quotidiana che si intreccia con la storia e fa, di quella Storia, una cronaca perennemente condannata al silenzio mistificato e intrasmissibile.

Monicelli, più della Ginzburg, insiste sulla figura di Mara, sulla sua «balorda» libertà alla ricerca di un luogo dove restare più con il cuore che con il corpo, gestito da lei in opposizione alla società maschilista e patriarcale, che la pone ai margini con un pizzico di condanna conformista che è anche dell’autrice, strenua contestatrice della liberazione sessuale [2].

Grazie alla drammatica leggerezza della Melato, il regista attribuisce tuttavia una caratura più umanamente tragica al personaggio della giovane, campione di un’umanità diversa e nuova, fatta camminare baldanzosa, con carrozzina al seguito, al centro della carreggiata di una strada deserta – a simboleggiare il desiderio di un futuro che è rischio e speranza.

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Mara (Mariangela Melato)

Di Michele invece non restano che ipotesi.

Una morte avvenuta in un corteo, a Bruges, lontano da un passato ricordato – attraverso le sue parole – con «nostalgia e repulsione». Ammazzato dai fascisti, come tanti giovani dell’epoca. Nelle parole della sorella Angelica (Aurore Clément) la sua fine è una cosa banale, incerta, come tutta la sua vita, come tutta la quotidianità:

In verità noi non sappiamo niente e tutto quello che riusciremo a sapere saranno altre ipotesi, che riporremo dentro di noi continuando a interrogarle ma senza leggervi mai nessuna risposta chiara. Ci sono delle cose a cui non posso pensare, e in particolare non posso pensare a quei momenti che Michele ha passato da solo su quella strada. Anche non posso pensare che mentre lui moriva io me ne stavo tranquillamente nella mia casa facendo i gesti di ogni sera, lavando i piatti e le calze di Flora e appendendole con due pinze sul balcone fino a quando non è suonato il telefono.

Ma è nell’immagine ricordata da Adriana che l’assente Michele riprende forma, riassumendo ancora in sé – in quella che per la madre è una memoria felice – i tratti e i sogni reali di quella parte di gioventù.

Ella scrive a Filippo (Eriprando Visconti), antico amore perduto, per chiedergli di inviarle le parole di un vecchio canto della resistenza spagnola che l’ex marito cantava a Michele e che lui stesso, una volta in montagna, aveva intonato al ragazzo. Mentre la voce di Adriana legge la lettera, sullo schermo scorrono le immagini di un Michele bambino, inseguito da Filippo in un gioco di risa, gioia e libertà al suono di El Paso del Ebro. È un’immagine forte nella sua delicata essenza, la rappresentazione migliore – forse persino involontaria – di quegli anni di “piombo”, rivoluzione, rabbia e speranza infinita.

3 motivi per vedere il film:

  • La delicatezza del racconto
  • L’intreccio tra il tempo della Storia e il tempo del quotidiano
  • El Paso del Ebro che risuona fino a far venire i brividi

Quando vedere il film:

Dopo aver letto il romanzo della Ginzburg, per saggiare differenze e affinità.

[1] C. Garboli, Prefazione a N. Ginzburg, Caro Michele, Torino, Einaudi, 1995, p. VI.
[2] Si vedano a tal proposito le posizioni espresse dalla Ginzburg in Mai devi domandarmi, in Opere, II, Milano, Meridiani, Mondadori, 1987.

Ginevra Amadio

Se vi siete persi l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum, vi lasciamo il link alla penultima puntata:

Eva contro Eva, il crudele mondo dello star system

Serie TV e Interni: anche le case parlano

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Quante volte ci siamo appassionati a una serie tv o qualche suo personaggio particolare? Quante volte abbiamo finito per adottarne i modi di dire o i gesti? Quante altre invece avete paragonato fatti vissuti a qualcosa di già visto?

La serie Tv è un genere narrativo che ormai ha preso piede. Compagna fedele, possibile da usufruire ovunque, capace di tener compagnia nei tempi morti.

Ma quanti di voi si sono mai soffermati a riflettere sugli ambienti che ospitano queste serie tv?

Ci sono alcuni esterni decisamente famosi. Mi viene subito in mente la casa di Carrie Bradshaw di Sex and the City, dove molto turisti vanno in “pellegrinaggio” durante il loro viaggio a New York.

Eppure limitarsi agli esterni, sarebbe superficiale. Se pensiamo alle fiction degli ultimi anni e se escludiamo quelle di carattere fantasy e storico, possiamo dire con certezza che la gran parte delle scene si svolgono all’interno di luoghi chiusi.

Prendiamo ad esempio due casi di serie tv MOLTO famose: How I met your mother e Gilmore Girl.

Nel primo caso, le scene si svolgono al 95% tutte in spazi chiusi: il bar o le case dei rispettivi personaggi (prevalentemente quella di Ted-Marshall-Lily, ma anche quella di Robin e quella di Barney in misura minore).

La casa “principale” della serie (quella che prima o poi tutti i personaggi vivono come propria) è un appartamento ricco e strabordante di oggetti. Dai comuni oggetti di arredamento, che possiamo trovare facilmente anche noi su Lionshome, a elementi di più disparata natura.

La casa, nella serie tv, deve essere insieme elemento che denota lo status symbol di chi la possibile o abita, ma, allo stesso tempo, deve fungere da stimolo coattivo per l’azione.

Parlando di status symbol viene in mente la dimora signorile di Richard e Emily Gilmore, genitori di Lorelay, protagonista di Gilmore Girl. I due appartengono a una delle più importanti famiglie della zona e pertanto possiedono una casa patronale, capace di rappresentare visivamente il loro potere economico e sociale.

Se aggiungiamo poi un confronto con la casa di loro figlia Lorelay, possiamo trarre ulteriori considerazioni. Lorelay ha lasciato la casa dei genitori, insieme a sua figlia di 1 anno, come segno di ribellione e di indipendenza. È una donna che si è fatta da sé e che ama vivere anche dei sacrifici che la sua scelta di vita le impone. Ha una casa di tutto rispetto, non le manca nulla e le due protagoniste vivono i loro spazi in assoluta armonia. Eppure Lorelay e Rory avrebbero potuto avere di più. Molto di più. Vivere bene quegli spazi, ridotti ma conquistati, accentua indirettamente la necessità di indipendenza e di autorealizzazione della ragazza e quindi la rottura del legame con la famiglia di origine.

Quando parliamo invece di casa come elemento propolsure degli eventi, possiamo pensare con un certo sorriso sulle labbra ad How I met your mother.

La casa del protagonista diventa stimolo per scene esilaranti capaci di rendere ottime parodie di scene storiche.

La casa è normalmente arredata. Nel salotto troviamo un’oggettistica comune, riscontrabile in un qualsiasi appartamento. Mi riferisco a cuscini, candele, portafoto: quale solotto non ne ha?

Se però già pensiamo al pianoforte, ci troviamo già di fronte ad un oggetto più desueto, soprattutto se consideriamo che non ci sono musicisti tra i protagonisti. Il culmine, però, viene raggiunto dalle spade incrociate poste sopra al pianoforte. Le due spade vengono usate dai due protagonisti Ted e Marshal, quando, in un momento di lite, imitano la famosa scena de The Princess Bride (La storia fantastica), in cui i due spadaccini cambattono tra loro ripetendo una frase tormentone rimasta famosa:

“Hola. Mi nombre es Iñigo Montoya, tu hai ucciso mi padre… preparate a morir!».

Questi sono solo un paio di esempi, ma ce ne sarebbero davvero molti altri e con riferimento anche ad altre serie tv. La casa, declinata in tutte le sue disparate forme, è il luogo dove i personaggi vivono le loro vite e crescono in seguito alle più disparate dinamiche. Quindi, la prossima volta che guardate (o riguardate) una serie tv, fate attenzione agli interni… vi diranno molto di più di quanto possiate credere!

Serena Vissani

“Giacomina”: 50 anni di pillole e preghiere per (non) curare la depressione

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Al Teatro Studio Uno di Roma dal  4 al 7 aprile ha debuttato in prima nazionale “Giacomina”, storia vera di una depressione.

Scritto e diretto da Salvatore Cannova, “Giacomina” racconta l’amicizia profonda che lega due ragazze siciliane, Giacomina e Cettina, interpretate, rispettivamente, da Clara Ingargiola  e Eletta Del Castillo. Dopo la prima, è stato anche in scena a Palermo, dal 13 al 14 aprile, nei Cantieri Culturali della Zisa.

Ma nel rapporto tra le due ragazze si insinua da subito e per sempre un “terzo incomodo”, la malattia del secolo di cui è Giacomina è affetta fin da giovanissima.
Starà intorno a loro per cinquant’anni. Cinquant’anni di pillole e preghiere, ma anche di silenzio intorno a Giacomina e alla sua impronunciabile malattia: la depressione. Nessuno nel paese doveva sapere.

Bravissime sono state le due attrici ad interpretare sia gli entusiasmi dell’adolescenza, sia la routine casalinga dell’età anziana.

Il testo dello spettacolo è efficace tanto quanto la messa in scena. Con pochi oggetti si descrive la quotidianità dei due personaggi, ma soprattutto – e sorprendentemente – il dolore delle due ragazze, poi donne. Le mollette da bucato che pinzano la faccia e il collo di Giacomina rappresentano, si intuisce, l’autolesionismo di Giacomina, che la spinge anche fino a tentare il suicidio.

Divertente e grande prova di attrici è la scena dissacratoria della chiesa. L’autore sottolinea più volte il ruolo che le persone intorno a Giacomina hanno affidato alla fede religiosa, fatta di preghiere, messe, abitudini devozionali. Dovrebbe aiutarla a tranquillizzarla e le preghiere dovrebbero bastare a farla guarire. Non è così. Come non basteranno neanche le pillole.

Clara Ingargiola ed Eletta Del Castillo dominano la mimica facciale in modo tanto impressionante quanto efficace.

Quando Giacomina inizia a stare male, le si legge sul volto, che si trasforma piano piano. Uno spettatore dotato del minimo livello di empatia non può non risultarne coinvolto fino alla commozione.

Il testo di Salvatore Cannova apre agli occhi del pubblico il mondo della depressione, giocando con i due punti di vista delle protagoniste.

Quando è Cettina, la sua più intima amica, a narrare la vita di Giacomina, il racconto è accorato, pieno di quell’affetto che solo una vera amicizia può dare. Quando a parlare è Giacomina stessa, il racconto si fa toccante per quanto descriva il tormento che ha vissuto: “Di giorno, guardare e non vedere, ascoltare e non sentire. Di notte, intendere e intravedere”.

Lo spettacolo si potrebbe definire, con un luogo comune, breve ma intenso. L’ottimo risultato è forse dovuto, non solo alla bravura delle attrici e dell’autore/regista, ma anche al particolare affetto che lega quest’ultimo alla storia.

“Giacomina”, infatti, segue le vicende autobiografiche della nonna di Cannova, che la ricorda così: “Sorridente, truccata e sempre con un vestito diverso … Una donna dall’aspetto sempre curato capace di nascondere, ai molti, il suo profondo malessere: il “mal di vivere”, come avrebbe detto Montale.
L’origine della sua depressione fu sempre un mistero, come la ragione per cui decise di farla finita; sono tante, quindi, le ipotesi rimaste senza certezze”.

Le riflessioni che “Giacomina” mi ha suscitato confermano quanto lo spettacolo dica più o meno esplicitamente: avere la salute e non essere soli non è abbastanza se, come Giacomina, senti un peso sulla gola o sul petto, che non ti fa respirare.

Giacomina ha avuto un marito, che ha amato, sembra. È diventata mamma e poi nonna. Ha delle sorelle e la sua carissima amica. È una donna che “ha funzionato”. Per la società in cui ha vissuto, quella siciliana della seconda metà del Novecento, può definirsi una donna realizzata. Non è quella che si sarebbe definita una malata di mente.

Eppure dice di essere inutile nella vita concreta. Vorrebbe solo non passare le notti insonni, preda dell’angoscia. Vorrebbe dormire e sognare, perché forse sa, dentro di sé, che attraverso il sogno parla l’inconscio e che, se riuscisse a sognare e a capire quei sogni, forse capirebbe anche perché si è ammalata.  E, forse, guarirebbe anche.

Stefania Fiducia

Gli Ex-Otago al termine del tour annunciano un possibile ritorno estivo

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Si è tenuto a Bari, il 12 aprile, l’ultimo concerto del Corochinato tour degli Ex-Otago, band che rivedremo a Roma per il grande e consueto evento del primo maggio.

Il gruppo genovese è conosciuto dai più per aver partecipato a Sanremo 2019. Io ho avuto il piacere di ascoltarli qualche anno prima e di vederli per la prima volta in concerto nel novembre del 2016 al Serraglio a Milano.

Cosa dire? Per me è stato subito amore a prima vista e il sentimento, col passare degli anni, è cresciuto ed è diventato più consapevole.

Gli Ex-Otago non deludono mai, non sono mai banali, mi fanno divertire, mi commuovono e mi stupiscono ad ogni live. Per questo è già la quarta volta che li vedo in concerto.

La band sale sul palco e la prima canzone è Questa notte.

L’atmosfera è soffusa e il must della fotografia è il controluce: Maurizio e company sono delle ombre nere che si muovono lentamente su uno sfondo blu.

Lo show continua con  Le macchine che passano, Bambini Giovani d’oggi che accende letteralmente l’aria nel club, perché è un inno di protesta alle accuse che ci vengono mosse continuamente.

Sullo schermo passa un video, con un’estetica anni ’80 da televideo, che mostra le parole del testo ed esplodono le voci del pubblico che cantano a squarciagola:

“Dentro i bar o sui metrò, in coda alle poste e in cima a un monte
Nei fast food, nelle auto blu, in parlamento e in ogni momento
Ti è mai capitato di sentire pronunciare questa frase
I giovani d’oggi non valgono un cazzo”.

L’atmosfera resta calda sulle successive canzoni della scaletta, finché sul palco rimane il tastierista della band, completamente solo, che suona il giro di Tutto bene.

Temo che il live stia già finendo, quando scorgo Maurizio Carrucci passarmi davanti e dirigersi verso il bar, con il microfono in mano. Inizia la parte in acustico del concerto, quella più commovente ed emozionante, con Costarica, Stai tranquillo e soprattutto Mare, che mi fa piangere in silenzio.

Fortunatamente non sono l’unica: dal palco gli Otaghi dicono a una ragazza in prima fila di non piangere così, “perché sennò vengono i lucciconi anche a loro”.

Poi annunciano che stanno per cantare un inedito e io già capisco che si tratta della loro canzone più conosciuta e consumata: Quando sono con te.

E qui finisce la prima parte del live.

Quando rientrano hanno fatto un cambio abito. Indossano lo stesso outfit della serata finale di Sanremo e scherzano sul fatto che si sono ispirati ai Backstreet Boys intonando “Backstreet back all right”.

Quindi cantano Solo una canzone.

Poi, dopo  Ci vuole molto coraggio e Cinghiali incazzati, ci lasciano con la speranza di una tappa estiva.

 

Stay tuned

 

 

Valeria de Bari

 

Immagine copertina da Flickr.

Game of Thrones 8×01, niente dura per sempre

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Sono parole di Varys, il quale però non scopre certo l’acqua calda. Niente dura per sempre, lo sappiamo benissimo. Lo sappiamo ancora più acutamente all’interno dell’universo di Game of Thrones, letterario o televisivo che sia.

Proprio per tale ragione, è quasi toccante che, arrivati all’ultima stagione, i creatori di Game of Thrones provino a far durare quel che hanno tra le mani con i trucchi a disposizione. Riproponendo, ad esempio, in questo episodio tanti schemi che ricordano il primo episodio assoluto. La puntata che si apre a Winterfell, con l’arrivo di un seguito regale in marcia, con un bambino che prova a farsi strada per vedere, non può non ricordare come inizò tanti anni fa Game of Thrones.

Una citazione, un effetto nostalgico voluto, chiaramente. Ma soprattutto un segnale che è vero, niente dura per sempre, ma quel “niente” non vuol dire che scompaia. Talvolta, semplicemente si ripete. Dopotutto in questa premiere della stagione finale sono stati tanti i momenti che hanno richiamato alla memoria momenti passati, già visti e vissuti. Da un lato è certamente un grande segnale di affetto ai fan più accaniti. Dall’altro lato, però, è anche un palese indizio della natura ciclica della storia di Game of Thrones.

Perché ciclici, dopotutto, sono i sentimenti, i desideri, le ambizioni e i difetti dei personaggi. Segni caratteristici di ogni persona, destinati a ripetersi all’infinito in qualsiasi epoca, in qualsiasi ambiente.

In un episodio in cui non c’è grande azione, perché compito della premiere è rifamiliarizzare con volti e scenari, e rimettere le pedine sul tavolo (a maggior ragione considerando che andiamo incontro al finale), l’azione si ritrova in dialoghi e dinamiche, come spessissimo come accade egregiamente in Game of Thrones.

Nessuno si fida di nessuno, tutti sono interessati al propri orgoglio, al proprio onore, ai propri titoli. Dialogare col prossimo non è mai naturale, c’è sempre un doppio fine celato, o la voglia di uscire vincitore anche da un semplice scambio di battute. Come ci insegna la sexposition, che tra le tante citazioni dell’episodio abbiamo visto quasi parodiata nella scena di Bronn, il primo modo di conquistare il potere è attraverso il sesso.

Il volo con i draghi tra Daenerys e Jon non è solo uno svago, ma una finissima scena di seduzione nella quale la regina stringe a sé il suo alleato, ammaliandolo con l’impossibile. Se è più carnale l’epilogo tra Cersei e Euron, il fine delle due scene è esattamente il medesimo: esercitare il potere nel momento in cui la persona è più esposta emotivamente e istintivamente.

Dopotutto, il motivo per cui niente dura per sempre, e semmai al massimo si può solo ripetere, è dovuto a una grande verità: nessuno impara mai.

Tutti i personaggi cono cresciuti, ma poco cambiati. In alcuni pregi e difetti sono aumentati, invece di limarsi col tempo. In altri gli obiettivi e le ambizioni sono diventati sempre più deleteri. I personaggi di Game of Thrones, almeno chi arrivato vivo ad ora, sono prigionieri di un loop che loro stessi hanno creato, perché a loro volta prigionieri di tradizioni, titoli e onori millenari che seguono ciecamente, fino a scontrarsi con la realtà.

L’unico che da tempo ha capito l’errore di questa strada è Jon Snow, ma lo ha capito per una ragione: ha dovuto morire. Ha potuto vivere due vite, capire due volte le scelte fatte.

Tutti gli altri, semplicemente, ripetono scelte e errori fin dall’inizio, ed ormai è troppo tardi per cambiare strada. La ciclicità di questa prima puntata è la medesima di storia e personaggi, e siamo consapevoli che da questo eterno ritorno è impossibile prevedere un finale di serie che non sia amaro.

O forse saremo smentiti, proprio perché non impariamo mai, e i protagonisti non apprenderebbero qualcosa nemmeno da un esito positivo. L’importante è essere sempre pronti a tutto col finale alle porte, proprio perché lo sappiamo bene: niente dura per sempre.

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Emanuele D’Aniello

“Un nemico del popolo” porta a teatro le debolezze della democrazia

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Il regista Massimo Popolizio porta in scena “Un nemico del popolo” l’opera attualissima di Henrik Ibsen fino al 28 aprile al Teatro Argentina.

“Un nemico del popolo” non è la prima produzione che il Teatro di Roma affida a Massimo Popolizio. Di recente, c’è stato “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, attualmente in tournée.

Questa volta, però, Popolizio non solo dirige, ma interpreta anche quest’opera di Ibsen, un po’ dramma e un po’ commedia.

La trama vede protagonisti i due fratelli Stockman al centro di un conflitto politico e morale. Thomas è un medico – interpretato, appunto, da Massimo Popolizio – che scopre che le acque termali della sua città sono inquinate. La salute della comunità è in pericolo, se non si interviene con una bonifica, quindi lui vuole e deve denunciare la verità.

Delle terme lui è anche il responsabile medico e da esse deriva la tranquillità economica della sua famiglia. Ne consegue che la loro chiusura lo danneggerebbe moltissimo. Ma non solo lui. Il sindaco, suo fratello Peter, gli fa subito notare che è più opportuno insabbiare tutto, perché la denuncia porterebbe alla chiusura del centro termale per alcuni anni. Il sogno collettivo di benessere – dei lavoratori delle terme, ma anche dei piccoli proprietari che affittano le loro case ai turisti – svanirebbe velocemente.

Il conflitto in questione lo conosciamo bene: è quello tra sviluppo economico e salute pubblica (e qui il pensiero vola facilmente alle vicende della città di Taranto e della famigerata acciaieria Ilva).

Al centro della storia, però, c’è la riflessione sulla democrazia e sul dibattito democratico. Henrik Ibsen costruisce tutto sul conflitto tra i due fratelli Stockman, ma anche un terzo soggetto assume un ruolo non da poco: la comunità.

La scienza, la politica e l’informazione finiscono per essere impersonati, rispettivamente, dal dottore, dal sindaco e dai giornalisti locali, che sono anche, però, l’opinione pubblica. Non a caso, il loro giornale si intitola “La voce del popolo”.

Di cosa ha più bisogno una comunità?, si chiede Ibsen, che riempie con innumerevoli battute che ingenerano riflessioni profonde il testo del dramma/commedia, qui nella traduzione di Luigi Squarzina.

Da un lato, ci sono le reazioni della famiglia, degli amici  e dei concittadini del Dott. Stockman alla sua passione civile. Se lui afferma che “bisogna votare comunque!”, ecco che qualcuno gli chiede: “Anche se non ci si capisce nulla?”.

A che ti serve la ragione, se non hai il potere? … e a che serve la verità, se loro non la vogliono?” lo provoca sua moglie.

Il sindaco Peter pensa che il pubblico non abbia bisogno di idee nuove, “semmai delle idee che ha già”.

Dall’altro, il dott. Thomas sa che non ha una maggioranza compatta dietro di sé per vincere contro suo fratello. Ma è convinto che proprio la maggioranza compatta, forte e prepotente sia il nemico peggiore della comunità. E afferma con convinzione che “la maggioranza ha la forza, la minoranza ha la ragione”. Per questo si batte “per quelle verità che sono già nelle coscienze, ma non sono ancora maggioranza”, persuaso che “essere popolo è un traguardo che bisogna conquistarsi”.

Quindi, la scelta di Massimo Popolizio di portare a teatro un testo così attuale, sia per le tematiche, sia per le riflessioni cruciali che produce nello spettatore, è stata coraggiosa. Il pubblico, infatti, si è diviso tra chi apprezzava e chi esprimeva fastidio o perplessità per quello che sul palco si diceva sui paradossi della democrazia.

Lo stile della messa in scena ha dato ottimo risalto alla natura ibrida di “Un nemico del popolo”, che lo stesso Enrik Ibsen era incerto se definire una commedia o un dramma.

Come già scritto, si riflette molto, ma si ride anche. Popolizio caratterizza in modo grottesco il personaggio del dottore. Provoca simpatia il suo coraggio, vicino all’incoscienza di un Don Chisciotte, che però è anche un po’ un uomo in cerca di rivalsa.

Strabiliante l’interpretazione della sempre bravissima Maria Paiato, nel ruolo maschile del sindaco Peter Stockman. La scelta di far interpretare il ruolo ad una donna è interessante; ricorda il teatro antico, ma anche quello shakesperiano, in cui però funzionava al contrario: tutti i ruoli erano interpretati da uomini, anche quelli femminili.

Massimo Popolizio
Maria Paiato e Massimo Popolizio in “Un nemico del popolo” – Foto di Giuseppe Distefano

Un’altra scelta originale e riuscita è stata quella di usare il blues, una musica che accompagna tradizionalmente le narrazioni del Nord America. Quindi, si ha la sensazione di assistere ad un racconto quasi western, nonostante il dramma di Henrik Ibsen sia ambientato in una città termale della Norvegia. Questa impressione è rafforzata dagli intervalli tra una scena dialogata e l’altra, in cui un narratore ci spiega a tempo di blues cosa avviene fuori scena, con l’ausilio di immagini in bianco e nero proiettate in fondo alle quinte. È un ragazzo di colore che ricorda l’immagine di Huckleberry Finn.

Bella la scenografia di Marco Rossi, spoglia e calda allo stesso tempo, con dei pannelli mobili da cui appaiono e scompaiono porte.

I costumi di Gianluca Sbicca sono altrettanto semplici, il nero la fa da padrone. Per tutta la prima parte dello spettacolo, l’unico a non vestire completamente di nero è il dottor Tomas, che indossa il suo camice bianco oppure un impermeabile chiaro. Solo al momento dell’assemblea cittadina anche lui veste solo in abiti scuri. Sembra che solo in questa scena non lo si voglia differenziare dagli altri personaggi, per rappresentarlo come un cittadino tra i cittadini.

Ovviamente, come avrete intuito, si esce dal teatro con delle domande su cui riflettere: se la democrazia è imperfetta, ma comunque la migliore delle forme di governo possibili, le sue “debolezze” sono inevitabili? Oppure possono essere smussate, limitate? E se sì, come? Ed è vero che è uno strumento fragile, soprattutto in mano ad un popolo “ignorante” o poco istruito?

Stefania Fiducia

Photo credit: Giuseppe Distefano

Gomorra: la serie 4×05/4×06, pochi amici e serpenti ovunque

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Chi avrebbe mai immaginato che Patrizia sarebbe diventata la vera protagonista essenziale di Gomorra?

Nei precedenti anni Ciro e Gennaro si sono divisi non solo la scena, ma anche il peso emotivo e tematico del racconto. La maledizione che aleggia su chi entra e vive nel mondo di Gomorra, insomma. Sparito ora Ciro, indubbiamente Gennaro ha ereditato in parte quella tragicità, ma improvvisamente la sua funzione semantica è stata superata nella serie da Patrizia.

E seguendo il suo percorso, fin dalla prima apparizione nella seconda stagione, la risposta è “non poteva essere altrimenti”. C’è una differenza fondamentale, dopotutto, tra Patrizia da un lato, e all’altro Ciro e Gennaro. Se questi ultimi rappresentano al meglio il mondo di Gomorra, perché sono nati al suo interno e lo hanno plasmato a loro immagine (l’ho sottolineato più volte, sono vittime e carnefici), Patrizia è invece l’outsider che ha ancora quel barlume di vitalità per capire cosa sta facendo.

Non è solo la sua femminilità una chiave di lettura decisiva, come testimonia la notizia annunciata nel sesto episodio. Ma è la sua funzione di specchio, seppur deformato, della realtà esterna dentro l’Inferno a incidere.

Se Gennaro continua ad essere il più consapevole del male che la scelta della vita criminale porta, come prova nella sua scena condivisa con Patrizia, è quest’ultima ad essere un velato surrogato del pubblico.

Lei è magnetica, carismatica, intraprendente e capace. Anche spietata, naturalmente. Tutte queste caratteristiche potrebbe usarle in una vita normale, ma la decisione di arrendersi al nichilismo criminale declina tutte quelle caratteristiche al negativo. Anzi, le annulla praticamente, perché le qualità rimangono inevitabilmente schiacciate dalle conseguenze ineluttabili di chi vive allenandosi a schivare pallottole.

Non c’è tempo di costruire un vero rapporto personale con qualcuno. Non c’è modo di costruire un rapporto di fiducia con una persona che si ama. C’è solo una strada da seguire, solo un modo di vivere (e di morire), ovvero una condanna. E quella di Patrizia è ancora più forte e dolorosa, perché mentre uno come Gennaro conosce quel mondo essendoci nato e cresciuto, Patrizia sa benissimo cosa si perde (per sempre) venendo da fuori.

Due episodi gemelli questi di Gomorra 4×05 e 4×06, una novità narrativa per questa stagione, che finora aveva proposto sempre capitoli separati. L’efficacia emotiva ha funzionato, elevando un personaggio definitivamente nell’Olimpo della serie. C’è una nuova guerra alle porte? Poco importante, perché quella dentro i personaggi non finisce mai.

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Emanuele D’Aniello

Gioia e sofferenza: con “Game of Thrones” abbiamo imparato ad amare

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In partenza l’ottava e ultima stagione di Game Of Thrones. Da più di un anno ci prepariamo a un finale sconvolgente. Come staremo alla fine di tutto?

Quello che è successo con Game of Thrones non è qualcosa che accade spesso nel mondo delle serie tv. Nonostante questa sia la forma d’intrattenimento più diffusa al giorno d’oggi e nonostante il binge watching sia ormai una consuetudine, lo show tratto dai libri di G.R.R.Martin rimane un caso speciale. Dalla prima messa in onda (nell’ormai lontano 2011) ad oggi la serie ha continuato ad acquisire consensi, conquistando migliaia di nuovi spettatori. I fan del Trono di Spade hanno imparato a temere gli spoiler più di qualsiasi altra cosa, a costruire teorie basandosi in parte sui libri delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, in parte sulla visione della serie. Hanno imparato i nomi di decine e decine di casate, insieme ai loro sigilli e ai loro motti. Hanno imparato ad apprezzare anche i personaggi più odiosi, qualche volta per la bravura dell’attore che li interpreta, altre volte per il loro lato umano.

Ma soprattutto, hanno imparato a soffrire.

Non c’è nulla da fare: se ami Game of Thrones, sai che come qualsiasi grande amore, ti dà tanto, ma non sempre la relazione è semplice. Ci si può sentire traditi, delusi e in alcuni attimi si può pensare anche di farla finita. Ormai gli appassionati dello show si aspettano di tutto e, nonostante questo, rimangono spesso scioccati da ciò che vedono. Solitamente, le seconde e le penultime puntate di ciascuna stagione hanno sconvolto gli equilibri della storia e messo a dura prova l’emotività degli spettatori.

Game of Thrones 7×06, la notte è oscura e piena di terrori

Ho seguito la serie in diretta, rivedendo diverse volte le singole stagioni. Ho ricominciato a vedere tutta la saga (per l’ennesima volta) il 6 febbraio.

Avevo letto che se avessi guardato un episodio al giorno a partire da quella data, avrei finito in tempo per la stagione finale. Ho resistito per una settimana. Poi, mi sono lasciata catturare dagli intrighi e dalle passioni di Westeros ed Essos, divorando tutte le puntate, concludendo quasi con un mese d’anticipo. Pensavo che dopo tanti anni e trattandosi di una “seconda” visione, sarei stata immune ai continui attentati emotivi dello show. Non è stato così, anzi. Sapere, rendeva il tutto più amaro. Game of Thrones sa giocare molto bene con il lato emotivo dello spettatore. Alle volte ti fa star bene, ti elettrizza, ti carica e altre volte ti mette in ansia, ti rattrista. Siamo abituati a storie dove ognuno ha il suo preciso ruolo narrativo. Nello show della HBO, questi ruoli sono stati chiariti solo nell’ultima stagione.

Ma allora cos’è che ci tiene così tanto legati a Game of Thrones?

Come tutte le grandi opere d’arte, è difficile individuare un’unica caratteristica che la renda ciò che è. Partiamo dal genere, ovvero il fantasy. Molte persone dichiarano di non amare le storie fantastiche perché poco attinenti con la realtà. Non sono mai stata d’accordo con quest’affermazione, anzi, ho sempre trovato questo tipo di libri/film/serie tv molto utili per capire meglio alcuni aspetti del mondo che viviamo. D’altra parte, le più antiche forme della narrazione sono i miti e le fiabe e tutte prevedono degli elementi sovrannaturali che fossero dei, oggetti magici o creature immaginarie. Questo perché l’uomo ha sempre avuto bisogno di spiegazioni razionali al caos della vita. Le storie hanno sempre rappresentato un tentativo di mettere ordine e, soprattutto, di dare un significato all’esistenza. I decadentisti ritenevano che la realtà fosse un tempio di cui il poeta decifra i simboli, rivelandoli al mondo grazie alle sue parole che fungono da vera e propria “formula magica”. Se guardiamo la realtà andando oltre la superficie, non possiamo fare a meno di avvertire l’energia vitale del mondo. Nel fantasy, questa energia si concretizza.

Game of Thrones, come tanti altri fantasy, ha tra i suoi temi chiave la lotta tra il bene e il male. Quest’ultimo è ovviamente un’allegoria di tutte le difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nel corso dell’esistenza. Gli antagonisti delle storie sono i problemi che devono essere superati per raggiungere il proprio oggetto del desiderio, il proprio happy ending. Nella storia di Martin, il nemico ultimo da sconfiggere è l’esercito dei non morti. Cosa c’è di più letterale e allo stesso tempo più metaforico di questo? La paura della morte, la grande nemica del genere umano, esorcizzata attraverso la speranza di poter sconfiggere il Night King.

Eppure, se guardiamo soprattutto le prime stagioni, Game of Thrones non sembra un fantasy e il “nemico” cambia a seconda dei punti di vista. Per molti spettatori neanche si può parlare di antagonisti e protagonisti.

Sembra infatti di stare all’interno di un racconto storico ambientato nel Medioevo. Gli intrighi politici per ottenere il potere, i contrasti tra le famiglie, la differenza di classe sociale, il rapporto complesso tra uomini e donne, lo scontro tra lo stato e la religione sono tutte tematiche che possiamo trovare in qualsiasi serie tv ambientata ai giorni nostri. E il tutto viene raccontato nella maniera giusta, creando suspence, colpi di scena, finali inaspettati. C’è tanta verità in Game of Thrones. Questo perché protagonisti assoluti sono esseri umani diversi, ma tutti animati da passioni in cui è facile riconoscersi. I personaggi della serie sono tantissimi, ma ognuno ha la possibilità di mostrarsi al pubblico a tutto tondo, pregi e difetti. E anche chi si è macchiato dei peggiori delitti riesce ad essere capito, se non anche ammirato. Ogni personaggio ha il suo percorso, ognuno con un significato diverso per lo spettatore.

game of thrones 8 uscita
Mi sono divertita un po’ a giocare con cofanetti e spada…

Game of Thrones potrebbe sembrare una serie al maschile.

Si parla di potere e di guerra, argomenti che solitamente si associano all’uomo. All’inizio della storia, sul trono di spade siede un uomo, il suo primo cavaliere è un uomo, l’altro pretendente al trono è un uomo. Le donne sono trattate come oggetti a disposizione delle famiglie per stringere alleanze. La loro occupazione principale è il mantenimento della famiglia. Sette stagioni dopo, la situazione è del tutto opposta: sul trono di spade siede una donna, l’altra pretendente al trono è una donna e tra i guerrieri più potenti ci sono delle donne, Lyanna Mormont fa più paura di tutto l’esercito dei White Walkers. Tutti i personaggi femminili dello show acquisiscono consapevolezza della loro forza, iniziano a credere in loro stesse e finiscono per rivendicare il loro giusto posto nel mondo.

Potrei aggiungere tanto altro. E molto probabilmente, un altro fan della saga potrebbe darvi altre motivazioni.

Rimane il fatto che Game of Thrones è uno dei migliori prodotti televisivi che siano mai stati realizzati. Ora che si avvia alla conclusione, non possiamo fare a meno di provare tantissime emozioni, anche contrastanti. All’euforia e alla curiosità si uniscono l’ansia per l’imprevedibilità a cui la serie ci ha abituato e, ovviamente, la nostalgia di sapere che siamo veramente arrivati alla fine della storia.

Federica Crisci

Un viaggio nel tempo nel nuovo romanzo della Newton Compton

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Un viaggio nel tempo e l’incontro tra presente e passato per raccontare la storia de “La ragazza dai guanti bianchi”.

Nel nuovo romanzo di Leah Fleming, edito da Newton Compton, Rejoice Moorside è “La ragazza dai guanti bianchi”.

Figlia di Alice e Matthew Moorside, Joy resta orfana poche ore dopo la sua nascita. Ad accoglierla è la famiglia di Roger, suo zio, nella sua casa di campagna nello Yorkshire.

Joy è figlia dell’amore di una coppia di seguaci di George Fox, appartenenti alla “Società degli Amici”, scappati dal loro villaggio per sposarsi seguendo le credenze quacchere.

La trama

1666. In una casa di campagna nel piccolo paese di Windebank, nello Yorkshire, sta nascendo una bambina. Il padre, in punto di morte, fa appena in tempo a darle un nome pieno di speranza, Rejoice. La piccola Joy cresce assistendo alle terribili persecuzioni religiose ai danni della comunità di campagna, finché, per sfuggire a quella violenza, non decide di imbarcarsi insieme a un gruppo di pionieri verso il Nuovo Mondo. Joy diventa una donna forte e appassionata, che combatte ogni ingiustizia con estrema determinazione. Quello che le manca è la serenità. E, soprattutto, l’amore.

2014. Nascosto tra le mura della antica casa di Good Hope, in Pennsylvania, viene ritrovato un libro rilegato in pelle. Alcuni indizi lo collegano a una fattoria nelle valli dello Yorkshire. Ed è così che ha inizio una fitta corrispondenza tra Rachel Moorside e l’uomo che ha trovato il diario, Sam Storer. Rachel non sa ancora che scavare nel passato riporterà alla luce alcuni antichi segreti della sua famiglia.

Due vite che si intrecciano

Il racconto prende vita quando il diario di Joy viene ritrovato in Pennsylvania e Rachel Moorside viene a conoscenza della storia della sua lontana antenata, emigrata in America alla fine del Seicento.

È proprio questo espediente narrativo che mi ha incuriosita e mi ha portata a leggere questo romanzo. Eppure, l’incontro tra le due epoche, è poco sviluppato all’interno del racconto e fa solo da cornice alle vicende della vita di Joy.

Nel romanzo di Leah Fleming, già autrice del bestseller “La strada in fondo al mare, la narrazione è scorrevole e il racconto è coinvolgente, ma nulla più di una lettura leggera. “La ragazza dai guanti bianchi” è un romanzo piacevole, che terrà i vostri occhi incollati al foglio (o allo schermo) e in più di un’occasione vi porterà a domandarvi come Joy uscirà da questo pasticcio.

Joy a volte vi farà arrabbiare, a volte ammirerete la sua forza d’animo, a volte vi lascerà senza parole. Il suo non è un personaggio semplice da inquadrare e le sue azioni, anche se perfettamente in linea con il suo modo di fare, sono difficili da comprendere se estrapolate dal contesto narrativo in cui il personaggio è inserito.

Nella prima metà del romanzo Joy è completamente assorbita dalle dinamiche del suo credo religioso e il suo carattere irruento è soffocato dalle rigide regole degli Amici. Ma sarà proprio la sua tenacia la sua arma vincente.

Joy è la protagonista assoluta del romanzo. Attraverso il suo racconto ci condurrà alla scoperta dei difficili anni delle persecuzioni religiose nelle campagne inglesi, così come ci narrerà le criticità incontrate durante il lungo viaggio verso il Nuovo Mondo.

La ragazza dai guanti bianchi” è un piacevole viaggio nel tempo, alla scoperta di mondi lontani da noi nel tempo e nello spazio, il tutto condito con un pizzico di determinazione e voglia di fare che consentiranno all’irriverente ragazza di campagna di diventare una donna.

 

Simona Specchio 

Upgrade arriva in home video, in dvd e blu-ray

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Dal 10 aprile è disponibile l’home video di Upgrade nei negozi specializzati.

Un acquisto che davvero non potete mancare, per svariati motivi. Prima di tutto, il film ha purtroppo saltato l’uscita nei cinema italiani, e questa è l’occasione perfetta non solo per recuperarlo, ma soprattutto per gustarlo con l’altissima qualità del blu-ray, edizione che la Universal Pictures Italia ci ha gentilmente fornito. Edizione davvero impeccabile per l’altissima qualità video e audio, e si deve pretendere visivamente il massimo per gustarsi un film simile.

E poi, altro motivo, se siete fan del cinema di genere Upgrade è davvero un gioiello immancabile. Il film racconta la storia di un uomo vittima di un’aggressione, durante la quale perde la moglie e diventa paraplegico. La sua vita cambia quando uno scienziato gli propone di fare da cavia a un suo esperimento che consiste nel testare un microchip. Il chip innestato nel cervelletto dovrebbe fargli recuperare le funzionalità fisiche perse dopo l’aggressione, permettendogli così di vendicare la morte della moglie.

Tutto questo, ovviamente, è un presto per un divertente e avvincente body horror cyberpunk. Bisogna trovare un mix di genere di riferimento per catalogare Upgrade, e comunque nessuno va bene. Perché il fulcro è quello di un film unico che fa riflettere sulle possibilità – e pericoli – di un futuro prossimo, senza mai distogliere un attimo dall’ironia e dall’azione. Le coreografie di lotta sono tra le miglior viste recentemente, indubbiamente.

Spesso il cinema è anche bello per essere consumato una sera a casa, sul divano, puntando solo al divertimento. Upgrade è il titolo ideale, ed ora è finalmente a portata di telecomando per tutti.

 

Una volta è abbastanza, un viaggio nel dialetto marchigiano

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Un romanzo che racconta le Marche e non solo. Un romanzo che racconta anche le donne. Il lavoro, il riscatto, l’amore. Tutto questo è il nuovo romanzo di Giulia Ciarapica, Una volta è abbastanza, uscito per i tipi di Rizzoli Editore.

Avevamo già avuto modo di recensire un manuale di Giulia Ciarapica, Book Blogger, edito da Fazi editori. Ora, invece, la giornalista marchigiana si propone in libreria con un romanzo che cambia l’immagine che abbiamo avuto finora di lei: da blogger ad autrice.

Come scrivere per il web e vivere felici. Manuale per aspiranti book blogger!

Una volta è abbastanza è un romanzo che non ti aspetti.

Non te lo aspetti perché, sebbene si inserisca all’interno della strada già battuta delle saghe familiari, il romanzo ci racconta le Marche e la vita seminascosta nell’anonimato di tante persone che hanno ricercato nel lavoro il proprio riscatto.

La guerra sta finendo anche Casette d’Ete. Tempo e spazio si definiscono immediatamente.

Il conflitto ha provato soldati e civili, ma, intanto che a Roma decidono il da farsi per il futuro del Paese, gli animi si riempiono di speranza e di voglia di riscatto. Bisogna guardare al futuro. Si deve guardare al futuro.

Giulia Ciarapica racconta una storia d’amore importante, quella tra Valentino e Giuliana, ma anche una relazione forte e complicata quale quella tra le due sorelle, Giuliana ed Annetta. Dietro ciascun personaggio si cela una realtà difficile, in cui questioni personali, dinamiche lavorative e lo scontro con la Storia si mescolano, accavallandosi e sovrapponendosi di continuo.

Tra il tempo e lo spazio è quest’ultimo il grande presente: Casette d’Ete.

Tematiche sociali e lavorative, come l’autonomia femminile, l’emancipazione, i rapporti paritari tra uomo e donna, vengono perfettamente resi senza rischi di anacronismi. I luoghi, prima ancora dei tempi, si fanno ampiamente sentire.

Ma è all’interno dello spazio che si declina uno degli aspetti più significativi del romanzo: il dialetto.

Il dialetto marchigiano (del fermano, per la precisione), balza all’occhio. Parliamo di una perla rara se pensiamo alla produzione culturale italiana. Da sempre il dialetto romano, napoletano, siciliano, toscano hanno riempito pagine di letteratura e pellicole cinematografiche. Il “parlato” marchigiano non compare quasi mai e molto spesso viene confuso e mescolato con quello umbro o laziale.

Qui invece il dialetto viene usato nella sua forma più pura. La formazione filologica dell’autrice ha trovato degnamente giustizia in quanto la resa grafica di una lingua ormai prevalentemente orale risponde in toto all’effetto desiderato. Giulia è pioniera anzi tutto.

Ma andiamo oltre. L’uso del dialetto non è solo compiacimento filologico. La lingua in questo caso serve anche a denotare i personaggi, uomini e donne di umili origini. Emerge un’istanza di realismo, attraverso la quale si veicola la contestualizzazione sociale dei personaggi. L’uso stratigrafico del dialetto consente di immergere il lettore in un contesto di estrema povertà, in cui l’istruzione era pressoché assente. Valentino, Giuliana, Annetta partono tutti da zero, senza quegli strumenti formativi che oggi abbiamo a disposizione. Questa “mancanza” fa risaltare ancor più il genio dell’uomo che si manifesta attraverso il lavoro.

Il vernacolo ha, inoltre, anche lo scopo di connotare i nostri paladini. L’uso di espressioni pittoresche (i marchigiani sono abili bestemmiatori, al pari dei toscani) contribuisce a scolpire e a dare spessore a caratteri che altrimenti rischierebbero di rimanere appiattiti, cedendo all’anonimato.

Il dialetto scolpisce a tutto tondo anime complesse e delinea rapporti profondi. Allo stesso tempo configura un quadro di una ben definita società.

Il dialetto è ritrattista e paesaggista insieme.

C’è, infine, un aspetto ancora più importante da mettere in luce.

La lingua come luogo, la lingua intesa come legame profondo con la terra.

I personaggi, sia principali che minori, non parlano sempre in dialetto. Si nota sin dalle prime pagine che essi alternano italiano e vernacolo anche all’interno dello stesso dialogo. Ben presto ci accorgiamo che il dialetto viene usato dai personaggi nei momenti di maggiore irrazionalità, quando la rabbia incalza o quando sorge la necessità di dire le cose come stanno. Quando la ragione cede il passo all’instinto, ecco che viene meno l’artificio della lingua nazionale e affiora il dialetto.

Il dialetto è la lingua che hanno appreso sin dalla nascita, è la lingua della quotidianità, è la lingua dei gesti e dei sentimenti.

La lingua è ciò che la terra ha fornito loro. Si identifica non solo con i personaggi ma con il luogo stesso da cui proviene. Casette d’Ete è sorretta da questo dialetto verace e pragmatico, quasi astioso nei suoni e schietto nell’osservazione della realtà.

Da marchigiana, in conclusione, posso solo ringraziare l’autrice per avere reso omaggio alla nostra terra in un modo così genuino e appassionato, temo, mai visto prima. Giulia Ciarapica ha colto molto bene questo senso di appartenenza alla sua regione che, come spesso lei stessa ricorda, non è mai abbastanza raccontata.

Serena Vissani

Londra, il vecchio teatro dove Angela Clark volterà pagina

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Miss Clark e le sue caratteristiche goffe vicissitudini torneranno nella terra dalla quale era fuggita per chiudere ed aprire nuovi capitoli della sua prospera vita.

Di tanto in tanto bisogna dare spazio alla lettura di generi letterari del tutto inaspettati rispetto ai propri canoni. È il caso della mia ultima lettura. Animata da un forte voglia di leggerezza mi sono trovata in mano la copertina rosa di “I love Londra” di Lindsey Kelk edito da Newton Compton Editori. Il libro è il quarto capitolo della saga “I love Series”. Questo non significa, fortunatamente, che sia necessario leggere i precedenti. Infatti è facile (forse troppo) intuire cosa sia accaduto nelle “precedenti puntate”.

Una nota positiva? Lo stile della prosa da blogger dell’autrice. La forma ammiccante delle parole scelte, il ritmo incalzante nella lettura, i periodi brevi ne rendono la lettura assai celere e leggera. Lindsey Kelk è una delle penne del mensile femminile Marie Claire e ciò sicuramente gioca un ruolo fondamentale nel suo approccio al mondo “rosa & zucchero”.

Angela Clark è una donna in fuga che si è ricostruita una vita a New York. Non torna a Londra, la sua terra natia, da tempo immemore. Tuttavia il timore degli spettri del passato verrà annientato quando questi si materializzeranno dinnanzi a lei dopo il richiamo della madre a tornare.

La trama, prevedibile per filo e per segno, ci consegnerà una trasferta di newyorkesi in Europa.

Come da cliché troveremo una presunta gravidanza, dei conflitti tra vecchie e nuove amiche, del sano shopping, degli inverosimili meeting aziendali e lo scontro tra Alex e Mark.

Il primo è l’attuale fidanzato, leader bello e dannato del gruppo rock degli “Still” e l’altro è l’uomo che ha avuto al proprio fianco per due lustri che la tradì il giorno del matrimonio della sua migliore amica.

E come ogni commedia rosa britannica che si rispetti è inevitabile il richiamo all’impareggiabile Bridget Jones. Senza tempo ed inimitabile.

Londra e New York rimangono soltanto dei contorni a mio parere nebulosi. Il focus è tutto sull’amore, quello dai prevedibili colpi di scena e dall’enfasi artificiosa.

Scontato il lieto fine. Ma forse intraprendendo una lettura del genere è ciò che ci si aspetta. E da questo punto di vista non si sarà sicuramente delusi.

 

Alessia Aleo

Dracula arriva a Roma, con un’interpretazione “da brivido” di Sergio Rubini

Al Teatro Ambra Jovinelli di Roma arriva Dracula con uno strepitoso Sergio Rubini

A due passi dalla stazione Termini di Roma sorge un luogo incantato: il Teatro Ambra Jovinelli, un teatro tutto in stile liberty dove si respira un’aria gotica e del tutto surreale, perfetta per lo spettacolo più “spaventoso” di tutti i tempi, Dracula.

Il romanzo ricco di suspense di Bram Stoker viene portato egregiamente in scena da due attori strepitosi, come Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini. Non nascondendo il mio amore spudorato per quest’ultimo, posso solo aggiungere che è un attore a tutto tondo: domina il palcoscenico a suo piacimento.

Rubini riveste i panni di Van Helsing, antagonista del conte Dracula, professore universitario olandese esperto di riti dell’occulto. Egli crede fermamente nel soprannaturale e nei fenomeni elettromagnetici dei corpi astrali. Il suo compito più arduo sarà quello di convincere i propri compagni di avventura ad accettare la presenza del soprannaturale.

Riuscirà a farlo solo grazie alla morte di Lucy Westenra, qualche giorno prima trasformata in vampira, che farà ricredere anche il suo allievo più razionale, il dottor Seward.

Luigi Lo Cascio interpreta, invece, Jonathan Harker, un avvocato inglese che visita la Transilvania per concludere un affare immobiliare, che sarà costretto a confrontarsi con il nobile padrone del castello: il conte Dracula.

Foto in esclusiva della prima di “Dracula” il 3 aprile 2019, Teatro Ambra Jovinelli, di Filippo Manzini.

Il successo del conte più amato di tutti i tempi è inevitabile anche a teatro: ci piace tanto perché mette in primo piano i misteri più affascinanti di tutti i tempi: la morte, il sangue, l’amore e i loro imprescindibili legami.

Un altro aspetto molto accattivante di quest’opera è senza dubbio la sua natura epistolare: anche la messa in scena inizia con la stesura di un diario, da cui prende vita lo spettacolo della durata complessiva di 120 minuti.

La scenografia è molto semplice e al tempo stesso impressionante: solo qualche velo di stoffa e un gioco di ombre per realizzare un castello davvero pauroso. Emozionante la nevicata che ad un certo punto rende tutto più suggestivo.

Con due attori di spessore e in gamba come Lo Cascio e Rubini l’intera rappresentazione teatrale non può che essere una garanzia.

Potrete assistere allo spettacolo dal 3 al 14 aprile 2019 presso il Teatro Ambra Jovinelli di Roma. Per info e prenotazioni: cliccare qui.

Alessandra Santini

Eva contro Eva, il crudele mondo dello star system

“La commedia e l’illusione hanno cominciato a riempire la mia vita sempre di più. Al punto che non riuscivo più a distinguere il reale dal non reale, tranne che il non reale mi sembrava più reale.”

Titolo originale: All about Eve

Regista: Joseph L. Mankiewicz

Sceneggiatura: Joseph L. Mankiewicz

Cast principale: Bette Davis, Anne Baxter, George Sanders, Marilyn Monroe

Nazione: USA

Anno: 1950

Eva contro Eva è un film necessario, un lungometraggio che non si può far a meno di vedere.

Tratto dal racconto di Mary Orr The Wisdom of Eve e diretto dal maestro della regia Joseph L. Mankiewicz, il titolo esce nelle sale nel 1950 e vince ben 6 Oscar, dopo essere stato nominato a 14 statuette, un record che pochi negli anni hanno raggiunto.

All’epoca Joseph L. Mankiewicz è già un nome autorevole della “nuova Hollywood”, un regista apprezzato e amato dal popolo cinefilo, vincitore di due Oscar con Lettera a tre mogli, diventando nell’immaginario pubblico uno degli autori più versatili e incisivi dell’epoca.

Questo suo capolavoro cinematografico racchiude in sé divismo ed invidie da palcoscenico, con due superlative interpreti: la grande diva del cinema Bette Davis e Anne Baxter.

Le due attrici si cimentano in una storia agrodolce, una critica al mondo teatrale, caratterizzato da manie di protagonismo e arrivismo, un dramma sulla finzione, sulla recitazione, di conseguenza sulla vita.

Eva Harrington, interpretata dalla splendida Anne Baxter, è pronta a tutto per diventare una stella del palcoscenico. Riesce a conquistare la fiducia di un’attrice teatrale affermata non più giovanissima, Margo Channing, alla quale dà il volto la magistrale Bette Davis.

eva contro eva

Il film si apre con la premiazione della migliore attrice dell’anno Eva Harrington, e poi parte un lungo flashback che racconta la sua storia e quella di Margo.

Scopriamo quindi che la diva del teatro la accoglie tra le sue braccia, essendo Eva una fan sfegatata ma con una terribile storia alle spalle. La giovane ragazza diventa essenziale nella vita di Margo, la aiuta in tutto dalla scelta dei vestiti all’organizzazione delle giornate minuto per minuto.

Ma la diva diventa una vera e propria ossessione per Eva che, pian piano e con grande abilità, riesce a soppiantare Margo con il suo talento, diventando una predatrice a caccia di notorietà.

Nonostante i tentativi e il successo di Eva, la vera star del film resta comunque Margo Channing: una vera e propria diva, ostinata e infantile ma con un carisma che non può essere superato da nessuno. Margo continua, per tutto il film, a combattere con le unghie e con i denti per mantenere il suo status e, nonostante il successo di Eva, ci riesce.

Il film che inizia come una favola sul teatro, finisce per essere un girotondo cinico e pieno di giochi di parole intorno all’ambizione, all’amore e l’industria dello spettacolo.

Al fianco della vicenda, il regista delinea un quadro variegato di personaggi, tutti facenti parte del mondo teatrale, che mostrano la loro ambivalenza e che rivelano un grande narcisismo.

Un gruppo di personaggi in cerca d’autore che lottano tra loro senza esclusione di colpi soltanto per un mero riconoscimento del pubblico, resi ancor meglio dalla magistrale interpretazione del cast scelto.
E sono proprio gli attori scelti che hanno reso la sceneggiatura di Eva contro Eva lo splendore che conosciamo.

eva contro eva

All’inizio, il ruolo di Margo non era destinato a Bette Davis ma per il ruolo erano altri i nomi di spicco in lizza: Susan Hayworth , Marlene Dietrich, Ingrid Bergman, Tallulah Bankhead, Joan Crawford, Joan Fontaine, Katherine Hepburn e Gloria Swanson.

Alla fine viene scelta Claudette Colbert ma, due settimane prima dell’inizio delle riprese, un grave incidente la vede costretta a rinunciare.

Così, per nostra fortuna, viene selezionata Bette Davis, una delle poche nel panorama Hollywoodiano con la maturità perfetta per un ruolo del genere.

Per interpretare Eva, invece, viene considerata Jeanne Crain, poi Donna Reed, June Allyson e Olivia De Havilland, ma alla fine viene scelta Anne Baxter che secondo Mankiewicz possiede il piglio giusto per interpretare una doppiogiochista come la giovane protagonista.

Dopo 69 anni dalla sua uscita, Eva contro Eva continua a risultare un’opera rigorosa e perfetta, scritta con intelligenza e sagacia dallo stesso acume dallo stesso Mankiewic.

Una sceneggiatura eccezionale in ogni sua parte, dialoghi penetranti e arguti velati da una sottile ironia che in 130 minuti non risultano mai fuori luogo. L’eccezionalità di Eva contro Eva si vede nei dettagli: nell’alone di luce che circonda Eva quando riceve il suo primo premio teatrale, i primi piani eloquenti durante la consegna del premio, che fanno vedere al pubblico le facce impietrite di Margo mentre la sua rivale riceve il riconoscimento.

L’unico vero vincitore è lo spettatore, che riesce a immergersi negli intrighi che si nascondono dietro le quinte del teatro, grazie a una messinscena abile e sagace.

3 motivi per vedere il film:

– La regia e la sceneggiatura perfetta, degna di un vero film di Hollywood

– Bette Davis, in una delle sue interpretazioni più lodevoli

– Anne Baxter e la sua interpretazione, non soffermatevi sull’apparenza ma andate oltre.

Quando vedere il film:

Quando vi sentite pronti ad affrontare un vero capolavoro.

Ilaria Scognamiglio

Roma e le Terme di Caracalla: lusso e relax dal sapore antico

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Tra le imponenti vestigia dell’Antica Roma conservatesi in maniera ottimale fino ai nostri giorni, vi sono certamente alcuni monumenti tra i più noti al mondo: il Colosseo, i Mercati di Traiano o ancora il Pantheon. Ma se l’amore per l’antico si spinge un po’ oltre il classico centro storico cittadino, ecco che non lontano dal Circo Massimo, è possibile passeggiare all’interno del complesso delle Terme di Caracalla.

Fu infatti l’imperatore Lucio Settimio Bassano, che tutti noi però conosciamo con il nome di Caracalla – soprannome a lui associato per la particolare tunica con cappuccio di origine gallica che era solito indossare – a decidere di costruire un nuovo impianto termale, in grado di superare per grandezza e sontuosità tutte le altre terme cittadine.

Le nuove e imponenti terme furono realizzate tra il 212 e il 217 d.C. nell’affollata zona ai piedi dell’Aventino e fin da subito lasciarono letteralmente senza fiato il popolo per la loro sbalorditiva decorazione: marmi pregiati rivestivano interamente le pareti delle sale interne; lavorazioni a stucco e ad affresco vennero adottate per impreziosire i muri e ancora pavimenti musivi policromi davano vita a disegni spettacolari e fantasiosi! Di tutto questo prezioso apparato decorativo oggi resta visibile solo una minima parte ma è dalle Terme di Caracalla che provengono molti materiali reimpiegati in città, come per esempio i due vasconi in marmo trasformati in eleganti fontane in piazza Farnese, e ancora capolavori d’arte, come gruppi scultorei o singole statue che, tra il XVI e XVII secolo, finirono nelle collezioni private delle più potenti famiglie nobili e che oggi si possono ammirare in vari musei, come l’Ercole Farnese nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nonostante le spoliazioni e le distruzioni oggi è ancora possibile comprendere pienamente tutta la loro antica grandezza.

Desta stupore passeggiare tra le rovine ed ammirare gli enormi muri in laterizio che svettano in alto per molti metri, dandoci perfettamente l’idea della monumentalità che l’intero complesso doveva avere in passato, quando al suo interno si potevano trovare presenti contemporaneamente fino a 1.600 persone!

L’abilità costruttiva degli antichi romani è un dato di fatto ma è forse nelle Terme di Caracalla che è possibile comprendere come la loro genialità riguardasse anche il saper regolare perfettamente un flusso così grande di persone e riuscire a far funzionare una “macchina” così strutturata e sofisticata. Le terme romane infatti avevano una pianta simmetrica, anche se composita, incentrata su tre ambienti principali: il calidarium, il tepidarium ed il frigidarium. Nelle Terme di Caracalla, tutto questo era racchiuso all’interno di un grande recinto, in cui si aprivano botteghe e vani a diversa destinazione, come per esempio biblioteche ed aule di lettura, ma anche botteghe e taverne.

Una volta varcato l’ingresso del recinto, si raggiungeva una grande piazza con giardino, in cui si apriva il complesso termale vero e proprio. Dagli spogliatoi, si accedeva ai vani per la cura del corpo, come saune, sale massaggi e palestre; da qui si entrava nel cuore del complesso dove si trovavano le tre principali sale: il calidarium, con le vasche di acqua calda; il tepidarium per l’acqua tiepida ed il frigidarium con l’acqua fredda, cuore del ciclo idroterapico. Volendo poi, in estate soprattutto, si poteva utilizzare la piscina a cielo aperto, la natatio e da qui ritornare direttamente all’interno degli spogliatoi.

Si nota facilmente che l’elemento più importante del complesso termale è l’acqua. Ma come era possibile riempire e svuotare le varie vasche e fontane? Lungo la parete di fondo del recinto esterno, sono ancora oggi ben visibili i resti di una grande cisterna che poteva contenere fino a 80.000 litri di acqua e che alimentava l’intero complesso. Per poter far funzionare al meglio le terme poi, i romani costruirono una vera e propria “città sotterranea” in cui correvano metri e metri di tubature: per lo scarico, per il passaggio delle acque destinate alle vasche e alle fontane, ma anche per l’aria calda che doveva riscaldare i diversi ambienti delle terme. In questi ambienti sotterranei vi erano infatti anche veri e propri forni per il riscaldamento ed i magazzini per lo stoccaggio del legname. Non è difficile immaginare quanti operai, schiavi e addetti ai servizi dovessero quindi qui trovarsi quotidianamente e contemporaneamente per gestire tutta l’immensa mole di lavoro!

L’amore dei romani per le terme era immenso, non solo per l’aspetto pratico più ovvio – le terme erano il luogo in cui poter fare un bel bagno visto che la maggior parte delle abitazioni a Roma era sprovvista di servizi sanitari e acqua corrente – ma rappresentavano anche una vera e propria istituzione. Venire alle terme voleva dire potersi prendere cura completamente della propria persona grazie alle numerose attività che qui si svolgevano per il corpo, la mente, lo spirito, ma anche per gli affari!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Vi avevamo già parlato delle terme di Caracalla. Ecco un riassunto delle puntate precedenti:

  • Ricostruzione 3D

Terme di Caracalla ricostruite in 3D: benvenuta realtà virtuale

  • Visite notture

Al via le visite notturne alle Terme di Caracalla

 

Novecento, la leggenda di una storia unica all’Eliseo

La magia di un testo teatrale sublime. La superba interpretazione di Eugenio Allegri. La perfetta regia di Gabriele Vacis. La scenografia semplice ma suggestiva di Roberto Tarasco. Sono alcuni degli ingredienti di Novecento, uno spettacolo che da decenni non smette di incantare.

Dopo I Giganti della Montagna, sul palco del teatro Eliseo di Roma sbarca Novecento, uno dei maggiori successi teatrali degli ultimi trent’anni.

E la parola si fa meraviglia.

Nel settembre 1994 Alessandro Baricco regalò a Eugenio Allegri e a Gabriele Vacis, una storia che, come scrisse nella prefazione al testo teatrale pubblicato da Feltrinelli, «valeva la pena di raccontare.»

Quella storia, dal lontano 27 giugno 1994, giorno del debutto al Festival di Asti, è stata raccontata nei teatri di tutta Italia, raccogliendo gli applausi di più di 200 mila spettatori.

Un monologo che nel 1998 è diventato La leggenda del pianista sull’oceano, capolavoro di Giuseppe Tornatore, con musiche del premio Oscar Ennio Morricone.

Una storia che parla di musica e di mare; di viaggi e di stelle; di racconti sussurrati da una conchiglia accostata all’orecchio.

Sul Virginian, un piroscafo che, con il suo carico di miliardari ed emigranti, fa la spola fra Europa e America, fra realtà e sogno, ogni sera si esibisce un musicista straordinario, che suona una musica mai udita prima.

Lui è Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, «il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano».

Una leggenda, non solo per come suona, ma anche perché non scese mai dal Virginian per tutta la sua vita.

Sul palco, da quel lontano 1994, questa storia che odora di salsedine, che ha il suono della tempesta e la forza dell’amicizia, ha le parole di Eugenio Allegri.

E lui la racconta in modo unico.

Rigorosamente da solo, l’attore originario di Collegno, da voce al coinvolgente narratore della storia, un trombettista jazz che per sei anni viaggiò sul Virginian, ma anche a Novecento e ad altri personaggi che affollano quella nave che scorre su quel mare nero come il petrolio sotto una luna metallo.

Allegri, come un novello Arlecchino, si muove sul palco leggiadro e irruento, urlando e bisbigliando, facendo ridere e commuovendo.

Domina la scena dal primissimo istante, quando irrompe vestito con un cappotto di cammello e un semplice cappello e inizia a dispensare sogni.

La sua è una recitazione fisica, intensa, ironica, surreale, drammatica e soprattutto musicale.

Eugenio Allegri trasforma le parole del bellissimo testo di Baricco (assolutamente da leggere), in note, in musica.

Le sue piroette vocali sono accordi jazz, spartiti di quella musica che ha il colore della terra, la morbidezza del cotone, l’odore della fatica, la leggerezza dei sogni.

Come un sapiente funambolo Allegri si libra in aria, afferrando parole che poi lascia semplicemente volare. Racconta di come Danny Boodman T.D. Lemon Novecento fu trovato in un angolo della sala da ballo del Virginian.

Era minuscolo, avrà avuto dieci giorni, non di più, e non piangeva.

Stava dentro uno scatolone adagiato sul pianoforte, quel pianoforte che diventerà compagno fedele della sua vita.

E poi, unendo stelle, Allegri dà notizia di come Novecento, nella stessa sala da ballo che lo aveva visto praticamente nascere, incantò con la sua musica per la prima volta.

Lo fece in piena notte, quando la sua nave era a largo delle coste irlandesi.

Suonò davanti a un raffazzonato pubblico composto da alcuni marinai e da uno strabiliato comandante, che, tirato giù dal letto da un garrulo marconista, assistette a quella prima esibizione con indosso la giacca della divisa e i pantaloni del pigiama.

Novecento, che non aveva mai toccato uno strumento musicale, stava «seduto sul seggiolino del pianoforte, con le gambe che penzolavano giù, che non toccavano nemmeno per terra.»

Quel bimbo prodigio divenne adulto e ammaliò ricchi e poveri ma sempre e solo sulla sua nave, su quella che era casa sua.

Perché  Danny Boodman T.D. Lemon Novecento dal Virginian non scese mai.

La terra, disse una volta seduto su una scatola di dinamite, era una nave troppo grande, un viaggio troppo lungo, una donna troppo bella, una musica che non sapeva suonare.

A far da cornice a questa magnifica, solitaria interpretazione, una scenografia semplice ma suggestiva.

Un grande telo che si colora di rosso e azzurro e che si veste di mare e pioggia; un piccolo pianoforte sospeso nel vuoto e poi, semplicemente, Eugenio Allegri.

E quando le ultime parole di Novecento vengono fatte librare nell’emiciclo dell’Eliseo e Allegri pronuncia quel laconico «questa volta è finita davvero», gli applausi scrosciano come pioggia in un pomeriggio d’estate.

Il più bel ringraziamento alla magia del teatro, all’unicità della parola.

Novecento sarà in scena al teatro Eliseo di Roma fino al prossimo 18 aprile. 

Testo e foto di copertina: Maurizio Carvigno

Foto: Andrea Macchia

Lo sfarzo di Roma nella Villa dei Quintili sull’Appia Antica

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Tra le meraviglie della Roma Antica presenti lungo il tragitto della Regina Viarum delle strade romane, l’Appia Antica, vi sono principalmente sepolture, mausolei e tombe. Questo perché i romani erano soliti costruire le proprie necropoli lungo il corso delle vie consolari, al di fuori del centro cittadino. Ma sull’Appia Antica alcune importanti famiglie, sfruttando il suo carattere di aperta campagna, iniziarono ad edificare anche lussuose dimore.

Tra queste, una delle più imponenti e meglio conservate, è certamente la villa dei Quintili. Realizzata nel II secolo d.C. dai due fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, importanti membri della famiglia aristocratica dei Quintili e consoli nel 151 d.C., la villa si trova all’altezza del V miglio. La residenza apparve fin dall’inizio bella e raffinata, tanto da suscitare l’interesse di Commodo, che ne entrò in possesso intorno al 182 d.C dopo l’omicidio dei due fratelli, rei, secondo l’accusa, di aver tramato una congiura contro l’imperatore stesso!

Fu così che si potè procedere con l’esproprio ed entrando nella proprietà imperiale, la villa divenne un luogo tanto caro a Commodo, che qui amava rifugiarsi, lontano dal frenetico centro cittadino, beneficiando soprattutto del suo grande impianto termale. La villa però rimase in uso anche a molti suoi successori e testimonianze ben evidenti della presenza di un numero così grande di importanti personaggi, sono l’ovvia imponenza delle sue architetture, la ricchezza delle decorazioni scultoree oltre alla raffinatezza dei rivestimenti parietali e pavimentali in marmi policromi.

In principio si accedeva alla villa direttamente dall’Appia Antica, dove si era accolti da un ninfeo monumentale con esedra che presentava, immediatamente alle sue spalle, un immenso giardino utilizzato anche come ippodromo. Da qui si raggiungeva il nucleo principale della villa, incentrato su una serie di corti alternate a vani di vario genere. Stupiscono ancora oggi per imponenza la grande sala di rappresentanza e la sala ottagona, destinata forse a triclinio invernale che svettava come una torre osservatorio sopra tutti gli altri edifici!

Ma se di villa si parla, non poteva certo mancare il settore privato della residenza, costituito da una serie di piccoli ambienti, alcuni usati come cubicola (camere da letto) i cui pavimenti mostrano ancora oggi raffinati mosaici.

Menzione a parte merita poi il settore termale incentrato su due grandi aule: il frigidarium, la grande sala con le vasche per le abluzioni in acqua fredda, ed il calidarium, l’ampia piscina riscaldata grazie a tre caldaie in bronzo e a una serie di ampie finestre a vetrata. Ma il complesso era inoltre dotato di alcuni ambienti minori come il tepidarium, la sudatio (dove vi era la sauna a vapore acqueo), il laconicum (la sauna ad aria calda) oltra ovviamente agli spogliatoi.

L’edificio però forse più curioso della villa è quello a forma circolare progettato da Commodo come piccolo anfiteatro per ospitare e organizzare i giochi gladiatori tanto cari all’imperatore, che però non fu mai portato a termine, venendo quindi trasformato dagli imperatori della dinastia dei Severi (nel III secolo d.C.) in uno straordinario giardino panoramico. Insomma un gioiello del passato tutto da scoprire e gustare durante una bella passeggiata primaverile!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Vi avevamo già parlato dell’Appia Antica. Ecco qui di cosa abbiamo già parlato!

  • Villa Massenzio

Una meraviglia nascosta: la Villa di Massenzio sull’Appia Antica

  • Il Mausoleo di Cecilia Metella

Roma: l’Appia Antica e il Mausoleo di Cecilia Metella

 

Mike Stern in concerto a Roma il prossimo 12 aprile

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Sarà protagonista di un concerto romano il prossimo dodici aprile al CrossRoads il chitarrista americano Mike Stern, che porterà sul palco molti brani tratti dalla sua discografia, giunta al suo sedicesimo album da leader.

Con lui sul palco ci saranno due bravissimi musicisti ad accompagnarlo un trio d’eccezione: Tom Kennedy (Al DiMeola, Frank Gambale, Steve Lukather) al basso e Dave Weck (Chick Corea Elektric Band) alla batteria e Bob Franceschini (Paul Simon, Willie Colónal) al sax. Il chitarrista si è distinto nella sua carriera per aver saputo coniugare, creando uno stile chitarristico innovativo, il jazz con molti altri generi, in particolar modo influenzato da molti generi musicali e dalla sua esperienza come musicista. Mike Stern infatti, fu scoperto Pat Metheny e poco dopo l’inizio della sua carriera si trovò a collaborare con Miles Davis, su suo personale interessamento. Si preannuncia quindi una serata imperdibile per tutti gli amanti del jazz, della fusion e per gli appassionati delle sei corde. A incidere positivamente alla piacevole serata musicale sarà sicuramente la location, che non manca mai di offrire oltre ad un’ottima acustica, anche la possibilità di degustare ottimi piatti e bere ottima birra.

 

Prenotazione tavoli dal 1 Marzo 2019 previo acquisto biglietto e disponibilità

Posti in piedi disponibili

Biglietti in prevendita: 30,00 € + 1,50 € ddp 

Biglietti in cassa (previo disponibilità) 35,00 €

apertura botteghino ore 19:00

apertura porte ore 19:00 o a soundcheck concluso

inizio spettacolo: 22:00

Cucine da incubo Italia: intervista al curatore editoriale Antonio Moreno

“Cucine da incubo” è l’adattamento italiano del famosissimo format internazionale Kitchen Nightmares, portato al successo dallo chef inglese Gordon Ramsay.

Antonino Cannavacciuolo è invece lo chef protagonista della versione italiana che ha l’arduo compito di risollevare le sorti di alcuni ristoranti in crisi.

È in onda la settima stagione del programma e stasera su Canale 9 potremo vedere la quarta puntata di questa serie inedita scritta da Federica Riva, capoprogetto, Davide D’Addato e Caterina Ferrari.

Ho incontrato Antonio Moreno, grande esperto del format.

Io e Antonio ci siamo conosciuti sul set della seconda stagione di “Cucine da incubo” nel lontano 2014: io lavoravo in redazione mentre lui era autore del programma. Nelle stagioni successive Antonio è diventato prima capo progetto di “Cucine da incubo” e poi curatore editoriale per Endemol Shine Italy.

Cannavacciuolo è il perfetto erede di Ramsay?

Cannavacciuolo non è l’erede di Ramsay.

L’approccio di Antonino ha permesso di creare un adattamento italiano con un mood differente da quello inglese. Cannavacciuolo è diverso da Gordon Ramsay: è empatico, sa leggere le storie dei ristoratori, entra in contatto con la gente che incontra a un livello profondo. Ha dato tanto al programma.

Possiamo affermare che il successo televisivo di Antonino sia cominciato con “Cucine da incubo”?

Assolutamente sì, però poi lo Chef ha tirato fuori anche altri aspetti di sé in Master Chef e in ‘O mare mio dove prevale l’aspetto ludico e divertente di Antonino.

Quali sono le differenze sostanziali tra Kitchen Nightmares e “Cucine da incubo”?

Sono due le differenze sostanziali. La prima è che c’è una grandissima attenzione alle storie dei ristoratori italiani dove l’aspetto privato si intreccia con quello lavorativo. Spesso in Italia la gestione dell’attività è familiare con tutto quello che questo comporta.

La seconda è l’importanza data all’aspetto culinario, perché Antonino mostra le ricette in modo approfondito, cucina e insegna.

Come scegliete i ristoranti?

I ristoratori possono proporsi. C’è poi anche la redazione che fa un grande lavoro per trovare ristoranti in crisi.

I protagonisti delle puntate sono scelti in base alle storie di vita, alle condizioni in cui versano e alla loro reale motivazione.

Non è facile confrontarsi con i propri limiti, ammettere di avere un problema, trovare la forza per rimettersi in gioco.

I ristoratori alla fine però sono contenti di aver partecipato. “Cucine da incubo” dà una seconda possibilità; i protagonisti ritrovano l’entusiasmo del primo giorno di apertura dell’attività.

Lo chef fornisce tutto ciò che serve per avere una seconda chance: consigli di management, strumenti di lavoro, nuovo menù, sala ristrutturata. Poi ovviamente spetta a loro tenere la linea.  

È tutto vero ciò che viene raccontato?

Sì, le storie sono vere. Spesso la realtà supera la fantasia.

Dobbiamo ricordarci che i protagonisti di puntata sono sotto stress e che in questa condizione mentale qualsiasi persona tira fuori la sua vera essenza e comportamenti che in una situazione rilassata cercherebbe di nascondere.

Come si è evoluto il format dalla seconda alla settima stagione? 

Lo scheletro del format è rimasto lo stesso. A cambiare sono le storie che vengono raccontate che sono sempre diverse. Poi il fattore umano è diventato sempre più centrale.

Avete raccontato dei personaggi molto particolari … penso alla principessa di Reggio Calabria…

Certo … ma poi ogni storia ha una sua particolarità. Alcuni personaggi sono più eccentrici, altri hanno dei drammi interni più comuni, in cui ogni spettatore può immedesimarsi.

Chi non ha problemi relazionali all’interno del proprio lavoro o della propria famiglia?

Noi ci affezioniamo a tutte le storie. Alle volte abbiamo anche raccontato storie meno comuni legate a una situazione contingente, come quella del terremoto.

Il ristorante è un ambiente che fa da sfondo alle storie più disparate.

Cosa vedremo nella puntata di stasera?

Una storia ambientata in Puglia. Potrebbe sembrare il racconto di un ristorante maledetto, in cui si sono susseguite 30 gestioni diverse nell’arco di pochi anni. In realtà è la storia di una famiglia composta da persone che, dopo poco dall’apertura, hanno già appeso le scarpe al chiodo. I protagonisti si sono concentrati su attriti privati e hanno perso l’entusiasmo.

Cosa aggiungere? Stay tuned.

Valeria de Bari

 

 

Gomorra: la serie 4×03/4×04, la vita di tutti i giorni

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Spessissimo le vicende di Gomorra: la serie sembrano ambientate in un universo parallelo al mondo normale, e i personaggi vivere una vita particolare. C’è solo la criminalità, le sparatorie, i musi duri, e mai spazio per il resto. Indubbiamente questo è ciò che gli spettatori vogliono vedere, non certo interessarsi a Gennaro che ha problemi a pagare l’affitto.

Ma tutte le altre serie crime sono diventate grandissime serie proprio perché hanno espanso i propri confini narrativi.

Da quando Gomorra è nata, ho sempre fatto una battuta: Gomorra: la serie è ciò che accade quando i boss de I Soprano escono da casa.

Finalmente allora, con le puntate di Gomorra 4×03 e 4×04, sono lieto di vedere una inversione di tendenza che approfondisce ancora di più i caratteri isolati dei protagonisti della serie. E, ancora di più, segue il discorso tematico principale dell’ineluttabile maledizione nella scelta di una vita criminale.

Gennaro e Patrizia provano a vivere vite vagamente normali. Il primo a fare affari, seppur ancora molto invischiato con la criminalità nei modi e negli intenti. La seconda a sentirsi ancora una donna normale, che esce a bere con gli amici, ballare e svagarsi. Vediamo entrambi, forse per la prima volta in assoluto, fuori dal loro habitat.

Ma quando si sceglie di essere criminali, lo si è sempre al 100%. La nube nera di tale scelte avvolge la loro intera esistenza, ed è un mezzo quando devono prendere scorciatoie per raggiungere uno scopo, ma anche una pesantissima conseguenza. Per i due è letteralmente impossibile vivere una vita normale. Non possono essere partner fidati, quando si fa affari. Non possono essere spensierati, quando si esce fuori a ballare. L’abitudine alla leadership col pugno di ferro, oltretutto, disabitua a vedere gli altri come propri pari.

Probabilmente questi due episodi avranno fatto storcere il naso a molti spettatori, perché la serie li ha abituati in un certo modo. In realtà, i due episodi aggiungono molto alla tridimensionalità dei personaggi e delle vicende raccontate. Esplorano, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto chi prende a modello tali contesti non abbiamo capito nulla, e quanto la serie faccia di tutto per togliere il glamour e l’eroismo dalle gesta dei proprio protagonisti.

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Emanuele D’Aniello

Il tribunale della storia processa Maximilien de Robespierre

La Storia a Processo si conclude, come si suol dire, con il botto. A finire alla sbarra, nell’ultimo dei quattro appuntamenti, è nientemeno che Maximilien de Robespierre.

Dopo Marx, Augusto ed Evita Peron, ad essere processato è quell’avvocato di Arras che dalla provincia arrivò a Parigi, divenendo il protagonista assoluto della Rivoluzione francese.

Maximilien de Robespeirre, è stato scelto dall’autrice e curatrice Elisa Greco «perché ancora oggi il giudizio sulla sua azione politica e sulla sua visione è fortemente contrastante.»

È innegabile, infatti, come per molti quel piccolo avvocato del nord della Francia, (era alto solo un metro e mezzo) abbia incarnato il male assoluto, mentre per altri sia ancora oggi l’emblema della lotta alla tirannide, il padre putativo della moderna nostra democrazia.

A fare da cornice all’ultimo dei quatto processi dell’edizione 2018/19 del bel format di Elisa Greco, è una scenografia assolutamente suggestiva, in parte lascito dello spettacolo I Giganti della montagna in scena fino allo scorso 31 marzo.

Il palco dell’Eliseo per l’occasione si veste di “rivoluzione “.

Impossibile non notare, nei minuti che precedono l’inizio del “processo” una spaventosa ghigliottina e un cartello riportante il motto della rivoluzione francese: libertè, egalitè, fraternitè.

Simboli fra loro diversissimi, eppure strettamente legati alla Rivoluzione francese, espressioni, se vogliamo, della poliedrica personalità di Robespierre.

Come sempre per un importante processo, una corte degna di nota.

A partire dal Presidente, il magistrato Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.

A lei il compito di leggere i capi di imputazione e ripercorrere i tratti salienti della vita di Maximilien de Robespierre.

Una biografia che contiene tutto ciò che la Rivoluzione è di fatto stata.

Virtù ed eccessi; diritti e terrore; morte e libertà; meraviglia e umanissima miseria.

Bravissima la Matone a gestire un dibattimento che fin dalle prime battute appare decisamente spumeggiante.

Merito di un battagliero Pubblico Ministero, il giudice del Tribunale di Roma, Fabrizio Gandini e di un altrettanto bellicoso Avvocato Difensore, il professore Antonio Catricalà, già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo presieduto da Mario Monti, nonché Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Da applausi l’incipit di Gandini, che esordisce ricordando un celebre passo dell’Enrico VI con un esplicito riferimento al ruolo degli avvocati: «per prima cosa ammazzeremo tutti gli avvocati» suscitando così  più di una risata in platea.

Non solo dotte citazioni ma anche date, fatti, numeri e le incredibili contraddizioni dell’uomo e del politico Robespierre.

Da una parte colui che abolì la pena di morte e promosse la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; dall’altra l’uomo che mandò alla ghigliottina migliaia di francesi, spesso sulla base di un semplice, atroce sospetto.

A interpretare, quello che passò alla storia come l’Incorruttibile, Olivier Tosseri, corrispondente per l’Italia di Canal+ e LesEchos.

Il giornalista, che indossa eleganti calzini di un rosso acceso, risponde a tono alle accuse mossegli, ricordando come molto spesso certe sanguinarie decisioni non ebbero il suo fondamentale avallo.

Non meno pugnace la difesa di Catricalà che rammenta più volte, nel corso del dibattimento, come non siano a processo le azioni del suo assistito, bensì le sue idee e su quelle il giudizio positivo della storia è stato già largamente emesso.

Intense anche le deposizioni dei due testi.

Per la difesa, la sorella di Robespierre, interpretata da Serena Bortone, giornalista e conduttrice della trasmissione di Rai3 Agorà, che più che un teste, per la verve con cui difende il famoso fratello, appare una sorta di secondo avvocato.

Dall’altra parte, per l’accusa, la scrittrice e storica Alessandra Necci, che sottolinea le atrocità commesse da Robespierre in nome di una supposta difesa dello Stato.

Come nella tradizione del format di Elisa Greco non mancano i momenti in cui il numeroso pubblico, fra cui anche in questa occasione moltissimi studenti delle scuole superiori, ride alle divertenti battute dei protagonisti.

Irresistibili i duetti fra la Presidente Matone e l’avvocato Catricalà, che strappano applausi e sonore risate.

Il dibattimento scivola via veloce e arriva fatidico il momento del verdetto.

Difficile questa volta anticipare il responso popolare.

Gli spettatori presenti sembrano decisamente divisi e all’occhio del cronista non sfuggono i tanti biglietti blu, indicanti l’assoluzione, così come quelli rossi, sinonimo di colpevolezza, inseriti nelle diverse urne a disposizione.

Quando la Corte rientra, preceduta dalla brava Elisa Greco, il fiato è decisamente sospeso.

Robespierre sarà assolto oppure inevitabilmente condannato?

La suspense dura poco.

Il verdetto letto da Elisa Greco è implacabile.

Maximilien de Robespierre, l’Incorruttibile, l’avvocato del popolo per alcuni, ma anche l’incarnazione del terrore, per altri, è assolto.

I consensi favorevoli al politico francese sono 219, contro 199 voti contrari.

Per il pubblico dell’Eliseo, le idee di libertà, uguaglianza e fraternità, hanno alla fine prevalso sulla ghigliottina, sul terrore, sulla morte.

Onestamente, ci sentiamo di condividere questo verdetto popolare.

In fin dei conti, come ha ricordato Antonio Catricalà in coda alla sua arringa, senza Maximilien de Robespierre non sarebbe mai sorta in Europa la democrazia.

 

Testo: Maurizio Carvigno

Foto: Federica Di Benedetto

 

Guida per l’Ufficio Stampa affetto da analfabetismo digitale

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Nel corso degli ultimi anni la direzione di CulturaMente mi ha portato a relazionarmi con numerosi uffici stampa. Io stessa ho partecipato a corsi di formazione come ufficio stampa digitale, ma lavorando nel web marketing molte pratiche mi risultavano piuttosto banali, mentre vedevo colleghi giornalisti storcere il naso non appena le sentivano nominare.

Molte volte ho pensato che servisse una guida per “emancipare” gli uffici stampa e introdurli nella nuova era del web, fatta di SEO, di Trends e di Influencer.

Questo è il secolo in cui informazione e comunicazione assottigliano il confine delle differenze, è il secolo del Brand Journalism, è il secolo in cui l’ufficio stampa che non si evolve fa la fine della giraffa col collo corto e viene spodestato dal Social Media Manager, come purtroppo ho potuto constatare con i miei occhi.

Questa doverosa premessa introduce uno dei libri più interessanti, ma soprattutto utili che abbia letto di recente: “Ufficio Stampa 2.0 – Tra media relations e Digital Pr” di Fabio Brocceri. Una piccola guida, scorrevole e chiara, per apprendere i nuovi strumenti di comunicazione giornalistica di cui dovrebbe servirsi l’ufficio stampa che lavora nel Ventunesimo secolo.

Da WordPress ai Social Network, da Google Trends a Feedly, Fabio Brocceri è riuscito in quello che ho sperato per anni: un vademecum imprescindibile per i professionisti della comunicazione. L’unica appendice che mi sarei sentita di aggiungere a questo lavoro è un elenco degli errori più comuni che ho visto commettere “sul campo”.

In media l’ufficio stampa all’antica non comprende perché i siti ottimizzati in ottica SEO rifuggono i comunicati stampa copia e incollati, non conosce le dinamiche di un post sponsorizzato su Facebook e si ostina a taggare mille profili privati dei colleghi per dare comunicazione di un evento che sta promuovendo.

L’ufficio stampa vecchio stampo è digitalmente analfabetizzato e usa strumenti privati quali WhatsApp e Messenger per invitare i giornalisti agli eventi.

Mediamente non comprende il concetto di visibilità, additando tutto come “pubblicità a pagamento”. In realtà, le Digital PR e l’Influencer Marketing non sono assolutamente da sottovalutare per chi cura la comunicazione di Brand o di un professionista, come non sarebbero da ignorare dei corsi sul corretto uso dei Social Network (che tra l’altro l’Ordine Dei Giornalisti sta inserendo nei programmi di formazione continua), per comprendere la funzione degli hashtag e conoscere la programmazione dei vari post utilizzando strumenti come Hootsuite, invece di vivere attaccati al PC o al cellulare.

Molto raramente, infine, ho avuto il piacere di ricevere e leggere comunicati stampa con un oggetto interessante e un ipertesto arricchito da video e materiali multimediali: il giornalista che affida le proprie competenze alla promozione dovrebbe quantomeno conoscere le strategie di marketing. Non a caso, come mi ha fatto scoprire Fabio, il primo ufficio stampa della storia, Ivy Lee, era un pubblicitario oltre che un pubblicista e salvò la reputazione della Pennsylvania RailRoad organizzando le informazioni da dare in pasto ai giornalisti in occasione di un grosso incidente che accadde ad Atlantic City.

Questo articolo vuole essere uno sprono per i colleghi giornalisti: ignorare i meccanismi della comunicazione digitale rischia di far perdere all’ufficio stampa il proprio mestiere. Cerchiamo di evitarlo tenendo le menti aperte e pronte a recepire nuove informazioni. Molte di queste le trovate nel libro di Fabio.

Alessia Pizzi

Perché leggere i classici è meglio che vederli (alle volte)

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Perché leggere i classici con Francesco Montanari sarà in scena al teatro Vittoria fino al 7 aprile.

Tanto meno si legge, tanto più escono fuori articoli sui benefici della lettura. Mi sembra che questo tema stia diventando quasi di tendenza. Se osserviamo alcuni esempi delle tracce di maturità del Ministero, ne troviamo un paio che sono incentrate sull’importanza dei libri. In un mondo in cui l’intrattenimento è ormai rappresentato dalle serie tv, si sente il bisogno di difendere l’abitudine a leggere. Si riporta l’attenzione delle persone sugli aspetti positivi del tenere il naso dentro i libri, di modo che questa pratica continui a sopravvivere.

Possiamo presupporre che il punto di partenza di Davide Sacco sia proprio questo: portare in scena uno spettacolo che ribadisca l’importanza della lettura. E per farlo, si avvale dell’aiuto di Italo Calvino, scrittore e intellettuale italiano che potremmo a sua volta definire come un grande classico. Il titolo dello spettacolo riprende quello di una raccolta di saggi dell’autore in cui ci si interroga sul rapporto tra il lettore e alcune opere della letteratura mondiale. Calvino cerca di dare una definizione di “classico” in 14 punti. Alcune di esse ci saranno sicuramente familiari perché sono molto diffuse come citazioni nei social.

Nella sua veste teatrale, Perché leggere i classici si avvale di due voci: quella di Francesco Montanari, presentatore e conduttore della serata, e quella di Gianmarco Saurino, “reincarnazione” di Calvino.

Sembra un monologo, ma non lo è. Fa pensare a una conversazione interattiva con il pubblico, ma non è neanche quello. Forse, potremmo descriverlo come una conferenza. Montanari entra in scena dalla platea e scende dal palco in diverse occasioni durante la durata dello spettacolo. Si rivolge agli spettatori, prova a coinvolgerli nel discorso, ma non si tratta mai di interventi realmente determinanti che potrebbero cambiare il finale della performance. Con energia e passione, l’attore rilegge e commenta l’articolo di Calvino, facendo esempi attinenti al mondo di oggi. Alcuni più riusciti di altri. Esaurito l’argomento Calvino, viene tirato fuori il nome di Umberto Eco, altro sostenitore dell’importanza di leggere. Sua è la citazione molto inflazionata sui social su come la lettura permetta di vivere moltissime vite parallele in un arco limitato di tempo.

Gli interventi di Saurino, invece, ci riconducono a un’atmosfera più teatrale. I suoi sono piccoli monologhi tratti da Le città invisibili o da saggi come Lezioni americane. I passi portati in scena sono tra quelli più conosciuti e in parte spiegano alcune scelte stilistiche e tematiche dello spettacolo. Ad esempio, il passo sulla leggerezza riassume non solo uno dei concetti portati della poetica di Italo Calvino, ma anche lo spirito della rappresentazione.

“Ho cercato di approcciare alla forza di Calvino con la leggerezza che lo stesso Autore predica nelle Lezioni Americane, per riscoprire in questo incontro l’anima dell’opera, che, come tutti i classici, ancora oggi è per noi attuale e non finisce di dire quello che ha da dire” (Davide Sacco).

Leggerezza sì, ma il rischio è quello di essere poco comunicativi e poco d’impatto.

Per chi è dentro il mondo letterario, lo spettacolo non aggiunge molto alla lettura dell’articolo di Calvino. Né in termini di conoscenze, né in termini di emozioni. Ci sono sicuramente dei momenti belli da vedere, soprattutto grazie alla bravura dei due interpreti. Saurino fa un lavoro meraviglioso da guardare sui brani di Calvino. È convincente e partecipe. Montanari sa tenere bene la scena. E i video in cui è Calvino in prima persona a prendere la parola non possono lasciare indifferenti. Ma non è abbastanza.

Il discorso potrebbe essere diverso per chi non sa dare una risposta alla domanda del titolo o per chi non è abituato a leggere. Piuttosto che lasciarsi convincere dalle parole di Calvino (visto che comunque non sono propensi alla lettura), potrebbero lasciarsi raggiungere dal teatro. Ma anche i questo caso, potremmo avanzare delle obiezioni. La partecipazione del pubblico è modesta e mai del tutto coinvolgente. L’integrazione con il mondo moderno (i riferimenti a Netflix o la voce di Siri) non colpisce e non brilla per originalità. E questo potrebbe non andare a favore della ricerca di una comunicazione alternativa.

Calvino era un maestro nell’arte di essere leggero, andando però a toccare in profondità la coscienza del lettore. Non è una lezione semplice da imparare. Ma è ciò che rende lui un classico, difficile da interpretare, riproporre e imitare.

Federica Crisci 

Isabel: la serie storica che non ti aspetti

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I re cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, sono i protagonisti di una serie tv storica molto interessante. Tre stagioni per raccontare un momento cardinale della storia della Spagna… e non solo!

Da ottobre 2018 fino a Marzo 2019 è andata in onda su Rai Premium la serie tv spagnola “Isabel“, che racconta la vita della regina cattolica, Isabella di Castiglia. Le tre stagioni narrano momenti ben definiti del suo regno:

  • L’ascesa al trono e la lotta per il potere;
  • La riconquista di Granada;
  • La scoperta dell’America e le vicende dinastiche della successione al trono

La serie tv storica è un prodotto che raramente troviamo e, molto spesso, è soggetto a voli pindarici di varia natura. Pensiamo ai Tudors, per esempio.

Isabel, senza dubbio, non ha il ritmo di una fiction di altra natura e tende, pertanto, ad essere un po’ lenta. Ma forse è proprio qui che sta il bello.

La ricostruzione fedele dei vari momenti, personali e politici della vita dei due re spagnoli, ci permette di dare un volto e una personalità a figure che altrimenti resterebbero appiattite sulla carta stampata.

Per gli appassionati di storia, questa fiction rappresenta un vero momento di approfondimento, sugli eventi che hanno portato alla formazione del mondo moderno. Iniziamo la prima stagione, osservano una Castiglia in balia delle lotte feudali e di sovrani vittime dei capricci dei loro baroni. Lasciamo la terza, alla morte di Isabella, una nazione con un potere centrale forte.

Gli intrighi politici e di palazzo, le congiure e i volta-faccia di certi personaggi, garantiscono alla vicenda un continuo susseguirsi di colpo di scena.

Lo spoiler-allert è inutile in questo caso. Eppure, nonostante si sappia già come andrà, siamo incollati allo schermo. Sappiamo che tutto andrà per il meglio, ma è fondamentale capire come siamo arrivati alla conclusione.

Quando si dice: “non è la destinazione che conta, ma il viaggio”!

Serena Vissani

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