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Tra sogno e naufragio, ecco perché “La tempesta” ci parla ancora oggi

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“La tempesta”, ultima commedia di William Shakespeare, è in scena fino al 19 gennaio al Teatro Vascello di Roma, con il Prospero di Renato Carpentieri.

L’adattamento de “La tempesta” ,che ha debuttato a Roma il 10 gennaio scorso, è firmato da due nomi d’eccezione. Da un lato, Nadia Fusini, anche traduttrice del testo, è una grande studiosa della letteratura inglese e a quest’opera di William Shakespeare ha oltretutto dedicato un saggio. Dall’altro, Roberto Andò, che è anche regista di questa versione, è noto per la capacità di spaziare tra il teatro e il cinema.

Prodotto dal Teatro Biondo di Palermo, lo spettacolo offre una versione molto fedele alla trama originale. Valorizza la commedia più visionaria di William Shakespeare e il suo essere sospesa tra magia, sogno, follia e malinconia.

Già visivamente, grazie alle scenografie di Gianni Carluccio, il palcoscenico ci porta nell’atmosfera quasi fiabesca dell’isola dove vivono, dopo il naufragio di anni prima, Prospero (Renato Carpentieri) e la figlia Miranda (Giulia Andò). È appena finita una tempesta e lo scopriamo all’apertura del sipario, da cui cade la pioggia. Si è subito affascinati da questo effetto scenico, che lascia il pavimento del palco bagnato. Gli attori camminano con l’acqua fino al collo del piedi.

Nelle note di regia, Roberto Andò ci avverte che l’isola è infatti diventata un “casa disastrata, allegata dalla pioggia e dal mare, di cui Prospero ha fatto il laboratorio di una speciale esplorazione dell’anima, un interno-esterno circondato da un mare all’inizio in tempesta, poi calmo”.

Poi ci sono tanti libri appesi con un filo al soffitto o adagiati in gruppo sul palcoscenico bagnato, libri centrali nella storia, per il suo prologo.

Prospero, infatti, proprio per seguire i suoi studi aveva trascurato di amministrare il suo Ducato di Milano. Era stato il fratello ad occuparsi del Ducato, fino a costringere Prospero e sua figlia Miranda alla fuga, salpando con un vascello che, a seguito di una tempesta, era naufragato su un’isola, quasi deserta.

Qui Prospero ha vissuto per anni con Miranda e pochi servitori trovati lì ed è diventato un mago, uno stregone.

La tempesta del titolo, però, è quella che ha procurato Prospero, per far naufragare sull’isola la nave dove suo fratello e altri che lo avevano tradito stavano viaggiando. Lo scopo è vendicarsi e spingere i traditori al pentimento. Ma il naufragio, stavolta, porterà l’amore a Miranda e il perdono e la pace a tutti.

La tempesta”, per fortuna, negli ultimi anni è stata riscoperta dal teatro italiano ed è sempre più rappresentata.

Daniele Salvo e Ugo Pagliai tornano a scuotere il Globe Theatre di Roma con “La Tempesta”

 

È l’addio alle scene di William Shakespeare. In questa rappresentazione sembra ancora più chiaro come Prospero rappresenti il suo alter ego.

Un uomo anziano, esperto e colto fa i conti con la vita, prima di congedarsene, per iniziare sua figlia al mistero dell’esistenza. Ma deve affrontare anche i sentimenti negativi, come il rancore e il desiderio di vendetta o il senso di colpa degli altri, e prepararsi al perdono.

La tempesta”, secondo il regista, è una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita.

Non posso che condividere il pensiero di Andò: “è l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla, è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, e che dopo ogni tempesta debba fare chiarezza dentro di sé”.

Queste riflessioni si ritrovano nella drammaturgia e nella messinscena di questa versione, veicolata da un ottimo cast. Al centro, c’è la figura preponderante, quanto discreta di Renato Carpentieri, che ha le physique du röle e il portamento che meglio si addice a Prospero.
Ma anche gli altri attori e le loro caratterizzazioni si accordano perfettamente allo spirito di questo adattamento.

Ariel stavolta è caratterizzato come un maggiordomo, interpretato dall’ottimo Filippo Luna, che gareggia in bravura con Vincenzo Pirotta, nel ruolo del matto Calibano. Lui è, invece, stato caratterizzato come il tipico fool shakespeariano, svegliato mentre dorme su un letto da ospedale psichiatrico e con una specie di camicia di forza addosso.

Stefano e Trinculo (Paride Benassai, che interpreta anche Antonio), insieme a Calibano, assicurano il divertimento, grazie non solo all’ottima interpretazione degli interpreti, ma anche all’uso sapiente dei dialetti, costruendo i personaggi in maniera abbastanza moderna. Il pubblico ha particolarmente applaudito Francesco Villano, nel doppio ruolo di Stefano e di Alonso (il Re di Napoli padre di Ferdinando).

L’amore a prima vista di Miranda e Ferdinando (Paolo Briguglia) è romantico e ben interpretato dagli attori con il giusto entusiasmo giovanile. Prospero stesso, superando la sua iniziale contrarietà all’unione, esprime il suo consenso al loro amore, dicendosi felice della medesima felicità che li ha sorpresi.

La tempesta
Vincenzo Pirotta e Renato Carpentieri ne “La tempesta

Questo adattamento de “La tempesta” ci porta proprio in un’atmosfera onirica e magica.

Ce ne immergiamo bene grazie  alla bella scenografia pensata da Gianni Carluccio in sinergia con la visione drammaturgica di Roberto Andò.

Oltre agli elementi scenici descritti sopra, ci sono delle grandi finestre nel fondo della scena. Da queste si vedono, all’inizio, il mare e la spiaggia su cui atterrano i naufraghi della tempesta. Nel resto dello spettacolo vi appariranno, invece, gli altri personaggi come fossero spiriti oppure come soggetti evocati da Prospero.

Lo spettacolo conferma allo spettatore l’universalità e l’attualità di questa commedia d’addio di Shakespeare. Il pubblico vi è affezionato. Lo si capisce quando pronuncia quasi all’unisono con Prospero la celebre battuta:

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.

Da secoli la interpretiamo in mille modi. Certo, può significare che è il sonno che conclude la nostra breve vita. E noi siamo effimeri ed evanescenti come i sogni.

Oppure può significare che durante il sonno, spesso di notte, il sogno si fa strumento del nostro inconscio, che è parte essenziale e costitutiva della nostra identità umana. E che proprio quando siamo meno presenti a noi stessi, quando sogniamo (come fossimo vittime di un incantesimo), siamo più profondamente noi stessi. Come dice Gonzalo, l’amico che aveva aiutato Prospero a fuggire da Milano, “ciascuno di noi ha ritrovato se stesso, quando nessuno di noi era più in sé”.

Stefania Fiducia

 

Sanremo 2020: moriranno come le “fidanzate di” o forse Amadeus intendeva altro?

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Insomma, pare che a Sanremo 2020 ci saranno tante bellissime donne.

Questo Amadeus l’ha ripetuto fino allo sfinimento durante la conferenza stampa e penso non ci sia nulla di male. La bellezza femminile è un pregio: il difetto sta solo nella cultura patriarcale, che ha scritto una Storia dove tale caratteristica fosse l’unica richiesta ad una donna. Insieme al pudore, naturalmente.

Questo per il ruolo che le donne hanno dovuto ricoprire nella società dall’alba dei tempi civilizzati: quello di incubatrici di figli, ignoranti e senza diritti, eterne bambine che non potevano mettere un piede fuori di casa senza essere chiamate “anormali”, dunque prostitute, forse lesbiche, certamente streghe (Saffo o Ipazia vi suonano qualche campanella?).

Il problema delle donne, quindi, era principalmente legato all’istruzione. Quelle che hanno avuto il privilegio di accedervi, anche nei “secoli bui”, sono emerse con la loro genialità. E Jane Austen, che scriveva di nascosto in salotto, potrebbe essere un altro esempio calzante.

Oggi che l’istruzione è diffusa e obbligatoria nel nostro Paese (e non solo, per fortuna!) guardo lo sventurato Amadeus e mi chiedo in che guaio si sia cacciato entrando nel vortice di una maledizione davvero antica, quella delle “mogli di”.

Dovete sapere, infatti, che le lapidi greche di età classica recavano tutte la medesima scritta: “Brave figlie, brave mogli, brave madri di”… naturalmente di tutti gli uomini della loro vita: padri, mariti, figli.

Diciamo che il problema di Amadeus è solo quello di aver ripreso questo antico ritornello, affermando che Francesca Sofia Novello, fidanzata del campione Valentino Rossi, sappia stare un passo indietro al suo celebre compagno.

«Ho scelto Francesca perché è una donna bellissima e poi capace di stare accanto a un grande uomo, pur rimanendo un passo indietro» afferma Amadeus, che intendeva probabilmente dire che la ragazza non “ha approfittato” della carriera del partner per farsi strada. Ad ogni modo, l’ha anche definita “simpaticissima”, eh.

Sanremo 2020: ma quindi Amadeus è sessista?

Cerchiamo di essere meno ipocriti senza sminuire l’intelligenza che sicuramente ha Francesca: la ragazza è nota per l’uso che fa del suo corpo e della sua bellezza come modella e influencer, quindi onestamente per cosa dovrebbe essere menzionata da Amadeus?

Essere belli non è un difetto e finché Francesca non avrà qualcos’altro da proporre al pubblico (magari proprio a Sanremo 2020?) dubito che dovremmo sforzarci di partorire epiteti nuovi per la sua carriera.

Idem con patate per Georgina Rodriguez, definita dal conduttore “la fidanzata di Cristiano Ronaldo”: il problema non è il fidanzamento con un calciatore famoso, ma il fatto che la sua carriera da modella non venga considerata “abbastanza”, forse? Anche lei è un’altra bellissima, ma io per una modella non mi aspetto altri aggettivi. Voi sì?

E poi arrivano le dolenti note: come co-conduttrici del Festival e presenti alla conferenza stampa abbiamo Antonella Clerici, Diletta Leotta (che viene definita “bellissima”, ma anche “giornalista sportiva”, quindi al massimo si potrebbe urtare l’ordine perché non è iscritta all’albo) e due giornaliste, Emma D’Aquino e Laura Chimenti, che non mi pare vengano particolarmente sminuite.

Certo, il fatto che sia sempre scelto un uomo a dirigere (vi ricorda qualcosa anche questo?) magari è fastidioso, ma alla fine Sanremo 2020 è pur sempre un’opportunità che queste donne hanno deciso di cogliere.

Stiamo parlando di uno show di intrattenimento, non del premio Pulitzer: le vallette sono chiamate a introdurre i cantanti concorrenti, non devono di certo comporre versi epici (a prescindere dal lavoro che facciano). Certo, i messaggi che si mandano a casa dalla televisione sono importanti, ma qui la diatriba è molto più ampia e credete davvero che l’Ariston sia la giusta trincea per superarla? A questo punto forse dovremmo proprio rivedere il format, ma non prendiamocela totalmente con lo scivolone di Amadeus.

Amadeus è stato leggero. Leggero come lo show che andrà a presentare. Le donne che hanno scelto di essere al suo fianco saranno pagate profumatamente e penso che se avessero davvero voluto dire qualcosa, magari controbattere (visto che la libertà di parola ancora esiste), lo avrebbero fatto, anche con una battuta ironica! E magari c’è stato un confronto privato, oppure no, e dovete farvene una ragione.

L’importante è solo ricordare che, nolenti o volenti, portiamo nel DNA una tradizione che vede le donne come creature subordinate. Le stesse donne si sentono spesso così, anche quando nessuno le tratta come tali, e quindi ormai si gonfiano al primo scivolone. La colpa è della tradizione, ma è anche nostra se non facciamo tacere quella vocina che ci fa sentire sempre “da meno”. Ed è colpa anche degli uomini, se non capiscono che le parole da usare contano, naturalmente.

Altra domanda: credete davvero che le vallette di Sanremo 2020, con tutti i soldi che prenderanno, si sentano subordinate a qualcuno?

Io penso che mentre loro andranno ai Caraibi con il loro stipendio di una settimana, io sarò in ufficio a lavorare tutto l’anno. Certo, non lavoro perché sono bella e questo mi sta bene. Ma chissà cosa avrei risposto se mi avessero proposto di fare la valletta a Sanremo 2020: avrei dovuto rifiutare perché non è una carica legata al mio titolo di studio o alla mia professione?

Con molta spavalderia avrei pensato che mi sarei “fatta riconoscere”, come si dice a Roma, anche facendo la valletta e magari sarà così anche per tutte le co-conduttrici del 2020.

Perché la bellezza è un dono da guardare, il primo. Ma il carattere, la verve, l’ironia, l’intelligenza e l’umorismo arrivano in seconda battuta e chi sa di possederli non deve temere mai di essere solo etichettato per il proprio aspetto, perché le risposte arriveranno da sé. Senza bufere e polveroni, ma solo con i fatti. E saranno di fronte agli occhi di tutti gli italiani, eventualmente, mentre le co-conduttrici si godranno il tanto meritato villaggio vacanze!

Facciamo iniziare e finire questo Festival e vediamo queste donne in scena. Poi potremo parlare. In realtà queste cose le ha dette anche il povero Amadeus durante la conferenza stampa: sicuri di averla ascoltata tutta?

Insomma, Moccia con la sua definizione di femminicidio nel 2018 fece molto molto peggio, eppure ancora gli pubblicano i libri!

Alessia Pizzi

Lo storico concerto di Fabrizio De André e PFM arriva al cinema

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Aprono ufficialmente le prevendite di “Fabrizio De André e PFM: il concerto ritrovato”, in arrivo nelle sale cinematografiche il 17, 18 e 19 febbraio (trovate l’elenco delle sale su www.nexodigital.it).

Per tutti i fan ecco il trailer ufficiale del docufilm:

Lo storico filmato del concerto di Fabrizio De André con la PFM, recentemente ritrovato dopo essere stato custodito per oltre 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alla realizzazione delle riprese, diventerà un docufilm diretto da Walter Veltroni, dedicato a quella indimenticabile pagina della storia della musica italiana.

Dopo un lungo periodo di ricerca con il supporto di Franz Di Cioccio, il nastro che si credeva perduto per sempre è stato rintracciato e grazie al regista Piero Frattari, che lo ha salvato e conservato nel corso dei decenni, è stato recentemente possibile restaurarlo. Il docufilm ricostruirà quell’epoca indimenticabile che ha segnato un momento storico – l’irripetibile sodalizio artistico tra uno dei più grandi artisti italiani di sempre e la rock band italiana più conosciuta al mondo – partendo soprattutto dalla ritrovata registrazione video completa del concerto di Genova del 3 gennaio 1979, un documento veramente straordinario visto che si tratta delle uniche immagini di quell’incredibile tournée.

Il docufilm di Sony Music, “Fabrizio De André e PFM. Il concerto ritrovato”, sarà distribuito al cinema da Nexo Digital solo per tre giorni, il 17, 18 e 19 febbraio (elenco sale su www.nexodigital.it), con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Rockol.it, Onstage.

Mentre si avvicina l’ottantesimo anniversario dalla nascita di Fabrizio De André (1940-1999) diverse generazioni di appassionati potranno così ritrovarsi nelle sale per assistere a un concerto di Fabrizio De André e PFM.

Foto concesse da Nexo Digital, credits Franco Oberto 

E per chi ama De André e le sue canzoni

“Fiori d’acciaio”, l’omaggio di un uomo all’amicizia tra donne

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“Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso ad una vita fatta di niente di speciale!”

 

Titolo originale: Steel Magnolias
Regista: Herbert Ross
Soggetto e sceneggiatura: Robert Harley 
Cast Principale:  Olympia Dukakis, Sally Field, Daryl Hanna, Shirley MacLane, Julia Roberts, Dolly Parton, Sam Shepard, Tom Skerritt, Dylan McDermott
Nazione: U.S.A.
Anno: 1989

“Fiori d’acciaio” ha ormai compiuto trent’anni. A vederlo, con quella fotografia e quei costumi davvero tanto anni ’80, glieli dareste tutti. 

Eppure non è un film datato. Piuttosto è uno di quei film che può diventare un classico. Non fosse altro perché è un film corale, che ha per protagoniste sei donne, dall’età e dai carattere completamente diversi, interpretate da sei grandi attrici.

Per alcune di loro questo film ha segnato la carriera, come per Julia Roberts che, al secondo film, si aggiudica il Golden Globe come miglior attrice non protagonista. A tutte le altre interpreti “Fiori d’acciaio” ha dato l’occasione di interpretare un ruolo indimenticabile, in alcuni casi fuori dallo schema seguito nel resto della loro carriera.

Fiori d’acciaio” prima di essere un film è un dramma scritto per il teatro da Robert Harley, che poi sceneggerà anche la pellicola.

In una cittadina della Louisiana, le protagoniste si ritrovano nel salone di bellezza di Truvy Jones (Dolly Parton), tra pettegolezzi e i vari alti e bassi della vita. Ci sono due donne di mezza età, amiche di vecchia data: la vedova Louisa “Ouiser” Boudreaux (Shirley MacLane), sempre arrabbiata  e Clairee Belcher (Olympia Dukakis).

La nuova assistente di Truvy è l’ingenua Annelle (Daryl Hanna), che inizierà un percorso di fede che la renderà molto religiosa, al limite del bigotto. Le altre due clienti del salone sono madre e figlia, Mary Lynn Eatenton (Sally Field) e Shelby (Julia Roberts). 

Fiori d’acciaio” si apre con l’imminente matrimonio di Shelby e continua con le diverse fasi cruciali della sua vita. 

Nonostante una grave forma di diabete e il parere contrario dei medici, decide di diventare madre, il sogno irrinunciabile della propria vita. Col passare del tempo la malattia si aggrava e Shelby entra in dialisi, fino a quando la madre le dona un rene. 

Ma, purtroppo, i problemi di salute di Shelby non si fermeranno qui. 

Di “Fiori d’acciaio”, come avrete capito, la forza sono le sue interpreti, alle prese con dei personaggi molto ben caratterizzati e sfaccettati.

Infatti, nonostante in un film corale non sia facile approfondire il carattere dei personaggi, per lo spazio necessariamente limitato che si può dare loro, qui Harley è riuscito a delineare delle personalità precise, con poche battute o sguardi.

Innanzitutto, una strepitosa Shirley McLane interpreta la scorbutica Ouiser (“Io non sono matta. Ho solo un carattere schifoso da quarant’anni”), sempre pronta a litigare con qualcuno, ma capace anche lei di aprirsi all’amicizia e all’amore. Per Olympia Dukakis, il ruolo di Clairee è forse quello più simpatico della sua carriera: una donna di mezza età piena di verve, che si rimette in gioco, capace sempre di rompere un silenzio imbarazzante o far ridere le amiche quando più serve. La Truvy di Dolly Parton è alle prese con un marito lontano emotivamente, ma appassionata del suo lavoro  (“La bellezza naturale non è di questo mondo”) e sempre accogliente verso il prossimo. La sua assistente Annelle regala a Daryl Hanna finalmente un ruolo diverso da quello della bellona seducente. 

Infine, ottima è stata l’intesa tra Sally Field e Julia Roberts, che hanno portato sullo schermo il rapporto madre e figlia nella sua complessità: l’amore, la tenerezza, il sacrificio, ma anche i conflitti, l’accettazione reciproca, il dolore della perdita. 

L’amore materno e il desiderio di maternità sono infatti un tema centrale del film, insieme all’amicizia tra donne e alla solidarietà femminile

Ad una visione più approfondita, si nota anche la volontà della sceneggiatura di mettere a confronto le diverse visioni nell’affrontare la vita. Tra tutti brillerà quello di Shelby:

Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso ad una vita fatta di niente di speciale!”.

Ma lo scopo centrale di “Fiori d’acciaio” è mettere in luce la forza delle donne.

Dovremmo essere dei fiori fragili, delle magnolie, come recita il titolo originale (“Steel Magnolias”), piante diffusissime in Louisiana. Steel Magnolias è proprio un appellativo molto usato nel sud degli Stati Uniti per indicare le donne.

Gli uomini dovrebbero essere quelli d’acciaio. Invece, quando si devono affrontare le tragedie fatali e prendere le decisioni più dure, sono le donne che guardano in faccia la realtà, come dice Mary Linn (Sally Fields) nel momento più drammatico del film.

Anche le protagoniste di questa storia sono, quindi, dei fiori del Sud, delle bellissime magnolie come quelle che crescono sugli alberi della loro terra, ma d’acciaio.

Un soggetto tanto intriso di buoni sentimenti avrebbe potuto facilmente portare ad un film stucchevole. Invece, la sceneggiatura di “Fiori d’acciaio” è priva di banalità. È profonda e leggera al tempo stesso. Ovviamente, ci si commuove molto, ma la presenza di personaggi più caustici o spigolosi garantisce ritmo e risate.

Il racconto si dipana in un arco di tempo che dura alcuni anni. I momenti più leggeri si alternano a quelli più drammaticamente difficili, esattamente come nella vita; ma – come direbbe Woody Allen – con un montaggio migliore.

Tre motivi per guardarlo:

  • per provare l’imbarazzo di scegliere quale personaggio preferite o quale attrice sia più brava;
  • per i battibecchi tra Clairee (Olympia Dukakis) e Ouiser (Shirley Mc Lane);
  • per la scena del funerale: risate di commozione.

Quando vedere il film:

qualsiasi momento è adatto, magari insieme a un gruppetto di amiche oppure con qualche donna a voi cara.

E dalle donne nel cinema passiamo alle donne di cinema: avete letto la puntata del cineforum sulla leggendaria regista Agnes Varda?

 Stefania Fiducia

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Come vorreste la Roma del Futuro? Marco Della Porta chiede, i romani rispondono con “Meritiamo Di Più”

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Un nuovo progetto per dare voce ai cittadini, per raccogliere valori e renderli un bene comune: come? Il primo passo è rispondere a un semplice questionario online.

“Giovani e anziani, studenti e professionisti, insegnanti e genitori: siamo centinaia di cittadini che hanno deciso di non rassegnarsi e che credono nel riscatto della nostra città. Ci siamo conosciuti grazie al progetto politico di Marco Della Porta e alle sue battaglie sui temi della cultura, dell’inclusione giovanile, dell’istruzione e dello sviluppo delle periferie. Ognuno di noi ha deciso di mettere a disposizione qualcosa di prezioso: alcuni le proprie competenze, altri il proprio tempo, altri ancora i propri contatti. Insieme vogliamo essere protagonisti delle tante scelte che disegneranno la Roma del futuro.”

Con queste parole viene descritta la squadra di “Meritiamo Di Più” sul sito web dove è possibile esprimere le proprie idee per migliorare il quartiere in cui si vive: hanno partecipato già oltre 12.000 persone, spia del fatto che i romani hanno voglia e bisogno di dire la loro sulla città.

Leva del progetto è Marco Della Porta, ex Assessore alla Cultura del Municipio 14 di Roma (2013-2016).

Ho avuto modo di conoscerlo proprio durante questo mandato: per gli amanti della cultura, come la sottoscritta, era impossibile non imbattersi in lui. Giovanissimo (oggi ha 33 anni), già dal 2013 aveva messo in subbuglio tutto il Municipio 14 con alcune brillanti iniziative che ho sempre seguito con piacere. Una di queste è stata l’apertura dello spazio culturale SOSE, presso la Stazione di Ottavia: un luogo di aggregazione dove centinaia di cittadini si sono riuniti per mostre d’arte, caffè filosofici e gite scolastiche gratuite per i bambini del quartiere. Un’idea che è risultata tra i migliori progetti dell’anno 2015 e che è rientrata nel rapporto Federculture pubblicato dal Sole24Ore con prefazione del Presidente Sergio Mattarella.

Indimenticabili (almeno per una filologa, ma spero anche per gli altri cittadini!) sono state anche le operazioni di restauro dell’Ipogeo degli Ottavi e del Ninfeo della Lucchina, nonché le iniziative col Teatro dell’Opera nei quartieri di Palmarola e Selva Candida.

I mandati finiscono, ma chi crede davvero nelle potenzialità del territorio certamente non si lascia fermare dal ruolo che ricopre all’interno di un Municipio. Oggi Marco, che lavora come HR Manager in alcuni dei monumenti e dei musei più importanti di Roma, lancia questo nuovo progetto per far scatenare ancora una volta le potenzialità del territorio.

“Meritiamo Di Più”. Più che un’affermazione è un invito alla riflessione per i cittadini romani, ma anche una cassa di risonanza per queste riflessioni.


Di cosa si tratta esattamente?

Meritiamo Di Più è una campagna d’ascolto che ha l’obiettivo di capire cosa pensano i cittadini romani. Abbiamo creato un sito web dove, in modo semplice e immediato, ognuno può indicare tre priorità che potrebbero migliorare la qualità della vita nel proprio quartiere.

Perché avete scelto il nome “Meritiamo Di Più”?

Dietro la scelta del nome c’è stata una profonda riflessione. Viviamo in una città dove le persone non riescono ad esprimere i loro talenti, dove non riescono a realizzare i loro progetti di vita, dove non riescono a raggiungere l’obiettivo principale: essere felici. Quindi è evidente che Meritiamo Di Più.

Quindi Meritiamo Di Più è un appello rivolto a tutti i romani?

Certamente, è rivolto a tutti quelli che vogliono vivere in una città che funzioni e dove realizzare se stessi e i propri sogni. Una città delle opportunità dove far crescere i propri figli. Una città capace di mettere al primo posto la qualità della vita e la soddisfazione dei suoi cittadini.

E cosa vi aspettate?

Vogliamo stimolare uno scatto d’orgoglio collettivo. E ci aspettiamo una grande e forte partecipazione: in questi primi tre mesi abbiamo raggiunto oltre 12,000 persone e in centinaia hanno compilato il questionario sul nostro sito. Siamo molto soddisfatti e sono già in corso una serie di incontri con le tante realtà sociali che hanno aderito al progetto.

E i passi successivi?

Non possiamo raccontarvi tutto per non rovinare la sorpresa, ma posso dirvi che abbiamo organizzato una squadra composta da tanti giovani, alcuni dei quali laureati proprio in Scienze Sociali, che stanno analizzando i dati raccolti attraverso il questionario. Al loro fianco stanno lavorando ex amministratori del Municipio 14, associazioni e comitati di quartiere che stanno portando la loro esperienza e la loro conoscenza del territorio.

Sui social in molti ti chiedono di candidarti Presidente del Municipio 14 alle prossime elezioni e sostengono che tu sia l’unico in grado di portare la coalizione di centro-sinistra alla vittoria. Cosa ne pensi?

Il Municipio 14 per me è una questione di cuore. È il luogo in cui sono nato e cresciuto, dove è nata e sta crescendo mia figlia, dove vivono gli affetti più importanti della mia vita. Durante l’esperienza da assessore ho avuto modo di conoscere tante persone serie che condividono la mia stessa voglia di sviluppare una politica concreta capace di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Con loro, e con tutti quelli che si stanno aggregando a questo nuovo progetto, siamo pronti ad essere protagonisti delle scelte che disegneranno la Roma del futuro. Noi ci siamo.


Arriveranno i risultati, e la campagna di ascolto si trasformerà in una campagna di divulgazione delle esigenze dei romani. L’intento finale sarà passare dalla parola…ai fatti.

Alessia Pizzi

Richard Jewell, il nuovo inno a eroi per caso di Clint Eastwood

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Nella carriera di Clint Eastwood, forse Richard Jewell è un caso raro. Esistono infatti quei registi la cui presenza si sente nei loro film, spesso più del dovuto. Esempi ovvi, quando vediamo un film di Tarantino ci accorgiamo benissimo che è un film di Tarantino; quando vediamo un film di Woody Allen ci accorgiamo che avrebbe potuto farlo così solo Allen e basta.

Eastwood non è mai stato in questa categoria. Il suo stile molto classico, silenzioso, reticente e onesto, ha reso la sua presenza certamente riconoscibile, ma mai invadente. Mai si è messo lui davanti al film, neppure quando ha recitato in prima persona (persino in Gran Torino, uno dei suoi lavori più personali, non era ritratto l’Eastwood uomo ma l’Eastwood personaggio).

Invece adesso in Richard Jewell l’impronta del suo autore è nettissima, nel bene e nel male.

Nel bene, perché Richard Jewell è sicuramente un buon film, un coinvolgente e sincero ritratto personale di un uomo schiacciato dalle ingiustizie. Eastwood continua nel ruolo che ha preso nell’ultimo decennio, ovvero il cantore di un eroismo americano silenzioso e privo di retorica, lontano dal patriottismo epico ma vicino alle gesta semplici di uomini buoni che fanno ciò che fanno non per eccezionalità, ma per compiere gesti altruisti. Storie vere di eroi per caso che non cercano le prime pagine, le luci dei riflettori, ma fare il loro dovere e tornare a casa.

Non a caso, Richard Jewell segue la medesima traiettoria narrativa di Sully, con protagonisti messi in mezzo dal sistema e trasformati in vittime dei loro stessi gesti altruisti. L’ottimismo di fondo di Eastwood, il candore con cui esalta la vita semplice e tradizionale, le persone buone e un po’ ingenue, cresciute in contesti tradizionali, lo avvicina a una specie di Frank Capra riveduto e aggiornato a valori conservatori. Se negli anni del cinema di Capra l’approdo era lo stare insieme, la società, qui la società è il nemico che si mette di mezzo all’individuo e alle sue libertà.

E qui arriva, appunto, l’impronta nel male. Perché Eastwood non racconta solo una bella storia personale di eroismo, che ispira a commuove. Ma cerca anche di politicizzarla nel presente. Talvolta in maniera subliminale, con qualche stoccata nei dialoghi comunque gestibile. Talvolta in maniera più netta, dipingendo un sistema corrotto (stampa e FBI che si nutrono a vicenda, guarda caso proprio i “nemici” di Trump adesso) che schiaccia il singolo povero cittadino. Altre volte in maniera piuttosto problematica,  nel ritratto monodimensionale dei personaggi di Jon Hamm e Olivia Wilde, soprattutto quest’ultima.

Tutto ciò è pienamente legittimo, sia ben chiaro. Il pensiero dell’autore è giusto sia un film, ma diventa un problema perché Eastwood non riesce a inserirlo in maniera sommessa. La sua regia è ormai stanca, affaticata, evidentemente anche un po’ annoiata, e non solo per l’età. Il film manca di guizzi, di scene che possano valorizzare veramente gli attori, e l’intera storia va avanti col pilota automatico.

Possiamo anche perdonarlo a una leggenda che potrebbe stare in pensione e sarebbe comunque già annoverato tra i più grandi a prescindere. Dopotutto, Richard Jewell non è certo uno dei suoi migliori film, ma inquadrato nel ciclo recente dei suoi lavori acquista un senso estremamente significativo.

 

Emanuele D’Aniello

The Witcher, su Netflix l’acclamata saga di Geralt di Rivia

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La serie di The Witcher, pluripremiata saga fantasy di romanzi e videogiochi, è sbarcata su Netflix il 20 dicembre.

Nel mondo videoludico The Witcher è uno dei nomi più noti ed in voga degli ultimi anni. Trilogia che ha avuto la sua genesi nell’oramai distante 2007 con il suo primo capitolo, è con l’arrivo nel 2015 di Wild Hunt che le gesta di Geralt di Rivia sono state consacrate nell’olimpo del genere GDR (gioco di ruolo). Il capolavoro della software house CD Projekt RED ha avuto il pregio di fare da cassa di risonanza all’ottimo materiale cartaceo di partenza. Infatti la saga nasce dalla penna, e dal genio, dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski negli anni ’90, facendosi ben conoscere agli amanti del genere. E dopo due decenni, tra adattamenti più o meno riusciti su ogni tipologia di medium, Netflix decide di produrre una serie tv di qualità, forte del suo potenziale economico e soprattutto dell’eco che il nome è in grado di generare negli appassionati.

Sin dal primo istante su The Witcher è calato il pesante mantello di doversi confrontare con l’altra grande saga uscente dello scorso anno, Game of Thrones. Risulta comunque una chiamata alle armi impropria, considerata la differente natura dei due materiali di origine. Unico, vero punto in comune è quello che vede l’appartenenza delle due serie ad un immaginario fantasy.

Ma i toni sono differenti, il contatto con i protagonisti e le loro vicende anche.

Nonostante ciò il ricordo dei racconti provenienti da Westeros sono ancora vividi e caldi nella mente dei fan. Per questo nelle vicissitudini dello strigo Geralt molti sperano di poter trovare, in futuro, un racconto epico di portata ancora maggiore.

Utilizzare l’espressione “in futuro” trova una sua dimensione piuttosto chiara. Questo perché la prima stagione di The Witcher restituisce, costantemente, un’impressione ben definita, ovvero quella di porsi come un lungo prologo e terreno di prova per le stagioni (già confermate ed in produzione) che sbarcheranno su Netflix già nel prossimo anno. Probabilmente è proprio qui da rintracciare il grande difetto delle prime avventure narrate dalla serie creata da Lauren Schmidt Hissrich.

La stagione, composta da otto episodi dalla durata di circa 60 minuti ciascuno, ingrana con difficoltà un racconto pienamente fruibile.

Le prime quattro puntate costituiscono la più grande barriera all’ingresso per i neofiti dell’universo creato da Sapkowski. La serie sommerge di nomi ed informazioni lo spettatore, cercando di camuffare il carattere enciclopedico fluidificandolo nel racconto. Il tentativo è di scampare una messa in scena prettamente nozionistica, riuscendoci però solo in parte. Ma il materiale è davvero tanto e soprattutto complesso, considerando anche l’intrecciata ed infuocata situazione politica del Continente nel quale Geralt viaggia in lungo ed in largo.

A rendere ancora più complicata l’immersione subentra una narrazione aderente ai personaggi ma che viaggia su differenti (e troppe) linee temporali. Ci si sposta avanti ed indietro di decenni nelle vite di creature, maghi e witcher, che vivono per secoli, rendendo estremamente difficoltoso inquadrare gli eventi ed i contesti. Diviene ben presto chiaro che i protagonisti su schermo finiranno per convergere assieme, ma si procede con salti troppo netti che affaticano la visione. Fortunatamente, nella seconda metà di stagione la narrazione appare più distesa e lineare nell’esposizione di ciò che accade ai suoi protagonisti. Si permette, così, di concentrarsi con più serenità sugli sfaccettati rapporti tra i personaggi, da sempre punto di forza della saga di Sapkowski.

the witcher netflix

Più che dignitose sono le performance dei tre interpreti principali, che vedono Henry Cavill nei panni di Geralt, Anya Chalotra come la maga Yennefer e Freya Allan come la principessa Ciri.

Calarsi nelle vesti di corpi già restituiti ad un immaginario visivo dalla acclamata saga videoludica non è impresa da poco. Considerando sempre che la genesi è da rintracciare nei libri, le perplessità legate alla scelta di attori perlopiù sconosciuti (ad eccezione di Cavill, comunque bistrattato) vengono in gran parte spazzate via. A fronte di alcune sbavature incentivate da una sceneggiatura in alcuni passaggi non sempre brillante, tutti gli interpreti catturano gran parte dell’essenza dei loro ruoli.

Il margine di lavoro è ancora ampio, così come lo è quello legato ad una realizzazione tecnica (compreso il montaggio) non impeccabile. E’ chiaro, e confortante, che per quanto riguarda un miglioramento nella resa di costumi, scenografie e CGI (nel complesso rispettabili) ci si affida ad un futuro incremento del budget. E considerata la portata e riconoscimento del progetto, sicuramente non tarderà ad arrivare.

Guardando le statistiche, le evidenti difficoltà di una nuova e ambiziosa serie non sembrano aver influito negativamente sullo stato di salute del brand. Nonostante una narrazione che può rivelarsi a tratti indigesta per chi si avvicina per la prima volta alle storie dello strigo Geralt, The Witcher pone ottime premesse per il suo avvenire.

Alessio Zuccari

Sei alla ricerca di serie tv Netflix da vedere?

Masterchef Italia 9: tra tradizione ed innovazione, la cucina è protagonista

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ll ritorno di Masterchef Italia era atteso da molto tempo. I fan più accaniti non aspettavano altro.

Ed eccoci tornati ogni giovedì sera, su Sky Uno, per assistere ad uno dei programmi culinari più amati dagli italiani: MasterChef Italia 9.

Anche la nona edizione di Masterchef Italia si conferma un successo unico. Boom di ascolti, i partecipanti aspiranti chef numeri uno di Italia piacciono, ed anche molto. C’è davvero un bel mix di talenti: dalla casalinga disperata in cerca di libertà, alla donna più competitiva, dall’esperto di cucina fusion, al giovane irriverente. Insomma, il cast è stato sicuramente selezionato ad hoc e nulla è stato lasciato al caso. Anzi!

I giudici, sempre gli stessi, ma con una parvenza umana un po’ più evidente, e le battute di Antonino Cannavacciuolo degne di uno show in prima serata (e sicuramente meritano un plauso da parte nostra!).

L’atmosfera delle diverse puntate si presenta già dalle prime puntate altamente adrenalinica, con un suo determinato filo conduttore, con una particolare sfida e sempre con un ospite chef stellato d’eccezione. Da Iginio Massari (re dei dolci), allo chef stellato romano Marco Martini. Venti in tutto i grembiuli bianchi degli aspiranti chef che fanno parte della masterclass.

Quattro le puntate totali fino ad ora di Masterchef Italia 9, con quattro eliminati.

La puntata 4 è stata senza dubbio quella più bella ed entusiasmante. Protagonista indiscusso dell’Invention Test (la prima prova della puntata): il brodo! Strano a dirsi vero? Come far diventare il brodo un componente culinario gourmet ed innovativo? A Masterchef ci si riesce: si arriva quasi ad assaporarne gli odori. Brodo di funghi, di carne, addirittura di patate arrosto, oppure di molluschi. Insomma, si entra in un mondo fatto di colori, odori e sapori davvero particolare. Ed i diversi partecipanti si lasciano andare a soluzioni creative nuove ed insolite, lasciandoci scoprire quanto alla fine la cucina sia anche sogno e creazione. E non solo tecnica e rigore. Un salto di qualità notevole. Il livello è alto. E non ci si annoia davvero mai.

L’ospite della 4 puntata di Masterchef Italia 9

A seguire, la prova che vede invece la replica di uno dei piatti dello chef stellato romano Marco Martini.

L’ultima prova, quella in esterna, si è tenuta invece nel vercellese. Qui il protagonista è il riso. Bellissimo il richiamo alle mondine, donne di grande emancipazione, e con una forza impagabile che le ha permesso di rimanere nella storia e nei ricordi della nostra tradizione.  Nel corso del lavoro delle due brigate, si sono potuti già ben delineare le prime dinamiche di gioco, le prime strategie, ed i diversi caratteri.

Chi ne uscirà vincitore? E chi invece sarà costretto ad abbandonare la sfida? Lo scopriremo certamente più avanti, quando le prove saranno sempre più impegnative ed i giudici sempre più cattivi.

Serena Cospito

La piattaforma Rousseau ha avuto un valore contributivo di avvicinamento alla filosofia?

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Ogni giorno tra giornali e TV incappiamo nelle parole Piattaforma Rousseau, Rousseau e i 5 stelle, il movimento m5s del filosofo Rousseau.

Questo non significa che l’inciampo tra le parole filosofia e Rousseau abbia avvicinato la platea a questi ultimi due concetti.

Possiamo quindi sentenziare che la piattaforma Rousseau nonostante la sua volontà di richiamare il pensiero di “volontà popolare” non sia riuscita ad avere un valore contributivo di avvicinamento alla filosofia.

Risulta esser lontana ancora anche la possibilità di parlare di filosofia politica a livello intermedio.

Che significa?

Rousseau è divenuto un mero strumento, una semplice unità di misura, un motto pubblicitario.

È stata presa l’idea primordiale per cui attraverso l’idea di contratto sociale si possa affermare la necessità di una politica volta a tutelare il cittadino grazie alla volontà generale ed è stata tradotta in slogan.

Ma questa volontà generale, nel nostro caso, non era già esistente e tradotta grazie al voto?

Secondo me si può anche calendarizzare un ipotetico incipit: elezioni politiche italiane del 2 e 3 giugno 1946.

Abbiamo già iniziato a svincolare la “reale identità” del filosofo ginevrino. Ma il punto d’osservazione quest’oggi si focalizza sui rapporti sociali ed il più celebre contratto.

Piattaforma Rousseau: chi era il filosofo da cui prende il nome?

Dallo stato di natura allo stato sociale, secondo il filosofo, si sviluppano notevoli diseguaglianze. I rapporti sociali quindi sono i terrazzamenti della differenza tra i cittadini.

Mi spiego meglio.

Nello stato di natura l’uomo è libero.

Nello stato sociale l’uomo instaura rapporti con il suo simile.

Con lo stabilirsi di questo nuovo “stato” emergono le dissomiglianze tra le capacità dei singoli. Inoltre le acredini tra gli uomini vengono enfatizzate dalla ricerca della ricchezza e della proprietà privata.

La materialità degli uomini porterà quindi alla lotta di tutti contro tutti.

Jean-Jacques Rousseau, come i suoi contemporanei, cerca quindi di trovare la soluzione. Egli prova ad accompagnare sotto i lumi della ragione l’intera vita dell’uomo tra libertà ed uguaglianza.

La sua teoria filosofica sviluppa quindi la proposta di un contratto sociale.

«In base al patto sociale noi abbiamo dato esistenza e vita al corpo politico; bisogna ora dargli movimento e volontà con la legislazione, poiché l’atto originario con cui questo corpo si forma e si unisce non stabilisce ancora nulla di ciò che deve fare per conservarsi (…); ogni giustizia viene da Dio, egli solo ne è la sorgente; ma se noi sapessimo accettarla da tale altezza non avremmo bisogno né di governo, né di leggi. Senza dubbio esiste una giustizia universale emanata dalla sola ragione, ma questa giustizia per essere ammessa tra noi, deve essere reciproca (…). Sono dunque necessari degli accordi e delle leggi per collegare i diritti ai doveri e ricondurre la giustizia al suo scopo»J.-J. Rousseau, Del contratto sociale, p. 294

In cosa consisteva?

Nel contratto si propone la costituzione dello Stato, come corpo morale e collettivo. Al suo interno ogni membro esercita la propria libertà (uno vale uno – cit.). In sintesi l’uomo nasce buono per natura ma è la società a corromperlo.

È il 1762 quando attraverso le sue due maggiori opere – Emilio e Contratto Sociale – delinea, definitivamente, il suo programma.

Obiettivo unico. Liberare l’uomo dal deterioramento della vita sociale e costituire una società di uomini emancipati.

L’idea del filosofo Rousseau traslata nella nostra contemporaneità diventa assai ambiziosa.

Bisogna contestualizzare e porre dinnanzi i nuovi quesiti di una rinnovata società cosmopolitica.

Primo fra tutti riprendere e risolvere l’annoso quesito: l’uomo è davvero buono per natura?

La questione è assai più complicata. Bisogna, di tanto in tanto, diffidare da ciò che viene divulgato come propaganda sui social.

Il pensiero illuministico del filosofo non può essere tradotto in semplici didascalie.

La piattaforma Rousseau non ha avuto un valore contributivo di avvicinamento reale alla filosofia. Per questo motivo bisogna sempre andare oltre alle apparenze e scavare in maniera diretta tra le righe delle opere per sviluppare la famigerata coscienza critica.

Alessia Aleo

Il cantautorato di Davide Matrisciano vi augura una “Buona Visione”

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Quello della musica italiana è un grande marasma dov’è difficile distinguersi.

Non è il caso di Davide Matrisciano, esponente del cantautorato italiano che negli ultimi anni si è ritagliato uno spazio sempre più grande. L’11 ottobre 2019 è uscito il suo nuovo album Buona Visione, prodotto da Seahorse recordings e distribuito da Audioglobe e The Orchard. Il disco arriva a tre anni di distanza da Mummie incoscienti.

Classe 1985, il suo stile unisce la musica d’avanguardia, elettronica, prog, e classica. In quest’ultimo lavoro la novità viene dall’avvicinamento ad un sound più duro, pur restando nell’ambito pop. Vediamo i brani singolarmente:

Eutanasia in una gabbia si basa su un fatto realmente accaduto: un’eutanasia animale in uno zoo inglese, che vede protagonisti un leoncino malato ed un cane, che finirà per soffocarlo durante una delle sue crisi cardiache. La title track Buona visione si ispira invece a Una storia naturale dei defunti, celebre racconto di Hemingway. Viene affrontata la morte fisica, descritta nel dettaglio.

L’autobiografia, seppur sparsa in tutto l’album, trova grande spazio in La scoperta del pomeriggio, scelto come singolo di lancio e concentrato sui primi anni di liceo del cantautore. La vacanza che non c’è (feat. Paolo Benvegnù) porta in musica la visione di un mondo post-apocalittico e svuotato di valori concreti. Il tutto su uno sfondo di malinconia e speranza per un futuro migliore.

In libreria col fiammifero racconta un uomo che si ribella alla cultura odierna, e che per questo decide di suicidarsi in una libreria, incendiandola. Particolarmente interessante Grave emorragia di personalità (feat. Garbo). Il brano si si ispira al concetto di sacculinizzazione di Konrad Lorenz, che a sua volta prende spunto dalla sacculina carcini (parassita del granchio) per parlare del declino di noi umani. Matrisciano usa questo concetto come metafora della mancanza di personalità, che porta ad usurpare quelle altrui.

I riferimenti ad autori importanti sono presenti in tutto l’album, a sottolineare la loro grande influenza nel cantautorato dell’artista.

Scale è un altro pezzo autobiografico, stavolta dedicato alla nonna, scomparsa nel 2011. Gomitolo si ispira al libro L’anello di Re Salomone del già citato Konrad Lorenz. Viene affrontata la questione della morale, ben complessa ed intrecciata. In definitiva: l’apparenza inganna.
Nosferatu mangia ciliegie è invece un racconto della vita del noto personaggio cinematografico (ispirato al “Dracula” di Bram Stoker) catapultata nel nostro tempo.

Un gesto di ordinaria irrealtà (feat. Miro Sassolini) è ispirata al racconto di Kafka La condanna, che vede un uomo in visita al padre malato. Dopo una sconvolgente scoperta, sarà in un certo senso “costretto” ad annegare. Gli incubi fanno innamorare è una storia d’amore malata, nata e sviluppata su uno sfondo mondiale devastante. Abbiamo poi Metropoli ibernata in montagna (feat. Edda), un’altra canzone che prende spunto da Hemingway, per l’esattezza dal racconto Monti sotto la neve, e che vede due giovani amici, incontratisi per sciare, a fantasticare sulla libertà.
Uno scimmione sotto la pelle è infine l’ultimo brano. Ispirato al racconto di Kafka Una relazione per un’accademia. Un uomo porta in accademia la sua testimonianza come ex scimmia.

La scrittura di Davide Matrisciano lascia spazio aperto alla riflessione dell’ascoltatore, che può e deve rielaborare il contenuto.

Per poterlo apprezzare bisogna infatti entrare nel mood dei brani e comprendere il significato profondo del suo cantautorato. Rispetto ai lavori precedenti però, si ravvisa una maggiore linearità negli arrangiamenti, fortemente voluta dall’artista stesso:  

Il mio volermi accostare al pubblico è diventato urgente, e la decisione di assecondarlo parzialmente non mi disturba affatto.

Tutto il disco inoltre si distingue per la lunghezza dei brani, in controtendenza rispetto a un panorama musicale che preferisce la brevità e l’immediatezza.

Ed è proprio l’unione fra testi virtuosi e forti musiche di accompagnamento a rendere Buona Visione un disco coraggioso. Azzeccati anche i featuring. Se non siete avvezzi al cantautorato avrete qualche difficoltà a digerirlo, ma con un pò di ascolti si possono cogliere le varie sfumature di un progetto solido e ambizioso.

Voto: 7,5

Lorenzo Balla

Inge Morath, fotografa Magnum tra reportage e ritratti delle star

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Il Museo di Roma in Trastevere ospita fino al 19 gennaio la prima retrospettiva italiana di Inge Morath, fotografa della mitica Magnum Photos.

Fin dalla sua apertura, il Museo di Roma in Trastevere è stato dedicato all’arte fotografica. Lo spazio, infatti, ha ospitato diverse mostre tematiche e retrospettive, che hanno dato l’occasione a romani e turisti di conoscere il lavoro di fotografi, reporter e/o artisti, anche non celebri.

Questo è il turno di una donna, Inge Morath a cui per la prima volta in Italia viene dedicata una retrospettiva. 

Dal titolo dell’esposizione, “Inge Morath. La vita. La fotografia”, già si intuisce che non si vuole farne conoscere solo l’opera. Nonostante l’assoluta bellezza delle 140 fotografie esposte, lo spettatore resta affascinato dalla biografia di Morath qui raccontata attraverso documenti originali, video e pannelli illustrativi, sintetici ma esaustivi.

Nata austriaca, cresce in un ambiente familiare intellettualmente stimolante. Con la famiglia e per i suoi studi si sposterà in Germania e a Parigi, dove conoscerà Robert Capa, Henri Cartier – Bresson e David Seyman, i fondatori dell’agenzia Magnum Photos. Prima di scoprire la fotografia, durante e dopo la guerra, inizierà a lavorare come ricercatrice e redattrice per alcune testate giornalistiche. In questa veste viene invitata da Robert Capa a lavorare per l’agenzia, di cui diventerà membro associato nel 1955.

Inizia a fare da assistente e redattrice ad Henri Cartier-Besson. Standogli vicino impara, forse per osmosi, a fotografare. Lui sarà, di fatto, il suo mentore.

Ma Inge Morath scoprirà per caso il proprio talento, durante un viaggio a Venezia. Resta folgorata dalla luce della laguna e chiede a Capa di inviare un fotografo sul posto per approfittarne. Capa le risponde piccato che può benissimo scattare lei, visto che è già sul posto. Così inizia la sua carriera come fotografa, sempre per l’agenzia Magnum. 

La commistione tra arte e vita è comunque presentissima negli scatti in mostra al Museo di Roma in Trastevere.

Per Morath, d’altronde, “la fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore“.

L ’influenza del suo maestro, Henri Cartier-Bresson, è evidente: quella di Inge Morath è un esempio della fotografia del “momento decisivo” che egli ha inventato. Ma le sue radici sono anche negli ideali umanistici del secondo dopoguerra. Scatta con lo sguardo sui quartieri popolari e i luoghi meno frequentati. Alcune ambientazioni sono surreali e le composizioni fortemente grafiche, come quelle del suo mentore.

Nella retrospettiva sono esposte fotografie scattate in tutto il mondo, che dimostrano la sua capacità di mantenere uno stile personale, pur spaziando dal reportage alla street photography al ritratto, con mestiere e dimestichezza.

Gli scatti più famosi di Inge Morath sono quelli agli attori e registi sui set cinematografici, dove spesso è inviata dall’agenzia Magnum.

 

Ma sono interessanti anche le fotografie dei reportage, molti dei quali sono stati realizzati insieme al marito, lo scrittore Arthur Miller, che ne scriveva i testi.

Nel 1960 Inge Morath realizzò, su incarico dell’O.N.U., un lungo reportage nei campi profughi in Europa e in Medio Oriente insieme a Yul Brinner, che era un fotografo, oltre che un celebre attore.

L’approccio di Inge è immersivo: già poliglotta, arrivava in un Paese e ne imparava la lingua. Anche il mandarino, che imparò accompagnando il marito in Cina in occasione della messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”. La conoscenza della lingua le era di grande aiuto, perché le consentiva, non solo di conoscere meglio il Paese che stava fotografando, ma soprattutto di interagire con le persone che ritraeva. I ritratti, infatti, sono un tema centrale nella sua carriera da fotografa.

Le fotografie di Morath ad attori, registi, scrittori esposte al Museo di Roma in Trastevere non sono quasi mai posate, con uno sguardo che coglie l’altrove di questi artisti.

Oltretutto, proprio in occasione dei ritratti scattati a Marylin Monroe sul set degli “Spostati” conoscerà Arthur Miller, che all’epoca era sposato con la diva. Dopo il divorzio, Miller sposerà Morath nel 1962 e insieme decideranno di vivere a Roxbury, a due ore da New York. Inizierà la vita americana di Inge Morath, spesso in viaggio e con la macchina fotografica al seguito.

La mostra “Inge Morath. La vita. La fotografia” è un’imperdibile occasione per conoscere questa esponente della fotografia Magnum, la cui carriera è poco conosciuta al grande pubblico, probabilmente oscurata da quella dei leggendari colleghi maschi.

Le fotografie esposte non sono moltissime, ma coprono le varie fasi della carriera di Morath e sono sufficienti a darne l’idea. Prezioso in questo senso è l’ausilio dei documenti esposti (lettere, libri fotografici, etc). C’è anche un documentario molto utile per l’approfondimento, ma – ahimè – dura più di un’ora e mezza. Lo ritengo l’unico difetto di questa esposizione.

Per quanto, infatti, sia favorevole all’uso degli audiovisivi nelle mostre, trovo che i lungometraggi siano ben poco fruibili dal pubblico. In fondo, ci si reca in un museo per ammirare opere artistiche di altro tipo (fotografie, in questo caso), non per vedere un film, proiettato oltretutto in una saletta con poche sedute scomode. 

Stefania Fiducia

 

 

 

Hammamet, la maschera di un film su Craxi

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C’è un enorme, gigantesco problema di fondo in Hammamet. Che poi, purtroppo, è il problema di ogni tentativo nel cinema italiano di fare film politici, su figure politiche vere e spessissimo scomode.

Il problema è che per fare Hammamet si è partiti dall’idea di stabilire cosa il film non fosse, non cosa il film fosse.

Che Gianni Amelio abbia deciso, nel realizzare un film su Bettino Craxi, di non fare un film politico, per quanto paradossale, può andare benissimo. Che abbia deciso di non fare nemmeno un film ideologico, può andare anche meglio. Poi però si decide di non fare nemmeno un film sull’uomo, perché perdere la dimensione politica sprecherebbe il concetto stesso di biopic. Ma si decide di non menzionare il nome Craxi, nemmeno Bettino. Poi bisogna essere realisti, intimi, ma evitare troppo realismo e troppa intimità, perché i nomi non vanno fatti e, quando ci sono, vanno inventati.

Non si capisce bene, per usare un eufemismo, cosa sia Hammamet, cosa voglia diventare e soprattutto cosa voglia comunicare. Nell’essere convinto di cosa non essere, perde per strada sempre più coerenza, interesse, forza e fascino. Come se si vergognasse di essere un film su Craxi (tanto da aver scelto di mostrare e raccontare solo gli ultimi anni dell’ex premier durante il suo “esilio” in Tunisia, quando Craxi stesso non era più il vero e noto Craxi insomma, e già tale scelta fa capire molte cose) ma al tempo stesso non riesca, o forse non vuole nemmeno provarci, a trasformare il suo protagonista in un simbolo, la ricostruzione storica in metafora, come ha fatto Paolo Sorrentino nei suoi biopic politici.

E così Hammamet si incarta su sé stesso, diventa farraginoso laddove potrebbe nutrirsi degli spunti affascinanti, storici e politici, che talvolta offre. E, soprattutto, circonda Pierfrancesco Favino di interpreti quasi mai all’altezza (soprattutto i più giovani). Il film muore nello scarto evidentemente e drammatico delle scene di recitazione a due, quando un Favino trasformato e impegnatissimo, capace di una performance sia esteriore sia interiore che ricorda quella di Christian Bale in Vice, deve dialogare con attori che non finalizzano mai gli assist ricevuti.

Eppure, c’è un eppure. Perché quando il film muore, riesce stranamente a rinascere.

Nella sua assenza di forma e struttura, nella vacuità delle sue intenzioni, nella sua narrazione rapsodica, nei simbolismi che sceglie, Hammamet riesce a essere un film a tratti ipnotico. Proprio perché strano, proprio perché inaspettato nel risultato finale, proprio perché diverso da ogni film politico italiano precedente, proprio perché realizzato molto col cuore e pochissimo con la testa, Hammamet riesce a diventare interessante e affascinante pur rifiutandosi di esserlo. Senza attaccare e senza difendere a priori, come un film dovrebbe fare.

Costruisce Craxi decostruendo tutto il resto, dalle persone vicine alla dimensione in cui si muove. Immagina la sua villa come una fortezza sotto assedio, nella quale persino i bambini sono generali e gli uomini con le armi, privi di identità, devono difendere il simulacro di un passato dichiaratamente ottuso e egoista. Non è solo ritratta l’agonia finale di uomo, ma anche l’agonia di un pensiero, di un modo di fare e vedere la politica che si arrocca, mentalmente e geograficamente, in un fortino debole, ridicolo e persino dimenticato. E così il Craxi più umano si vede proprio quando latita di umanità, quando è scostante e antipatico, bugiardo e arrogante, intelligente e decaduto.

Il Craxi di Gianni Amelio è un personaggio affranto da sensi di colpa per colpe che non capisce e non ammette. Paradosso dei paradossi. Nel quale, però, troviamo il senso di Hammamet: ritrarre la fine di un politico la cui maggiore, e unica, eredità politica è quella di non aver lasciato eredità politica.

Retorico, intimo, patetico, onirico: Hammamet infila tutto perché non sa cosa essere e come esserlo. Ma quando ha qualcosa da dire, capiamo che poteva essere un grande film.

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Emanuele D’Aniello

MasterChef 9 Italia: nel 2020 torna il re dei cooking show

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MasterChef, uno dei programmi di cucina più amati dal pubblico italiano, è tornato sui nostri schermi televisivi.

I programmi televisivi dedicati alla cucina non mancano di certo nei palinsesti della tv italiana; sono disponibili a ogni ora del giorno su qualsiasi canale.

E se solo volessimo potremmo guardare programmi di cucina h24 sintonizzandoci su Food Network, il canale del gruppo Discovery interamente dedicato al food.

Ma MasterChef è MasterChef: è il cooking show più popolare in Italia, tra i più seguiti ed è quello in grado di coinvolgere sia gli appassionati di cucina sia chi non sarebbe in grado di cucinare un uovo a occhio di bue.

Masterchef è intrattenimento allo stato puro, ecco perché vogliamo soddisfare la curiosità degli spettatori del cooking show più popolare della tv facendo un riassunto delle ultime stagioni.

Quando va in onda MasterChef 9 nel 2020?

La prima puntata di MasterChef Italia 9 è andata in onda giovedì 19 dicembre. Da allora l’appuntamento per la visione del programma è tutti i giovedì alle 21:15 su Sky uno (canale 108) e su digitale terrestre (canale 455).

Quante puntate sono previste per MasterChef Italia 9?

La nona edizione di MasterChef Italia è composta da 12 puntate e 24 episodi. Se la prima è andata in onda il 19 dicembre, la dodicesima è in programma per il 5 marzo 2020.

Chi sono i giudici di MasterChef Italia 9 nel 2020?

I giudici saranno tre:
Bruno Barbieri. Giudice di MasterChef dal lontano 2011 a oggi è lo chef italiano con il maggior numero di stelle Michelin insieme a Gualtiero Marchesi: 1 stella alla Grotta di Brisighella, 2 stelle al Trigabolo di Argenta, 2 stelle alla Locanda Solarola, 2 stelle ad uno dei più famosi ristoranti di Verona, per un totale di sette stelle. Barbieri ha aperto a Bologna il Fourghetti, un moderno bistrot che si propone di valorizzare tutta la tradizione culinaria italiana con creatività.
Antonino Cannavacciuolo. Si è unito allo storico trio di giudici di MasterChef nel 2015, diventando uno degli chef più amati di Italia. Insieme a Cinzia Primatesta, sua moglie, gestisce Villa Crespi, una splendida villa storica sul Lago D’Orta, per cui riceve i seguenti riconoscimenti:  due stelle Michelin, quattro Cappelli della Guida dell’Espresso e  tre forchette della Guida Gambero Rosso. Successivamente riceverà altre due stelle Michelin: una al suo Cannavacciuolo Cafè & Bistrot di Novara e l’altra al Bistrot Cannavacciuolo di Torino.
Giorgio Locatelli. Protagonista di numerosi programmi per la BBC come Sicily Unpacked Italy Unpacked e Tony and Giorgio, lo Chef approda nella famiglia di MasterChef Italiacome giudice ufficiale al fianco di Bruno Barbieri, Joe Bastianich e Antonino Cannavacciuolo nell’ottava stagione.  Classe 1963 è stato il primo chef italiano a conquistare una stella Michelin all’estero, con la sua Plaxy Locanda Locatelli, un luogo intimo che vuole rappresentare la cucina italiana nel Regno Unito.

Chi è il vincitore di MasterChef 8 nel 2019?

Valeria Raciti è la vincitrice di MasterChef Italia 8.
Prima di approdare nel cooking show Valeria era una segretaria amministrativa. Di sé racconta:
L’amore per la cucina è nato con me, non ricordo un punto effettivo d’inizio… da piccola stavo spesso da mia nonna e lei era praticamente sempre ai fornelli, cucinava per tutti […] «quando assaggiavo qualcosa preparata da lei pensavo che non potesse esisterne una versione migliore […] spero che qualcuno un giorno provi queste stesse sensazioni mangiando i miei piatti»

Chi ha vinto MasterChef Italia 7 nel 2018?

Simone Scipioni è vincitore di MasterChef 7 Italia.  È nato nel 1996 a Civitanova Marche e vive a Montecosaro, in provincia di Macerata. La passione per la cucina nasce sin da piccolo guardando le nonne.

“Mi hanno insegnato i trucchi e i metodi della cucina tradizionale delle Marche. Li ho interiorizzati, ma volevo andare oltre […] La tradizione è qualcosa di specifico […] Io la rivisito. “

Chi ha vinto MasterChef Italia 7 nel 2018?


Simone Scipioni è vincitore di MasterChef 7 Italia.  È nato nel 1996 a Civitanova Marche e vive a Montecosaro, in provincia di Macerata. La passione per la cucina nasce sin da piccolo guardando le nonne.

“Mi hanno insegnato i trucchi e i metodi della cucina tradizionale delle Marche. Li ho interiorizzati, ma volevo andare oltre […] La tradizione è qualcosa di specifico […] Io la rivisito. “

Chi ha vinto MasterChef Italia 6 nel 2017?

Valerio Braschi, 18 anni, di Cesena,  vince MasterChef 6.
Prima di Masterchef frequentava il liceo scientifico. Decide di fare il cuoco dal 3° anno di superiori.
Il primo ricordo che gli viene in mente in cucina è la pila di verdure che ogni pomeriggio tagliava e cucinava per i suoi. Oggi ha aperto il suo ristorante.

Una piacevole dose di veleno: al Quirino la commedia “Arsenico e vecchi merletti”

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A rendere omaggio agli straordinari interpreti della commedia Arsenico e vecchi merletti in scena al Quirino di Roma c’era persino il nostro amato Presidente Mattarella.

Noi di CulturaMente, attenti alla programmazione dello storico teatro romano, eravamo alla prima dello spettacolo di martedì 7 gennaio.

Sono fermamente convinta che non potevamo augurarci un anno migliore sotto gli auspici della grande tradizione teatrale perchè la commedia con la regia di Geppy Gleijeses è veramente un compendio di grande vocazione attoriale.

Parto dal presupposto che il garbo ironico e disinvoltamente noir della commedia di Joseph Kesselring diretta per il cinema da Frank Capra con l’indimenticabile Cary Grant è qualcosa di terapeutico.

Una storia divertente, disinibita che sa trattare i temi scabrosi della morte, della necrofilia, della pazzia con un taglio rassicurante e grottesco compiendo una specie di rito esorcizzante contro le innate paure del genere umano.

Immaginatevi una scenografia degna della Brodway dei tempi d’oro: una casa borghese a due piani americana, luci fredde tra il verde e l’ottanio e finestre lunghe, ad ogiva, come cattedrali gotiche.

E due meravigliose e candide avvelenatrici quali Annamaria Guarnieri e Giulia Lazzarini, nel loro piccolo mondo antico fatto di pizzi e rosolio avvelenato.

Affiancate da un cast di attori straordinari in vesti antitetiche tra pazzia fredda e leggerezza fifties, le protagoniste regalano due ore di commedia senza interruzione che lascia una sensazione di grande  piacevolezza.

arsenico e vecchi merlettiUna serenità che rappresenta un ossimoro, visto che di cadaveri si tratta, ma la ricetta senza tempo di questa amatissima commedia sta proprio nel fatto che i piani di realtà vengono livellati e ci si può confrontare con l’innominabile pensandolo parte della tragedia ineluttabile della vita.

La stessa esistenza è comicità pura in quanto impossibile a qualsiasi tentativo di dominio e di catalogazione; nulla è più simile alla natura umana del paradossale e dell’ignoto.

La storia di Mortimer, giovane critico teatrale di belle speranze e delle due zie Abby e Martha, avvelenatrici di lignaggio vista la vocazione familiare alla pazzia e alla delittuosità, corre parallela al continuo seppellimento dei cadaveri nella cantina della loro casa.

Il Canale di Panama,  come lo chiama Teddy l’altro nipote psicopatico che crede di essere nientedimeno che Theodore Roosevelt, cela segreti e salme ma all’arrivo di un altro nipote efferato pluriomicida, Jonathan,  le cose si complicano.

Dopo una lunga serie di colpi di scena Mortimer scopre di essere figlio illegittimo e di non avere quindi legami di sangue con la famiglia delle zie; così decide di sposare la sua Elaine senza timore di trascinarla nel vortice della follia familiare.

Nelle sue note di regia Geppy Gleijeses ricorda l’emozione il divertimento nell’interpretare a suo tempo il ruolo di Mortimer e la grande emozione nel dirigere due tra le più grandi attrici italiane viventi: Annamaria Guarneri, straordinaria attrice drammatica, primadonna prediletta di Zeffirelli prestata al ruolo con sapienza e l’immensa Giulia Lazzarini, la musa di Strehler, che raggiunge il sublime calandosi nei panni di Abby.
E il lungo, appassionato applauso tributato dal pubblico guidato dal suo Presidente seduto con umiltà come un comune spettatore, hanno manifestato il più grande dei consensi.

La commedia sarà al Quirino fino al 19 gennaio.

ARSENICO E VECCHI MERLETTI
di Joseph Kesselring con ANNA MARIA GUARNIERI, GIULIA LAZZARINI, MARIA ALBERTA NAVELLOMIMMO MIGNEMIPAOLO ROMANOLUIGI TABITA, TARCISIO BRANCABRUNO CRUCITTIFRANCESCO GUZZO, DANIELE BIAGINILORENZO VENTURINI

Antonella Rizzo

Agnes Varda e “Le bonheur”: la felicità non è allegra

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Agnes Varda dà vita a un film amaro, di raffinata brutalità.

Titolo originale: Le bonheur
Regista: Agnes Varda
Sceneggiatura: Agnes Varda
Cast principale: Jean-Claude Drouot, Claire Drouot, Olivier Drouot, Sandrine Drouot, Marie-France Boyer
NazioneFrancia
Anno: 1965

«Adesso certamente posso guardare a un film con un’ottica molto diversa per tutto ciò che si è sviluppato in questi ultimi anni, per i libri che ho letto, o perché mi sono autoeducata in senso femminista, come facciamo tutte adesso, avendo tutte questa possibilità. Le cose mi sono più chiare ora, ma non lo erano così quando giravo Le bonheur».

Così si esprime Agnes Varda in un’intervista del 1976 [1] che colpisce per schiettezza e onestà analitica, qualità rare in un tempo già segnato da bisogni (auto)indotti di preveggenza e miti infallibili.

La ‘madre’ della Nouvelle Vague, naturalmente avversa all’uso di etichette ingabbianti, ricostruisce a posteriori il peso esercitato dalle rivendicazioni femminili nella sua poetica. A fronte di un influsso consapevolmente incamerato nelle pellicole degli anni Settanta, Agnes Varda attribuisce a una sorta di sensibilità pre-consapevole le riflessioni sviluppate in Cléo de 5 à 7 e Le bonheur, film quest’ultimo arrivato in Italia col titolo Il verde prato dell’amore.

agnes varda

Agnes Varda e il ‘realismo d’intervento’

L’attenzione – latente eppure acutissima – alla condizione della donna fa dell’opera della regista un preciso documento di denuncia, la sede di un realismo d’intervento potentemente sviluppato nella banalità della trama. Il fatto che la regista agisca, per sua precisa ammissione, sotto l’impulso di un’ancora indefinita coscienza rende i film in questione (senza dimenticare la prova de Les Créatures) un interessante campo d’indagine sulle spinte che caratterizzano il periodo, vero e proprio magma in ebollizione prima dell’esplosione contestataria.

Le pellicole di Agnes Varda come mezzo disvelante

In tal senso – adottando ancora una volta l’ottica del senno del poi – le pellicole vardaniane del pre-Sessantotto si assumono il compito di mostrare allo spettatore il fondo della normalità, il nodo invisibile di uno status quo socialmente accettato. François Chevassu afferma che la macchina dell’autrice illumina ciò che «non siamo mai stati capaci di vedere» [2] e non è merito comune quello di condurre al disvelamento per mezzo dell’arte. Le bonheur è a tal proposito un film emblematico. Precisamente inserito negli schemi del dramma amoroso, esso sviluppa una trama di spiazzante linearità, «un puro dato […] portato a termine senza traccia d’esitazione o di ripensamenti» [3].

Le bonheur

François (Jean-Claude Drouot) e Thérèse (Claire Drouot) sono una coppia felice con due figli bellissimi e un grande amore per la campagna. Nel mezzo dell’idillio cromaticamente stilizzato (è sapiente l’uso dei colori pastello da parte della Varda, la derivazione dichiaratamente impressionistica volta a riprodurre – anche in interni – le sensazioni suscitate e incarnate nel paesaggio) si colloca l’incontro di lui con Émile (Marie-France Boyer), affascinante portalettere dai tratti angelici, volto terribilmente sovrapponibile a quello della moglie. La sconcertante naturalità degli eventi conduce i due a intrecciare una relazione che nulla sottrae – nell’universo egotico di François – all’amore per Thérèse.

Maschile e femminile

Non c’è malizia nelle intenzioni del giovane, né alcun proposito di clandestinità; la felicità accresciuta da Émile è confessata alla consorte con placida schiettezza, come un dono toccato in sorte e da con-dividere con gaudio. Com’è evidente – sebbene lo spettatore sia sconcertato dalla sua remissività – Thérèse accetta il destino impostole, e dopo un ultimo singulto di gioia sparisce tra i campi. François e i bambini se ne accorgono solo al momento del risveglio, a conferma di una vicenda che segue i bio-ritmi del protagonista uomo in quanto perno dominante.

agnes varda

Instillare il dubbio

Dopo una breve ricerca Thérèse riaffiora vicino al lago, annegata nel suo abito a fiori e circondata da vegetazione. Con fotogrammi alternati Agnes Varda mostra la disperazione del marito e gli ultimi tentativi della giovane di salvarsi dall’acqua. Un espediente chiaramente volto all’instillazione del dubbio, fondamentale chiave d’accesso alla coscienza dello spettatore. Thérèse si è data la morte o è caduta accidentalmente in acqua? Il suo annaspare è sintomo di un ripensamento o piuttosto il gesto di un’estrema ribellione?

Agnes Varda e «gli alberi»

La «cornice pastorale» [4] entro cui il dramma si sviluppa trova una precisa ragion d’essere nella dichiarazione resa da Agnes Varda nel 1970, quando riferendosi a Le bonheur indicò il suo nucleo tematico nella presenza degli «alberi». «Perché gli uomini si comportano come alberi. E se osservi gli alberi da vicino, per un certo tempo, noterai che anche loro cambiano, come gli uomini. Tutti sono rimpiazzabili, si dice, ed è vero, ma solo in termini di funzioni di una persona. E così per ogni singolo albero. Unico e soggetto a cambiamento. È questa la natura» [5].

agnes varda

Simbologia vegetale

La morte di Thèrése, così come il tradimento del suo amore e la successiva sostituzione di ruolo altro non sono che fasi cicliche – pertanto inevitabili – dell’ecosistema patriarcale che Agnes Varda tratteggia con pennellate decise, affidando a colori e gesti il compito ingrato di parlare da sé. La simbologia vegetale, tanto presente nel film da assuefare sino al disgusto, accompagna lo spettatore dalla prima all’ultima scena, mettendo a punto una struttura circolare atta a mostrare la naturale introiezione di ruoli codificati.

Fiori come presagi

Sulle note dell’Adagio e Fuga in Do minore di Mozart François, Thérèse e i bambini si stagliano come figure indistinte sullo sfondo di un prato sfocato che si presenta simile – ma con colori più scuri – allorché Émile rimpiazza senza scossoni l’antica rivale in amore. Lo stesso abbigliamento della docile Thérèse reca stampato un decoro floreale che per Kaitlyn Quaranta enfatizza la sorte che a essa è assegnata: «l’essere fertile e produttiva» [6]. Il microcosmo affettivo della casa dei coniugi – brutale e asettico palcoscenico di una vita accettata – è costellato di fiori dall’aspetto posticcio, margherite e primule che sembrano preconizzare un fatale appassire.

agnes varda

L’indagine psico-sociale di Agnes Varda

La felicità che dà il titolo al film è effettivamente, e solo, quella dell’uomo che la persegue inesorabilmente, da individuo privilegiato quale Agnes Varda ce lo restituisce in accordo alla società, a una cultura del possesso che si annida persino nelle istanze rivoluzionarie del libero amore. Per François l’appagamento è un diritto inalienabile, e il buco nella trama operato dal decesso è presto ricucito dalla sostituzione di una donna con l’altra, senza che il suo idillio subisca variazioni.

Donne e lavoro domestico

Del resto Émile, stando alle parole mai peregrine di Agnes Varda, da «animal en liberté» diviene, una volta sposato l’uomo, «un pommier», pronto a donare più fiori, più mele – forse altri figli. Con le riconoscibili inquadrature al dettaglio, Agnes Varda ci mostra una donna ‘sezionata’, le cui mani intente a sistemare fiori e preparare la cena reiterano i medesimi gesti della prima moglie, intenta anche lei ad adempiere ai lavori domestici con certosino dovere.

agnes varda

Il femminismo di Agnes Varda

Ecco allora che la lucidità dell’autrice induce la pellicola a sfiorare, con sorprendente acuzie, le analisi successivamente sviluppate dalle femministe del Salario, intente a integrare un discorso sul capitale considerato fallace e incompleto. Potere femminile e sovversione sociale di Mariarosa Dalla Costa si porrà, di lì a poco, come organo propulsore per un ripensamento dei concetti cardine del marxismo, teso a forzare la nozione di ‘lavoro produttivo’ entro i confini delle case-ghetto [7].

La casa come luogo di lavoro

L’idea che l’attività della donna costituisca la ‘base invisibile’ dell’accumulazione capitalistica è (in)consapevolmente elaborata da Varda nella scena in cui François e Thérèse vengono mostrati simultaneamente nelle loro attività serali. Da un lato lui si rade; dall’altro lei prepara la cena per bambini. Rebecca DeRoo a tal proposito nota che questa «raffigurazione […] evidenza come la casa non sia un ritiro domestico per la donna, bensì un luogo di lavoro e un continuo ‘doppio turno’ dopo la fine della giornata lavorativa» [8].

agnes varda

Un lavoro d’amore?

Siamo forse lontani, con Agnes Varda, dalla concezione del lavoro extra-domestico come ‘duplice impiego’, fonte di illusoria liberazione della donna comunque costretta, tra le mura di casa, a un’attività di cura e supporto culturalmente ineliminabile. Come dimostra il confronto con l’occupazione di Émile – impiegata pubblica e con una sua cerchia sociale – la regista è senz’altro più avvezza a denunciare l’alienazione della cosiddetta casalinga, fisicamente ed emotivamente segnata da un ‘lavoro d’amore’ che assume come destino.

Cura e dovere secondo Agnes Varda

Sebbene Thèrése sia quella che Quaranta definisce «self-employed» [9] (è infatti una sarta semi-professionista), la sua attività condotta da casa la rende perfetto emblema dell’«homemaker», giacché la sua vita, come afferma DeRoo, «ruota attorno alla cura della propria famiglia» [10]. In tal senso, vien facile pensare al suicidio come conseguenza della convinzione di non aver compiuto il proprio ‘dovere’. Affiancata – e poi sostituita – da una donna che le somiglia, Thèrése si scopre guasta, incapace di rispondere a quelle esigenze che le hanno insegnato a soddisfare.

agnes varda

Un’estrema ribellione

Tuttavia c’è un’altra lettura che pare calzante. Come ricorda Massarenti, il commento di Barbara Halpern Martineau a Le bonheur parla di «un’esplosione nella testa della donna», un rumore sordo, particolare, che investe colei «che si accorge delle propria oggettificazione e di quello che le succede intorno» [11]. Il tonfo che investe Thèrése non mina alcun equilibrio nel mondo in cui vive. Rendendosi conto della sua condizione l’unico atto possibile è l’allontanamento dall’esistente, secondo un isolato (ed estremo) gesto di ribellione.

 

Tre motivi per vedere il film:

La peculiarità del cinema di Agnes Varda. Tra stilemi della Nouvelle Vague e soluzioni personalissime.
Mozart e i colori.
L’ondata di riflessioni che esso solleva.

Quando vedere il film

In una sera d’inverno, o un tiepido pomeriggio d’estate. La pellicola – come visto – segue e imita il ciclo delle stagioni.

 

Note

[1] J. Levitin, Mother of the New Wave: Interview with Agnès Varda, in “Women and Film”, n. 5-6, 1976.

[2] F. Chevassu, in “Image et son”, n. 184, maggio 1965.

[3] C. Ollier, in “Cahiers du cinéma”, n. 165, aprile 1965.

[4] K. Quaranta, Dresses and Children: The Myth of Domestic Happiness in Varda’s Le Bonheur, in “Romance e Rewiew”, 21, Language is Never Innocent, 2017, p. 1. Il numero di pagina fa riferimento alla versione in pdf del singolo articolo.

[5] G. Gow, The Underground River.Interview with Agnès Varda, in “Film and Filming”, 16, marzo 1970, poi in T. Jefferson Kine (a cura di), Agnès Varda. Interviews, Jackson, University Press of Mississipi, 2014. Quanto alla traduzione ho riportato quella di F. Massarenti in Le felicità cicliche di Le bonheur (1965), in “Speciale Ghinea #5: Agnès Varda (prima parte)”, 15 ottobre 2019.

[6] K. Quaranta, Dresses and Children, cit., p. 2.

[7] M. Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Venezia, Marsilio, 1972.

[8] R. J. DeRoo, Unhappily ever after. Visual irony and feminist strategy in Agnès Varda’s Le Bonheur, in “Studies in French Cinema”, 8.3, 2008, p. 205. La traduzione è mia.

[9] K. Quaranta, Dresses and Children, cit., p. 2.

[10] R. J. DeRoo, Unhappily ever after, cit., p. 200. Traduzione mia.

[11] B. Halpern Martineau, Subjecting her Objectification, or Communist is not enough, ed Claire Johnson Notes on Women’s Cinema, Society for Education in Film and Television”, 1973. La traduzione riportata è di F. Massarenti in Le felicità cicliche di Le bonheur (1965), cit.

 

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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Sex Education, in arrivo la seconda stagione della serie originale Netflix

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Divenuta con la sua prima stagione una delle serie più viste in assoluto su Netflix, Sex Education torna con il secondo capitolo a partire dal 17 gennaio.

In un palcoscenico affollato come quello di Netflix, pieno zeppo di serie tv provenienti da tutto il mondo in grado di nascere e morire nel giro di una settimana, Sex Education ha saputo fin da subito catalizzare su di sé l’attenzione e apprezzamento di pubblico e critica. Un prodotto confezionato alla perfezione, studiato per ritagliarsi una fetta considerevole di spazio negli spettatori di fascia adolescenziale e non solo. Il pregio è quello di averlo fatto fondendo l’irriverenza esplicita di una tematica di facile presa come il sesso ad un approccio maturo nei confronti della sessualità, utilizzando come cerniera uno spiccato e spesso brillante humour.

Con l’arrivo della seconda stagione si registra un apparente cambio di rotta nella superficie della serie. In realtà questa mantiene con invidiabile coerenza il suo punto focale. Sex Education diviene ancora di più rispetto al passato ciò che il suo titolo ha sempre richiamato, ovvero educazione sessuale.

Il suo spettro d’analisi si allarga ed abbraccia un’opera più corale e totale, sia nelle tematiche sia nel rapportarsi ai suoi personaggi.

Il centro del discorso sembra ruotare ancora attorno ad Otis (Asa Butterfield), che in realtà risulta più identificativo che effettivamente narrativo. La serie si estende maggiormente ad esplorare dinamiche e vissuti di studenti (e non solo) della Moordale School, crocevia di disinformazione ed isterismi. Abbiamo già imparato a conoscere molti degli interpreti, ma non mancano interessanti new entry che ampliano la gamma di varietà dei personaggi.

La nuova stagione sonda con più minutaggio e attenzione l’effervescente microcosmo di periferia della serie. Lo fa, in prima istanza, rinunciando a quella che era considerabile come una marca stilistica, il mostrare senza remore scene di sesso e nudi integrali. Questa dimensione viene a mancare praticamente del tutto, smussata in ogni componente ad eccezione di quella verbale. Una scelta in grado di far storcere il naso, se considerata nell’ottica di un prodotto che può aver sfruttato il mezzo come veicolo di interesse ed ora, ottenuto il suo pubblico, edulcorato.

L’analisi, però, deve andare più a fondo e comprendere il vero discorso all’interno del quale Sex Education è sempre stata inscritta.

L’attenzione alla sfera sessuale ed alla sua formazione era affidata principalmente ad Otis ed alla sua “clinica”, una sorta di confessionale a pagamento improvvisato e dalla dubbia eticità. Nella seconda stagione questo spazio è stato ribaltato, conferendo il ruolo di centro-guida in particolare ad altri personaggi, come Jean (Gillian Anderson). È l’altro lato della medaglia, con il percorso di educazione sessuale che assume davvero la sua forma in perfetta continuità con il passato.

L’approccio muta ma senza che venga snaturato il contenuto, dove ad essere approfondite sono le complesse dinamiche dei rapporti umani che precedono ed inglobano la componente sessuale. Il focus è sulla gestione dei sentimenti, in ogni loro possibile declinazione (con particolare accento sul femminile), intesi come reale ed essenziale materia da educare nel processo di avvicinamento ad un’intimità di coppia.

sex education seconda stagione

Come detto, al variare del registro Sex Education riesce a mantenere coerente l’esposizione dei suoi argomenti. Soprattutto resta aderente al racconto al quale aveva abituato i suoi spettatori, riuscendo a conservare una narrazione estremamente leggera e fruibile, in perfetta tendenza con la linea del binge-watching.

Forse, ripulendo la sua facciata, la serie rischia di perdere un pizzico di originalità e sfrontatezza che l’avevano contraddistinta. Se però avete amato il primo capitolo delle avventure di Otis & co. anche questa volta andrete sul sicuro con i nuovi episodi.

Alessio Zuccari

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No Clickbait: il significato della vera informazione

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Il 25 settembre 2019 Google ha dato a noi di CulturaMente la splendida notizia di essere stati designati da Search Console come organizzazione giornalistica europea. Naturalmente questo evento ha generato molta gioia nel team di spacciatori di cultura che, dal 2015, cercano di pubblicare su questo sito le loro idee e opinioni in modo naturale.

Negli ultimi anni la nostra missione è stata quella di diffondere dosi culturali vere: non ci siamo mai affidati al clickbait per aumentare il traffico del nostro sito.

Visto che il nostro team è composto anche da giornalisti pubblicisti, oltre che da blogger, abbiamo pensato che fosse importante informare i lettori sulle dinamiche di questa prassi ormai così comune per generare molto traffico sul web e quindi aumentare i guadagni del proprio sito diffondendo contenuti che difficilmente possono essere considerati informativi.

Viviamo in un periodo storico in cui informazione e marketing spesso confondono i propri confini ed è giusto che chi pubblica sul web venga responsabilizzato adeguatamente. I corsi dell’Ordine dei Giornalisti Nazionali hanno iniziato ad inglobare queste informazioni nel percorso della formazione continua, ma in questa fase di transizione in cui non tutti sono adeguatamente informati, ci prendere supportare i lettori con un piccolo elenco di FAQ. Fateci sapere se ci sono altre domande a cui vi interesserebbe dare una risposta!

Cos’è il clickbait (clickbaiting)?

Il clickbait è una pratica con cui, attraverso la diffusione di contenuti sul web caratterizzati da titoli accattivanti ed emozionali, che invitano l’utente a interagire (specialmente tramite commenti e condivisioni social) mira ad aumentare il traffico di un sito per ampliarne i proventi pubblicitari.

Qual è la traduzione in italiano di clickbait?

Letteralmente “clickbait” significa “click-esca”, ed è proprio questo lo scopo di questo genere di contenuti sul web: adescare lettori che clicchino e ricondividano la notizia il più possibile, rendendola virale. In italiano il termine viene tradotto con l’espressione “acchiappaclick”, come suggerito anche da Wikipedia.

Clickbait e giornalismo possono coesistere?

ere di diffondere notizie reali. Giocare con i titoli è bellissimo (del resto bisogna sempre distinguersi!), ma l’abilità di scrivere un titolo è un’arte che deve rispecchiare il contenuto di quell’articolo, ma soprattutto deve diffondere notizie vere e non pseudo-informazioni. Questo è un vero e proprio dovere nei confronti dei lettori: quindi il clickbait, pur consentendo di attirare molto traffico sul momento, rischia di far crollare la reputazione di un giornale.

Come fare clickbait?

Molti siti e giornali potrebbero essere tentati dal clickbait per fare soldi: chi non può sopravvivere con le copie cartacee vendute naturalmente deve trovare un modo veloce per “mandare avanti la baracca” e potrebbe chiedersi come fare clickbait utilizzando articoli “usa e getta”, caratterizzati da titoli molto emozionali, ma dallo scarso valore contenutistico, che però potrebbero diventare virali. La nostra risposta è: siate corretti con i lettori, sviluppate traffico organico e a pagamento con i giusti strumenti di marketing (SEO e Advertising) senza penalizzare l’informazione.

Il Clickbait è su youtube?

Sì, anche. Il clickbait può essere generato sia come articolo da condividere sui social network, ma anche come video su youtube, che mostrano un’anteprima ingannevole, che incita l’utente a cliccare per vedere il “seguito”.

Qual è il significato di “No clickbait”?

Troverete molti tutorial (anche su YouTube) che proveranno ad insegnarvi come monetizzare il traffico del vostro sito, e che avranno come titolo l’espressione “No clickbait”. Ebbene, se sarete fortunati, avrete trovato qualcuno che vuole spiegarvi come si ottimizza un sito su Google o si fanno delle inserzioni sponsorizzate su contenuti di qualità, ma soprattutto in target con i vostri utenti!

Il clickbait è consentito su YouTube e in generale?

Su YouTube nessuno vieta di pubblicare contenuti di questo genere, ma è chiaro che quando si parla di deontologia giornalistica o anche solo etica da blogger…bisognerebbe chiedersi cosa si vuole offrire ai propri lettori!

Se siete curiosi e volete approfondire il fenomeno, sappiate che è anche uscita una serie sul tema. Ecco il nostro commento.

Orgoglio e Pregiudizio Bookclub: un libro per perdersi nelle storie d’amore

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Edito da Newton Compton, Orgoglio e Pregiudizio Bookclub è il libro perfetto per chi ama perdersi nelle storie d’amore.

Se siete alla ricerca di un romanzo rosa che vi faccia staccare la testa dai mille impegni della vita quotidiana, Orgoglio e Pregiudizio Bookclub può essere quello che fa per voi.

Ambientato nella piccola città di Berecombe, racconta le storie di tre ragazze, molto diverse tra loro ma con un desiderio comune: trovare l’uomo che le completi e la ami così come sono. Tash è un’agente immobiliare che sembra vivere una vita da rivista patinata, ha un lavoro che ama, una casa da sogno e un uomo che esaudisce ogni suo desiderio; ma quello che appare agli occhi degli altri non è quello che Tash realmente vive ogni giorno. Emma invece è l’irriverente collega e amica di Tash, con una vita familiare che la sta soffocando e un fidanzato di vecchia data che forse non ama più come prima. E poi c’è Amy, l’impacciata direttrice della nuova libreria di Berecombe, timida e insicura, vorrebbe finalmente trovare quel principe azzurro che le rivoluzioni la vita.

Le storie di queste tre ragazze si intrecciano tra gli scaffali della nuova libreria quando Amy decide di avviare un bookclub. Le tre si ritrovano alla prima riunione del club del libro quando fra discussioni, battibecchi e battute, il gruppo decide che il primo libro da leggere sarà proprio Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Il libro di Orgoglio e Pregiudizio diventa il collante delle loro storie.

Incontro dopo incontro, le discussioni sui libri si intrecciamo agli sviluppi delle vite personali e professionali delle tre ragazze. Tash cerca di liberarsi da una relazione tossica, Emma mette in discussione la sua storica relazione ed Amy si crogiola nella sua quotidianità, con autostima che cola a picco.  

Tutto si può risolvere se c’è un buon libro a farti compagnia.

I libri sono una costante in questo romanzo rosa che mi ha letteralmente conquistata. A volte, ammetto di aver bisogno di liberare la mente e di leggere qualcosa di veramente leggero; Orgoglio e Pregiudizio Bookclub è un libro che ha svolto questa funzione alla perfezione. La storia è raccontata in modo semplice e lineare, ma riesce ad essere sempre coinvolgente ed emozionante. L’espediente di scegliere tre protagoniste così diverse fra loro, consente all’autrice Georgia Hill di analizzare aspetti caratteriali differenti delle tre donne, sfaccettature in cui ognuna di noi può facilmente rivedersi.

Unico aspetto negativo che mi sento di sottolineare è la scelta di dividere in tre parti il libro, ognuna delle quali raccontata dal punto di vista di una delle tre protagoniste. Trovo che questa scelta spezzi l’incedere della narrazione che, nel punto di massima intensità, passa rapidamente da un personaggio ad un altro. Anche se in realtà le tre ragazze sono presenti con fugaci apparizioni anche nella parte dedicata ad un’altra, avrei preferito che le vicende si fossero sviluppate contemporaneamente piuttosto che in modo consecutivo.

Tuttavia, Orgoglio e Pregiudizio Bookclub è un libro che vi consiglio, da leggere rigorosamente sotto le coperte con una tazza di the o cioccolata calda al vostro fianco.  

Simona Specchio

Sanremo 2020: chi si esibirà sul palco dell’Ariston?

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Il Festival si avvicina e, come ogni anno, con un po’ d’anticipo, è stata resa nota la lista dei cantanti di Sanremo 2020.

Dal 4 all’ 8 febbraio su Rai 1 potremo intrattenerci con le esibizioni dei seguenti artisti:

  • Achille Lauro (ha partecipato a Sanremo lo scorso anno)
  • Alberto Urso (prima volta all’ Ariston)
  • Anastasio (prima volta all’ Ariston)
  • Diodato (ha partecipato alla competizione nel 2018)
  • Elettra Lamborghini (prima volta all’ Ariston)
  • Elodie (ha partecipato nel 2017)
  • Enrico Nigiotti (ha partecipato lo scorso anno)
  • Francesco Gabbani (ha partecipato nel 2017)
  • Giordana Angi (ha partecipato nel 2012 nella sezione Sanremosocial)
  • Irene Grandi (ha partecipato nel 2015)
  • Junior Cally (prima volta all’ Ariston)
  • Le Vibrazioni (hanno partecipato nel 2018)
  • Levante (prima volta all’ Ariston)
  • Marco Masini (ha partecipato nel 2017)
  • Michele Zarrillo (ha partecipato nel 2017)
  • Morgan con Bugo (Morgan ha partecipato nel 2016 come membro dei Bluvertigo, mentre per Bugo è la prima volta all’ Ariston)
  • Paolo Jannacci (prima volta all’ Ariston)
  • Piero Pelù (prima volta all’ Ariston)
  • Pinguini Tattici Nucleari (prima volta all’ Ariston)
  • Rancore (lo scorso anno è salito sul palco con Daniele Silvestri)
  • Raphael Gualazzi (ha partecipato nel 2014)
  • Riki (prima volta all’ Ariston)
  • Rita Pavone (la sua ultima volta sull’Ariston risale al 1972)
  • Tosca (la sua ultima volta sull’Ariston risale al 1996).

Tra i cantanti di Sanremo 2020 ci saranno quindi volti molto noti del panorama musicale italiano come Irene Grandi, Zarrillo, Pelù e Masini, ma anche artisti emersi nell’ambito di talent televisivi come Alberto Urso, Riki e Giordana Angi.

Non mancano neanche i cantautori che vengono considerati portavoce dell’indie italiano come Levante e Pinguini tattici nucleari.

Cosa pensiamo noi della redazione di questa lista di cantanti di Sanremo?

Ognuno di noi quando ha letto chi saranno gli artisti in gara si sarà già creato delle aspettative e, pur non avendo ancora ascoltato le canzoni, starà già intimamente tifando per qualcuno.

Ecco a voi i nostri cantanti preferiti sulla carta.

Valeria propone la sua top 3…

  1. Raphael Gualazzi. È il mio preferito su tutti. Salito alla ribalta nel 2011 grazie alla vittoria al Festival di Sanremo, tra i “giovani”, con “Follia d’amore” Gualazzi ha sempre provato ad unire la sua grande passione, il jazz, con sonorità più pop.  Lo ricorderete per singoli come L’estate di John Wayne.
  2. Levante. Levante, nome d’arte di Claudia Lagona, è una cantautrice di origini siciliane trapiantata a Torino. Dall’esordio esplosivo con il singolo Alfonso (2013) non si è più fermata. È conosciuta dal grande pubblico grazie alla sua partecipazione come giudice a X Factor.
  3. Pinguini tattici nucleari. Mai mi sarei aspettata di trovarli tra i cantanti di Sanremo 2020. La band, composta da Riccardo Zanotti alla voce, Nicola Buttafuoco e Lorenzo Pasini alla chitarra, Simone Pagani al basso, Matteo Locati alla batteria ed Elio Biffi alla tastiera, fisarmonica e voce, fa parte del panorama indie italiano.

Ambra propone la sua top 3…

  1. Diodato. Lui è un altro giovane ragazzo appartenente alla scena Indie che però non ha lo stesso successo di molti altri cantanti molto in voga tra i Millenial. E’ stato già due anni fa a Sanremo, insieme a Roy Paci, con Adesso, una canzone dal testo bellissimo che mi è rimasto nel cuore i primi mesi del 2018. L’anno scorso invece ha partecipato alla serata dei duetti per Ghemon con i Calibro 35, in uno stupendo riarrangiamento di Rose Viola: la sua voce creava un contrasto armonioso con quella di Ghemon! Ho molta fiducia nel ragazzo e spero di essere sorpresa positivamente con un bel pezzo proprio come è successo l’anno scorso con Mahmood!
  2. Raphael Gualazzi. Gualazzi è uno degli artisti italiani sottovalutati e spesso poco citato fra gli artisti di talento. Lui è la prova che un artista, può suonare lo stile che vuole e farlo piacevole al pubblico. Sembra facile ma in realtà non lo è, perché è facile cadere nel commerciale e far perdere così spessore al brano. Ho alte aspettative da lui, spero di non essere delusa.
  3. Irene Grandi. Lei è una grandissima donna, di talento, ed una delle poche a fare rock! Non conosco le motivazioni per cui lei sia sparita quasi del tutto negli ultimi anni, ma mi auguro (e auguro anche a lei) che la sua partecipazione al Festival di Sanremo quest’anno le dia di nuovo il via per far ripartire la sua carriera e farci sentire la sua voce e la sua musica. Come successo a Paola Turci due anni fa.

È stato difficile scegliere solo tre cantanti di Sanremo 2020, perché quest’anno, tranne un gruppetto di cantanti o presunti tali, ci sono degli artisti in gara che apprezzo molto.

Oltre ai tre preferiti, sono molto curiosa di ascoltare anche i Pinguini Tattici Nucleari e Levante, che già mi ha sorpresa con questa notizia, dato che il suo ultimo album, Magmamemoria, è uscito pochi mesi fa.

Alessia propone la sua top 3…

  1. Enrico Nigiotti. L’anno scorso la canzone Nonno Hollywood per me meritava il podio, quantomeno. È un cantautore che a mio avviso ha molto potenziale.
  2. Irene Grandi. È una cantante che non si vede in giro da un po’, ma che solitamente si fa riconoscere. A mio avviso potrebbe stupire: mi piacque molto il duetto con la Bertè lo scorso anno.
  3. Piero Pelù. Ha una voce unica che ha cantato bellissime canzoni. Sparito da un po’ (almeno dal mio radar), voglio vedere come si reinventa!

Simona propone la sua top 3…

  1. Enrico Nigiotti. Dopo la partecipazione dello scorso anno con Nonno Hollywood, toccante dedica a suo nonno, Nigiotti si ripresenta anche quest’anno sul palco dell’Ariston. Ci toccherà preparare nuovamente i fazzoletti?
  2. Pinguini Tattici Nucleari. Da appassionata e sostenitrice dell’indie italiano, leggere il nome della band mi ha sorpresa e incuriosita allo stesso tempo. La scelta del Festival di aprirsi a nuovi generi musicali come il rap e l’indie negli ultimi anni, dimostra ancora una volta il tentativo della direzione artistica di svecchiare la kermesse sanremese.
  3. Elodie. Reduce dai tormentoni estivi di successo, l’ex allieva di Amici di Maria de Filippi torna sul palco dell’Ariston per la seconda volta. Nel 2017 con il brano Tutta colpa mia si era piazzata all’ottavo posto. Quest’anno riuscirà a fare meglio?

Fuori dalla mia top 3, non posso non citare l’esordio di Elettra Lamborghini. Già da tempo si vociferava di una sua possibile partecipazione al Festival, ora non ci resta che aspettare per ascoltare quale brano porterà in gara. Twerkerà in prima serata su Rai Uno? Staremo a vedere.

Chissà se le canzoni e le interpretazioni dei cantanti di Sanremo 2020 ribalteranno queste top 3.

Se volete farvi un’idea dei lavori precedenti degli artisti in gara ecco una playlist con i loro brani più conosciuti:

Valeria de Bari

con la collaborazione di Ambra Martino, Alessia Pizzi e Simona Specchio.

Abbigliamento invernale, calde ma con eleganza

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Il freddo è nemico della moda, dice qualcuno: niente di più sbagliato! Sebbene in alcuni casi il timore delle basse temperature ci spinga ad intabarrarci come se stessimo per partire per l’Antartide, in realtà basta scegliere i capi e i tessuti giusti per stare al caldo ma senza rinunciare all’eleganza o anche solo alla femminilità di indossare un bel vestito.

La moda recente è decisamente più attenta ad offrirci una discreta varietà di cappotti, cappe, maglioni, gonne e quant’altro che sappia coniugare questo tipo di esigenza. I cappotti, ad esempio, sono ottimi alleati per stare al caldo e rimanere eleganti, un capo che riesce ad essere sempre attuale e che quest’anno va particolarmente di moda nella sua versione doppiopetto o in quella più glam in similpelliccia, magari con fondo animalier leopardato, ideale per le serate più mondane.

Naturalmente, non passa mai di moda il piumino, lungo o corto che sia, meglio se scelto in un colore allegro come il fucsia e in un tessuto particolare, come il taffettà o il raso tecnico. Trend degli ultimi anni è anche il parka imbottito, dal gusto sportivo e pratico, perfetto da indossare di giorno.

Ottime da abbinare in ogni occasione sono le cappe e le mantelle, capi che negli ultimi anni hanno avuto un revival davvero interessante e che ben si prestano a essere declinati in diverse versioni e occasioni. Possono essere scelte sia a fantasia, che a tinta unita, prediligendo i colori del momento come il nero, l’ottanio, il ruggine, il senape o in stampa animalier zebrata, leopardata o pitonata, per un look decisamente grintoso e sensuale.

Proprio cappe, mantelle e poncho sono perfetti da abbinare ai vestiti lunghi con o senza maniche, così che si possa stare calde e, all’occasione, sfilare il capospalla e godersi la serata. Ad esempio, l’abito sottoveste con pizzo e top di Twinset è assolutamente fantastico per un aperitivo o una serata, ma indossato con la cappa in panno velour color cammello dello stesso brand italiano acquista un valore aggiunto unico, conferendo eleganza all’insieme e consentendoti di restare al caldo senza rinunciare ad essere sexy.

Un abbinamento del genere è un successo assicurato, sia in termini di stile, che di vestibilità, da copiare ad ogni costo!

Per ciò che concerne i maglioni, invece, indispensabile è il cachemire, un tessuto di pregio e termoregolatore, che la moda ci propone declinato in maglioni oversize o corti, con collo impreziosito da piume o cristalli, così non rinunciare allo stile, neanche in ufficio! Altro tessuto da avere nel proprio guardaroba 2019-2020 è il mohair, morbidissimo e anch’esso pregiato, con il quale vengono realizzati sia maglioni, che abiti e capispalla: davvero irrinunciabile!

Per ciò che concerne gonne e pantaloni, invece, la moda ci consiglia diverse opzioni interessanti, realizzate con tessuti particolari e mixando stili anche molto diversi fra loro. Ad esempio, non sarà difficile imbattersi in pantaloni jogging carichi di paillettes oppure pantaloni dalla linea dritta impreziositi da volant e pizzo macramè. Immancabilmente trendy sono le gonne e i pantaloni in similpelle neri, un capo rock, che se abbinato con gusto riesce ad essere indossabile anche di giorno.

Hong Kong ora: le proteste e il movimento democratico

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Miei cari amici da tutto il mondo, per favore non restate indifferenti”. Era questo il messaggio di un amico, il cui nome, data la situazione, devo celare. Nato e cresciuto a Hong Kong, ora studia nel Regno Unito dove, tempo fa, ci siamo conosciuti. Il suo paese sta vivendo da mesi il tormentoso preludio di quella che potrebbe diventare una vera guerra civile.

Hong Kong, ex colonia britannica e ora Regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese, è, in realtà, un paese pedina dei giochi di potere tra Cina e Stati Uniti. Una democrazia fragile, dove la gente chiede solo una cosa: essere libera.

A chilometri di distanza rispondo al richiamo di aiuto di un amico, consapevole che un primo passo contro l’indifferenza è l’informazione. Traduco quindi per voi le sue parole, assolutamente convinta che la conoscenza del nostro mondo e del presente possa scuotere le coscienze e condurre tutti verso un futuro migliore.

Cristiana F Toscano

Il Movimento Democratico di Hong Kong

Io spero che questo articolo su cosa sta succedendo a Hong Kong questi giorni possa raggiungere più lettori possibili. Ciò che sta accandendo adesso non riguarda esclusivamente Hong Kong. Tutto è cominciato con un veloce incatenarsi di eventi.

Inizialmente c’è stato l’annuncio, da parte del governo, del disegno di legge di estradizione. Per farla breve, la legge avrebbe permesso a Hong Kong di trasferire e trattenere le persone ricercate in paesi e territori con i quali il governo non ha accordi formali di estradizione, tra cui Taiwan e la Cina continentale.

In origine questa legge era stata pensata per perseguire a Hong Kong un uomo che era ricercato a Taiwan per l’omicidio della sua fidanzata.

Comunque, la maggior parte dei cittadini, avvocati, professionisti e critici, sostengono che la legge avrebbe consentito praticamente a chiunque nel paese di essere preso e detenuto nella Cina continentale, un paese in cui chi giudica deve seguire gli ordini del Partito Comunista.

È così che le proteste a Hong Kong sono iniziate, cinque mesi fa. Ma ora quelle che erano solo proteste si sono tramutate nella brutalità della polizia contro le persone. E tutto questo è cresciuto esponenzialmente in soli cinque mesi.

L’odio e la rabbia e la ciecità da entrambi i lati sono assurdi.

Non c’è un modo di mettere fine alla rabbia di noi civili, se il governo non risponde alle nostre domande. E adesso ciò che è più urgente è controllare la forza della polizia e la sua brutalità.

Perché i “ribelli”, chiamati così dal governo, continuano a manifestare?

Perché chi protesta non si è ancora fermato?

La verità è che questo succede principalmente perché la polizia ha urlato insulti, parolacce, deriso e umiliato i manifestanti. Si è comportata senza professionalità, sino ad arrivare alla violenza durante le proteste. E negli ultimi due mesi le azioni della polizia contro la gente sono peggiorate.

Circolano voci a proposito di studenti e manifestanti che sono stati forse assassinati o sono stati spinti a suicidarsi, che sono stati violentati e che molte morti siano dovute alla violenza degli agenti di polizia.

Ma di queste voci di cui io parlo non ci sono ancora conferme. Sono in questo momento folklore e propaganda da parte dei manifestanti e dei cittadini di Hong Kong.

Ma io ho bisogno di scrivere questo articolo perché ci sono atti di violenza commessa dalla polizia tra le strade che sono documentati e possono essere visti nei video su internet, dozzine di persone sono ferite dagli spray al peperoncino, dai gas lacrimogeni, dai proiettili di fagioli e persino da proiettili veri.

Queste non sono voci, sono fatti che possono essere visti ovunque.

Questa di oggi non è l’Hong Kong in cui io vivevo

Il motivo per cui tutto questo mi fa sentire arrabbiato e spaventato è che io amavo il luogo dove sono cresciuto. Ero così orgoglioso di Hong Kong, ma questa di oggi non è l’Hong Kong in cui io vivevo.

L’altro motivo per cui io voglio diffondere questo articolo è perché così tanti media, così come la propaganda, le pagine online e i netizen, che sono pro-Cina, dicono che i manifestanti stanno rovinando questa città, continuando la disobbedienza, decidendo di non collaborare e causando il chaos. Che tutti questi danni, distruzioni e feriti sono causati dai manifestanti.

Tuttavia, io non la vedo così

Tuttavia, io non la vedo così. La gente potrebbe pensare che loro hanno distrutto Hong Kong. Io posso capire perché lo pensino. Inevitabilmente alcuni dei manifestanti possono commettere dei crimini. Possono prendere parte a proteste illegali che non sono approvate dal governo.

Nondimeno, la polizia continuamente infrange la legge. Loro hanno il potere di mantenere la pubblica sicurezza, ma questo non vuol dire che possono infrangere la legge. Si suppone che gli uomini della polizia debbano controllare le proprie emozioni ed essere professionali.

Ma quello che possiamo vedere è che usano la loro forza per violare i civili senza seguire alcuna regola e senza controllare la loro disciplina.

L’11.11.2019, un ragazzino che non possedeva alcuna arma è stato colpito da un poliziotto in un braccio con un proiettile. L’agente di polizia non era un’agente antisommossa, non stava in quel momento fermando nessuna protesta. Doveva condurre il traffico, assicurandosi che le persone non fossero fuori strada. Ma aveva una pistola che spara alla gente. Le forze di polizia di Hong Kong ancora affermano che le loro vite sono in pericolo, quindi hanno scelto la giusta quantità di protezione per sparare alla gente.

Questo è completamente assurdo. Il ragazzino era solo un manifestante che stava andando incontro alla polizia senza armi. La polizia poteva ammonirlo, costringerlo a fermarsi o addirittura arrestarlo. Ma ovviamente non è necessario sparare a nessuno. Questa è stata una totale mancanza di controllo degli agenti di polizia e questo è un esempio della brutalità della polizia a Hong Kong

Vorrei dire un’ultima cosa, come cittadino di Hong Kong

Vorrei dire un’ultima cosa, come cittadino di Hong Kong: noi stiamo inseguendo i valori fondamentali di libertà, autonomia e democrazia che i cittadini di Hong Kong dovrebbero meritare come prima cosa. I manifestanti stanno davvero cercando di far sentire la propria voce, sperando che il governo possa rispondere alle nostre cinque richieste. 

  • Ritirare la caratterizzazione per i manifestanti come “ribelli”
  • Aprire una indagine indipendente sulla brutalità della polizia
  • Amnistia per manifestanti arrestati
  • Suffragio universale
  • Ritirare il disegno di legge sull’estradizione (per ora ritirato)

Infine, se a te importa la democrazia, se ti stanno a cuore la libertà e i diritti umani, per favore unisciti a noi. Quello che chiedo è di aprire gli occhi per poter riconoscere che siamo nella situazione in cui i regimi tolgono i diritti alle persone. E noi dovremmo combatterlo come una comunità solidale.

hong kong ora
Hong Kong di notte, foto dell’autore dell’articolo (come anche quella di copertina)

Pretty woman, la favola moderna che ogni persona romantica vorrebbe vivere

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“Resta! Non perché ti pago, non perché te lo chiedo io; ma perché lo vuoi tu”

Titolo originale: Pretty woman
Regista: Garry Marshall
Sceneggiatura: J.F.Lawton
Cast Principale: Julia Roberts, Richard Gere, Hector Elizondo, Ralph Bellamy, Jason Alexander, Laura San Giacomo
Nazione: USA
Anno: 1990

Per iniziare il nuovo anno nel migliore dei modi, per quello che mi riguarda, non c’è niente di meglio di un film d’amore. “Perché ti senti solo?” potrebbe domandare qualcuno. Semplicemente, per dare un’oggettiva visione positiva ai giorni che sono in arrivo.

Quattro film romantici che tutti i piagnoni dovrebbero vedere almeno una volta

E quale film ci dona un’idea di positività e speranza della realizzazione di una favola, nel mondo del cinema romantico? Beh per me, Pretty woman, film del 1990, con Richard Gere e Julia Roberts, con la regia di Gerry Marshall.

La trama è semplice e ha ispirato tante altre in seguito.

Edward Lewis (Gere) è un miliardario e si trova a Los Angeles per concludere un affare. Cercando la strada per il suo albergo, chiede informazioni a Vivian (Roberts), una giovane prostituta, la quale si propone di accompagnarlo personalmente in cambio di una piccola somma di denaro: una cosa poco importante per Edward e vitale per lei. L’uomo accetta e la ragazza lo accompagna, aumentando sempre più la cifra, fino in camera e arrivando a passare la notte con lui.

Pretty woman film

La personalità della giovane colpisce Edward: è fuori dagli stereotipi di quel genere di donna. Decide quindi di stringere un patto con lei: rimanere con lui per un’intera settimana, in cambio di 3000 dollari. Dovrà essere una sua “dipendente” (non quindi una schiava) e poi ognuno tornerà per la sua strada. Vivian è al settimo cielo, anche perché con quei soldi non solo potrà pagare l’affitto arretrato per lei e la sua collega-maestra-coinquilina Kit (San Giacomo); ma potrà anche lasciarsi qualcosa da parte. Un affare!

Una settimana, però, è abbastanza per far si che nasca qualcosa.

Anche Edward ha qualcosa che colpisce Vivian: malgrado il loro rapporto, lui non la tratta come una prostituta ma…come una donna. La porta con sé agli eventi d’affari, presentandola come amica; le compra vestiti e la difende dai mal-pensanti superficiali. La loro unione si trasformerà da mera sessuale a una più profonda. Sette giorni però passano anche in fretta: cosa accadrà quando Edward andrà via?

Pretty woman film

Pretty woman è un film, per me, che dà sempre una speranza nel cuore. La sua trama è praticamente quella di una favola.

Una favola per alleggerire i cuori pesanti

Ci sono tanti riferimenti a Cenerentola. Partiamo dal sogno di Vivian. Questa, durante il film, racconta che, da piccola, la sua matrigna la chiudeva in camera quando faceva la cattiva; e lei, durante quella punizione, sognava che un cavaliere su un cavallo bianco, con l’armatura argentata, veniva a salvarla, impugnando una spada. Matrigna e cavaliere sono già due ingredienti. Quando però, parlando con Kit, lei ammette ciò che prova per Edward e questa le dice di provarci perché, a volte, funziona; Vivian domanda

Quando ha funzionato? Dimmi un nome!

Kit risponde proprio…Cenerentola (anche se lo dice in una maniera più ironica, ma facilmente bannabile)

Il pubblico sogna con lei e si lascia trasportare in questa pulita storia d’amore che nasce solo perché deve nascere.

Un amore che parte solo fisico e in silenzio, senza il minimo coinvolgimento, con la televisione accesa, durante un “moquette party”; fino a diventare completo, con gli occhi uno su l’altro, circondati solo da una tenue luce.

Il film ovviamente è reso magistrale soprattutto per la scelta del cast.

I protagonisti sono entrambi divenuti tali, dopo una lunga serie di defezioni. Pochi sanno infatti che tra gli interpreti scelti per Edward si erano fatti i nomi di Daniel day Lewis e Danzel Washington; e per lei, oltre Michelle Pfiffer, si era pensato anche a Valeria Golino.

Julia Roberts con questo film divenne una star, ottenendo la sua prima candidatura all’Oscar. Sono a loro agio, anche nei momenti d’intimità, ma sono anche (oggettivamente) entrambi nel loro maggior momento di splendore.

Per capire la magia della loro complicità, esiste un curioso aneddoto che riguarda una scena.

Durante il film, Edward porta Vivian all’Opera. Prima di andare via, le mostra un gioiello, preso in affitto, che vorrebbe che lei indossasse quella sera. Nel vedere il cofanetto aperto, la ragazza prova a prenderlo, ma lui le fa uno scherzo, chiudendolo di scatto, dando vita a una splendida risata da parte di lei. In realtà, questo scherzo nel copione non era presente: è stata un’idea di Richard Gere per giocare con la sua giovane collega. Il ridere gaio e sincero di Julia Roberts ha, però, convinto il regista Garry Marshall a lasciare il momento impresso nella pellicola, creando una delle scene più note degli anni ’90.

Pretty woman film

Altri interpreti meritano una menzione speciale.

Pensiamo a Hector Elizondo, nei panni del puro direttore dell’albergo Thompson: un esempio della nobiltà, d’animo e nelle maniere, di alcune figure che fanno parte di quel mondo. Magistrale anche Jason Alexander, nel ruolo viscido dell’arrampicatore sociale; così come Laura San Giacomo, nella parte di una ragazza che non vuole più di ciò che ha (o forse si..). Interessante anche il cameo, non irrelevante, di Ralph Bellamy che interpreta l’anziano Morse: anche lui talmente dignitoso in ogni situazione, da omaggiare, nella vita e nel lavoro, la cosiddetta “vecchia scuola”.

Altra cosa del film di Pretty woman è la colonna sonora.

La canzone che dà il titolo al film è, forse, tra le più famose del cinema, anche perché molto riutilizzata in seguito.

Inoltre, ma questo da anni già è noto, la musica che Richard Gere suona nella hall dell’albergo, prima dell’arrivo di Julia Roberts, fu composta dallo stesso attore.

Pretty woman, insomma, è un film che non smetterà mai di illudere tutti noi che le favole non sono solo scritte, perché…ogni tanto funziona!

3 motivi per vedere il film:

  • Julia Roberts, bella e bravissima, in questo film più che mai
  • Hector Elizondo, dalla classe e dall’ironia british, anche se molto americano
  • Per avere un po’ di dolcezza quando se ne ha voglia

Quando vedere il film:

La sera. In coppia è perfetto. Da soli anche, ma si deve aver voglia di farsi del bene: può avere effetti collaterali in momenti di depressione.

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Mamma ho perso l’aereo: il cult natalizio che ameremo per sempre

Francesco Fario

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Assicurazione auto, come cambia il prezzo nelle diverse Regioni italiane

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Regione che vai, premio assicurativo che trovi. È questa, in sintesi, la situazione nel Bel Paese per quel che concerne la spesa destinata al costo dell’assicurazione auto. Una spesa, come confermano gli ultimi dati, che pesa non poco sul bilancio delle famiglie italiane.

Per alcune la situazione è più difficile che per altri. Secondo uno studio effettuato negli ultimi mesi, infatti, in Italia c’è una netta differenza tra le diverse Regioni per quanto riguarda il premio assicurativo. A parità di condizioni, le polizze auto della Campania sono molto più care rispetto a quelle del Piemonte, della Lombardia e della Valle d’Aosta.

La spiegazione di questa divergenza sarebbe riconducibile a diversi fattori, tra cui il numero di frodi e la frequenza degli incidenti che si verificano in alcune località piuttosto che in altre. Inoltre, nei distretti dove l’assicurazione auto è più cara, è più rimarcata la presenza di vetture sprovviste di assicurazione auto. Un fenomeno, questo, che riguarda principalmente le regioni del sud Italia.

Come abbiamo visto, dunque, la Campania è anche la Regione dove ci sono le tariffe più alte per l’RC auto. Nel territorio campano la provincia di Caserta è quella che spende di più di premio assicurativo. Segue poi la provincia di Napoli e quella di Salerno.

Al contrario, Aosta è la città d’Italia dove si spende di meno per le polizze assicurative.

Per riuscire a risparmiare è utile richiedere un preventivo assicurazione auto a compagnie online come Genertel, che potrebbero garantire prezzi più sostenibili, ed in grado di dare manforte ai guidatori delle Regioni più svantaggiate, senza dover rinunciare ad elementi quali sicurezza e tutela della polizza.

Tornando alle divergenze sui prezzi, sul fronte delle città spiccano Milano, Roma e Genova tra le città dove il numero di sinistri è più elevato. Ciò che incide maggiormente sul costo è il rischio di comportamenti fraudolenti.

In questo caso, la Campania si posiziona al primo posto avendo una percentuale maggiore di frodi rispetto ai sinistri registrati.

Altro elemento che fa riflettere, è la differenza di costi tra l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione Europea. Gli italiani, infatti, pagano ancora importi molto più alti rispetto a quanto corrisposto dai cittadini degli altri Stati europei.

E questo nonostante il fatto che il valore dei sinistri incida per una percentuale che sfiora l’1% sul costo totale dell’assicurazione. Bisogna, dunque, trovare una soluzione definitiva al problema del caro assicurazioni che grava in maniera importante sulle tasche degli italiani. A partire dalla scelta di una compagnia diretta.

“A che servono gli uomini?”, una commedia musicale dalla trama sempre attuale

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Nel 1988, al Teatro Sistina di Roma, andò in scena per la prima volta la commedia “A che servono gli uomini?“, con una squadra d’eccezione: Iaia Fiastri alla sceneggiatura; Giorgio Gaber alle musiche e, in scena, personalità come Ombretta Colli, Marisa Merlini, Pino Quartullo e Stefano Santospago.

Una storia curiosa, degna della produzione firmata Garinei e Giovannini, dove la protagonista Teodolinda (detta Teo) vive serena il suo stato di single. Vive da sola, con un lavoro che le piace e fiera della sua assenza di relazioni con personaggi del sesso opposto. Manca una cosa però per rendere la sua vita perfetta: un figlio.

Le cose cambiano quando scopre che il suo vicino di casa, il timido e impacciato Gianni Padovan, è un ricercatore presso un centro di inseminazione artificiale. Con la scusa di saperne di più, si reca al laboratorio del vicino e decide di…auto-iniettarsi una fiala.

Tutto segue un naturale percorso, finché la svampita Samantha, che lavora con Teo, non le insinua una serie di dubbi riguardo “l’ereditarietà” genetica. Nasce così la voglia, da parte di Teo, di scoprire qualcosa sul padre del bambino e cerca di farselo dire da Gianni, il quale non può per il celebre giuramento di Ippocrate. Nel discorso però, Gianni si lascia sfuggire l’informazione che una volta anche lui ha “donato” presso il suo centro. Teo allora gioca la carta della curiosità: e se il padre fosse lui?

Si viene a scoprire che il donatore in realtà è un certo Osvaldo Menicucci, donnaiolo, mammone e senza la benché minima voglia di farsi una famiglia.

In una serie di strane coincidenze, tutti i personaggi s’incontreranno, mentre Teodolinda proseguirà il suo piano, che non avrà solo a che vedere con il bambino…

Il testo di Iaia Fiastri è di nuovo in scena, fino al 6 gennaio, al Teatro Quirino di Roma, con la regia di Lina Wertmuller e con protagonista Nancy Brilli.

 

Iaia Fiastri

Premessa. Ogni spettacolo, per essere degno di questo nome, deve avere delle sue originalità. Come già scrissi una volta per Aggiungi un posto a tavola (sempre una commedia di Garinei e Giovannini e firmata Iaia Fiastri), non si può vedere uno spettacolo pensando che copi uno di quelli visti in passato. Mancherebbe di rispetto al passato e al presente. Bisogna essere preparati a dei cambiamenti.

Aggiungi un posto a tavola, quel sentimento che ferma…il diluvio

Dipende però da quali.

Non possiamo criticare certamente la Maestra Wertmuller: è una Dea e il suo Oscar alla carriera ne ha dato un piccolissimo esempio. Però alcune scelte sono molto opinabili. Lo spettacolo è poco fedele, quasi per niente, all’opera originale. Possiamo giustificare il fatto che ,(per quanto se ne sappia) dal punto si vista professionale, è la seconda messa in scena di questo copione, il che rende, purtroppo, inevitabile fare riferimento alla prima edizione.

Partiamo dalla sceneggiatura, diversa da quella di Iaia Fiastri.

I tempi cambiano e affrontare un tema come quello dell’inseminazione artificiale, oggi come ieri, è un sinonimo di coraggio, per me: coraggio applaudito. Anche Iaia Fiastri sarebbe stata d’accordo. È giusto cambiare qualche battuta, incalzare il ritmo, togliere qualche banalità che il nuovo pubblico 2.0 potrebbe non capire. La trama però è molto diversa e, se non si è visto una precedente versione, ci si perde facilmente.

La scenografia iniziale, per esempio, ci porta in casa di Teo. L’opera dell’88 era al Sistina, con i suoi palchi girevoli. Qua invece la casa di Teo e Gianni è separata da due porte vicine…e basta. Le due scene si svolgono quasi contemporaneamente e gli spazi, a volte, sono usati tanto per una scena singola quanto per quelle da coppia: una mossa che può distrarre. Discutibile ai limiti del dibattito la scelta del finale diverso. Troppo “buonista”, cambia completamente il senso della commedia: pieno disaccordo.

Altra discutibilità è il cambio del cast.

Viene, infatti, aggiunta la figura di un escort uomo (interpretato da Nicola d’Ortona). È una curiosa presenza che crea dei momenti anche di ilarità: esempio calzante, lo spogliarsi davanti a Fioretta Mari. Un personaggio fiero ma impacciato, capace di muoversi tranquillamente: niente quindi da ridire all’attore, che fa bene ciò che gli viene chiesto. Non si capisce però la sua importanza ai fini della storia e alcune scene che coinvolgono una figura come d’Ortona (con un curriculum di tutto rispetto, forse sprecato per un personaggio come questo) risultano noiose e inutili. Si pensi al ballo con Samantha: ci mostra sì le capacità dei due attori, ma porta lo spettatore a non pensare alla trama.

Altra discussione: le musiche.

Stiamo parlando di Gaber e quindi qualcuno penserà che voglia difendere un personalità importante del panorama della canzone italiana. Non è però così. Come detto all’inizio, ogni spettacolo si deve adeguare: le musiche non sono da meno. Non solo però ai tempi, ma agli stessi interpreti: chiunque dirige o recita lo sa! Qua però ci sono delle scelte che andrebbero analizzate. Alcune canzoni sono state tagliate, come quella iniziale o quella del laboratorio, ma per queste si può soprassedere: non sono importanti.

Perché, però, tagliare proprio quella che dà il nome allo spettacolo?

Ha un inizio quasi in stile rap, cambiato: interessante, se non addirittura molto curioso e da ascoltare.

Il rap negli anni ’90: la playlist di CulturaMente

Poi…il taglio! Nessuna reprise, se non dialogata. Perché? Per inserire la “Torpedo blu”, che nello spettacolo non è presente? Non se ne capiscono le motivazioni

Parliamo ora del cast.

Di d’Ortona abbiamo già detto. Daniele Antonini è a sua agio nei panni di Menicucci. Si muove bene, è intonato e ci dona una figura leggermente più coatta, ma ci sta. Stessa cosa per Giulia Gallone. Il pubblico la vede nei panni della svampita Samantha e ci mostra la sua esperienza sul palco: i suoi applausi sono meritati.

Nancy Brilli non è proprio da podio e la cosa mi dispiace.

 

Iaia Fiastri

Sono cresciuto vedendo alcuni spettacoli teatrali, registrati dai miei genitori: tra questi c’era Se il tempo fosse un gambero (sempre firmata da Iaia Fiastri) con la Brilli come protagonista. Sapere che c’era una commedia musicale con lei in scena, mi ha portato di corsa in platea. La sua Teodolinda è molto femminile, ma non trasmette molto la voglia e il desiderio di rimanere da sola. Sorride e giudica poco con lo sguardo. È…troppo buona. Inoltre in alcuni balli è risultata fuori tempo e leggermente sotto-tono nel canto.

Apprezzate, invece, le performance di Igi Maggiorin e Fioretta Mari. Diverse, fresche, anche dialettali. Il primo interpreta un impacciatissimo Padovan, con un curioso accento veneto. Con la stessa voce e tonalità, regge bene anche nel canto e ci dà una perfetta idea di un Padovan, per niente simile a uno originale, ma che dona al pubblico comunque lo stesso messaggio. Identica cosa per Fioretta Mari. Una mamma sicula, capace di attirare gli applausi del pubblico senza mai dire una parola di troppo. Personaggio divertente da copione, ma lei si diverte: il pubblico lo sente e gioca con lei.

Uno spettacolo purtroppo non bello come potrebbe essere, sia per gli ingredienti che per il copione. 2 stelle su 5. Peccato. Veramente.

 

Francesco Fario