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Sanremo 2020: ha vinto Diodato (e non è un’imprecazione)

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Anche Sanremo 2020 è volto al termine.

Un’edizione che ha fatto parlare di sé molto prima di iniziare con la polemica verso il presunto sessismo di Amadeus, ma che ha lasciato spazio a ulteriori “crisi” anche mentre si svolgeva.

Dal tragico monologo sulla bellezza di Diletta Leotta al meraviglioso bacio tra Tiziano Ferro e Fiorello, fino ad arrivare all’ennesima “perla” firmata Morgan, siamo giunti alla finale, che ha visto Diodato vincitore della settantesima edizione del Festival.

Ecco i commenti a caldo di alcuni Spacciatori di Cultura (in attesa del report completo della nostra Alessandra Santini)

Alessia Pizzi:

Premesso che non ho ascoltato tutte le canzoni in gara (perdonatemi, non ce l’ho fatta a seguirlo tutto per una questione di sopravvivenza), mi sembra che quest’anno il Festival abbia presentato delle proposte davvero interessanti, rispetto all’anno scorso almeno.

Mi delude Piero Pelù, uno dei cantanti più attesi sul palco dell’Ariston per quanto mi riguarda, che canta una canzone in piena modalità Max Pezzali e mi stronca dall’attacco.

Elettra Lamborghini, la Paris Hilton de noantri, mi fa sorridere.

Enrico Nigiotti, che mi aveva stregata con Nonno Hollywood l’anno scorso, quest’anno non regge il confronto.

Levante è la prima che mi fa provara qualcosa all’ascolto: bello il testo, bella lei. Orecchiabile la canzone, ma manca ancora un quid.

I Pinguini Tattici Nucleari hanno portato allegria sul palco ma nulla di più: potrei amarli solo perché hanno intitolato la canzone come il batterista della mia band preferita, ma non penso sia sufficiente.

Lo stesso vale per Achille Lauro, che ha sfoggiato una canzone biascicata con un grande arrangiamento musicale e degli ottimi outfit. Quantomeno si è distinto.

Tosca è una performer a 360 gradi, il testo della canzone è profondo, lei ha un controllo della voce pazzesco.

Diodato, secondo me, merita questo podio fino ad un certo punto: la canzone è la tipica da “vittoria Sanremo”, ma comunque piacevole da ascoltare e con un testo che mi ha colpito molto nella sua “semplice” onestà. Per me, a caldo, il vincitore resta Marco Masini con “Il confronto”. Una canzone ricca di significato, impossibile da dimenticare, anche se durante il live se l’è cantata tutta di gola con la vena in esplosione.

Tecla (che onestamente non so chi sia) ha cantato una canzone interessante, che tocca un tema caldo e a me molto caro. Per questo motivo posso dire che era totalmente fuori luogo: sembrava una bambina di 5 anni che canta la violenza di genere. Se volete un’interprete che canti queste canzoni, dovete trovarne una più “navigata”, ragazzi. Così fa ridere e arrabbiare chi l’ascolta, e mi dispiace perché ha una bellissima voce.

Ma… Alberto Urso vuole imitare (malamente) Bocelli? Domanda. Imbarazzante, nonostante l’inopinabile talento vocale.

Due menzioni a parte per la vera diva di Sanremo: Irene Grandi, con una canzone pimpante e carica di energia (scritta da Vasco Rossi, che a me non piace) e un controllo tecnico della voce pazzesco. Ma dove caspita eri finita?

Rita Pavone è la Loredana Bertè di quest’anno: grandissima interprete, con una canzone ricca di forza e passione, nonché una presenza scenica da fare invidia alla Elodie di turno. Devo davvero commentare Elodie?

Michele Zarrillo, con la canzone di Valentina Parisse, l’ho trovato un po’ affaticato vocalmente, forse non stava troppo bene?

Arrivo al secondo classificato, Francesco Gabbani che mi sta un sacco simpatico perché canta canzoni davvero “diverse”. Quest’anno porta una canzone in linea con le sue corde, ma non capisco bene come sia arrivato secondo, seguito dai Pinguini Tattici Nucleari. Forse per la diversità, forse perché a Sanremo si portano pezzi sempre molto uguali tra loro. Non a caso ha vinto una canzone “standard”. E quindi forse mi sono risposta da sola.

Le mie canzoni preferite, per ora, sono “Ho amato tutto” di Tosca, “finalmente io” di Irene Grandi, “Rumore” di Diodato e “Il confronto” di Marco Masini.




Ambra Martino

Il Festival di Sanremo quest’anno ha avuto diverse belle canzoni ma nessuna di queste, a differenza degli anni passati, è stata la mia canzone preferita dell’edizione. Ed ecco ciò che ho pensato delle canzoni in gara. 

Elodie aveva un pezzo fortissimo, scritto infatti da Mahmood e prodotto da Dardust che, con Charlie Charles, hanno vinto Sanremo 2019. Il problema secondo me è che Elodie non ha presenza scenica, è un’ottima performer ma non fa nulla che comporti l’allontanarsi dall’asta del microfono. Mahmood, al contrario, ne ha e se la canzone l’avesse portata lui, sicuramente sarebbe stato sul podio.

Tosca è tornata a Sanremo portando tutta la sua tecnica e la sensibilità che la caratterizza, regalando forti emozioni con testo e musica stupendi.


Ho apprezzato moltissimo l’intenzione di Elettra Lamborghini di “differenziarsi” dall’attività di famiglia, ma se volesse tornare a Sanremo, senza autotune, dovrebbe prendere molte lezioni di canto.  

Riki non si è scordato, per questo ha portato una canzoncina sdolcinata acchiappa-ragazzine-al-primo-sviluppo (perché definirlo acchiappa-puledre avrebbe blastato troppo).

Di Alberto Urso non ho ancora capito se volesse imitare o scimmiottare Il Volo…

Mi sono piaciuti tanto i rapper Anastasio e Rancore: entrambi molto bravi e con due pezzi forti. Tra i due però ho preferito Rancore, che è stato un grande performer. 

Sono stata molto contenta di vedere il ritorno di Irene Grandi nella scena musicale. Penso però che per rilanciarsi avrebbe dovuto osare di più con il look e che avrebbe dovuto portare una canzone scritta da qualcun altro. È inutile negarlo, Vasco Rossi da alcuni anni non scrive più capolavori come “Alba Chiara”. 

Su Enrico Nigiotti dico solo una cosa: era mille volte meglio “Nonno Hollywood”. E non era neanche fra le mie canzoni preferite l’anno scorso! Se Nigiotti scrive bei singoli solo quando gli muore un parente, sono felice che faccia canzoni nella media.

In questa edizione sono state tre le canzoni dedicate ad un familiare stretto, e fra queste quella più bella per me è Gigante di Piero Pelù. Dovremmo dedicarla ad ogni neonato, ma anche a noi stessi come memo personale di incitamento.

Spero fortemente che Carioca di Raphael Gualazzi sia rivendicata dagli ascolti streaming e dai passaggi in radio, perché lo merita davvero tanto. Del resto penso che gli italiani sono pronti tanto al suo talento quanto si look sanremesi di Achille Lauro


La canzone eliminata, che è stata oggetto di scandalo e twit epic alle 3 di notte, Sincero nell’esecuzione non mi è piaciuta per niente. Bugo e Morgan hanno pochissima voce dal vivo e ho dovuto sentirla su Spotify per apprezzarla e capirla. Il testo e la musica sono molto catchy.

Tra le altre canzoni di Sanremo 2020 ho trovato interessanti i pezzi di Achille Lauro, Paolo Jannacci, Levante, Giordana Angi, Le Vibrazioni e Junior Cally. Quest’ultimo forse un po’ furbo nel ripercorrere la strada battuta l’anno precedente da Achille Lauro: per mutare forma musicalmente si è buttato anche lui su un pezzo rockeggiante e dal testo che strizza l’occhiolino ai “perbenisti”. Masini, Zarrillo e Pavone non hanno portato nulla di nuovo o di diverso, come tanti ci eravamo prospettati. 

Ma veniamo al podio. Gabbani ha cantato un bellissimo messaggio d’amore e complicità, peccato solo che difficilmente nelle relazioni ci sia un rapporto così costruttivo. 


La canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che hanno portato è esattamente nel loro stile. Li seguo da circa due anni e so con certezza che hanno pezzi più belli, però sono molto felice che Ringo Starr abbia guadagnato il terzo posto. Sbagliano chi pensano che siano come Lo Stato Sociale: consiglierei un ascolto più accurato dei testi. 

Il vincitore Diodato ha portato un bellissimo brano, che è impossibile non cantare. O urlare. Fai rumore racchiude ciò che Antonio Diodato è artisticamente, ossia un talentuoso cantautore.

Lo ha dimostrato recentemente con «Che vita meravigliosa». Per molti è stata una delle novità di Sanremo, ma altri, tra cui io, se li ricordano poiché ha partecipato a Sanremo Giovani nel 2014 e tra i big due anni fa con Roy Paci in Adesso. L’anno scorso invece è stato ospite di Ghemon assieme ai Calibro 35 in un meraviglioso e perfetto arrangiamento di Rose Viola. Suggerisco in particolar modo l’ascolto della ultime due canzoni citate.

Le mie canzoni di Sanremo 2020 preferite sono (in ordine sparso): Fai rumore, Ringo Starr, Andromeda, Carioca, Ho amato tutto e Tikibombom. 

Menzione d’onore la devo fare a Francesco Gabbani. Anche la vittoria di questo Sanremo è stata decisiva grazie al voto della giuria, come tu l’anno scorso per Mahmood. Gabbani, al contrario di un immaturo Ultimo, ha accettato col sorriso il secondo posto, parlando bene del collega e senza insultare i giornalisti, il cui voto è stato decisivo nel ribaltare le posizioni. Perché anche quest’anno il pubblico ha votato primo Gabbani, secondi i Pinguini Tattici Nucleari e terzo Diodato. Questo è essere sportivi. Bravo Francesco Gabbani!


E voi, chi avreste fatto vincere?

Alessia Pizzi e Ambra Martino

Il segnale d’allarme di Elio Germano sul palco dell’Argot Studio

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Elio Germano al Teatro Argot di Roma con “Segnale d’allarme, la mia battaglia” dal 4 al 16 febbraio.

Non siamo andati a vedere lo spettacolo il giorno della prima, probabilmente ci siamo persi la possibilità di un confronto diretto con l’attore e regista. Alcune delle nostre domande rimarranno senza risposta e porteranno a delle supposizioni soggettive.

L’evento speciale VR si propone di essere uno spettacolo avanguardistico dove cinema e teatro si intrecciano in maniera indissolubile. Si è completamente immersi in una realtà parallela. Si è protagonisti e spettatori al contempo. La prima fila e la contemporaneità delle azioni sono impattanti ed una novità assoluta. Tuttavia, vedere lo spettacolo con il visore può risultare avvilente dal punto di vista umano ed empatico. 

La bellezza peculiare del teatro, a mio parere, è l’introspezione comunitaria. In questo spettacolo si gioca con una individualità senza confronto. Forte anche il messaggio portato in scena. Appunto che dovrebbe essere scardinato osservando anche i visi degli altri spettatori “in tempo reale”. 

Qual è la reazione degli altri alle provocazioni portate in scena da Elio Germano?

Hanno delle espressioni di disappunto, hanno sguardi interrogativi oppure mostrano assenso?

L’esperienza con il visore non ha restituito risposta alla mia curiosità, nonostante la visione fosse a 360°. 

Una novità che forse non sono pronta a sposare.  

Tuttavia, lo spettacolo è un prepotente atto di profonda riflessione. Elio Germano durante i settanta minuti di monologo riesce a catalizzare totalmente l’attenzione dello spettatore. I livelli semantici cambiano con lo scorrere dei minuti. Così come cambia la sua posizione all’interno del cono di luci teatrali. Da uomo in mezzo al pubblico ad uomo al di sopra del pubblico in un crescendo di dispotismo. Ed è a metà dell’opera che si accende la lampadina, l’intuizione della genialità dell’opera, il richiamo ad un “saggio” del 1925. 

Elio Germano

Al termine dello show la drammatica ed imprevedibile svolta. 

Il grido d’allarme che Elio Germano vuole sussurrare alle orecchie dei fruitori è ormai manifesto. Da portavoce di dissenso a despota il passo sembra essere breve. Lo spettro dell’estremismo travestito da semplice buon senso è all’ordine del giorno.  Appellandosi alla necessità di resuscitare una società agonizzante, tra istanze ecologiste, nazionaliste, socialiste, planetarie e solitarie, mutuali e solidali l’attore è riuscito a trascinare la platea del piccolo teatro di Trastevere, in un crescendo pirotecnico, a una straniata sospensione tragica fino a condurlo a una terribile conseguenza finale. 

In questo giro di sollecitazioni, ciò che più mi ha scosso, è stata la timida approvazione, qualche sparuto applauso durante l’apologia dell’estremismo.

Sintomo chiaro di come sia necessario trovare la cura. Il segnale d’allarme è stato dato. È stato portato in scena. 

Bisogna quindi diffondere la consapevolezza che la storia è uno strumento che dev’essere utilizzato da tutti. Leggere, andare al teatro, confrontarsi con il prossimo, andare al di là dei social per riuscire ad osservare la realtà con un piglio nuovo.

La conoscenza insegna. L’esperienza serve a prevenire.

E uscendo dal teatro Argot, passeggiando per i vicoli di Trastevere, ritornando verso casa, pensando all’interpretazione di Elio Germano, di una cosa si è certi: non apprendere dalla storia ci condanna a ripetere gli stessi sbagli.

Alessia Aleo

Gli ultimi film con Elio Germano:

Roma International Estetica 2020: per gli spacciatori di cultura arriva la “penna-profumo”!

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Per la prima volta siamo stati ospiti della Roma International Estetica

C’è sempre una prima volta e anche per noi quest’ anno è arrivato il momento di partecipare alla Roma International Estetica, la fiera del beauty e della cosmetica più famosa di Roma. Ormai giunta alla sua tredicesima edizione la manifestazione è stata una tre giorni ricca di appuntamenti, workshop e tanto make-up.

Non sapevamo cosa ci aspettasse, ma le sorprese che abbiamo avuto, partecipando a questa bellissima mostra del make-up internazionale, ci ha davvero stupiti.

I padiglioni allestiti per la fiera erano due: il padiglione 1, dove era possibile trovare i trucchi più all’avanguardia del panorama nazionale e internazionale e il paglione 2, in cui ci si dedicava maggiormente alla cura del corpo, con massaggi e nuove tecniche tutte da provare.

All’entrata della fiera non capivamo come mai tantissimi tra i più giovani si avvicinassero all’entrata con dei veri e propri trolley, poi lo abbiamo capito: partecipare alla Roma International Estetica, significa non solo scoprire i trucchi del mestiere nel vero senso della parola, ma anche fare dei veri e propri “affari”.

Eh sì perché acquistare prodotti alla Fiera, significa accalappiarsi l’oggetto o il trucco più alla moda, ma anche pagarlo davvero poco.

La maggior parte dei visitatori alla fiera erano “addetti del mestiere”, quindi parrucchieri, estetiste e imprenditori nell’ambito beauty e make-up, ma c’erano anche tantissime persone comuni, proprio come noi, che curiosando tra uno stand e l’altro ne sono usciti vincitori e sono riusciti a portarsi a casa un bel bottino.

Proprio come facciamo ogni anno alla Fiera dell’Editoria Più Libri, Pù Liberi abbiamo deciso di eleggere i nostri prodotti vincenti e abbiamo selezionato i nostri 4 stand del cuore.

Tra le cose più “strane” e originali che sicuramente non ci aspettavamo di trovare, una penna/profumo, che da una parte scrive e dall’altra può contenere il nostro profumo preferito, pronto ad essere spruzzato da un momento all’altro, in qualsiasi posto ci troviamo.

Poi ancora, dei bellissimi mascara con custodie olografiche e unicorni, che con un clic si inclinano e trasformano lo scovolino per incurvarlo ed essere pronto da applicare per creare volume, oltre che lunghezza.

Alla fiera è poi possibile farsi coccolare e pettinare da veri e propri professionisti: noi abbiamo deciso di farci fare dei boccoli stupendi dalla nostra Graziella, dalle mani d’oro, proprio come il nome della piastra che ci ha presentato la Golden Curl, la riccioli d’oro.

La nostra impressione per questo primo anno di partecipazione è stata quella di essere catapultati in una mostra straordinaria, che riguarda l’estetica, un connubio tra arte e bellezza, laddove la cosmesi ha la meglio.

Ci siamo trovati davanti a massaggiatori, tatuaggi, henné, body painting, cure per il corpo e tanto altro ancora.

Insomma questa fiera è stata davvero una bellissima sorpresa. La consigliamo a tutti. Arrivederci all’anno prossimo.

Foto e articolo a cura di Alessandra Santini

Il commercio ai tempi di internet: Google Adwords

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L’avvento di Internet ha determinato negli ultimi vent’anni un susseguirsi di innovazione e creazione di nuove professioni e di nuovi strumenti, utilizzabili solo attraverso la rete, ma efficaci, e mirati per la realizzazione e per l’evoluzione della comunicazione e della professionalità, nell’ambito dell’ambiente informatico ed elettronico.Economia, commercio, cultura, spettacolo, qualsiasi comparto oggi ha la possibilità di creare per sé più visibilità e un contatto più diretto con i bacini di utenza sempre più ampi, grazie ad esempio alle campagne di Google AdWords, un canale pubblicitario che permette agli inserzionisti di essere presenti sulle pagine di ricerca in rete e di investire in maniera più efficace, per ottenere guadagni migliori. Per migliorare sempre di più il proprio sito, la propria attività, e i propri contatti sul web, una consulenza google adwords può rivelarsi fondamentale.

Le “visite” la terra promessa del web

Il volume di visite oggi è uno dei fattori più importanti per chi ha creato un’attività che viaggia solo sulla rete, Adwords, che attualmente si chiama “Google Ads”, è utile a chi vuole fare pubblicità in un modo eccellente sul motore di ricerca. Google in effetti offre una varietà di strumenti diversificata come ad esempio Google Shopping, ottimo per chi vuole crearsi un database dei prodotti o dei servizi che offre ed esporre in maniera chiara e trasparente prezzi, modalità, e servizi. Tutti strumenti indispensabili per vendere on-line, attraverso vetrine importantissime senza delle quali un’attività commerciale avviata sul web non potrebbe in nessun caso decollare in modo efficace e produttivo.

Cosa è Google Adwords

Google AdWords, oggi Ads, praticamente è il canale da percorrere per creare annunci pubblicitari sui siti web, che fanno parte della trama ordita dal circuito pubblicitario AdSense. Ma che cos’è in effetti la funzione, la definizione, e la spiegazione di questo strumento? Può sembrare difficile ma in effetti è estremamente semplice e di facile comprensione: nient’altro che un sistema di pubblicità su display che inserisce messaggi a pagamento nelle SERP dei motori di ricerca, ovvero le pagine dei risultati che praticamente cerchiamo ogni giorno.

Facile e veloce: tutto in rete lo diventa

Chi ha bisogno di un servizio, di un prodotto, di qualcosa di particolare, fa una ricerca in rete. Un tempo si andava avanti con il passaparola oppure con le pubblicità cartacee, le guide o i giornali. Oggi il cartaceo è stato quasi completamente superato e tutto quanto viene cercato, acquistato, o prenotato in rete. I messaggi a pagamento riprendono le linee editoriali questo è vero, ma hanno una velocità e una visibilità maggiore e un’immediatezza che si traduce in facilità per chiunque, anche per i più profani, e inesperti nell’uso di internet.

 Strategie del web

La pubblicità spesso si confonde con i risultati organici, e si mimetizza con snippet posizionate attraverso la tecnica della SEO, search engine optimization: in parole povere chi fa pubblicità con AdWords 
spesso si ritrova con le pubblicità inserite nelle pagine dei risultati di ricerca organici. La SEO permette infatti di pubblicizzarsi insediandosi attraverso le normali pagine di ricerca non finalizzate alla vendita, al commercio o all’offerta di servizi.

SEA, SEM E SEO

Ma qual è la differenza tra SEM, SEA e SEO?  Queste parole che cosa significano? La precisazione è dovuta poiché le persone esperte di questo campo non sono moltissime. Le persone usano internet ma non sanno esattamente il significato di molti termini. Ad esempio, SEA significa search engine advertising, e sarebbe la pubblicità che viene svolta sui motori di ricerca, mentre la SEO è l’ottimizzazione dei siti sui motori di ricerca, che consente di posizionarsi per il risultati organici non a pagamento.

Il markentig

Tutto questo si riunisce in un unico denominatore, il SEM, che vuol dire search engine marketing. Il digital marketing oggi è lo strumento migliore e il più utilizzato per lanciare un’attività commerciale attraverso il web. Senza una buona campagna di marketing nessuna attività commerciale in rete può decollare efficacemente, producendo visualizzazioni, click e guadagni: perché fare pubblicità su Google, quindi? Fare pubblicità su Google è addirittura indispensabile, nessun sito che vuole avviare un’attività di vendita o di offerta servizi a pagamento riuscirà mai a totalizzare degli introiti sufficienti senza avere una visibilità eccellente, ovvero senza che Google accetti di buon grado la sua presenza e ne faccia comunque uno >dei siti preferenziali della sua Serp.

The Elephant Man: la tua dose di… David Lynch

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“Io non sono un animale, sono un essere umano!”

Titolo: L’uomo elefante
Titolo originale: The Elephant Man
Regia: David Lynch
Cast: Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, Wendy Hiller, Freddie Jones, John Gielgud
Paese: USA/GB
Anno: 1980

The Elephant Man è un film diretto da David Lynch del 1980.

Il film è tratto da una storia vera, quella di John Merrick. Una delle fonti della sceneggiatura è il libro scritto dal dottor Treves, il medico che aveva avuto in cura l’uomo elefante.

All’interno del libro il chirurgo racconta che Merrick ha passato gran parte della propria esistenza esposto come freak nei baracconi, spostandosi da una fiera all’altra. Treves lo scopre proprio in un baraccone, dove è esibito al costo di due penny.

Treves ricorda di aver chiamato la polizia affinché impedisse l’esibizione di quel corpo. Tuttavia Bytes, il padrone di Merrick, riesce a lasciare l’Inghilterra per continuare lo spettacolo in altre nazioni europee, dove lo show non ha successo. Infine l’impresario abbandona il freak in un treno. John viene arrestato: la polizia gli trova addosso un biglietto da visita di Treves, il quale, dopo essere stato contattato, si affretta a trovare un alloggio per il ragazzo all’interno dell’ospedale.

Le riprese hanno luogo in Inghilterra. Lynch deve dunque lasciare gli Stati Uniti per recarsi a Londra.

Una volta trovata la location, Lynch gira il film in bianco e nero, una scelta stilistica che aderisce alla volontà di ricordare in qualche modo la Rivoluzione Industriale, con il suo fumo, la sua sporcizia, la sua miseria.

Nella pellicola molti dettagli ricordano quali dovevano essere all’epoca le risorse energetiche, gli strumenti chirurgici, l’illuminazione, i sistemi di riscaldamento. Anche le visioni oniriche di Merrick sono ossessionate da immagini di officine fumose in cui gli operai lavorano come schiavi.

Lynch racconta che le immagini delle grandi esplosioni all’interno delle macchine della Rivoluzione Industriale gli ricordano in qualche modo la crescita delle escrescenze papillomatose sul corpo di Merrick.

Anche il suono gioca un ruolo fondamentale nella creazione della giusta atmosfera.

Lynch e Alan Splet, il curatore del suono, introducono in certi momenti battiti sordi, sibili, fischi di vapore, gorgoglii meccanici, sbuffi industriali, suoni eolici. Un altro effetto sonoro sul quale si insiste è quello del respiro faticoso e ansimante di Merrick.

Probabilmente l’intenzione è quella di paragonare, in questo modo, la macchina corporea sofferente dell’uomo elefante e le industrie. D’altronde Lynch è convinto del fatto che “human beings are like little factories”.

Infine John Morris si occupa della scrittura della colonna sonora del film, che sottolinea l’impianto melodrammatico della storia.

La musica è fondata quasi esclusivamente su tre valzer: il primo dolce e straziante come un lamento, per esprimere lo stato d’animo dell’uomo elefante; il secondo prorompente e meccanico, suonato da un organetto durante la fiera; il terzo, un valzer viennese, sontuoso e impettito.

La prima del film ha luogo a New York nell’ottobre 1980: The Elephant Man riscuote un successo mondiale di pubblico.

Tre motivi per vedere il film:

  • Per conoscere la vera storia di Merrick.
  • Perché si tratta del film in cui Lynch usa un linguaggio cinematografico più convenzionale.
  • Per commuoversi ed emozionarsi.

Quando vedere il film:

Quando avete voglia di recuperare la visione di un film che ha emozionato tutto il pubblico della sua epoca.

Avete perso l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum? Eccolo qui!

Valeria de Bari

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“Pompei e Santorini”: in mostra la potenza del vulcano

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Tra le mostre più belle a Roma del 2019 possiamo sicuramente annoverare “Pompei e Santorini: l’eternità in un giorno”

La mostraPompei e Santorini“, tenutasi a Roma alle Scuderie del Quirinale dall’11 Ottobre 2019 al 6 Gennaio 2020, ha messo a confronto Akrotiri, a Santorini e Pompei, due città antiche, che a distanza di 1700 anni l’una dall’altra, andarono incontro allo stesso tragico destino. Entrambe infatti subirono la furia di un vulcano e vennero seppellite da una pioggia di cenere e lapilli.

Akrotiri e l’eruzione che la seppellì per sempre

L’eruzione che sommerse Akrotiri, città portuale dell’Egeo, avvenne nel 1613 a. C. circa e cambiò radicalmente la morfologia di Thera, oggi Santorini. Basta guardare una foto dall’alto dell’isola per rendersene conto. La volta della camera magmatica del vulcano collassò su sé stessa in seguito all’eruzione. Dove una volta c’era il cratere adesso c’è il mare, Santorini invece si erge su ciò che ne è rimasto, ovvero la caldera.

Quando venne riscoperta nel 1967 non vennero trovati resti umani. Gli abitanti di Akrotiri, probabilmente in seguito a diverse scosse di terremoto, decisero di abbandonare quei luoghi rifugiandosi in campagna.

Se volete saperne di più potete guardare il video “La scoperta di Akrotiri” realizzato dalle Scuderie del Quirinale per la mostra.

La scoperta di Akrotiri – Video realizzato dalle Scuderie del Quirinale

L’eruzione di Pompei descritta da Plinio il Giovane

Per quanto riguarda l’eruzione di Pompei nel 79 d.C. dobbiamo ringraziare Tacito che in una lettera chiese a Plinio il Giovane di fargli sapere come fosse morto lo zio Plinio il Vecchio. Qui di seguito potete leggere alcuni stralci di questa importantissima testimonianza storica:

Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio): nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la figura e la forma. Infatti slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami. […] Si misero dei cuscini sul capo e li legarono con fazzoletti: e questo servì loro per protezione contro le pietre che cadevano dall’alto. Mentre altrove faceva giorno, colà era notte, più oscura e più fitta di tutte le altre notti, sebbene fosse rischiarata da fiamme e bagliori. Fu deciso di recarsi alla spiaggia per vedere da vicino se fosse possibile mettersi in mare; ma il mare era ancora pericoloso perché agitato dalla tempesta.

A differenza di Akrotiri il vulcano a Pompei fece molte vittime e a ricordarcelo rimangono i calchi realizzati a partire dal 1863 dal team di Giuseppe Fiorelli, ottenuti versando gesso liquido nel vuoto lasciato dai corpi dopo la loro decomposizione.

Le opere di Pompei ed Akrotiri in mostra a Roma 2019

Questa doppia sciagura ha restituito alla posterità non solo delle vere e proprie opere d’arte ma anche uno spaccato di vita quotidiana del tempo, “l’eternità in un giorno”. La mostra quindi ci accompagna in un viaggio alla scoperta della vita di queste due antiche città. Un percorso attraverso reperti di grande valore, oggetti appartenenti alla quotidianità, calchi e perfino opere di arte moderna e contemporanea che sono state ispirate dalla potenza distruttiva del vulcano.

Ad accoglierci la copia del calco di un cavallo, probabilmente un animale di rappresentanza, che fu trovato a Pompei solamente nel 2018. Un calco che ci spinge a ricordare che l’eruzione non ha solamente restituito reperti pregevoli ma ha anche causato innumerevoli vittime.

Nelle sale successive a farla da padrone sono gli affreschi. In particolare, da Santorini, quello delle “Adoranti” proveniente dal Museo di Thera preistorica e risalente alla tarda età del bronzo. Impossibile non rimanere incantati davanti ai profili di queste donne. Le loro forme sono sinuose e adornate da gioielli, le acconciature elaborate e le vesti eleganti. Le loro figure si stagliano su di uno sfondo chiaro decorato da una natura alquanto stilizzata.

Gli affreschi della Casa del Bracciale d’oro di Pompei in mostra a Roma 2019

Da Pompei invece arrivano il ninfeo e gli sbalorditivi affreschi della Casa del bracciale d’oro allestiti in modo tale da dare al visitatore l’impressione di trovarsi all’interno delle sue mura.

Si comincia con gli affreschi delle nozze di Alessandro e Rossane e Dionisio con Arianna a Nasso, per poi ammirare il bellissimo ninfeo decorato con mosaico a pasta vitrea e conchiglie, esposto insieme agli oggetti che si trovavano solitamente in un giardino, come pilastrini, statue di marmo e oscilla (dischi scolpiti su entrambi i lati appesi tra i portici che oscillavano al vento). Si entra poi in un’altra sala con gli affreschi di un giardino, disposti su ben tre pareti, uno dei quali ha un’apertura sul muro dalla quale è possibile ammirare la coloratissima opera pop di Andy Warhol chiamata “Vesuvius” .

La perizia con la quale piante e uccelli sono stati raffigurati nell’affresco del giardino ci permettono di riconoscere a colpo d’occhio l’usignolo, il colombo, la garzetta, l’oleandro, il corbezzolo, il pino e la rosa etc.

Affresco che era stato già esposto in occasione della mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie“, che si era tenuta alle Scuderie del Quirinale nel 2018.

Nel video sottostante invece potete vedere una ricostruzione della casa del bracciale d’oro realizzata per la mostra tenutasi a Torino “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”.

Se vi siete persi questa mostra e amate i giardini vi consiglio di andare a vedere gli affreschi della villa di Livia a Prima Porta nella sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

Tra gli oggetti più interessanti trovati sepolti dalle ceneri del Vesuvio vi segnalo sicuramente: il servizio da tavola d’argento di Moregine, composto da ben 20 pezzi, trovato nascosto in una gerla di vimini tra oggetti di uso comune; la cassaforte dall’elaborato meccanismo di chiusura con combinazioni trovata ad Oplontis; lo scaldavivande usato probabilmente durante i banchetti di qualche ricco signore.

Al primo piano la mostra si conclude con un’installazione video di James P Graham “Iddu – study in 60 degrees” del 2010 che mostra il vulcano di Stromboli in tutta la sua potenza e bellezza. Uno spettacolo magnetico ed affascinante dal quale è stato difficile distogliere lo sguardo.

Al piano di sopra, passato il bar, ci si trova davanti agli affreschi di due giovani pescatori con in mano filze di pesce. Probabilmente questi adolescenti di Akrotiri avevano superato con successo un rito di passaggio che prevedeva una prova di pesca.

Sempre da Akrotiri provengono i numerosi recipienti in terracotta con i loro bellissimi disegni stilizzati in grado di svelarci quali animali, piante, frutti e fiori fossero utilizzati e presenti sulle loro terre. In esposizione anche diversi oggetti di uso rituale come ad esempio la brocca mammillata (con mammelle) con macchie di ocra rossa e i vasi zoomorfi.

Arte contemporanea e moderna in relazione alle eruzioni

Infine nelle ultime sale troviamo opere di artisti contemporanei e moderni di fama mondiale ispirati dalle eruzioni vulcaniche e dai loro ritrovamenti.

Di Burri infatti troviamo un cretto che ci fa pensare immediatamente ad una colata lavica; la statua del bambino malato di Medardo Rosso, con la sua superficie ruvida ed i tratti del volto appena abbozzati, ci ricorda i calchi di Pompei; Allan McCollum invece riproduce in fibra di vetro The dog from Pompeii, ovvero il calco di un cane di Pompei.

Più avanti ci troviamo di fronte alle emozionanti tele di William Turner che dipinge L’eruzione delle Souffrier Mountains nell’isola di Saint Vincent e di Renato Guttuso che rappresenta l’eruzione dell’Etna. Entrambi i pittori sono stati in grado di rappresentare la potenza della natura in maniera sublime e di rendercene partecipi. La scelta di esporre questi quadri è determinata dalla volontà di dimostrarci che questi eventi naturali hanno da sempre avuto un grande impatto sull’uomo e sull’arte.

La riscoperta

Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità.” Goethe – Viaggio in Italia (1816)

Il quadro Fouilles à Pompéi di Édouard- Alexandre Sain e Fanciulla pensierosa negli scavi di Pompei di Filippo Palizzi, entrambi dell’800, ritraggono lo splendore della rinascita di Pompei. Donne con ceste cariche di cenere e lapilli passeggiano accanto ad affreschi appena riportati alla luce.

La mostra termina con un’immagine alquanto forte di uno scheletro con un enorme masso sulla testa. In realtà l’uomo morì di asfissia ed il masso crollò sul suo cranio in un secondo momento, ma questa scena ben simboleggia l’inaspettata tragedia umana che l’eruzione di Pompei procurò ai sui abitanti.

La mostra “Pompei e Santorini” in esposizione a Roma del 2019 è sicuramente riuscita a lasciare un segno indelebile nella memoria dei suoi visitatori.

Giulia Tiddens

Pinguini Tattici Nucleari. Un concerto indie diverso dagli altri

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Per tutta l’estate scorsa i Pinguini Tattici Nucleari in concerto hanno girato l’Italia e noi abbiamo avuto l’opportunità di vederli dal vivo a Roma!

I Pinguini Tattici Nucleari sono una band Indie in attività da circa dieci anni, ma solo negli ultimi due sono diventati più famosi fra il pubblico sempre più vasto della musica indipendente. Chi li segue dagli esordi non sa spiegarsi come il loro successo sia scoppiato nel giro di un anno e mezzo, poiché già in passato avevano pubblicato dei bei album.

Certamente il successo non li ha cambiati. Sul palco si presentano con una schiettezza che sorprende, se li si compara ad altri colleghi che, con un po’ di notorietà in più, si montano la testa. E non si capisce se siano più annoiati dalla fama o dalla vita.

Fra tutte le band indie più conosciute, i Pinguini Tattici Nucleari sono il gruppo più originale. Sono geniali, creativi e delle volte allegorici, rimanendo semplici e senza essere troppo costruiti.

Probabilmente è per questo che sanno intrattenere tutti quanti per più di un’ora e mezza!

I loro testi sono lo specchio della realtà dei giovani tra i 20 e i 30 anni. In qualche modo però la raccontano in un modo diverso da altri cantanti indie. I Pinguini Tattici Nucleari lo fanno con uno stile personale e pop!

Musica indie: la tua dose di estate

Inoltre la loro musica non è deprimente come le canzoni di altri artisti. I Pinguini Tattici Nucleari durante il concerto lo dimostrano senza troppo mistero di avere fantasia nella loro musica. Le loro canzoni attraversano più generi musicali, dal pop al rock, all’alternative.

Sanno intrattenere il pubblico praticamente sempre e il cantante, Riccardo Zanotti, è uno showman in grado di coinvolgere sia le persone che la sua band durante il concerto, con aneddoti divertenti. Sono trasparenti, diretti come tutti i ragazzi della loro età, senza filtri, azzerando la distanza tra fan e il gruppo.

Sono da tenere d’occhio e sono curiosa di vedere come e se cresceranno i Pinguini Tattici Nucleari in un concerto a Roma prossimamente. Ovviamente, sono impaziente di vedere anche cosa combineranno a Sanremo e se anche anche sul palco della kermesse il protagonista sarà Elio Biffi!

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Giuseppe Maffia

Sanremo 2020: chi si esibirà sul palco dell’Ariston?

Ermitage. Museo dell’arte e testimone della storia russa

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L’appuntamento della Grande Arte al cinema con Nexo Digital sull’Ermitage, il museo a San Pietroburgo, si apre con dei bellissimi colori dai toni caldi dell’oro e quelli freddi del fiume ghiacciato, in contrasto tra loro.

L’aggettivo bellissimo non basta per esprimere quanto la fotografia del documentario “Ermitage: il potere dell’arte” sia eccellente ed anche emozionante.

Il docufilm racconta la storia della Russia attraverso il suo museo più famoso e più grande: l’Ermitage.

Zar, governi, politici, artisti e guerre si sono susseguiti dalla creazione di San Pietroburgo e del museo nel 1700.

È eloquente il fatto che più i governanti si avvicinavano all’arte, con cui avrebbero arricchito l’Ermitage, il museo della Capitale, e più c’era benessere. Ovviamente, questo valeva molto meno per la servitù della gleba…

Per spiegare e parlare di tutta la sua storia ci sarebbe voluto molto più di due ore, dato che l’Ermitage è un museo composto da diversi edifici e ricco di esperienze. Il racconto, composto di collegamenti fra la storia del museo e della Russia, è molto articolato, facendo così risultare la trama a tratti dispersiva.

Penso che non sia stata, complessivamente, sviluppata benissimo.

Forse la trama è stata un po’ caotica. Capisco però, come accennato prima, che spiegare 300 anni di storia di un museo, con tutte le figure e gli eventi storici a cui è legato, non sia per nulla facile.

Nonostante tutto, il docufilm sull’Ermitage, il museo più grande del mondo, è stato girato con delle riprese ammalianti. Sia al suo interno che fuori, sulla città di San Pietroburgo.

Personalmente, le riprese notturne del documentario mi ricordavano molto le puntate uniche di Alberto Angela “Stanotte a…”, in cui visita città nelle ore buie, mostrandole da un punto di vista più intimo e riservato.

È stato un documentario così bello, che durante la sua visione avevo un unico pensiero: voglio visitare San Pietroburgo!

Ambra Martino

Un secolo Disney: bye bye principe azzurro!

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S’intitola “Un secolo Disney – Gender, Femminismo ed etnia tra cinema e animazione” ed esce per i tipi di AG Book Publishing l’interessante monografia di Maria Saccà che ha destato il mio interesse.

Quante volte abbiamo sentito qualche amica affermare che “è tutta colpa della Disney” se ha degli ideali romantici irrealizzabili? Non è totalmente sbagliato come ragionamento, se pensiamo che le arti sono le estrinsecazioni della realtà da cui scaturiscono e, a loro volta, influenzano le realtà a cui parlano.

Quindi cartoni come Biancaneve, uscito nel 1937, lanciano ancora un messaggio nel 2020, perché lo status di “classico” li rendono praticamente immortali. Ma Biancaneve è molto diversa Aurora, che a sua volta è diversa da Ariel. Ma soprattutto, tutte queste “principesse” sono molto diverse dalle protagoniste Disney del presente, basti pensare a Elsa di Frozen e a Vaiana di Oceania.

Principesse Disney Moderne: i nuovi canoni dell’emancipazione

Le principesse Disney, nel corso degli anni, hanno dovuto stare al passo coi tempi per soddisfare il piccolo pubblico. I modelli delle mie nipotine sono ragazze che salpano verso l’orizzonte senza alcun bisogno di un uomo che le salvi o semplicemente di un uomo da amare. Sono donne che mandano a farsi benedire i luoghi comuni, il modello di “perfezione” inculcato dalla società e dalla famiglia per emanciparsi e mostrare il proprio potere, come Elsa.

I modelli delle generazioni precedenti, come la mia, erano differenti: erano fanciulle in difficoltà che il bacio del vero amore avrebbe “sistemato” definitivamente; erano principesse capricciose che rinnegavano la propria famiglia (marina) pur di inseguire l’uomo dei propri sogni. E per carità, non c’è nulla di sbagliato in tutto questo, cioè nel credere nelle sfumature più morbide del nostro sentimentalismo, ma le mie coetanee sanno di cosa parlo: noi abbiamo dovuto fare i conti con questi stereotipi e molte volte siamo rimaste deluse.

Alcune di noi sono ancora alla ricerca di “quel” principe azzurro, convinte che risolverà tutti i loro problemi, e puntualmente hanno l’amaro in bocca.

Perché semplicemente, i principi azzurri non esistono. Esistono persone da amare, difettose come noi. E ciascuno dovrebbe essere autosufficiente senza ambire al “vissero per sempre felici e contenti”, che forse poi è anche un po’ sopravvalutato.

Se vi interessa saperne di più sull’evoluzione delle Principesse Disney, dai modelli fisici ai gender studies, questo è il saggio che fa per voi. Un libro illuminante, come spesso accade con tutti gli approfondimenti di genere, finalmente approdati anche in Italia dopo moltissimi anni di carestia.

Ad maiora.

Per il catalogo Disney Plus, se non ne avete ancora abbastanza…

Alessia Pizzi

Cleopatra, melodramma e storia nel kolossal con Elizabeth Taylor

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Tu ed io proveremo che la morte è meno forte dell’amore, tu ed io faremo della morte un ultimo abbraccio, le tue labbra si porteranno via il mio respiro.

Titolo originale: Cleopatra
Regista: Joseph L. Mankiewicz
Soggetto e sceneggiatura: Joseph L. Mankiewicz, Ranald MacDougall, Sidney Buchman
Cast Principale:  Elizabeth Taylor, Richard Burton, Rex Harrison, Pamela Brown, George Cole
Nazione: USA, Regno Unito, Svizzera
Anno: 1963

Cleopatra, film cult del 1963, è una delle storie più antiche di Hollywood, una produzione cinematografica grandiosa e ambiziosa che ha ricreato cinematograficamente in stile letterario la storia di un’epoca diventata leggenda.

Ci sono voluti circa $ 44 milioni (circa $ 300 milioni oggi), due registi, due cast separati e due anni e mezzo di riprese continue in Inghilterra, Italia, Egitto e Spagna per portare Cleopatra sul grande schermo, creando una vera e propria leggenda del cinema internazionale, grazie anche alla protagonista Elizabeth Taylor.

Elizabeth Taylor in una scena di Cleopatra
© 1963 20th Century Fox

Il film racconta i 18 turbolenti anni che hanno portato alla fondazione dell’Impero Romano, dal primo incontro di Cleopatra con Giulio Cesare fino alla sua morte, sconfitto da Marco Antonio. La storia ripercorre l’amore tra la regina egiziana e i suoi pretendenti romani Giulio Cesare e Marco Antonio. 

Cesare, infatuato della bellissima Cleopatra, si dichiara unico sovrano sull’Egitto, sebbene la mantenga come sua amante. Quando Cesare viene assassinato a Roma, Antonio, il suo protetto, assume il potere e anche lui diventa ossessionato da Cleopatra. Alla fine la sposa, il che provoca uno scandalo a Roma e incoraggia il suo rivale politico Ottaviano a mandare una flotta per invadere l’Egitto. In una feroce battaglia, le forze di Ottaviano sconfiggono Antonio ad Actium, vicino alla Grecia. Informato erroneamente che Cleopatra è morta, Antonio si toglie la vita, un atto che porta Cleopatra a fare lo stesso.

Il risultato è gigantesco, senza eguali nello splendore delle scene più d’azione e, allo stesso tempo, sorprendentemente acuto nella storia più personale della Regina d’Egitto.

Ciò è dovuto non solo alla qualità e al focus della sceneggiatura, ma ai talenti dei tre protagonisti. Nel ruolo di Cleopatra, uno dei più difficili mai scritti, Elizabeth Taylor è una donna fascinosa e misteriosa, ipnotizzante con quello sguardo che ha ammaliato tutta Hollywood. Sebbene non sia completamente a suo agio come regina giovane e prepotente nella prima parte del film, cresce man mano che la storia progredisce fino a diventare la regina matura che corrisponde alla voluttuosa sicurezza della star.

Rex Harrison è superbo come Cesare, scaltro, vanitoso e saggio, ma anche inaspettatamente spietato e ambizioso. Le sue sono le battute più brillanti del film e, dopo il suo assassinio, qualcosa nella sceneggiatura si perde. Richard Burton invece, con il quale Liz Taylor inizierà una tormentata love story, interpreta Marco Antonio, un uomo di competenza militare consumato dall’invidia del genio di Cesare e innamorato perso di Cleopatra. Ironia della sorte, però, alcuni dei momenti più deboli del film sono le scene d’amore tra i due attori, che al momento erano invece coinvolti in una passione reale.

Una scena di Cleopatra
© 1963 20th Century Fox

Per fortuna, Cleopatra risulta un kolossal di qualità, uno di quei film che non si dimenticano e che entrano di diritto nella classifica delle opere cult di tutta la storia del cinema. 

Potenza e passione sono i temi gemelli e intrecciati di Cleopatra, due elementi che in questo film primeggiano tra gli altri, rendendo la pellicola molto intensa. Uno spettacolo immenso e mozzafiato, probabilmente uno degli ultimi del genere visti a Hollywood. Alcune scene rimangono indimenticabili e maestose: l’ingresso di Cleopatra a Roma, avvolta in una pregiata stoffa d’oro, un’Iside vivente, arroccata su una sfinge ebano mastodontica, preceduta da gruppi contorti di ballerini esotici di molte razze e pochi vestiti, il suo arrivo a Tarso per incantare Antonio, sulla sua grande chiatta dorata e tante altre scene memorabili.

Elizabeth Taylor in Cleopatra
© 1963 20th Century Fox

Cleopatra, oltre a essere ricordato come una grandissima produzione, è la conferma che Elizabeth Taylor è la stella suprema dello schermo, una bellezza mai stata più radiosa come in questo film, diventata una vera e propria leggenda.

Tre motivi per guardarlo:

  • Uno dei kolossal per eccellenza, non può mancare nella vostra cultura cinefila.
  • Elizabeth Taylor.
  • Una storia affascinante e soprattutto potente.

Vi siete persi l’ultimo cineforum? Tranquilli, ci pensiamo noi!

Ilaria Scognamiglio

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“Il diritto di opporsi”, un film che parlerà alle vostre coscienze

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Arriva al cinema “Il diritto di opporsi” con Jamie Foxx e Brie Larson

Se siete stanchi delle solite pellicole al cinema e in questo inverno non ne potete più dei drammi strappalacrime che vi propinano sul grande schermo, oppure aspettate da tanto un film come si deve, eccolo in arrivo: Il diritto di opporsi.

Un legal thriller in cui vengono affrontati temi che vi terranno fino alla fine col fiato sospeso: vendetta, punizione, giustizia e misericordia.

Tutto è basato su una storia vera e questo rende la trama ancora più fitta di emozioni. Il pluripremiato regista Destin Daniel Cretton non nega che a ispirarlo sia stato il libro scritto dal protagonista della vicenda, dal titolo originale “Just Mercy!”, che lo ha tenuto incollato dalla prima all’ultima pagina.

Bryan Stevenson, interpretato da uno strepitoso, benché giovanissimo Michael B. Jordan, è un acerbo avvocato alle prime armi. Nonostante questo si appassiona talmente tanto al proprio lavoro che decide di fondare la Equal Justice Initiative, un’organizzazione legale no profit con lo scopo di difendere i più deboli e tutte le persone innocenti, che nel sud dell’America non possono permettersi di pagare un avvocato.

Oltre a questo l’organizzazione si occupa di evitare le ingiuste punizioni e l’incarcerazione di massa e sfida l’ingiustizia razziale.

Trailer “Il diritto di opporsi”, 2020.

Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan avrebbe potuto svolgere tanti lavori redditizi, ma il giovane avvocato non sceglie la strada più facile, bensì quella più difficile: difendere i più deboli.

Tutti coloro i quali non hanno una rappresentanza adeguata e si trovano nel braccio della morte del carcere dell’Alabama del 1987 iniziano finalmente ad avere una speranza.

Il primo caso che gli viene affidato è quello di Walter McMillian, che viene accusato dell’omicidio di una ragazza di 18 anni.

Nonostante non ci siano prove per condannarlo, l’uomo viene messo in carcere, poiché considerato “scomodo” per la società.

Per dimostrare la sua innocenza il giovane Bryan dovrà scontrarsi con diverse ostilità: manovre legali e politiche colme di razzismo e un intero sistema contro, che grida al colpevole.

Da tanto si aspettava un film così, pieno di grandi attori e una storia che vale la pena di ascoltare e con cui emozionarsi.

Straordinarie le musiche, bellissime le inquadrature, magistrali le interpretazioni dei due attori protagonisti, un Jamie Foxx nel pieno della sua forma fisica e delle proprie capacità recitative. Aspettative non deluse da un film distribuito dalla Warner Bros Pictures.

Questa straordinaria pellicola sa emozionarci, a tratti ricorda le ingiustizie narrate nel capolavoro di Stephen King, “Il miglio verde”. 

Un film da ricordare davvero, in quanto smuove le coscienze anche dei più avari di sentimenti, come vedremo nel finale. Se volete emozionarvi e riscoprire cosa è davvero il cinema, andate nelle sale dal 30 gennaio a godere di queste straordinarie interpretazioni e a liberare le vostre coscienze. La giustizia vincerà?

Alessandra Santini

I sogni sono “lettere inviate a se stessi”

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Quante volte me lo diceva mia nonna: se sogni i numeri segnateli che poi ce li giochiamo a Lotto! E in effetti così ho fatto per alcuni anni della mia adolescenza, vincendo anche qualche discreta sommetta.

Conoscere il significato di sogni e numeri fa indubbiamente parte della nostra tradizione. Chiunque abbia mai frequentato uno psicologo sa perfettamente quanto sia importante capire e conoscere il significato di quello che si sogna. Spesso infatti il nostro inconscio ci parla di notte: tutto quello che durante il giorno viene soffocato dalle abitudini e dalla razionalità, al buio esplode senza tabù.

Il significato dei sogni e dei numeri

Specialmente in momenti particolari della nostra vita, quando siamo sotto stress o stiamo per intraprendere dei grossi cambiamenti, il sogno ci parla per raccontarci quello che ancora non ci siamo detti.

Pensate a tutte quelle volte che avete sogna il vostro ex partner o la persona che vi manca di più al mondo o a tutte quelle volte che avete sognato di morire, volare, strapparvi i denti, picchiare qualcuno: ogni immagine cela un significato nascosto che può dire tanto sui desideri, anche quelli che ancora non conosciamo a livello conscio (o che vogliamo ignorare per paura, ad esempio).

Come diceva Sigmund Freud, infatti, i sogni sono lettere inviate a noi stessi.

Negli anni Cinquanta, uno dei più grandi studiosi del sonno, William Dement scoprì che i sogni si verificano in corrispondenza delle fasi  R.E.M. (Rapid eye movement), caratterizzate proprio dal movimento degli occhi sotto le palpebre: «Ciò che sogniamo accade veramente nei nostri cervelli». Secondo alcuni ricercatori, quindi, il fatto di non ricordare tutti i sogni potrebbe essere un meccanismo di autodifesa, altrimenti rischieremmo di confonderli con la realtà!

Tra sogni e incubi notturni

Il mondo onirico, così insondabile, rimane ricco di curiosità, ondeggiando tra suggestione e timore. Non è un caso che il maestro dell’horror Wes Craven abbia fatto uso degli incubi per creare la figura di Freddy Krueger nel cult Nightmare on Elm Street. Nel famoso film horror, infatti, il serial killer uccide le sue vittime nei sogni, distruggendo per sempre il confine con la realtà e rendendo gli incubi qualcosa da cui è impossibile scappare.

Per fortuna è solo un film, quindi non angosciamoci e pensiamo che nella nostra vita, come riporta Focus,  sogneremo per 6 anni, per un totale 50mila ore. In quei momenti siamo come al seduti al cinema e spettatori delle nostre emozioni.

La scienza non riesce ancora a spiegarsi a cosa serva sognare: alcuni sostengono che sia utile a rafforzare la memoria, per questo i neonati passerebbero il 70% del loro tempo in fase R.E.M (accumulando più informazioni possibili); per altri studiosi invece, sognare è semplicemente essenziale. Fatto sta che questa pratica involontaria, anche se a volte non ci parla proprio chiaramente, è un forte tramite con le nostre emozioni. E per non scomodare nuovamente il signor Freud ci basterà invocare il motto di una più umile ma certamente non meno nota signora: I sogni son desideri, chiusi in fondo al cuor!

Imparare a comprenderli è un passo in avanti verso noi stessi. Parola di Cenerentola!

Alessia Pizzi

C’è posta per te: l’arte del racconto di Maria De Filippi

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C’è posta per te è un programma televisivo ideato da Maria De Filippi e Alberto Silvestri.

Le puntate vanno in onda in prima serata su Canale 5 a partire dal 2000 con la conduzione della stessa Maria.

Il programma vede come protagonisti delle puntate persone comuni, che vogliono rappacificarsi con parenti, amori o amici, risolvendo situazioni rimaste in sospeso.

Nel corso di questi venti anni il programma è stato a volte criticato perché metterebbe in scena la “spettacolarizzazione dei sentimenti”: in C’è posta per te lacrime e urla sono ingredienti ricorrenti.

In molti si sono chiesti se sia”giusto” rivolgersi a un programma tv per risolvere un problema. Tanti pensano che sarebbe meglio “lavare i panni sporchi in casa”. La verità è che C’è posta per te è un programma che gode di una popolarità ormai pluridecennale.

Qual è il segreto del successo di C’è posta per te?

La risposta è che in alcune situazioni è fondamentale l’intervento di un intermediario che sia in grado di riconciliare le parti. Nel caso di C’è posta questo ruolo è ricoperto da Maria De Filippi.

Maria è il narratore onnisciente che offre un racconto razionale, analizzando e incastrando i punti di vista dei vari protagonisti della stessa storia.

La conduttrice consola, incoraggia, rassicura, a volte bacchetta; trova sempre le parole per spiegare le emozioni e i conflitti interiori che spesso gli stessi protagonisti delle storie non sono in grado di esprimere.

Maria De Filippi, apparentemente, non giudica e, allo stesso tempo, dà l’impressione di non essere così diversa e distante dal cast di puntata, entrando in empatia con entrambe le parti in causa.

Ho l’intimo sospetto che se Maria, in un universo parallelo, fosse stata chiamata a svolgere il ruolo di mediatore coniugale per risolvere il conflitto di Storia di un matrimonio, sarebbe riuscita nell’ardua impresa.

Gli spettatori non possono che rimanere incollati alla tv nel tentativo di scoprire se Maria De Filippi riuscirà a risolvere l’ennesimo conflitto familiare, sentimentale ed emotivo.

Lo scorso sabato C’è posta per te ha raggiunto 5,9 milioni di spettatori, conquistando il 30,1% di share.

Questi ascolti da record non fanno che confermare la trasversalità del “fenomeno Maria”.

Se avete perso la puntata e siete curiosi di recuperarla potete farlo come sempre su witty tv.

Il trailer della seconda puntata di C’è posta per te su Witty tv

Valeria de Bari

Immagine di copertina: Wikipedia

Quando la moda incontra il mondo: “International Couture Fashion Show” ad Altaroma

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Noi di CulturaMente abbiamo scelto l’evento di Altaroma 2020 che risponde maggiormente alle nostre aspettative: senza dubbio International Couture Fashion Show, inserito nel calendario ufficiale della settimana della moda capitolina ed organizzato da Maria Cristina Rigano.

Quello che mi ha colpito particolarmente della passerella del 24 gennaio presso l‘Ex-Caserma Guido Reni District dove la sfilata ha avuto luogo, è il respiro autentico e cosmopolita della vera Bellezza.

Il merito del successo è indubbiamente l’animo raffinato e poliedrico della sua ideatrice, Maria Cristina Rigano che, proprio nella sua esperienza di vita contaminata dal nomadismo culturale, ha saputo cogliere l’eccellenza e le sfumature più significative dei luoghi in cui ha vissuto.

Docente universitaria, Event Manager di alto livello, musa della comunicazione, la Rigano ha vissuto in ogni parte del mondo e incarna l’ideale moderno e sostenibile del fashion antropologico e culturale, un modello di arte coniugato con l’esperienza dell’interiorità e del contesto.

International Couture Fashion Show è un evento patrocinato dal’Istituto di Cultura Italo-Libanese di cui Maria Cristina Rigano è responsabile del settore eventi. Hanno sfilato le creazioni dei designer A’biddikkia, Baroqco Jewelry Couture, Marcela De Cala, Missaki Couture, Natasha Pavluchenko.

Uno spettacolo di grande suggestione che ha visto letteralmente volteggiare sulla passerella capi ed accessori di grande eleganza e raffinatezza.

altaroma 2020
Antonella Rizzo di CulturaMente

I colori freddi e preziosi della Maison A’biddikkia hanno avvolto con un tocco di ironia sapiente donne ieratiche come icone bizantine, in toni assoluti o in fantasie che ricordano i tramonti sul Bosforo.

A rapire l’attenzione degli spettatori sono stati poi i gioielli di Baroqco Jewelry Couture che ha riproposto in versione moderna i fasti dei regnanti del passato, tra gorgiere vittoriane e pettorali preziosi come regine egizie. Tutto indossato su abiti black and white: il ritorno del gotico romantico che personalmente adoro.

Sulla falsariga dei precedenti coutourier Missaki ha imposto il tessuto come elemento centrale delle crezioni: materiali ricercati e inserti come pietre preziose, ruches ad interrompere il minimalismo degli abiti da sera, vestiti da sposa in broccato biscuit: la magnificenza.

Per Natasha Pavluchenko intramontabile nero con accenni al bianco lunare, stavolta filo conduttore di una narrazione lontana, come nei ricordi di viaggio. Gli abiti evocano la corte di un antico re kazako, il fascino dell’immensità delle terre al crocevia tra oriente e Occidente.

E per finire non potevano mancare le spose di Marcela De Cala: la bellezza senza compromessi. Nessun escamotage per sdoganare la sacralità di un giorno unico; la Donna protagonista assoluta e volutamente solenne per il trionfo dell’eleganza e del nuovo classicismo.

E dopo questa meravigliosa immersione in un’autentica esperienza di Arte e buon gusto, non ci resta che ispirarci a tanta bellezza aspettando la prossima edizione di Altaroma.

Antonella Rizzo

Fusione tra arte e moda: intervista a Jasmine Accardi

Cruel Intentions – La prima regola: non innamorarsi

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Regia: Roger Kumble
Nazione: U.S.A.
Anno Produzione: 1999
Genere: Drammatico
Durata: 95′
Cast: Ryan Philippe, Sarah Michelle Gellar, Selma Blair, Reese Whiterspoon, Louise Fletcher, Sean Patrick Thomas

Gli anni 90 sono gli anni del grunge, di MTV e delle sue chart. Dei video musicali e le serie tv divenute poi un vero e proprio cult. Non solo, sono gli anni in cui Hollywood riprende quota grazie ad una forte produzione cinematografica di alto livello. In questo contesto si inserisce Cruel intensions.

Un vero e proprio classico che ha segnato la fine di un decennio facendo da apripista ad un nuovo genere che attrae un pubblico sempre maggiore: teen drama/young adult. Sceneggiato e diretto da Roger Kumble, all’epoca regista esordiente, la pellicola vanta un cast di volti giovani conosciuti al pubblico di teenager (Sarah Michelle Gellar “Buffy”; Ryan Philippe “So cosa hai fatto”; Reese Witherspoon “Pleasantville”; Selma Blair “La cosa più dolce” e Joshua Jackson “Dawson’s creek”).

Tratto dal romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos. Scritto nel 1782, il film rilegge la storia in chiave moderna. Ovviamente è inutile avanzare confronti con la precedente trasposizione interpretata da Michelle Pfeiffer, John Malkovich e Glenn Close, eppure Kumble ha dimostrando di essere capace di una tale reinterpretazione senza innescare alcun malcontento. Un approccio che, unito al sapiente uso delle hit musicali del momento, alla sensualità e alla perversione di alcune scene, dopo 21 anni, Cruel Intentions, rappresenta ancora uno dei migliori young adult di tutti i tempi segnando l’immaginario collettivo adolescenziale dell’epoca. Insomma, il regista ha saputo sfruttare l’occasione quale trampolino di lancio, divenendo uno dei pluripremiati agli MTV awards del 2000.

Cruel Intentions
Selma Blair e Sarah Michelle Gellar durante la loro lezione di baci a Central Park Columbia Pictures

La trama di Cruel Intentions

Sebastian Valmont e la sua sorellastra Kathryn sono due ricchi studenti dell’Upper East Side di Manatthan. Le giornate trascorrono all’insegna della noia. Sebastian inganna il tempo divertendosi a sedurre ragazze, annotando ogni sua conquista su un diario dal quale non si separa mai. Kathrynsi si finge una ragazza religiosa che si occupa d’introdurre nell’esclusiva Manchester High School, Cecile, figlia di un’amica di famiglia. La noia è tale che Sebastian, attratto dalla possibilità di sedurre Annette Hargrove, ragazza che desidera rimanere vergine fino al matrimonio, decide di fare una scommessa con la sorellastra.

Cruel Intentions: uno dei primi young adult che rimarrà nell’immaginario collettivo cinematografico grazie alle atmosfere intense e sensuali. Uno pendolo che oscilla costantemente tra il desiderio del proibito e la trasgressione.

Kumble, fin dal principio, ha avuto ben chiara quale fosse la chiave di volta del film: riflettere la generazione di cui il film doveva essere espressione.
Fin dal primo fotogramma, la pellicola si candida ad essere un vero e proprio manifesto della trasgressione soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Sarah Michelle Geller e del suo bacio saffico con Selma Blair (rimasto nella storia della cinematografia) mentre Coffee and TV dei Blur ne fa da sottofondo. La scena è stata considerata molto controversa, tanto da essere stata definita «pornografia softcore mascherata come arte».

E proprio la Geller con la sua interpretazione ad innalzare il film ad un vero e proprio cult con la sua interpretazione da femme fatale che sfonda le porte della perversione e del proibito soprattutto durante la scena del massaggio tra Sebastian e Katherine. Un’interpretazione che finalmente la discosta dal personaggio di Buffy a cui, sfortunatamente, resterà legata per sempre. Hollywood sa essere crudele e ingiusta.

Un film che racchiude il senso del proibito, della perversione e del romanticismo noir.

Kumble gioca d’astuzia ed esalta la pellicola soffermandosi su dettagli ben precisi (respiri, mani, sguardi, affanni), girando scene platonicamente erotiche in versione high school per non incorrere in rating di censura. Il tutto viene esaltato dalla parte narrativa che viene accompagnata da una colonna sonora che ben rappresenta gli anni ’90.

Il film esprime perfettamente la generazione che presenta: la mancanza di pudore, la spregiudicatezza, il desiderio. Un film in cui si “ostenta la totale assenza di valori da parte dei giovani ed esalta la noia del dolce far niente”. Una perfetta trasposizione dell’adolescenza, quella ricca, disinibita e annoiata.

Il film non ha nulla di romantico, se ne ha l’illusione quando Sebastian, man mano che la storia prosegue, inizia a cambiare. E quella che doveva essere l’oggetto di una scommessa diventa la ragazza della quale si innamora. Scontato, se non fosse per il suo finale che lascia lo spettatore novellino decisamente con un retrogusto amaro e una sensazione di ingiustizia.

Un finale non scontato ma che ben si presta alle mille letture.

Cruel Intentions
Reese Witherspoon e Ryan Phillippe – Columbia Pictures

“Ti ha fatto un bel buco nel cuore, eh?”
“Se proprio vuoi saperlo, sì.. È incredibile. Riesce a farmi ridere..”

Per tutta la pellicola si percepisce non solo la tensione sessuale, ma anche e soprattutto un senso di cattiveria che fa da apri pista al protagonista per la sua redenzione finale. Un percorso che lascia ampio respiro a mille chiavi interpretative, soprattutto nella scena finale.

Durante lo svolgimento della storyline vediamo come il personaggio di Sebastian si evolve, forse più di tutti gli altri. Segue un percorso ben definito perché il film non poteva concludersi con la sensazione che l’amore debba essere una farsa. Eppure, Kumble sbaglia sugli ultimi minuti, cadendo nell’ovvietà quando, come un classico cliché, la povera piccola innocente ragazzina che improvvisamente abbandona la timidezze e diventa indipendente e audace (potrei elencarvi mille film in cui questa svolta è presente). Tuttavia, si riprende con finale in cui non è l’amore a trionfare, ma la vendetta. Un decisione decisamente più il linea con la trama.

Sarah Michelle Geller, Ryan Philippe e Reese Witherspoon.

Non so se c’è un modo per riparare a tutto il male che ti ho fatto, la verità è che assieme a te sono stato felice per la prima volta nella mia vita, sono sempre stato una carogna. Ero orgoglioso di provare piacere per le miserie degli altri, ora mi si è rivoltato contro, sono riuscito a ferire l’unica persona che abbia mai amato.

Degno di nota è l’interpretazione della Geller nelle vesti della sorellastra cattiva e viziata. Un’interpretazione eccezionale, decisamente distante da quella di Buffy, e forse proprio grazie a Cruel Intentions, la Geller mostra la sua versatilità e le sue capacità attoriali. Definirla straordinaria è riduttivo.

Sullo stesso livello appare Ryan Philippe, il quale grazie a determinati elementi – la canzone con cui comincia il film, la jaguar roadster del ’56, il suo caro diario di conquiste – ha innalzato, insieme alla sua collega Geller, il livello interpretativo del film.

Sottotono e forse troppo anonima invece è stata l’interpretazione della Witherspoon la quale si riprende sul finire ma non soddisfa le attese dello spettatore.

Tre motivi per guardarlo:

  • Racchiude l’anima degli anni ’90. Se come me vi mancano dovete assolutamente guardarlo.
  • Per il cast, ovviamente!
  • Perchè nonostante il finale, tutte vorremmo qualcuno che si innamori di noi perdutamente come Sebastian di Annette.

Curiosità

  • La scena del bacio tra la Geller e la Blair è valsa a far ottenere alle due attrici la vittoria nella categoria Miglior bacio (Best Kiss) agli MTV Movie Awards 2000. In occasione si sono scambiate un ironico bacio durante la premiazione.
  • Se amate il genere allora dovreste sapere che Kumble ha lavorato e sta lavorando ad After We Collide. Un altro teen drama tratto dall’omonimo romanzo. Un nuovo Cruel Intentions? Assolutamente sì, ne sono convinta. A quanto pare il film avrà PG13. E sappiamo bene che Kumble è molto bravo a dare toni perversi ed erotici ai film adolescenziali.

Vi siete persi l’ultimo cineforum? Tranquilli, ci pensiamo noi!

“Fiori d’acciaio”, l’omaggio di un uomo all’amicizia tra donne

Angela Patalano

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

La Bella Addormentata: una storia in cui l’amore salva tutti

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La Bella Addormentata, il balletto trasmesso in diretta streaming dalla Royal Opera House è stato definito più volte “stunning” dalle sue presentatrici inglesi in onda da Londra.

Non si potrebbe dire il contrario, vista la bravura di tutti i suoi ballerini, dei costumisti e degli scenografi… di tutti! Già dal primo atto non si sapeva chi o cosa guardare. Gli occhi erano attirati in ogni parte dalla bellezza.

L’esibizione di tutti i ballerini in La Bella Addormentata è stata precisissima, al punto da soddisfare il disturbo ossessivo compulsivo in ogni spettatore. Un coordinamento davvero incredibile.

Mentre Fumi Kuneko, che ha sostituito Lauren Cuthbertson nel ruolo di Aurora a causa di un infortunio, ha eseguito il complesso adagio della Rosa terribilmente bene! Sembrava una statua movente in quel passo tanto difficile quanto scomodo, anche se d’effetto.

Ancora una volta, com’è stato in Lo Schiaccianoci, il balletto, i costumi e la scenografia sono stati all’altezza.

Lo Schiaccianoci mozzafiato della Royal Opera House

Diverse ambientazioni ricostruite in modo tale da sembrare il set di un film. I pannelli, su cui erano dipinte alcune parti della scenografia, erano molto realistici e fiabeschi.

Il talento della sartoria della Royal Opera House è stato visibile in ogni atto de La Bella Addormentata, il balletto da cui sono state tratte le musiche e l’ispirazione per il film di Walt Disney.

Una particolarità di questo balletto è la ricchezza della gestualità in esso contenuto. I gesti nella danza non sono casuali o fini a se stessi. Ciascuno ha un significato ben specifico come amore o morte. È una cosa che non tutti sanno, io stessa l’ho scoperto per caso in una puntata di Pif in cui intervistava Roberto Bolle. Sarebbe bello se questo linguaggio del corpo diventasse noto anche a chi ama il balletto ma non pratica la danza.

La ragione per cui ho apprezzato in modo speciale La Bella Addormentata, nella versione del balletto, è stato perché l’amore trionfa davvero.

In questa versione i due giovani si salvano a vicenda. La Principessa Aurora avrebbe potuto essere salvata da uno dei suoi quattro pretendenti. Il Principe Florimondo, invece, è triste senza sapere perché, finché non capisce che gli manca l’amore.

Il Principe salva la Principessa col bacio del vero amore, e lei lo salva completandolo e ricambiandolo con questo nobile sentimento.

Ambra Martino

In copertina: Artists of The Royal Ballet. (C) ROH, 2017. Photographed by Bill Cooper (Immagine concessa da Nexo Digital)

Yesterday arriva in home video, in dvd e blu-ray

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Dal 22 gennaio è disponibile l’home video di Yesterday nei negozi specializzati.

La Universal Pictures Italia, che ringraziamo, ci ha fatto arrivare una copia del film, disponibile in Dvd, Blu-ray e Digital HD.

Divertente, originale, commovente, Yesterday è una commedia rock-n-roll sulla musica, i sogni, le amicizie e sulla tortuosa strada che porta all’amore della propria vita. L’uscita in home video è perfetta per passare una divertente serata casalinga all’insegna dei Beatles e delle loro canzoni e così celebrare il 55° anniversario della canzone iconica che dà il titolo a questa indimenticabile commedia.

Come detto nella nostra recensione del film “una rom-com accessibile a tutti e universalmente amata da tutti. Curtis e Boyle hanno il coraggio di fare un discorso complesso nel genere più semplice e diretto, e la sfida funziona.

Yesterday, chiedi chi erano i Beatles

Inoltre, nel disco troverete tanti contenuti speciali. Tra questi:

CONTENUTI SPECIALI ESCLUSIVI NEL FORMATO BLU-RAY:

  • Finale alternativo
  • Scene tagliate
  • Performance musicali
  • Ed Sheeran: dagli Stadi al Grande Schermo
  • Maga della Commedia: Kate McKinnon
  • Live agli Abbey Road Studios
  • E molto altro!
  • CONTENUTI SPECIALI NEL FORMATO DVD:
  • Finale alternativo
  • Scene tagliate
  • Performance musicali
  • Commento del Regista Danny Boyle e dello Sceneggiatore Richard Curtis
  • Live agli Abbey Road Studios

Insomma, non fatevi davvero scappare l’acquisto di Yesterday in home video!

‘Bout time e l’Arte totale in performance

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Tra gli spettacoli a Roma in scena nel weekend c’è ‘Bout Time.

Prendete tempo e concedetevi la visione di ‘Bout Time. Lo spettacolo vede in scena Maria Concetta Borgese, Theo Allegretti e Marco Fioramanti e Claudio Marrucci al Teatrosophia di Roma.

Lo spettacolo, dopo il successo al teatro Il Cantiere di Trastevere nel 2017 e la presentazione al MACRO Asilo nel 2018, debutterà in una forma ampliata e rivista, il 24 e il 25 gennaio 2020, alle ore 21:00 al Teatrosophia di Roma.

Il progetto è incentrato su una stretta interrelazione tra parola, danza, musica e pittura. La ricerca indaga un ritmo ancestrale della vita: il suono che è la forma primordiale della parola, a sua volta, riflesso di un gesto che è immagine e movimento.

La percezione del Tempo, il suo concettualizzarsi e il suo manifestarsi nel Corpo, anche attraverso l’ausilio della Parola, diventano il pretesto per indagare le pulsioni primitive dell’essere umano.

Si tratta quasi di una ricerca filologica sulla parola, in particolare sulle radici pre-indoeurope tuttora presenti nel nostro linguaggio, accompagnandosi a un’indagine multidisciplinare che coinvolge danza, musica e pittura.

spettacoli a roma

Gli artisti, infatti, esplorano la drammaturgia di Claudio Marrucci fissando lo spettacolo in quattro quadri che permettono l’affiorare dell’imponderabile metafisico mediante tecniche che sconfinano nell’improvvisazione.

Attraverso l’elaborazione a tavolino della drammaturgia si sviluppano dei patterns ritmico/sonori/visivi, lasciando che la casualità temporale crei nuovi insospettati abbinamenti.

‘Bout time è un’indagine sul nostro concetto di tempo che partendo dal logos, ci porta in una dimensione atavica, pre-logica e quindi pre-storica.

Ma è anche frutto anche del tempo nel suo divenire, istante per istante; secondo linee che non sono più né parallele né circolari.

La narrazione viene approfondita attraverso l’interazione di tutti gli elementi, i quali dialogano ognuno con le proprie peculiarità espressive, con ritmi e figure che si intersecano tra loro.

In scena grandi artisti: Maria Concetta Borgese (dance/impro-composition), Theo Allegretti (piano/impro-composition) e Marco Fioramanti (painting/impro-composition), sulla drammaturgia di Claudio Marrucci.

Due spettacoli in programma a Roma: venerdì 24 e sabato 25 gennaio alle 21.00 al Teatrosophia.

Antonella Rizzo

Serie TV Netflix da vedere a Febbraio 2020

Se Febbraio sarà un mese un po’ più caldo per tutti gli amanti delle serie tv grazie all’arrivo di nuovi contenuti Netflix da vedere sotto le coperte, da soli o in compagnia.

3 Febbraio

Team Kaylie stagione 3

Arriva la terza stagione della sitcom Team Kaylie, che vede protagonista Bryana Salaz, una ricca adolescente dall’aspetto glamour e ossessionata dalla popolarità sui social. Dopo aver avuto qualche problema con la legge viene obbligata dal tribunale ad impegnarsi in attività socialmente utili e si ritrova così ad occuparsi delle attività di un doposcuola dedicato alla natura.

 7 Febbraio

Locke & Key

Per gli amanti del mistero e del soprannaturale debutta su Netflix la prima stagione di Locke & Key: una serie americana la cui storia prende spunto dai fumetti di Joe Hill e Gabriel Rodriguez. Dopo l’omicidio del padre, tre fratelli vanno a vivere in una casa piena di segreti. Qui troveranno delle chiavi magiche in grado di conferire poteri straordinari.

 My Holo Love

Per chi a San Valentino vuole sognare con storie romantiche arriva My Holo Love. Una serie coreana che racconta l’amore inaspettato nato tra una donna sola ed un ologramma dalle stesse sembianze umane del suo creatore.

8 Febbraio

 Van Helsing stagione 4

Continua con la quarta stagione la sanguinolenta storia di Vanessa Van Helsing: l’ultima speranza dell’umanità in un mondo apocalittico minacciato da vampiri.

 13 Febbraio

 Narcos: Mexico stagione 2

Lo spin off di Narcos prosegue con la seconda stagione di Narcos Messico, dove il Cartello di Guadalajara di Felix Gallardo cerca di costruire il proprio impero tramite il traffico di droga negli USA. L’agente della DEA Kiki cerca di contrastare le attività dei messicani e di arrestare i partecipanti del cartello.

 14 Febbraio

Le ragazze del centralino stagione 5

Arriva l’ultima stagione de “Le Ragazze del centralino”. Il capitolo conclusivo della serie che ha appassionato il pubblico grazie alla storia delle 4 donne protagoniste è stato diviso in 2 parti ed è ambientato tra il 1936 ed il 1939 durante il conflitto della Guerra Civile Spagnola. La prima parte dell’ultimo capitolo partirà proprio il 14 febbraio.

24 Febbraio

Better Call Saul stagione 5

La quinta stagione dello spin off di Breaking Bad arriva su Netflix per mostrare tutti gli effetti provocati dalla trasformazioni di Jimmy McGyll nell’avvocato Saul Goodman.Bob Odenkirk, l’attore protagonista, ha definito questa nuova stagione come: “dannatamente fantastica, la più bella che abbiamo fatto!”.

 26 Febbraio

 I Am Not Okay With This

Dal regista di The End of The Fucking World e dai produttori di Stranger Things, arriva una serie che ha per protagonista un ragazzo che deve fare i conti con l’adolescenza e con i suoi superpoteri.

27 Febbraio

 Altered Carbon stagione 2

Dopo due anni di attesa arriva la seconda stagione di Altered Carbon con Anthony Mackie al posto di Joel Kinnaman ad interpretare il protagonista Takeshi Kovacs.

28 Febbraio

Queen Sono

Storia di una spia africana addestrata per compiere una missione pericolosa, deve al tempo stesso affrontare la sua complicata vita privata.

Ora che sai quali sono le nuove uscite Netflix di febbraio, resta da risolvere un ultimo problema: recuperare una volta per tutte le quote di chi insieme a te utilizza l’abbonamento Premium.

Si sa infatti che molti utenti Netflix preferiscano abbonarsi al piano Premium anziché quello Basic o Standard perchè è il più conveniente in termini di qualità, l’Ultra HD e i 4K, ma anche in termini di prezzo, perchè se si divide il costo in gruppo dei €16 mensili richiesti, si può risparmiare fino al 75%.

E’ una fitta e dedita organizzazione casalinga quella degli spettatori Netflix più attenti al risparmio, che ogni mese si impegna nella raccolta delle quote di ognuno per l’uso condiviso dell’abbonamento. Energie e tempo ben speso, ma che a lungo andare possono compromettere la sopravvivenza del gruppo di risparmio.

Per evitare che ciò accada e che alla fine si decida di rinunciare alla programmazione di film e serie tv più famosa del mondo, nasce Together Price. 

Together Price è infatti il sistema di pagamento di gruppo che ti aiuta nella gestione di una spesa condivisa tra più persone, come in questo caso l’abbonamento Netflix Premium. Potrai così essere sicuro di risparmiare e al tempo stesso avrai a disposizione una piattaforma che automatizza la raccolta delle quote e che fa quindi al posto tuo “il lavoro sporco” di chiedere i soldi indietro ad amici e parenti.

Puoi usare Together Price in due modi: se già possiedi un abbonamento Netflix Premium, puoi mettere a disposizione i posti liberi che non usi e ricevere ogni mese le quote dal gruppo che ti rimborserà fino a €12 se condividi 3 account, in questo caso sarai un Admin.

Se invece non hai ancora sottoscritto alcun abbonamento a Netflix, puoi entrare in un gruppo Netflix già attivo ed iniziare a risparmiare con altre persone, in questo caso la quota richiesta è di €4.99 e tu sarai un Joiner.

Come si diventa admin di un gruppo Netflix?

 – Entra su Together Price e clicca su “Registrati subito”.

– Seleziona 3 servizi e scopri quanto puoi risparmiare.

– Clicca su “Inizia a risparmiare”

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– Imposta la visibilità su “Pubblico” per far trovare il gruppo al network e infine clicca su “Pubblica”.

Come si diventa joiner?

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– Seleziona il gruppo al quale vuoi unirti e invia la richiesta.

Figli, l’ultimo film di Mattia Torre

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Figli è un film con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea che porta sulle proprie spalle un’importante eredità.

Se si vuole, è il concetto stesso di eredità, di un lascito sulla Terra il cuore pulsante dell’ultima pellicola del compianto Mattia Torre, scomparso prematuramente prima di riuscire a ultimare il lavoro di cui ha firmato la sceneggiatura e che avrebbe dovuto vederlo anche dietro la macchina da presa.

Figli è un racconto bellissimo e di un’immensa umanità, che partendo con delicatezza da un nucleo familiare traccia il contorno delle speranze e delle fobie di un’intera società. Nel film Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea vestono i panni di una piccola coppia borghese tra mille tic ed ansie. La nascita di un secondogenito irrompe nella precaria stabilità trovata rimescolando tutte le carte in tavola. E’ un affresco dell’Italia dei nostri tempi, dal particolare al generale, dove il concepire un figlio è qualcosa di più.

E’ la scesa a patti con la consapevolezza che lo stesso atto d’amore è un atto di coraggio in un Paese che agli occhi di Torre appare completamente disinnamorato delle sue bellezze, dalla politica al patrimonio artistico. Figli è uno spaccato che entra ed esce da una finestra di un palazzo romano in punta di piedi. Osserva con geniale ironia (amerete la scelta della beethoviana ‘Pathetique’) gli alti ed i bassi di una comune vita di coppia. I 50/50 a volte sono più 60/40, o addirittura 70/30, ma è un gioco di rovesci e calibrazioni tra esasperazione e pediatre guru costosissime.

Si passa anche per il rapporto con il passato con il quale certe generazioni sembrano non aver mai fatto i conti.

La stratificazione sociale che si fa scarto generazionale tra l’epoca dei ‘boomers’, ultimi detentori di privilegi come la pensione, ed i quarantenni eterni giovani di oggi, a loro volta distantissimi dai cosiddetti ‘millenials’. Il racconto che si fa, a tratti, addirittura grottesco delinea alla perfezione un procedere che diventa alla cieca quando destabilizzato da una piccola, grande anomalia. E quindi è il rimanere la chiave per andare avanti, resistendo alle tentazioni di volare fuori da una finestra aperta.

Il plauso della riuscita di Figli va riconosciuto anche a Giuseppe Bonito, alla sua seconda regia. E’ atto di coraggio anche il caricarsi con onore di un compito inevitabilmente gravoso come terminare un lavoro come questo. Perché se il film porta su di sé il nome di Mattia Torre, Bonito non rinuncia ad imprimere una marca stilistica riconoscibile e genuina. E deve, senza dubbio, aver trovato nelle puntuali indicazioni di una brillante e certosina sceneggiatura un valido alleato nella riuscita della pellicola.

Figli è un film che va visto per una miriade di ragioni differenti, dalla sua irresistibile ironia al suo parlare all’Italia di oggi. Non possiamo far altro che consigliarvi di recuperarlo al cinema a partire dal 23 gennaio.

Alessio Zuccari

MasterChef Italia 9: manualità e creatività protagoniste della quinta puntata

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La quinta puntata di MasterChef Italia 9 si apre con una mistery box molto innovativa e sfidante di grande manualità.

Gli aspiranti chef, infatti, devono confrontarsi con degli ingredienti “mini” che hanno richiesto una grande prova di agilità e di precisione. Gli ingredienti sembrano delle vere e proprie miniature: telline, moscardini fragolini, melanzane perlina baby, lumachine di terra, mini pâtisson gialle, cucamelons, yuco delle Ande (o patata nativa), cosce di pernice, uova di quaglia e “lacrima rossa” del Perù, cioè un mini peperone amazzonico.
Come dice il famoso detto “nella botte piccola, c’è il vino buono”.

Ma sarà stato davvero così per i partecipanti alla prova? Chi sarà stato il vincitore di questa prova? Il ritmo è sempre più veloce, coinvolgente. L’entusiasmo ci scorre nelle vene quando vediamo le puntate di MasterChef.

Si iniziano a toccare anche i sentimenti dei partecipanti alla gara, alcuni ne rimangono scottati, altri reagiscono, altri ancora non sembrano uscirne indenni.


La seconda prova dell’Invention Test, invece, è stata molto divertente: sulla scena 3 frigoriferi totalmente diversi gli uni dagli altri. Quello dello chef Giorgio Locatelli, incredibilmente British, la mitica ed iconica cabina telefono inglese, con al suo interno prodotti che non mancheranno mai all’interno del suo frigo.

Segue poi quello di Antonino Cannavacciuolo, più partenopeo, con la presenza di prodotti alimentare più squisitamente legati alla cucina mediterranea. Infine, quello di Bruno Barbieri, a forma di baule a scacchi, ci sono erba cipollina, brodo di verdura, vino bianco, cozze, fegato di vitello, burro, cipolle di Tropea e alga dulse. Ma la prova non può essere così scontata. Spazio al quarto frigorifero (versione “sorpresa”).

Come saranno stati assegnati questi quattro frigoriferi, e soprattutto, chi ne esce sconfitto? L’ultima prova, prima del pressure test, quella in esterna. Le brigate si compongono, ed il tema guida è lo street food stile gourmet. Fritti da un lato, stufati dall’altro.
Voi che cosa preferite?

Serena Cospito

[Immagini concesse da Sky]

…Prima di MasterChef 9 Italia

1917, la guerra lineare e pulita vista da Sam Mendes

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Più che un vero film, 1917 è una risposta cinematografica.

Di fronte all’urgenza di voler raccontare un’avventura fortemente personale, ovvero i ricordi del nonno soldato nel primo conflitto mondiale, Sam Mendes si è posto la domanda su come realizzare un film di guerra in un genere ormai abusatissimo. Tra le risposte cercate, quella trovata è l’idea di realizzarlo con un unico (finto) piano sequenza. Una storia lineare quindi, in tempo (quasi) reale, che va dal punto A al B mostrata come fosse una sola ripresa.

Talvolta però capita, anche ai grandi ai quali certamente Mendes appartiene, che la riposta trovata non sia la migliore. Non sbagliata, per carità, ma forse non così azzeccata.

Perché la scelta narrativa e registica è certamente sensata e, oltre a voler tentate di innovare un soggetto visto e rivisto, cerca soprattutto di immergere lo spettatore nell’incubo delle trincee. Ogni passo, ogni parola, ogni schizzo di fango, ogni esplosione, lo spettatore è dentro con i soldati dall’inizio alla fine. Li accompagna veramente mano nella mano. Ma tale scelta è anche controproducente. Il virtuosismo estetico confezionato in una tecnica sopraffina, grazie soprattutto alla fotografia come sempre maestosa di Roger Deakins, esce talmente tanto fuori dallo schermo da essere estremamente evidente anche per spettatori dall’occhio meno cinematograficamente allenato. Finisce per essere ingombrante e artificiale laddove la magia della tecnica dovrebbe invece nascondersi nella storia, perdersi nelle emozioni.

E, duole dirlo, finisce anche per risultare addirittura ripetitiva, appiattendo il tono generale. In un genere come quello di guerra che avrebbe bisogno costantemente del montaggio, del ritmo, 1917 propone invece una linea orizzontale, dalla quale non c’è modo di fuggire o spezzare, e parole e gesti nel perdere tensione acquistano routine.

Non si può certamente negare la grandissima composizione tecnica di 1917. Sarebbe delittuoso non sottolinearla. Ma non può essere solo quella l’intero film.

La risposta di Mendes per cercare di raccontare qualcosa di nuovo finisce invece per raccontare qualcosa di vecchio. La guerra di 1917 è già vista, già sentita, già capita. Pure quando si sforza di creare storie e sentimenti dei protagonisti, l’emozione rimane sempre un fattore soltanto superficiale.

Non riesce a scappare da una struttura quasi da videogame, in cui si susseguono i livelli di difficoltà e gli ostacoli trovati dai personaggi. Addirittura i pericoli sembrano meno pericolosi poiché la linearità del percorso ci anticipa il passo successivo. E così capita che il protagonista, arrivato alla fine, in quello che dovrebbe essere il climax, appaia paradossalmente pulito in volto, pettinato e perfetto dopo tutto quello che ha passato: l’estetica cinematografica conta più del caos bellico.

Un peccato che un’idea tanto innovativa finisca, paradossalmente, per annullare il caos che la guerra dovrebbe creare. Peccato che il messaggio antibellico di 1917, nel quale l’inutilità della guerra è rappresentata e esasperata da sacrifici quasi sempre vani, finisca in secondo piano rispetto all’artificio scenico.

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Emanuele D’Aniello

Megxit VS La Regina: i social rendono passivo-aggressivi?

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Il Principe Harry e Meghan nelle ultime settimane hanno diviso a metà il popolo del web, i sudditi inglesi e il resto del mondo, con la loro scelta.

La coppia ha annunciato di voler essere indipendente e di voler lavorare per mantenersi, creando grande scompiglio all’interno della famiglia reale, a causa della notizia shock improvvisa e del modo in cui è stata rilasciata.

Il Principe Harry e Meghan hanno dato la notizia tramite social e senza averne parlato preventivamente con Sua Maestà, invece di dare la comunicazione dopo averne parlato con la Regina per definire i dettagli di questa scelta e tramite i canali ufficiali di Buckingham Palace.

Dal palazzo reale la risposta è stata la seguente: «Le trattative con il Duca e la Duchessa del Sussex sono alla fase iniziale. Comprendiamo il loro desiderio di avere un approccio diverso, ma queste sono questioni complicate che richiederanno molto tempo per essere risolti».

La questione va ben oltre i problemi della Famiglia Reale, Harry e Meghan.

Il gesto del Principe Harry e di Meghan e la risposta da Buckingham sono un esempio di due tipi di comportamento. Il primo passivo aggressivo e il secondo più assertivo.

Piuttosto che assumersi le responsabilità della loro decisione e parlarne apertamente e vis à vis con la Regina Elisabetta II e il resto della Royal Family, i Duchi del Sussex hanno comunicato di allontanarsi dalla vita reale tramite social. Inoltre proprio Meghan è tornata in Canada qualche giorno prima che i membri della Casa Reale si riunissero lunedì per discuterne apertamente con Harry.

Nessuna novità per noi italiani. Giusto pochi mesi fa Tommaso Paradiso ha abbandonato i Thegiornalisti con una storia Instagram, spiazzando i fan e i membri stessi del gruppo!

Questo atteggiamento passivo aggressivo potrebbe essere considerato un po’ codardo, e spesso è eloquente sulla personalità di chi lo attua. Di solito sono persone insicure, incapaci di reggere un confronto di persona con l’interlocutore, tanto da preferire di nascondersi dietro gli schermi dello smartphone.

Chi si è trovato nella spiacevole situazione di essere scaricato così, sa bene quanto lasci sgomenti e crei rabbia. Sia per il modo in cui si è chiuso il rapporto, sia perché non ci è stata data una reale possibilità di confrontarsi e capire quale sia il problema che ha portato la persona a questa scelta.

La risposta giunta al Principe Harry e Meghan è d’esempio per tutti.

La Corona Reale si è dimostrata assertiva con la giovane coppia.

La Regina Elisabetta è cresciuta in un periodo in cui i telefoni si usavano solo per parlare, e non per messaggiare, fare i selfie e scaricare la gente in modo rude. Un tempo era buona educazione e usanza comune notificare le interruzioni dei rapporti, di qualsiasi natura, di persona e poi, come nel caso specifico dei Duchi, ad altre persone tramite comunicato.

Ma perché dovremmo prendere esempio dall’ufficio di comunicazione della Regina? Perché nel messaggio di risposta al Principe Harry e Meghan hanno aggiornato i sudditi sulla situazione delle trattative, dato che i fondi di mantenimento alla coppia erano versati fino a quel momento da loro. Hanno mostrato comprensione verso i Duchi per la loro decisione ma facendo presente che, essendo la loro una scelta molto forte, ne avrebbero discusso insieme.
Ascolto delle esigenze altrui, comprensione, autoaffermazione per esprimere le loro necessità, venirsi incontro. Questo è essere assertivi.

Una situazione spiacevole, senza alcun dubbio, ma che mostra amaramente due realtà e due generazioni a confronto.

Una che usa la tecnologia per arrivare a più persone ma che sta perdendo le buone maniere, la sicurezza di essere se stessi lontani da un telefono. E che non ha sufficiente autostima per affermarsi e per mettersi in discussione.

E un’altra, che ha visto il progredire della tecnologia, che per diventare virale andava in TV, che sapeva come comportarsi in diverse situazioni. Se adottavano un comportamento passivo aggressivo, in fondo sapevano di star sbagliando.

Dovremmo tutti reimparare a confrontarci con le altre persone, apertamente, senza insulti e senza essere chiusi sulle nostre volontà e intenzioni. E dovremmo imparare da quelle poche persone che ancora danno un esempio sano e positivo.

Ambra Martino

Immagine di copertina Unsplash:
unsplash-logoDebbie Fan

Lo Schiaccianoci mozzafiato della Royal Opera House

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La straordinaria storia di Clara e Hans-Peter, la loro battaglia contro il malvagio Re dei Topi e il loro magico viaggio nella dimora della Fata Confetto arriva al cinema con Nexo Digital ed emoziona tutti gli spettatori.

Lo schiaccianoci è il balletto per eccellenza di Natale, capace di emozionare persone di tutte le età. Anche se le Feste sono ormai finite, questo evergreen incanta ancora tutti col suo fascino inesauribile: è il racconto di una famiglia tipo, composta da madre, padre e due figli, un maschio e una femmina. L’armonia perfetta della famiglia quindi, con quattro membri, due per i due sessi contrapposti. 

Dal balletto di Tchaikovsky sono stati tratti numerosi adattamenti, soprattutto cinematografici. Lo Schiaccianoci, il balletto della Royal Opera House, è stato altrettanto bello.

Registrato nel 2016, lo spettacolo del Royal Ballet propone un cast d’eccezione che comprende Lauren Cuthbertson come Fata Confetto, Federico Bonelli nel ruolo del Principe, Francesca Hayward in quello di Clara e Alexander Campbell nei panni di Hans-Peter (lo Schiaccianoci). Nel cast anche Gary Avis come Drosselmeyer, Marcelino Sambé e Mayara Magri.

I meccanismi scenografici che si innescano per proporre il rimpicciolimento di Clara sono stati sbalorditivi, in particolare modo il dettaglio della sedia a rotelle ottocentesca che ha dato maggiormente la percezione che tutto fosse diventato più piccolo. 

I protagonisti, tutti inglesi ad eccezione del Principe, Federico Bonelli, nostro vanto nazionale, hanno mostrato sul palcoscenico tutta la loro professionalità per quasi due ore consecutive. Dire che la danza non sia uno sport è da sciocchi: basta guardare i ballerini per capire il duro lavoro fisico che c’è in una sola esibizione di danza, e ancora di più in un intero balletto.

Se le scenografie sono state mozzafiato, i costumi hanno fatto innamorare ogni spettatore! Perfetti, eterei, adatti su ogni personaggio, con una scelta di colori moderna ma che non ha allontanato il racconto dello Schiaccianoci, e il balletto stesso, dall’immaginario collettivo.

La Regina delle Fate, accolta da uno scrosciare di applausi, si è esibita in un virtuosismo di danza strepitoso. A tratti però mi è sembrata un po’ irrigidita dall’emozione, che lei stessa ha ammesso di provare nell’interpretare un ruolo così importante. Alcune volte sembrava, in pratica, che si muovesse troppo di fretta e a scatti. Forse l’ansia non le ha permesso di svolgere i movimenti con lentezza in modo da conferire dolcezza e delicatezza ai passi.

Tuttavia è stata leggera come una piuma durante l’esecuzione, accompagnata dal Principe: sembrava davvero di essere in un sogno.

Negli ultimi brani del secondo atto, i brani più famosi dell’opera, mi aspettavo una coreografia più fluida, in armonia con le musiche del compositore russo. La conclusione è stata comunque un capolavoro della danza classica, lasciando nella sala chiunque esterrefatto!

Ambra Martino

Volete saperne di più sulla Royal Opera House?

Il Don Giovanni dell’opera seduce ancora dalla Royal Opera House

 

Immagine di coprtina concessa da Nexo Digital: Artists of The Royal Ballet in The Nutcracker (c) 2015 ROH. Photograph by Tristram Kenton