Inge Morath, fotografa Magnum tra reportage e ritratti delle star

Museo di Roma in Trastevere - Inge Morath
Inge Morath, Marylin Monroe sul set di "Misfits", Nevada, 1960

Il Museo di Roma in Trastevere ospita fino al 19 gennaio la prima retrospettiva italiana di Inge Morath, fotografa della mitica Magnum Photos.

Fin dalla sua apertura, il Museo di Roma in Trastevere è stato dedicato all’arte fotografica. Lo spazio, infatti, ha ospitato diverse mostre tematiche e retrospettive, che hanno dato l’occasione a romani e turisti di conoscere il lavoro di fotografi, reporter e/o artisti, anche non celebri.

Questo è il turno di una donna, Inge Morath a cui per la prima volta in Italia viene dedicata una retrospettiva. 

Dal titolo dell’esposizione, “Inge Morath. La vita. La fotografia”, già si intuisce che non si vuole farne conoscere solo l’opera. Nonostante l’assoluta bellezza delle 140 fotografie esposte, lo spettatore resta affascinato dalla biografia di Morath qui raccontata attraverso documenti originali, video e pannelli illustrativi, sintetici ma esaustivi.

Nata austriaca, cresce in un ambiente familiare intellettualmente stimolante. Con la famiglia e per i suoi studi si sposterà in Germania e a Parigi, dove conoscerà Robert Capa, Henri Cartier – Bresson e David Seyman, i fondatori dell’agenzia Magnum Photos. Prima di scoprire la fotografia, durante e dopo la guerra, inizierà a lavorare come ricercatrice e redattrice per alcune testate giornalistiche. In questa veste viene invitata da Robert Capa a lavorare per l’agenzia, di cui diventerà membro associato nel 1955.

Inizia a fare da assistente e redattrice ad Henri Cartier-Besson. Standogli vicino impara, forse per osmosi, a fotografare. Lui sarà, di fatto, il suo mentore.

Ma Inge Morath scoprirà per caso il proprio talento, durante un viaggio a Venezia. Resta folgorata dalla luce della laguna e chiede a Capa di inviare un fotografo sul posto per approfittarne. Capa le risponde piccato che può benissimo scattare lei, visto che è già sul posto. Così inizia la sua carriera come fotografa, sempre per l’agenzia Magnum. 

La commistione tra arte e vita è comunque presentissima negli scatti in mostra al Museo di Roma in Trastevere.

Per Morath, d’altronde, “la fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore“.

L ’influenza del suo maestro, Henri Cartier-Bresson, è evidente: quella di Inge Morath è un esempio della fotografia del “momento decisivo” che egli ha inventato. Ma le sue radici sono anche negli ideali umanistici del secondo dopoguerra. Scatta con lo sguardo sui quartieri popolari e i luoghi meno frequentati. Alcune ambientazioni sono surreali e le composizioni fortemente grafiche, come quelle del suo mentore.

Nella retrospettiva sono esposte fotografie scattate in tutto il mondo, che dimostrano la sua capacità di mantenere uno stile personale, pur spaziando dal reportage alla street photography al ritratto, con mestiere e dimestichezza.

Gli scatti più famosi di Inge Morath sono quelli agli attori e registi sui set cinematografici, dove spesso è inviata dall’agenzia Magnum.

 

Ma sono interessanti anche le fotografie dei reportage, molti dei quali sono stati realizzati insieme al marito, lo scrittore Arthur Miller, che ne scriveva i testi.

Nel 1960 Inge Morath realizzò, su incarico dell’O.N.U., un lungo reportage nei campi profughi in Europa e in Medio Oriente insieme a Yul Brinner, che era un fotografo, oltre che un celebre attore.

L’approccio di Inge è immersivo: già poliglotta, arrivava in un Paese e ne imparava la lingua. Anche il mandarino, che imparò accompagnando il marito in Cina in occasione della messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”. La conoscenza della lingua le era di grande aiuto, perché le consentiva, non solo di conoscere meglio il Paese che stava fotografando, ma soprattutto di interagire con le persone che ritraeva. I ritratti, infatti, sono un tema centrale nella sua carriera da fotografa.

Le fotografie di Morath ad attori, registi, scrittori esposte al Museo di Roma in Trastevere non sono quasi mai posate, con uno sguardo che coglie l’altrove di questi artisti.

Oltretutto, proprio in occasione dei ritratti scattati a Marylin Monroe sul set degli “Spostati” conoscerà Arthur Miller, che all’epoca era sposato con la diva. Dopo il divorzio, Miller sposerà Morath nel 1962 e insieme decideranno di vivere a Roxbury, a due ore da New York. Inizierà la vita americana di Inge Morath, spesso in viaggio e con la macchina fotografica al seguito.

La mostra “Inge Morath. La vita. La fotografia” è un’imperdibile occasione per conoscere questa esponente della fotografia Magnum, la cui carriera è poco conosciuta al grande pubblico, probabilmente oscurata da quella dei leggendari colleghi maschi.

Le fotografie esposte non sono moltissime, ma coprono le varie fasi della carriera di Morath e sono sufficienti a darne l’idea. Prezioso in questo senso è l’ausilio dei documenti esposti (lettere, libri fotografici, etc). C’è anche un documentario molto utile per l’approfondimento, ma – ahimè – dura più di un’ora e mezza. Lo ritengo l’unico difetto di questa esposizione.

Per quanto, infatti, sia favorevole all’uso degli audiovisivi nelle mostre, trovo che i lungometraggi siano ben poco fruibili dal pubblico. In fondo, ci si reca in un museo per ammirare opere artistiche di altro tipo (fotografie, in questo caso), non per vedere un film, proiettato oltretutto in una saletta con poche sedute scomode. 

Stefania Fiducia

 

 

 

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