Daniele Salvo e Ugo Pagliai tornano a scuotere il Globe Theatre di Roma con “La Tempesta”

La Tempesta shakespeare

Daniele Salvo è una delle firme costanti nella storia degli spettacoli del Globe Theatre di Roma.

Othello, Giulio Cesare, Macbeth sono solo alcune dell sue produzioni che il teatro diretto da Gigi Proietti ha visto sulle scene, dirette dal regista emiliano: tra queste, nel 2011, ci fu un adattamento de La Tempesta, dove la parte del protagonista Prospero era affidata a Giorgio Albertazzi. Quest’anno Daniele Salvo ha riportato in scena la commedia del bardo inglese, con lo stesso spettacolo e la stesa regia.

La trama è celebre, soprattutto agli amanti e ai lettori di Shakespeare. Il vecchio Prospero (esperto di magie e di incantesimi) vive in una grotta in mezzo a un’isola sperduta, in compagnia della figlia, la quale oltre all’anziano genitore, non ha mai visto altri esseri umani. L’umo infatti si trova lì per via di una congiura: un tempo era il Duca di Milano e, attraverso un complotto tra il fratello Antonio e il Re di Napoli, si è trovato costretto a fuggire via mare. Aiutato dagli astri e cosciente del domani, l’anziano uomo ordisce una strana vendetta. Sa che alcuni dei suoi nemici viaggiano per nave in ritorno da Tripoli. Ordina al fidato spirito magico Ariel (che gli ha giurato fedeltà dopo un’angosciante prigionia) di scatenare una tempesta che faccia naufragare la barca sulla sua isola insieme all’equipaggio, senza che nessun’anima venga colpita o il mezzo possa risentire.

Ariel, inoltre, fa separare, durante il nubifragio, Ferdinando (il figlio del re) dal resto degli altri, sotto suggerimento di Prospero. L’idea del demiurgo è semplice: vuole far incontrare Miranda al giovane erede al trono, fa sì che si innamorino e legittimare il ritorno al ducato perduto. I suoi riti porteranno tutti alla grotta, conducendoli in un finale..onirico.

Considerata una delle opere più celebri di Shakespeare, La Tempesta di Daniele Salvo ha un messaggio chiaro in sé. Andiamo però con ordine.

Iniziamo dalla scenografia. Lenzuoli bianchi e piegati che, con le giuste luci, danno quell’atmosfera calcarea di una grotta bianca, capace di nascondere spiriti e persone. Lenzuoli che possono però tranquillamente trasformarsi nella parte di un veliero. Una scenografia che si trasforma senza mai muoversi da lì: come l’attualità di un testo shakespeariano.

La Tempesta shakespeare

Il cast è carico di personalità del mondo scenico e, per molti, la combinazione del testo con la regia di Daniele Salvo non è nuova.

Prima grande novità è la presenza di un altro ‘mago’ del Teatro (non da meno ad Albertazzi), cioè Ugo Pagliai. Il Maestro non è alla sua prima esperienza con il regista (nel 2008 furono insieme nel Re Lear), né tanto meno sul palco del Globe (oltre al già citato, anche nel 2012 con Le allegre comari di Windsor). La sua voce profonda e ben disposta a cambiare tono e timbro, dona a Propsero un’austerità, diversa da quella aulica di Albertazzi. Il suo è un protagonista stanco, ma ancora forte. Inutile parlare della sua gestione della scena: la sua esperienza si vede e vale più di qualsiasi parola.

Tornano in scena nei loro ruoli Martino Duane in quello del Re e Tommaso Cardanelli in quello di suo figlio (il quale convince un po’ di meno rispetto al 2011). Sempre a loro agio invece Carlo Valli nella parte di Antonio, Marco Simeoli in quello di Trinculo e Gianluigi Fogacci in Caliban. Questi ultimi hanno trovato in Mimmo Mignemi un ‘nuovo Stefano’ degno della loro già provata complicità: la loro comicità si vede non solo dalle parole shakespeariane, ma anche dai loro gesti e dalla loro esperienza. Nuovi nella parte anche Valentina Marziali nel ruolo di Miranda (un po’ sotto tono all’inizio, ma in seguito si capisce che non è così ed è dovuto solo a un principio ‘assonnato’), Mauro Marino (ben inserito nella parte dell’anziano e petulante Gonzalo), Sebastian Gimelli Morosini e Alberto Mariotti (nei doppi panni dei marinai e dei gentiluomini).

Vera magia ci viene donata dalle coreografie. Le danze e i movimenti diretti da Micha Van Hoecke riescono a condurre lo spettatore in quel mondo onirico. Ipnotiche e cariche di energia, ma al tempo stesso ondulanti e delicate.

Chi merita però una non scontata ‘standing ovation’ è Melania Giglio nel ruolo di Ariel.

Attrice con un grande curriculum alle spalle, allieva (come Salvo) di Luca Ronconi, Melania era già presente nell’edizione del 2011. Ma non è uguale ad allora. Si vede la complicità con Pagliai (con cui recitò già in passato, tra cui nel citato Re Lear, nel ruolo di una spietata Goneril); ma anche con il regista, con il quale ha già messo in scena testi di Genet, Eschilo e Sofocle.

Dona al personaggio una straordinaria unione tra lo spirito e il terreno. Spirituale nella gestione del corpo, così delicato e capace di lasciarsi andare, fino a diventare protagonista di quelle coreografie; e in quello vocale, che cambia tono e di volume, senza il minimo sforzo o accenno di sporcatura. Ed è terrena, nella sua ricerca di libertà: maestosa nello strapparsi la maschera, così pirandelliana per quell’essere fatto d’aria che vuole la cosa più naturale del mondo cioè la libertà.

Il testo poi è sempre portatore di un grande messaggio, oggi più che mai da ricordare a tutti: l’inutilità della vendetta e del rancore. In un momento storico in cui il mondo sta cercando se stesso, poiché ancora perso, dove i valori umani non si ricordano neanche tra loro di esistere e la corruzione è la sola cosa che sembra decidere ogni cosa, lo spettatore (soprattutto quello che non ha mai letto il testo) si ritrova in questa simbolica rappresentazione dove ci si può ricredere sull’idea che non esista altra soluzione, oltre al lasciarsi andare dalla rabbia. Concidenza o volontà del regista? Solo Daniele Salvo lo può dire.

Per concludere, la rappresentazione fa tacere ogni tipo di critica, visto che messaggio e tecnica camminano di pari passo. Gli attori hanno capacità e talento e il testo non delude mai. 5 stelle su 5.

 

Francesco Fario

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