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“Dinamica di un incendio” di David Laurenzi: non il solito noir

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Durante le feste natalizie le letture consigliate sono quelle capaci di scuoterci dal torpore letargico invernale. E non c’è niente di meglio del noir di David Laurenzi Dinamica di un incendio, edizione Scatole Parlanti 2019.

Il libro del giovane autore umbro che si occupa da diversi anni di cinema, letteratura ed editoria, ripercorre le fasi critiche della combustione come avvenimento interno a una dinamica interiore.

Potrebbe essere definito un thriller, alla maniera delle pellicole pulp, ma il romanzo di Laurenzi è una storia in transito tra le vite di borghesi e di outsider che percorrono alla loro maniera un copione prestabilito; l’incendio che sopraggiunge e devasta ogni certezza.

La storia ha in sé tutti gli elementi di un giallo contemporaneo con un linguaggio asciutto e calibrato nelle nefandezze: il giusto necessario a far vacillare la serenità del lettore nel trovarsi di fronte a un fatto realmente possibile.

Alcune fasi ben definite fanno accendere e propagare un incendio, dove entrano in gioco numerosi fattori scatenanti e, a volte, risolutori. Per i protagonisti di questa storia, è proprio l’incendio dell’Albatros – un locale equivoco gestito dal potente e bizzoso Lucio – a causare una montagna di guai.

La situazione si complica per una morte sospetta; qualcuno ha intenzione di mandare in malora gli affari del boss. Viene chiamato Giorgio, incendiario di professione, per risolvere la faccenda.

Messo alle strette, inizia a indagare sulla vita di un suo amico connesso con le attività di Lucio, scoprendo che a muovere i fili degli eventi potrebbe esserci una donna, figura perversa e diabolica calata nel mondo del sadomasochismo.

Da qui il romanzo entra nel vivo di un processo di auto-etero identificazione con la parte più oscura della propria coscienza, fornendo la prova che nessuno è immune dalla zona d’ombra.

La narrazione di Laurenzi è convincente e ben articolata. La caratteristica del romanzo breve lo rende ancora più efficace e lapidario nel condurre il lettore negli abissi dell’imperscrutabile che si mostra come necessità vitale quando viene svincolata dal laccio della coscienza.

Ed è il laccio della dominatrice che risolve l’enigma, inevitabilmente votato alla conclusione tragica, che non è quella della morte ma dell’impossibilità di convogliare le pulsioni del’Eros più profondo.

Il libro reca una bella postfazione di Ignazio Gori, scrittore e saggista. Per noi di CulturaMente non il solito noir

David Laurenzi è nato a Foligno nel 1967. Si occupa da diversi anni di cinema, scienze sociali e letteratura. Ha ideato e condotto – presso scuole, cinema d’essai, associazioni e carceri – corsi, seminari e laboratori dedicati ai linguaggi audiovisivi e alla scrittura. Alcuni suoi racconti, saggi e testi poetici sono apparsi su libri e riviste. Dal 2012, insieme a pochi altri complici, cura e stampa il foglio d’arte Flusso.

Antonella Rizzo

Le “Piccole (grandi) Donne” hanno ancora molto da insegnare

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Per chi, come me, ha amato il libro e poi anche il film Piccole Donne del 1994 (un vero cult), non è stato facile accettare l’uscita dell’ultimo Piccole Donne, nel 2019.

Prima di tutto perché tra le protagoniste c’è Emma Watson (ancora mi interrogo sulla ragione di questa scelta); secondo, perché ero terrorizzata all’idea di uno strafalcione che non riuscisse a competere minimamente col film precedente, capeggiato da attori del calibro di Susan Sarandon, Winona Ryder, Kirsten Dunst e Christian Bale.

Invece, il film firmato da Greta Gerwig è una vera perla. E non solo perché, pur distinguendosi molto dal precedente, rimane intatto nel messaggio che vuole inviare il libro di Louisa May Alcott, ma anche perché il coro di donne diventa più forte che mai.

Le differenze con Piccole Donne 1994

A differenza del precedente film, Piccole Donne 2019 è un continuo ondeggiare tra flashback e presente. Questo potrebbe disorientare chi conosce meno la storia, ma consente di approfondire molti aspetti trascurati dalla pellicola degli anni Novanta. Le donne sono davvero protagoniste di questo nuovo film, figlio di un secolo dove la questione di genere è all’ordine del giorno.

L’anima delle protagoniste viene passata al crivello per definire i sogni di ciascuna: anche la madre (interpretata con mia enorme sorpresa dalla bravissima Laura Dern) non fa altro che rimarcare, seppur velatamente, la sua indole repressa: quella stessa natura che rende Jo una figura ribelle, stanca di vedere le donne identificate solo come madri e casalinghe, impossibilitate a tirare fuori il proprio talento per mantenersi e mantenere la propria famiglia.

Ma non sarà solo Jo, in questo Piccole Donne 2019, a stupirvi:

puntate gli occhi su Amy (Florence Pugh, l’attrice di Midsommar), perché è proprio alla più giovane di tutte che saranno donate le parole più dure sulla condizione femminile.

Insieme alle sorelle e a Marmee – dulcis in fundo – spicca anche la meravigliosa Meryl Streep nei panni della zia March. Una scelta del genere vi lascia già facilmente intuire che la ricca matrona ottiene in questa pellicola molto più spazio di prima.

Cosa lascia quindi questo classico, un libro che tutti (o quasi) abbiamo letto, riproposto più volte sul grande e sul piccolo schermo, alla soglia del 2020?

Lascia una riflessione grande sullo spirito femminile e sullo scotto da pagare per l’indipendenza, che spesso conduce ad un forte senso di solitudine. Non voler dipendere da nessuno (ieri economicamente, oggi forse anche emotivamente) erige dei muri attorno a noi. E sono muri davvero difficili da buttare giù, quelli del femminismo che affonda le unghie sulla prevaricazione di cui le donne sono state vittime per secoli, un’arma di cui oggi fanno uso troppo spesso per far sentire la propria voce.

Naturalmente, da grande fautrice dell’indipendenza e della libertà, sono sempre stata una fan del “team Jo”, ma se c’è una cosa che questo film insegna (rispetto ai precedenti) è che l’amore non è una guerra se ci è consentito dipendere dall’altro per nostro volere. Questo a volte lo dimentichiamo per antico retaggio, perché abbiamo imparato ad attaccare per difenderci da chi ci schiacciava ingiustamente.

C’è una lezione importante che porto a casa con questo Piccole Donne 2019: ogni donna ha il suo sogno e va rispettato.

C’è chi sogna di essere libera e indipendente e chi sogna una vita familiare, dedita al partner e ai figli. Per quanto possiamo non essere d’accordo con l’una o l’altra tendenza dobbiamo accettare il fatto che ogni sogno ha il suo valore, ma soprattutto dobbiamo accogliere a braccia aperte l’idea che oggi c’è la possibilità di scegliere quale strada intraprendere (provando anche a mischiarle un po’!), mentre “ieri” eravamo caldamente invitate, se non obbligate (a volte anche con la violenza, come anche oggi nei casi più estremi) a percorrere una sola strada.

Piccole Donne insegna che le strade sono molte, che è stato difficile renderle percorribili per le donne (e Jo, con la sua caparbia, ne è l’esempio), ma che oggi sono qui davanti ai nostri occhi. E siamo libere di scegliere con la nostra testa quella “giusta” per noi.

Nell’epoca in cui finalmente (almeno il più delle volte) ci viene concessa anche la libertà di emergere con la nostra genialità, senza essere chiamate Muse o Streghe, ma semplicemente “donne”, questo classico non ha ancora finito di dire quel che ha da dire, come ha scritto Italo Calvino molto prima di me.

Alessia Pizzi

“La Festa di Roma 2020”: il Capodanno che apre gli anni ’20

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Capodanno 2020 a Roma?

Occasione unica per riscoprire la città e vivere tutti insieme un giorno eccezionale di cultura, spettacolo e performance realizzate in esclusiva per la Capitale

Roma, 7 novembre 2019 – Si svolgerà dalla sera del 31 dicembre alla sera dell’1 gennaio la quarta edizione de La Festa di Roma 2020, la grande manifestazione ad ingresso libero promossa, in occasione del Capodanno, da Roma Capitale con la collaborazione del Tavolo tecnico per la produzione culturale contemporanea coordinato dal Dipartimento Attività Culturali di cui fanno parte: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Associazione Teatro di Roma, l’Azienda Speciale Palaexpo, la Casa del Cinema, la Fondazione Cinema per Roma, la Fondazione Musica per Roma, la Fondazione Romaeuropa, la Fondazione Teatro dell’Opera, l’Istituzione Biblioteche di Roma e il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura.

Quest’anno la regia e il coordinamento artistico della Festa di Roma 2020 sono a cura di Fabrizio Arcuri, Claudia Sorace e Francesca Macrì.

La Festa di Roma 2020 è dedicata al tema della Terra e alla relazione fra uomo e Natura. Un’ode alla straordinaria bellezza, vitalità e grandiosità della Natura, che partirà la sera del 31 dicembre al Circo Massimo e che proseguirà per 24 ore, come il ciclo di una giornata e come il tempo di una rotazione del nostro pianeta. Una festa pensata come un viaggio nella Natura, all’interno degli ecosistemi terrestri e delle loro biodiversità, interpretato poeticamente nella giornata dell’1 gennaio come un percorso attraverso cinque ambienti immersivi dentro e intorno alla Terra, una Terra senza confini e senza barriere, una Terra che fa della diversità il suo valore.

I cinque ecosistemi, coesisteranno e si contamineranno nella vasta area a disposizione della festa (compresa tra Piazza dell’Emporio, Ponte Fabricio, Giardino degli Aranci e Piazza Bocca delle Verità): il mondo del ghiaccio e dell’acqua dolce / il mondo colorato dei pascoli e delle praterie / il mondo dei deserti / il mondo delle giungle, delle foreste e dei boschi / il mondo del mare. Ogni ambiente, che il pubblico potrà attraversare a proprio piacimento, sarà animato da performance artistiche, scenari visionari e installazioni a tema, che importanti artisti internazionali realizzeranno appositamente, site specific, per stupire e coinvolgere gli spettatori.

Saranno parte integrante del viaggio anche gli elementi della natura che dialogano con l’architettura della città: il fiume, in primo luogo, che rappresenta la grande arteria che accompagna il percorso, con gli alberi che incorniciano il tratto, i giardini e le altre aree verdi che, colorando il cammino, ci ricordano che la natura è ovunque fra di noi, è la casa che condividiamo con tutti gli esseri viventi, dentro cui abbiamo il privilegio di vivere e di cui tutti dovremmo prenderci cura.

L’immagine di quest’anno, realizzata dall’illustratrice Chiara Fazi, è stata cucita sul tema dell’evento: la Madre Terra. L’artwork, interamente dipinto a mano e animato digitalmente, racconta la festa visionaria coinvolgendo lo spettatore attraverso tanti sipari che celano altrettanto mondi: un grande collage, un festival di dimensioni surreali e universi naturali. 

Ecco alcuni degli artisti principali tra i 1000 che prenderanno parte alla manifestazione.

CAPODANNO, 31 DICEMBRE 2019

 La Festa di Roma inizierà il 31 dicembre al Circo Massimo a partire dalle ore 21.00. Ad aprire la serata sarà ASCANIO CELESTINI che intratterrà il pubblico raccontando una favola inedita scritta appositamente sul tema della Terra. Con lui sul palcoscenico ci sarà la musica della RUSTICA X BAND DIRETTA DA PASQUALE INNARELLA, una numerosa banda di bambini e adolescenti nata all’interno del centro Diurno della Cooperativa sociale ONLUS “Nuove Risposte”, come attività di formazione e intrattenimento per prevenire il disagio giovanile nella periferia romana.

Dalle ore 22, la compagnia andalusa AERIAL JOCKEY STRADA eseguirà, per la prima volta in Italia, lo spettacolo di danza aerea Sylphes, con le coreografie di Eduardo Zúñiga, la regia di Roberto Strada e la felice coproduzione con Musica per Roma. Lo spettacolo, che si sposterà tra terra e cielo tramite l’ausilio di una gru, è dedicato alle Silfidi, figure mitologiche femminili identificate dal noto alchimista Paracelso come spiriti dell’aria e dei boschi e sarà realizzato con la musica del PMCE – Parco della Musica Contemporanea Ensemble, diretta da Tonino Battista, che suonerà dal vivo Le Quattro Stagioni di Vivaldi riscritte da Max Richter (The Four Seasons Recomposed, 1966). Violino solista Francesco Peverini.

Dopo il countdown per la mezzanotte e lo spettacolo pirotecnico realizzato grazie al contributo di Acea, con musica dal vivo del PMCE – Parco della Musica Contemporanea Ensemble, partirà il Dj Set della famosa artista inglese SKIN, icona pop rock, leader della band londinese Skunk Anansie e portavoce indiscussa dei diritti umani. Skin, dal centro del Circo Massimo, come in un ideale centro della Terra, proporrà 2 ore di djset con una miscela esplosiva di suoni di derivazione tech/house.

  1 GENNAIO 2020

La Festa di Roma proseguirà, come in un flusso continuo, il primo di Gennaio.

Già a partire dalla mezzanotte prenderanno vita buona parte delle installazioni e il disegno luci che illuminerà l’area in modo inedito e spettacolare. In piazza Bocca della Verità dei grandi ragni di luce si muoveranno intessendo uno straordinario dialogo con degli omini di luce che cammineranno e si arrampicheranno sull’altezza del Palazzo dello Sviluppo Economico. Le due installazioni, Façade e Spider Circus, saranno realizzate ad hoc per la Festa di Roma dagli artisti francesi di GROUPE LAPS anche grazie alla collaborazione di Musica per Roma e Teatro di Roma.

La mattina dell’1 gennaio sarà dedicata alla conoscenza del territorio e dello spazio che ci circonda con il progetto Pratiche di abitazione artistica del paesaggio a cura delle Biblioteche di Roma. Quattro passeggiate artistiche per adulti e bambini – guidate dagli artisti e performer Leonardo Delogu e Valerio Sirna, fondatori del progetto di ricerca DOM – partiranno contemporaneamente alle ore 11 da quattro biblioteche situate in quartieri periferici della città, dando vita a performance teatrali, danze, musica e video, per confluire alle ore 15 nell’area centrale della Festa.

Dalle prime ore del pomeriggio del 1° gennaio la festa si sposterà tra Piazza dell’Emporio, Ponte Fabricio, Giardino degli Aranci e Piazza Bocca delle Verità con interventi artistici di importanti compagnie internazionali e 18 site specific realizzati in esclusiva per la manifestazione, che consentiranno agli spettatori di immergersi in ogni singolo ecosistema e, all’interno di questo, di partecipare attivamente a spettacoli, installazioni, performance musicali e video ad esso specificatamente dedicati.

Saranno molteplici anche gli interventi artistici che prevederanno il diretto coinvolgimento dei cittadini, sia all’interno delle singole performance che mediante specifiche call.

Un ruolo importante all’interno della festa sarà, inoltre, quello delle parate che, attraversando più ambienti, avranno il compito di ricordare poeticamente agli spettatori che gli ecosistemi si toccano e si contaminano e che è nella contaminazione dei suoi elementi che la Terra diventa più forte e sprigiona ancora più bellezza.

CALL E PARATE

Anche quest’anno Fondazione Musica per Roma chiamerà a raccolta i chitarristi amatori attraverso la call 100 CHITARRE finalizzata a formare una orchestra di 100 elementi, diretta dal Maestro Tonino Battista e guidata dai solisti del PMCE – Parco della Musica Contemporanea Ensemble, che eseguirà dal vivo in prima mondiale il nuovo lavoro commissionato al compositore statunitense Mark Gray (1967) e ispirato all’opera “La Mer” di Charles Debussy. I 100 chitarristi, che saranno selezionati a metà novembre, occuperanno le finestre del Palazzo dello Sviluppo Economico.

Con l’Azienda Speciale Palaexpo arriverà alla Festa di Roma l’artista danese KAROLINE H. LARSEN che, come una novella Arianna e con il sostegno di una squadra di venti persone che risponderanno alla sua chiamata, realizzerà la performance partecipativa Collective Strings tessendo, con l’aiuto del pubblico della Festa, lunghissimi fili colorati su un gigantesco ordito e trasformando così in un labirinto l’area verde di largo Amerigo Petrucci.

Dal Teatro di Roma partirà invece una call pubblica rivolta a circa 200 cittadini, adulti e bambini, per prendere parte alla grande opera collettiva che sarà realizzata dall’artista francese OLIVIER GROSSETÊTE, uno dei più geniali protagonisti della scena europea e famoso nel mondo per le sue costruzioni di Città Effimere, realizzate con il solo utilizzo di cartoni e la partecipazione della cittadinanza. Per la Festa di Roma creerà appositamente, utilizzando solo scotch e cartoni, un’opera site specific mai realizzata prima d’ora: una costruzione di 15 metri per 15 che riproduce il Teatro di Marcello e su cui alla fine si esibirà anche Antoine Le Ménestrel, un acrobata specializzato in parkour.

Due saranno le call che saranno lanciate dalla Fondazione Romaeuropa. Una riguarda la scultrice, artista visiva e ricercatrice indipendente brasiliana, Nelè Azevedo, conosciuta in tutto il mondo per le sue installazioni di ghiaccio. Per la Festa di Roma, la Azevedo si aprirà alla formazione di un nucleo di venti persone che la aiuteranno nella realizzazione del suo intervento urbano. L’altra call sarà lanciata, invece, per la Parata tiberina degli inizi di ANDRECO. Il noto artista visivo e performativo, impegnato in una ricerca sul rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale, darà vita a una marcia composta da cittadini e performer che dall’Isola Tiberina giungerà al Basamento Aventino. La marcia, che renderà omaggio alla natura e all’acqua, sarà realizzata anche grazie alle voci della CANTORIA DELLA SCUOLA DI CANTO CORALE DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA, un gruppo di quaranta giovani coristi che eseguiranno opere di Mozart e Vivaldi, e alla musica dell’ENSEMBLE DI ARCHI DELL’ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA, con un programma che da Bach spazierà fino a Nyman.

Tutti, invece, potranno cantare e ballare durante la grande parata sul Lungotevere proposta dall’ORCHESTRA POPOLARE ITALIANA DIRETTA DA AMBROGIO SPARAGNA in cui musicisti che incedono ostentando maschere di arieti si esibiranno in un repertorio di canti e di balli popolari dell’Italia centro-meridionale, tra saltarello, pizzica e tarantella. Una vera e propria festa itinerante con organetti, tamburelli, ciaramelle, voci e ballerini, a cui prenderanno parte anche il Corpo di Ballo Popolare dell’Auditorium e le maschere e i campanacci degli Aurunci.

Il Teatro di Roma porterà per le strade della Festa altre tre parate spettacolari.

Due sono a cura della compagnia francese Remue Ménage, sono ispirate alle creature del cielo e degli abissi e prevedono la partecipazione, su chiamata, di circa venti persone. La parata L’envol, nel Mondo colorato delle praterie e dei pascoli, sarà un’affascinante processione di uccelli che ci cattureranno con la loro danza aerea e la loro vitalità e ci trascineranno in un’opera pop-rock. La parata Abysses, nel Mondo del mare, darà invece vita a un sorprendente corteo luminoso di meduse, cavallucci marini, stelle e pesci scintillanti, che prenderanno vita grazie ad audaci burattinai.

La terza parata, Les tambours de feu, a cura dei baschi Cie Deabru Beltzak, sarà un musicale incedere di fuoco e teste di arieti che mette in comunicazione il Mondo dei deserti con quello colorato dei pascoli e delle praterie.

ALTRI EVENTI NEL POMERIGGIO DELL’1 GENNAIO

La Fondazione Musica per Roma proporrà nel pomeriggio altre due performance ispirate a “La Mer” di Charles Debussy: la performance di musica elettronica con installazione interattiva a cura del compositore GIOSUÈ GRASSIA e dei suoi allievi dei corsi di Composizione Musicale Elettroacustica del Conservatorio di Benevento, e la performance Tout LA MER du Monde del DANIELE ROCCATO QUINTET, un viaggio multietnico e multiculturale nell’ignoto mare del mondo, guidato dal contrabbassista Daniele Roccato, tra le sonorità della musica classica indiana  e persiana, della musica classica contemporanea, e della musica elettronica. Con lui i musicisti Alireza Mortazavi – santur, Mariasole De Pascali – flauti, Sanjay Kansa Banik – tabla, Luigi Ceccarelli – elettronica.

Una maratona attraverso generi musicali diversi è quella che affronterà il pianista e direttore d’orchestra noto in tutto il mondo: MARINO FORMENTI, in Italia grazie alla collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Per tutto il pomeriggio del primo gennaio Marino Formenti si esibirà in una lunga performance all’interno del Giardino degli Aranci, ribattezzato per la festa Il Giardino d’Inverno e popolato per l’occasione dalle famose statue di ghiaccio del progetto Minimum Monument dell’artista brasiliana NÉLE AZEVEDO, in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa. Centinaia di piccole sculture in ghiaccio, rappresentanti uomini e donne di 20cm, saranno posizionate sulla scalinata del Giardino degli Aranci. Si tratta di sculture temporanee che lentamente si sciolgono per raffigurare la scomparsa dell’individualità e la perdita di personalità all’interno della massa.

Tra le altre proposte internazionali della Fondazione Romaeuropa: l’installazione interattiva Bloom Games degli architetti-designer ALISA ANDRASEK & JOSÉ SANCHEZ – posizionata tra via Santa Maria in Cosmedin e Lungotevere Aventino – che consentirà ai visitatori di partecipare a un gigantesco gioco di costruzioni, con 2.800 pezzi di plastica riciclata, creando installazioni uniche e irripetibili di ispirazione vegetale e floreale; la performance Floe, tra acrobazia e arti visive, dell’artista circense JEAN-BAPTISTE ANDRÈ e dell’artista visivo VINCENT LAMOUROUX, in cui una spettacolare scultura di giganteschi iceberg bianchi diventerà spazio per danza ed evoluzioni acrobatiche.

L’Associazione Teatro di Roma proporrà un’invasione di artisti, performer, danzatori e circensi conosciuti in tutto il mondo. Nel Mondo del mare, il Leone d’Argento per la danza alla Biennale di Venezia, MICHELE DI STEFANO, presenterà Bermudas outdoor, un lavoro coreografico ispirato dalle teorie del caos, dalla generazione di insiemi complessi a partire da condizioni semplici, dai sistemi evolutivi della fisica e della meteorologia. Pensato per un numero variabile di interpreti (da tre a tredici), ciascuno con le proprie caratteristiche, lo spettacolo darà vita a un mondo ritmicamente condiviso e in moto perpetuo, in grado di evolvere all’ingresso di ogni nuovo danzatore, trasformando così la coreografia in un progetto di incontro e mediazione tra individui.

Nel pomeriggio dell’1 gennaio tornerà il gruppo francese GROUPE LAPS che, con la performance Spider Circus, trasformerà piazza Bocca della Verità in una enorme ragnatela su cui si muoveranno, a un’altezza di 3 o 4 metri, giganteschi ragni, che – grazie a giochi di luce e al supporto di suoni selvaggi e musica da orchestra – animeranno il Mondo delle giungle, delle foreste e dei boschi mostrando e ingigantendo ciò che normalmente è nascosto agli occhi degli uomini.

Passeggiando nel Mondo colorato dei pascoli e delle praterie si potrà godere invece della visione di un vero e proprio fulmine con la proposta dal grandissimo impatto visivo Luce, dei MASQUE TEATRO, che riprodurrà uno fra i più forti e spettacolari elementi della natura sfruttando la variazione di frequenza di un generatore di potenza elettrica trasmessa via etere.

A chiusura del percorso della Festa l’Associazione Teatro di Roma propone Asteroide B-612 del Grupo Puja, una grande performance aerea che ci permette di guardare la Terra da lontano e di immaginarvi intorno un grande viaggio senza frontiere, senza muri e senza barriere.

A cura dell’Azienda Speciale Palaexpo i seguenti progetti artistici.

Lo sguardo dell’astronauta olandese André Kuipers, che ha avuto la fortuna di osservare da lontano il nostro Pianeta, sarà protagonista del progetto video Space cinemagraphs dell’artista ARMAND DIJCKS (NL) che ha elaborato le immagini fotografiche scattate durante la Missione Spaziale Internazionale trasformandole in un video in slowmotion, per regalare agli osservatori una sensazione realistica e vivida della Terra in movimento vista dallo Spazio. Dalle finestre e dalla sommità di un palazzo di via Petroselli ondeggeranno sul pubblico le sculture a forma di lunghissimi tentacoli della proposta artistica Tentacles di FILTHY LUKER & PEDRO ESTRELLAS (Designs In Air – UK). Una enorme piovra nel pieno centro della città che, attraverso il gioco e lo stupore, inviterà a considerare l’impatto di ognuno sul Pianeta e la necessità di comportamenti ecologicamente sostenibili. Allo stesso immaginario è riconducibile la proposta dell’artista ARMAND DIJCKS (NL), che con Elemental tramuterà gli scatti fotografici – che l’artista Ray Collins (AU) ha dedicato alle onde oceaniche – in sequenze di video in loop, trasformando gli spettatori in esploratori alla scoperta delle profondità marine.

Come pure il video progetto inedito del collettivo FLXER TEAM (IT), creato appositamente per questa edizione della Festa, farà emergere gli elementi della natura dalle “viscere” architettoniche dell’area del Basamento Aventino.

La scultura Water Bear di VIKTOR VICSEK (HU), allestita per la prima volta in Italia grazie al sostegno dell’Accademia di Ungheria a Roma, offre una suggestione rivolta alle capacità di adattamento e resistenza al mutare delle condizioni ambientali. Collocata nel Giardino d’Inverno (Il Giardino degli Aranci), trasformato per l’occasione nel Mondo di ghiaccio, l’opera riproduce in grande scala un microscopico organismo invertebrato, il tardigrado, capace di sopravvivere a condizioni climatiche letali per quasi tutti gli altri animali.

Anche quest’anno Casa del Cinema e Fondazione Cinema per Roma propongono un programma di film, installazioni e suggestioni legate ai temi della Festa di Roma. Si comincia il 26 dicembre a Casa del Cinema con la rassegna a tema Il Quinto Elemento che offrirà un viaggio attraverso i grandi temi della natura – incontaminata e offesa – con 20 film di grande qualità ed impatto spettacolare: due spettacoli al giorno (sempre a ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili) fino al 6 gennaio con la giornata del 1 gennaio come punto forza del programma firmato da Giorgio Gosetti e Mario Sesti. L’1 gennaio, inoltre, saranno presenti – come porte d’accesso ai cinque ambienti della Festa – le video installazioni concepite dai video artisti TOMMASO FAGIOLI, VIRGINIA ELEUTERI SERPIERI e GIANLUCA ABBATE. I filmati, realizzati per l’occasione in accordo con Mario Sesti e Giorgio Gosetti, esploreranno i paesaggi digitali e fotografici legati ad ambienti e suggestioni generati dalla creatività dell’immaginario dei temi proposti. Le installazioni faranno da controcanto visivo a performance e spettacoli in programma.

Disegno luci di Daniele Davino, sound design di Angelo Longo, e realizzazione video a cura di Officine K, Igor Renzetti, Lorenzo Bruno.

Cura e ottimizzazione tecnica a cura di Luca Brinchi e Daniele Spano.

Si ringraziano per la collaborazione Siae, Acea, e la Reale Accademia di Spagna. 

INFO PER IL PUBBLICO

Ingresso libero per tutti gli appuntamenti

Web www.lafestadiroma.it

Tel 060608 (tutti i giorni ore 9-19)

#lafestadiroma

La Redazione

Ken Loach torna nei cinema con il suo ultimo film, Sorry We Missed You

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Presentato in anteprima al Festival di Cannes del 2019, Sorry We Missed You continua ad esplorare i temi da sempre più cari al regista inglese Ken Loach.

Torniamo nella Newcastle upon Tyne di I, Daniel Blake, lavoro precedente del regista inglese vincitore della Palma d’oro nel 2016. Torniamo in quel nord dell’Inghilterra che appare come un territorio di confine, un cosmo accantonato sotto un cielo costantemente plumbeo. Un grigio funereo che aleggia sulla periferia e sull’intero film, aspro e aderente ad un vissuto privato, inteso sia nell’accezione di intimità che in quella della sottrazione di un bene non risarcibile.

In Sorry We Missed You quello di Ken Loach è uno sguardo sconsolato. Soprattutto disilluso, amareggiato e tradito dalla caduta degli ideali, dal disgregarsi di quel Welfare State che proprio in Inghilterra aveva conosciuto la sua culla generatrice. Ora, invece, fa piovere i suoi frammenti sul lacerato tessuto di una classe sociale lavoratrice resa incapace di smarcarsi da nuove e mutate forme di schiavitù. Ce ne sono molte e meschine nell’epoca del consumismo ad ogni costo. Loach concentra il suo interesse su di un ingranaggio essenziale e capillare di questo sistema, focalizzandosi sul mondo dei corrieri su gomma.

E poco importa che questi siano i cosiddetti ‘riders’ del cibo, coloro che ci consegnano oggetti preziosi oppure beni più banali come una penna (per quanto, nello specifico, esistano diverse categorie con diversi livelli di tutele). Il discorso ruota attorno alla privazione, al sacrificio di uno strato della società che nel farsi tale alimenta una voracità incontrollabile e, soprattuto, incontrollata.

Sorry We Missed You ci parla dell’annullamento degli individui in virtù di un bene che nel loro privato ritengono superiore ma che alla fine è solo macchina.

Un annullamento della persona che si schiude come quello di Ricky (Kris Hitchen), che perso tutto dopo il crollo finanziario del 2008 cerca di mantenere la propria famiglia a galla. Dopo vari lavori racimolati qua e là, ora consegna pacchi a bordo di un furgone (pagato per conto proprio). Si barcamena assieme alla moglie Abby (Debbie Honeywood), incrollabile assistente sanitaria e vera entità “multitasking” del nucleo familiare che comprende anche i figli Seb (Rhys Stone) e Liza (Katie Proctor).

Un affresco sociale che riflette su come l’abbattimento delle distanze nell’era del (compra-con-un) click crei voragini nell’intimità degli individui. Sul come la cultura del digitale, se non educata, distorca il concetto di contatto e diventi gabbia (e continua monitorazione). E lavorare forse “un paio d’anni” per mettere da parte abbastanza per ricominciare daccapo. Nel frattempo, però, perdere l’affetto di una figlia e restare sordo al grido in cerca di comprensione di un figlio.  

Ken Loach parla di un ladrocinio del tempo, del furto dell’unico, vero bene incommensurabile. Lo fa con una narrazione essenziale e quotidiana, a tratti asfissiante e che graffia anche attraverso l’uso di una secca ironia. Cattura i momenti dei membri della famiglia schizzati in giro per la città, e riuniti, a volte, solamente la sera tesi tra di loro come logore corde di violino.

Ma il film, costruito sulle dissolvenze, non riesce ad intravedere una via d’uscita. Non può avere una risposta, non ha la forza di sottrarsi ad un loop tritacarne che miete affetti e sogni uno dopo l’altro. Rimane, acciaccato e dolorante, ad osservare la strada da battere fino alla prossima non-meta.

Sorry We Missed You sarà distribuito nelle nostre sale dalla Lucky Red a partire dal 2 gennaio.

Alessio Zuccari

Vittoria Accoramboni. Una storia sconosciuta

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Bompiani, tra i vari meriti, ha avuto quello di riportare alla luce la storia di una delle tante donne uccise. Vittoria Accoramboni.

Giunti alla soglia del 2020, ci lasciamo alle spalle il secondo decennio di questo XXI secolo con una serie di bilanci. Lontani dalla manichea distinzione tra bianco e nero, possiamo riconoscere che alcuni passi in avanti sono stati fatti per quanto riguarda le pari opportunità e il femminicio. Dire però che siamo arrivati ad un punto di svolta sarebbe una pia illusione che, date le statistiche, non possiamo concederci. Ancora oggi le donne uccise sono troppe per non riconoscere l’entità del problema.

Ma chi era Vittoria Accoramboni?

Una nobildonna della Roma cinquecentesca che, per una serie di ragioni, finisce per sposare un uomo vile e meschino, il quale sarà la causa della propria morte. Vittoria verrà prima ritenuta causa dell’omicidio per poi, una volta scagionata, venir imprigionata per un periodo di tempo neppure troppo breve. Successivamente, la donna, che nel frattempo trova l’amore, non riesce a sottrarsi alle prepotenze degli uomini che la circondano. Non volendo cedere all’ennesimo ricatto, verrà fatta uccidere.

Una storia come quella di tante donne uccise.

Tanto la nobildonna è stata ammirata e riverita per la sua cultura in vita tanto è stata poi denigrata nei secoli della storia.

Una trama già letta, dunque. Eppure calza a pennello con i nostri tempi.

Leggendo il romando di Tieck, autore tedesco che dedicò molto studio a questa figura, si percepisce l’enorme stima che il narratore prova per Vittoria. La sua figura si staglia su tutte le altre come un’imponente matrona contro la quale nessuna voce maschile riesce ad opporsi. Questo provoca le più svariate reazioni da parte degli uomini: amore, ammirazione, rispetto, ma anche passione, ira, gelosia e, perché no, perfino odio.

E arriviamo al motivo per il quale Vittoria Accoramboni non è stata altro che una delle tante donne uccide durante il corso della storia.

Nonostante i vari tentativi di ridurla in uno stato di minorità, prevalentamente economica, da parte dei suoi antagonisti, Vittoria non ha mai ceduto e non si è mai posta sul piano di chi la voleva assoggettare. Incapace di accettare una sconfitta economica, giuridica e morale da parte di una donna, il suo acerrimo nemico finirà per ordire contro di lei un omicidio sanguinario.

La benevolenza di cui Vittoria era circondata indusse la popolazione locale a insorgere. Un’intera città che insorge per l’indignazione e consegna il colpevole alle autorità. Nonstante tutto, però, non è questa l’immagine che la Storia ha portato con sé.

Ci sarebbe da chiedersi che cosa ci sarà stato di male nel raccontare la vera storia di questa donna uccisa.

Abbiamo già avuto modo di affrontare il discorso sul femminicidio l’anno scorso, quando la nostra direttora volle commentare l’uscita poco felice di Federico Moccia sulla questione:

Federico Moccia: “Se un uomo uccide la compagna la loro colpevolezza è pari”

Tralasciando di ripetere quanto la collega esprime in una maniera che definirei chirurgicamente tagliente, vorrei rispondere alla domanda che mi sono posta poche righe sopra.

Una donna come tante, uccisa da un uomo che non riesce a “spuntarla” con lei. Perché è superiore a lui, perché ha più controllo, cultura, più raziocionio e più morale. Non è superiore a lui perché donna. Lo è semplicemente perché le sue doti la portano a sollevarsi sopra figure più meschine e grette.

Ma in una società fatta di uomini per gli uomini un’eventualità di questo tipo non può essere assolutamente concepita e men che meno accettata. Ecco che là dove il terrore non sortisce effetto, la violenza fisica trova soluzione finale e le male lingue trasmettono ai posteri il ricordo deturpato e denigrato di una grande donna. Perché non può essere ammessa una verità diversa.

L’ennesia Eva, l’ennesima Maddalena, infondo.

Nihil novi sub solem. O almeno per ora.

Serena Vissani

Pulp fiction: una strategia di marketing

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Pulp Fiction è uno dei film di Tarantino più conosciuti, più premiati, più riusciti.

Pulp Fiction è diventato un cult nella storia del cinema mondiale, ma qual è stata la strategia utilizzata per la promozione del film di Tarantino?

Oggi siamo tutti abituati al branded content (nessuno si scompone quando vede l’inserimento di prodotti Tezenis in Amici di Maria De Filippi, né quando compare il logo di Banca Intesa in una puntata di X Factor) e alle strategie di marketing in generale.

Cosa succedeva nel lontano 1994?

Partiamo dalla trama del film. In Pulp fiction quattro storie di violenza si intersecano in una struttura che non rispetta un ordine cronologico: due criminali organizzano una rapina in una tavola calda; due sicari recuperano una valigetta, ripuliscono la loro auto del sangue di un ragazzo ucciso per sbaglio, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina; uno dei due sicari deve portare a ballare la moglie del capo che va in overdose da eroina; infine, il pugile Butch contravvenendo ai patti, vince un incontro che doveva perdere e scappa con i soldi.

Si tratta evidentemente di una pellicola dai contenuti violenti.

Tuttavia, in alcuni tratti, il film si colora di una certa ironia e potrebbe anche essere considerato divertente.

Il target primario è composto da giovani adulti di sesso maschile interessati agli elementi di azione e di thriller. Questi spettatori con tutta probabilità avevano già visto e apprezzato un altro film precedente del regista, Reservoir Dogs (1992), anch’esso violento, ricco di sangue e caratterizzato da un linguaggio scurrile.

Al contrario il secondary audience è costituito da coloro che sono attratti dagli elementi divertenti del film.

Partendo da questa premessa è stata costruita la strategia di marketing, puntando su:

  • titolo;
  • cast;
  • musica;
  • trailer;
  • premi.

IL TITOLO

Pulp fiction è un titolo facilmente memorizzabile e contribuisce a informare lo spettatore sulla personalità della pellicola.

Il nome allude alla narrativa da pochi soldi basata su sesso e violenza in voga negli anni Trenta e Quaranta.

I pulp magazine (o appunto pulp fiction) puntavano ad un pubblico adulto e sono ricordati per le storie sfacciate e oscene oltreché per le copertine raccapriccianti o sexy.

IL CAST

Gli attori hanno rappresentato, fin dagli esordi del cinema, uno strumento di grande richiamo per il pubblico: da sempre gli spettatori sviluppano forti legami emotivi con i personaggi.

In Pulp fiction sono presenti star in grado di attrarre l’audience.

John Travolta: è il primo nome che si può leggere sulla locandina ed è il primo nome pronunciato dalla voce off nel trailer.

Pur essendo in una fase di declino, John Travolta ha raggiunto una grande visibilità negli anni Settanta con film come “La febbre del sabato sera” (1977) e “Grease” (1978), pellicole che non necessitano di presentazioni.

Nel trailer è sfruttata la riconoscibilità dell’attore, che è presentato mentre balla un funky twist con Uma Thurman.

Samuel L. Jackson: il suo volto può essere ricollegato a ruoli come il fuorilegge e il cocainomane.  Grazie al ruolo di un ragazzo costantemente imbottito di crack in “Jungle fever” (1991) vince un premio come migliore attore non protagonista al Festival di Cannes. Egli è quindi un “indicatore” del genere gangster.

Uma Thurman: la ragazza sensuale, ribelle, trasgressiva e misteriosa. Nell’anno precedente a “Pulp fiction” aveva interpretato un’autostoppista in cerca di sensazioni forti in “Cowgirl – Il nuovo sesso”. L’attrice veicola quindi le implicazioni sessuali della pellicola.

Harvey Keitel e Tim Roth: hanno recitato entrambi in “Reservoir dogs”(1992)- altra pellicola “pulp” diretta da Tarantino- il primo nel ruolo di Mister White, il secondo nella parte di Mister Orange.

Christopher Walken: l’uomo cattivo. Ha interpretato il ruolo di boss mafioso in “King of New York” e il gangster in “Fratelli” e “New Rose Hotel”. L’attore è riconosciuto dal pubblico come il criminale.

Bruce Willis: riconducibile agli action-movie, è senza dubbio il più famoso del cast. È probabilmente per questo che il suo nome è l’ultimo sia nel trailer che nel poster.

Si tratta di attori che esercitano una forte attrazione nei confronti del target primario del film.

Infine è importante sottolineare che anche l’appeal del regista gioca un ruolo fondamentale nel richiamare, soprattutto, il pubblico “preparato”.

Quentin Tarantino è un cineasta dell’eccesso. I suoi film sono ricchi di situazioni grottesche e violenza ironica.

Nel trailer la voce off presenta Pulp fiction come “a new film directed by Quentin Tarantino”. Quest’ultimo è quindi considerato come un attributo chiave essenziale nella strategia di marketing.

 LA MUSICA

La colonna sonora di Pulp fiction è costituita da un insieme di  vecchie canzoni poco conosciute o dimenticate, che acquisiscono nuovo vigore, grazie al corredo visivo al quale vengono associate.

Quando si ascolta “You never can tell”, ad esempio, viene subito in mente il balletto di John Travolta e Uma Thurman.

Tutto il film è attraversato da emozioni musicali.

IL TRAILER

Il trailer è il risultato del montaggio di alcuni spezzoni del film, che si pone come obiettivo quello di tematizzare il grande materiale a disposizione.

Lo spot deve offrire una vera e propria interpretazione della pellicola, fornendole un’identità precisa, per renderla riconoscibile allo spettatore potenziale.

Il trailer di Pulp fiction è un trailer d’atmosfera, il cui scopo non è fornire informazioni sulla trama del film, bensì creare un’atmosfera accattivante e suggestiva.

L’elemento musicale è, in questa tipologia di spot, più importante delle sequenze di dialogo e della voce off, in quanto evoca un preciso scenario.

Il trailer inizia con una presentazione che scorre su uno sfondo nero, mentre una voce off legge: lo spettatore viene informato del premio vinto dalla pellicola al festival di Cannes come miglior film. Tre colpi di pistola colpiscono l’ultima frase, una mano posa l’arma  sul tavolo, mentre la musica si fa più ritmata. Inizia la presentazione di alcuni personaggi: Butch Coolidge (Bruce Willis) si volta a guardare verso il fuori campo, Vincent Vega (John Travolta) apre una valigetta colma di denaro; Mia Wallace (Uma Thurman) mostra il suo profilo; Pumpkin (Tim Roth) bacia Honey Bunny (Amanda Plummer).

Queste immagini non forniscono alcuna informazione sul plot e tuttavia concorrono a costruire una sensazione di crimine e violenza.

Il trailer è in grado di fornire una precisa personalità alla pellicola sfruttando attributi chiave quali il genere, la musica, il cast, il premio come miglior film al festival di Cannes. Allo stesso tempo lo spot non fornisce un numero eccessivo di informazioni; di conseguenza crea curiosità attorno al prodotto culturale e probabilmente il desiderio di andare al cinema a vedere il film.

I PREMI

Pulp fiction partecipa nel 1994 al festival di Cannes e conquista sette nomination agli Oscar: tutto questo eserciterà un notevole potere promozionale in relazione al pubblico competente, interessato alla qualità della pellicola.

Valeria de Bari

Se volete saperne di più su Tarantino e i suoi film…

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Charlie e la Fabbrica di Cioccolato: il musical a Milano

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A Milano arriva la magia: Charlie e la Fabbrica di Cioccolato – Il Musical, tratto dal libro di Roald Dahl, vi farà sognare! Repliche previste fino al 9 febbraio 2020.

Dopo aver raggiunto il più alto incasso settimanale nella storia del teatro inglese ed essere stato in scena al Theatre Royal, Drury Lane di Londra per quasi 4 anni, Charlie e la Fabbrica di Cioccolato, il musical basato sul romanzo di Roald Dahl, è arrivato finalmente in Italia!

fabbrica di cioccolato

Da novembre Milano sarà l’unica città italiana a ospitare lo spettacolo, resident per la stagione teatrale 2019/2020 alla Cattedrale della Fabbrica del Vapore. Il luogo per la prima volta in assoluto si mostrerà in un’inedita veste teatrale.

Dopo i successi dei musical di Mary Poppins, Dirty Dancing, Fame, The Bodyguard, è Charlie la nuova sfida alla regia di Federico Bellone. Per l’occasione curerà anche la scenografia dello spettacolo.

Un cast stellare

Nel cast principale troviamo Christian Ginepro nel ruolo di Willy Wonka, i giovanissimi Jeesee (Gregorio Cattaneo)/Alberto Salve/Alessandro Notari (Charlie Bucket), gipeto (Nonno Joe), Simona Samarelli (Mrs. Bucket). Il cast si completa con 4 swing (performer in grado di sostituire gli eventuali attori del cast assenti) e 10 musicisti. Tutti diretti dal Maestro Giovanni Maria Lori.

Il libretto dello show è di David Greig (autore per la Royal Shakespeare Company), le canzoni di Marc Shaiman e Scott Wittman, e Leslie Bricusse e Anthony Newley.

fabbrica di cioccolato

Il musical è basato sull’omonimo libro di Roald Dahl (autore del celebre Matilda) e sui film “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” del 1971, con Gene Wilder e ritenuto una delle 50 pellicole cult della storia del cinema, e quello del 2005, con Johnny Depp e diretto da Tim Burton, che ha incassato circa 500.000.000 dollari.

Una serata dolcissima

Ernst Knam, maître chocolatier e “Re del cioccolato”, è diventato il supporter del musical. Lo vedranno coinvolto una serie di iniziative, tutte incentrate sul “Cibo degli dei”. Si va dalla realizzazione di alcune statue in cioccolato che riprendono momenti significativi del musical, alle torte celebrative degli eventi più importanti e una serie di prodotti in cioccolato che gli spettatori potranno acquistare proprio alla Fabbrica del Vapore.

Valeria Martalò

Mamma ho perso l’aereo: il cult natalizio che ameremo per sempre

“Ho fatto sparire la mia famiglia”

Titolo originale: Home Alone
Regista: Chris Columbus
Sceneggiatura: John Hughes
Cast Principale: Macaulay Culkin, Joe Pesci, Daniel Stern, Catherine O’Hara, John Heard
Nazione: USA
Anno: 1990

Che Natale sarebbe senza la visione di Mamma ho perso l’aereo? Un cult degli anni ’90 che ha segnato più di una generazione. Nonostante sia arrivato al cinema proprio 29 anni fa, questa pellicola natalizia non sente i segni del tempo, ma ogni anno si riconferma il film di Natale più visto dal pubblico cinefilo.

Un vero e proprio successo che rese leggendario il personaggio di Kevin, interpretato da Macaulay Culkin, e che ottenne al box office oltre 477 milioni di dollari, a fronte dei soli 18 milioni spesi in fase di produzione, restando all’epoca al numero uno della classifica per dodici settimane consecutive.

Kevin McCallister protagonista di Mamma, Ho perso l'aereo

Mamma ho perso l’aereo, scritto da John Hughes e diretto da Chris Columbus, racconta la storia del piccolo Kevin McCallister, un bambino di otto anni che, durante le feste di Natale, viene lasciato per sbaglio a casa dalla sua famiglia, che è in pieno fermento per via dell’imminente partenza per la Francia. Così, Kevin si sveglia la mattina della vigilia di Natale, rendendosi conto di essere rimasto completamente solo.

Tutti i suoi sogni sembrano essersi avverati: nessuna regola o parente che gli dica cosa fare, cibo spazzatura per sempre, televisione a qualsiasi ora. Kevin è pronto a scatenarsi e a vivere il Natale dei suoi sogni senza la sua rumorosa famiglia, ma non tutto va come previsto.

Una coppia di ladri, interpretati dagli straordinari Joe Pesci e Daniel Stern, stanno pianificando una rapina proprio in casa McCallister. Ecco che, quindi, Kevin deve adoperarsi per fermarli, creando un piano diabolico per cacciarli via e mandarli in prigione.

Il piano di Kevin per cacciare via i ladri

Il ragazzino riesce inizialmente a tenerli lontani con ingegnose trappole da lui ideate, facendo credere loro che in casa ci siano anche i suoi familiari. Ma successivamente i due maldestri ladri capiscono che il bambino è solo e decidono ugualmente di introdursi nella casa la sera della vigilia di Natale. Kevin intanto entra in una chiesa per rilassarsi e, dopo una conversazione rincuorante con un suo vicino di casa sul quale giravano strane storie spaventose, si prepara ad accogliere i due ladri, disseminando la casa di trappole e ostacoli. I malfattori non sanno che li attenderà una serata a dir poco dolorosa.

Mamma ho perso l’aereo non è il classico film di Natale, armonioso e tenero, ma è intriso di un’allegria frivola con aggiunta di un pizzico di sentimentalismo, una memorabile colonna sonora e tanta neve che lo hanno reso un cult da vedere assolutamente durante le feste natalizie.

Non solo la trama è molto divertente, ma tutto il film è stato strutturato in modo tale da essere preciso in ogni dettaglio. La caratteristica che rende il racconto di Mamma ho perso l’aereo speciale è il parlare come un bambino: il film, infatti, è per la maggior parte narrato dal punto di vista di Kevin che porta con sé il pubblico attraverso le sue divertenti disavventure, attraverso una scelta precisa di Chris Columbus che, con la sua regia, mette il piccolo protagonista al centro della scena.

Ad oggi, Mamma ho perso l’aereo continua a divertire il pubblico grazie alle sue famose gag sempre esilaranti e dalla simpatia irresistibile, inserite in una trama piacevole e che non annoia mai, ma riesce anche a emozionare con momenti di particolare sentimentalismo.

Tre motivi per vedere il film:

  1. Rivivere in maniera divertente l’atmosfera natalizia,
  2. Joe Pesci in una delle sue memorabili interpretazioni,
  3. la colonna sonora di John Williams.

Quando vedere il film:

Durante le feste natalizie è d’obbligo!

Ilaria Scognamiglio

Non perdete l’appuntamento precedente con il nostro cineforum:

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Mercatini di Natale meno conosciuti ma comunque stupendi

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I tradizionali mercatini di Natale sono un’istituzione di questo santo periodo.

A partire da dicembre fino all’inizio di gennaio possiamo passeggiare per le strade di tutta l’Italia e di tutta l’Europa circondati da bancarelle, avvolti da un intenso profumo di dolci, coccolati dalle tradizionali lucine.

Che viviate a Nord o che siate nel Sud, che amiate o meno il Natale non potete sfuggire alle dolci atmosfere dei mercatini. Ecco i mercatini di Natale che vi consigliamo di visitare noi della redazione di CulturaMente. Dopo avervi raccontato quelli più famosi, vi elenchiamo anche quelli più di nicchia, che però sono bellissimi!

Cristiana consiglia i mercatini di Edimburgo

Chi adora l’inverno, come me, sarà felice lì a nord, dove il naso ti si congela e indossare cappelli di lana è obbligatoriamente divertente.

Per questo dovreste passeggiare a Edimburgo (Scozia), dove ogni anno allestiscono un grande mercato di Natale nei giardini di Princes Street. L’aggettivo per descriverlo è: maestoso!

Cristiana in Princess street a Edimburgo.

E se davvero il vostro cuore è avventuroso e intrepido mettetevi ai piedi gli stivali da neve e visitate i mercatini di Minsk in Bielorussia. La cioccolata calda non vi sembrerà mai stata più ristoratrice con -10°C di temperatura e la neve ghiacciata che brilla ai bordi delle piazze.

Alessia consiglia i mercatini di Grenoble, Varsavia e Berlino

Mercatini di… Grenoble! Già, questa piccola cittadina nel cuore delle Alpi, nota più come città universitaria che come sede di deliziosi mercatini, può offrire suggestioni a dir poco emozionanti sotto Natale!

A due passi da Lione, la celebre città delle luci, Grenoble sotto Natale è popolata dai biscotti denominati “Bonhomme”: in pratica lo Zenzy di Shrek, quello amico dell’Uomo Focaccina! Insieme a questi deliziosi dolci a base di pane speziato (gli amanti della cannella impazziranno!), troverete anche i Macaròn e tanti altri gioielli artigianali.

Anche Varsavia offre dei bei mercatini ai coraggiosi (come la sottoscritta) che intendono recarsi nella città polacca nel periodo invernale. Fa freddo, freddissimo, ma non temete: al mercatino troverete anche il vin brûlé, speziatissimo anche questo. A differenza dei biscotti in formato Zenzy (che potete cucinare sempre), il vino caldo in Italia darà effetti differenti: io l’ho provato per sedare un raffreddore e mi hanno trovato riversa sul letto, caduta come corpo morto cade… Diciamo che la bevanda è perfetta per le temperature sotto lo zero, ecco.

Last but not least, naturalmente, Berlino: e anche qui dolcetti, vino caldo e tanto artigianato vi aspetta. Devo ammettere, però, che è il mercatino che mi è piaciuto di meno. Nella mia TOP3 vince Grenoble a mani basse.

Giulia consiglia i mercatini di Budapest

mercatini di Natale 2019
La pista da pattinaggio di Budapest.

Già da metà novembre Budapest viene ricoperta da un manto di luci natalizie e i mercatini di Natale cominciano ad invadere le piazze principali con chioschetti che vendono ogni tipo di mercanzia, soprattutto articoli di artigianato, cibo e pálinka ungherese.
I mercatini più importanti e più scenografici sono quelli a Vörösmarty tér e quello dell’Avvento davanti alla Basilica di Santo Stefano aperti entrambi fino al primo gennaio. In giro per la città però ne incontrerete molti altri, come quello a Deák Ferenc e quello accanto a Piazzale degli Eroi (Hősök tere), più adatto ai bambini e non lontano dalla pista di pattinaggio sotto il castello di Városliget.


Per fare i regali e per mangiare il migliore è quello di Vörösmarty tér. Non uscite da questa piazza senza aver preso una torta camino (kürtőskalács) o del retes alle visciole (una specie di strudel).

Se amate il salato allora tentate la sorte mangiando un langos, una specie di pizza fritta sulla quale viene messa carne speziata e panna acida oppure buttatevi sul goulash, che in realtà è una zuppa e non uno spezzatino come lo prepariamo noi in Italia. In questa piazza si trova anche la famossima pasticceria Gerbeaud, guardate il listino dei prezzi prima di sedervi. 
Il mercatino dell’Avvento è perfetto per fare foto ricordo e per pattinare su una pista di ghiaccio sintetico che si trova sotto l’albero di Natale.
Finite in bellezza con una passeggiata al Parlamento e aspettate di rimanere abbagliati dalla bellezza del tram 2 decorato da 40.000 led bianchi e blu. Passa solo il 23, 29, 30 Dicembre e il 5 Gennaio dopo le 16:00.

Federica consiglia i mercatini di Trento e Bolzano

Il Trentino è probabilmente il luogo italiano simbolo del Natale. Almeno per me. I paesaggi di montagna ti rubano il fiato e ti donano emozioni uniche. Sei piccolo, ma allo stesso tempo sei in connessione con l’immensità che ti circonda. D’inverno, tutto acquista un tocco di specialità in più.

Ecco perché credo che se si vogliono visitare dei mercatini di Natale, la cosa migliore è andare a visitare Trento e Bolzano. Troverete casette di legno addobbate a tema e luminarie nelle piazze e nelle strade principali delle città.

Potrete sbizzarrirvi con i regali e gustarvi il caldo vin brûlé tipico dell’area di montagna. Se avete fame troverete dolci stagionali gustosissimi, così come piatti salati della tradizione montanara. Sarete immersi in un’atmosfera colorata e magica accompagnati da musica natalizia.

E per i più piccoli (ma anche per gli eterni bambini) sarà possibile incontrare Babbo Natale e dargli personalmente la lettera con le richieste dei regali. 

I mercatini delle città del Trentino Alto Adige sono assolutamente da vedere… e se siete in zona, approfittatene per andare al Lago di Braies: sarà uno spettacolo che non dimenticherete mai!

L’atmosfera natalizia a Bolzano.

Valeria consiglia i mercatini di Alberobello e Matera

Alberobello è il borgo perfetto dove passare qualche giorno nel periodo natalizio. La meravigliosa cornice dei trulli carica l’atmosfera di un’indescrivibile magia. Dal 6 dicembre al 6 gennaio a partire dalle 17, l’ormai tradizionale Festival delle luci, illumina i trulli a festa.

mercatini di Natale 2019
Trulli illuminati durante il Lights Christmas Festival ad Alberobello.

Nello stesso periodo passeggiando per il centro troverete il mercatino allestito in delle pittoresche cabine in legno, dove potrete assaggiare le delizie del Natale pugliese: le cartellate al miele e al vincotto, le pettole, le mandorle zuccherate, le intorchiate, i purcieddi con miele e mandorle.

Potreste, anzi dovreste, poi fare un salto a Matera, capitale europea della cultura 2019 e città tipicamente natalizia, che si trova a pochi chilometri da Alberobello, seppur in un’altra regione, la Basilicata.

mercatini di Natale 2019
I sassi di Matera si illuminano al tramonto.

Qui siamo giunti alla decima edizione del Presepe vivente, che quest’anno sarà realizzato in chiave teatrale, con la partecipazione di attori che metteranno in scena diversi contesti della vita quotidiana di duemila anni fa. Le date in programma al momento sono 27, 28 e 29 dicembre. 

Alessandra consiglia un Natale originale a Bagno di Romagna Terme

Sapevate che per vedere gli gnomi non è necessario arrivare fino in Irlanda?

Avete capito bene, in Italia, in Emilia Romagna, sull’Appennino tosco-emiliano, esattamente nella località di Bagno di Romagna Terme, in provincia di Forlì-Cesena esiste un sentiero detto proprio degli “gnomi”, che vi porterà fino alla foresta incantata.

Nel bosco, infatti, riconosciuto dal 2017 come patrimonio dell’UNESCO, sarà possibile per i più sensibili cogliere di sorpresa uno dei tanti gnomi tagliare la legna, o intento a compiere una delle più semplici attività quotidiane. I meno fortunati dovranno accontentarsi di visitare il villaggio, fatto di case nascoste tra gli alberi, mulini sparsi nel verde e tanti indizi per cercare di scovarne qualcuno.

Secondo un’antica credenza, il Bosco dell’Armina, sarebbe abitato dagli gnomi. Molti abitanti del luogo vi diranno di averne avvistato almeno uno nella loro vita e di aver parlato con uno di loro. La loro funzione è del tutto benigna. Si tratta di creature magiche e che portano molta fortuna.

Se siete curiosi di scoprire questa antica cittadina medievale e vi va di immergervi nella storia e nella magia, vi consigliamo questa località per trascorrere il Natale.

Non solo gli abitanti sono molto ospitali, ma oltre i fantastici mercatini che si allestiscono ogni anno, potrete ammirare la bellezza degli alberi dei negozianti del posto, che li decorano con i prodotti che vendono nel loro negozio.

La magia è che al contrario di come avverrebbe in altre località d’Italia, i doni restano tutti lì appesi. Se vi abbiamo incuriosito vi indichiamo un sito su cui informarmi meglio, sulle leggende, e le storie di folletti e gnomi che abitano il posto:

https://www.ilsentierodeglignomi.it/

Nel periodo natalizio il luogo è pieno di eventi e di escursioni tra la natura.

Buon Natale magico a tutti dalla redazione di CulturaMente!

Federica Crisci, Valeria de Bari, Alessia Pizzi, Alessandra Santini, Giulia Tiddens, Cristiana Toscano

Le immagini utilizzate all’interno dell’articolo sono di Federica Crisci, Valeria de Bari, Alessia Pizzi, Alessandra Santini, Giulia Tiddens, Cristiana Toscano.

Il concerto di Santo Stefano più spettacolare d’Italia è a Montanaro (Torino)

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Per trascorrere un 26 dicembre coi fiocchi accorrete al concerto di Torino a Montanaro, un organo “speciale” suonerà per voi

Siete di Torino e appassionati di musica, o più semplicemente amate il Natale e siete alla ricerca del concerto più emozionante in Italia?

Il vostro sogno è da sempre quello di andare a visitare una città del nord splendida come Torino? E allora quale occasione migliore di quella del periodo natalizio per concedervi questa gioia.

Ebbene sì è proprio il caso di dire “prendere due piccioni con una fava”, anzi tre, perché quest’ anno avrete l’occasione non solo di poter visitare una splendida città d’arte italiana ricca di cultura, ma potrete godervi anche uno strepitoso concerto di Natale.

Il 26 dicembre infatti, nella località di Montanaro alle ore 15,30 presso la Chiesa di Santa Maria Assunta, potrete assistere ad un concerto di Santo Stefano del tutto gratuito e con un organo storico davvero sorprendente.

Il tradizionale concerto avrà come ospite il maestro Rodolfo Bellatti, che suonerà le musiche di di Johann Pachelbel.

L’appuntamento è ormai un evento imperdibile per i torinesi e assai atteso durante tutto l’anno. Il concerto vede coinvolta una collana discografica, Antichi Organi Del Canavese, che dal 1996, senza scopo di lucro valorizza gli organi storici del nord Italia.

Il maestro suonerà alcuni brani editi dalla casa discografica torinese, tratti dall’ultimo disco rilasciato nel febbraio del 2019.

Lo strumento che avrete l’onore e il privilegio di sentire se vi recherete nella bellissima Chiesa di Santa Maria Assunta di Montanaro, risale al 1810. Si tratta di uno strumento di impianto monumentale con una grande cassa lignea e dotato di 2.400 canne. Nel 1996 partirono i lavori di restauro su questo prestigiosissimo organo e da allora non ha mai smesso di suonare.

Se siete curiosi di sentire le eleganti melodie che sarà in grado di regalarvi, siete tutti invitati.

Ed adesso delle informazioni utili

Come arrivare a Montanaro
Montanaro si trova a circa 30 km a Nord di Torino e circa 8 km da Chivasso. Da Torino, per raggiungere Montanaro è sufficiente prendere la A4, uscire a Chivasso e prendere la SP182, o, in alternativa, la ex statale 26.

Rodolfo Bellati
Rodolfo Bellatti, classe 1973, è diplomato in organo e cembalo al conservatorio Paganini di Genova. Ha conseguito il diploma di Solista presso la Musikhochschulle di Basilea nella classe di Guy Bovet e il diploma accademico di II livello in discipline musicali – organo, presso il Conservatorio di Vicenza con Roberto Antonello. Otto volte premiato in concorsi nazionali e internazionali, svolge attività concertistica e della musicologia. Fa parte dell’Ensamble Barocco Rapallo musica. È promotore di numerose iniziative per valorizzare gli organi storici in Liguria.

Antichi Organi del Canavese
Nel 1996, Adriano Giacometto, organologo e Roberto Ricco, tecnico del suono, su proposta della Pro Loco di Montanaro, incidono un disco con la musica suonata sull’organo di Montanaro, appena restaurato. Nasce la collana discografica Antichi Organi del Canavese: ad oggi, con 45 volumi pubblicati, è la sola che valorizza il patrimonio degli organi storici in Italia. L’ultimo cd di Antichi Organi del Canavese è datato 2019 ed è dedicato a Johann Pachelbel. Attualmente, Antichi Organi del Canavese sta lavorando a un volume discografico relativo a un organo Serassi, collocato nel cuore del Canavese; per il 2020, è prevista anche la pubblicazione di un libro che intreccia la storia dell’organo con le vicissitudini politiche del Regno Sabaudo nel 1700. I cd di Antichi Organi del Canavese, editi da Edizioni Leonardi di Milano, si trovano a Roma, al Pantheon, via della Minerva 10 e online.

Alessandra Santini

“L’Immortale”: l’opera prima di Marco d’Amore, inno al cinema ed al teatro

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Il film “L’Immortale” nelle sale cinematografiche italiane dal 5 dicembre è già un successo.

C’era sicuramente da aspettarselo, se consideriamo già la regia di alcune delle puntate della serie Sky “Gomorra 4” (dirette proprio da Marco d’Amore).

Regista e attore protagonista nei panni di Ciro Di Marzio, Marco d’Amore eccelle sia in una che nell’altra veste. Per gli appassionati della serie “Gomorra” (ammetto di essere una fan accanita, non mi sono persa infatti una singola puntata, e non aspettavo altro che l’uscita di questo film), “L’Immortale” non è né uno spin-off né un prequel, ma semplicemente un anello di congiunzione e di narrazione fondamentale per lo spettatore.
D’Amore sceglie la tecnica dei flash back, per farci rivivere l’infanzia di Ciro Di Marzio (il bambino del film è incredibilmente somigliante al personaggio adulto, ed è interpretato dall’esordiente Giuseppe Aiello).

Tutto inizia con la scena finale dell’ultimo episodio di Gomorra 3: quella che è difficile dimenticare (per mille motivi diversi che non stiamo qui a ricordare!), in cui Ciro viene sparato dal suo amico fraterno Genny Savastano, e si fa inghiottire dalle profondità del Golfo di Napoli.

Si passa poi subito ad un ricordo del passato del protagonista: il terremoto del 1980 (fatto storico realmente accaduto nella città di Napoli), in cui Ciro sopravvive (ancora bimbo in fasce) a tutto e a tutti (come dirà la stessa voce fuori campo:

Quando ero piccolo e stavo all’orfanotrofio, sai che mi dicevano le suore? Il terremoto è volere di Dio, fa bene alla terra. Come quando una persona sta male e accumula, accumula: o si libera e sfoga… o muore”.

Ma Ciro, Cirù, non muore. Anzi. Resiste, sopravvive, non ha paura di nulla. Da lì l’appellativo di “L’Immortale”, già da bambino. Rivivendo i ricordi dell’infanzia del piccolo Cirù non possiamo non ammirare la bellezza autentica, naturale, spontanea ed immediata della Napoli anni ’80: con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi personaggi puri che vengono contrapposti a quelli più istrionici e caratteristici, quasi portati all’esagerazione in alcuni casi.

Quello che più colpisce è la bellezza delle immagini, la loro centratura assordante, la loro perfezione visiva salta subito agli occhi! Questo è il carattere distintivo del film. Altro elemento che merita un plauso è la colonna sonora (già presente nel corso dei vari episodi della serie tv). Si percepiscono la cura e l’attenzione del regista ai minimi dettagli.

D’Amore non fa mistero della sua esperienza teatrale. Diplomatosi nel 2004 alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, subito dopo lavora con Toni Servillo con “La trilogia della villeggiatura”. Il suo imprinting teatrale caratterizza l’intera azione da regista: è come trovarsi davanti ad un palcoscenico. Alcune scene trasudano letteralmente di teatralità. In particolar modo l’ultima (senza fare nessun tipo di spoiler), è incredibilmente teatrale.

Bravo Marco, Bravo Ciro, e… restiamo in attesa della 5° stagione di Gomorra – la serie!

Serena Cospito

“L’abisso”, la ricetta teatrale contro il naufragio di ogni europeo

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Il Teatro India di Roma ha riproposto fino al 15 dicembre “L’abisso”, monologo di Davide Enia con Giulio Barocchieri, racconto del naufragio collettivo del nostro Paese.

L’abisso” – che a febbraio sarà nei teatri di Mirano (VE) e di Enna  –  è tratto dal romanzo “Appunti di un naufragio” dello stesso Davide Enia. Lo ha prodotto proprio il Teatro di Roma, di cui il Teatro India è parte, insieme all’Accademia Perduta Romagna Teatri e al Teatro Biondo di Palermo.

Non poteva non esserci una produzione siciliana, visto che “L’abisso” racconta tanto la Sicilia. Ne racconta il dramma oggi più attuale e conosciuto internazionalmente. Stavolta non si parla di mafia, ma dell’odissea dei migranti, annegati o naufraghi nel Mediterraneo.

Tutto inizia con un viaggio a Lampedusa, il luogo che più di ogni altro è stato ed è la porta d’Europa per tante persone in cerca di una vita migliore.

Enia racconta del suo approdo a Lampedusa, accompagnato da suo padre, ospiti di una coppia di amici. Incontra e ascolta i racconti di soccorso dei sommozzatori della Guardia Costiera e dei lampedusani: i suoi amici, il medico, il custode del cimitero.

In mare non esiste un’alternativa a salvare le vite in pericolo: la vita è sacra” è il mantra di un sommozzatore “enorme” – come lo descrive Enia , che diventa piccolo, come ognuno di noi, di fronte all’abisso della morte che incombe, quando solo lui sembra poterla evitare. Ma è un mantra che non si genera da un ordine militare. È piuttosto un atto di devozione. Il sommozzatore è un essere umano che si porta dietro un intero comparto, quello della Guardia Costiera. Ma è come se si portasse dietro l’umanità intera, in soccorso ogni volta di un esemplare della specie.

Quello scoglio di terra chiamato Lampedusa. L’Abisso di Davide Enia

L’abisso” è uno spettacolo imperdibile, fresca sorgente di riflessioni ed emozioni.

Nel suo monologo Davide Enia parla accompagnato da un gesticolare talmente puntuale, che sembra quasi che le parole siano le didascalie dei gesti. Anzi, sono le armonizzazioni di una partitura.

D’altronde, lo spettacolo è musicale sotto ogni aspetto, perché Davide non è solo sul palco. Accanto a lui, a dare completezza e ritmo alla drammaturgia, c’è Giulio Barocchieri che ha composto ed esegue in scena le musiche che accompagnano la performance di Enia.

Tuttavia, mai ho trovato il termine “accompagnamento” tanto riduttivo.

Ne “L’abissogesti, parole e suoni della chitarra diventano un’unica musica per le orecchie, capace di commuovere nel senso etimologico della parola.

Non mi era mai capitato a teatro di sentire attorno a me tante persone piangere o soffiarsi il naso o trattenere il respiro per non fare l’uno o l’altro. Chi non lacrima non lo fa solo perché il movimento alle viscere che provoca sentire quel racconto lo lascia così annichilito da lasciare il corpo incapace di reagire.

Enia intreccia il racconto accorato dei protagonisti di Lampedusa con quello del suo dramma, personale e familiare, della malattia dello zio.

Lo spaesamento di fronte ai naufraghi – che scendano dalle navi al porto di Lampedusa o che siano ancora in mezzo al mare in attesa di essere issati sulle imbarcazioni di salvataggio – è pari a quello di fronte alla malattia di un fratello o di uno zio.

L’intimità del dolore per le proprie vicende si alterna al racconto quasi epico dei gesti, insieme pietosi e coraggiosi, degli amici che ospitano Davide e suo padre e, soprattutto, del custode del cimitero di Lampedusa.

Di fronte a un lutto, una malattia propria o altrui, una separazione, un bivio esistenziale, siamo in mezzo al mare. E dobbiamo capire come stiamo sopravvivendo a quel naufragio. Il filo rosso è il dolore, ma soprattutto è il naufragio intimo di ognuno di noi.

Solo se non rinunciamo all’empatia e riusciamo a rapportare il dolore dei naufragi a Lampedusa a qualcosa che ci lascia o ci ha lasciato sgomenti e annichiliti, potremo avvicinarci a capire il mantra della guardia costiera: “la vita è sacra”.

Ci aiuterà anche ricordare che noi siamo figli di una traversata del mare. D’altronde, tutto ha avuto inizio da una fanciulla fenicia che arriva a Creta attraversando il Mediterraneo su un toro bianco.

Stefania Fiducia

“Roma, Pigneto”: Matteo Casilli racconta il suo libro fotografico

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Roma è famosa per la bellezza e la varietà dei suoi quartieri, uno su tutti il Pigneto.

Per Pigneto si intende una zona situata a cavallo tra Porta Maggiore, Via Prenestina e Via Casilina, non troppo distante dal cuore di Roma. Negli ultimi anni ha subito una metamorfosi che lo ha reso uno dei luoghi principali della movida capitolina. La conseguenza è stata la nascita di un fitto sottobosco cuturale che anima le vie di questo luogo “Pasoliniano”, dove sono stati girati, tra tutti, Accattone e Roma Città Aperta.

Tra gli esponenti artistici locali troviamo Matteo Casilli. Classe 1983, fotografo, i suoi lavori si focalizzano, con uno sguardo delicato e mai invadente, sulla presentazione di suggestivi ritratti umani che ne sottolineano la psicologia. Recentemente è uscita la sua nuova raccolta fotografica Roma, Pigneto (Giulio Perrone Editore), che immortala il quartiere coi suoi abitanti. Per l’occasione abbiamo deciso di incontrarlo ed intervistarlo:

Partiamo dal principio. Chi è Matteo Casilli?

Matteo Casilli è un ragazzo che è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro dopo anni di studio e sacrificio. In passato ho frequentato un istituto d’arte diventando maestro d’arte applicata in pittura. Mi sono poi laureato in cinematografia al Dams di Roma Tre e ho svolto un master in fotografia, che è diventata la mia arte di riferimento.

Cosa ti ha catturato del mezzo fotografico?

La possibilità di esprimere al meglio i miei pensieri e quello che davvero provo. Non mi reputavo portato per la pittura, mentre nel settore dei video avevo troppa poca libertà di azione.

Invece cos’è che ti ha portato al Pigneto?

Nasco a Centocelle. Ho vissuto per nove anni a Garbatella oltre a una breve esperienza a New York. In seguito affronto un anno particolarmente difficile per problemi lavorativi e di relazione, da lì nascono i lavori No Surprises e Musician. Avevo bisogno di un nuovo inizio e un amico mi suggerì una casa al Pigneto. Nonostante i pregiudizi iniziali, col tempo mi sono innamorato del posto e della sua gente. Il Pigneto è un quartiere dove non devi vergognarti di dire che fai il creativo, l’artista, il giornalista. È un posto pieno di vibrazioni.

A cosa pensi sia dovuta questa particolarità?

Chissà. Forse le case poco alte, o sarà che mi piace godermi la vita, approfondire le persone che conosco. Ho trovato nel Pigneto un grande contenitore in cui coesistono vecchio e nuovo. Puoi trovare molte storie, in un incontro tra romanità ed esotico. 

Da dove nasce l’idea di una raccolta fotografica con gli abitanti?

Seduto al Bar Necci, scherzando con l’editore. Ma da una semplice battuta siamo arrivati a un libro di 148 foto e con un mood omogeneo.

Come sono stati scelti i soggetti?

Fin da subito volevo individuare più persone proprio perché chiunque ha qualcosa da raccontare. Ho dapprima consultato la mia cerchia di amici, di lì in poi è si è scatenato un effetto domino grazie al passaparola e ai social. Ho dovuto fare anche qualche scrematura.

pigneto roma
Domenico (ex ferroviere)
pigneto roma
Serena (attrice)

Mentre scattavi, hai fatto caso ad aspetti del Pigneto e della sua gente che inizialmente non avevi notato?

Sono stato colpito da molte persone sia in positivo che in negativo. Con chi ha accettato di farsi fotografare ho cercato di stabilire un contatto umano, parlandogli del mio progetto e chiedendo a loro volta di raccontarsi. Credo che le relazioni siano la cosa più importante per chi fa questa professione.

Pensi che una foto possa raccontare di una persona o si limita a cogliere l’attimo?

Dipende da come si scatta, oltre che dal perchè. Nei miei ritratti ho sempre cercato di immortalare l’anima di una persona, la sua vera essenza. Per raggiungere lo scopo cerco di entrare nei soggetti, quindi è importante, ribadisco, parlarci molto prima di mettersi all’opera.

Tutte le immagini sono in bianco e nero: scelta stilistica?

Non ero partito con questa idea, ma strada facendo ho sentito l’esigenza di dare un tono riconoscibile al lavoro. Il bianco e nero rievoca la storia del Pigneto e conferisce una patina di uniformità. Tuttavia i prossimi scatti mi piacerebbe svolgerli a colori.

I social media hanno cambiato il tuo modo di approcciarsi alla professione?

Ai social devo molto. Grazie ad essi ho potuto farmi conoscere a una vasta platea di persone e mi sono utili nel lavoro. L’ importante è saperli usare in maniera intelligente, le foto sono un dono, e come tali vanno mostrate e condivise con gli altri, non tenute per sé. Dal punto di vista tecnico poi, una bella immagine si può scattare anche con attrezzatura amatoriale, perchè è l’idea che conta.

Una domanda “politica”: in una Roma che oscilla tra degrado e rilancio, pensi che l’arte e la cultura possano avere un peso rilevante? E da uomo del settore, cosa pensi si possa fare in meglio?

La cultura è parte fondamentale di una società. Dove c’è cultura c’è più umanità. Viceversa, dove risulta assente è più facile che ci sia violenza, che attecchiscano odio ed intolleranza, come accade purtroppo in periferia. Per questo motivo è stata spesso usata a scopo manipolativo. Non solo ci vuole più cultura, ma bisogna farla arrivare a tutti. Ed è questa la nostra missione.

Dove possiamo trovare Roma, Pigneto? Nuovi progetti in cantiere?

Roma, Pigneto è disponibile in tutte le librerie ed è ordinabile anche su Amazon. Se siete di zona potete contattarmi sui social e ve lo consegno di persona!
Per quanto riguarda i nuovi progetti, ho mille nuove idee che dovrò per forza scremare. Solitamente gli spunti migliori nascono dal nulla, magari ti si accende la lampadina o una persona può ispirarti.

L’intervista è conclusa. Vuoi aggiungere qualcos’altro?

Ci tenevo a ringraziare Giulio Perrone Editore e Antonio Sunseri per l’occasione, oltre a Davide Enia per la splendida introduzione al libro. Grazie anche a te per l’intervista. Un saluto a CulturaMente e a tutti i suoi lettori!

Lorenzo Balla

Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano: le nuove gallerie Leonardo

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In esposizione permanente, la sezione dedicata al genio vinciano è stata rivista con moderni criteri di allestimento. Multimediali e interattivi, valorizzano il contesto storico degli studi leonardeschi

Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ha aperto, dal 10 dicembre, le nuove gallerie dedicate a Leonardo da Vinci.

Disegni di Leonardo “animati” da immagini in movimento, filmati e soluzioni interattive, ricostruzioni in grande formato: il percorso espositivo sul genio vinciano è stato ristrutturato secondo una moderna concezione museale, con installazioni multimediali e una spiccata cornice divulgativa. Alcuni media lo hanno definito “spettacolare”: più semplicemente, i curatori hanno rimodernato un allestimento statico che risaliva al 1953. Il progetto è di Claudio Giorgione, curatore Leonardo – Arte & Museo. Collaboratore scientifico è Pietro Marani, professore di Storia dell’Arte Moderna del Politecnico di Milano e l’allestimento è a cura dell’architetto François Confino.

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Mostra Leonardo da Vinci – Sala 7 – Città ideale – Nuove Gallerie Leonardo. Foto di: Lorenza Daverio

Grande evento al museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

Il museo ha presentato le nuove gallerie come un grande evento. Prima dell’inaugurazione, il 9 dicembre scorso, una partecipata conferenza stampa ha radunato, in auditorium, una folla di giornalisti; il taglio del nastro ha visto presenti, tra gli altri, Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali, Beppe Sala, sindaco di Milano, Luciano Fontana, governatore della Regione Lombardia.
Una nutrita serie di sponsor, tra cui Eni, Leonardo Company, Fondazione Cariplo, ha contribuito a rinnovare le gallerie. Lo stesso sindaco di Milano ha pubblicamente ringraziato il museo per la sua capacità di autofinanziarsi, grazie un’attività di collaborazione con il privato: una formula scelta da tempo, oramai, sotto la direzione di Fiorenzo Galli, da 18 anni alla guida del museo.

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Sala 5 – Ingegno del fare – Nuove Gallerie Leonardo. Foto di Lorenza Daverio

Le nuove gallerie di Leonardo da Vinci

La collezione storica del museo, esposta dal 1953, comprendeva una serie di modelli in legno, ricostruzioni di alcuni progetti disegnati da Leonardo. L’idea di presentare dei modelli per illustrare la creatività del genio era già ottima: il nuovo allestimento oggi prevede 39 installazioni multimediali e altri documenti che raccontano Leonardo nell’Italia del Rinascimento.

Ha spiegato Pietro Marani:

“l’allestimento del ’53 tendeva a presentare gli aspetti innovativi dell’opera di Leonardo, che era considerato come un genio eccezionale per il suo tempo. Oggi gli studi hanno approfondito molti aspetti che aiutano a inserire Leonardo nel contesto storico, inserendolo in una rete di relazioni con la cultura del tuo tempo”.

Per questo motivo il pubblico ritrova, tra gli altri, la ricostruzione del Pantheon di Roma, i progetti di una città ideale, i pittori lombardi che imitarono Leonardo. L’opera del genio figura in uno scenario più ampio che tocca economia, cultura, pittura, architettura, scienze naturali.

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Sala 3 – Balista. Foto di A. Nassiri – Museo Nazionale Scienza e Tecnologia

Le nuove gallerie leonardesche si estendono oggi su 1300 metri quadri e comprendono 170 opere. Sono 70 modelli e plastici storici, 18 volumi antichi, 33 naturalia, 17 calchi, 14 affreschi e dipinti, 6 manufatti antichi e 13 facsimili, 39 installazioni multimediali. Fanno parte del percorso espositivo permanente e la loro visita è inclusa nel biglietto d’ingresso del museo. Comprese nel biglietto, ma da prenotare, sono invece alcune attività dell’i-lab Leonardo per bambini e ragazzi.

Claudia Silivestro

Una giornata particolare, il capolavoro di Ettore Scola

“Piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna farlo in due.”

Titolo originale: Una giornata particolare
Regista: Ettore Scola
Sceneggiatura: Maurizio Costanzo, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Cast Principale: Sophia Loren, Marcello Mastroianni
Nazione: Italia, Canada
Anno: 1977

Una giornata particolare è uno dei capolavori di Ettore Scola, che racconta con maestrìa la solitudine di due vite ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Un’opera d’autore, un film che non si dimentica. Una giornata particolare è uno dei capolavori del cinema italiano, firmato da Ettore Scola, uno dei maestri della cinematografia italiana. Il film è stato presentato al Festival di Cannes nel 1977, introducendo una storia memorabile che ha visto protagonista la consolidata coppia formata da Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

La giornata particolare a cui si riferisce il titolo del film è il 6 maggio 1938: Hitler visita Roma scortato da Mussolini.

In un caseggiato popolare, svuotato dal richiamo dell’evento, Antonietta, madre di sei figli, incontra Gabriele, coinquilino, ex annunciatore dell’Eiar, che andrà al confino perché omosessuale. Sarà, per entrambi, una giornata davvero particolare.

Antonietta è una donna insoddisfatta dalla sua vita e succube del marito, un fascista tutto d’un pezzo. Gabriele è un ex speaker radiofonico dell’EIAR (antenata dell’attuale Rai).

Antonietta e Gabriele in una scena del film

Affascinante, anticonformista e soprattutto antifascista, Gabriele è stato licenziato dalla sua azienda perché omosessuale e rivela ad Antonietta la sua vera natura dopo che la donna tenta di baciarlo.

I due discutono animatamente ma Antonietta, pentita di ciò che è accaduto, torna da Gabriele e dopo una lunga chiacchierata e altre confessioni, si concedono l’uno all’altra per colmare il vuoto della loro solitudine. 

Due vite che si incontrano, due anime che cercano conforto l’un l’altro per compensare in una sola giornata tutte le insoddisfazioni e le ingiustizie subite.

Ettore Scola dirige una raffinatissima pellicola, un cult della cinematografia italiana diventato una finestra su uno dei periodi più bui per il nostro Paese, attraverso una coppia di protagonisti spettacolare, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Ma la vera particolarità di Una giornata particolare sta nella tipologia di racconto: il fascismo non è narrato attraverso le tipiche lotte partigiane o mostrando le vessazioni causate a chi era “diverso” dalla razza ariana.

Ettore Scola decide di raccontare quello squarcio di storia attraverso la quotidianità di due persone comuni, medio-borghesi, ovvero Antonietta e Gabriele che diventano così il simbolo del popolo italiano dell’epoca, due persone sole spaventate da un regime che ha sconvolto la loro intera esistenza.

Questo è uno degli aspetti centrali che ritorna in ogni pellicola del regista italiano: raccontare una storia intrecciata con la Storia, in questo caso l’avvento di Hitler a Roma, facendole intersecare e caratterizzando in modo brillante i suoi personaggi.

Una giornata particolare è un affresco crepuscolare del cinema italiano, che racconta con realismo e sensibilità la solitudine dei due protagonisti dovuta all’arrogante disumanità del regime fascista e della Seconda Guerra Mondiale. Una pellicola che rimarrà un pilastro nella storia del cinema nostrano, grazie alla genialità di Ettore Scola, accompagnato dal produttore Carlo Ponti e dalla maestria di Ruggero Maccari e Maurizio Costanzo per i fantastici e toccanti dialoghi.

3 motivi per vedere il film:

  1. Per fare un tuffo nella storia del cinema e della nostra Italia allo stesso tempo
  2. Sophia Loren e Marcello Mastroianni, LA coppia del cinema italiano
  3. Per imparare come il cinema può dare tanto con solo il minimo indispensabile

Quando vedere il film:

Sempre. Ovunque.

Ilaria Scognamiglio

Ecco l’ultimo appuntamento del Cineforum:

 

 

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Pinocchio, da Collodi a Garrone nulla cambia e tutto cambia

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Il primo problema nel fare Pinocchio come film ancora oggi, alla vigilia del 2020, risiede nella decisione stessa di realizzarlo. Insomma, perché farlo ancora? Lo abbiamo visto così tante volte, in così tante versioni, che nulla è più rimasto da fare.

Né per gli spettatori, che oramai si aspettano ogni evento e lo vivono con meno trasporto. Né, onestamente, per un autore, che si trova schiacciato dai numerosi adattamenti precedenti.

Il secondo, più evidente, problema del film, è che Pinocchio non dà risposta a questi quesiti. Matteo Garrone lo realizza e basta perché voleva farlo da anni. Non ha trovato un vero motivo, un vero senso cinematografico per realizzarlo: lo ha fatto e basta.

E questo è ciò che il Pinocchio di Garrone realmente è: un qualcosa che accade e basta. Recupera la fedeltà al testo originale di Collodi, ma perde per strada ogni senso didattico, ogni elemento di meraviglia, ogni sviluppo di fantasia. In poche parole, è come assistere a un greatest hits delle avventure di Pinocchio senza il benché minimo trasporto emotivo. Qui, paradossalmente, il film è originale: non solo è poco commerciale, ma soprattutto non si è mai vista una versione di Pinocchio così fredda.

Personalmente, diffido sempre da chi, per un film italiano, esalta i reparti tecnici per dire “una cosa così in Italia non si vede mai”. E sia chiaro, è verissimo, ed è giustissimo esaltarne la qualità. I costumi, il trucco, gli effetti visivi, in questo Pinocchio tutto è eccellente, tutto è la riprova che l’artigianato cinematografico italiano è di primissima qualità e troppo poco sfruttato dai nostri film ripiegati su formule e quasi mai creativi. Però non può mai essere l’unica nota di attenzione, l’unica qualità da sottolineare. Come secondo me già accaduto con Il Racconto dei Racconti, bellissimo vedere ma tremendamente vuoto da vivere, Garrone quando sceglie di realizzare il “fantasy” si abbandona alla cura dell’aspetto formale e lascia il resto da parte.

Fantasy che come noterete ho scritto tra virgolette, perché a essere onesti questo Pinocchio è un film che latita di fantasia.

Tornare al testo originale di Collodi per recuperare anche il contorno ambientale va bene, ma lo spirito politico e sociale è solo abbozzato. Curare l’aspetto formale va benissimo, ma il senso di meraviglia dovrebbe avere un impatto sensoriale e visuale. Caratterizzare Geppetto è cosa buona e giusta, soprattutto con un Roberto Benigni così perfetto e tenero, indubbiamente l’elemento migliore del film, ma il rapporto tra lui e Pinocchio non è mai approfondito emotivamente. E glissare così tanto su elementi da tutti conosciuti, come le bugie e il naso, forse perché oramai abusatissimi, alla fine sembrano solo atti di superficialità e non una scelta coraggiosa.

Sono molto felice che Garrone, uno dei migliori registi italiani, abbia finalmente realizzato il suo sogno di realizzare Pinocchio al cinema. Sarei però altrettanto felice se tale soddisfazione lo distogliesse finalmente dal fantasy che, ritengo, non sia il suo campo di gioco.

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Emanuele D’Aniello

Dal Festival di Cannes, Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma

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Vincitore del Prix du scénario, Ritratto della giovane in fiamme è uno dei racconti più intensi di questo 2019.

Céline Sciamma dal Festival di Cannes porta nelle sale un delicatissimo discorso amoroso che si schiude in una parentesi prima timida e poi estremamente passionale, su di una roccia francese fuori dal suo tempo e dal suo spazio.

È il 1770 e la vera arte è prerogativa dell’uomo, incapace di considerare, o ritenere degno, l’altro sesso come creatore artistico. Heloise (una magnifica Adèle Haenel), però, continua a sfuggire alla comprensione dell’occhio maschile. La ragazza è stata strappata dalla vita di convento nella quale si era reclusa per venire promessa sposa ad un nobile milanese sconosciuto. È necessario, quindi, un ritratto che la raffiguri, che ne catturi la bellezza per poterla proporre nell’unione che la attende nei salotti italiani. Ma lei continua a sottrarsi, negarsi allo sguardo chiamato a fissarla in una forma definita sulla tela.

Ci si affida in questo modo all’inganno, alla menzogna indagatrice che prende la forma della pittrice Marianne (Noémie Merlant), spacciata segretamente per una dama da compagnia. Il suo è un punto di vista inedito e spoglio di quel confine sessuale che veste un ruolo di separazione congenita, di rigetto implicito legato al senso di un futuro inevitabile e indesiderato. Tutto il maschile gioca un ruolo di distanza ed è lasciato fuori dai margini del film. È eliso dalla narrazione perché se incluso avrebbe solamente indossato un mantello al negativo in un racconto spurio di pregiudizio e rapporto di forza.

Marianne scruta, ruba frammenti da Heloise, li colleziona e poi assembla insieme sulla tela.

Trae un’immagine alla volta, una sfumatura del volto o delle mani intrecciate tra una passeggiata e l’altra. Cela il segreto e scolpisce, in un lavoro di costruzione pittorica reso certosino dall’attenzione che la Sciamma riserva all’elemento artistico. È fondamentale il tratto portato sulla tela, agognato, vissuto e sporcato nel silenzio dall’intrecciarsi del sé con l’altro. Un’arte legata indissolubilmente alla scoperta dell’oggetto del proprio sguardo, che gioca una partita a tre con la sua rappresentazione e l’animo più intimo di chi è artefice di quella rappresentazione. Dalle sale del Festival di Cannes, il sentimento germoglia così nello stretto contatto e nelle occhiate che derubano. Poi osservando i dettagli, fecondandoli poco a poco con la propria dimensione.

A fare da cornice ad un desiderio che monta anche di erotismo e brama fisica, c’è una spiccata ricercatezza nel gusto stilistico delle immagini. Nel compito di ricostruzione e restituzione storica non si rivela necessaria un’opulenza costumistica, ma si lavora in sottrazione agendo sull’essenziale, sul povero di materiali ma non di intenti. La luce (e la sua assenza) modellano le forme dei corpi che si scoprono anche nudi davanti ad un camino. Corpi che si sfiorano, conoscono ed imprimono in un’immagine. E poi la femminilità vissuta in tutta la sua integrità, scoperta come assoluta e autosufficiente nello spicchio di realtà che sfoltisce i rami di quel bigotto costrutto sociale che vuole solo afferrare e padroneggiare.

In Ritratto della giovane in fiamme il rapporto vive di parità, di un’apertura incondizionata ed inviolata. Non si scala sopra l’altro, non lo si schiaccia o comprime, ma lo si permea di un sentimento che non conosce ragione al di fuori del suo sussistere.

Trascorso qualche mese dal Festival di Cannes, il film sarà nelle nostre sale grazie alla distribuzione della Lucky Red a partire dal 19 dicembre.

Alessio Zuccari

Grazie a Palazzo Barberini il Seicento a Roma ha ancora più spazio

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Inaugurato il nuovo allestimento dell’Ala nord al Palazzo Barberini di Roma.

È un importante traguardo quello raggiunto da Palazzo Barberini di Roma che continua il proprio rinnovamento come spazio museale. Dopo più di ottant’anni di gestione, infatti, tre anni fa il Ministero della Difesa ha restituito alle Gallerie nazionali di arte antica gli ambienti finora occupati. Con l’obiettivo di aprire al pubblico l’intero palazzo, lo scorso aprile era stata inaugurata l’Ala sud del piano nobile dedicata ai capolavori del Settecento. Oggi tocca a quelli del Seicento.

Un periodo complesso anche dal punto di vista culturale

In seguito alla Riforma Protestante e con la conclusione del Concilio di Trento del 1563, anche ciò che viene rappresentato in Arte diviene oggetto di disputa. Personalità come Giovanni Andrea Gilio, il vescovo Gabriele Paleotti e il cardinale Carlo Borromeo si esprimono sull’argomento. Puntando a imporre i principi della dogmatica religiosa ai canoni artistici. Ciò avrà una notevole influenza su pittori, scultori ed esponenti della cultura e del pensiero del secolo successivo. Il risultato sarà ambivalente, perché se da un lato alcuni di essi aderiranno in maniera impeccabile a quanto stabilito, altri si troveranno più o meno volontariamente a divenire dei rivoluzionari. Basti pensare a Giordano Bruno, Galileo Galilei e, in ambito artistico, Caravaggio.

10 sale totalmente rinnovate per un totale di 550 mq

Il risultato di questo nuovo percorso espositivo di Palazzo Barberini, curato dalla direttrice Flaminia Gennari Santori e progettato dall’architetto Enrico Quell, è da un punto di vista sia didattico sia di fruizione, decisamente positivo. Gli innovativi impianti di illuminazione non valorizzano solo le opere, ma anche gli stupefacenti soffitti. Creazioni, tra gli altri, del Pomarancio, Baldassare Croce e Giuseppe Chiari che prima di fatto risultavano quasi invisibili. Ma non solo: anche i pannelli e le, finalmente, esaustive didascalie riflettono la volontà di offrire a ogni visitatore un’esperienza realmente completa. Grazie a un’impostazione concettuale non più legata ai singoli artisti ma a un ordine cronologico e geografico.

Un viaggio dal Manierismo al Caravaggismo

Si parte dal Tardo Manierismo romano e internazionale, passando per alcuni tra i più importanti esponenti della pittura veneta, come Tintoretto, Palma il Giovane e il celebre Venere e Adone, qui in una versione di scuola tizianesca e restaurato per l’occasione. Ma c’è anche spazio per due opere di El Greco dalle chiare influenze veneziane. Superato l’ambiente che ha come protagonista la Pittura di genere ci si imbatte in una piccola sala, finora non visitabile, dove è custodita una sola opera. Si tratta di un prezioso tabernacolo che rappresenta una pietà. Un oggetto realizzato da Annibale Carracci in collaborazione con l’allievo Innocenzo Tacconi per il cardinale Odoardo Farnese. Il cui soggetto, il dolore provato da Maria dinnanzi al corpo del figlio, ben si sposa con un ambiente così intimo. Si prosegue con i cosiddetti Paesaggi Mattei: una celebrazione della bellezza della Natura. Essa non è più vista come mero sfondo ma vero e proprio protagonista della narrazione.

palazzo barberini roma
Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

L’effetto Caravaggio

Fa sorridere soffermarsi su quanto l’opera e la poetica di Michelangelo Merisi abbia rivoluzionato l’idea di pittura presso i contemporanei e influenzato quella dei pittori a venire. Persino nella sua negazione. Il suo nome, col tempo, viene dimenticato non solo a causa della controversia generata da alcune sue opere ma anche della sua rocambolesca vita. Per non parlare della tragica morte. Le sue invenzioni e soluzioni, come l’utilizzo di luce e buio, invece subirono un destino opposto. Finirono per essere infinitamente replicate da seguaci più o meno consapevoli, come dimostrano le tre sale dedicate al pittore lombardo e a quanti a lui si ispirarono. Il celebre capolavoro Giuditta e Oloferne posizionato accanto all’Amor sacro e Amor profano di quell’invidioso di Giovanni Baglione non fa che sottolinearne i miseri e ambivalenti tentativi di negare la grandezza di Caravaggio sperando di farla propria. Il naturalismo del Merisi sortirà ben altri effetti su pittori quali Orazio Gentileschi, Jusepe de Ribera o il cosiddetto Candlelight Master. Fino ad arrivare a Georges de La Tour, Gerrit van Honthorst, detto anche Gherardo delle Notti, e Valentin de Boulogne.

palazzo barberini roma
Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

Il coraggio del negare un volto a Beatrice Cenci

Nell’ultima sala sono riunite tutte quelle opere di matrice emiliana, tra cui quelle firmate dal Domenichino, Guercino e, soprattutto, Guido Reni. Proprio al “divino” la traduzione ha ormai da secoli attribuito uno dei quadri più iconici dell’intera collezione. Quel ritratto di Beatrice Cenci, celebrato da Johann Wolfgang von Goethe e Johann Caspar Lavater così come da Antonin Artaud e Alberto Moravia. E che la vulgata vuole sia stata così eternata da Reni poco prima dell’uccisione. In occasione del riallestimento del Palazzo Barberini di Roma viene, dunque, suggerita una nuova ipotesi: che si tratti di un anonimo ritratto in veste di sibilla da attribuire alla pittrice bolognese Ginevra Cantofoli. Ipotesi meno suggestiva ma certamente più realistica: nonostante ciò, nulla può sminuire il fascino di quel volto e la drammatica storia che, per tradizione, ormai evoca.

palazzo barberini roma
Ginevra Cantofoli (attr.) – Donna con turbante (Presunto ritratto di Beatrice Cenci). Olio su tela, cm 64,5 x 48. Courtesy Gallerie Nazionali di Arte Antica – Bibliotheca Hertziana, Istituto Max Planck for Art History/Enrico Fontolan

Cristian Pandolfino

Credits foto in evidenza: Palazzo Barberini – Ala Nord. Foto Alberto Novelli

“Fleabag” e “Undone”: due serie tv da non perdere su Amazon Prime

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Ci sono serie tv che passano in sordina e che invece meriterebbero più attenzione per la loro brillantezza e originalità.

Qui vi propongo due serie da non perdere disponibili su Amazon Prime Video: Undone e Fleabag.

In entrambe le serie tv Amazon troverete una protagonista archetipica che fa parte di una generazione di donne trentenni, indipendenti e occasionalmente single sommerse da incertezze, insoddisfazioni, dubbi e frustrazione.

Undone

Undone è una serie originale Amazon Prime Video creata Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy, che hanno già collaborato per la stesura della sceneggiatura di BoJack Horseman serie d’animazione di successo targata Netflix.

La peculiarità della serie è l’uso del rotoscopio, una tecnica utilizzata per creare un cartone animato in cui le figure umane risultino realistiche. Il disegnatore ricalca le scene a partire da una pellicola filmata in precedenza con attori veri.

Il cast è guidato da Rosa Salazar conosciuta dal grande pubblico soprattutto per aver preso parte a Parenthood e American Horror Story.

La trama di Undone sembra quella di una comunissima dramedy. La protagonista Alma ha 28 anni, un normale lavoro da maestra d’asilo che non le procura nessuna soddisfazione, una relazione con un uomo con il quale non farebbe mai un progetto di vita a lungo termine.

Alma si sta lasciando vivere ed è intrappolata in una routine noiosa. Ha poi una sorella più realizzata ed equilibrata di lei e una madre apprensiva.

Di Alma scopriamo subito che suo padre morì in un incidente quando lei era piccola e che si dice che sua nonna fosse schizofrenica.

Queste sono le premesse per lo sviluppo di una normalissima storia drammatica. La narrazione prevede però anche momenti più leggeri: Alma è frustrata, ma non del tutto rassegnata. 

Già nel primo episodio Alma ha un incidente in seguito al quale tutto viene messo in discussione.

La storia che sembrava un po’ un dramma e un po’ una commedia diventa anche un giallo e una profonda riflessione su temi grandi e complessi: la relazione tra spazio e tempo, l’elaborazione del lutto, il confine tra sogno e realtà.

Alma sviluppa una visione alterata della realtà e del tempo. Ci sono momenti in cui interagisce con il padre deceduto; ce ne sono altri in cui torna a rivivere episodi del passato; altri ancora in cui è incastrata in un loop.

Suo padre Jacob le dice che il suo dono è reale e che può usarlo per salvarlo, ma allo spettatore rimane il dubbio: Alma ha sviluppato una sorta di talento latente che le permette di fare quello che fa oppure è tutto un prodotto della sua mente?

Siamo noi a decidere quale delle due interpretazioni riservare alla storia. D’altronde molti di noi si stanno ancora chiedendo se la trottola smette di girare o meno nel finale di Inception.

Undone merita di essere guardata almeno per tre motivi: l’originalità dell’estetica, la particolarità della narrazione, la brillantezza della sceneggiatura.

Fleabag

Fleabag è una miniserie ideata, scritta e interpretata dall’attrice e commediografa inglese Phoebe Waller-Bridge, premiata agli ultimi Emmy sia per la sceneggiatura che per l’interpretazione.

Il titolo, traducibile come persona sgradevole, è il soprannome della protagonista di cui non conosceremo mai il vero nome.

Fleabag è una giovane donna metropolitana, una più che ventenne, o quasi trentenne, sessualmente promiscua ma con una relazione fatta di continue rotture e riappacificazioni.

Ha una sorella sposata e realizzata professionalmente, un padre assente e un’odiosa matrigna. Aveva una migliore amica, morta suicida per una delusione d’amore, con la quale condivideva spese e profitti di un bar a tema porcellino d’India che giorno dopo giorno vede fallire.

Fleabag è una donna imperfetta dotata di un sarcasmo che semplicemente adorerete dal primo istante.

Valeria de Bari

E se avete voglia di guardare un film su Amazon non perdete la recensione di The Report scritta da Alessio Zuccari:

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «di parti di opera […]» utilizzate «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Cerchi serie tv da vedere?

Più Libri…Più Liberi (dall’apnea digitale)

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Ero in macchina qualche giorno dopo la conclusione della Fiera che ancora pensavo a Più Libri Più Liberi. Non pensavo tanto alla convention in sé, quanto al suo nome e all’importanza del suo significato.

Sì, perché in quest’epoca fatta di scrittura su chat e bacheche, di frasi frettolose digitate alla velocità della luce, di immagini scattate al volo per immortalare secondi di vita, a volte dimentichiamo l’importanza delle parole.

Pensavo, ancora, al perché ci sia sempre la fila a Più Libri Più Liberi.

Al perché la fiera, che quest’anno diventa maggiorenne e per la sua festa di compleanno raggiunge le centomila presenze (altro che sweet eighteen), piace così tanto.

Per noi giornalisti è sempre un’occasione per salutare e ringraziare tutte le case editrici che ci coccolano durante l’anno mandandoci le nuove uscite, è chiaro.

Però, facendo una riflessione più analitica, cosa spinge le persone a correre verso la Nuvola di Fuksas?

Lo stesso Massimilano, che ha compiuto gli anni proprio un giorno dopo la fine della convention (svoltasi dal 4 all’8 dicembre), affermava di aver ideato la nuvola pensando alle viste dall’alto, al cielo, mentre viaggiava per lavoro da Parigi a New York.

Per il terzo anno il Roma Convention Center ospita Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria, organizzata dall’Associazione Italiana editori (AIE), rivelandosi ancora una volta la location ideale per l’evento, anche a livello architettonico: spazioso, perfetto per sognare.

Perché alla fine mi sono data questa risposta mentre guidavo: il libro è il nostro rifugio da questa società velocissima, travolgente, sconvolgente. Posso dire anche… affannosa?

Il libro è la distanza tra noi e il cellulare, la risposta alla nostra tristezza, il naso che respira la carta in metro mentre gli altri si perdono tra gli schermi. E certo, l’ebook magari non profuma, ma il senso lo avete capito. Ecco perché quindi Più Libri Più Liberi funziona: perché la lettura resta il nostro strumento per liberarci da malesseri, dipendenze digitali, e il nostro inalatore di conoscenza.

La boccata d’aria fresca che stavamo aspettando nell’apnea della quotidianità. La brezza che ci regalano tutti gli editori che ancora credono nel valore e nel potere delle parole.

Un’ultima riflessione, e non so se abbastanza sensata: da quando esiste l’ebook gli editori sfornano delle copertine cartacee che sono dei gioielli. Nel mio caso mi allontana l’idea di comprare il libro di carta solo l’idea di un altro trasloco (ed eventuale carico sulle mie spalle di tutte le sudate carte): per il resto sono una fan del libro vecchio stampo. Quindi, naturalmente, sono tornata a casa con un paio di “respiri” in più e con la testa… tra le nuvole.

Alessia Pizzi

Foto di Alessia Pizzi, CulturaMente

Divano, telecomando e rombo di motori: le auto più celebri delle serie tv

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Lo streaming ha cambiato le nostre vite, almeno per quanto riguarda le forme di intrattenimento domestico, e Netflix a sua volta è entrata “a gamba tesa” sulle nostre abitudini quotidiane. Se possibile, rivoluzionandole ancora di più.

E infatti è al colosso dello streaming che si deve la nascita del binge watching, oramai un vero e proprio fenomeno di massa.

Avendo tutte le puntate di una serie tv già pronte, perché aspettare i canonici 7 giorni? Infatti c’è chi fa delle autentiche maratone pur di vedersele tutte insieme, e chi aspetta con trepidazione le 9 di mattina, per poter partire con la nuova stagione di una serie finalmente pronta sulla piattaforma. Inoltre, l’arrivo di Disney+ non farà che accentuare questo fenomeno, ampliando ancor di più il panorama delle tv series disponibili. E in molte serie iconiche, è il rombo dei motori a farla da padrone.

Motori a puntate: 7 serie tv rombanti

Il mondo dei motori che sposa il piccolo schermo, il matrimonio è di successo. Da un lato l’universo delle serie tv in continua espansione grazie ai servizi streaming, dall’altro quel mondo dei motori, raccontato da anni da riviste specializzate e iconiche come Quattroruote ad esempio. Ritrovare le auto cercate online o sognate in passato sul piccolo schermo regala sempre un brivido di piacere. Quando due elementi così si uniscono, danno vita ad alcune perle di settore. Quali sono, quindi, le 7 serie tv più rombanti?

  • Hazzard / Dodge Charger: sarà anche un po’ data, ma le leggende non muoiono mai. Parliamo ovviamente di “Hazzard”, una delle serie cult degli anni ’80 che ha cambiato il modo di vedere le auto e ha introdotto una serie di cluster narrativi ripresi spesso in seguito.
  • Fastest Car: è una delle serie più recenti basate sul rombo dei motori, e anche una delle più interessanti, perché fa un po’ il verso al mondo fuorilegge e appassionante della fortunata serie di film “Fast and Furious”.
  • The Gentleman Driver: un’altra serie dai mille risvolti, che coniuga la passione per le auto da corsa alla quotidianità dei piloti, impegnati sia sulla pista che nel mondo degli affari.
  • Magnum PI / Ferrari 308: altro giro, altra corsa, letteralmente parlando. Eccoci di fronte ad un altro must dei motori in salsa tv series, e stavolta si tratta di “Magnum PI”, con la fantastica Testarossa 308, iconica e riconoscibile.
  • Miami Vice / Ferrari 635 GTS/4: abbiamo già elencato delle serie degli anni ’80 a base di motori e pneumatici, e non potremmo esimerci dal concedere il tris, citando anche la leggendaria “Miami Vice”, con la sua Ferrari bianca al seguito.
  • SuperCar / Pontiac Firebird: non sarà una vera Pontiac Firebird, ma la mitica Supercar ci somiglia parecchio, tanto da aver tratto liberamente ispirazione proprio da questa vettura. E le generazioni che hanno amato KITT sono state numerose.
  • Starsky & Hutch / Ford Gran Torino: decidiamo di chiudere la nostra classifica con la Ford Gran Torino di “Starsky & Hutch”, coppia iconica della tv, altro grande must delle serie tv più rombanti della storia.

I regali natalizi dell’home video Universal di dicembre

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Non è un Natale vero senza un acquisto di qualche bel dvd o blu-ray al vostro amico cinefilo di turno. Come sempre, Universal Pictures offre tante soluzioni.

Non possiamo che consigliare proprio quelle che ci hanno gentilmente inviato. Arrivate, e quindi acquistabili da voi, con un tempismo perfetto.

Infatti il cofanetto con le prime 3 stagioni di Mr. Robot esce in contemporanea con la trasmissione, in America e in Italia, della quarta e ultima stagione. Questa collection è allora ideale per recuperare tutta la serie, conoscer la marea di contenuti extra, e fiondarvi così preparatissimi alla visione del gran finale. Dopo il premio Oscar vinto, ancora una volta nel piccolo schermo Rami Malek è sinonimo di garanzia.

Poi, quasi scontato dirlo, la vera perla non può che essere La Vita è Meravigliosa in versione blu-ray. Una bellissima alta definizione che rende ancora più giustizia alla magica visione di Frank Capra che, ancora oggi, è il film di Natale assolutamente perfetto. Le peripezie esistenziali del personaggio di James Stewart sono la giusta altalena emotiva da guardare in famiglia durante le feste. Un classico che non solo regge tuttora, ma non perde mai il suo valore edificante. E rimane una visione davvero completa per i grandi, con la dose giusta di nostalgia, e per i più giovani, richiamati ai valori di un cinema che purtroppo non c’è più.

Due scelte diverse ma davvero perfette per un Natale cinefilo. Dalla serie tv al grande cinema classico, dalla visione individuale per immergersi nel binge watching alla visione collettiva per tutta la famiglia. Sempre con l’alta qualità delle immagini, sempre con tanti contenuti extra per conoscere appieno ciò che si vede.

Il cofanetto con le prime 3 stagioni di Mr. Robot, e la nuova versione blu-ray di La Vita è Meravigliosa, sono già disponibili in tutti i negozi specializzati.

In mostra a Roma gli “Impressionisti segreti”

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Gli impressionisti in mostra a Roma: Palazzo Bonaparte apre per la prima volta le porte al pubblico.

Dal 6 ottobre 2019 fino all’8 marzo avrete la possibilità di visitare la mostra degli “Impressionisti segreti” ospitata nelle bellissime stanze affrescate di Palazzo Bonaparte.

Ma perché “segreti”?

Il motivo è semplice, si tratta di opere che appartengono a dei collezionisti privati e che per la prima volta vengono esposte al pubblico.

Non aspettatevi quindi di trovarvi davanti ai capolavori più famosi degli Impressionisti. Alle pareti non ci saranno le ninfee di Monet, le ballerine di Degas o le donne Tahitiane di Gauguin ma opere meno conosciute con una storia da raccontare.

Chi si intende celebrare con questa mostra?

Uno degli intenti di questa mostra è di celebrare collezionisti, mercanti e semplici appassionati d’arte che, pagando i debiti, supportando e comprando i dipinti degli Impressionisti, li hanno fatti arrivare, non senza difficoltà, ad un successo di fama mondiale.

Sicuramente il mercante d’Arte Paul Durand-Ruel giocò un ruolo molto importante nella scalata al successo degli Impressionisti. Fu proprio lui che nel 1886, seguendo il suggerimento della pittrice americana Mary Cassatt, inviò ben 300 dipinti a New York per farli esporre in una istituzione culturale no profit chiamata American Art Association. Il resto è storia.

Una piccola curiosità: una delle curatrici della mostra è una parente diretta del famoso mercante. Claire Durand-Ruel ha quindi ereditato non solo il cognome ma anche la passione per l’arte. L’altra curatrice è Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi.

Le sale dove abitava la madre di Napoleone

La mostra è ospitata nelle stanze dove visse Maria Letizia Ramolino, la madre di Napoleone Bonaparte. Quindi quando andrete ad ammirare le circa 50 opere esposte non scordatevi di posare gli occhi anche sui soffitti affrescati, i pavimenti, le decorazioni marmoree dei camini, gli sguinci delle finestre, la vista su Piazza Venezia, le decorazioni del balconcino ma soprattutto la bellissima sala dei ricevimenti.

La visita comincia con un video introduttivo sulla storia del palazzo e degli Impressionisti in mostra a Roma proiettato sul muro della sala delle Panoplie alla presenza di un’imponente gesso, copia dell’originale in marmo dello scultore Canova, che rappresenta Napoleone nelle sembianze di Marte.

Gli impressionisti in mostra a Roma

Dopo aver ascoltato il video potrete iniziare il percorso che vi porterà indietro nel tempo, alla fine dell’800, ad osservare opere che riproducono istantanee di vita, paesaggi e persone.

Gli artisti erano stati capaci di imprigionare sulla tela, grazie alla velocità d’esecuzione delle loro pennellate, luci, gesti e sentimenti della loro quotidianità.

L’arte delle opere degli Impressionisti, si era spogliata dei temi religiosi, storici, mitologici e letterari, ed era in grado di parlare a tutti. Non serviva aver studiato per capire i loro soggetti.

Inoltre questi artisti non dipingevano più le loro tele all’interno dei loro studi, ma all’esterno, en plein air (all’aria aperta), dando maggior risalto al colore e alla luce, trascurando invece il disegno e la forma.

Sicuramente questi furono i motivi che garantirono l’esclusione dei loro quadri dal rinomato Salon di Parigi (esposizione di pittura e scultura con cadenza biennale e poi annuale) che rifletteva il gusto dell’arte accademica.

In ogni sala troverete tantissimi pannelli esplicativi ricchi di informazioni. Ogni artista è infatti accompagnato da un’introduzione e ogni opera da una breve descrizione.

Nel caso la mostra fosse molto affollata vi consiglio di prendere l’audioguida, solo un euro in più sul prezzo del biglietto, così da poter ascoltare anche a distanza.

In ogni caso le opere degli Impressionisti vanno osservate sia da vicino, per esaminare il tratto dell’artista, sia da lontano per avere una visione d’insieme dell’opera.

Gli artisti presenti alla mostra

In questa mostra figurano 16 artisti: Gustave Caillebotte, Paul Cézanne, Henri-Edmond Cross, Paul Gauguin, Eva Gonzalès, Armand Guillaumin, Achille Laugé, Édouard Manet, Claude Monet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Paul Signac, Alfred Sisley, Théo van Rysselberghe e Federico Zandomeneghi.

I paesaggi degli Impressionisti in mostra a Roma

Nella prima sala salta agli occhi un luminoso olio su tela intitolato “Una strada a Napoli” di Gustave Caleibotte che si ispira sicuramente all’opera dell’amico Italiano Giuseppe de Nittis “La strada da Napoli a Brindisi” esposta al Salon di Parigi nel 1872.

Molto bello anche “Neve a Ivry” di Armand Guillaumin che mostra un paesaggio industriale innevato a ridosso del mare e dove si rimane incantati ad osservare il turbinio di nuvole miste ai fumi delle ciminiere.

Interessante anche il quadro di MonetBraccio della Senna presso Vétheuil” dove l’artista dipinge un cielo minaccioso a fine giornata che trasmette un senso di inquietudine che raramente percepiamo nelle sue opere. Infatti poco più in là lo ritroviamo con “L’isola delle ortiche“, “Antibes” e “Ciglio della falesia a Pourville“, che ci donano invece serenità grazie a paesaggi dalle ampie vedute e dalle tonalità più chiare e morbide.

Di Pissarro ho apprezzato in particolar modo il quadro “Il grande noce di Éragny“. Le sue pennellate dense ma minute proiettano l’albero all’esterno della tela dandoci un assaggio di quello che verrà poi definito neoimpressionismo.

I ritratti degli Impressionisti esposti a Roma

L’unico quadro di Manet in mostra, che non possiamo annoverare tra le sue opere più riuscite, è il “ritratto di Berthe Morisot con la veletta“. L’amica pittrice verrà raffigurata in molte sue tele e finirà per sposare il fratello minore dell’artista.

Ed è proprio Berthe Morisot a farla da protagonista in questa sala con le sue tre tele “In riva al lago“, “Bambina con la bambola“, “Davanti alla Psiche“. Bellissimo il taglio quasi fotografico delle sue opere, il suo tocco veloce ed irrequieto che dà movimento alle scene dipinte. Dai volti spariscono i tratti ma i colori ci aiutano a percepirne le emozioni. La parte principale è sempre quella più elaborata, mentre agli angoli la pittura sembra sfaldarsi, anzi, in alcuni punti è completamente assente.

Nella stanza spicca anche un bellissimo ritratto realizzato da Eva Gonzalèz che, come si può intuire dal suo stile, fu allieva di Manet. Nel quadro “L’indolenza“, la sorella dell’artista, Jeanne Gonzalèz, viene rappresentata assorta nei pensieri. Una composizione perfetta dove nessun elemento è lasciato al caso e tutto è studiato nei minimi particolari.

Di Renoir non fatevi sfuggire il doppio ritratto a “I figli di Martial Caillebotte” (fratello del pittore Gustave Caillebotte). L’artista in questa tela ha catturato, come in una foto, un momento di vita quotidiana.

In mostra anche le opere dei Neoimpressionisti

L’ultima sala è dedicata ai neoimpressionisti dove figura anche Paul Signac, uno dei suoi fondatori, con “Vele e Pini“. Avvicinandovi a questo quadro di piccole dimensioni noterete come i colori venissero stesi sulla tela senza essere mischiati. Puntini di colore puro, accostati l’uno all’altro, venivano applicati secondo teorie ottiche moderne e dando così vita a particolarissimi effetti cromatici.

Paul Signac Vele Pini
Vele e Pini (dettaglio) – Paul Signac

La tecnica del divisionismo viene utilizzata in maniera magistrale anche da Théo van Rysselberghe con il suo “ritratto della violinista Irma Sèthe“. Da notare il riflesso del bel vestito elegante sul pavimento.

Usciti da questa stanza vi troverete nell’elegante Sala dei Ricevimenti. Qui vi consiglio di sedervi ad ammirare gli affreschi soffermandovi, in particolare, sullo scenografico paesaggio in stile fiammingo.

Prima di recarvi alla mostra controllate sul sito di Artemisia se avete diritto a delle riduzioni. Il prezzo del biglietto intero è di ben 15 euro, 16 con l’audioguida ma se, ad esempio, presenterete il biglietto della mostra “Canova. Eterna Bellezza” pagherete 13 euro, 14 con l’audioguida.

Giulia Tiddens

Everyday life segna l’atteso ritorno dei Coldplay

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Dopo quattro anni di silenzio, ha visto finalmente la luce l’ultima fatica della band inglese.

Il nuovo album dei Coldplay si è piazzato direttamente al primo posto delle classifiche britanniche, superando anche la sfida con l’album natalizio di Robbie Williams.

L’annuncio è stato tra i più misteriosi e intriganti. Prima i rumor sui social, poi il manifesto apparso lo scorso ottobre per soli pochi minuti in una metropolitana in Brasile, seguito da indizi sibillini sparsi su alcuni quotidiani. 22 Novembre 1919 la data enigmatica riportata dai poster in bianco e nero che hanno cominciato a comparire progressivamente in diverse città del mondo. Esattamente un secolo dopo, il 22 novembre 2019, come dei novelli viaggiatori del tempo, Chris Martin, Johnny Buckland, Guy Berryman e Will Champion, sono approdati sulla scena internazionale con un nuovo potentissimo disco.

“Everyday life” si divide in due sezioni tra loro complementari: Sunrise e Sunset, simboleggiate rispettivamente da un sole e da una luna. Rappresentano i due momenti fondamentali della giornata, l’inizio e la fine, il rischiararsi del cielo e il calare delle tenebre, lo yin e lo yang. Ma l’alba e il tramonto sono anche metafora di due parti del mondo, spesso in conflitto tra loro: l’Oriente e l’Occidente.

Music is the weapon

Con questo nuovo lavoro, infatti, i Coldplay sono riusciti finalmente a dedicarsi ad alcune tematiche socio-politiche che da sempre hanno avuto a cuore: la guerra, la violenza, il razzismo. È evidente sin dai primi due singoli rilasciati in anteprima il 23 ottobre. Orphans, che racconta di chi a causa della guerra ha perso non solo i genitori, ma anche la possibilità di essere giovane e divertirsi. Arabesque invece è un gioiello raro e insolito dal carattere psichedelico con il sax di Femi Kuti e il suo gruppo di ottoni che trasportano l’ascoltatore letteralmente in un’altra dimensione. Questo brano contiene alcuni dei messaggi fondamentali della band: abbiamo tutti lo stesso sangue (“the same f***ing blood”) e, soprattutto, la musica è uno strumento di pace, è l’arma del futuro (“music is the weapon of the future”). Contenuti di questo tipo non erano mai stati esplicitati con una tale chiarezza, potenza e immediatezza dal gruppo britannico.

Tra l’altro, piccola curiosità, questo è il loro primo album in cui compaiono delle parolacce. Fino ad ora, infatti, Will, il batterista, si è sempre opposto al loro inserimento: evidentemente, in questo caso il loro utilizzo si è reso necessario per veicolare la forza di determinati concetti.

A tutto questo si aggiunge una sorta di misticismo, di fede in un Dio che va al di là di ogni religione particolare. Tale sentimento è visibile soprattutto nel brano emblematicamente intitolato Chruch, che appare quasi come una preghiera, a cui si aggiunge un sample con la voce di Amjad Sabri, un cantante pakistano ucciso in un attentato rivendicato da un gruppo estremista di Talebani.

Everyday life: sperimentazione con un occhio al passato

Dal punto di vista strettamente musicale, si tratta in assoluto del loro lavoro più sperimentale. “Everyday life” si distacca dai dischi precedenti, pur rimanendo sempre fedele all’ essenza più profonda del gruppo. Niente elettronica e spazio agli strumenti acustici: piano, chitarra, violini, sax, ukulele.

Si parte con un brano interamente strumentale, Sunrise, con gli archi dell’italiano Davide Rossi. Si passa per influenze jazz, soul, afro-beat, arrivando addirittura a un brano gospel (Broken) e a uno costituito da cori di sapore ecclesiastico (When you need a friend). Ci sono collaborazioni con diversi artisti, come il belga Stromae che interpreta una strofa in francese, e Nora Shaqur che canta in arabo. In Trouble in Town interviene il coro dei bambini della Onlus ACFS per i piccoli del Sud Africa, a cui sarà devoluto il ricavato del pezzo. E poi, naturalmente, c’è la voce inconfondibile di Chris Martin. Com’è noto, non è certo un cantante che si distingue per i virtuosismi e per l’estensione vocale. La sua forza sta tutta nelle emozioni che riesce a trasmettere con il suo tipico falsetto alternato alla vibrazioni più gravi.

Il primo concerto in diretta sul canale YouTube dei Coldplay

In occasione dell’uscita dell’album, i Coldplay si sono esibiti in due concerti senza pubblico ad Amman in Giordania: uno all’alba e l’altro al tramonto della stessa giornata. Il luogo dell’esibizione è stato scelto per la sua forte valenza simbolica in correlazione ai contenuti del disco. L’evento, unico nel panorama musicale odierno, è stato trasmesso in diretta streaming su Youtube. È difficile esprimere l’emozione nell’ascoltare la loro musica in quell’atmosfera così suggestiva, in un paesaggio mozzafiato, con il sole sullo sfondo che sorge e tramonta. Per tale motivo è consigliabile guardare e ascoltare con i propri occhi e le proprie orecchie.

I Coldplay verso un tour eco-friendly

Il giorno successivo, un altro emozionante concerto, alla Cittadella di Amman, ha concluso la tappa in Giordania della band. Il 25 novembre è stata la data del ritorno a casa. Un ritorno decisamente in grande stile. Chris e soci, infatti, hanno suonato all’interno del Museo di Storia Naturale di Londra, esattamente sotto l’enorme balena blu della sala principale. Anche in questo caso le parole possono descrivere a stento le suggestioni e la maestosità della loro musica portata in un tale scenario.

Sono seguite altre intime esibizioni negli studi della BBC1, durante le quali il front man ha confermato quanto già rivelato qualche giorno prima: i Coldplay non torneranno in un tour mondiale finché questo non sarà ecosostenibile. Per ora, quindi, soltanto qualche piccola esibizione ad impatto zero per pochissimi fortunati. D’altronde, da sempre i Coldplay hanno cercato di sfruttare il loro successo e la loro popolarità per veicolare messaggi importanti: come dimenticare il simbolo = del Make Trade Fair sulla mano di Chris nei primi anni 2000?

In questo nuovo lavoro si percepisce una maturazione, una consapevolezza più profonda. Dei Coldplay adulti che hanno per il momento superato le atmosfere vivaci e iper ottimistiche dei tour negli stadi degli ultimi anni. Non si tratta di rinnegare il passato, quanto piuttosto di metabolizzarlo per esprimere contenuti più impegnativi con una sensibilità che, c’è da dire, è stata evidente fin dagli esordi. Una crescita, dunque, che tramite la sperimentazione lascia intendere che non sia un punto di arrivo, ma una svolta per un nuovo inizio.

Insomma, i Coldplay sono tornati, e lo hanno fatto coraggiosamente nella loro essenza più intima e vera.

Francesca Papa

Photo by Tim Saccenti

La tua dose di Coldplay in pillole

Quali sono gli album dei Coldplay?

La discografia dei Coldplay si compone di otto album in studio. Il primo pubblicato nel 2000 è Parachutes; seguono in ordine cronologico A Rush of blood to the Head, X&Y, Viva la Vida or Death and All His Friends, Mylo Xyloto, A Head Full of Dreams. L’ultimo, uscito nel 2019, si intitola Everyday Life e segna una svolta sperimentale per la band.

I Coldplay hanno trasmesso un concerto su Youtube?

Sì, il 22 novembre 2019, in occasione del lancio del loro ultimo album Everyday Life, i Coldplay si sono esibiti in Giordania, trasmettendo il concerto in diretta streaming mondiale sul loro canale Youtube. L’evento è stato diviso in due parti, che prendono il nome dalle due sezioni del disco Sunrise e Sunset, trasmesse rispettivamente all’alba e al tramonto del medesimo giorno. Al termine della diretta, tutti i video sono rimasti online a disposizione degli utenti.

Perché i Coldplay non faranno un tour nel 2020?

Il frontman Chris Martin ha espresso la loro massima preoccupazione per la questione ambientale. Per questo motivo, ha dichiarato che i Coldplay non faranno nessun tour mondiale fin quando non sarà del tutto eco-sostenibile.

I Coldplay hanno pubblicato un album nel 2019?

Sì, è stato pubblicato il 22 novembre 2019 dall’etichetta Parlophone. L’album si chiama “Everyday life” ed è diviso in due sezioni intitolate rispettivamente Sunrise e Sunset.

È attendibile quello che si legge sulla biografia dei Coldplay su Wikipedia?

Non sempre, in alcuni casi sono presenti errori o imprecisioni. Per conoscere la verità sulla storia della band è consigliabile guardare il film documentario A Head Full of Dreams, diretto da Matt Whitecross, vecchio amico di Chris Martin e compagni. Il film è stato trasmesso in tutti i cinema del mondo il 14 novembre 2018 ed è disponibile in dvd.

Quali sono i brani più famosi dei Coldplay?

Le canzoni più note e trasmesse in radio sono Yellow, The Scientist, Clocks, Fix You, Viva la Vida, Christmas Lights, Paradise, A Sky full of Stars, A Head full of dreams, Orphans.

Quando è stato pubblicato l’album dei Coldplay A Head Full of Dreams?

Il 4 dicembre 2015 dall’etichetta Parlophone. È il settimo album in studio dei Coldplay ed è stato supportato da un tour mondiale da record, il terzo più grande di tutti i tempi, che ha fatto tappa anche a Milano nel 2017.

Da dove viene il titolo della canzone Viva la Vida dei Coldplay?

I Coldplay hanno preso ispirazione da un dipinto della pittrice Frida Kalho, intitolato proprio Viva la Vida. L’artista messicana impresse questa frase sul suo ultimo quadro otto giorni prima di morire.

Dove vivono i Coldplay?

Tutti i membri dei Coldplay sono inglesi e vivono principalmente tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Chris Martin, dopo aver vissuto a Londra con l’ex moglie Gwyneth Paltrow, ha recentemente acquistato una villa a Malibù, in California. Jonny Buckland abita a Londra, ma trascorre molto tempo anche nel suo loft a Manhattan. Will Champion, vive a Southampton, mentre il bassista Guy Berryman a Londra.

Che significa il nome Coldplay?

Letteralmente potrebbe essere tradotto “esibizione fredda”. Viene, in realtà, da un libro di poesia di Philip Horky intitolato Child’s Reflections, Cold Play. I Coldplay si appropriarono del nome dopo che era stato scartato da un loro compagno di studi, il quale lo aveva inizialmente scelto per la sua band.

Che genere di musica è quella dei Coldplay?

Il genere di musica dei Coldplay è abbastanza vario e ha subito dei cambiamenti nel tempo, ma rientra nell’ambito del britpop, del pop rock e del rock alternativo.

Come si chiama il cantante dei Coldplay?

Il nome completo è Christopher Anthony John Martin, ma tutti lo conoscono semplicemente come Chris Martin. È il cantante della band, ma suona anche la chitarra e il pianoforte.