Con le fotografie di Valerio Bispuri si entra nell’inferno del paco

Paco
Buenos Aires, 2010. Un campo occupato nei pressi di Lomas de Zamora. © Valerio Bispuri

Il reportage fotografico “Paco. A drug story” di Valerio Bispuri è in mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 25 febbraio 2018.

La serie fotografica in mostra racconta del paco, una droga devastante e a basso costo, molto consumata negli strati sociali più poveri dell’America Latina. Ha iniziato a diffondersi in Argentina, nelle baraccopoli, ai tempi e a causa della grave crisi economica agli inizi degli anni 2000. È realizzata con il residuo della cocaina e tagliata con sostanze tossiche. Il suo effetto dura pochi secondi, sufficienti a deformare i volti e irrigidire i muscoli. Lascia una forte dipendenza e in poche settimane trasforma chi ne fa uso in un cannibale della vita, sempre a caccia, sempre stordito, senza punti di riferimento.

Valerio Bispuri è un fotoreporter, abituato a lavorare a progetti di lunga scadenza: trascorre molto tempo dentro, immerso, nella realtà che i suoi scatti devono raccontare, per conoscerla davvero. Torna più volte nello stesso posto, tra le stesse persone. Crea delle relazioni con i soggetti. Solo dopo molte “visite” inizia a fotografare, come ha spiegato in un incontro speciale tenutosi il 17 gennaio al Vittoriano nell’ambito del percorso di approfondimento sui fotografi esposti nella mostra sui 100 anni della fotocamera Leica. Questo metodo e questa dedizione lo avvicinano al maestro della fotografia Sebastiao Salgado.

Il suo progetto tra gli schiavi del paco si è realizzato nell’arco di quattordici anni (dal 2003 al 2017). All’esito di questo lungo percorso Bispuri ha pubblicato la raccolta “Paco. A drug story”, edita da Contrasto.

Ma, contemporaneamente a questo progetto, Valerio Bispuri ha lavorato anche ad altri reportage che hanno avuto un impatto notevole anche sulla sua vita. Tra i suoi lavori, infatti, c’è “Encerrados” sulla vita nelle carceri dell’Ecuador.

Non era mai entrato in un carcere in vita sua, finché non è stato invitato a scattare le sue foto in una prigione di Quito. Ha Iniziato a parlare con i detenuti; ha pranzato con loro, mangiando lo stesso cibo, dentro le loro celle. Solo col tempo ha capito che detenuti in carcere non ci si sente mai soli. Si vive in continua – forzata – relazione con altri esseri umani.

“Non basta fare una buona foto. Il difficile è scattare una foto profonda, che penetri la realtà“.

Anche per il progetto sulla droga paco Valerio Bispuri ha vissuto in relazione con le persone che voleva raccontare. Ha girato di notte nelle favelas, insieme ai tossicodipendenti (bambini e ragazzi dai 10 ai 22 anni) che cercavano il paco. E’ entrato nelle loro case, parlato con le loro madri.

Nella mostra “Paco. A drug story” alcune delle foto esposte sono sfocate. Probabilmente è così – sfocato – che i soggetti ritratti  vedono la realtà intorno a loro.

Scattate da molto vicino, con un grandangolo e con luci ambientali, le immagini fanno entrare anche l’osservatore in relazione e in empatia con i soggetti.

Il risultato è una fotografia che mostra la realtà in modo spietato. Bispuri non punta alla foto “bella”, più è sporca, meglio è. Come lui stesso sostiene “non basta fare una buona foto. Il difficile è scattare una foto profonda che penetri la realtà“.

Tante foto hanno dei bambini come soggetti. Forse sono orfani a causa del paco o già suoi consumatori; sicuramente sono spettatori dell’erosione delle vite di chi, intorno a loro, consuma questa droga.

Non mancano, infine, le fotografie che rappresentano dove inizia la storia del paco. Infatti, dopo due anni di tentativi, Valerio Bispuri è riuscito ad entrare in una “cocina“, un laboratorio clandestino dove si realizza quella droga. Sono delle foto intense, per scattare le quali ha Bispuri ha anche rischiato.

Vediamo, quindi, un garage, buio, pieno di fumi ed effluvi che bruciano la gola, dietro la baracca di una famiglia povera. Tanta povertà si vede in tutte le fotografie di “Paco. A drug story”. E non fa solo da sfondo a quelle immagini. Ne è la causa prima, perché senza la povertà in quelle favelas non ci sarebbe il paco.

 

Stefania Fiducia

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