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10 curiosità su Adele: sai proprio tutto sulla cantante britannica?

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Adele è una delle cantanti più famose degli ultimi anni. Se anche tu hai apprezzato le sue canzoni, se le ascolti costantemente su youtube, se credi che il suo timbro vocale sia pazzesco, se – insomma – ti definisci un* su* fan… è arrivato il momento di scoprire se su di lei sai proprio tutto tutto!

Cosa sai su Adele ad oggi? Ecco una Top10 sulla cantante per il 2020.

1) Adele, biografia della cantante in breve

Adele Laurie Blue Adkins è nata il 5 maggio 1988 a Tottenham quartiere di Londra da Penny Adkins (studentessa diciottenne) e Mark Evans che abbandonò compagna e figlia di tre anni.

2) La passione per la musica

Ha composto la sua prima canzone all’età di 16 anni. Il singolo Hometown Glory racconta del sobborgo londinese di West Norwood dove è cresciuta con la madre dopo aver lasciato Tottenham.

3) Spice up your life

Adele era una grandissima fan delle Spice Girls: lo scioglimento del gruppo è stato un trauma per lei. Da bambina allestiva mini-concerti sulle note di Wannabe.

4) Gli studi

Si è diplomata nel 2006 alla BRIT School for Performing Arts & Technology di Croydon, cittadina a sud di Londra. Tra i suoi compagni di classe c’erano altre due vip: Jessie J e Leona Lewis.

5) Adele, nascita delle canzoni

Ha intitolato i suoi album con il numero dell’età che aveva quando ha scritto le canzoni in essi contenute: 19, 21, 25.

6) The smile on your face

Per un periodo ha vissuto a Notting Hill in un appartamento che si trova sopra la libreria della celeberrima commedia romantica con Hugh Grant e Julia Roberts.

7) Angelo, il figlio

Il figlio Angelo è nato il 19 ottobre 2012 dalla relazione con Simon Konecki.

Adele e Simon, ora ex marito, si erano conosciuti nel 2011, dopo essere stati presentati da Ed Sheeran.

8) L’Oscar per la migliore canzone originale

Adele con Skyfall ha vinto un Oscar per la migliore canzone originale, ma non le ci è voluto molto per comporre il brano. “In 10 minuti ha messo giù la maggior parte della melodia” ha detto il produttore Paul Epworth a Hollywood .

9) I Guinness dei primati: Adele su Youtube

Il video di Hello ha raggiunto un miliardo di visualizzazioni in 88 giorni.

Adele è la prima donna ad avere avuto contemporaneamente due singoli e due album nella Top 5 britannica.

Quando Adele è dimagrita con la dieta Sirt

Ha recentemente perso 30 chili: molti si sono chiesti quale sia stata la dieta seguita dalla cantante. Ebbene si tratta di una dieta ferrea e un programma di allenamento altamente personalizzato. In una foto pubblicata su Instagram in occasione dei suoi 32 anni la cantante appare in piena forma. Moltissimi stanno cercando su Google le foto di Adele prima e dopo la dieta… ma è davvero così importante quanto pesa la cantante? No, forse, le persone vogliono solo scoprire il segreto della dieta utilizzata dalla cantante!

https://www.instagram.com/p/B_1VGc5AsoZ/

Valeria de Bari

Immagine di copertina da Wikipedia tramite https://www.flickr.com/photos/thekrisharris/

Chitarra: quando a suonarla è un bambino

Un bimbo è in grado di imparare a suonare la chitarra? Se sì, da che età si può cominciare e come si individua lo strumento adatto? È tutto spiegato qui di seguito.

Molti genitori nel valutare quale attività far svolgere al figlio per tenerlo impegnato si chiedono se la chitarra possa essere una valida opzione. A differenza di quelle che rientrano nella categoria di “attività fisica”, dunque sport, danza ecc. nel caso della musica c’è sempre qualche titubanza in più. Si tratta di preconcetti, parliamoci chiaro: i bambini, anche se piccoli, possono divertirsi con uno strumento musicali.

Ecco, “divertirsi” questa è la parola chiave. Nel nostro articolo vogliamo parlarvi di uno strumento in particolare, la chitarra, e darvi alcuni consigli in merito. I genitori guardano la chitarra, poi volgono lo sguardo (colmo d’amore) verso il figlio o la figlia e si rendono conto che è fisicamente impossibile che possa suonare vista la sua statura. Si convincono dunque che è meglio aspettare quando sarà più grande.

Beh, se c’è un valido motivo per aspettare prima di mettere questo strumento in mano a un bambino, di certo non è la sua costituzione fisica. In teoria un bambino di 4 anni potrebbe già approcciarsi con lo strumento, in pratica si può anche rimandare l’appuntamento ai sei anni, ma non è questo il punto. Nel paragrafo seguente vi dimostreremo che anche da piccolissimi si può imbracciare una chitarra.

La misura giusta della chitarra

Non tutti sanno che la chitarra è disponibile in quattro misure, la più nota è quella detta standard, ma a noi interessano principalmente le chitarre adatte ai bambini che per evidenti motivi non è la standard. La più piccola disponibile è quella da ¼, potenzialmente può essere imbracciata da un bambino con età compresa da 4 a 6 anni. Ad ogni modo saremo più dettagliati alla fine di questo paragrafo.

A 7 anni è indicata la chitarra da 2/4 mentre quella di misura 3/4 va bene per i bambini dagli 8 ai 10 anni circa. Quando si è già dei ragazzini che frequentano il primo anno di scuola media (o come si chiama oggi, scuola secondaria di primo grado) la 4/4 (la cosiddetta standard) va benissimo. Per quanto l’età possa essere un dato indicativo per scegliere la misura giusta della chitarra, non è un metodo preciso.

Come fare, allora, per individuare senza errore la chitarra della misura giusta? La regola è sempre la stessa: bisogna provare lo strumento, toccarlo con mano, sentire il feeling. Ok, queste magari sono cose che un bambino non è in grado di percepire ma mamma, papà e il negoziante possono sicuramente dare una mano. In concreto cosa bisogna fare per individuare la misura corretta? È semplice: fate sedere il bambino in modo che possa appoggiare la chitarra sulla coscia. Il braccio va posizionato sulla cassa. Avambraccio deve poter penzolare e le dita devono essere in grado di raggiungere il MI cantino all’altezza del ponte.

Mio figlio è mancino

Altra fonte di dubbio per i genitori è la mano usata dal figlio, se è mancino ci si potrebbe domandare se esistono chitarre per lui. Sì, esistono chitarre per mancini ma tenete presente che anche chi usa la mano sinistra può imparare a suonare lo strumento come se fosse un destrorso, questa è la soluzione più pratica, basti pensare che generalmente gli spartiti con la tabulature e gli accordi hanno una rappresentazione grafica per destrorsi dunque mentalmente bisognerebbe invertire tutto e si rischia di fare più confusione del necessario.

Con che tipo di chitarra cominciare

Nel caso specifico dei bambini conviene sempre cominciare con una chitarra classica ed è importante che le corde siano a tensione bassa in modo che il piccolo non fatichi troppo a premere le corde. Proprio per questa ragione sconsigliamo, per esempio, la acustica che, avendo le corde in metallo, potrebbero essere troppo dure. Anche l’elettrica è da scartare quando si è piccoli in quanto ci sono delle difficoltà nel tirare fuori i suoni.

Maestro sì, maestro no

Un bambino può andare da un maestro a lezione di chitarra. Certo, anzi, essere seguito da un esperto è sicuramente la via migliore per diventare chitarristi. Il difficile è trovare un maestro che sappia lavorare con i bambini che è compito ben diverso dall’insegnare ai grandi. Serve un approccio particolare, bisogna essere abili a catturare l’attenzione del bimbo o della bimba.

Altra questione è: meglio lezioni di gruppo oppure lezioni individuali? Probabilmente, e prendete quanto segue com una opinione personale senza pretesa di essere verità, quando si è piccoli è meglio fare lezioni di gruppo, dopotutto anche a scuola si impara in classe insieme ad altri compagni. Chiaramente parliamo di un piccolo gruppo e non di trenta bambini alla volta.

The OC: 10 motivi per (ri)guardare la serie cult degli anni Duemila

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La serie The OC è ormai considerata un classico adolescenziale per chi è nato nei primi anni ’90.

Evoluzione di quello che oggi definiremmo un teen drama meno lagnoso e più cool di Dawson’s Creek, The OC si allontana dal sovrannaturale portato sullo schermo qualche anno prima da Streghe e da Buffy l’ammazzavampiri, per raccontare le vicende di un gruppo di sedicenni nella calda e soleggiata Orange County. Musica, alcool, droghe, risse, surf, feste in spiaggia, ville principesche e macchine costose sono gli ingredienti principali di una serie che a distanza di circa quindici anni torna a farci rivivere nostalgiche emozioni.

Ecco 10 motivi per cui, anche se siamo cresciuti, vale la pena riguardare The OC.

1. La colonna sonora

A partire dalla sigla inconfondibile California dei Phantom Planet. Ma ce ne sono tantissime che sono diventate poi iconiche come Forever young dei Youth Group, Hide and seek di Imogen Heap, Halleluja di Jeff Buckley, Fix you dei Coldplay

2. La rivincita dei nerd

Prima che diventassero di moda, prima di Big Bang Theory, gli appassionati di fumetti e videogiochi erano sostanzialmente solo degli “sfigati”. Seth (Adam Brody) era così, emarginato e bullizzato dai suoi coetanei, fino all’arrivo di Ryan (Benjamin McKenzie) grazie al quale ha acquisito sicurezza ed è uscito dal suo guscio, pur rimanendo fedele alla sua personalità eccentrica. Si può dire che da questo momento in poi sia iniziata la rivalsa dei nerd sui classici “belli e dannati” anche nella realtà

3. La famiglia non si basa necessariamente sul legame sangue

Questo forse è uno degli insegnamenti più importanti della serie. L’avvocato Sandy Cohen (Peter Gallagher) ha accolto a casa sua un giovane arrestato ingiustamente e abbandonato dai suoi genitori. È bastato qualche giorno perché Ryan diventasse a tutti gli effetti membro della famiglia, figlio premuroso dei coniugi Cohen, fratello e migliore amico di Seth. Nelle situazioni difficili e nelle vicende drammatiche si sono aiutati e supportati a vicenda dimostrando un affetto e un amore che supera qualsiasi legame di parentela.

4. Le rock band emergenti

Oltre alla già citata e ricchissima colonna sonora, The Oc è stato anche un trampolino di lancio per alcuni gruppi indie rock. All’ interno del locale più frequentato dai giovani di Newport Beach, il Bait Shop, si sono esibite, infatti, delle vere rock band che all’epoca erano agli esordi della loro carriera. Tra queste ci sono ad esempio i Rooney, i The Killers, i Death Cab for Cutie e i The Walkmen.

5. La casetta in piscina

Beh, chi non ha sognato di vivere come Ryan in una dependance a bordo piscina con vista sull’oceano? Non è necessario aggiungere altro…

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La celebre casetta in piscina di casa Cohen.

6. Il Christmukkah

Perché accontentarsi del Natale e dell’ Hannukkah, quando si può avere il Christmukkah? “Otto giorni di regali più un giorno di super regali”, spiega Seth, che ha deciso di unire le origini protestanti della madre Kirsten (Kelly Rowan) con quelle ebree del padre Sandy in un’unica grande festa. D’altronde, il tema della fusione e dell’incontro di mondi diversi è il leit motiv della serie, evidente sin dall’inizio con l’arrivo dello sventurato ragazzo di Chino nella privilegiata Newport Beach.

7. Rivivere i primi anni 2000

Nostalgici di un’adolescenza senza Whatsapp e senza Netflix? The OC ve la farà sicuramente rivivere! Questo telefilm, infatti, è riuscito a catturare un momento preciso all’inizio del nuovo millennio in cui gli adolescenti iniziavano ad utilizzare quotidianamente le nuove tecnologie, ma non ne erano ancora del tutto sommersi come oggi. I cellulari (quelli a conchiglia, ve li ricordate?) servivano solo per telefonare e mandare sms. Quasi rivoluzionario l’episodio in cui Sandy Cohen scatta addirittura una foto con il suo telefono all’avanguardia! Quando poi si decideva di trascorrere la serata sul divano davanti alla tv, se il film non era presente nella propria collezione domestica, si usciva a noleggiarne uno. Come dimenticare la folla del sabato sera nei Blockbuster?

8. Nel cast di The OC anche una giovanissima Shailene Woodley

Proprio così. Prima della saga di Divergent, prima del film Colpa delle Stelle e della miniserie Big Little Lies. Shailene Woodley ha recitato anche in The OC e lei stessa se ne dichiara orgogliosa su Instagram. Nella prima stagione della serie ha interpretato Kaitlin Cooper, la sorellina di Marissa appassionata di equitazione.

9. La morte di Marissa

Marissa Cooper (Mischa Barton) rappresenta letteralmente la classica ragazza della porta accanto. Bellissima e tormentata, rapisce subito il cuore dell’intrepido Ryan, che sin dalla prima stagione si comporta come un cavaliere pronto a salvare la sua principessa da ogni pericolo. Quel che risulterà più difficile sarà, però, salvare Marissa da sé stessa. Invece di chiedere aiuto nel momento del bisogno, infatti, la giovane californiana si rifugia spesso nell’alcool, nella droga e in varie forme di depravazione. Questa caratteristica, insieme alla tendenza a creare sempre più problemi di quanti in realtà ce ne siano, rende il suo personaggio uno dei più discussi della serie. Accanto a migliaia di suoi sostenitori, potremmo dire che ve ne sono quasi altrettanti che non amano affatto questo personaggio. Proprio per tale motivo, il tragico momento della sua morte è fondamentale per tutti i fan. Rappresenta il giusto culmine della sua evoluzione e uno spartiacque forte per quel che viene dopo (anche se l’ultima stagione non raggiungerà mai il successo delle prime tre). Un colpo pesantissimo per Ryan, ma allo stesso tempo la sua più grande liberazione.

10. La serie tv perfetta per l’estate

L’ambientazione californiana con l’oceano sullo sfondo, la temperatura che non scende mai sotto i 20°C, la spensieratezza degli anni dell’adolescenza e i triangoli amorosi fanno di The OC la serie perfetta da guardare per rilassarsi durante le calde serate estive. Perché non approfittarne quindi per fare un bel rewatch di tutti gli episodi?

California here we come…

Francesca Papa

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L’arte del disegno: quando la passione diventa lavoro

Fin da piccoli i bambini manifestano i loro sentimenti con il disegno, utilizzando colori e matite come strumento di comunicazione per esprimere le proprie emozioni. Si tratta di un gesto semplice che, con il passare degli anni, può diventare una coinvolgente passione e talvolta anche un vero e proprio lavoro, come nel caso del misterioso artista di strada Banksy – approdato di recente a Milano con una mostra di grande spessore culturale – che ha fatto della street art la sua ragione di vita.

Se anche voi passate gran parte del vostro tempo a realizzare schizzi di tutto ciò che vedete, sappiate che le possibilità di carriera sono infinite, anche se non avete frequentato alcuna scuola d’arte.

Imparare a disegnare

Quando si decide di imparare qualcosa, che sia per passione o come prospettiva lavorativa, avere il giusto atteggiamento è sicuramente la chiave per eccellere. Sebbene i professionisti facciano sembrare il disegno facile, sicuramente anche per loro all’inizio è stato difficile. Se volete migliorare le vostre abilità, prendere lezioni di disegno è sicuramente la via più breve e facile per imparare i vari stili, anche se, per forza di cose, è anche la più costosa.

In realtà, l’essenza del processo creativo per diventare un artista esperto è imparare a conoscersi ed esprimere al meglio la propria interiorità; quindi, al di là dei libri, dei corsi online e degli insegnanti privati, l’unica vera strategia per affinare la propria tecnica è avere costanza e perseveranza.

Fare pratica per almeno un’ora al giorno e imparare le regole della proporzione e della simmetria sono i capisaldi per ottenere risultati soddisfacenti, e anche se il talento innato è una variabile che aiuta tantissimo, non è sempre indispensabile.

Sicuramente, chi ha una predisposizione naturale per il disegno parte avvantaggiato, ma ciò non toglie che chiunque abbia un ottimo spirito di osservazione e una certa passione per i dettagli, può imparare a tenere una matita in mano.

Quindi, se vi state chiedendo come entrare nel mondo dell’arte, il nostro consiglio è di recuperare il tempo perduto frequentando un corso adatto al vostro stile ed esercitandovi con costanza; e vedrete che col tempo i risultati non tarderanno ad arrivare!

Come trasformare il talento in un lavoro

Trasformare il proprio talento in una professione presuppone una serie di passaggi fondamentali da seguire, a cominciare dall’identificazione della carriera che si vuole intraprendere fino all’apprendimento della giusta tecnica per fare della propria passione un lavoro remunerativo.

Ma quali sono le professioni aperte ai designer esperti? Innanzitutto, se per voi il disegno è soprattutto un mezzo di espressione attraverso il quale trasmettere messaggi, idee e concetti, potreste diventare dei grafici pubblicitari specializzati nella comunicazione.

Tutto quello che vi occorre, oltre a saper disegnare e conoscere i codici visivi, è padroneggiare gli strumenti informatici e i vari software grafici, così da riuscire a dare libero sfogo alla vostra creatività.

Amate i bambini e volete mettere a loro disposizione le vostre conoscenze? Allora, potreste intraprendere la carriera di insegnante di disegno, premesso naturalmente il possesso di una laurea o di una certificazione adeguata.

Se, oltre a idonee conoscenze matematiche, avete una certa predisposizione per l’interior design e le tecniche della costruzione, possedete tutte le carte in regola per diventare dei bravi architetti, ma anche in questo caso sarà necessaria una laurea ed essere iscritti al relativo albo.

Cresciuti a pane e cartoni animati? Beh, allora questa passione potrà fruttarvi dei bei soldini se deciderete di diventare illustratori, fumettisti o disegnatori di film d’animazione. Visto, però, che bisogna essere degli esperti in materia, sarà d’obbligo esercitarsi ogni giorno per conoscere a fondo l’anatomia, il colore e le proporzioni, magari frequentando un corso di illustrazione per apprendere la tecnica in modo corretto.

L’attrezzatura giusta

Come anticipato, la pratica è la chiave per trasformare la propria passione in un lavoro, ma per farlo prima di tutto occorre procurarsi l’attrezzatura adatta. Per avere risultati soddisfacenti, soprattutto nei primi tempi, non è necessario acquistare il più costoso set di matite in grafite disponibile sul mercato (anche se nulla vi vieta di farlo, ovviamente), ma basta disporre di una buona matita da schizzo e un album con fogli di varie grammature e grane.

Per cominciare con il piede giusto, un articolo interessante è sicuramente il tavolo da disegno, appositamente progettato per questo scopo e dotato di tutti gli accorgimenti necessari per eseguire lavori di precisione e avere tutto l’occorrente a portata di mano.

Questo materiale è già di per sé sufficiente per avvicinarsi al mondo del disegno, e man mano che affinerete la tecnica e sarete invogliati a perfezionarvi, potrete acquistare altri accessori utili per migliorare, come un cavalletto, dei pennelli, delle tele e un set di colori professionale.

Coronavirus, Fase 2: come visitare i Musei Vaticani

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Musei Vaticani hanno riaperto le proprie porte al pubblico il primo giugno 2020 dopo essere stati chiusi a causa dell’emergenza coronavirus.

Ai tempi del Coronavirus scordatevi le lunghe code davanti ai Musei Vaticani, ormai si entra solamente prenotando i biglietti attraverso il sito ufficiale dei Musei Vaticani. La buona notizia è che al momento la prenotazione è gratuita mentre prima ammontava a quattro euro per ogni biglietto.

Gli ingressi dei visitatori sono contingentati anche se una volta entrati non bisogna rispettare nessun orario di uscita, volendo si può rimanere fino all’orario di chiusura.

Le procedure d’entrata ai Musei Vaticani

All’esterno dei Musei Vaticani i guardiani enunceranno ad alta voce ogni quarto d’ora gli orari di ingresso. Quando sarà il vostro turno mettetevi in fila pronti a mostrare il voucher, prima di farvi passare controlleranno che l’orario sia giusto. Non verranno tollerati ritardi quindi nel caso vi presentiate 15 minuti dopo non potrete accedere ai Musei e non vi sarà offerto nessun rimborso.

Per essere ammessi ricordatevi di portarvi una mascherina con cui coprire naso e bocca, dovrete indossarla per tutta la durata della visita.

A quel punto potrete varcare l’entrata dove vi diranno dove fare la fila per il metal detector. Sul pavimento ad aiutarvi a mantenere la giusta distanza dagli altri visitatori troverete degli adesivi. Mentre attenderete il vostro turno in fila vi misureranno la temperatura senza che neanche ve ne accorgiate. Utilizzano infatti delle strumentazioni termometriche.

A quel punto passato il controllo delle borse dovrete recarvi alle casse per convertire i vostri vouchers in biglietti. Accanto alle casse c’è del disinfettante nel caso vogliate usarlo prima di cominciare la visita.

Tenete i biglietti in mano perché vi serviranno nuovamente dopo aver salito le scale, dovrete passare per i tornelli.

Percorrere le sale dei Musei Vaticani rispettando le norme per tutelarsi dal coronavirus

Lungo il percorso troverete delle boccette di disinfettante ma non ne vedrete di frequente durante il percorso. Vi consiglio quindi di portarvi con voi una piccola scorta anche perché per accedere ad alcune sale sarà necessario toccare delle porte.

Nella maggior parte delle stanze la distanza di sicurezza di un metro era rispettata, qualche problema in più l’avevano le guide che non potevano usare le cuffiette e potevano portare in visita fino a 10 persone. Fortunatamente dal primo luglio i Musei Vaticani forniranno loro gli apparati audio trasmittenti per gruppi composti da più di 10 persone fino ad un massimo di 15 persone.

Durante la mia visita, avvenuta di sabato pomeriggio, le uniche parti dove è stato davvero difficile mantenere la distanza di sicurezza di un metro sono state le stanze di Raffaello per il resto non ho riscontrato problemi. Mi raccomando approfittate di questo momento per andare a contemplare la sala di Costantino i quali restauri si sono conclusi da poco.

Una volta arrivati nella Cappella Sistina anche se siete accompagnati da una guida non potrete passare per la porta che conduce direttamente alla Basilica di San Pietro, la stanno tenendo chiusa durante questa emergenza.

Orari dei Musei Vaticani durante l’emergenza coronavirus

  • dal lunedì al giovedì i Musei Vaticani saranno aperti dalle 10:00 alle 20:00 (ultimo ingresso alle 18:00);
  • dal venerdì al sabato dalle 10:00 alle 22:00 (ultimo ingresso alle 20:00);
  • domenica sono chiusi ed è sospesa anche l’iniziativa dell’ingresso gratuito durante l’ultima domenica del mese per ovvie ragioni.

Devo dire che vedere i Musei Vaticani di sera è stato molto suggestivo.

Punti di ristoro ai Musei Vaticani durante l’emergenza

Vicino alla biglietteria interna dei Musei Vaticani troverete delle macchinette dove comprare snack e bibite. Incontrerete nuovamente delle macchinette verso l’uscita.

In alternativa potrete usufruire dell’unico punto di ristoro aperto al momento che si trova nel cortile della Pigna che offre servizio bar, caffetteria e ristorante solamente ai tavoli. Anche in questo caso gli ingressi saranno contingentati.

Giulia Tiddens

Tre soluzioni per migliorare la qualità audio del televisore

I moderni televisori a schermo piatto sono davvero molto comodi in quanto occupano uno spazio ridotto e si possono anche appendere al muro. Oltre alla loro praticità, i nuovi modelli smart dispongono di tantissime funzioni e di collegamento alla rete che consente di vedere contenuti in streaming sulle principali piattaforme.

I diversi TV sul mercato presentano caratteristiche diverse, ma sono tutti accomunati da un singolo difetto: il sonoro. La componente audio dei televisori a schermo piatto lascia molto a desiderare a causa degli speaker interni poco performanti che non riescono a creare un buon bilanciamento delle frequenze, con evidenti sbalzi di volume. Ci sono diverse soluzioni per migliorare la qualità audio del proprio televisore, vediamo quali sono le tre più utilizzate e soprattutto più pratiche.

Soundbar

La soluzione più pratica ed economica, la Soundbar è stata pensata proprio per migliorare la qualità audio del televisore senza però spendere il proverbiale occhio della testa. Questo dispositivo di forma oblunga si può sistemare comodamente davanti al televisore in orizzontale, oppure montarla al muro. All’interno delle Soundbar più comuni sono presenti due woofer, ma si potranno trovare anche un modelli venduti con un subwoofer esterno per i bassi.

La qualità audio non arriva a quella raggiunta dai sistemi Home Theatre, ma è nettamente migliore degli speaker interni del televisore. Oltretutto le Soundbar dispongono di alcuni codec audio per il surround che permettono di emulare l’audio tridimensionale con risultati abbastanza soddisfacenti, sebbene non possono arrivare ai livelli di un impianto Home Theatre.

A differenza di questi ultimi però, le Soundbar non necessitano di un sintoamplificatore in quanto si possono collegare direttamente al televisore, quindi la configurazione sarà davvero semplice. La presenza del Bluetooth in alcuni modelli semplifica ulteriormente l’utilizzo, inoltre permette di far interfacciare la Soundbar con tanti altri dispositivi.

Cuffie wireless

Solitamente utilizzate per non disturbare coinquilini e vicinato, le cuffie wireless sono un sistema perfetto per guardare la TV. Le nuove tecnologie hanno permesso la creazione di cuffie in grado di fornire un equalizzazione ben bilanciata in modo da garantire una qualità audio di buon livello. Sul mercato quelle wireless sono le più apprezzate, in quanto si possono indossare e usare senza l’ingombro di cavi. In questo modo potrete accomodarvi sul divano e godervi l’audio in cuffia da qualsiasi posizione.

Potrete scegliere cuffie wireless Bluetooth e altre con trasmissione a radiofrequenza (RF), le prime hanno un raggio d’azione di 10 metri, mentre le seconde arrivano fino a 100 metri. Le cuffie Bluetooth si possono utilizzare anche con altri dispositivi come smartphone, tablet e computer, quindi sono molto versatili e pratiche. Allo stesso tempo però, il sonoro verrà compresso, quindi la qualità non sarà proprio ottimale. Potrete trovare tantissime cuffie Bluetooth sul mercato, in quanto molte ditte leader mondiali nel settore della tecnologia si sono lanciate nella produzione di questi dispositivi.

Le cuffie wireless RF invece si limitano all’utilizzo con il televisore o un impianto HiFi e garantiscono una qualità audio di livello più alto rispetto a quelle Bluetooth. Per poter funzionare le cuffie RF necessitano di un radiotrasmettitore solitamente incluso nel prezzo. A tal proposito, le cuffie sono molto economiche rispetto ad altri dispositivi audio, ma il loro utilizzo è chiaramente limitato a una sola persona.

Home Theatre

Uno dei sistemi più desiderati dagli amanti dei film, l’Home Theatre permette di portare nel vostro salotto l’audio surround autentico delle sale cinematografiche. Solitamente gli impianti Home Theatre consistono in quattro o più speaker e un subwoofer che permettono di creare un audio tridimensionale con un ottimo bilanciamento tra le frequenze. Le casse andranno collegate al un sintoamplificatore che riceverà il segnale audio dal televisore e lo manderà alle casse, sfruttando i codec audio surround.

La qualità audio espressa dai migliori sistemi Home Theatre è davvero sorprendente, ma ci sono un paio di lati negativi da considerare: il prezzo e l’ingombro. Sebbene il costo di questi impianti audio si sia abbassato negli anni, rimangono comunque poco accessibili se avete un budget ridotto.

Allo stesso modo si rivelano molto ingombranti a causa del numero di speaker e per le dimensioni di subwoofer e sintoamplificatore, due dispositivi che occupano uno spazio notevole. La configurazione degli Home Theatre può risultare un po’ complicata se siete alle prime armi, in quanto sarà necessario effettuare molti collegamenti usando diversi cavi e ovviamente sistemare le casse in modo corretto per ottenere risultati ottimali dal surround.

Simone Pozzati, il cantautore che racconta la natura umana

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Il varietà sulla natura umana è il primo capitolo del cantautore Ognibene, classe ’86, nato e cresciuto nella cittadina emiliana di Modena. In cinque tracce l’artista tratteggia  la complessità dei rapporti contemporanei e delle emozioni e fragilità umane, con un pizzico di ironia e tanta poeticità.

A questo proposito, occorre sottolineare che i testi sono tutti scritti in collaborazione con Simone Pozzati, già autore di narrativa e saggistica e autore del libro Il testo e la figura del paroliere (Arcana), un saggio/manuale sull’importanza delle parole all’interno delle canzoni.

Presto il disco, che uscirà fisicamente tra qualche mese ma che è gia su You Tube, verrà accompagnato dall’uscita del videoclip del singolo L’amore coi robot, diretto da Francesco Boni. Il brano descrive in maniera satirica una realtà non troppo difficile da immaginare nella quale i rapporti e i sentimenti umani rischiano di diventare sottoprodotti surrogati.

Ognibene afferma a proposito del suo ultimo lavoro:Il varietà sulla natura umana non è altro che un contenitore di racconti. Ci sono personaggi nei quali vediamo riflesso il nostro volto ed anime che ci somigliano. Ogni brano si focalizza su un’emozione e sulle sfumature del nostro essere”.

A proposito del singolo L’amore coi robot, Pozzati parla del brano come premonitore, nel senso che nella sua intenzione di raccontare un futuro distopico dove il distanziamento sociale è una sorta di libera scelta indotta dalla società, ha anticipato poi quello che sarebbe successo dopo poco tempo.

Ognibene, all’anagrafe Davide Ognibene, è un cantautore classe ’86 nato e cresciuto nella cittadina emiliana di Modena. Suona e canta per undici anni con i Remida, band modenese con la quale realizza tre album, diversi successi radiofonici e quattro tour nazionali. Dopo la lunga esperienza nei Remida dà una svolta alla sua carriera musicale e si scopre cantautore, intraprendendo un nuovo percorso solista sancito nel 2020 dall’uscita del suo progetto d’esordio per l’etichetta indipendente LaPOP, anticipato dal singolo “Cinque anni”.

Simone Pozzati è scrittore e autore di canzoni. il suo primo libro Labbra Blu (Diamond Editrice 2015), è una raccolta di storie nere, di inusuale follia, che rievocano le dantesche e infernali cantiche. Il drago di Carta (Augh Edizioni 2017) è una favola per bambini volta a far riflettere sul valore dei sogni. Presto diventata spettacolo teatrale.

Ha collaborato come autore all’ultimo disco dei Remida In bianco e nero (Radiocoop Edizioni) e firmato tra le altre il singolo d’esordio di Ognibene Cinque anni. Il suo ultimo libro è Il testo e la figura del paroliere (Arcana).

Antonella Rizzo

Da 5 Bloods, l’urlo rabbioso di Spike Lee

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Prima cosa, diamo subito un merito a Spike Lee. Aver realizzato un film col Vietnam nella storia senza aver messo una sola canzone dei Creedence Clearwater Revival, cantori ufficiosi di tutti i film sulla “american war”.

E allora, prima di partire con la recensione, sigla!

 

Probabilmente senza volerlo in origine, adesso con Da 5 Bloods, dopo BlackKklansman due anni fa e Chi-Raq cinque anni fa, Spike Lee ha realizzato una ideale trilogia sulla rabbia nell’America contemporanea.

La sostanza di Da 5 Bloods, purtroppo è doloroso realizzarlo, può valere sempre per ogni decennio di storia americana, perché i problemi sociali affrontati e mai risolti sono sempre gli stessi praticamente dalla nascita della nazione; però, e duole ancora di più dirlo, assume un’efficacia sconvolgente uscendo in questo preciso momento storico. Non per uno scherzo del destino, ma per il talento di Spike Lee, una voce prima che regista, nel captare lo zeitgeist della propria gente. Come quando quel capolavoro di Fa la cosa giusta anticipo’ di appena un paio d’anni le proteste di Los Angeles del 1992.

Il cinema di Lee, seppur spesso di enorme intrattenimento, è sempre stato feroce, acuto, senza filtri, senza vergogna, arrabbiato. Non c’è, dopotutto, definizione più azzeccata per Da 5 Bloods, un film che urla, protesta, infervora, scuote e vibra impazzito dall’inizio alla fine. Andando a ripescare il medesimo spunto di dieci anni fa con Miracolo a Sant’Anna – un film che aveva nel titolo la parola “miracolo” uscendo alla vigilia dell’era Obama, mentre ora nel pieno della presidenza Trump non può che esserci “sangue” nel titolo – Lee ancora una volta getta luce sui soldati afroamericani mandati a lottare guerre non loro per dei diritti che in casa propria non avevano.

La differenza ora, come detto, la fanno proprio i tempi. Da 5 Bloods non può che essere un grido disperato, un viaggio allucinato in cui l’inevitabilità della sconfitta è sempre dietro l’angolo, cinica e ciclica, pronta a ripresentarsi con cadenza perpetua.

Nella mente degli americani il Vietnam rappresenta una stato di guerra permanente, la stessa guerra perenne che i neri combattono nelle proprie vite ogni giorno.

La disperazione di Lee, la frustrazione verso temi che deve ripetere e condizioni che non cambiano mai, fa indubbiamente strabordare il film a ogni occasione. Non si capisce quale sia il centro del discorso di Da 5 Bloods, un film che vuol raccontare troppe cose con troppi stili. Ma paradossalmente questo straniante e costante disequilibrio narrativo rende il film ancora più affascinante e la visione ancora più magnetica. Lee, come spesso in carriera, bombarda lo spettatore di immagini, citazioni, informazioni, senza la paura di risultare didascalico o la vergogna di esagerare.

Da 5 Bloods non è un film perfetto, certamente non ordinato (come forse lo era addirittura troppo BlackKklansman), semplicemente perché non ha bisogno di esserlo. Scomoda come ispirazioni la frenesia epica di Il Tesoro della Sierra Madre e la maledizione umana di Il Cacciatore, e li frulla lasciando intatti solo i lati più spigolosi. È un film tumultuoso, energico, sempre in movimento, un film splendidamente vivo come pochissimo altro cinema contemporaneo può dire di essere, che esaspera tutto l’esasperabile e trasmette palpabilmente un desiderio di libertà e una voglia di vitalità impareggiabili.

Un film che è estensione precisa del suo personaggio principale, un titanico Delroy Lindo.

Una figura invasata che si ciba dei propri difetti, dei propri fantasmi, dei propri errori. Da 5 Bloods è così: sa di sbagliare, ma corre a 100 all’ora perché è l’unico modo che conosce per lasciare un segno.

Spike Lee ha il coraggio di mettere in parallelo la sconfitta militare nel Vietnam, in cui i bianchi hanno abbandonato lì sepolto per sempre il sogno americano, alla sconfitta esistenziale che gli afroamericani vivono quotidianamente in casa propria. I traumi, gli incubi, l’eredità apocalittica del Vietnam, raccontati da tanto cinema e tanta letteratura, sono anche i traumi e gli incubi di chi è percepito come nemico in America pur se americano ma dalla pelle nera. Poi, i bianchi hanno l’opportunità di cancellare i propri fantasmi in qualsiasi modo. I neri, invece, hanno la sola possibilità di combattere i propri diversissimi fantasmi con la rabbia e le urla in piazza.

Se ci sarà modo, prima o poi, di far sparire la collera dalle strade Da 5 Bloods non ce lo può dire. Ma ci fa capire perché adesso è diventato il sentimento più comune.

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Emanuele D’Aniello

Telefilm anni ’90: 5 Bad Girls a cui ispirarsi!

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Chi era adolescente negli anni ’90 ha avuto la fortuna di vedere telefilm indimenticabili, i primi dedicati all’universo Teen, che hanno lasciato un segno. Così come la moda anni ’90, che ora torna in auge.

C’è stato un fiorire di personaggi femminili nuovi, dirompenti, che davano voce alle ragazze più riflessive, cervellotiche, a quelle che si sentivano più avventurose e combattive e a quelle che proprio non riuscivano a stare zitte. Tutte hanno contribuito ad ampliare l’immaginario femminile dei media e hanno aiutato tante ragazze a riconoscersi in nuovi e diversi modelli.

Anche la moda anni 90, bistrattata a lungo, sta vivendo una nuova stagione di gloria, tra crop top, choker in pelle e -di nuovo- pantaloni a vita bassa.

Nella mia top 5 delle icone 90 ci sono loro:

Daria

Con l’attacco La La La La Laaaa della sigla iniziava su MTV questo cartone di produzione americana, egregiamente doppiato da Marina Massironi. Daria Morgendorffer è una ragazza molto intelligente e un po’ cinica, non veste alla moda, non si adegua, non si conforma. Critica il mondo degli adulti e le superficialità dei liceali. La sua unica amica è Jane, anima affine e artista strampalata. In sorte, però, le è capitata una sorella bionda e popolare. Se non l’avete visto, ripescate questo gioiellino.

Per quelle che non vanno alle rimpatriate del liceo e hanno ancora la camicia a scacchi nell’armadio.

Xena, principessa guerriera

La serie che mi ha aiutato a ripassare la mitologia greca al classico, come non amarla! Xena, principessa guerriera, è la star di questo telefim fantasy-mitologico. Alla ricerca di una nuova versione di sé, per riparare i torti inflitti agli altri, Xena gira il mondo per fare del bene e salvare vite umane. Nelle sue avventure incontra Omero, Giulio Cesare, gli arcangeli, Hercules, in un mix molto pop (e anacronistico) ma molto divertente. Lei è inarrestabile, forte e fiera, nel suo sangue scorre l’arte della guerra e della lotta. Il film ispirato a Xena lo potete trovare su Amazon Prime.

Per quelle che fanno kick boxing e ancora si sentono dire “ma come, sei una ragazza”.

Dana Scully di X-Files

Una immensa Gillian Anderson, ora in Sex Education, fa negli anni ’90 il suo esordio al grande pubblico nelle vesti di Dana Scully. Scully è un’anatomopatologa dell’FBI assegnata agli X-Files, i casi top secret sugli alieni e il soprannaturale. Il suo partner è Fox Mulder, che crede ciecamente ad altre forme di vita, mentre lei è più razionale e scettica. Insieme, risolveranno moltissimi casi tenendo incollati alla tv milioni di telespettatori. Scully è un personaggio davvero iconico: studiosa fin da ragazza con un grande obiettivo, seria, molto professionale ma anche capace di fiducia e grande generosità. Il tutto, sempre e rigorosamente con un tailleur pantalone.

Per quelle che all’ ennesimo “basta studiare, vatti a divertire! E mettiti una gonna ogni tanto!” sbroccano.

Sydney Fox- Relic Hunter

La professoressa e archeologa Sydney Fox può definirsi l’alter ego maschile di Indiana Jones. Con il suo fidato assistente Nigel, è una ‘cacciatrice di reliquie’: gira il mondo cercando manufatti, antichissime opere e amuleti, supportata dalla sua immensa cultura e dalle arti marziali. Non molto accurata o scientifica, ma di certo ha contribuito a ‘svecchiare’ la figura della prof. Lo potete vedere su Amazon Prime.

Per tutte le amanti dell’arte con una borsa di cuoio a tracolla.

Audrey Horne di Twin Peaks

Last but not least, il personaggio più intrigante e sfaccettato che Lynch ci ha regalato in Twin Peaks (dopo Laura Palmer). Nonostante un cast femminile eccezionale, Audrey spicca in tutta la sua affascinante complessità. Figlia non amata di un ricco imprenditore, si comporta in modo viziato e machiavellico, a tratti isterico. Usa la sua bellezza conturbante come strumento, pur non avendo in realtà una vita sentimentale o sessuale. Solo la collaborazione con l’agente Cooper, per scoprire un assassino, riuscirà a farle trovare la sua strada verso una maturità interiore, che le darà pace. Chi non ha visto Twin Peaks deve assolutamente rimedia, anche perchè dopo 25 anni Lynch ci ha regalato la terza stagione e chi invece l’ha già visto, lo dovrebbe rivedere! Il film “Fuoco cammina con me”, ispirato alle vicende di Twin Peaks, si trova nel catalogo di Amazon Prime.

Per tutte le ragazze che hanno combattuto per trovare loro stesse e la propria strada, tra un rossetto vistoso e una maglia a collo alto.

E se avete anche voi nostalgia di questo decennio, mettete su la nostra playlist anni 90!

Micaela Paciotti

World Press Photo 2020: non di sole parole vive il giornalismo

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“World Press Photo 2020” è in anteprima nazionale al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 2 agosto.

Si è aperta il 16 giugno la mostra “World Press Photo 2020” in anteprima nazionale a Roma. Al Palazzo delle Esposizioni saranno esposte le 139 fotografie finaliste del prestigioso concorso di fotogiornalismo.

Come ogni anno, l’agenzia World Press Photo, attraverso una giuria di esperti internazionali, ha selezionato le immagini di migliaia di fotografi, provenienti da 125 Paesi. Lo scopo è premiare le fotografie migliori e più rappresentative di quanto avvenuto nell’anno appena passato.

Le immagini premiate, infatti, non sono semplicemente le più belle o le più emozionanti. La Fondazione World Presso Photo di Amsterdam premia le immagini migliori del fotogiornalismo, quelle che svolgono anche la naturale funzione di media informativo, come vi abbiamo raccontato in occasione delle precedenti edizioni del concorso e della mostra.

Per garantire l’attendibilità della scena osservata dal fotografo – quindi la “validità” del racconto giornalistico per immagini -, tutti i fotografi partecipanti si attengono al rigoroso codice etico del concorso. Inoltre, tutte le foto vengono sottoposte ad un processo di verifica delle notizie e delle didascalie che accompagnano le foto.

Nella mostra “World Press Photo 2020” sono esposte le foto vincitrici nelle diverse categorie

Le categorie delle foto premiate spaziano dal ritratto alla natura, passando per lo sport, i reportage, i progetti di lungo periodo.

All’interno della “World Press Photo Exhibition 2020” è presente anche una sezione dedicata al Digital Storytelling. I video proiettati raccontano alcuni eventi cruciali del nostro tempo. Spiace dovermi, anche stavolta, lamentare dei musei che non mettono i visitatori in condizione di fruire adeguatamente dei documentari e dei video di media e lunga durata, ormai immancabili in ogni allestimento di mostre fotografiche.

Mettere a disposizione almeno delle sedie – distanziate per rispettare le norme di sicurezza sanitaria – sarebbe già sufficiente a farci venire la voglia di vedere un video di 40 minuti.

Ma torniamo alla bellissima mostra “World Press Photo” e alle foto premiate.

La Foto dell’Anno è “Straight voice” di Yasuyoshi Chiba, scattata a Khartum, in Sudan il 19 giugno 2019. Ritrae un giovane mentre legge una poesia durante una protesta, illuminato soltanto dai telefoni cellulari dei suoi compagni. Reclamano un governo democratico, durante un blackout elettrico deciso dal regime dittatoriale di Omar-al-Bashir per ostacolare le manifestazioni. Anche internet è stata bloccata per impedire le comunicazioni tra i dissidenti. Il presidente della giuria ha spiegato così la scelta: è un’immagine che può ispirare le persone. “Vediamo questo giovane che non sta sparando, non lancia sassi, ma recita una poesia. Esprime un senso profondo di speranza”.

World Press Photo 2020
Yasuyoshi Chiba_Agence France-Presse- Photo of the Year – World Press Photo 2020

Il premio “Story of the Year” è andato a Romain Laurendeau per il reportage “Kho, The Genesis of Revolt”.

Il reportage racconta il profondo disagio della gioventù algerina, che ha innescato negli ultimi anni il più grande movimento di protesta nel Paese. Le fotografie di Laurendeau ritraggono, non solo le manifestazioni, ma i vari momenti di socializzazione e di comunità tra i giovani ribelli. Infatti, “kho” significa fratello. Tra i momenti di aggregazione giovanile, svolgono un ruolo fondamentale il calcio e il tifo calcistico. Tra le fila di quest’ultimo, storicamente sono nati molti movimenti di liberazione nazionale in Algeria. Dal 2001 il regime di Bouteflika ha vietato le manifestazioni per le strade. Quindi, gli stadi di calcio sono diventati luoghi dove i giovani possono protestare attraverso le canzoni.

Tra i fotografi premiati, figurano molti italiani, alcuni di essi non nuovi agli onori del concorso.

Tra questi, Fabio Bucciarelli è stato premiato per il suo reportage per “L’Espresso”, sulle proteste in Cile contro il sistema socio-economico neo-liberista, importato dagli U.S.A.  

È uno spaccato sulle rivolte, soprattutto quelle femministe e di genere.  Da esso è tratta l’immagine di copertina di questo articolo. Ritrae un gruppo di donne, che cantano una canzone di protesta, indossando sciarpa e rossetto rossi a simboleggiare la natura sessuale degli assalti della polizia. Sono bendate in segno di solidarietà per le persone accecate dai pallini dei fucili delle forze dell’ordine.

Bucciarelli, in conferenza stampa, ha fatto una riflessione importante: il concorso si è svolto nel dicembre 2019. Nel frattempo, molto è cambiato rispetto alle vicende da documentare e su cui informare attraverso la fotografia. Bucciarelli, infatti, che nei mesi di lockdown ha documentato l’emergenza Covid 19 da Bergamo per il New York Times, prevede che, il prossimo anno, il concorso del World Press Photo vedrà partecipare moltissime fotografie sulla pandemia che stiamo vivendo.

Ma i fotogiornalisti saranno – come sempre  – i primi ad aprire gli occhi verso ciò che sta accadendo nel mondo. Quindi, per l’edizione 2021 del WPP non mancheranno le immagini delle proteste di questi giorni contro il razzismo, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

La chicca della mostra di quest’anno è una selezione di 10 foto iconiche che hanno vinto il premio “Foto dell’Anno” nelle edizioni precedenti del concorso.

È emozionante ammirare queste fotografie, concesse dalla Fondazione di Amsterdam che organizza la mostra. Ci si accorge che alcune immagini entrate nella memoria collettiva, a volte, non sono neanche completamente a fuoco. Scattate in contesti dinamici e drammatici, non potevano certo essere perfette tecnicamente. Eppure, la loro potenza è tale da entrare nella Storia e contribuire a cambiarla.

Ad esse si aggiunge un enorme pannello sulla parete di fronte all’ingresso della prima sala, che riporta tutte le foto vincitrici dal 1955 ad oggi. Osservarlo è tuffarsi nella Storia e capire quali avvenimenti erano di anno in anno importanti per l’umanità. Così, ci si accorge che negli anni ’60 gli occhi del mondo erano concentrati, soprattutto, sulla guerra in Vietnam. Una delle foto iconiche in esposizione è proprio quella celebre della bambina che scappa dagli aerei che spargono napalm.

Negli anni ’80 vinceranno le immagini del disastro ambientale di Bhopal, dei malati di A.I.D.S. e degli scontri a piazza Tienanmen. In mostra c’è con il celebre scatto “Tank man” di Charlie Cole: uno studente ferma, con il suo corpo in piedi, il primo di una fila di carri armati.

Negli anni ’90 l’attenzione è quasi tutta per la tragedia dei Balcani, quasi dieci anni di guerra nel centro della “pacifica” Europa. 

Fino ad arrivare ai tempi recenti: la guerra in Siria, gli incendi in Australia, (segno inequivocabile del cambiamento climatico), le proteste per la democrazia ad Hong Kong.

Consiglio la mostra “World Press Photo 2020” soprattutto a chi alla fotografia non chiede solo di suscitare emozioni, ma anche di svolgere la sua naturale funzione di documentare quanto accade e informare.

Il meglio del fotogiornalismo lo si trova tra gli scatti di questo concorso e di questa mostra, che si possono ammirare anche nel catalogo.

Pubblicato da Skira in collaborazione con la World Press Photo Foundation il volume “World Press Photo” presenta i vincitori del concorso fotografico e accompagna tutte le esposizioni che ci saranno in Italia nel corso dell’anno.

Stefania Fiducia

Immagine in alto: foto di Fabio Bucciarelli per “L’Espresso”

Vespa e Dior: insieme per festeggiare i 75 anni di un mito

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Da bambina restavo ore ad ascoltare i racconti di mio cugino che, negli anni 80, era partito per le vacanze con suo fratello. In sella ad una Vespa, destinazione Grecia. Un piccolo kit di attrezzi e candele di ricambio, e l’avventura era servita.

Ben prima di vedere Vacanze Romane o conoscere il movimento MODS, quindi, nella mia immaginazione la Piaggio aveva creato un visionario super-oggetto: resistente come un trattore, smussato come una caramella e capace di portarti ovunque senza fermarsi mai.

Poi sono cresciuta, e ho capito che non era la mia immaginazione, ma la realtà.

La Vespa tra design e ingegneria aeronautica

La Vespa nasce dalla determinazione di Enrico Piaggio nel creare un prodotto a basso costo e di largo consumo. All’approssimarsi della fine della Seconda Guerra Mondiale, Enrico studia ogni soluzione per rimettere in moto la produzione nei suoi stabilimenti.

Incaricò Corradino D’Ascanio di ideare un progetto. Il progettista aeronautico non amava però la motocicletta. Secondo lui era scomoda, ingombrante, con gomme troppo difficili da cambiare in caso di foratura; e oltretutto, per via della catena di trasmissione, sporcava.

L’ingegnere trovò tuttavia tutte le soluzioni del caso attingendo proprio alla sua esperienza aeronautica. Per eliminare la catena immaginò un mezzo con scocca portante, a presa diretta; per rendere la guida più agevole pensò di posizionare il cambio sul manubrio; per facilitare la sostituzione delle ruote escogitò non una forcella ma un braccio di supporto simile appunto ai carrelli degli aerei.

E infine ideò una carrozzeria capace di proteggere il guidatore, di impedirgli di sporcarsi o scomporsi nell’abbigliamento: decenni prima della diffusione degli studi ergonomici, la posizione di guida di Vespa era pensata per stare comodamente e sicuramente seduti, anziché pericolosamente in bilico su una motocicletta a ruote alte.

Con l’aiuto di Mario D’Este, suo disegnatore di fiducia, a Corradino D’Ascanio bastarono pochi giorni per mettere a punto la sua idea e preparare il primo progetto della Vespa, prodotto a Pontedera nell’aprile del 1946.

Enrico Piaggio davanti al prototipo, esclamò: “Sembra una vespa!”. E Vespa fu.

Anche i mercati esteri, in quegli anni, guardano con interesse alla nascita dello scooter, che suscita curiosità e ammirazione nei commenti di pubblico e stampa. Il Times parla di “un prodotto interamente italiano come non se ne vedevano da secoli dopo la biga romana”.

Nasce un mito, e insieme ad esso sorgono molti Vespa Club, movimenti culturali, circoli di appassionati in tutto il mondo, milioni di pezzi venduti. Ma non è solo un fenomeno commerciale. È un evento che coinvolge la storia del costume. Negli anni della “Dolce Vita” i reportage dei corrispondenti stranieri descrivevano l’Italia come “il Paese delle Vespa”.

La Vespa e il cinema: una love story

Il ruolo giocato da Vespa nel costume non solo italiano è documentato dalla sua presenza in centinaia di film. Ed è una storia che continua anche oggi.

Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze Romane (1953) infatti sono solo i primi di una lunga serie di attori che negli anni sono stati ripresi sullo scooter più famoso del mondo. Da film come Quadrophenia ad American Graffiti, da Il talento di Mr. Ripley fino a La carica dei 102, per non parlare di Caro Diario di Nanni Moretti o Alfie con Jude Law, The Interpreter con Nicole Kidman e il blockbuster Transformers.

Vacanze_romane
Audrey Hepburn e Gregory Peck in sella a una Vespa in Vacanze Romane

Vespa 946 Dior: in arrivo nel 2021

Fondati entrambi nello stesso anno, il 1946, il brand italiano e la Maison parigina hanno in comune la volontà di ispirare una visione del mondo innovativa, luminosa e creativa. La collaborazione tra Dior e Vespa reinventa lo spirito di libertà, movimento ed espressione alla base dei due marchi.

Dalla primavera del 2021 nelle boutique Dior di tutto il mondo e successivamente in selezionati flagship store Motoplex del Gruppo Piaggio, potremo ammirare una Vespa 946 davvero speciale.

Questa moderna versione dell’iconica Vespa 946 è stata ridisegnata per l’occasione da Maria Grazia Chiuri, Direttore Creativo delle collezioni donna di Dior. Lo scooter sarà prodotto in Italia, con la cura, la dedizione e la precisione di un atelier di moda.

Ispirato al design della sella, il bauletto decorato con il motivo Dior Oblique (disegnato da Marc Bohan nel 1967) è stato appositamente progettato per essere fissato al portapacchi, conferendo uno stile unico a questo modello. Un casco decorato con lo stesso motivo iconico completa l’esclusiva linea di accessori.

E a proposito di anniversari, la più famosa canzone italiana dedicata alla Vespa, 50 special dei Lunapop, ha già 20 anni! Riascoltatela sognando le vacanze!

Micaela Paciotti

Murgia VS Morelli su Radio Capital: quando il femminismo diventa “cretino”

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È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente;
dobbiamo essere una donna maschile o un uomo femminile…
Dev’essere consumato un matrimonio di contrari.
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé)

Premesso che chi scrive è specializzata in studi di genere, si occupa della storia delle donne da almeno 7 anni, conosce bene tutte le basi del sessismo sia linguistico che antropologico e ha studiato a fondo le radici dell’asimmetria sessuale, vivendola anche in piccola parte personalmente in quanto donna… devo dire che quando è troppo è troppo.

Ecco perché non mi definisco una femminista. Ecco perché non partecipo ai cortei, come ho già ribadito in alcuni convegni. Perché quando il femminismo diventa un pretesto per provocare e schiacciare (come è stato fatto con le donne per secoli) io me ne distacco.

Ed è quello che è successo, a mio avviso, nella diatriba tra Raffaele Morelli, noto psicanalista di Riza, e la scrittrice Michela Murgia in una diretta su Radio Capital.

Michela Murgia chiede a Raffaele Morelli cosa significhino alcune frasi rilasciate presso un’altra intervista radiofonica:

La donna non deve perdere il femminile. Le donne sono regine della forma, suscitano il desiderio e guai se non fosse così. La donna può fare l’avvocato o il magistrato,[…] ma il femminile in una donna è la base del processo, è la base del desiderio, se una donna non si sente a proprio agio col proprio vestito torna a casa a cambiarlo, noi uomini siamo più unilaterali.

Chi ha letto i libri di Morelli sa perfettamente quanto lo psicoterapeuta insista su questo aspetto del femminile in senso ampio, non in senso patriarcale! Quando lo psicoterapeuta afferma che la donna dovrebbe sentirsi guardata fuori di casa non allude mica ai commenti “da bar” o alla violenza di genere. Parla del semplice desiderio che suscita la bellezza femminile, in uomini e donne.

E spesso nei suoi libri chiede anche gli uomini quand’è l’ultima volta che si sono sentiti desiderati. Non vale mica solo per il genere femminile! Da quando sentirsi desiderati è una colpa? Da quando avere cura di sé per sentirsi desiderabili è un problema?

Perché questo scrive nei suoi testi Morelli, per uomini e donne. Farlo passare come sessista per questo è sbagliato, è decontestualizzato. Poi che lo psicoterapeuta abbia avuto una reazione aggressiva durante l’intervista è palese.

Michela Murgia, però, incalza provocatoria già dal primo momento, come se volesse stanare qualcosa: pretendere che l’interlocutore non si alteri per me è assolutamente impossibile. Il dialogo è una cosa, la provocazione un’altra. Interrompe Morelli più volte ogni secondo come se fosse in un’arringa di tribunale, come se fosse lì per sbranare la preda senza lasciare allo psicoterapeuta la possibilità di finire un concetto. Onestamente mi sarei alterata pure io. Siamo esseri umani e l’attacco gratuito lo trovo spiacevole, anche in quanto giornalista.

Il femminile è la radice, è presente alla base dell’essere già agli albori. Le bambine giocano con le bambole sin da piccole – afferma Morelli – e qui Murgia non ci vede più:

“I bambini maschi con cosa giocano? Forse non giocano con le bambole perché non gliele diamo.”

Qui la conversazione, o meglio lo scontro, degenera. Morelli incalza Murgia dicendole di non fare domande cretine, di stare zitta e dandole del tu, cosa che infastidisce molto la scrittrice, che chiede le si venga dato del Lei. E pure su questo punto non bisogna confondere il rispetto reciproco con il prendere le distanze e alzare un muro verso l’interlocutore. Che differenza fa il TU o il LEI? L’importante è avere rispetto reciproco nella conversazione, non la forma.

Quindi adesso dovremmo affermare che Morelli ha risposto così a Murgia perché è una donna? Alle parole dello psicoterapeuta la scrittrice risponde:

Non mi parli come se fossi una bambina

Ho trovato tutto molto triste e divertente allo stesso tempo. Morelli ha mostrato il suo lato più umano, quello di una persona palesemente infastidita da provocazioni abbastanza prevenute, Murgia sembrava una sessantottina militante che non vuole sentire ragioni. E allora che intervisti a fare?

Il pregiudizio è proprio una brutta bestia, per uomini e donne, s’intende.

Certo, la scrittrice è rimasta più calma, ma forse perché la provocazione era sua sin dall’inizio, era lei a tenere le redini del gioco. Questo non la rende migliore di Morelli e del suo infelice exploit. Anche provocare senza lasciar spiegare l’altro è prevaricazione.

Premesso che esistono padri che regalano bambole ai propri figli maschi e vengono anche guardati di traverso dai parenti, non penso ci si possa attaccare ad una frase per definire il pensiero di Raffaele Morelli, i cui libri non sono affatto sessisti, ma anzi spronano le donne e gli uomini a non giudicarsi e a vivere le proprie emozioni per quello che sono.

Certo, la reazione di Morelli è stata forte e sgarbata nei confronti dell’intervistatrice, che a sua volta è stata molto provocatoria. E magari è il suo mestiere e nessuno la biasima per questo. Però a mio avviso bisognerebbe anche argomentare con le persone, e in maniera sensata. Questo naturalmente non giustifica l’aggressività di Morelli.

Che senso ha, però, indirizzare un discorso sul desiderio e sul femminile verso la domanda: e quindi i bambini non giocano le bambole?

A mio avviso è portare il femminismo in un contesto dove non c’entra nulla. Ma soprattutto è non accettare l’idea del femminile. E’ vero che la donna ha una fisicità che attira, è la natura. È vero che la donna è bella da guardare, più di un uomo. La donna è incantevole, suscita desiderio. Anche io, che sono eterosessuale, guardo le donne e mi incanto: quando si truccano, si vestono. Le donne sono esseri affascinanti e l’uomo vive in un’altra dimensione, diversa. Siamo tutti d’accordo che anche i bambini dovrebbero giocare con le bambole (se lo vogliono) senza essere guardati male, che si possa dire sindac-a senza paura perché non ce l’hanno insegnato a scuola, concordiamo all’unisono che la strada verso la parità sia lunga anche quando si parla di mansplaining, ad esempio.

Ma in questo caso io ho visto una persona provocare deliberatamente un’altra e andare a cavillare su concetti che secondo me non c’entravano assolutamente nulla con quello che afferma Morelli.

E forse sì, quelle di Murgia erano domande un po’ cretine, ma non in sé per sé (ha molto senso, anzi, chiedersi perché ai bambini non vengano date le bambole per stereotipo culturale), ma nel contesto, in cui a mio avviso non c’entravano proprio nulla.

Generalmente è vero che, per retaggio culturale, le bambine giocano più con le bambole rispetto ai bambini, ma penso che Morelli stesse semplicemente facendo un esempio (che non è riuscito nemmeno a concludere). Il femminile di cui parla Morelli è ben altro: non ho mai trovato incitamenti sessisti nei suoi libri e li ho letti quasi tutti. Ma è verissimo che molte donne, direi per ipercorrettismo nei confronti del sessismo, spesso si trasformano in uomini e celano la propria femminilità, come se questa caratteristica fosse portatrice di “inferiorità”.

Ma soprattutto è vero che molte donne fanno quello che hanno subito per secoli, ovvero prevaricano per riaffermarsi.

E sono pienamente convinta che esista un femminile atavico e che solo gli uomini più illuminati riescano a vederlo, provino a capirlo, tentino di avvicinarvisi, ma il femminile per ora resta appannaggio prevalentemente delle donne, che spesso lo nascondono facendo “gli uomini” della situazione, perché pare serva questo per “esistere” nella società.

Bisogna riconoscere le differenze e il loro valore, senza differenze non possiamo essere uomini e donne. Le differenze semplicemente non dovrebbero penalizzarci. Non dovrebbe crearsi un’asimmetria sessuale.

Ma non possiamo negare che la donna, per natura, sia fatta per pensare all’altro più dell’uomo. E lo dimostra il fatto che il suo corpo è fatto per portare alla luce un’altra vita (che si scelga di essere madri oppure no, ovviamente). Penso sia una caratteristica naturale di cui gli uomini non potranno mai appropriarsi, ma questo di certo non li rende sterili dal punto di vista emotivo. Anche gli uomini sono stati vittime del patriarcato, come noi donne, e lo dimostra il fatto che molti di loro non sanno cosa voglia dire tirare fuori o capire le proprie emozioni, una lacrima, una fragilità.

Ma provocare, decontestualizzare, cercare il femminismo nel femminile, cercare risposte sui giochi dei bambini mentre si parla dei codici dell’anima, che chi ha letto i libri di Morelli conosce bene, è come dire che Saffo è lesbica perché i suoi versi parlano del desiderio verso altre donne, senza approfondire minimamente il suo ruolo nella società aristocratica, la sua vita, la sua coscienza poetica. Ed è quello che i critici hanno fatto per secoli con le donne: non approfondire, non ascoltare, giudicare male, etichettare. Perché riproponiamo lo stesso modello? Perché alcune donne si sentono scomode nella propria femminilità? Ma soprattutto perché fanno monologhi e non dialoghi?

Alessia Pizzi

Bimbi e nuove tecnologie: conta il loro tempo di utilizzo?

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È giusto che un bambino piccolo utilizzi uno smartphone o un cellulare?

Questa, come altre domande legate all’utilizzo delle nuove tecnologie, attanaglia la mente di chi si avvicina alla genitorialità o di chi genitore già è. Soprattutto in tempo di quarantena come vi abbiamo raccontato in “Bambini in Quarantena: come giocare con la app della realtà aumentata di Google!“.
Non a torto dato che tra il 2013 e il 2017 l’utilizzo di dispositivi tecnologici da parte di bambini sotto i due anni si è triplicato. Si stima infatti che i bambini di questa età trascorrano in media 42 minuti al giorno connessi ai loro device. I genitori, pertanto, hanno ragione di preoccuparsi di questi bambini sempre al cellulare?

Ci sono delle conseguenze?

L’American Academy of Pediatrics in tal senso sconsiglia l’utilizzo dei nuovi media al di sotto dei 18 mesi di età, ad eccezione dei servizi di video chatting. Difatti, tali servizi, permettono ai bambini di riconoscere i membri della propria famiglia che sono distanti e di stabilire legami sociali con loro.
Il ruolo dei genitori è ovviamente fondamentale. Una recentissima ricerca condotta da Coyne e colleghi (2020) e pubblicata sulla rivista Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, aggiunge un tassello importante per comprendere il loro ruolo nello sviluppare nei figli un comportamento appropriato riguardo le nuove tecnologie. Quando le nuove tecnologie si inseriscono in maniera intrusiva nel rapporto genitore-figlio (technoference) possono insorgere tutta una serie di problematiche, quali un livello di benessere più basso, problemi comportamentali e ritardi nell’uso del linguaggio (Zimmerle, 2019).

Il tempo di utilizzo del genitore conta?

Ciò che sorprende del lavoro di Coyne e colleghi (2020) è che il tempo di utilizzo da parte del genitore di un dispositivo tecnologico non aumenta i livelli di technoference ma anzi li diminuisce. Al contrario, l’utilizzo di tali device per tenere il figlio occupato o calmarlo aumenta questa interferenza tecnologica con i rischi ad essa associati.
Sembra pertanto che l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei genitori sia dopotutto una buona cosa. D’altronde, è sempre bene maturare una conoscenza di uno strumento affinché si possa anche educare su come usarlo. Non ci faremmo insegnare come usare una macchina agricola da chi non ci si è mai seduto sopra. Allo stesso modo è molto meno probabile che una persona esperta nell’utilizzo di un martello si colpisca un dito rispetto a chi è la prima volta che si trova a maneggiarlo. L’importante è che la tecnologia non sia sostitutiva del proprio ruolo di genitore.

Perciò appare quanto mai vera quella saggezza popolare per la quale “I figli seguono l’esempio, non i consigli”. Siate un buon esempio.

Mirko Duradoni

Link utili e fonti:

Children and Media Tips from the American Academy of Pediatrics

Coyne, S. M., Holmgren, H. G., Keenan-Kroff, S. L., Petersen, S., & Stockdale, L. (2020). Prenatal Predictors of Media Use During Infancy. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Zimmerle, J. C. (2019). Limiting Technoference: Healthy Screen Time Habits for New Parents. International Journal of Childbirth Education34(2).

Matrix 4 e The Matrix: quali differenze? Riflessioni generali

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The Matrix 4 si può considerare il capitolo di introduzione di un decennio che si prospetta problematico e straordinario. Il 2020 è purtroppo l’anno della Pandemia da Coronavirus che ha bloccato un’intera globalizzazione riconvertendola produttivamente a mascherine, macchinari, plexiglass protettivo e prodotti per prevenire il famoso virus.

Matrix 4 e l’anno 2019: stiamo allevando robot bambini?

L’anno 2019, però, con una guerra economica terribile è stato la conclusione di un decennio che ha portato la nascita dei primi robot umanoidi. Conoscevamo l’Intelligenza Artificiale e ora abbiamo imparato che cos’è machine learning, l’apprendimento automatico delle macchine. Insomma, stiamo allevando robot bambini e allo stesso tempo abbiamo concluso il primo ventennio Duemila con gli scioperi del clima che hanno riportato l’attenzione di politici e imprese alla distruzione del pianeta.

Matrix 4 uscirà a maggio 2021, gli attori protagonisti hanno già accettato le parti

Matrix 4 tornerà nel 2021, forse a maggio secondo le dichiarazioni degli attori stessi. Le prendiamo per buone visto che ancora non abbiamo le date ufficiali di uscite ma il cast è già pronto e sta lavorando. I protagonisti rimangono ma cambiano molti personaggi, compresi gli antagonisti, i robot e i computer che si sono trasformati in essere umani versione 01 e una struttura metallica che ricorda alcuni scenari di Alien.

The Matrix 1999, è cambiato un secolo ma non ne siamo sicuri

Matrix è la trilogia iniziata nel 1999 e, in quegli anni, eravamo molto avanti rispetto alla prima missione sulla Luna, i tentativi di raggiungere distanze più lunghe nello spazio addirittura con un cane (la piccola Laika), la diffusione di Windows 95 che hanno aperto l’era della società della comunicazione digitale oltre che di massa. I robot ce li immaginavamo ma molto meno delle macchine volanti stile Star Trek. Dal 1999 al 2019 non è cambiato nulla, solo il numero delle evoluzione, tra il 2020 e il 2000 idem e da pochi giorni sono partiti i primi astronauti con SpaceX, firmato ElonMusk. Insomma, ditemi voi se vedete qualche differenza.

The Matrix 4, tutte le informazioni che sappiamo

Abbiamo riflettuto su Matrix 4 ma adesso parliamo delle cose serie, quando uscirà il nuovo film e con quali attori. Ebbene, lo abbiamo già scritto, era prevista un’uscita il 21 maggio 2021 ma la pandemia ha interrotto i lavori. Le riprese riprendono a luglio insieme alla Warner Bros, slitta l’uscita anche se molti siti continuano a pubblicare come giorno ufficiale il 21 maggio negli Stati Uniti.

Gli eroi principali sono gli stessi, Keanu Reeves torna nei panni di Neo, speriamo con la stessa agilità non acciaccata da diciassette anni di non Matrix. TornaTrinity interpretata da Carrie Anne Moss che ha già descritto la nuova storia: piacevole e divertente. Non torna Morpheus interpretato da Laurence Fishburne e tutti si chiedono chi sarà il nuovo mental coach di Matrix 4. Cambia il cattivo, Hugo Weaving, che ha interpretato la mente, il campo dei robot che inseguono non ha preso parte al nuovo film. Mancherà anche l’Oracolo, ovvero la madre di Matrix che ha fatto entrare Neo nella vera umanità.

Dove vedere Matrix, tutta la serie

Nell’attesa del nuovo Matrix, si possono rivedere i tre film con tutta la trama e i suoi personaggi storici.

L’ultima volta in televisione è stato su Canale 20 di Mediaset, che propone spesso la trilogia con appuntamenti settimanali che potete scoprire anche qui, in televisione oggi.

Tra le PayTV, Matrix lo potete vedere su Infinity, Netflix e Now TV. Inoltre, è disponibile a 3,99 euro a film su Youtube e Google Play.

Top Gun, la pellicola sui valori militari americani ai tempi di Reagan

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Top Gun 2, quando esce? Nel 2020!

Vi avevamo già parlato l’anno scorso del ritorno di Maverick, e finalmente eccoci qua con una data precisa: il 23 dicembre di quest’anno, infatti, uscirà nelle sale cinematografiche americane (e poi di tutto il mondo) Top Gun: Maverick.

Insieme a Tom Cruise, tornerà a far parte del cast anche Val Kilmer, e a loro si uniranno Miles Teller (nella parte del figlio di Goose) e i premi Oscar Ed Harris e Jennifer Connelly.

Della trama sappiamo ancora ben poco, ma siamo sicuri che, anche questa volta, dopo essere usciti da cinema, sentiremo tutti….il bisogno di velocità!

Top Gun: Maverick trailer italiano

Ma facciamo un passo indietro. Correva l’anno 1986 quando uscì al cinema Top Gun, primo film con Tom Cruise da fama mondiale.

“Eh, il 1986..” potrebbe sospirare qualche malinconico. Quante cose avvenute quell’anno… In Italia, esce per la prima volta il fumetto Dylan Dog di Tiziano Sclavi. Parigi vede l’inaugurazione del Museo d’Orsay e la città di Chernobyl assiste al più grave incidente nucleare della storia.

Chernobyl e il costo altissimo delle bugie

L’America invece vive il “sogno repubblicano”. Ronald Reagan, ormai quasi al tramonto del suo florido secondo mandato, ha portato la sua nazione a credere che “i vecchi brutti tempi” non sarebbero più tornati. Il Conservatorismo aveva trionfato e il Nuovo Continente era uscito da un periodo di recessione. Alcune crisi interne (come il cosiddetto “Irangate“) e internazionali (la celebre “Operazione El Dorado Canyon“), però rimettono in gioco antiche discussioni. La guerra del Vietnam non è così lontana e la paura di ricadere in un conflitto ripiomba nell’opinione pubblica. Serve qualcosa che ridia fiducia agli americani.

Nasce così il progetto di Top Gun, diretto da Tony Scott.

La storia racconta di due amici piloti, Pete Mitchell detto “Maverick” (Tom Cruise) e Nick Brideshaw detto “Goose” (Antonhy Edwards), imbarcati in una portaerei nell’Oceano Indiano. Dopo essersi guadagnati una promozione ed essere entrati presso la prestigiosa United States Navy Fighter Weapons School, nota come “Top Gun”, i due vivranno storie d’amore, militari e di caserma, che li cambieranno per sempre.

La trama del film (senza fare spoiler) alla fine si racchiude in questo. Metà della pellicola sono riprese sugli allentamenti e operazioni in volo, esclusi i momenti dove Tom Cruise va in moto. Non possiede una trama, ma ha un obiettivo preciso: mostrare il coraggio e l’audacia dei piloti americani.

Obiettivo che è stato raggiunto, poiché (come affermò un articolo del The Guardian di quegli anni) la Marina Militare aumentò le matricole, mettendo, fuori dai cinema, degli uffici di reclutamento.

Non furono gli unici riconoscimenti.

La canzone principale del film vinse l’Oscar, dando all’italiano Giorgio Moroder la 3° statuetta, precedentemente ottenute con Fuga di mezzanotte e Flashdance. Inoltre, con questo film, Tom Cruise divenne una vera e propria star mondiale. Il suo coraggio e la faccia da bravo ragazzo, dallo spirito ribelle, lo trasformarono in una vera e propria icona: infatti, dopo questo film, il giaccone bomber divenne quotidiano nelle mode dei ragazzi.

Grazie a Universal Pictures Home Entertainment Italia, il 24 giugno 2020 esce il bluray di Top Gun, con contenuti speciali, testimoniando che né il film né Tom Cruise sono passati di moda.

Una curiosità!

È nato il Drink Maverick in occasione dell’uscita del sequel…

DRINK: MAVERICK
(ispirato al film “Top Gun, di Tony Scott, 1986
)
BARMAN: Marco Riccetti, head bartender dell’Inside Restaurant & Cocktail Bar di Torino

INGREDIENTI:

4,5 cl Aviation Gin
2 cucchiaini zucchero liquido
7 cl circa acqua naturale a colmare
1 dash bitter alla prugna


Bicchiere: highball

PREPARAZIONE:
Con la tecnica del Build on ice, versare tutti gli ingredienti direttamente nel bicchiere highball colmo di ghiaccio e mescolare.

ISPIRAZIONE:
Il cocktail nasce dall’idea di realizzare il drink che il Tenente Mitchell (Maverick, interpretato da Tom Cruise) beve durante i momenti-clou di Top Gun. Infatti, nella pellicola, il personaggio è solito bere un bicchiere di acqua naturale con ghiaccio ed ecco che l’ispirazione arriva proprio dal desiderio di realizzare un drink che visivamente assomigliasse al bicchiere d’acqua. Un drink per ‘giocare’ con aromatizzati e bitter cui aggiungere sapori e profumi, pur mantenendo il drink molto easy, leggero e piacevole, seguendo la linea-guida della freschezza dell’acqua e del balsamico di Aviation Gin. Ed è proprio attraverso le note balsamiche di Aviation Gin, distribuito in Italia da Rinaldi 1957, che si ricorda nel film il volo nei cieli dei caccia F-14 Tomcat e arriva questa bevuta dissetante e fresca e con una gradazione alcolica non troppo forte. Il tutto con un autentico portento, l’Aviation Gin, di cui è principale ed entusiasta azionista l’attore americano Ryan Reynolds. Un gin small-batch con solo 90 casse distillate alla volta. Nato nel 2006 come prima collaborazione tra distillatori e baristi della storia americana, prende il nome dal cocktail Aviation e appartiene a una nuova categoria di Dry Gin, in cui viene dato minor risalto al ginepro in favore di un più bilanciato mix di erbe botaniche, in questo caso: ginepro, cardamomo, lavanda, sarsaparilla indiana, buccia d’arancia dolce, semi di coriandolo e anice, messe in sacchi di nylon in infusione per 18 ore in alcol da grano.

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Cosa ci ha insegnato la serie tv “Buffy L’Ammazzavampiri”

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Gli insegnamenti di Buffy, Angel e di tutto il Buffyverse

Buffy ci ha insegnato che non bisogna mai invitare gli sconosciuti a casa. Che i mostri del liceo possono prendere forme inaspettate e che la ragazza che si sente invisibile, può diventarlo davvero.

Ci ha insegnato che le malattie possono uccidere i tuoi cari (Joyce) anche se la tua migliore amica è una strega potente (Willow). Ci ha insegnato che anche il ragazzo più buono, spesso può essere vinto dall’insicurezza (Xander) e lasciare la propria fidanzata all’altare (Anya).

Ci insegnato, inoltre, che persino il ragazzo perfetto a volte può essere un po’ noioso (Riley) e che l’osservatore britannico (Jiles) sa essere un abile combattente, un uomo dalle mille risorse, magari anche un padre.

Ci ha insegnato, anche, che quel ragazzo così carino e gentile (ma un po’ misterioso), può trasformarsi in un mostro che vuole ucciderti.

Ottima lezione per i primi anni Duemila, momento in cui la violenza di genere non era la protagonista della cronaca nera, no?

Ma del resto, Joss Whedon è sempre stato avanti. Lo dimostrava il fulcro della storia in sé: una teenager bionda, di massimo 50 kg, che sollevava da terra vampiri, zombie, demoni e tutti gli amici del cimitero.

La serie Buffy, però, è stata antesignana di molte altre cose. Ha portato sul piccolo schermo la violenza sessuale, quando nella sesta stagione Spike prova a violentare la cacciatrice, e l’omosessualità, persino al femminile, ancora più tabù di quella maschile (Willow e Tara). Non a caso, se fino alla quinta stagione Buffy è andata in onda il pomeriggio in Italia, la sesta è stata censurata nel nostro Bel Paese di bigotti e la settima è andata in onda in seconda serata. In quest’ultima stagione, un po’ più leggera della precedente, la strega si innamora di Kennedy e si immerge in scene in cui il sesso orale è abbastanza palese.

Buffy ha compiuto da poco vent’anni. Ma la lezione non finisce qui. Dietro alla sagacia delle battute dei protagonisti si nascondono tanti messaggi importanti.

Pensate anche solo al finale, in cui la cacciatrice cambia il destino di tutte le prescelte del mondo, con un monologo che inneggia alla forza delle donne, un discorso impossibile da dimenticare anche per le scene che lo accompagnano: e qui torna subito in mente la scena ragazza che ferma il braccio del padre che la picchia in casa, con la forza di una cacciatrice.

Ecco quindi che la serie tv Buffy ci ha insegnato a non fidarci delle apparenze: se una donna può essere più forte di un uomo, persino un vampiro senz’anima può innamorarsi, no?

Ma Buffy ci ha insegnato anche ad accettare il lato oscuro di noi stessi, mostrandoci che il dolore per una perdita può portare ad azioni folli, tipo spellare viva la gente (Willow e Warren), che uno shock può indurti ad andare a letto col tuo peggior nemico (Spike), che persino il peggiore dei cattivi ha un punto debole (i germi per il Sindaco), che gli atavici mostri, quelli che non ci fanno dormire la notte, possono essere sconfitti (Tulakon) e anche che purtroppo a volte esistono amori impossibili (sempre Angel).

Una delle lezioni più importanti di Buffy è quella legata alla leadership, però:

chi detiene il potere e la forza si sente perennemente solo, specialmente quando la famiglia e gli amici per cui hai dato la vita ti allontanano mettendo in discussione le tue decisioni (Settima stagione).

Gli altri non lo capiscono, anzi si chiedono il perché di questa ritrosia nei confronti dei rapporti umani o magari sono anche invidiosi (Faith), senza comprendere il profondo senso di inadeguatezza che invade l’animo di chi deve prendere una decisione per tutti.

E ora, appunto «viene la parte dove tutte dovete fare una scelta. E se voi poteste avere quel potere? In ogni generazione, solo una Cacciatrice nasce perché un gruppo di uomini morti millenni fa ha deciso così […] Io dico di cambiare le regole. […] Ogni ragazza che potrebbe avere il potere, avrà quel potere; che potrebbe alzare la testa, alzerà la testa. […]

Fate la vostra scelta. Siete pronte ad essere forti?»

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

E se siete appassionati di Sarah Michelle Gellar come me…

Cinque libri antistress da leggere (o colorare)

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Anche se i social network sono popolati da fantomatiche book blogger, diciamoci la verità: quante di loro leggeranno davvero tutti i libri di cui parlano? Spesso quello che troviamo sui social infatti non è altro che una bella immagine o una sinossi scarna. Raramente troviamo una vera critica del testo. Questo accade anche e soprattutto in questi tempi di reclusione. Durante la quarantena, infatti, molti dei nostri lettori e redattori hanno prediletto film e serie tv al mattone di pagine, probabilmente per staccare la spina: un effetto che lo schermo è in grado di regalare più facilmente di un testo scritto. L’immagine vince la parola.

Ora che è tempo di riaperture e di ritorno alla pseudo-normalità, forse è tempo anche di tornare alla lettura, ma ci piace farlo con calma, magari con qualche libro leggero e allo stesso tempo introspettivo.

Per questo ho deciso di suggerirvi la vostra dose di relax in formato libro. Li ho letti tutti personalmente, escluso il metodo Hygge che è stato recensito da un altro redattore!

La Top 5

La filosofia della lontra

Jennifer McCartney regala un vademecum imprescindibile per vivere la vita come le lontre marine. In modo giocoso: sporcandosi, prendendo l’esistenza per quello che è e per non dimenticare che la quotidianità non è fatta solo di obblighi. Prendere spunto da animali teneri come le lontre non può che essere che un ottimo spunto.

Il metodo danese per vivere felici. Hygge

Nulla di più utile che l’attenzione alle piccole cose in modalità danese: Marie Tourell Soderberg vi introduce a una vera e propria filosofia di vita intimistica, quella delle persone più felici del mondo. I danesi, appunto.

Il magico potere di sbattersene il ca**o

Sarah Night non è una che ci va leggera e vi spiega severamente come smetterla di preoccuparvi per tutto. Un libro che dopo una pandemia, ovvero un momento in cui sicuramente abbiamo rivalutato le nostre priorità, può aiutarci a potare i rami secchi della nostra vita. Vai col metodo NotSorry e senza rimpianti.

Non dipende da te

Non c’è un libro di Raffaele Morelli che non sia utile. Tra tutti “Non dipende da te” resta uno dei miei preferiti per iniziare a liberarsi delle ansie inutili che affannano le nostre esistenza. L’accettazione dei nostri lati oscuri, l’allontanamento da giudizi e pregiudizi sono solo alcuni degli input che lo psicoterapeuta di Riza riesce a offrire in questo testo.

Siddharta

Un cult di Herman Hesse. Un libro che dovrebbe essere letto a scuola, ma che può essere utile anche negli anni della maturità, specialmente per non perdere di vista il fatto che… la vita dobbiamo viverla per capire cosa ci rende davvero felici. E forse un post pandemia è il momento migliore per tornare a farlo.

Libri antistress da colorare (Dulcis in Fundo)

Una parentesi a parte va aperta senza dubbio per i mandala e tutta la collana dei libri antistress da colorare. Oltre ai classici album pieni di figure stilizzate da colorare, da bravi spacciatori di cultura non possiamo non segnalare quelli con le parolacce. Quindi mandala, sì, ma affanc… la quarantena.

Alessia Pizzi

Glastonbury 2020 non si farà: ecco come la BBC celebrerà lo spirito del festival

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Come tutti i festival e i concerti del mondo, anche Glastonbury 2020 non si farà.

Lo storico festival inglese è stato infatti annullato a causa del coronavirus.

Un portavoce della BBC ha dichiarato:

Glastonbury ha dovuto annullare il suo festival nell’anno del 50° anniversario, ma stiamo lavorando per celebrare lo spirito di questo evento unico. Riuniremo la nazione mandando in onda il meglio della musica attraverso la radio, la televisione e online […].”

Da giovedì 25 a lunedì 29 giugno quindi, in occasione del 50° anniversario del Glastonbury Festival, la BBC porterà il mood di Glastonbury agli spettatori a casa con The Glastonbury Experience su BBC Television, BBC iPlayer, BBC Radio e BBC Sounds.

Alcuni dei presentatori più amati della BBC come Clara Amfo, Edith Bowman, Jo Whiley, Lauren Laverne e Mark Radcliffe dedicheranno quattro giorni di programmazione ad alcuni dei momenti più iconici e memorabili del festival.

Glastonbury 2020, no line-up ma…

Su BBC Two, BBC Four e BBC iPlayer andranno in onda le esibizioni che hanno fatto la storia del festival come quelle di Adele (2016), Beyoncé (2011), David Bowie (2000), Coldplay (2016), Jay-Z (2008) e anche il primo concerto degli Oasis del 1994, quando la band non aveva ancora pubblicato l’album Definitely Maybe.

A tutti i fan degli Oasis, in attesa dell’evento televisivo, propongo questa playlist:

https://open.spotify.com/playlist/4EyfQU6eZng5YJecICCCkI?si=nUDg0GM7QlaBTvmvjoCwuA

E per chi volesse fare un tuffo nella musica rock anni ’90 ecco la playlist di CulturaMente:

Valeria de Bari

Lo squalo, il film che dopo 45 anni terrorizza ancora

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Ho capito. Lei si farà i suoi sporchi affari finché lo squalo non verrà a morderle il sedere!

Titolo originale: Jaws
Regista: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Peter Benchley, Carl Gottlieb
Cast Principale: Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss, Lorraine Gary, Murray Hamilton
Nazione: U.S.A.
Anno: 1975

Lo squalo, 45 anni dopo

Sono passati quarantacinque anni dall’uscita nelle sale statunitensi. Era il 20 giugno 1975 quando “Jaws”, titolo originale del cult diretto da Steven Spielberg, segnava l’inizio della “Nuova Hollywood”, di cui il regista sarebbe stato protagonista ancora una volta con gli incassi di E.T, l’extraterrestre.

Lo squalo è in streaming su Amazon Prime Video

“Lo squalo” è il prototipo del thriller del blockbuster estivo, ma in realtà spaventa più di molti film dell’orrore attuali. Sin dalla primissima scena un senso di inquietudine pervade gli spettatori, che vedono i bagnanti ignari cadere vittime di questo gigantesco squalo bianco, visibile solo alla fine del film.

Lo squalo è il film dell’ignoto: le inquadrature sott’acqua che mostrano il punto di vista del predatore non fanno altro che generare angoscia. Anche se dal titolo del film gli spettatori sanno già chi è “il cattivo” della storia – non c’è un killer da scovare quindi – le scene trasmettono un senso di impotenza che si esaspera nel momento in cui viene ritrovato il primo cadavere, ma il capo della polizia decide di lasciare le spiagge aperte per non deludere le aspettative del sindaco, che ha grandi progetti per la stagione turistica dell’isola di Amity.

Questa scelta, decisamente poco convinta, porterà ad un errore fatale perché lo squalo colpirà ancora una volta. A questo punto il poliziotto Martin Brody non può più tirarsi indietro e si prende carico personalmente della caccia allo squalo, accompagnato da un oceanografo e un cacciatore.

Lo squalo è un film “da uomini“?

Cercherò di soffermarmi poco sulla moglie del poliziotto, che viene ritratta come la tipica donna soprammobile, nemmeno troppo acuta, che decide di aver paura dello squalo solo dopo aver visto delle immagini su un libro per bambini… Non ha molte battute nel film, ma quelle poche che pronuncia presentano la figura femminile come totalmente irrilevante.

Non ho gradito neppure le musiche da “avventurieri” che accompagnano la caccia allo squalo: in quei momenti il film sembra trasformarsi in un Indiana Jones dal dubbio gusto.

Lo squalo è inattuale, per certi versi

Ma la questione non finisce qui. Ho provato molto disagio per la caccia allo squalo, per lo squalo identificato come il nemico, per la sua uccisione vista come una vittoria. Il poliziotto esulta uccidendo l’animale perché fondamentalmente si è pulito la coscienza della morte che porta sul cuore per un suo atto di codardia.

Questo falso lieto fine in cui si uccide lo squalo così l’isola può tornare ad avare turisti felici mi risulta un po’ squallido.

Per quanto riguarda la questione animalista il film mostra tutti i suoi limiti. Attualmente il Carcharodon Carcharias  rientra tra le specie protette dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES): nessuno lo ucciderebbe. Si chiuderebbero le spiagge per catturarlo e rilasciarlo in un habitat lontano dai bagnanti, immagino o almeno spero.

Disagio a parte nei confronti del finale goliardico, il film merita al 100% di essere visto. Anche solo per renderci conto di quanto ci siamo evoluti a livello umano e di quanto invece siamo rimasti indietro, attualmente, col genere horror.

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Georges de La Tour: Milano riscopre il Seicento francese

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Chiusa per l’emergenza sanitaria da Coronavirus, la mostra a palazzo Reale riapre al pubblico fino al 27 settembre

Georges de La Tour resta a Milano. La mostra del pittore francese seicentesco, aperta a palazzo Reale ai primi di febbraio e chiusa poche settimane dopo, per l’emergenza sanitaria da Covid19, torna a essere visitabile fino al 27 settembre. Per l’esposizione organizzata da Mondomostre Skira, 28 musei internazionali hanno accettato di prolungare il prestito delle opere; la mostra, così, può ripartire. Finalmente, anche il mondo della cultura e dell’arte a Milano inizia a vedere la fase 3.
Prima assoluta in Italia, la mostra “Georges de La Tour. L’Europa della luce” è aperta da giovedì a domenica, dalle 11.00 alle 19.30 con apertura serale il giovedì sino alle 22.30. La prenotazione è obbligatoria, ma è possibile riservarsi un posto anche poco prima della visita, se la capienza consentita dalla sala non è ancora stata raggiunta per quella fascia oraria. Non si accettano, invece, visite per gruppi o per scolaresche.

Georges de La Tour, I giocatori di dadi, Preston Park Museum and Grounds Stockton-on-Tees, Regno Unito
Georges de La Tour, I giocatori di dadi, Preston Park Museum and Grounds Stockton-on-Tees, Regno Unito

Georges de La Tour: il lato non banale del Seicento in pittura

De La Tour a Milano si era visto solo nel 2011, a palazzo Marino, con due opere. Oggi si contano 40 lavori riconosciuti con certezza e nella mostra a palazzo Reale se ne vedono 15, oltre ad una sedicesima attribuzione. I curatori, Francesca Cappelletti e Thomas Clement Salomon, hanno studiato un percorso che accosta l’autore ad altri pittori europei, in un percorso complessivo di 33 opere.
Chi era Georges de La Tour? Francesca Cappelletti lo ha descritto come un meteorite, un’eccezione nel contesto storico della pittura francese.
Molti consideravano Georges de La Tour un caravaggesco, perché amava dipingere scene illuminate da una piccola fonte di luce e prediligeva i ritratti di persone umili. Amava molto anche i quadri notturni, popolati da giocatori, soldati, indovini. Nonostante le affinità con Caravaggio e malgrado la vicinanza con alcuni pittori come Gerrit van Honthorst, Paulus Bor, Trophine Bigot, La Tour ha un modo personale di dipingere gli “ultimi”.


Georges de La Tour, Donna anziana, Fine Arts Museums, San Francisco, Stati Uniti, dettaglio
Georges de La Tour, Donna anziana, Fine Arts Museums, San Francisco, Stati Uniti, dettaglio

Un pittore riscoperto dalla storia dell’arte

Georges de La Tour è una scoperta per il largo pubblico. La stessa storiografia lo ha ritrovato nel 1915, grazie a un articolo di Hermann Voss e a una segnalazione di Roberto Longhi. Dell’autore, per tutto il Settecento e l’Ottocento si erano perse le tracce.
Furono tre mostre parigine a richiamare l’attenzione sul pittore, ma ancora oggi, i documenti che parlano di lui sono molto pochi. Si sa che lavorò per tutta la vita in Lorena e che fu, nel 1639, pittore del re Luigi XIII. Non si sa se ebbe modo di conoscere l’arte di Caravaggio direttamente in Italia. Inoltre, sono davvero pochi i quadri riconosciuti come autografi.
Alcune fonti dicono che avesse un cattivo carattere e che amasse i cani randagi; del resto, cani, suonatori e mendicanti, uomini ciechi, vecchi, usurai si ritrovano nelle sue opere.
Alcuni esempi da ricordare? Opere come Il denaro versato o I giocatori di dadi hanno una forza quasi ipnotica. La negazione di Pietro sfiora il limite tra sacro e profano, ma, secondo molti, è la Maddalena Penitente una delle sue opere più riuscite.
La mostra si prenota, anche per le categorie gratuite, presso Vivaticket al telefono 02 92897755. In alternativa si prenota al sito web https://mondomostreskira.vivaticket.it/

www.latourmilano.it

Georges de La Tour, Maddalena penitente, National Gallery of Art, Washington D.C., Stati Uniti
Georges de La Tour, Maddalena penitente, National Gallery of Art, Washington D.C., Stati Uniti

Claudia Silivestro

Storie maledette: le dieci frasi di Franca Leosini diventate un cult

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Storie Maledette è un programma dedicato alle storie di cronaca nera ideato, scritto, condotto da Franca Leosini e trasmesso su Rai3.

Le puntate di Storie maledette, per chi se le fosse perse, sono oggi anche disponibili su RaiPlay.

Il programma racconta le vicende umane e giudiziarie di persone che si sono trovate di colpo a vivere una storia maledetta.

Non sono professionisti del crimine i tragici protagonisti delle puntate, ma persone che sono piombate nel baratro della cronaca nera.

Il racconto usa la forma dell’intervista condotta da Franca Leosini all’interno del carcere. La conduttrice, che ha studiato approfonditamente i documenti processuali, fa le domande al protagonista di puntata cercando di capire le vicende ponendo dubbi.

La forza di Franca Leosini sta soprattutto nell’uso di un linguaggio forbito e dell’arte della retorica.

Recentemente Franca Leosini si è trovata al centro di una contestazione di alcune associazioni femministe.

Nell’intervista a Sonia Bracciale, accusata di essere la mandante dell’omicidio del suo violento marito, la conduttrice aveva detto:

“Un quoziente di responsabilità ce l’ha anche lei come tutte le donne che al primo omaggio di uno schiaffone non mollano l’uomo che si è permesso di darglielo”. 

Franca Leosini è tornata sul concetto espresso dichiarando al quotidiano La Stampa:

“Non ho detto che la responsabilità è delle donne, era un contesto colloquiale dove ho espresso un pensiero che corre sul filo della logica e soprattutto che è da considerare un consiglio, non certo un rimprovero. Perché, lo ripeto, sarebbe opportuno per una donna andarsene al primo accenno di violenza. Non aspettare che la violenza monti arrivando alle estreme conseguenze.”

Noi non mettiamo in dubbio che Franca Leosini sia sempre stata dalla parte delle donne.

Per questo vi propongo le dieci frasi che ormai sono diventate cult.

Noi donne, per vostra sciagura, abbiamo le antenne. E sua moglie, molto presto, scopre la sua tresca con Anna Guiso. In che modo? Attraverso quelle antenne di cui ho parlato o attraverso quelle chiacchiere di paese funeste come coliche?

Citazione dalla puntata dedicata al caso Rocca

Lei farabutto e fedifrago come tutti i mariti che tradiscono angeliche spose.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Rocca

Quando Anna decide di lasciarla, lei sembra essere in uno stato di sperdimento e fa anche un bel po’ di cappellate, tali da indurre gli inquirenti e poi i giudici a ritenere che lei fosse responsabile della tragedia.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Rocca

Al confronto di Ivano, Brad Pitt sembrava un bipede sgualcito.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Scazzi

O lei è una grande attrice e il teatro ha perso un talento.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Scazzi

L’incauto giovanotto, mentre frenando i suoi ardori lombari s’inforcava le mutande, come si giustifica con lei?

Citazione dalla puntata dedicata al caso Scazzi

Per quella vita spezzata, apparve già inadeguata la condanna a 14 anni di reclusione, ma autentica esplosione di rifiuto si è avuta quando i giudici della corte d’appello, riqualificando il reato in omicidio colposo, le riducono la pena a 5 anni.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Vannini

Anziché una bella favola di Walt Disney compare, sfavillante e sgomentevole, il filmino di una rovente performance sua e di Ala.

Citazione dalla puntata dedicata al giallo di Gradoli

Rubare l’uomo alla propria sorella è una rasoiata al cuore. E voi due? Niente, giù come ruspe a spianare sentimenti e valori? Non vi ponevate il problema.

Citazione dalla puntata dedicata al giallo di Gradoli

Lei, Sonia, donna generosa, aveva indubbiamente una manina felice, una catastrofica predisposizione a trovarsi tutti gli uomini sfasolati.

Citazione dalla puntata dedicata al caso Bracciale
https://twitter.com/StorieMaledette/status/1272258312743108608

Valeria de Bari

La foto in copertina è di Ivan Palombi per Rai3.

Cinque film sui freaks: quei diversi che chiamavano “mostri”

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Nani, giganti, gemelli siamesi, ermafroditi, donne barbute, uomini scheletro, microcefali, geeks: questi “strani” personaggi stimolano da sempre l’immaginazione e la curiosità degli esseri umani.

La rappresentazione/spettacolarizzazione del corpo straordinario inizia quindi fin dall’età della pietra e continua nei secoli successivi.

Re egizi,  nobili romani, aristocratici europei, fino al Settecento, ospitano nani e buffoni; nel Rinascimento le cosiddette “ballate mostruose” descrivono le malformazioni fisiche; gli intellettuali illuministi collezionano cadaveri di corpi mostruosi nei musei delle curiosità.

Questi “mostri” nel corso dell’Ottocento acquistano poi perfino un carattere commerciale: alcuni imprenditori sfrutteranno i freaks traendo profitto dalla loro esibizione.

A New York, il museo fondato da P. T. Barnum è infatti lo spettacolo più popolare negli Stati Uniti e i fenomeni da baraccone ne costituiscono l’attrazione principale.

Sandrine Lemaire in Zoo umani: dalla Venere ottentotta al reality show scrive:

“Ciò che Barnum inventa in quel periodo è la messa in scena di mostri in un centro divertimenti, programmando conferenze scientifiche, spettacoli di magia, di danza o rappresentazioni teatrali. Si trattava di un nuovo genere di spettacolo urbano[…]”.

L’Ottocento è dunque un’epoca di innamoramento di massa per la mostruosità.

Circhi, fiere, carnevali prosperano in tutto l’occidente per il grande piacere del popolo e il massimo profitto degli impresari.

Dalla fine del XIX secolo però il cosiddetto freak show  non sarà più considerato un’attività redditizia.

Il cinema diventa infatti il nuovo canale di comunicazione di uno sguardo sul mondo.

Vi propongo quindi cinque film sui Freaks partendo dall’omonimo capolavoro di Tod Browning.

Freaks

In un circo pieno di “mostri”, il nano Hans si innamora perdutamente della diva Cleopatra. Apprendendo che Hans è venuto in possesso di una ricchissima eredità, la donna decide di sposarlo.

Il piano è di uccidere il nano dopo il matrimonio per impossessarsi dei suoi beni.

Elephant man (1980)


Il film racconta la storia della vita di John Merrick. Il povero deforme viene scoperto dal dottor Frederick Treves, durante uno spettacolo di strada gestito dal malvagio Bytes.

Treves salva l’uomo elefante da una vita di sfruttamento e umiliazione facendolo ricoverare nell’ospedale di Londra e raccogliendo, con una sottoscrizione pubblica, una somma di denaro sufficiente a mantenerlo fino alla morte all’interno della struttura sanitaria.

Dietro la maschera (1985)

Dietro la maschera è la storia dell’ultimo anno di vita di Rocky Dennis, un sedicenne californiano affetto da una malattia rara: è nato con un eccesso di calcio che gli provoca uno sviluppo eccessivo delle ossa del cranio, a causa del quale sembra portare una maschera leonina.

La scienza medica non può intervenire in alcun modo: l’unica prospettiva è la morte precoce.

Edward mani di forbice (1990)

Una rappresentante va a proporre i propri prodotti cosmetici allo strano inquilino di un castello. Conosce così Edward un ragazzo che al posto delle mani ha delle enormi forbici. Quando la donna cercherà di farlo entrare in società il baratro che divide la gente normale dalla persona “diversa” renderà tutto difficile.

Fratelli per la pelle (2003)

Bob e Walt sono due gemelli siamesi che gestiscono un fast food e riscuotono successo anche nello sport.

I due fratelli sono molto diversi tra loro: Bob è timido e introverso, mentre Walt è tanto esuberante da decidere di tentare la fortuna come attore a Hollywood.

Tutti i film proposti suggeriscono l’idea che la mostruosità non appartenga ai freaks, bensì a coloro che si sono autodefiniti “normali”.

In Freaks il vero mostro è Cleopatra. Inoltre Browning nella sua riflessione coinvolge lo spettatore cinematografico, un voyeur che guarda ossessivamente creature che si distinguono dalla “normalità” soltanto per la diversità del corpo.

In The Elephant man Lynch mostra come la corruzione morale appartenga a personaggi “normali” che si rendono colpevoli, poiché sfruttano il fenomeno da baraccone a proprio vantaggio.

In Mask Bogdanovich presenta individui ottusi e incapaci di comprendere il “diverso”: alcuni compagni di scuola deridono Rocky Dennis e lo emarginano solo per il suo aspetto estetico.

Anche Burton, in Edward scissorhands, mette in luce la mostruosità interiore dei cittadini di periferia.

Infine i Farrelly, in Fratelli per la pelle, mostrano il mondo, portatore di handicap, dello spettacolo. A Hollywood Bob e Walt conoscono persone più “mostruose” di loro: dall’agente nevrotico senza scrupoli, fino a Cher, legata sentimentalmente a un minorenne.

Sembra che i cineasti vogliano imporre allo spettatore cinematografico una riflessione sulla mostruosità, sottoponendogli il seguente interrogativo: “Chi è il vero mostro?”.


Valeria de Bari

Foto di Markus Spiske da Pexels



Le migliori 10 canzoni del rap italiano

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Stilare una classifica musicale è un obiettivo ambizioso per qualunque appassionato.

Proprio per questo nasce la playlist Le migliori 10 canzoni del rap italiano. Chi scrive è cresciuto ascoltando questo genere durante tutta l’adolescenza, con molti artisti che sono stati veri propri compagni di viaggio e di crescita personale.

Il movimento rap in Italia ha almeno trent’anni, decidere i pezzi migliori in un arco temporale così vasto non è cosa facile. La raccolta è in ordine sparso, dal momento che tutti i brani sono a loro modo unici e fanno della particolarità la loro vocazione. Diversi stili, diverse musiche, diverse epoche, ma con un elemento comune: essere il meglio della musica di quel periodo.

Le canzoni sono variegate anche nella fortuna: alcune di queste sono diventate grandi successi, se non veri e propri cult. Altre hanno avuto minor sorte ma rimangono piccole perle, conservate nei ricordi e nelle cuffie degli ascoltatori più aperti.

Spesso l’hip hop in Italia non viene considerato un genere degno di rispetto. Ci sono voluti decenni per vedere finalmente i suoi principali esponenti scalare le classifiche ed essere osservati dalla critica musicale. Rancore, uno degli artisti presenti nella raccolta, ha partecipato all’ultimo festival di Sanremo con il brano Eden, ed ha vinto il premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo tra tutte quante le canzoni in gara.

Le migliori 10 canzoni del rap italiano” serve proprio a ricordare di non sottovalutare questo genere.

Passano gli anni, cambiano gli stili e le influenze, ma la musica di qualità non manca mai. I testi di molti rapper ricevono premi letterari e potrebbero essere benissimo studiati anche nelle scuole. Il rap italiano è qui per restare e merita attenzione.

Dieci canzoni, dieci capolavori, dieci tasselli di un grande quadro che rimarrà per tanto tempo attaccato sulla parete della musica italiana. Buon ascolto.

Lorenzo Balla

Questo articolo rientra nella web story dedicata alle migliori playlist di CulturaMente: dai uno sguardo!

60 anni de “L’appartamento”, la commedia amara di Billy Wilder

Ho detto che non ho famiglia, non che ho un appartamento vuoto. 

Titolo originale: The Apartment
Regista: Billy Wilder
Sceneggiatura: Billy Wilder,  I.A.L. Diamond
Cast Principale: Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Jack Kruschen, Ray Walston, Edie Adams
Nazione: U.S.A.
Anno: 1960

L’appartamento” compie 60 anni dalla sua prima proiezione negli U.S.A. il 15 giugno del 1960.

L’appartamento” è uno dei capolavori indiscussi della commedia sofisticata americana e, soprattutto, di Billy Wilder, che lo ha diretto e sceneggiato.

C.C. Baxter (Jack Lemmon) è un impiegato di New York, scapolo e ambizioso. Si intuisce che lavora bene, ma per fare carriera – oggi come nell’America degli anni ’60 – le relazioni sono importanti. Bisogna farsi conoscere dai superiori e fare buona impressione. L’asso nella manica di C.C. per conquistarli è l’appartamento in cui vive da solo. Potendone uscire ogni volta che serve, lo presta a turno ai suoi superiori sposati, che vi portano le loro amanti.

Non mancano i disagi per Baxter, spesso costretto ad attendere sotto la pioggia prima di poter rincasare o ad andarsene a sera tardi, pur essendo raffreddatissimo. La promozione arriva, premiando sforzi e sacrifici. Tuttavia, la vittoria ha un sapore agrodolce, visto che l’amante del capo del personale è la ragazza di cui Baxter si è innamorato, Fran Kubelik (Shirley MacLaine), che la sera di Natale in quell’appartamento tenterà addirittura il suicidio.

Fin qui, già dalla trama, risulta evidente che “L’appartamento” è una commedia amara di denuncia sociale del cinismo degli ambienti lavorativi. I capi sono tutti uomini. Le donne fanno le segretarie, le impiegate, le ragazze dell’ascensore (come la protagoniste Fran). Spesso diventano amanti dei loro superiori, rigorosamente sposati, che promettono loro di lasciare la moglie, per poi sostituire, presto o tardi, anche l’amante con un “modello più recente”. Le feste di Natale in ufficio si trasformano in divertenti baccanali, ma la mattina del 25 dicembre si aprono i regali sotto l’albero con i propri  figli piccoli.

Ma “L’appartamento” è anche una commedia romantica che diverte con la sua sceneggiatura perfettamente puntuale.

La coppia Billy Wilder – I.A.L. Diamond era già rodata e, l’anno prima, nel 1959, aveva già fatto uscire un altro classico, “A qualcuno piace caldo”, sempre con Jack Lemmon. 

Ma se il film del 1959 entrerà nel mito del cinema, tra scene cult con Marilyn Monroe e battute entrate nella storia del cinema, Billy Wilder considererà “L’appartamento” il suo vertice creativo e ammetterà di non avere mai più raggiunto quelle altezze.

Pioveranno premi: ben 5 Oscar nel 1961, tra cui i pesantissimi  per il miglior film, la  migliore regia e la miglior sceneggiatura originale; la Coppa Volpi al Festival di Venezia del 1960 per Shirley MacLaine. 

La sceneggiatura è un meccanismo talmente perfetto da raggiungere il raro equilibrio tra commedia drammatica e dramma comico (Morandini). “L’appartamento”, infatti, è una commedia cinica ed amara, dove si dà poco spazio al romanticismo. Ma quel poco basta e avanza per renderlo un film d’amore tra due personaggi che nel corso della trama evolvono, o meglio si scoprono per ciò che sono o vogliono essere.

All’inizio, C.C. ci appare come un impiegatuccio servizievole e cinico, che si fa ricattare dai suoi superiori pur di ottenere l’agognata promozione. È così succube da mettere le richieste del capo di turno di fronte alle sue esigenze di sonno e salute e quasi da infastidire lo spettatore. 

Fran, invece, è deliziosa fin dalla prima scena, quando in ascensore cerca di difendersi dalle molestie. 

Un personaggio che appare moderno, anche se incastrato in un cliché. Accetta di tornare ad essere l’amante di un traditore seriale, anche se avrebbe delle alternative, perché convinta che questo sia un po’ il suo destino. Con gli uomini ha “avuto iella fin dall’inizio. La prima volta che mi hanno baciata era in un cimitero, afferma. Si definisce “un pessimo rischio assicurativo”. E si tiene lo specchio da borsetta rotto, perché così, quando si guarda, ci si vede come si sente.

Ma alla fine Fran prende coscienza di quanto vale e di cosa vuole. C.C. si ribella alle prepotenze e segue il consiglio del suo vicino di casa: cresce e diventa un “mensch”, ovvero un “essere umano”. Il cambiamento delle loro vite passa attraverso il loro rapporto, che supera la solitudine di entrambi.

D’altronde la solitudine di migliaia di cittadini newyorkesi è uno dei temi del film. 

È doveroso elogiare la recitazione impeccabile di due attori dalla personalità assolutamente originale. Jack Lemmon ha una fisicità e una mimica peculiari e riconoscibili, che in poche scene trasformano C.C. Baxter da fastidioso travet ad autoironico seduttore. Shirley MacLane è radiosa ed espressiva. Insieme rendono il finale una sferzata di vitalità e buon umore, sciogliendo l’amarezza sottesa in tutto il film.

Anche con questo film – come in “A qualcuno piace caldo” – Wilder e Diamond ci regalano un’ultima scena memorabile, tra due ribelli disoccupati che non fanno che guardarsi negli occhi.

Ragione ha avuto la critica che ha definito “L’appartamento” un pamphlet sulla società americana dei primi anni ’60.

Sicuramente Wilder e Diamond volevano colpire il perbenismo e i valori legati alla carriera e all’ascesa sociale. Ma il regista, anni dopo, chiarì che quella critica non era solo alla società americana, perché quel perbenismo e quei valori (o disvalori) possiamo trovarli in qualsiasi città, non solo a New York. 

E ciò vale ancora ai nostri giorni, tanto da rendere “L’appartamentoun film ancora attuale, ma con il fascino del classico intramontabile della vecchia Hollywood, grazie anche alla sua perfetta fotografia in bianco e nero.

3 motivi per guardarlo:

– perché è uno dei film più belli di Billy Wilder;

– per la scena in cui i protagonisti giocano a carte, in uno scambio di battute perfette tra lui che ama lei e lei che ama un altro e ha infilato una serie di deprimenti delusioni d’amore;

– per il riuscito incastro delle interpretazioni impeccabili di Jack Lemmon e Shirley MacLaine. 

Quando vedere il film:

è sempre il momento giusto per (ri)vedere “L’appartamento” di Billy Wilder.

Stefania Fiducia

E a proposito di Billy Wilder, questo è il precedente appuntamento con il cineforum:

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