“Testimone d’accusa” di Billy Wilder: indagine su Marlene Dietrich

billy wilder testimone d'accusa

Testimone d’accusa è un legal drama in cui Billy Wilder conduce un’indagine ambiziosa sul fenomeno-Marlene Dietrich, attrice simbolo dell’ambiguità.

Titolo originale: Witness for the Prosecution
Regista: Billy Wilder
Sceneggiatura: Billy Wilder
Cast principale: Marlene Dietrich, Tyrone Power, Charles Laughton, Elsa Lanchester
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1957

Billy Wilder e il fenomeno-Dietrich

Testimone d’accusa di Billy Wilder (1957) è un’opera costruita attorno a Marlene Dietrich. Si tratta di un dato fondante, indispensabile anzitutto per comprendere la scelta eccentrica del courtroom drama, genere alieno agli slanci ironici già rattenuti da un’amarezza singolarissima, qui espressa senza alcun velo – con tratto «cinico» e «impietoso».

Basato sull’omonima commedia di Agatha Christie, il film costituisce il compimento dell’operazione tentata con Scandalo internazionale (1948), pellicola dominata dal fenomeno-Dietrich, ora indagato nella sua «semantica esteriore»[1] e nella propria genesi creativo-strutturale.

Il mondo di Marlene Dietrich

Quello di Wilder è un raffinato percorso a ritroso, volto a mostrare – senza disvelamento – giochi di arabeschi e ombre sapientemente intessute. Il lavoro sul “materiale” Marlene è un viaggio al termine del controllo, l’espressione di quel «ligamentum rationis» che Brunetta fa risalire alla trattatistica d’amore[2].

C’è un assoggettamento dei sensi dinnanzi al volto di Marlene, la cinecamera che ne inquadra i “segni” (gambe, sopracciglia, abiti) diviene porta d’accesso a un rituale iniziatico, l’ingresso su un mondo altro di chiaroscuri e ambiguità.

L’occhio di Billy Wilder

Non ha valore un’indagine asettica di quest’enigma insolubile. Erich Maria Remarque scrisse che solo un grande regista può rendere bene la «bellezza» e la «personalità», il «fascino» e il «carattere». Ne L’angelo azzurro (1930) Josef von Sternberg – «Jo»  –  traccia il contorno: il resto è soffio di vento, un «segreto» irripetibile e impenetrabile [3].

Di carattere diverso ma parimenti acuto è Billy Wilder, la cui (doppia) operazione si pone come tentativo di avvicinamento del “mistero”, senza che questo sia violato nella sua intima, proteiforme essenza. Bene afferma Arecco quando identifica in Scandalo internazionale una «critica di Marlene» intesa come «esame approfondito delle facoltà, della natura, dei principi, delle [sue] caratteristiche»[4].

La Dietrich di Scandalo internazionale

Nello schema tipicamente wilderiano – commedia degli equivoci, dei travisamenti semi-grotteschi – prende corpo una preistoria del mito ricollocato, sapientemente, alle proprie origini. La Marlene di Billy Wilder è una canzonettista di bassa lega, «una creatura umana spezzata» come Remarque osava indicarla. Si tratta del suo personaggio tipo, alle prese con un acclimatamento sperimentato e rivelatorio.

È la Dietrich degli inizi, immersa in atmosfere deliquescenti e sordide; è la spia che avrebbe potuto essere, mostrata in sequenze d’immagini che raccontano la storia attraverso i “se” – prisma deformante di una realtà deformata. Più di tutto è l’ipostasi dell’ambivalenza, la sintesi perfettamente sfuggente di erotismo e repressione.

Testimone d’accusa

In Testimone d’accusa tale lavoro viene perfezionato. Billy Wilder adotta il dramma a mo’ di coup de théâtre, volendo rispecchiare il personaggio-Dietrich e, insieme, il finale dell’opera. Stavolta il respiro scenico è al minimo. L’ambientazione si compone d’interni soffocanti, i quali dominano il piano della narrazione (l’aula di tribunale) e i flashback che ne interrompono la linearità (il cinema, la casa dell’anziana Fresh, il locale in cui l’imputato incontra la “moglie”).

Leonard Vole (Tyrone Power) è accusato di aver ucciso la ricca Emily, vedova intravista in una modisteria. Disoccupato, gigolo, il giovane si diletta in cucina e attribuisce all’utilizzo di un tritacarne le macchie di sangue rinvenute sulla sua giacca. A confermare tale versione può intervenire Christine (Marlene Dietrich), la donna altera e spigolosa spontaneamente presentatasi all’avvocato Robards (Charles Laughton). La sua è una testimonianza decisiva, l’unica in grado di minare le accuse.

Cenni di trama

È qui che comincia il lavoro di Billy Wilder su Marlene, il gioco di ruoli che lo porta a riflettere sulle apparenze e l’intricata coabitazione tra virtù e vizio. Un lampo all’indietro restituisce l’immagine di un Leonard sergente, scaltro avventore della cantina “Die Blaue Lanterne” in cui Christine si esibisce tra militari ubriachi. Interrotta dai tumulti, la giovane è tratta “in salvo” dal futuro compagno, che le offrirà cibo e accoglienza al fine di ottenerne la piena sottomissione.

Da cantante scarmigliata, coi pantaloni strappati, Christine appare ora elegantissima in tailleur e cappellino. Introdotta in aula come Helm – cognome del vero marito, sposato in Germania nel ’42 – rinuncia alla versione concordata coi legali e accusa Leonard Vole del crimine commesso. Poco dopo la ritroveremo sfregiata, orrendamente camuffata allo scopo di consegnare del materiale scottante.

Il tema del doppio

Fingendosi un’altra, Christine regala a Robards la carta per la vittoria. Si auto-accusa, inventa un amante, ridona a Vole quell’«ottima impressione» che l’ha sempre salvato. Lui però l’abbandona, si getta fra le braccia di un’altra. A Christine non resta che l’omicidio, un ultimo, estremo atto di dignità.

Quello che compie Wilder è un vero capolavoro di sintesi; il tema del doppio – così frequente nelle sue opere – supera il carattere di scissione per incarnarsi, perfettamente, in un personaggio-interprete dall’identità multipla. Chanteuse e donna impeccabile, meretrice e vittima disgraziata. Christine è la traduzione su schermo dell’anima della Dietrich, ne compendia le interpretazioni, i ruoli cuciteli addosso mediante un procedimento slabbrato, di scarti e sovrapposizioni.

Alle origini del mito

Il rovesciamento di situazione operato da Billy Wilder non ha il solo scopo di mostrare l’inattendibilità delle “impressioni” (Leonard è un vile seduttore assassino); a muovere il regista è soprattutto l’attenzione verso l’universo-Dietrich, già indagato nelle sue origini biografico-artistiche e ora condotto alla «fase successiva, quella di Lola Lola»[5]. “Di Blaue Lanterne”, infatti, è un calco sfacciatamente variato di Der Blaue Engel, le insegne si assomigliano, la natura belluina delle due donne si manifesta in misura sostanzialmente affine.

Christine è il personaggio con cui Billy Wilder gioca di più perché il suo travestimento costituisce un campo d’analisi, è sovversione della norma e sostituzione della stessa. Per suo tramite egli completa la «ricostruzione della […] storia personale»[6] di Marlene, ne sostanzia finalmente il carattere cangiante. «Due donne in una», dichiara Arecco, «due identità in una sola»[7]: il volto eterno e sfuggente di un mito “globale”.

Tre motivi per vedere il film

  • La grande prova di Tyrone Power, a suo agio in un ruolo per sé inusuale.
  • Le gambe-feticcio di Marlene, per “contemplare” le quali fu girata una scena che costò novantamila dollari.
  • Il finale, allegoria dell’inganno e del fallimento dell’umana razionalità.

Quando vedere il film

Dopo Scandalo internazionale

Note

[1] S. Arecco, Marlene Dietrich. I piaceri dipinti, Genova, Le Mani, 2005, p. 80.[2] G. P. Brunetta, Regina del desiderio, in “La Repubblica”, 7 maggio 1992.
[3] Si veda E. M. Remarque – M. Dietrich, Dimmi che mi ami. Testimonianze di una passione, Milano, Archinto, 2002, p. 67 e ss.
[4] S. Arecco, Marlene Dietrich, cit., p. 193.
[5] Ivi, p. 213.
[6] Ibidem.
[7] Ivi, p. 214.

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Avete perso l’ultimo cineforum? Eccolo per voi:

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui