Mask, Dietro la maschera: la vera storia di Rocky Dennis

Dietro la maschera

“Che cosa c’è ragazzi? Mai visto un abitante del pianeta Volturno?”

Titolo: Dietro la maschera
Titolo originale: Mask
Regia:  Peter Bogdanovich
Cast:  Cher, Sam Elliott, Eric Stoltz, Estelle Getty, Richard Dysart, Laura Dern, Micole Mercurio, Harry Carey Jr., Dennis Burkley, Lawrence Monoson, Ben Piazza, Kelly Jo Minter, Andrew Robinson, Nick Cassavetes Paese: USA
Anno: 1985

Dietro la maschera è la storia dell’ultimo anno di vita di Rocky Dennis, un sedicenne californiano affetto da una malattia rara: è nato con un eccesso di calcio che gli provoca uno sviluppo eccessivo delle ossa del cranio, a causa del quale sembra portare una maschera leonina.

La scienza medica non può intervenire in alcun modo: l’unica prospettiva è la morte precoce.

Il caso patologico di Rocky Dennis è realmente esistito, e la dottoressa Anna Hamilton Phelan, che l’ha seguito con le sue cure mediche, collabora alla sceneggiatura.

Bogdanovich realizza una sua personale reinterpretazione della tragica vicenda.

Il film inizia con un lunghissimo piano sequenza, che partendo da una panoramica in campo lungo, arriva ad inquadrare il viso del protagonista.

La macchina da presa, procedendo dal generale al particolare, descrive un paesaggio urbano di periferia, introducendo lo spettatore in una casa come tante, a seguire i gesti di routine di un ragazzo.

Bogdanovich racconta che, inizialmente, il film doveva cominciare con l’arrivo a scuola di Rocky. Tuttavia si è reso opportuno scrivere una scena in cui lo spettatore può, per così dire, rimanere da solo con Rocky. Il pubblico vede così il protagonista gradualmente: prima di spalle incorniciato da una finestra, poi lateralmente attraverso lo specchio, infine, in modo da scorgerne totalmente i tratti somatici.

Attraverso questa presentazione del personaggio, lo spettatore può lentamente familiarizzare con l’immagine del “mostro”, comprendendo in tal modo che il ragazzo è un essere umano.

Con questa scelta di regia Bogdanovich regala allo spettatore una sensazione di tranquillità.

Dopo l’introduzione al e del “mostro”, il regista presenta un altro personaggio principale: Rusty, madre di Rocky.

La donna torna a casa con un nuovo accompagnatore, ma lo molla piuttosto bruscamente appena il giovane la informa che hanno delle faccende da sbrigare in giornata: la scuola, le fotografie, la visita medica.

Dietro la maschera è percorso da una linea tematica nitida: la rinascita parallela di madre e figlio. A tal proposito Bogdanovich afferma:

“Io penso che Mask, oltre che un film sulla voglia di vivere la propria vita, ad ogni costo, sia un film sulla difficoltà di crescere. E il discorso vale per i figli ma anche per i genitori. Esistono genitori che non vogliono prendersi cura dei loro figli e addirittura figli che debbono preoccuparsi dei propri genitori”.

Rusty, madre di un ragazzo “diverso”, adotta, inizialmente, una modo di vivere infantile, il cui sintomo è il riversamento del proprio dolore nella ninfomania e nelle droghe.

Rocky, nel corso del film, riesce ad aiutare sua madre a voltare pagina, “rieducandola”.

Oltre ad affrontare il tema della diversità fisica, Mask è anche un film sulla maschera; non su quella evidente e visibile del protagonista, bensì su quella che indossano gli altri personaggi.

L’uscita del film è accompagnata da diverse polemiche. Bogdanovich accusa pubblicamente lo studio Universal di aver distribuito una versione che egli non approva. In particolar modo il regista sceglie sette canzoni di Bruce Springsteen come colonna sonora, ma queste sono sostituite da brani di Bob Seger.

Ad esempio nel finale, dopo la dissolvenza sul furgone che va verso il cimitero in seguito alla morte di Rocky, si sarebbe dovuta ascoltare Born in the USA, per segnalare al pubblico che non ci si trova nel 1980, bensì nel 1984, quattro anni più tardi.

Si tratta di un anacronismo che ha il fine di dare l’idea del tempo trascorso e di legare il film al suo anno di distribuzione.

Le sette canzoni di Springsteen previste dal regista sono: Badlands, Racing in the Street, Thunder Road, Promised Land, un medley tra Blinded by the Light e Growin’ Up e un breve estratto di Dancing in the Dark, tratta da Born in the Usa.

Queste canzoni sono scelte non soltanto per la musica, ma anche per i testi: Springsteen canta parole di speranza, rivolte a gente che non ha più fiducia nella vita. Bogdanovich spiega:

“Alla fine, la musica e i testi dovevano diventare una seconda voce del protagonista. […] La musica è emozione. Nei momenti più duri Rocky cerca aiuto in questa emozione, come tanti di noi”.

Di conseguenza le canzoni sono il mezzo attraverso cui Rocky avrebbe dovuto esprimere i propri sentimenti.

Tuttavia, come ricorda il cineasta:

“Alla fine decisero di inserire le canzoni di Bob Seger, il quale per carità è un ottimo cantante di rock ‘n roll. Ma Springsteen è un’altra cosa, è un genio, è un grande poeta, un vero artista della working class.”

Tre motivi per vedere il film:

  • Il personaggio di Rocky, un essere umano che non vuole arrendersi.
  • Il racconto di un rapporto madre-figlio complicato e umano.
  • Per commuoversi un po’ davanti a una storia drammaticamente vera.

Quando vedere il film:

In una qualsiasi serata in famiglia.

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Valeria de Bari

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