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Perché Enola Holmes sembra un classico Disney

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Enola Holmes, dai libri al film

Enola Holmes, una delle vittime del Coronavirus, è su Netflix a partire dal 23 settembre 2020.

Il film è l’adattamento cinematografico del primo volume della serie young adult scritta da Nancy Springer, Enola Holmes. Il caso del marchese scomparso.

Il trailer che inganna

Guardando il trailer si potrebbe pensare che Enola Holmes sia il nuovo Sherlock, e invece…

Enola Holmes è un film originale Netflix ma, quando lo vedrete, crederete di stare su Disney Plus.

La sorella sedicenne del celebre Sherlok è cresciuta con la madre a pane e sopravvivenza. A differenza delle ragazze della sua età (siamo nell’Inghilterra del 1884), non è stata educata alle buone maniere, bensì alla lotta e alle scienze. Quando scopre che sua madre è scomparsa, convoca i due fratelli, tra cui il celebre investigatore, e inizia ad indagare. Per farlo deve scappare travestita da ragazzo, perché i fratelli vogliono mandarla in collegio: durante la fuga Enola verrà coinvolta in un mistero, che naturalmente risolverà superando il fratello Sherlock e rivelando un complotto che avrebbe potuto cambiare per sempre le sorti dell’umanità.

Il giallo avventura intriso di femminismo adolescenziale?

Sin dal principio veniamo immersi in un universo dal retrogusto disneyano: Enola è la tipica “principessa Disney” di qualche decennio fa, un po’ goffa e ribelle, che deve farsi strada nel mondo. Affermare che Enola Holmes sia un film femminista mi sembra un po’ troppo: la protagonista è solo una ragazzina molto sveglia, l’ennesima eccezione in un mondo di donne vittoriane, educate per compiacere gli uomini. Purtroppo la pellicola segue un filone caldo, cavalca il marketing delle eroine sul grande schermo, ma manca di profondità e spessore, a differenza degli ultimi film di animazione Disney, come ad esempio Oceania, che nonostante il target offrono comunque ottimi spunti di riflessione.

Anche la scelta registica di far parlare Enola col pubblico (espediente che ho ritrovato anche in Miss Marx ma con tutt’altro esito), mi fa credere che questo film sia pensato solo per le bambine (i bambini non reggerebbero più 30 secondi). Per le adolescenti sarebbe troppo zuccheroso e infantile. Per gli adulti è letteralmente noioso. A stento sono riuscita a tenere gli occhi aperti.

Enola Holmes, il cast capitanato da Undici di Stranger Things

Millie Bobby Brown, alias Undici di Stranger Things, è una promessa del cinema. In questo film sicuramente riusciamo ad apprezzarla in una veste più ironica rispetto a quella che indossa nella serie. In Enola Holmes è fiancheggiata da attori quali Helena Bonham Carter, nei panni della madre, e dai “fratelli” Sherlock (Henry Cavill) e Mycroft (Sam Claflin).

Insomma, vedere o non vedere Enola Holmes?

Sì, se avete meno di dieci anni. Ma in realtà non lo farei vedere nemmeno alle mie nipoti che hanno questa età: c’è davvero di meglio in giro.

Alessia Pizzi


Che cos’è il Layering, la tendenza beauty per il prossimo autunno inverno

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Il Layering è la tendenza del prossimo autunno inverno, una tecnica particolare di cura e pulizia della pelle del viso.

Nato in Giappone, dove le donne sono famose per la loro cosiddetta “pelle di porcellana”, si tratta di una tecnica che consiste nell’applicare sette prodotti specifici diversi, in sequenza, per ottenere una pelle del viso pulita, idratata e nutrita.

Il Layering è una tecnica composta da sette passaggi obbligati: la detersione con olii, la detersione con schiuma, l’esfoliazione, la lozione, il siero, l’idratazione del contorno occhi e la nutrizione delle labbra.

La particolarità di ogni passaggio consiste nell’usare ogni cosmetico specifico in piccolissime quantità, per non appesantire la pelle e prepararla invece per il prodotto seguente. In questo modo si eliminano a fondo le cellule morte della pelle, le impurità e i residui di trucco.

Il risultato del Layering, se eseguito tutti i giorni, è quello di una pelle liscia, vellutata e morbida come una pesca.

Il primo passaggio prevede la detersione con olio: sono da preferire detergenti contenenti olio di mandorle dolci, di rosa mosqueta, nocciola, camelia,  jojoba, di argan o anche olio d’oliva. Questo passaggio serve a rimuovere qualsiasi traccia di trucco e di impurità, in quanto l’olio penetra in profondità nella pelle, anche negli strati più interni.

Per il secondo passaggio, invece, bisogna usare un detergente schiumoso: da un lato la schiuma serve a rimuovere i residui di olio del primo step, dall’altro idrata la pelle del viso alla perfezione.

A questo punto si passa alla esfoliazione con lo scrub: operazione, questa, da non eseguire tutti i giorni, ma al massimo due/tre volte la settimana.

L ’esfoliazione serve a rimuovere le cellule morte dalla pelle. Quello che non tutte sanno però, è che lo scrub si può usare tranquillamente anche con la pelle asciutta, per una esfoliazione più radicale che va più in profondità. Chi ha la pelle molto sensibile, invece, può usare lo scrub sulla pelle del viso umida, così da rendere l’esfoliazione meno aggressiva.

Da qui in poi, i passaggi del Layering prevedono l’uso di cosmetici per riequilibrare e rinvigorire la pelle, dopo che è stata pulita accuratamente e in profondità.

È quindi il turno della lozione, ovvero un semplice tonico rigenerante, che aiuti la pelle del viso a riequilibrare il suo ph fisiologico. Ad esempio, il tonico Aloe BHA Skin Toner della Benton mantiene la pelle pulita, idratata e fresca e può essere usato con tutti i tipi di pelle, anche le più sensibili, perché fatto di ingredienti naturali come BHA e bava di lumaca. 

A questo punto si passa al siero che, grazie alla sua consistenza leggera, non appesantisce la pelle. La caratteristica del siero è la sua capacità di rendere lisce le piccole imperfezioni del volto, per questo è consigliabile usarlo due volte al giorno, mattina e sera.

Adesso bisogna occuparsi del contorno occhi, la zona più delicata di tutto il viso. Basta usare una crema specifica, applicandola con colpetti brevissimi di polpastrello, ravvicinati e leggeri.

L’ultimo passaggio riguarda le labbra, che vanno idratate e nutrite esattamente come il resto del viso. L’ideale è usare balsami che proteggono le labbra da vento, freddo, pioggia, neve o sole: gli agenti atmosferici, infatti, possono provocare le antiestetiche labbra secche, con le pellicine che si sollevano.

Ma c’è di più: il Layering può essere usato anche per i capelli, sempre usando prodotti specifici in sequenza. In questo caso si parte da un olio per nutrire il capello, si prosegue con un semplice shampoo e si conclude con un balsamo. Il tocco in più è l’uso di una lozione che renda brillanti i capelli una volta asciutti e messi in piega.

Per diventare esperte del rituale del Layering non serve acquistare troppi prodotti, l’importante è propendere per quelli giusti. In quest’ottica, una buona idea può essere quella di attivare un abbonamento mensile alla beauty box di Abiby, dove si trovano tanti prodotti per viso, corpo e capelli, perfetti per mettere subito in pratica gli step suggeriti. 

La beauty box di Abiby è tra le più gettonate dalle donne italiane tra i 25 e i 45 anni: da una parte per l’altissima qualità dei cosmetici, dall’altra per la costante ricerca dei prodotti più innovativi. Ma l’abbonamento ad Abiby conquista anche perché attivandolo hai la possibilità di entrare nella community, attraverso cui si può partecipare ad eventi, ottenere promozioni e ricevere regali esclusivi.

Dirty John, una storia vera. L’apparenza inganna, i segnali no

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Dirty John è una serie antologica disponibile su Netflix, tratta dall’omonimo podcast true crime del 2017 del giornalista Christopher Goffard per il Los Angeles Times

 

Trama

Debra Newell è una designer successo che conduce una vita molto agiata. Gratificata professionalmente, da un punto di vista sentimentale collezione disastri. Debra ha difatti alle spalle quattro matrimoni falliti e si mette alla ricerca di una nuova anima gemella attraverso un’app di incontri. I primi appuntamenti sono tutti disastrosi, fino al momento in cui incontra John Meehan, uomo carismatico e affascinante, che la conquista fin da subito, dimostrandosi interessato a lei e facendola innamorare, arrivando in breve tempo a una convivenza in una casa da 6500 dollari al mese  a Newport Beach e successivamente al matrimonio a Las Vegas, nel giro di due soli mesi. Ma le figlie di Debra non si fidano e cercheranno di capire chi sia davvero il nuovo compagno della madre.

Alexandra Cunningham, produttrice esecutiva, ha puntato sul tallone d’achille

L’apparenza inganna, a volte. Lo sanno benen le donne, e anche gli uomini. Si fingono carini, sprecano un po’ del loro tempo in qualche attenzione, qualche parola gentile e il gioco è fatto. Se poi ci si trova davanti ad un sociopatico uscirne “illese” è davvero difficile. Spesso, purtroppo, complice il non bastare a se stesse, il bisogno di attenzioni o semplicemente l’ossessione di dover trovare qualcuno a tutti costi, spinge molte donne a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, prestano poca attenzione a quegli atteggiamenti che con l’amore hanno ben poco da spartire.

Tuttavia non bisogna cadere nella retorica e nel giudizio facile, perché se è vero che nella fase iniziale dell’amore è difficile ragionare con una certa lucidità, è ancor più vero che determinati segnali allarmanti sono di difficile intuizione quando di fronte abbiamo un manipolatore seriale.

L’assenza di retorica bilancia un thriller a tratti lento

Un arco temporale che va dal 2014 al 2016 è il lasso di tempo in cui si è consumato il dramma. Una storia di soprusi, minacce e violenze, ai danni di Debra prima, e della famiglia poi.

Una storia che, grazie all’inchiesta di Christopher Goffard e dell’abilità narrativa di Alexandra Cunningham, non ha necessitato di particolari artifizzi narrativi. La storia è pressoché fedele ai fatti infatti la retorica cinematografica e le licenze narrative sono ridotte all’essenziale.

Eric Bana perfetto nel ruolo, da sfoggio di una grande prova attoriale. Riesce, puntata dopo puntata, a fare emergere con una cadenza ritmica, le nefandezze di Dirty John.

La stessa cadenza seguono in ogni episodio gli indizzi, le rivelazioni, gli sviluppi finanche il plot twist centrale che arriva al momento giusto dando una nuova prospettiva alla serie. Il cambiamento è omogeneo così come le atmosfere. Cambiano i colori e le ambientaziani. Si passa dai colori pastelli a tinte cupe supportate da un alternanza di flashback affinchè lo spettatore possa comprendere le origini di Dirty John.

Piccola curiosità. Il soprannome “Dirty John” era stato dato a John Meenhan da un compagno del college per i suoi atteggiamenti particolarmente dissoluti. Il quale non si pone scrupoli nell’agire sotto la superficie della legalità, violando etica, morale e, ovviamente, la legge.

L’unico elemento incostante nella serie è la tensione dosata con il contagocce, scotto da pagare per una storia vera. Così come i ruoli delle figlie, poco sviluppati e troppo confusi.

Conclusione

Dirty John non è un capolavoro del genere thriller. Ci sono elementi lasciati in sospeso, i flashback rendono a tratti la serie prevedibile, non crea il famoso effetto binge watching che ci si aspetta ma funziona e la serie risulta tutto sommato interessante.

Da guardare assolutamente affinchè, sempre più bombardate dal mito “bello-dannato-problematico” e da donne crocerossine, si ricorda, soprattutto al pubblico femminile, che comportamenti manipolatori, pressioni psicologiche e uomini sociopatici sono tutto tranne che affascinanti e/o romantici.

Angela Patalano

Gli amori incrociati e le beffe de “La dodicesima notte” in scena al Globe Theatre di Roma

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La dodicesima notte” è in scena al Globe Theatre di Roma fino al 18 ottobre 2020 in un adattamento originale e divertente.

“La dodicesima notte” è l’ennesima commedia di William Shakespeare tradotta, adattata e diretta da Loredana Scaramella. La regista, infatti, era già stata artefice delle belle versioni del “Mercante di Venezia”, di “Molto rumore per nulla” e di “Come vi piace” andati in scena al Globe Theatre di Roma.

Anche in questo allestimento de “La dodicesima notte” si ritrova l’abilità di Scaramella di restare fedele all’opera di Shakespeare, dandole un tocco di attualità e valorizzandone la leggerezza.

La commedia prende il nome dalle dodici notti che dividono il Natale dall’Epifania, il periodo festivo per eccellenza nell’Inghilterra elisabettiana.  È un tempo straordinario, ma destinato a finire. Quindi, deve essere usato al massimo, “per raggiungere i desideri che l’eccezionalità della festa promette di realizzare”, scrive Loredana Scaramella nelle note di regia.

Perciò il tempo ha un ruolo importante e i personaggi hanno tutti una gran fretta.

Ricordate il film “Shakespeare in Love”? La protagonista, Viola, suggeriva a William Shakespeare proprio la trama de “La dodicesima notte” ispirandosi alla loro storia d’amore e, soprattutto, alla sua esperienza di donna che recita i ruoli maschili.

Infatti, nella commedia in scena al Globe Theatre, una delle protagoniste si chiama proprio Viola (qui interpretata da Elisabetta Mandalari), naufragata sulla costa dell’Illiria, insieme al suo fratello gemello Sebastiano (Giulio Benvenuti), che lei crede morto. Così, Viola si traveste da uomo e, con il nome di Cesario, diventa servitore del Duca Orsino (Diego Facciotti) e se ne innamora. Il Duca, però, è innamorato della contessa Olivia (Carlotta Proietti), che lo respinge perché in lutto per la morte recente del fratello. Viola/Cesario porta a Olivia vari messaggi di corteggiamento per conto del Duca e, alla fine, la contessa si innamora proprio della giovane travestita da uomo. 

Ne “La dodicesima notte“, tra burle, amori incrociati e giochi di parole, non mancano gli scambi di persona.

Approda sulle coste dell’Illiria anche Sebastiano (Giulio Benvenuti) che, così come la sorella, crede che la sua gemella sia morta durante il naufragio. Il giovane, quindi, si presenta dal duca Orsino sotto mentite spoglie, insieme ad Antonio, che gli ha salvato la vita.  Tutti scambieranno Sebastiano per Cesario, visto che sono gemelli.

Intanto, Malvolio (l’irresistibile Federico Ceci), maggiordomo di Olivia, diventa oggetto di una beffa crudele: il personale di corte e il cugino di Olivia gli fanno trovare una lettera falsa della contessa da cui si lascia intendere che Olivia sia innamorata di lui.

Insomma, “La dodicesima notte” contiene molti elementi tipici della commedia shakespeariana. Oltre ad un naufragio come premessa (come ne “La tempesta”), ricorrono il tema della beffa, dello scherzo, delle identità prima celate e poi svelate, degli amori incrociati (“Sogno di una notte di mezza estate”): lui che ama lei, che ama l’altra (credendola un lui) che ama lui.

Ma, soprattutto, “La dodicesima notte” parla d’amore, facendo sognare e ridere. Personaggio centrale nella trama, pur non essendo protagonista – come capita spesso in Shakespeare – è il buffone della corte di Olivia, Feste, interpretato, in questa versione, dal bravissimo Carlo Ragone.

Nella battuta “un matto saggio vede con chiarezza, un saggio matto perde ogni saggezza” c’è tutto il senso del ruolo del fool nell’opera del Bardo. D’altronde, Feste è il personaggio che “prelude con la sua filosofia venata di spleen alle riflessioni ben più articolate di Amleto”. Lui imprime un movimento di carica e pausa alla messa in scena. È lui a mettere in moto la tempesta iniziale dalla quale si sviluppa il giro del quadrante dell’orologio rinascimentale che scandisce i tempi della scena.

La messinscena dell’adattamento di Loredana Scaramella è molto bella.

Rende la commedia una sorta di opera-rock con le coreografie, le musiche e le canzoni, ma soprattutto grazie ai costumi di Susanna Proietti a metà strada tra il dark e lo steampunk.

Proprio ai costumi è affidato il compito, secondo la regista, di “definire e amplificare il fascino del luogo: uno spazio della mente … un paese delle meraviglie”.

Il tempo del racconto è scandito in dodici postazioni che ruotano nel corso della storia. Perciò, Scaramella ha deciso di collocare dodici sedie sul palco, messe in circolo, da cui i personaggi si alzano a turno per recitare la loro scena, coadiuvati da pochi oggetti che definiscono ogni personaggio.

I contatti fisici sono rarefatti” – precisa la regista nelle note di regia – “i movimenti fortemente formalizzati e, come nei film di Bollywood, le danze e i corteggiamenti avvengono a rispettosa distanza”. Inutile sottolineare quanto queste scelte registiche, coreografiche e scenografiche siano adeguate al tempo del coronavirus.

Se questo allestimento de “La dodicesima notte” ha un difetto è quello che abbiamo trovato anche in altri spettacoli del Globe Theatre di Roma: gli attori non sono tutti allo stesso livello di bravura. In alcuni giovani, infatti, si nota una certa inesperienza, soprattutto se confrontati con i migliori che interpretano i ruoli più divertenti o carismatici.

Lo spettacolo avrebbe dovuto chiudere il 27 settembre la stagione 2020 del Globe Theatre di Roma, che invece è stata – visto il successo – prolungata fino al 18 ottobre. Si potrà assistere, quindi, a “La dodicesima notte” anche il 3, 4, 10, 11, 16, 17 e 18 ottobre.

Stefania Fiducia

Foto di Lorenzo Isoni, tratte, previa autorizzazione, dalla pagina Facebook del Silvano Toti Globe Theatre Roma

Viaggi col Coronavirus: vacanze e smart working negli hotel italiani

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Sì viaggiare… cantava Lucio Battisti. La domanda quest’anno, anno di Pandemia, è: dove?

Non è solo una questione di cosa si può fare e cosa no, non è solo il rispetto delle ordinanze, è anche e soprattutto una questione di paura. Molte persone hanno paura anche solo di prendere il treno o l’aereo per spostarsi.

Si può viaggiare all’estero?

Dal 15 giugno 2020 è possibile spostarsi all’estero. I Paesi europei hanno riaperto i confini e reso libera la circolazione nell’area Schengen. Naturalmente la riapertura totale è a discrezione di ogni Paese. In italia, ad esempio, il Ministero della Salute ha vietato l’ingresso e il transito nel Paese per chi, nei 14 giorni precedenti, abbia soggiornato o sia transitato in Montenegro, Serbia, Kosovo, Romania e Bulgaria. Inoltre, con l’ordinanza del 12 agosto 2020 è stato imposto un “test molecolare o antigenico, da effettuarsi con tampone” (risultato negativo) per chi arriva in Italia dopo aver transitato o soggiornato in Croazia, Grecia, Malta e Spagna nei 14 giorni precedenti.

Attualmente è possibile fare il tampone nella maggior parte degli aeroporti italiani in determinate fasce orarie, altrimenti il viaggiatore deve rivolgersi alle strutture sanitarie locali.

E in Italia come funziona?

Ecco la buona notizia: In Italia si può viaggiare! Ogni regione, naturalmente, ha le proprie regole. In alcune, come Puglia e Calabria, è richiesta la registrazione e l’autosegnalazione della propria entrata nella regione. In alcune regioni si registrano gli spostamenti anche delle persone che si recano nei locali, mentre in altre a malapena si vede girare il personale dei ristoranti con la mascherina. Quindi sta a voi comportarvi in maniera coscienziosa e stare lontani da eventuali assembramenti.

Il rilancio del turismo italiano

Secondo l’ultimo rapporto Istat il settore turistico in Italia vale 25,6 miliardi di euro di fatturato. Il Bel Paese sarebbe il primo in Europa per numero di esercizi ricettivi: per essere precisi 183mila extra-alberghieri e 33mila alberghieri nell’anno 2018. Naturalmente la pandemia ha azzerato il nostro turismo nel trimestre marzo-maggio, privandoci dei 9,4 milioni di euro che i turisti spendono in Italia.

Sta quindi a noi fare il primo passo scegliendo di soggiornare in Italia. L’estate è passata e molti lavoratori non sono proprio andati in vacanza per recuperare i mesi persi durante il lockdown.

Quale occasione migliore dell’autunno, allora, per concedersi un weekend rilassante con il partner oppure due giorni di trekking con gli amici? Puoi concederti una vacanza a breve o lungo termine a seconda delle tue esigenze professionali per ritrovare un po’ di serenità, oppure, se sei in smart working e ti senti un po’ alienato, puoi scegliere di lavorare in hotel! Alcune strutture hanno adibito proprio delle stanze ad hoc per i lavoratori che hanno bisogno di un ambiente diverso per ritrovare l’equilibrio.

Per quanto riguarda il soggiorno in strutture ricettive tutti gli alberghi ormai hanno preso le misure giuste per accogliere al meglio i loro ospiti. Principalmente vengono offerti gel disinfettanti nelle strutture, che non possono più servire i pasti a buffet. Alcuni hotel hanno optato per il servizio in camera, altri hanno eliminato la colazione dai servizi offerti, altri ancora servono direttamente ai tavoli. Nelle camere spesso si trova il telecomando della televisione o del condizionatore inseriti in bustine di plastica. Insomma, i professionisti dell’ospitalità ce la stanno mettendo tutta per accogliere i turisti garantendo il comfort nonostante la situazione disagevole. Se non ti senti sicuro a viaggiare in treno o in aereo puoi scegliere una meta a poche ore da casa e utilizzare la macchina.

Quello che resta da fare è chiedere le ferie, scegliere un hotel in Italia su Voyage Privé o su qualsiasi altro portale di booking e prenotare la tanto agognata vacanza senza essere esageratamente ipocondriaci. Oppure come dicevamo sopra, un’altra soluzione è scegliere di lavorare lontani da casa per staccare un po’ dalla monotonia che il lavoro agile inevitabilmente comporta. Come lo vedi un agriturismo immerso nel verde?

Paolo Conte – Via con me, il film biografia che ci presenta il cantautore

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Nexo Digital porta in sala Paolo Conte – Via con me, il film sulla biografia del grande cantautore piemontese il 28-29-30 settembre e in replica dal 15 al 18 Ottobre 2020.

Un’ora e mezza di film passa piacevolmente, tra spezzoni dei live di Conte in molti teatri e i racconti sull’artista, la sua carriera e la vita.

A parlarne davanti la telecamera De Gregori, Mollica, Arbore, Pupi Avati (grande conoscitore di musica jazz), Benigni, Caterina Caselli, Luisa Ranieri, lo stesso Paolo Conte, il fratello Giorgio e altri ancora.

La voce narrante è di un bravissimo attore e suo fan, Luca Zingaretti. 

Più che essere una biografia fredda come tante, Paolo Conte – via con me, il film, è una chiacchierata. 

Il dialogo avviene direttamente con lo spettatore, che ha per la prima volta una vera occasione di conoscere l’autore con del materiale inedito. 

La musica è stata fortunata che questo avvocato di Asti abbia deciso di buttarsi in questo mondo ed essere piuttosto “l’avvocato difensore della sua musica”, che ha cominciato scrivendo la musica per altri.

I più grandi successi composti da Conte e cantati dai più famosi cantanti della musica italiana sono Azzurro, La coppia più bella del mondo, Insieme a te non ci sto più e Messico e Nuvole.

La passione per la musica è stata alimentata dai genitori, che sapevano entrambi suonare il piano. E non è la sola passione di Paolo Conte. Ha cominciato a disegnare e dipingere anni fa vere e proprie opere d’arte moderna e che sono anche state esposte. 

Un uomo e un artista unico, e lo si intuisce a primo impatto anche dal racconto della sua biografia Paolo Conte – Via con me, un film di Giorgio Verdelli. 
Apparentemente burbero nell’aspetto e nella voce che, allo stesso tempo, è così rassicurante e tenera

Un piemontese legato alla sua terra e al suo clima, a Parigi e che è rimasto colpito da Napoli e dal suo pubblico. Infatti Peppe Servillo ha chiesto se potessero tradurre in napoletano alcune sue canzoni e se lui volesse ricantarle.

Aperto alle varietà di persone, charmant, scherzoso e grande esperto con le parole.

Paolo Conte è davvero molto abile nel descrivere situazioni e scenari, senza fare mai un uso esagerato e saccente delle parole.

La stessa cosa non si può assolutamente dire di Benigni. Anche negli interventi di questo film ha fatto un priapesco sfoggio della sua dialettica e di citazioni imparate a memoria.

Al contrario, il racconto di tutte le altre persone è sublime. 

Ci si perde tra esperienze condivise con Conte, ricordi personali e le sensazioni che arrivano dalla sua musica. 

Non pensavo che dietro l’autore di uno dei brani più celebri della musica si celasse una persona come lui.
Neanche immaginavo quanto fosse un tassello importante della musica jazz italiana, che forse dovrebbe essere più considerata.

Nexo Digital torna al cinema dopo mesi di stop portando in sala l’artista che ci ha fatto cantare durante la quarantena. Un collegamento che solo Nexo poteva fare con l’eleganza e la sensibilità che ha e che caratterizzano i suoi.
In questi mesi si è sentita l’assenza del loro contributo nei cinema alla cultura!

Ambra Martino

“The Mission” e la forza simbolica delle scene

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Se sei nel giusto hai già la benedizione di Dio, se sei nell’errore la mia benedizione non servirà a niente.
Se è la forza che determina il diritto, allora non c’è posto per l’amore in questo mondo.

Regia: Ronal Joffé
Genere: avventura, drammatico, storico
Sceneggiatura: Robert Bolt
Fotografia: Chris Menges
Musiche: Ennio Morricone
Cast: Aidan Quinn, Cherie Lunghi, Chuck Low, Jeremy Irons, Liam Neeson, Ray McAnally, Robert De Niro, Ronald Pickup
Uscita: 16 maggior 1986
Paese: Gran Bretagna

Trama

Ispirato al libro omonimo di Robert Oxon Bolt, The Mission è ambientato nel Sud America, 1750. Padre Gabriel  (Jeremy Irons)  un gesuita spagnolo, entra nella foresta pluviale e scala le spettacolari Cascate dell’Iguazù, determinato a convertire al cristianesimo la comunità dei Guaraní. Inizialmente gli indigeni si mostrano ostili, ma quando padre Gabriel suona il suo oboe, ne rimangono conquistati e lo accolgono tra loro. In breve tempo il gesuita crea la missione di San Carlos, una comunità in cui provvede alla cura materiale e spirituale dei Guaraní, al fine di strapparli alla schiavitù.

Il mercante di schiavi Rodrigo Mendoza (Robert De Niro) alimenta la tratta degli indigeni vendendoli alle piantagioni vicine. Un uomo iroso, che si macchia di un grave omidio, quello del suo fratellastro Felipe. Un giorno, dopo aver trovato la fidanzata al letto con il suo fratellastro, Mendoza lo uccide in duello. La fine diventa l’inizio della vita. Tormentato dalla sua coscienza trova conforto in padre Gabriel. Mendoza decide di accompagnare i gesuiti fino alla missione, trascinando per penitenza un pesante fardello contenente la sua armatura e la sua spada. Giunto tra i Guaraní, viene accolto con compassione dagli indigeni, nonostante essi abbiano riconosciuto il loro persecutore. Commosso, Mendoza comincia ad aiutare la missione. Col tempo, prende i voti e diventa un gesuita sotto padre Gabriel.

Poco tempo dopo l’emissario papale, il cardinale gesuita Altamirano, giunge a comunicare che il territorio in cui si trovano le missioni è passato dalla giurisdizione spagnola a quella portoghese: ordina quindi la chiusura della missione di San Carlos e invita le tribù dei Guaraní ad abbandonare il posto. Padre Gabriel e Mendoza, pur sotto la minaccia della scomunica, dichiarano la loro intenzione di difendere la missione. 

The Mission, un film d’Autore che ha fatto la storia del cinema

The Mission è un cult del 1986, rientra tra i 500 film da guardare.  Un film magistrale che ricevette premi e nomination non senza critiche. Fu premiato con la Palma d’Oro al 39º Festival di Cannes; raccolse ampi consensi agli Oscar con sette candidature, ricevendo l’Oscar per la miglior fotografia; nello stesso anno ha ricevuto cinque nomination ai Golden Globe, vincendone due: quello per la Miglior sceneggiatura a Robert Bolt e quello per la Miglior colonna sonora a Ennio Morricone

Altrettanto magistrale è stata l’interpretazione di Robert De Niro. Da duro e cinico schiavista diventa un pacato e sereno uomo convertito profondamente. Sulla stessa scia Jeremy Irons eccelle nelle vesti del missionario portatore di pace e amore. Un uomo che non conosce la violenza e le armi anche quando tutto attorno è morte e pericolo.

The Mission punta su Morricone e Menges e fa scacco matto dando vita ad uno dei film più riusciti della storia del cinema

La riuscita del film è dovuta proprio al sapiente utilizzo della realtà circostante. Pensiamo al paesaggio maestoso e sublime come quello delle cascate dell’Iguazù, incredibile regione pluviale al confine tra Argentina, Paraguay e Brasile. Il fotografo Chris Menges, partendo da questa scenografia naturale, ha saputo mescolare i toni freddi della vegetazione e delle cascate, con quelli caldi delle rocce, del fango e degli indios. Una fotografia curata nei minimi dettagli che hanno regalato allo spettatore la bellezza dei luoghi incontaminati.

Ancor più emozionanti sono le musiche composte da Ennio Morricone, che ha composto una delle colonne sonore più riuscite nella storia del cinema. Musiche che hanno reso ancora più incisive determinate scene. Pensiamo alla battaglia sulle canoe, che pur nella sua drammaticità diventa ancora più intenso e struggente grazie all’utilizzo di uno dei cori più belli mai interpretati. 

The Mission, un film dotato di un’intensità struggente in grado di comunicare emozioni forti senza l’ausilio di molti dialoghi

Tanti sono i film cult della storia, pochi hanno la forza di reggersi senza l’ausilio di molti dialoghi. The Mission fa proprio questo, si distacca dalla consuetudine e punta tutto sulla fotografia e sulle colonne sonore. Le immagini hanno la capacità di parlare da sole grazie alla forza simbolica di alcune scene. Pensiamo al personaggio interpretato da De Niro, che per espiare i suoi peccati trascina, lungo il suo percorso, armi ed armature che avevano fatto di lui un uomo iroso e accecato dalla gelosia fino a diventare un omicida.

Scene potenti che urlano silenziosamente la sofferenza atroce del cuore di un uomo. Una forza simbolica che rimbalza sullo spettatore creando una connesione intima. Una forza che ha lo scopo di ricordarci la fatica che facciamo quando trasciniamo, nella nostra quotidianità, i drammi, le inquitudini, le angosce e le paure del passato. Pesi che rallentano il nostro percorso di vita, succhiando le nostre energie, proprio come accade a Mendoza.

Amore e odio con la critica

All’epoca della sua uscita The Mission fu praticamente travolto dalle critiche. Si ritenne che il film aveva il solo scopo di diventare un Kolossal, lamentando dunque una eccessiva “spettacolarità” distorcendo gli eventi storici che videro coinvolti i Gesuiti in Paraguay.

Allo stesso modo fu criticata l’eccessivo buonismo del film, per alcuni troppo legate al mito del “buon selvaggio” e ad una visione “paternalistica” del rapporto colonizzatori/colonizzati. Un escamotage che celava il reale dramma che si viveva al tempo, la morte atroce in cui incorrevano molti missionari e lo sterminio di molti indigeni trattati alla tregua di mera merce.

Curiosità

  1. Il film è costato 50 miliardi. È stato girato in Colombia e Argentina, da una ‘troupe’ di 180 persone (italiani, inglesi, francesi, tedeschi e colombiani) e 250 Indios Waunana;
  2. Ennio Morricone, tentennò inizialmente nell’accettare l’incarico offertogli da Joffè; il film era tanto perfetto e compiuto che non necessitava dell’ausilio musicale, solo l’insistenza del regista lo fece recedere dal suo iniziale rifiuto.

Tre motivi per vedere The Mission:

  1. La presenza di paesaggi maestosi che fanno da scenografia naturale;
  2. Per le musiche di Ennio Morricone che hanno fatto la storia del cinema;
  3. Per lo forza simbolica di molte scene.

Quando vedere il film:

The Mission è un film impegnativo e lungo per cui va guardato quando si ha molto tempo e senza distrazioni.

Angela Patalano

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum

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“La lirica ha contribuito a rendermi donna”. Intervista a Johanna Finocchiaro

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Una silloge lirica intensa, completamente nuda, disarmante, onesta; attraversa ogni momento della vita e delle esperienze vissute e le ritrasmette, specchiate e riflesse dalla mia anima a quella del lettore.

Impossibile descrivere la magia del linguaggio poetico. L’unico sentiero percorribile è quello di lasciarvisi trascinare dentro.

Spero amiate il viaggio quanto me.

Chi è L’autrice

Johanna Finocchiaro nasce a Torino il 7 settembre 1990, in un decennio tutto in divenire, tra passato e futuro.

La famiglia ha origini siciliane, un’impronta che porta nel cuore e nel DNA, ma lei e il fratello maggiore crescono in Piemonte, terra adottiva a cui è molto legata. La sua è una sensazione di doppia ricchezza; ne è fiera e grata.

Ha 29 anni e non li dimostra. Troppo vivace, troppo sensibile, troppo sognatrice, troppo insofferente per adeguarsi all’età adulta, uno sforzo che rimanda a data da definirsi.

Ha studiato ed insegnato lingue (contando l’italiano, sei e tutte meravigliose): ama pensarle come ponti che gettino le basi tra esseri umani, soprattutto laddove il terreno è più fragile. Attualmente lavora nella sicurezza e accoglienza, presso un importante istituto bancario.

Eterna curiosa, ama leggere, viaggiare, parlare, la musica e l’arte.

Spirito solitario all’occorrenza, si dedica da sempre alla scrittura, suo naturale ed impellente bisogno quanto suo indiscusso “padrone”. La poesia la sceglie e la rappresenta. Un mondo d’infiniti significati nascosti, che vuole scoprire uno a uno ed offrire, dal suo personale punto d’osservazione, al lettore. Riceve alcuni riconoscimenti nazionali, partecipa ad una raccolta lirica corale e pubblica un e-book.

Fa parte della corrente letteraria dei “Poeti emozionali”, nata a Torino nel giugno 2020. Amici pochi, malinconica, felicemente zia, terribilmente insicura, leale, caparbia. Innamorata.

Per me è un gran piacere intervistarti. Prima di tutto mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dalla tua breve biografia abbiamo imparato cosa fai, dove lavori. Io vorrei sapere cosa ti piace fare, come passi il tempo libero: leggi, scrivi, disegni? Ti piace passeggiare nella natura.

Cosa mi piace fare, Barbara?! Credimi, è la domanda che mi mette più in difficoltà, questa!

Partendo dal presupposto che sono iperattiva e disperatamente entusiasta (al punto da diventare ingestibile, alle volte, come una bambina), faccio fatica a non trovare aspetti interessanti in qualsiasi cosa, luogo, attività o persona! Così come respiro profondamente quando il medico poggia lo stetoscopio sul mio petto, vivo a fondo ogni giorno, tutto il giorno.

Amo coricarmi stanca la sera, stremata persino, sapendo di aver colto ogni forma e colore.

È questo ciò che preferisco: la ricerca della vita in sé.

E nel mio cercare, approdo volentieri alla lettura, al cinema, all’arte, alla musica (ascolto e canto) e al contatto con la natura. Senza tralasciare sport e buon cibo, sane risate e organizzazione di gite e viaggi.

Speriamo tutto questo dinamismo non affretti la comparsa dei primi capelli bianchi, visto che domani compirò 30 anni!

Ora che ci conosciamo meglio mi piacerebbe sapere cosa è per te la poesia e per quale motivo scrivi.

La poesia è ciò che mi viene meglio, la mia naturale espressione.

L’ho capito a 13 anni, quando la professoressa ci ha spiegato, durante l’ora di antologia, in cosa consistesse il flusso di coscienza. È stato come venire illuminati sulla via di Damasco, una rivelazione: mi sono accorta di averlo sempre utilizzato; inconsciamente, di trasformare ogni composizione non pedestremente guidata da specifica consegna, in un “flusso” appunto. Di parole, pensieri appena sussurrati, emozioni, anima. Un groviglio razionalmente illogico ed irrazionalmente logico. 

Poesia è la libertà di far fluire quel tutto, bene e male, luce e ombra, senza dover inscatolare o spiegare. Anzi, non sopporto le etichette né le analisi. Così come la mente lavora senza confini, la lettura non va “guidata”. Il lettore deve guardare, sentire più che capire quello che gli arriva, forse qualcosa di completamente diverso dall’intenzione di partenza dell’autore. È uno spazio franco in cui s’incontrano tutti i colori del mondo. È una terra in cui non è richiesto di restare né di andare. Una specie di porto che lancia a nuovi orizzonti. La poesia è il viaggio più autentico.

Quando hai iniziato a scrivere? Dove scrivi?

Ho iniziato a scrivere appena ho intuito che, a parole, non esprimevo altrettanto bene i pensieri.

Nonostante sia stata sempre socievole e chiacchierona, la parte intima, buia, onirica ha cominciato a “spingere” fuori molto presto; una sensibilità forte, l’innato bisogno di scavare e poi tradurre quelle sensazioni ingombranti in un linguaggio tutto mio. Trovare pace.

Avevo 11 anni, in prima media, quando è cominciata la passione per la poesia. Ma già dalla quinta elementare leggevo con meraviglia le liriche del geniale Gianni Rodari e riflettevo tra me e me: “Voglio trasmettere la stessa bellezza. La scrittura può, le parole sono effetti speciali”. 

Compongo ovunque, ma solo se sento quel “clic”, quell’input. Amo scrivere mentre viaggio in treno o stesa sui prati. Tuttavia, porto sempre con me un taccuino per evitare appunti svolazzanti (quasi sicuramente destinati ad essere persi).

Fra le poesie più belle che ho letto delle tue, mi è rimasta impressa “Clic”. Dicci di più. E poi quando hai finito di parlarne io vorrei sapere qualcosa della tua poesia “Danza”.

Grazie Barbara, sono felice ti sia piaciuta proprio la poesia che dà nome ed identità al mio libro.

“Clic” ha avuto una stesura sofferta e piuttosto lunga; ho dovuto ammettere il cambiamento che stavo attraversando, prima di poterlo analizzare. La poesia è talmente terapeutica, non credi?!

Breve spiegazione

Comincio ricordando a me stessa di quante cose devo essere grata per poi rinnegarle. Non volutamente, certo. Diciamo più ignorarle.

Quando attraversiamo periodi deludenti, che la delusione derivi dall’esterno o da noi stessi, sembra non fare alcuna differenza. Tutto viene assorbito da questo buco nero, che soffoca e nasconde ogni sprazzo di luce. In parole povere? Vediamo il bicchiere mezzo vuoto!

Dovevo essere onesta con me stessa, riconoscere questo percorso malsano, per poter cambiare strada e direzione. D’altronde, clic è il rumore di un interruttore. E il processo nasce per essere invertito; se spengo, posso sempre riaccendere!

“La danza” è, invece, la descrizione simbolica di quel che succede nella mia testa. C’è sempre un gran caos lassù, un tale viavai, una perenne danza di pensieri ed intenzioni. È un po’ come ritrovarsi in una terra incantata, in un sogno, sprovvisti di mappa. L’unica soluzione è ballare forte, lasciarsi trasportare dalla “musica”!

“Ho smesso”, cosa hai smesso? La gelosia cosa è per te?

Ho smesso di essere irrealista, pretenziosa, di nutrire il gusto per l’impossibile. Certe dimensioni semplicemente non possono esistere, non nelle condizioni in cui ce le immaginiamo. Ecco perché smetto.  Di farmi male, di sperare, di aspettare.

E questo concetto vale anche per le persone.

Potere ne abbiamo moltissimo; bisogna capirlo per concentrarlo su noi stessi, senza sperperarlo al vento. Sul mondo esterno non abbiamo giurisdizione. 

La gelosia è per me un metro di misura: la sua comparsa e la sua intensità dicono molto dei miei sentimenti.

L’acqua scorre. Dove va?

Va un po’ dove vuole ahimè, anche nelle mie poesie!

Scherzi a parte, l’acqua di cui scrivo è ovviamente simbolica. Si riferisce a una persona a me molto vicina, soprattutto nell’indole e nell’interiorità.

Lei sottovaluta la sua influenza: la libera con una violenza inaudita ma dopo distante la dosa con saggezza, ristorandomi. Esattamente come il corso di un fiume, il suo flusso non è monotono né costante: varia e muta a seconda dell’ambiente e degli ostacoli che incontra.

Ammiro quest’acqua, desidero somigliarle, la avvicino, ma ne ho timore. Come se ne ha di ogni elemento naturale.

L’essere così imprevedibile e forte la rende una continua sorpresa ai miei occhi, che si riconoscono talmente tanto in Lei da confonderla con l’amore stesso.

Non so dove sfocerà. Quel che so è che mi attraversa.

Per ultimo raccontaci di questi disegni di donna che troviamo nel libro e sulla copertina.

Alcuni dei disegni all’interno del libro e la copertina sono stati curati dalla mia tatuatrice e artista di fiducia, oltre che amica, Federica Obinu.

Apprezzando il suo stile, le ho chiesto se se la sentisse di trasporre in disegno quello che le arrivava dalla lettura delle poesie. Ha accettato, ammettendo che sarebbe stata una sfida, qualcosa in cui per la prima volta si cimentava.

Ha superato ogni aspettativa. E sono fiera che abbia fatto parte del progetto.

Questi volti di donna, così marcati e sofisticati, sono il ritratto stesso della poesia, che osserva, sente e riporta.

In piccola parte, anche di me. La lirica ha contribuito a rendermi donna, alla scoperta di emozioni e desideri ai quali non sapevo dare un nome, alla mia evoluzione. So che non sarei la stessa persona senza averla accolta nella mia vita, nonostante comporti spesso dolore.

Il richiamo frequente al simbolo della lampadina, tanto caro, è un’umile riconoscimento a me stessa. Come tutti, ho superato prove che hanno messo a dura prova non solo l’energia bensì la volontà di lottare. Ma quel famoso clic, questa volta usato per accendere la luce, ha finito per rischiarare i miei passi e il mio futuro! 

Ti vorrei ringraziare di aver accettato la partecipazione al nostro salotto letterario e ti abbraccio anche se solo virtualmente.

Barbara Gabriella Renzi

Maya Hawke brilla al Festival di Venezia 2020, aspettando Stranger Things 4

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Maya Hawke è la protagonista del film ‘Mainstream’, presentato a Venezia. La vedremo anche in Stranger Things 4?

E’ il 1997, il regista Andrew Niccol regala all’umanità un film pazzesco: Gattaca. Interpretato da Ethan Hawke, Uma Thurman e Jude Law, lascerà il segno nel pubblico. Ma lascerà anche altro: una storia d’amore tra Ethan Hawke e Uma Thurman da cui, nel 1998, è nata Maya Hawke.

La carriera eclettica

Come tanti figli d’arte, all’inizio Maya non era molto convinta di intraprendere la strada dei genitori. Ma il DNA non perdona, e dopo le superiori in un college artistico, è approdata alla Juillard, famosissima scuola americana dove si formano gli artisti di domani.

Mentre studia alla Juillard, inizia a lavorare nella miniserie televisiva della BBC Piccole donne, nella parte di Jo March, ruolo che poi sarà anche di Emma Watson.

Seguendo le orme della madre, finisce nel caldo abbraccio registico di Quentin Tarantino, ottenendo una parte in C’era una volta a Hollywood.

Maya Hawke è Robin in Stranger Things 3

Nella terza stagione di Stranger Things, i fan della serie TV da milioni di spettatori, fanno la conoscenza di un’adolescente davvero brillante: Robin. Collega di Steve nella gelateria Scoops Ahoy, nel centro commerciale Starcourt, diventa subito parte integrante della lotta contro mostri, cattivi, scienziati russi e forze soprannaturali.

Simpatica, intelligente e determinata, Robin è il personaggio rivelazione della terza stagione di Stranger Things. Aggiunge intelligenza e carisma al gruppo, ed è il primo personaggio che fa coming out nella serie, anche se tutti immaginavano un happy end con Steve. Chissà come si evolverà in Stranger Things 4!

Maya Hawke a Venezia 2020

Maya arriva al Lido di Venezia insieme alla regista Gia Coppola, che l’ha diretta nel film “Mainstream” presentato nella categoria Orizzonti. E’ un film che parla dei ventenni di oggi, tra connessioni, like, social e rapporti mediati da tanta, forse troppa tecnologia. La giovane attrice si conferma icona di stile, indossando un abito a sirena sui toni del nude, creato da Atelier Versace, e sfoggiando un bob molto retrò, che è già il must have dell’autunno.

E’ molto probabile che la rivedremo nella quarta stagione di Stranger Things, le cui riprese dovrebbero iniziare a breve. Nel frattempo, possiamo affermare che è nata una stella!

Micaela Paciotti

Abbey Road: l’ultimo album dei Beatles

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I Beatles pubblicano Abbey Road il 26 settembre 1969.

In quel momento nessuno poteva immaginare che sarebbe stato l’ultimo disco registrato in studio dei Beatles, quello che avrebbe chiuso la storia della più grande band di tutti i tempi.

La copertina di Abbey Road è tra le più famose della storia della musica. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr attraversano la strada sulle strisce pedonali più iconiche del mondo.

Per la prima volta su un album dei Beatles, la copertina non contiene né il nome del gruppo né il titolo dell’album.

A giugno del 1969, Paul McCartney informa il produttore George Martin che i Beatles vogliono registrare un nuovo album, partendo da zero.

E così i quattro tornano tra le mura protettive di Abbey Road, dove hanno registrato i loro dischi migliori. E accade l’impensabile: i Beatles, che venivano da un periodo di profonda crisi, riescono a registrare senza litigi e discussioni e tornano a divertirsi.

La musica dei Fab Four ha ritrovato la magia.

Abbey Road entra al primo posto della classifica degli album britannici già ad ottobre e ci rimane per diciassette settimane.

TRACK LISTING

  1. Come Together
  2. Something 
  3. Maxwell’s Silver Hammer 
  4. Oh! Darling 
  5. Octopus’s Garden
  6. I Want You (She’s So Heavy) 
  7. Here Comes The Sun
  8. Because
  9. You Never Give Me Your Money 
  10. Sun King 
  11. Mean Mr Mustard 
  12. Polythene Pam
  13. She Came In Through The Bathroom Window
  14. Golden Slumbers
  15. Carry That Weight 
  16. The End 
  17. Her Majesty

Come together è la traccia che apre l’album.

Lennon aveva scritto il ritornello in occasione della campagna elettorale di di Timothy Leary candidato a Governatore della California, il cui motto era “Come togetherjoin the party!”. Il brano è stato successivamente rielaborato da Paul McCartney, che ha creato la versione presente nel disco.

John Lennon porta in questo disco un altro grande pezzo: Because. Secondo alcuni racconti Lennon, aveva chiesto a sua moglie Yōko Ono di suonare al pianoforte Al chiaro di luna di Beethoven al contrario, e da lì si è ispirato per creare la melodia di Because.

Le armonie vocali sono uno degli aspetti più distintivi del brano. Lennon, McCartney e Harrison hanno sovrainciso le loro voci per tre volte, ottenendo l’effetto di nove voci.

Paul McCartney compone per Abbey Road solo due brani, Oh, Darling!Maxwell’s Silver Hammer

Il disco deve la sua grandezza a George Harrison, ormai un autore alla pari di Lennon e McCartney.

Harrison porta Here Come The Sun uno dei grandi successi dei Beatles, e  Something, un altro classico della band.

Il lato b del disco si presenta come un lungo medley di otto brani suonati come fossero un’unica traccia. L’idea era partita da McCartney e George Martin.

La suite è composta da You Never Give Me Your Money/Sun King/Mean Mr Mustard/Polythene Pam/She Came In Through the Bathroom Window/Golden Slumbers/Carry That Weight/The End. Dopo venti secondi dalla conclusione di The End chiude la sequenza la traccia Her Majesty, inizialmente scartata e inserita poi come “bonus track”.

Quello che viene fuori è un lavoro leggendario. Dei brani citati Come TogetherSomething e Here Comes The Sun sono almeno tre capolavori tra i più famosi di tutta la musica pop.

Non a caso Abbey Road diventerà l’album dei Beatles più venduto di sempre.

Valeria de Bari

Autonomi in smart working: le nuove abitudini tra lavoro e famiglia

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Negli ultimi tempi molti lavoratori sono stati costretti ad abbracciare nuove abitudini, lavorando molto più frequentemente da casa. Durante il lockdown quasi tutti hanno lavorato da remoto e oggi, sebbene la situazione sia parzialmente rientrata, alcune persone continuano a lavorare perlopiù in smart working con ovvie conseguenze sull’equilibrio tra vita familiare e professionale.

Come cambia la casa con lo smart working

Chi lavora in smart working ormai ha imparato che la casa può trasformarsi rapidamente in un ufficio. Ci si trova a vivere un unico spazio sia per le attività lavorative che per quelle private. Ciò può comportare non pochi problemi, in primis dal punto di vista pratico e della logistica. Occorre quindi trovare una collocazione adeguata che permetta di mantenere alta la concentrazione. Una volta individuato il punto migliore della propria abitazione da dedicare al lavoro, si deve allestire una postazione che sia non solo funzionale e confortevole, ma anche il più possibile isolata dai rumori di casa.

Cosa non può assolutamente mancare? Ovviamente l’energia per ricaricare i vari dispositivi elettronici, la quale potrebbe comportare costi non indifferenti. Per questo conviene passare in rassegna le diverse offerte della luce per partita IVA sui siti dei più grandi player del mercato, per scegliere la migliore sulla base delle proprie necessità. Fondamentale è anche avere una connessione a internet performante, insieme a tutta la strumentazione tecnologica necessaria a svolgere le proprie mansioni al meglio: computer o laptop, mouse, cuffie, webcam, stampante, hard disk, etc. Molto importante è anche avere una sedia ergonomica per affrontare nella posizione corretta le tante ore da trascorrere davanti al PC. Infine, meglio sempre darsi delle semplici ed efficaci regole di condotta: vietato cedere alle distrazioni durante gli orari di lavoro e, viceversa, non investire il proprio tempo libero nel lavoro (anche per evitare il rischio burnout).

Donne lavoratrici: il difficile equilibrio tra lavoro e famiglia

Gestire la famiglia e le faccende di casa rappresenta già di suo uno dei lavori più impegnativi che ci siano. Quando poi si aggiunge anche la professione svolta a casa, ecco che la situazione può diventare ancora più complessa. In realtà, stando ai sondaggi, le donne sono state quelle che hanno affrontato meglio questo cambiamento di abitudini, anche perché il 60% delle intervistate era già avvezza a lavorare in questo modo. Fare una call con un bimbo in braccio è diventato normale per molte mamme lavoratrici. Una donna su tre ha poi dichiarato di aver lavorato di più durante il lockdown, proprio per via dei cambiamenti di routine legati allo smart working. In questi casi rischia di crearsi un grave squilibrio, che mette in difficoltà la donna e comporta un ripensamento degli equilibri all’interno del nucleo familiare.

Per concludere si può affermare che il mondo del lavoro sta assistendo a cambiamenti epocali con ripercussioni importanti sui lavoratori e a cascata anche sulle famiglie.

Nevermind: l’album dei Nirvana che ha fatto la storia del rock

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Il 24 settembre del 1991 i Nirvana pubblicavano Nevermind, il disco della band che sarebbe entrato a pieno titolo nella storia del rock.

Siamo negli anni ’90 e i Nirvana si aggirano nella scena underground di Seattle senza sapere che sarebbero diventati la band più rappresentativa del genere grunge.

Nevermind, che significa “Non ci pensare”, è il secondo disco dei Nirvana, dopo il promettente esordio di Bleach.

Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl pubblicano un disco fatto di un’ora di brani tecnicamente semplici trasformati in capolavori dall’incredibile e inconfondibile rauca voce di Cobain.

TRACKLISTING

  1. Smells Like Teen Spirit
  2. In Bloom
  3. Come As You Are
  4. Breed
  5. Lithium
  6. Polly
  7. Territorial Pissings
  8. Drain You
  9. Lounge Act
  10. Stay Away
  11. On A Plain
  12. Something In The Way

L’album si apre con Smells Like Teen Spirit. Quattro accordi, un testo quasi non-sense e un ritornello urlato che diventa subito il simbolo della rabbia della nuova generazione.

Ecco una curiosità riguardante la nascita di questo singolo. Kurt Cobain e Kathleen Hanna, leader della band Bikini Kill erano a casa di  Cobain. Dopo qualche bicchiere di troppo Hanna prende una bomboletta spray e scrive su un muro: “Kurt Smells Like Teen Spirit” (Kurt odora di Teen Spirit). Il teen spirit non era però lo spirito rivoluzionario e giovanile, mal interpretato da Cobain, ma il marchio di un deodorante per adolescenti. 

Il secondo brano è un altro capolavoro: In Bloom, un pezzo fantastico che si dipana su un giro di basso malinconico, per approdare a un ritornello graffiante.

Poi arriva Come As You Are, la mia preferita su tutte. Il giro di basso è mitico con la sua aura depressa, nostalgica e angosciosa.

Comincia Breed, pezzo punk carico di adrenalina e schitarrate.

Lithium è uno dei pezzi più popolari dell’album ed è un mix perfetto tra il basso nostalgico e la schitarrata urlata.

Polly è un pezzo banalissimo, un semplice giro di accordi su chitarra acustica, ma qui si sente la forza decisiva della voce di Cobain. Il pezzo crea un’atmosfera “defaticante” prima della botta punk di Territorial Pissing.

Seguono Drain You e Lounge Act che concorrono a far diventare Nevermind un manifesto generazionale.

Arriviamo a Stay Away, un altro grande pezzo in cui la batteria di Grohl ci fa muovere e ballare.

C’è infine l’ultima traccia, la più intensa e struggente. Due note, una chitarra acustica, la voce di Cobain: questo è Something In The Way che canta dei giorni che ha passato sotto un ponte, cacciato di casa e in preda a uno sconforto inimmaginabile.

Dopo 10 minuti di silenzio ascoltiamo la ghost-track. Una registrazione di chitarre con distorsioni laceranti. Endless, Nameless è il titolo di questa registrazione fatta di quasi sette minuti di rabbia.

I Nirvana trovano anche una copertina a dir poco iconica, quella del neonato che nuota in una piscina dall’acqua limpidissima cercando di afferrare una banconota appesa a un amo.

Nevermind diventa ufficialmente disco d’oro (cinquecentomila copie vendute) il 12 ottobre, a soli diciotto giorni dall’uscita. 

Valeria de Bari

Un Amico Straordinario arriva in home video, in dvd e blu-ray

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Arriva disponibile nei negozi specializzati l’home video di Un Amico Straordinario.

Il film che ha visto tornare Tom Hanks alla ribalta delle Oscar nominations nel febbraio scorso è disponibile in Dvd e Blu-ray. E ovviamente anche in digitale sulle principali piattaforme di streaming VOD. Grazie alla Universal Pictures Home Entertainment Italia, che ci ha fatto gentilmente pervenire una copia in blu-ray, consigliamo l’acquisto data l’alta qualità del film e dei contenuti extra.

Oltre 15 minuti scene aggiuntive. Uno speciale sulla realizzazione del film dietro le quinte. Il commento del regista, immancabile per gli appassionati. Ovviamente uno speciale su Tom Hanks, come giusto che sia. E tanto altro sulla creazione di un film dal grande cuore.

Tom Hanks, quel sorriso amichevole che incanta il pubblico da generazioni

Come infatti raccontavamo nella nostra recensione di Un Amico Straordinario lo scorso marzo: “L’attore che, ormai da tre decenni, è il simbolo del bravo ragazzo, della persona a modo, della gentilezza e della tranquillità. Basta scorrere il web per vedere i tanti aneddoti simpatici riportati da gente comune che riguardano l’attore. Raggiunta la maturità, non ci si guadagna il soprannome di “American’s Dad” per caso. […] Un insegnamento che, chissà, Tom Hanks stesso ha appreso in gioventù proprio seguendo in televisione il vero Mr. Rogers. Certamente ha messo nella sua perfetta, calibratissima, misurata interpretazione tutta quella sopita sofferenza interiore. Ogni gesto, ogni frase quasi sussurrata, ogni alzata di sopracciglio racconta un modo di insegnare qualcosa al prossimo.”

Non lasciatevi quindi scappare Un amico straordinario dalla vostra videoteca personale, un acquisto assolutamente da non perdere.

 

Al Festival di Venezia 2020, “Agalma” un documentario che prende il largo

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Al Festival di Venezia 2020, “Agalma” si presenta come un racconto inedito che congiunge la cinematografia all’arte antica

Regia: Doriana Monaco
Genere: documentario
Anno di produzione: 2020
Durata: 54′
Paese: Italia
Voci: Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni

Trama

Napoli. Alla fine di via Foria svetta maestoso il palazzo del Museo Archeologico Nazionale che ospita una quantità monumentale di collezioni e reperti. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico, un vortice di attività fornisce nuovo respiro a statue, oggetti e reperti del museo. Il film osserva ciò che accade ogni giorno nei suoi ambienti, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori. Agalma (dal greco “statua”, “immagine”), vuole essere un viaggio che esplora ogni aspetto del museo, intercettando la dedizione e la responsabilità che anima coloro che agiscono all’interno di una macchina imponente e delicata, sottolineando la natura insieme frammentaria e complessa del modo antico e dell’arte classica.

Il MANN al Festival di Venezia 2020

Selezionato alla 17esima edizione delle Giornate degli Autori in occasione della 77 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia“Agalma” è un film documentario scritto e diretto da Doriana Monaco con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni.

Agalma unisce il fascino e la maestosità del patrimonio culturale custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Grazie al calore e la dedizione di coloro che animano il Museo giorno dopo giorno, il documentario riporta in vita le opere e lo fa grazie alla regista Doriana Monaco che pensando fuori dagli schemi, realizza un vero e proprio racconto.

Fotografie sul set del film documentario Agalma sul Museo Archeologico Nazionale di Napoli di Doriana Monaco
Fotografie sul set del film documentario Agalma sul Museo Archeologico Nazionale di Napoli di Doriana Monaco. Foto Angelo Antolino.

Doriana Monaco da voce alle Statue del MANN

Ogni opera “prende vita” in tutta la sua magnificenza grazie ad un nuovo modo di comunicare l’arte, unica protagonista. E lo fa attraverso la costante cura che gli addetti ai lavori svolgono. Una catena di montaggio inarrestabile, che combatte contro il tempo, affinchè questo tesoro non resti solo nella memoria. Un’attività di conservazione che avviene mentre milioni di visitatori esplorano ogni giorno il palazzo borbonico che ospita il MANN.

Se amate l’arte e il calore dei napoletani è un documentario da vedere. La regista ha saputo trasportare sullo schermo la magia e le atmosfere del MANN. E forse per questa ragione che il museo ha attratto i grandi del cinema: da Rossellini a Ozpetek.

Note di Regia

“Seguire la vita del museo per quasi tre anni mi ha dato l’opportunità di scoprire un universo altrimenti inaccessibile – penso al mondo sommerso dei depositi – e filmare momenti memorabili come lo spostamento della scultura dell’Atlante Farnese, il ritorno della statua di Zeus dal Getty Museum o l’allestimento della mostra sulla Magna Grecia nelle sale con i pavimenti costituiti dai mosaici di Pompei. L’archeologia come materia viva, ecco uno dei temi del film. La necessità era quella di trovare una chiave che sovrapponesse lo sguardo archeologico a quello cinematografico, depurandolo dall’elemento divulgativo che spesso accompagna i documentari archeologici per affidare il più possibile il racconto a trame visive. Agalma è la relazione tra l’opera e chi la osserva e ne è osservato. Lo sguardo della statua diviene luogo di possibilità interpretative, punti di vista e nuove visioni che si riflettono nello sguardo del visitatore a sua volta intercettato dal cineocchio, rievocando il ruolo performativo che la cultura greco-romana riconosceva alle immagini”.

Angela Patalano

Endless: una storia d’amore senza fine finalmente al cinema

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Endless, una storia d’amore senza fine: finalmente si ritorna al cinema

Una storia d’amore infinita quella di Endless – “Senza fine”, con protagonisti due ragazzi, che inaspettatamente vedranno stroncati i loro sogni.

Dal regista di “Sei ancora quì”, non è nuova la trama che affronta una delle tematiche che più sta a cuore a Scott Speer.

In qualche modo la vicenda narrata ci ricorda un film che è stato l’emblema delle storie d’amore di tutti i tempi, interpretato da Patrick Swayze e Demi Moore, “Ghost” (Fantasma).

Ci sono alcune similitudini tra i due film, che fanno pensare a chiari riferimenti, ma il dramma in questione è totalmente diverso. Un’altra storia viene raccontata qui: una vicenda fresca, nuova, giovane, attuale; non così matura come in Ghost.

La storia è così moderna e ambientata ai giorni nostri, che il regista ha la straordinaria capacità di descrivere a pieno le abitudini dei ragazzi del 2020.

Un film molto realistico. Si tratta di un drama-sentimental, un film che racchiude tante sensazioni e ricco di sentimenti. Sono presenti diversi stati d’animo: la rabbia, l’amore, il risentimento, l’ingiustizia.

Una storia d’amore, ma anche di perdita, perché l’amore è anche dover lasciare andare quando è necessario. La connessione tra i due è così forte, che nessuno riesce a crederci e a vederla.

Riusciranno i due protagonisti a sconfiggere tutto e tutti e a combattere la morte?

Per scoprirlo, non vi resta che andare al cinema, dal 23 settembre e godere di questa intensa storia d’amore. Un film a tratti drammatico, a tratti sentimentale, che descrive benissimo la realtà nella quale viviamo oggi. L’apparenza che deve riuscire a superare i sentimenti.

Un viaggio nell’amore che va al di là della perdita. Molto strappalacrime, quindi preparate i fazzoletti. Anche chi non è amante delle love story potrebbe apprezzare il film per la sua drammaticità. Sono un po’ di parte perché adoro questo regista, famosissimo anche per “Il sole a mezzanotte”.

Il Sole a Mezzanotte. È sempre un buon momento per amare

 

Chris e Riley, così si chiamano i due protagonisti, dimostreranno di essere molto maturi per la giovane età che hanno, grazie all’intensa connessione che li lega. Il film dimostra che niente e nessuno può spezzare quello che c’è tra due persone, quando è così speciale. L’amore continuerà.

Il film è stato girato in British Columbia, Canada, e le riprese si sono svolte tra il 13 novembre 2018 e l’8 dicembre 2018.

Il Cast

L’attrice protagonista scelta, Alexandra Shipp, non mi piace affatto,  specialmente per l’innaturale differenza di età tra i due protagonisti: Nicholas Hamilton ha 20 anni e lei 29; la trovo davvero inadatta per il ruolo rivestito. Sarebbe stato grandioso vedere Bella Thorne, nei panni della protagonista.

Trovo giusto e un bravissimo attore, invece Nicholas Hamilton, che abbiamo già visto recitare nei panni del bullo di IT. Nonostante la faccia da cattivo, riesce in questo ruolo ad essere dolce. Oltre ad essere un fico stratosferico e ricordare Kevin Bacon, col suo ciuffo, agli esordi, nel film “Tremors”, riveste benissimo il ruolo a lui assegnato.

 

SCHEDA TECNICA:

Data di uscita: 23 settembre 2020

Genere: Drammatico, Sentimentale, Fantasy

Anno: 2020

Regia: Scott Speer

Attori: Alexandra Shipp, Nicholas Hamilton, Famke Janssen, DeRon Horton, Ian Tracey, Patrick Gilmore, Catherine Lough Haggquist, Aaron Pearl, Zoë Belkin

Paese: USA

Distribuzione: Eagle Pictures

Sceneggiatura: Rohit Kumar, Oneil Sharma, Max Work
Fotografia: Frank Borin, Mark Dobrescu

Montaggio: Sean Valla

Musiche: Todd Bryanton, Nik Freitas

Produzione: Summerstorm Entertainment, Thunder Road Pictures, Film House Germany, Ingenious Media, Minds Eye Entertainment, Rapid Farms Productions

BUONA VISIONE E BUON RITORNO AL CINEMA! Che possa essere ricco di emozioni, come lo è stato per me!

Alessandra Santini

Referendum confermativo 2020: il Sì mette in luce un abisso tra gli elettori

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L’ultimo referendum confermativo per il taglio dei parlamentari è stato un po’ come il referendum per l’uscita del Regno Unito.


Le sorti del Paese sono state decise, ancora una volta, dalle generazioni più anziane, senza preoccuparsi minimamente del futuro dei giovani. Esattamente come quattro anni fa per la Brexit.

Al referendum costituzionale confermativo sulla modifica degli articoli della Costituzione per il taglio dei parlamentari l’elevato numero di elettori di grande età ha fatto vincere il Sì.
Il motivo non è che queste persone volessero realmente tagliare il numero dei Parlamentari perché gli stesse bene la modifica. Almeno non per tutti. La reale ragione è un’altra.

Molte persone hanno votato sì per dare un messaggio forte e chiaro ai politici, che è il popolo che decide, che se vogliono li mandano “tutti a casa”. Vecchi slogan che tornano su come una peperonata. Avrebbero voluto il taglio degli stipendi ma, non potendo votare per quello, hanno votato sì ad un taglio, uno qualunque, pur di far capire che è il popolo che comanda.

Insomma, nel ‘700 in Francia votavano per far tagliare teste, in senso letterale, questa volta si vota… per tagliare teste. Poi dici che non li devi chiamare “boomer”!

Votare no, perché il taglio dei parlamentari non è quello che si voleva, bensì il taglio dello stipendio, era un pensiero troppo razionale e critico per le generazioni di sessantottini che hanno perso la bussola e proseguono le loro lotte passivo-aggressive, mentre fanno un autogol imbarazzante.
Se chiedessimo ad un boomer qualsiasi perché lo hanno fatto, risponderebbero che sono stanchi della politica, dei politici che fanno i loro interessi e non pensano agli italiani. 

Dall’altro lato della medaglia, quello del No, ci sono molte altre persone, prevalentemente giovani, che sono molto più stanche.

Sì, noi giovani siamo stanchi. E frustrati.

Non solo ci ritroviamo ad affrontare una classe politica inetta che non ci rappresenta e vive in una realtà obsoleta e retrograda che non rispecchia quella di molti di noi, ma abbiamo a che fare anche con generazioni di incapaci al pensiero critico che vota e supporta questa classe politica. O perché è d’accordo col loro pensiero o perché vogliono “fargli vedere chi comanda”. 

Molti di noi sono cresciuti guardando Le follie dell’imperatore e siamo finiti per essere tutti come Yzma.
Sì, avete capito la citazione, ché tanto stavamo tutti con le mani alle tempie appena abbiamo visto il Sì vincere. 

Le preoccupazioni dei boomers? Il lavoro e la pensione.
Noi? Neanche ci speriamo più in un lavoro stabile e alla pensione!

La realtà è che in Parlamento sono pochi i rappresentanti che portano le nostre lotte, e quasi tutti lì se ne fregano di noi, dei nostri diritti e del nostro futuro. E nonostante tutto avremmo voluto che il Parlamento restasse così com’era.

Il referendum confermativo del 20 e 21 Settembre per il taglio dei parlamentari ha messo in luce uno squarcio tra gli elettori.

Noi siamo stanchi di far parte di un elettorato sempre meno informato e anche male, conservatore e pieno di pregiudizi, perciò razzista, sessista e omofobo. Non vogliamo fare queste lotte infantili che fanno i boomer per ripicca o vendetta. Noi lottiamo esclusivamente per ottenere ciò che vogliamo.

Siamo stufi di vedere che a rappresentare anche noi ci sia una classe politica che, essendo grande di età, ha la stessa mentalità degli altri elettori.
C’è una frattura apparentemente insanabile tra noi giovani e tutte queste persone, elettori e politici.

Questa differenza abissale non sarà mai colmata finché non verrà fatto qualcosa per noi da tutte queste persone che hanno mandato allo sfascio il Paese e che ci lasciano in eredità frustrazioni, danni ambientali e economici.

Io e i ragazzi più giovani, tra i 25 e i 18 anni che abbiamo votato in maggioranza il No, siamo stufi di vedere prendere le decisioni sul nostro futuro da queste persone che non rappresentano noi e la nostra realtà. Queste persone stanno solo peggiorando la situazione, schiacciandoci con l’ignoranza contro un muro. Sarà solo a causa loro se aumenteranno casi di aggressioni razziste, omobilesbotransfobiche e sessiste, in particolare verso le donne.

Esistiamo noi giovani e altre persone più grandi in Italia che siamo pochi rappresentati.

Siamo ancora troppo pochi e con poche risorse per prenderci la nostra fetta di rappresentanza in questo Paese, per sfidare una casta chiusa e marcia di corruzione e egocentrismo senza i loro stessi mezzi.
Non possiamo con le scarse possibilità che abbiamo sfidare e battere questo sistema a cui non importa di noi, e che ha smesso di funzionare nel momento in cui l’accesso alla politica è diventato riservato a pochi.

Perché le soluzioni che adottiamo per cambiare in meglio le cose non sono dire alle ragazze di coprirsi, di far indossare le divise, di dire ai ragazzi di non tenersi le mani per strada, di avere i capelli piastrati o corti come i bianchi, o di non indossare indumenti facente parte la pratica religiosa. 

C’è una gioventù che si sta autoeducando al rispetto di tutte queste libertà e di queste scelte!

E sono cose che non abbiamo imparato dai nostri genitori o dai nostri insegnanti. Nei casi migliori, hanno sessismo, razzismo e omofobia interiorizzati e scaricano giudizi e odio non richiesti anche su completi sconosciuti, oltre ai propri figli.

Non vogliamo politici che ci danno i contentini e promesse ipocrite. Vogliamo i diritti che ci spettano in quanto persone. Vogliamo essere liberi da giudizi e pregiudizi che ci ostacolano anche nella nostra carriera, se siamo scuri di pelle, se siamo donne, se siamo transgender, se amiamo e preghiamo chi ci pare. Anche se siamo troppo formati o se non abbiamo fatto un percorso formativo convenzionale.

Vogliamo vedere noi, le nostre realtà e il futuro rappresentati anche in Parlamento. Forse ci riusciremo tra qualche anno, quando altri giovani avranno raggiunto la maggiore età, e allora saremo di più, sempre di più, in tantissimi.
Forse, perché ha vinto il Sì a causa di generazioni di adulti che pensano di cambiare le cose con la vendetta e con mosse infantili e controproducenti, e in futuro saremo meno rappresentati.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Niccolò Caranti https://commons.wikimedia.org/wiki/File:2011_Italian_referendums.jpg

“Sto pensando di finirla qui”: una poetica trasposizione di Kaufman

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Immaginate di ripercorrere la vostra vita, come un treno in corsa le immagini sono sfocate. Il tempo rimbalza come una pallina impazzita. Immaginate di essere in un sogno, niente è come sembra. Guardate il mondo con i vostri occhi, ma il corpo è di uno sconosciuto.

Immaginate ora che nella vostra mente entri un visionario come Charlie Kaufman che inizia ad esplorare nei meandri dei vostri ricordi. Nudi emergono dalle tombe, cupi in viso si mescolano tra di loro confondendosi.

Immaginate…

“Sto pensando di finirla qui” è la frase che Lucy ripete continuamente nella sua testa durante il viaggio in macchina col suo ragazzo, Jake. Sono trascorse 6 o 7 settimane dal loro primo appuntamento e quel viaggio li condurrà dritti a casa dei “suoceri”. Un passo importante tradito dal monologo di Lucy: Sto pensando di finirla qui, ripete mostrando tutte le sue perplessità su quella scelta forse troppo azzardata.


Un pensiero può essere più reale, più vero, di un’azione. Puoi dire qualunque cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero

 

I dettagli mostrano un loop esistenziale fatto di ossessioni e prigionia psicologica

Il film, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore canadese Iain Reidè, è un dramma esistenziale meraviglioso, profondo e intenso che punta tutta la sua forza sui dettagli.

Grazie alla regia di Kaufman – maestro dell’esistenzialismo nella cinematografia – lo spettatore è catapultato in questa storia onirica e visionaria. Accompagnato attraverso i ricordi, che si confondono e si fondono con una dimensione interna dell’essere umano, viene poi abbandonato sul “ciglio della strada” frastornato da mille domande.

Sto pensando di finirla qui è una pellicola che dilata, scena dopo scena, la sua essenza come una macchia d’olio. Si espande a ritmo del canto delle sirene, ammaliando lo spettatore, conducendolo lungo un labirinto senza via di scampo.

Sto pensando di finirla qui è una pellicola di difficile definizione che assume i toni cupi dell’horror e del noir senza mai sfiorare realmente il genere. Lo spessore narrativo, supportato da un background altrettanto imponente, richiede un grado di attenzione alto. Non sono ammesse distrazioni. Solo un occhio attento è in grado di tracciare le piccole sfumature e i dettagli che man mano il regista lascia intravedere, perchè ad ogni rivelazione corrisponde sempre un dettaglio.

Kaufman porta su Netflix una storia che affascina ma che al contempo angoscia e disturba lasciando lo spettatore in balia delle sue emozioni.

Una trama inafferrabile che punta su monologhi costanti interrotti da dialoghi. Presente e passato, realtà e aspettative disilluse confluiscono in una sola persona che assume mille sfaccettature.

Sto pensando di finirla qui è un monologo interiore che echeggia da una stanza ad un’altra

Un film complesso nato dalla mente geniale di Kaufman che gioca al gatto col topo con lo spettatore. Il regista parte dall’illusione/ideale intorno al quale ogni uomo costruisce la sua effimera felicità e la getta nel logorio della realtà simboleggiata dalla casa di campagna dei genitori di Jake. Il tempo inizia a disconnettersi in ripetizioni costanti, in immagini vuote e nei personaggi che mostrano un protagonista sempre meno stabile.

Ancora una volta il regista destruttura un ideale per spogliarlo della sua essenza, e lo fa abbandonando lo schema classico dei tre atti. Kaufman segue un percorso tutto suo fatto di strade deserte, colori cupi e frasi dette a metà. Una dimensione distorta come lo sono i vecchi ricordi dove tutto sembra non avere senso, soprattutto per uno spettatore abituato alla linearità. Un film che nella confusione di scene sfalsate, silenzi, vuoti e battute morte conduce ad un finale non tanto scontato mostrando una vita bloccata da catene immaginarie. Le stesse che Jake afferma di avere in macchina, quelle catene che lo riportano sempre a casa, lugubre, soffocante che lo desatellizza fino ad annullare la sua anima.

Angela Patalano

5 motivi per vedere Cobra Kai, aspettando la terza stagione

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Sono passati più di 30 anni da quel calcio frontale che segnò la vittoria di Daniel LaRusso, allievo dell’onorevole maestro Miyagi, contro Johnny, punta di diamante del Cobra Kai, dojo di bulli e di violenti.

Il trailer

 “Puoi anche perdere contro l’avversario, ma non puoi perdere contro la paura”. Correva l’anno 1989 e con queste parole il maestro Miyagi incoraggiava il suo Daniel-San, che combatteva sul tatami, nel finale di Karate Kid 3. L’eterna lotta tra i bulli e i bullizzati, tra ricchi e poveri, tra superficiali e sensibili, finiva con il famoso calcio della gru, rimasto nell’immaginario collettivo.

Netflix, oggi, ci entusiasma con una produzione di tutto rispetto, Cobra Kai. Grazie a questa serie tv rincontriamo i personaggi che avevamo conosciuto e amato alla fine degli anni 80, nella famosa saga dedicata al karate.

La prima cosa che si nota è che nonostante sia trascorso moltissimo tempo, in Cobra Kai nessuno ha superato davvero il passato: tutti gli adulti hanno un ricordo vividissimo di quegli anni, quasi presente. Fare karate negli anni 80 ha evidentemente influenzato a vita i protagonisti, che continuano a citare aneddoti e frasi come se fossero passati pochi giorni.

Nonostante Daniel LaRusso abbia le rughe e Johnny Lawrence le guance cadenti, sono ancora rivali, con una rabbia e una cocciutaggine completamente insensate.

Ecco, per gustarsi Cobra Kai (a me è piaciuto da matti), bisogna sospendere il giudizio, non pensare che un padre di famiglia possa ancora rosicare malissimo perché 30 anni prima qualcuno gli ha distrutto un bonsai o lo ha sconfitto in un torneo locale.

La trama di Cobra Kai

Rincontriamo Daniel (Ralph Macchio) da adulto: è ricco, possiede un autosalone che gestisce con la moglie e ha una figlia, Sam. Johnny (William Zabka), invece, è un uomo abbastanza allo sbando, senza soldi e lavoro. Ha un figlio, Robbie, con cui praticamente non parla e che vive da solo.

Per un caso fortuito, i due vecchi rivali si incontrano all’autosalone e l’ostilità si riaccende. Johnny riapre il dojo Cobra Kai, che in breve tempo attira tutti i losers della scuola che vogliono imparare a difendersi con il karate. Tra questi ci sono Miguel e Falco, il primo diventerà l’allievo prediletto e il secondo passerà da vittima di bullismo a bullo.

Daniel, preoccupato dal dilagarsi del Cobra kai, decide di riaprire il dojo di Miyagi, che è rimasto identico: le macchine anni 50, il giardino, lo steccato. Il suo primo allievo, a cui farà “dare la cera, levare la cera” è proprio Robbie, il figlio di Johnny, ma nessuno lo sa. Anche la figlia di Daniel, Sam, si unisce al dojo paterno.

Laddove nella vita reale per diventare cintura nera o anche vagamente bravo, una persona normale ci mette anni, nella realtà televisiva dopo poche lezioni già assistiamo a combattimenti degni di Bruce lee o Jackie Chan. Ok, ri-sospendiamo il giudizio, perché the show must go on.

Di episodio in episodio, in due stagioni tanti equivoci contribuiscono ad aumentare la distanza tra i due dojo, che diventa sempre più abissale, nonostante lo spettatore abbia consapevolezza che si tratti di fraintendimenti.

La ciliegina sulla torta è l’arrivo in città di Sensei Kreese, il cattivissimo maestro di Johnny, che ha popolato gli incubi di migliaia di adolescenti per la sua cattiveria e il suo sguardo di ghiaccio. È tornato per riprendersi il Cobra Kai e per insegnare ancora di più a “colpire per primo, colpire forte, senza pietà”. Johnny capisce che questo motto è sbagliato e può portare i ragazzi sulla cattiva strada, come era successo a lui da ragazzo, ma -forse- è troppo tardi.

Ma c’è molto di più, ecco i 5 motivi per vedere Cobra Kai

1. La nostalgia degli anni 80

Dopo Stranger Things è chiaro al mondo che gli anni 80 sono rimasti nel cuore di tutti. I vari flashback e riferimenti a Karate Kid, la festa a tema dove Sam è vestita da Molly Ringwald in Bella in Rosa (chi non ha visto questo capolavoro del 1984?), ma anche tutte le t-shirt di gruppi rock indossate da Johnny e la colonna sonora squisitamente eighties.

2. Il teen drama

L’amore ai tempi del liceo è sempre una calamita: Sam ama Miguel ma il padre le fa cambiare idea. Si avvicina così a Robbie che nel frattempo si dimostra più furbetto di quanto sembri. Miguel conosce Tory, una karateka brava quanto Sam, ma molto più rude. Tory si mena con Sam, che pensa ancora a Miguel, che viene pestato da Robbie. Cosa c’è di più bello delle pene d’amore di un gruppo di adolescenti? Soprattutto se invece di affidarsi a un diario segreto si affidano a kata e calci volanti.

3. La riflessione sui genitori

Se gli adolescenti sono pieni di problemi, chiediamoci perché: padri assenti o infantili, concentrati su cose senza senso. Johnny, per esempio, non vive con Robbie, che cerca di riabilitarsi lavorando all’autosalone. Daniel LaRusso lo accoglie prima come allievo e poi in casa sua, visto che il ragazzo vive in povertà ed è solo. Contestualmente Daniel non riesce a capire i problemi di sua figlia Sam, anzi, neanche si sforza di chiederle come sta. Inoltre le chiede cose da adulti, come fare da mediatrice tra la madre e la nonna, mentre lui passa le giornate a pensare al maestro Miyagi e al suo passato. A forza di pensare al karate, finirà per trascurare addirittura il suo lavoro. La rivalità tra Johnny e Daniel porterà i ragazzi alla confusione totale, divisi tra istinto e razionalità, tra l’onore e il tradimento, senza una guida stabile.

4. La possibilità di cambiare

Come il cemento deve rimanere in movimento, così chi non cambia e non impara è destinato a bloccarsi. L’insegnamento di Johnny aiuta molti dei suoi allievi a cambiare pelle, a migliorarsi, ad uscire dalla passività per affrontare le difficoltà. Anche gli allievi del dojo Miyagi scelgono di abbracciare una filosofia di vita più introspettiva e di pace, evitando dinamiche di eccessiva violenza. Ma non è facile, bisogna rimanere concentrati e fedeli a sé stessi, invece sembrano tutti banderuole al vento.

5. Nessuno è perfetto

In Cobra Kai nessuno è perfetto. Se in karate Kid la differenza tra buoni e cattivi era palese e si poteva fare il tifo, ora è tutto diverso. Johnny da ragazzo si è comportato male perché la sua guida (Sensei Kreese) lo ha traviato dalla retta via e non si è più ripreso. Quindi ai nostri occhi si riabilita. Non è cattivo, ha avuto cattivi maestri. Daniel LaRusso, invece, da bravo ragazzo si trasforma in un boomer insopportabile, restio al perdono e a qualunque tipo di comprensione. Vive indietro di 30 anni e non riesce ad evolversi. In Cobra Kai non è il massimo della simpatia e lo spettatore tende ad affezionarsi di più al suo rivale. Anche gli allievi non sono da meno: la rabbia di Falco o di Aysha deriva da anni di bullismo, ma chi siamo noi per giudicare la loro voglia di rivalsa? Persino l’angelica Sam non sa bene come schierarsi e cosa fare, finendo per fare più di un errore.

Cobra Kai stagione 3!

Sicuramente ci sarà una stagione 3 di Cobra Kai, con altri personaggi della saga di Karate Kid. Il nome Ali Mills vi dice qualcosa?

Micaela Paciotti

Cultura -IN- Mente: storie di tradimenti necessari

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Ho dormito con un altro, ma tu sei il più caro per me.


Tradire, dal latino tradĕre «consegnare», attraverso il significato di «consegnare ai nemici».

Tradire significa quindi rinnegare l’altro o qualcosa di noi stessi che non ci appartiene più? Si lega ad una necessità interna o esterna? Ma soprattutto, è una cosa negativa?

L’apparenza inganna, anche nelle tombe!

Un’antica e misteriosa iscrizione greca ritrovata nelle caverne di Maresha attorno al III-II sec. A.C. sembra darci un’interpretazione in merito al tradimento. Questa è la mia traduzione del testo inglese su Atlasobscura.com:

Non c’è nulla che io passa fare per te ormai, nulla che possa darti piacere. Ho dormito con un altro, ma ti amo, sei l’unico che conta per me. In nome di Afrodite, sono felice di una cosa: ho il tuo cappotto come garanzia. Ma scappo, ti lascio alla libertà. Fai ciò che vuoi. Non colpire il muro, il rumore si sente dall’interno. Comunicheremo la nostra presenza l’uno con l’altro attraverso i movimenti. Questo sarà il nostro segnale.

Sembra proprio che le tombe fossero un’ottima location per gli incontri amorosi, lontani da occhi indiscreti, e sembra anche che una fanciulla stia dando l’appuntamento al proprio amato, dopo averlo tradito.

Tuttavia, gli studiosi che hanno pubblicato il Corpus Inscriptionum Iudaeae/Palastinae nel 2010 non sono affatto convinti che l’interpretazione sia così immediata! Questo perché lo studioso Mitchell Dahood, gesuita americano ed esperto di Semitic Studies, affermava che spesso gli uomini lasciavano un pegno alle prostitute (ecco la “garanzia”), mentre nel libro di Amos si legge che tale pegno poteva essere proprio di un mantello (quindi un “cappotto”). Molto più interessante l’interpretazione di Ecker, secondo cui una donna parla con amato deceduto: del resto siamo in una tomba! In questo caso si tratterebbe di un “botta e risposta” tra i due. Io sono a favore della tesi sulla prostituta: nel testo viene nominata Afrodite, patrona dell’etère (come riportano molti nomi dei templi a lei dedicati con epiteto Hetaira, compagna), profili di donne che acquisirono moltissimo potere in età ellenistica, anche presso le corti. Se così fosse, poi, il tradimento farebbe anche meno male…

Il libro? È carta passata…

Alzi la mano chi ha tradito la carta! Chi non l’ha ancora fatto, forse sarà tentato da un nuovo strumento di piacere: si piega come uno smartphone, verrebbe da dire oggi, ma è un e-reader. È il prototipo avanzato di E Ink Corporation, la società creatrice dell’inchiostro elettronico.

Si legge, si scrive, si piega. Come se fosse carta, quindi? Proprio qualche giorno fa restavo incantata di fronte alla pubblicità del paper tablet: una meraviglia. Ma nella lotta tra cartaceo (bello, profumato, carico di emozioni, ma davvero pesante da traslocare) e l’e-reader (più freddo, ma decisamente più pratico) adesso si inserisce così, a tradimento, l’ebook pieghevole su cui si può scrivere. IL TRIANGOLO NO!

Cos’altro dovranno inventarsi le case editrici per vendere i cartacei? Non è un caso, a mio avviso, se col dilagare del mercato del libro digitale, le copertine dei cartacei siano diventate delle piccole opere d’arte. Ma cosa possiamo fare noi poveri lettori, mentre il marketing ci inebria da un lato con questi bei libri cartacei, tutti bramosi di essere sfogliati, e dall’altro con tutti questi ebook-offerta-lampo-che-li-compri-con-un-click?

Due amori, due amanti. Eh no, l’ebook pieghevole non ci voleva proprio a complicare le cose. Ma del resto, a volte si tradisce soprattutto per necessità. E lo spazio per mille libri in casa ce l’aveva solo Umberto Eco. Aggiungete gli acari, i traslochi (sì, ancora), lo spreco della carta e la cura dell’ambiente. Ormai il libro è un cimelio da regalare o un accessorio per le foto delle bookblogger. È carta passata. L’avreste mai detto quando giuravate che mai e poi mai vi sareste comprati un e-reader?

Online Viewing Rooms: tradizione tradita

Proprio qualche giorno fa leggevo un articolo sconvolgente su The Guardian. Un focus su tutti i professionisti dello spettacolo dal vivo (come ad esempio i tecnici del suono), che attualmente si sentono dei “falliti” a causa della Pandemia. Naturalmente non piange solo il mondo della musica, ma un input arriva dall’arte: Art Basel vuole coinvolgere 100 gallerie per ogni edizione in 4 giorni di esposizione. Le Online Viewing Rooms vengono inaugurate con OVR: 2020 (opere realizzate quest’anno e in diretta dal 23 settembre al 26 settembre) e OVR: 20c (opere del XX secolo in diretta dal 28 ottobre al 31 ottobre). Sarà presente una chat dal vivo per far interagire gli spettatori.

Addio passeggiate nei musei. Addio selfie col quadro famoso. Addio visite guidate con gli amici il sabato pomeriggio. Da oggi si chatta con la galleria. Ma questo forse è il tradimento più necessario di tutti. E’ il tradimento per ripicca, di chi è stato già tradito.

Family First (per le donne)

Alto tradimento: una mamma su tre pensa di lasciare il lavoro se continua la didattica distanza. Secondo le statistiche il 94% delle italiane è intervenuto per aiutare i figli con i compiti a casa: ci vorrebbero ben quattro ore al giorno di assoluta dedizione per supportare i propri pargoli. Secondo il 65% delle intervistate questa attività non è conciliabile con il lavoro. Nel resto d’Europa, però non è così.

E qui scatta il domandone. O meglio, le domandone.

  • L’homeschooling all’estero è più efficace?
  • I padri all’estero sono più presenti?
  • Le madri italiane sono troppo apprensive?

Perché alla fine, didattica a distanza o meno, ‘sti figli i compiti devono impararli a fare anche da soli. Non sarà forse un problema educativo? È il sistema che tradisce le donne il più delle volte, ma qui c’è da chiedersi anche se serva davvero tutta questa cura per lo studio dei figli.

Quindi bisogna capire chi è il vero traditore qui. La società, l’uomo o la donna con se stessa?

Alessia Pizzi

Ara Güler tra Istanbul e i ritratti: la fotografia è una questione di cultura

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La mostra monografica di Ara Güler, al Museo di Roma in Trastevere fino a domenica prossima, espone gli scatti poetici del fotografo turco.

La retrospettiva di Ara Güler in mostra a Roma doveva chiudere a maggio 2020. Ma, dopo la chiusura forzata durante il lockdown, gli organizzatori hanno saggiamente deciso di prolungarla per qualche mese.

Un piccolo risarcimento per gli spettatori, che hanno potuto conoscere questo fotografo turco di origine armena, scomparso a novant’anni nel 2018.

Forse non molto conosciuto al grande pubblico, Ara Güler era annoverato tra i sette fotografi migliori al mondo secondo il British Journal of Photography Yearbook. In più vantava il prestigioso titolo di “Master of Leica”, perché la sua macchina fotografica d’elezione era una Leica.  

La mostra monografica fa tappa al Museo di Roma in Trastevere, dopo essere stata esposta a Londra, Parigi, Kyoto e New York. Dopo il 20 settembre 2020 continuerà il suo percorso a Mogadiscio.

Vi sono esposte più di ottanta fotografie in bianco e nero, suddivise in due sezioni, una più affascinante dell’altra.

Una contiene 45 vedute in bianco e nero della città di Istanbul, scattate a partire dagli anni ’50, periodo fondamentale in cui divenne corrispondente per il Vicino Oriente prima per Time Life nel 1956, e poi per Paris Match e Stern nel 1958.

L’altra sezione è composta da 37 ritratti di personaggi importanti del mondo dell’arte, della letteratura, della scienza e della politica.

L’allestimento è piacevole e le fotografie sono accompagnate da una scritta in rosso scritta direttamente sui muri, che indica solo il luogo e l’anno dello scatto. La mancanza di didascalie più descrittive non impedisce di capire pienamente cosa si sta guardando e coglierne la bellezza.

Io guardo il mondo attraverso una cornice rettangolare, vivo dentro di essa”.

È così che Ara Güler vedeva il mondo: attraverso la griglia della sua macchina fotografica. Poi iniziava a vivere nell’immagine che vedeva e immortalava.

Il fotografo turco viveva dentro la fotografia e ciò trova conferma negli scatti esposti nella mostra al Museo di Roma in Trastevere.

Infatti, dalle immagini di Istanbul trapela il grande amore di Ara Güler per ciò che vedeva, una città che stava scomparendo. Le voleva rendere testimonianza, perché – diceva – “so che non si sarà più e bisogna farla vedere”.

Si resta incantati e immalinconiti davanti alle poetiche immagini del porto: uomini e ragazzi che guardano il mare e parlano tra loro; barchette e grandi navi.

Ara Güler immortala la gente di Istanbul, per lo più semplice o povera, per strada. Ritrae, soprattutto, tanti bambini, dagli anni Cinquanta agli Ottanta. Questi scatti costituiscono una preziosa testimonianza di un’umanità ormai quasi cancellata dalla memoria.

Anche nella seconda sezione della mostra, dedicata ai ritratti di personaggi famosi, si percepisce il senso della frase “vivo attraverso” una cornice rettangolare.  

Da Alfred Hitchcock a Gina Lollobrigida, passando per Sophia Loren o Antonio Tabucchi, tutti sono immortalati in pose dinamiche, originali e peculiari. Sono ritratti che colpiscono per quanto i soggetti sembrano in movimento e divertiti. Si intuisce che, in quel momento ,non si stavano facendo fotografare da Ara Güler, ma stavano vivendo un momento di interazione, di relazione con lui, che viveva nella cornice insieme a loro.

Sophia Loren

Restano nella mente le fotografie di Dustin Hoffman, di Antonio Tabucchi, di Nazim Hikmet. Ma, soprattutto, colpisce lo scatto di Henri Cartier-Bresson mentre beve il tè, con la macchina fotografica in mano. Associare i due fotografi è inevitabile, per l’uso del bianco e nero, per il racconto di una città attraverso le sue strade e la sua gente. Non è un caso che Ara Güler fu reclutato da Cartier-Bresson per entrare a far parte dell’agenzia Magnum Photos. Probabile sia stato influenzato dal lavoro del maestro, come accadde anche ad Inge Morath, a cui il Museo di Roma in Trastevere ha dedicato una mostra meno di un anno fa.

Infine, nel consigliarvi di vedere la mostra di Ara Güler a Roma, vi segnalo il suo pensiero sulla formazione di base di un fotografo. Secondo lui, infatti, il fotografo non dove limitarsi a padroneggiare la tecnica, ma deve conoscere anche di pittura e teatro, perché “la fotografia è una questione di cultura”. Non posso che essere d’accordo.

Stefania Fiducia

Festival Mix Milano 2020: la 34° edizione dedicata a Maria Paola Gaglione

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Si è aperta così, giovedì 17, la 34esima edizione del Festival Mix Milano , il festival del cinema LGBTQ+ che da oltre 30 anni offre una selezione dei migliori film indipendenti gay, lesbici, trans e queer.

Una dedica a Maria Paola Gaglione, speronata e uccisa dal fratello perché contrario ad una relazione con un uomo trans. 

Un applauso da tutto il pubblico lungo minuti che ci porta nuovamente all’attenzione l’importanza della Legge Zan contro l’omobitransfobia.

La storia del Festival Mix

Fondato nel 1986 come rassegna di cinema, già dalla sua prima edizione si proponeva quindi come una manifestazione culturale trasversale che, puntando sulla valorizzazione della cinematografia indipendente, da un lato raccoglieva le istanze di rivendicazione e affermazione dell’intera comunità LGBTQ+, e dall’altro ne anticipava le tendenze e ne promuoveva il riscatto politico e sociale.

La 34° edizione del Festival Mix Milano, oggi, vede 48 titoli in gara provenienti da tutto il mondo e offre la possibilità di vederli dal vivo presso il Teatro Piccolo di Milano e in streaming sulla piattaforma MyMovies.

Il tutto nel pieno rispetto delle norme di sicurezza vigenti.

I conferimenti dei premi del Festival Mix Milano

Oltre alla visione dei lungometraggi, cortometraggi e documentari, in questa edizione si inserisce anche il Premio More Love, ovvero il riconoscimento a figure che si sono particolarmente distinte nella loro attività professionale e personale.

Questo premio sarà conferito a Gino Strada, sabato 19 settembre.

Ma non solo: giovedì sera c’è stato il conferimento di Queen of Comedy a Paola Cortellesi e sempre sabato, sarà consegnato il titolo di Queen of Music a MYSS KETA con la partecipazione di una delle più note stand up comedian italiane, Michela Giraud.

Nucleo centrale del programma sono i tre concorsi internazionali dedicati a lungometraggi, cortometraggi e documentari tra i cui titoli, ancora inediti in Italia, appaiono: “Welcome to Chechnya”, l’atteso documentario di David France sulla persecuzione delle persone LGBTQI+ in Cecenia.

Novità assoluta di questa edizione è la sezione speciale fuori concorso de I Talenti delle donne dedicata all’universo femminile nell’ambito del palinsesto culturale voluto dal comune di Milano per il 2020.

A decretare i vincitori, ancora una volta, tre giurie composte da esperti/e e critici/e di cinema che sceglieranno le migliori opere cinematografiche a tematica LGBTQI+.

Inoltre, come per le ultime edizioni, lo stesso pubblico potrà esprimere la propria preferenza eleggendo il Miglior lungometraggio 2020 attraverso “Festival Mix Milano”, l’app ufficiale.

L’organizzazione dei titoli in gara

Il concorso LUNGOMETRAGGI vede quindici titoli di cui sei in anteprima italiana e uno in anteprima europea, quello dei DOCUMENTARI vede sei titoli di cui cinque in anteprima italiana.

Quello dei CORTOMETRAGGI, invece, vede ventisette titoli di cui otto in anteprima italiana e due in anteprima europea.

Ma il Festival Mix Milano non è solo cinematografico: a contorno delle proiezioni: ci saranno appuntamenti di letteratura, cultura arte e musica.

Ed è così che giovedì sera è calato il sipario sulla 34esima edizione del Festival.  Sul Palco, a presentare Paolo Camilli, attore e regista italiano che ha omaggiato il pubblico di un suo monologo tratto da una storia vera fatta di pregiudizi e retaggi culturali. 

Ma andiamo in ordine.

Ad aprire il Festival Mix Milano, la performance di danza by BHAVA DANCE PROJECT, impattante ed emotivamente forte.

A seguire i direttori artistici: Paolo Armelli, Andrea Ferrari e Debora Guma, che hanno premiato l’assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno con il premio More Love per l’impegno profuso. 

infine, la proiezione del film And Then we Danced dello svedese di origine georgiana Levan Akin, titolo applauditissimo alla Quinzaine del Réalisateurs della 72° edizione del Festival di Cannes e candidato dalla Svezia agli Oscar 2020.

Un film che racconta un percorso di accettazione e consapevolezza di un ballerino che vive in Georgia in una società conservatrice e patriarcale. Il film è stato oggetto di censure e proteste anche violente, fuori dai cinema episodi di risse e aggressioni tanto da far durare la proiezione soltanto tre giorni.

Il contenuto è stato ritenuto offensivo nei confronti della tradizione del Paese.

La nuova edizione della kermesse meneghina ha alzato il sipario. A noi, non resta che mantenere su le tende per una cultura della parità di genere.

Foto a Articolo di Francesca Sorge

Qualcuno volò sul nido del cuculo: il ritratto amaro della follia

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Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero? Invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!”

Titolo originale: One Flew Over the Cuckoo’s Nest
Regista: Miloš Forman
Sceneggiatura: Bo Goldman, Lawrence Hauben
Cast Principale: Jack Nicholson, Louise Fletcher, Will Sampson
Nazione: USA

Qualcuno volò sul nido del cuculo è una delle più importanti pellicole sul disagio mentale e sul maltrattamento dei pazienti nei manicomi, con protagonista Jack Nicholson e diretto da Miloš Forman.

Datato 1975, il film vinse all’epoca tutti gli Oscar nelle categorie principali, ben 5, entrando ufficialmente nella storia del cinema internazionale, evidenziando l’importanza e la novità del tema trattato sul grande schermo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo si è confermato essere, negli anni, uno dei grandi film americani degli anni ’70.

Una visione oscura del sistema psichiatrico americano, che utilizza il genere della tragi-commedia per raccontare un problema reale di quegli anni negli Stati Uniti.

La storia si concentra su Candle McMurphy (Jack Nicholson) arrestato per piccoli reati, che viene portato in una clinica psichiatrica: tenta di fingersi pazzo per sfuggire al carcere.

Qui viene a contatto con gli altri pazienti dei quali diventa ben presto il beniamino: si prende gioco delle sedute di psicoanalisi, si improvvisa telecronista, organizza una piccola gita in barca. L’ospedale è diretto dalla ferrea capoinfermiera, la signorina Ratched (Louise Fletcher) che ha organizzato la vita dei pazienti secondo regole di intransigente disciplina.

L’unità in cui si trova il protagonista è capeggiata dall’infermiera Mildred Ratched, che guida i pazienti in dibattiti quotidiani che a prima vista sembrano una vera terapia di gruppo.

Ma McMurphy si rende conto gradualmente che l’infermiera Ratched è in realtà una sociopatica astuta, che usa il suo potere per terrorizzare e torturare psicologicamente coloro che apparentemente sta aiutando.

Ispirato al romanzo di Ken Kesey del 1962, Qualcuno volò sul nido del cuculo colpì totalmente pubblico e critica.

Il grande successo, portò la pellicola ad aggiudicarsi sei Golden Globe, sei BAFTA e cinque Oscar, tra cui miglior attore, miglior regista e migliore attrice per Louise Fletcher.

Ciò che contraddistingue Qualcuno volò sul nido del cuculo è il modo di raccontare una situazione così estrema e critica dell’epoca.

Il metodo con cui il regista Milos Forman inquadra le ragioni e le conseguenze dell’uso della terapia d’urto, ci fa dubitare che si tratti di un ciclo terapeutico praticabile nella realtà, ma più semplicemente di una forma di tortura fisica e psicologica. 

Vale anche la pena notare che il regista era un espatriato cecoslovacco. Questo rende il film più di una semplice esposizione sul funzionamento del sistema psichiatrico americano dell’epoca, ma una vera e propria denuncia.

Il regista e i suoi sceneggiatori mostrano quanta brillantezza sovversiva e seria misoginia possano abitare lo stesso film, catturando lo spirito anti-autoritario della contro cultura degli anni Sessanta.

Qualcuno volò sul nido del cuculo è una commedia dark, se si può definire così, ambientata in circostanze davvero pessime, con personaggi fantastici.

Una miscela rara di tragedia e commedia, che ha sfornato dei personaggi davvero iconici: il protagonista McMurphy, interpretato da Jack Nicholson, colui che dà inizio a tutto e provoca poi tutto ciò che succede.

Ma soprattutto l’infermiera Ratched, sulla quale è stata realizzata la serie omonima appena uscita su Netflix.

Ritenuta uno dei “cattivi” più iconici e d’ispirazione nella storia del cinema, è un personaggio sottile, che solo dopo un po’ ti lascia comprendere l’effetto dannoso che ha sui suoi pazienti.

Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film di straordinaria potenza, che porta con sé dei valori che si rivelano fondamentali ancora oggi.

Tre motivi per vedere il film:

  • La potente interpretazione di Louise Feltcher nei panni dell’infermiere Racthed
  • È un film denuncia, impossibile da non vedere almeno una volta
  • Jack Nicholson nel ruolo che l’ha avviato alla sua brillante carriera

Quando vedere il film

Sconsigliato ai minori di 14 anni, è un film che può creare un po’ di disagio, quindi da vedere quando si è veramente pronti.

Ilaria Scognamiglio

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

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Ratched: il prequel di Qualcuno volò sul nido del cuculo secondo Ryan Murphy

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Abbiamo avuto l’occasione di vedere Ratched, la nuova serie di Ryan Murphy, in anteprima: ecco cosa vi aspetta dal 18 settembre su Netflix.

Netflix lancia oggi, 18 settembre, la serie drama intitolata Ratched, uno degli show più attesi della stagione.

La serie tv nasce per raccontare uno dei cattivi più famosi della storia del cinema: l’infermiera Mildred Ratched, memorabile antagonista in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, interpretata stavolta da Sarah Paulson.

La serie firmata da Ryan Murphy, che torna a collaborare con Netflix dopo The Politician e Hollywood, cerca di raccontare le origini del famoso personaggio, scrivendo una storia dai tratti drammatici, thriller e anche un po’ horror.

La storia e i protagonisti

Ci troviamo nel 1947, anno in cui l’infermiera Mildred Ratched giunge in California per entrare a far parte del team di dottori di un centro psichiatrico, il Lucia Psychiatric Hospital, dove vengono attuate nuove pratiche molto cruente per studiare la mente umana.

La storia è, quindi, ambientata 16 anni prima degli eventi del film e del romanzo a cui è ispirato, scritto da Ken Kensey.

La protagonista sceglie proprio quell’istituto perché il direttore, il Dr. Richard Hanover ha la possibilità di testare le prime cure sperimentali sulla mente umana, come la lobotomia.

In ogni puntata, assisteremo all’evoluzione di Mildred, da infermiera alle prime armi fino al personaggio malvagio che abbiamo conosciuto nell’opera di Milos Forman. Nell’ospedale, Mildred assiste a esperimenti sempre più inquietanti condotti sui pazienti dell’istituto. 

Sebbene l’infermiera Ratched arrivi originariamente in ospedale con intenzioni apparentemente buone, la sua etica e le sue motivazioni vengono messe in discussione durante tutta la durata dello show, permettendo allo spettatore di imparare sempre più su di lei.

Mildred sa come ottenere ciò che vuole e usa le sue abilità di manipolazione riescono a farle indirizzare perfettamente l’azione a suo favore.

Cosa ne pensiamo di Ratched?

Nonostante il fatto che l’intero cast offra performance impegnate, a partire dalla protagonista e produttrice Sarah Paulson, il tentativo di Ryan Murphy in Ratched risulta poco efficace.

È sicuramente interessante cercare di capire come Mildred Ratched sia diventata un essere così spregevole. Questo perché, col passare dei decenni, sono molti i fan che si sono chiesti se l’antagonista di Qualcuno volò sul nido del cuculo sia sempre stata così malvagia.

Il problema, se si può definire così, è che la trama dopo un paio di puntate diventa poco lineare e ci si perde tra i vari generi che Ryan Murphy ha deciso di inserire: dramma, commedia, thriller, horror, insomma quasi una replica di American Horror Story.

Una sceneggiatura, quindi, che risulta confusa e che danneggia il risultato finale di questa prima stagione.

Il cast


Quello che sicuramente salva Ratched, oltre alla fotografia che gioca con colori pastello e luci calde, così armoniosa insieme ai costumi e alla scenografia, è soprattutto il cast.

Sarah Paulson è un’attrice esperta, con un’esperienza così vasta che non poteva non essere perfetta nella sua interpretazione dell’infermiera protagonista e lo stile di Ryan Murphy si percepisce ad ogni scena.

Al fianco della protagonista, lo show si avvale anche di attori d’eccezione, del calibro di Cynthia Nixon, Jon Jon Briones, Charlie Carver e Sharon Stone. 

Ilaria Scognamiglio

Le ragazze stanno bene. Ma quanto fa paura essere chiamate femministe?!

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Abbiamo deciso di condurre il lettore attraverso le tappe fondamentali e i temi ricorrenti nella vita di una giovane donna: dalla prima mestruazione alla pervasiva ossessione per il corpo, dal mansplaining subito sul luogo di lavoro alla ricerca di modelli femminili a cui ispirarsi, dagli indumenti rosa alle relazioni sentimentali, da tutti i no che ci hanno detto a quelli che avremmo voluto dire.” 

Questa è la mission di “Le ragazze stanno bene“, libro scritto da Giulia Cuter e Giulia Perona, edito da HarperCollins.

Cuter e Perona, nate negli anni Novanta e ideatrici inizialmente di https://www.senzarossettopodcast.it, un podcast nato nel 2016 prima e una newsletter poi, raccontano storie di  giovani donne e mostrano quello che accade oggi in Italia e negli altri Paesi.

Le due autrici, illustrano il metodo più efficace per far sì che una ragazza “generazione zeta” non abbia paura nel definirsi femminista e allo stesso tempo non abbia neanche timore del suo essere donna.

Il libro si contorna di una panoramica storica sulle diverse ondate di femminismo e, pagina per pagina, appaiono delineate, chiare e concise, delle linee guida su come gestire il non detto e su come imparare a dire quello che una donna avrebbe voluto ma ha mai fatto.

Proseguendo nella lettura del libro, diverse domande sorgono spontanee: 

Ha senso parlare di femminismo oggi?

Si è riusciti davvero a custodire nel tempo l’eredità delle donne femministe combattenti degli anni ’70 o ci si sta accontentando di una parvenza di parità e di uguaglianza?

Quanto è rimasto di anni di protesta, di reggiseni bruciati, di cartelloni scritti con il sangue e come ci si può svincolare da un modello di donna che la società impone? 

Giulia e Giulia lo sanno bene, le ragazze di oggi non vogliono più essere le spose sottomesse degli anni ’50 ma forse neanche quelle incazzate degli anni ’70. 

Ma allora cosa vuole essere la donna nel 2020? 

Lo dicono bene nel libro, le donne di oggi sono donne emancipate, in carriera, politicamente attive, padrone del proprio corpo e della loro vita sentimentale e sessuale. 

Ecco cosa vogliono essere.

Ma altrettante donne scelgono di essere madri, figlie, mogli, sentendosi perennemente irrealizzate e insoddisfatte se non compiono ciò che la società, purtroppo ancora oggi, vorrebbe per loro.

Come si esce allora da questa prigionia di modello che il patriarcato ci impone solente, viscido e silenzioso?

Le autrici, fondendosi in un unico io narrante, cercano di rispondere a queste domande trattando temi sociologici e antropologici attraverso un linguaggio fresco e scorrevole.

Temi caldi e tabù inconfessabili scritti in maniera diretta e rivolgendosi soprattutto alle donne. 

Una mappatura, la loro, sulla condizione femminile italiana.Ma anche un manuale di necessità, insomma.

Questo libro è una istantanea del ruolo delle donne e delle loro consapevolezze.

Una narrazione di quasi 70 anni di battaglie in favore del voto alle donne che ha permesso, a quelle di oggi, di candidarsi in politica, di poter scegliere liberamente di non avere figli, di poter decidere di non sposarsi o di voler essere a capo di un’azienda.

Il rischio facile è sempre dietro l’angolo: cadere nel “politically correct” che ignora le vere difficoltà di una donna.

Per provare a dare risposta ad alcune delle domande sopra citate, le autrici, nel loro libro, ripercorrono la storia del femminismo attraversando, in maniera trasversale, la politica, la società, l’economia analizzando il ruolo della donna e la sua evoluzione, fino ad oggi.

Della storia del femminismo e delle sue diverse ondate ne è pieno il web, le librerie delle nostre case e la carta stampata ma l’informazione e la memoria storica non bastano: nella società che viviamo si nascondono ancora disparità di genere nei salari, nei ruoli rivestiti, negli incarichi e questo perché l’immagine della “donna di casa” piace agli uomini e ci rimane attaccata addosso.

Quasi fosse un marchio.

E la donna che scegli la carriera, piuttosto che la famiglia, per alcune e alcuni, è ancora considerata un disonore o addirittura contro natura.

Ma nonostante tutto, le ragazze stanno bene. 

E gli uomini come stanno?!

Nel libro infatti si parla anche di uomini e di mascolinità tossica intesa come quell’insieme di stereotipi, comportamenti e inclinazioni che descrivono gli uomini come persone violente e aggressive, incapaci di provare sentimenti.

Ne abbiamo parlato qualche articolo fa circa lo scandalo della vasetti challenge.

Un tema questo che non può non essere trattato in quanto stiamo vivendo il femminismo intersezionale, una visione nuova che va oltre la mera condizione delle donne e che affronta il complesso sistema di disequilibrio di potere ( quello patriarcale) coinvolgendo uomini e donne.

Ma come sempre, nonostante tutto, le ragazze stanno bene.

Quindi “Le femministe odiano gli uomini?!”

Sul finale del libro le autrici parlano anche di femminismo e misandria ovvero il pregiudizio infondato per cui se sei sei femminista odi gli uomini”.

E non viene che da chiudere quest’articolo con un’altra domanda: ma quanti uomini femministi ci sono?

(spoiler) TANTI!

Francesca Sorge