Beatrice Venezi: la maestrina che si fa chiamare direttore

beatrice venezi direttore o direttrice

Certo che la libertà di scelta è proprio una bella cosa. E se oggi siamo qui a discutere se sia giusto dire “direttrice o direttore d’orchestra” è già spia del fatto che qualcosa è davvero cambiato rispetto ai tempi in cui si leggeva “signora ministro” sui giornali.

Beatrice Venezi può farsi chiamare come vuole, non vi indignate. Me l’ha detto anche Luca Serianni in occasione dell’ultima intervista fatta insieme che molte avvocate donne vogliono farsi chiamare “avvocato”, e dunque rispettiamole.

Non possiamo imporre un nome, suvvia. Beatrice Venezi vuole farsi chiamare direttore? Ce ne faremo una ragione, del resto non sta a lei definire cosa sia corretto a livello linguistico. Non l’ha detto una linguista, insomma. Eppure, Sanremo 2021 resta una cassa di risonanza importante, tanto che sul Suggest di Google già appare come ricerca “direttore o direttrice d’orchestra” e su Google Trends “direttrice” è in impennata insieme all’argomento “Beatrice Venezi”.

La lingua non si impone.

Al massimo si può imporre il dovere di riflettere sulle sue evoluzioni laddove la mobilità sia significativa di un cambiamento sociale. Ed è quello che è stato fatto con sindaca o ministra, ad esempio, per scardinare l’imbarazzo di chi le doveva nominare.

Non mi interessa quindi discutere della correttezza o meno del termine, o di come dovrebbe farsi chiamare Beatrice Venezi: quello che mi interessa è il messaggio che è stato inviato, ma soprattutto l’atteggiamento di superiorità con cui il direttore ha motivato la sua scelta, come se volesse snobbare le diatribe sul sessismo linguistico, che non la riguardano, non la toccano.

Me ne assumo la responsabilità (di farmi chiamare direttore n.d.r)

Per me conta il talento e la preparazione…

La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra.

Illuminante, grazie.

Quante donne hanno ricoperto questa carica prima di lei?

In carriera oggi sono 600 i direttori uomini, contro 21 donne” scrive Gian Luca Bauzano in un reportage del Corriere. E di certo a 21 non ci siamo arrivati facilmente se ancora nel 2021 leggiamo che Glass Marciano è la prima donna direttrice d’orchestra di colore in Francia.

“Io non mi faccio più dirigere da una donna!”. Con queste parole, nel 1930, John Charles Thomas si rivolse alla più grande direttrice d’orchestra della storia, Antonia Brico, presso il Metropolitan Opera House di New York. Accadeva meno di un secolo fa.

Le minoranze e le asimmetrie esistono davvero nella società, non è cosa da liquidare con due spallucce, caro direttore. Le sembra molto autorevole farsi chiamare direttore?

Quoto Laura Boldrini quando afferma che “la declinazione femminile la si accetta in certe mansioni come ‘contadina’, ‘operaia’ o ‘commessa’ e non la si accetta quando sale la scala sociale, pensando che il maschile sia più autorevole. Se il femminile viene nascosto, si nascondono tanti sacrifici e sforzi fatti“.

Nessuno impone di farsi chiamare “direttrice”, ma doverlo affermare in questo modo, come se gli altri che si pongono il dubbio fossero tutti scemi, mi sembra un po’ troppo: bastava dire “vogliono essere chiamata direttore perché mi piace così”. Sarebbe stato più che legittimo.

Era il 1995 quando Elvira Naselli scriveva su La Repubblica che Daniela Brancati, direttrice del TG3, veniva chiamata “direttora” dalla redazione perché direttrice “sembrava una cosa troppo scolastica”. Lo trovate riportato anche nella pagina dedicata dell’Accademia della Crusca.

Certo, perché la tradizione, oltre alle professioni declinate al maschile per le donne – specialmente se si tratta di ruoli professionali prestigiosi – ci ha insegnato pure un’altra cosa. Oltre alla discriminazione grammaticale presente nell’espressione “il Direttore Beatrice Venezi”, esiste anche la polarizzazione semantica, che prevede l’uso dello stesso termine con significato opposto a seconda che si riferisca a una donna o a un uomo: un governante è un re, la governante ti sistema casa. Quindi il direttore dirige, la direttrice è una maestrinaÈ una questione di percezione.

Quello che non si dice, non esiste. Il mantra di Cecilia Robustelli

Beatrice Venezi può farsi chiamare direttore, ma l’atteggiamento da maestrina e l’aria di superiorità con cui vuole insegnarci che contano il valore e la bravura mentre chiede conferma all’orchestra sul fatto che si dica direttore me li sarei proprio risparmiati. Ma certo che si dice direttore: lo insegna la tradizione. Ed è proprio la tradizione che ha negato alle donne la parità. Se avessimo continuato a seguirla, il direttore Venezi ora non sarebbe sul palco di Sanremo a condurre la sagra dell’acqua calda – “conta il talento” – ma starebbe stirando le mutande di suo marito, unico direttore d’orchestra ammesso dalla società.

E certamente, Beatrice Venezi può permettersi di far contare la sua bravura nel 2021. Però non bisogna dimenticare che non è stato sempre così, che far venire il dubbio è importante, e che tante donne, prima di lei sono state cancellate dalla storia perché fuori dal “canone”. Il canone per una donna era fare figli. Punto. Ma che lo avete fatto a fare, signore mie, di lottare e di morire per far emancipare una come Beatrice Venezi, che diventa direttore d’orchestra e poi fa spallucce affermando che si è sempre detto così per la sua professione? In 5 minuti, o anche meno, ha risolto diatribe che ci portiamo avanti da un bel po’. Che vi scaldate a fare. È facile essere liberi quando qualcun altro ci dà la possibilità di scegliere.

Cantami, o Saffo

E qui torno di nuovo a scomodare Saffo, che per 5 secoli non l’hanno proprio chiamata visto che il nome poetessa declinato al femminile all’epoca sua nemmeno esisteva. E indovinate un po’ quando è stato attestato senza valenza ironica? Quando una collega, in età ellenistica, era libera di vagare di sede in sede per cantare le sue poesie. Quando le donne potevano uscire fuori dall’oikos. Insomma, quando la società ha iniziato a vedere donne più libere, anche la lingua si è adattata per rappresentare la nuova realtà.

Beatrice Venezi deve farsi chiamare direttore se le piace, ma non è legittimata a snobbare la questione così, dicendo che la sua professione ha quel nome lì e che se vuole chiediamo ai colleghi per conferma. Anche i filologi alessandrini, ed erano filologi, chiamavano Saffo la decima musa tra i nove poeti lirici. Se avessi dovuto chiedere a loro cos’era Saffo m’avrebbero risposto una musa. Chissà se a lei avrebbe fatto piacere essere definita come ultraterrena visto che le donne terrene quel mestiere non lo potevano fare.

Poi all’epoca di Saffo non so come andava con gli stipendi, perché un’altra delle ricerche su Google ora è “Beatrice Venezi stipendio“.

Riporto Money.it: Non avendo una cifra esatta, quindi, potremmo analizzare il guadagno medio di alcuni grandi direttori d’orchestra. Come riporta Classic Voice, personalità come il direttore musicale James Levine e il general manager del Met Peter Gelb guadagnerebbero rispettivamente 1.5 e 1.4 milioni di dollari annui.

Speriamo non sia inferiore, ché pure il gender pay gap non ce lo siamo inventato per noia. Sarei stata più contenta se avesse detto che si fa chiamare direttore e che guadagna come un direttore. Ma del resto, non si possono far contenti tutti. E come sempre, lunga vita alla bravura, fin quando a tutti sono date le stesse possibilità. Ma soprattutto lunga vita a chi ha reso questo possibile. Vi siamo debitrici.

Alessia Pizzi

Direttrice di CulturaMente (direttore mi ingrassa)

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