L’incantatrice di Teocrito come modello di amore per se stessi

teocrito idilli

Vi racconto una favola. li

Tanto tanto tempo fa viveva in Grecia una ragazza di nome Simeta, una ragazza come tante.
Un giorno, convinta dalla sua nutrice, decise di partecipare alle feste in onore di Artemide. Lì vide Delfi, un bel ragazzo che usciva dalla palestra.

(Scena ordinaria: camminata cool, petto depilato, improfumato fino ai conati di vomito)

 
Così, presa da un’infatuazione (sì quelle a prima vista, come nelle favole Disney) chiede alla sua schiava di riferirgli che lei lo sta aspettando a casa. Delfi arriva, da maschio alfa si lamenta un po’ perché lei lo ha preceduto nell’invito, e poi fanno sesso.

(Ops…nelle favole il sesso è tabù)

Si vedono per rifarlo qualche altra volta e poi lui sparisce per 12 giorni (ma chi li conta più?!).
In questi giorni di silenzio Simeta non fa nulla (se non preoccuparsi, credo) fin quando non gli viene riportato che Delfi si è innamorato di un’altra…o di un altro (non lo so, nell’antica Grecia la concorrenza era doppia per noi donne). Come avrebbe fatto qualsiasi ragazzetta alle prime armi con gli uomini, Simeta ha passato 12 giorni senza fare nulla (probabilmente a fare i tipici pensieri femminili, ovvero:
  1. è morto?
  2. sta sicuramente in ospedale
  3. sicuramente sta accudendo la nonna malata
  4. sta salvando il mondo
  5. mentre veniva a trovarmi l’ha schiacciato un tirannosauro
  6. voleva avvisarmi ma il piccione viaggiatore si è smarrito: dannati pennuti! (Da applicare in chiave moderna a cellulari rotti e perdita di numeri vari…)

 

Quando la fanciulla apprende dell’altro/a amante, presa dalla rabbia feroce dell’abbandono, decide di lanciare un incantesimo su Delfi, un po’ per vendicarsi, un po’ per legarlo a lei… poverina è confusa: ma è determinata a fargli una scenata in palestra.

Mentre prepara l’incantesimo invoca la Luna, Selene, e le racconta tutta la sua storia. Impiastriccia un po’ di ingredienti insieme, invoca maghe famose e alla fine saluta la Luna.
Senti questo mio amore donde venne, augusta Selene. Come lo vidi, subito impazzii, il cuore fu preda del fuoco a me misera, e la bellezza si struggeva! E di quella processione non più mi curai, e come di nuovo tornai a casa neppur so, ma un ardente morbo mi squassava e giacqui nel mio letto dieci giorni e dieci notti. […] E di chi non andai alla casa, quale mai vecchia trascurai, che facesse incantesimi? Ma nulla mi sollevava; e il tempo si compiva fuggendo.
Noi non sappiamo se Simeta avesse davvero poteri di incantatrice o fosse solo una ragazzetta di città, e non sappiamo (anche se immaginiamo) come si sia evoluta la storia con Delfi. Quello che sappiamo è che, a differenza di tante principesse Disney, questa è una storia di crescita. Simeta ha agito spinta da un’ingenua impulsività e paga ora il prezzo dell’abbandono: non se ne muore di certo. All’inizio ha paura di ammettere a se stessa che, nonostante l’abbandono sia palese, lei prova ancora dei sentimenti per Delfi e quindi preferisce rifugiarsi con rabbia nella magia.
 
L’incantesimo probabilmente non colpirà Delfi, ma ha colpito lei: parlando alla Luna si è confidata e sfogata, salutandola ha congedato il suo dolore, aprendo le porte a un nuovo equilibrio e ad una nuova consapevolezza. È semplicemente cresciuta. Nessuna fata turchina a salvarla, nessun genio, nessun principe. Simeta si salva da sola, è lei la maga, seppur probabilmente in un modo umoristico.
 

Questo era Teocrito (III sec. a.C.), e la favola è l’idillio II, “L’Incantatrice”.

Avreste mai detto che la storia che vi ho raccontato potesse essere così antica? Se c’è una cosa che si apprende immediatamente dalla letteratura classica è che le tematiche affrontate sono sempre molto attuali. Quando si parla di sentimenti, sembra che i secoli non abbiano davvero un peso reale. Chi non ha mai provato l’ardente morbo dopo un abbandono? In questi versi Teocrito sembra proprio richiamare la maestra d’amore per eccellenza, la stessa Saffo dell’ode alla gelosia: e lei, di morbo d’amore, se ne intendeva, tanto da scrivere un componimento che sembra essere più un trattato sulla sintomatologia dell’amore che una poesia.

La storia ha uno dei più bei lieti fini che io abbia mai letto: una neo-donna, che nonostante le scottature sentimentali, si riappacifica con se stessa per i suoi “errori” giovanili, aiutata dalla natura. L’amica che non tradisce mai.
È iniziato per lei un amore molto più vero e duraturo di quello che ci propinano le favole: l’amore per se stessi.
L’articolo lo chiude Simeta al posto mio:
 
Ma tu rivolgi lieta i tuoi puledri all’Oceano, divina, e il desiderio io lo sopporterò come promisi. Salve, Selene dal lucente trono, salve altre stelle che seguite il carro della Notte che porta grande quiete.”

Se vuoi saperne di più sul testo e la trama dell’Incantatrice guarda anche il video!

 
 

Alessia Pizzi

4 Commenti

  1. Si però questa è un attimo troppo passiva. Ok amare se stessi e sfogarsi parlandone con qualcuno, però andare da Delfi per piantargli un cacciavite là dove non batte il Sole sarebbe stato il minimo. Al solito la parte più interessante della storia è quella che non viene raccontata

  2. Fare la scenata in palestra davanti a tutti i suoi amici l'avrebbe umiliata e basta.
    Non è che non viene raccontata la parte…semplicemente Simeta non ha più bisogno di palesare ulteriormente a lui (che non capirebbe e ANZI si sentirebbe pure gratificato- i suoi sentimenti. Quando non si è ricambiati è meglio vedersela da soli…del resto non erano reduci da un rapporto di lunga data, che c'è da chiarire a parte il comportamento palesemente scorretto di lui nel non farsi più vivo? Sarebbe bastato dire: me sbatto un'altra/o. Ma a volte il silenzio vale più di mille parole e soprattutto non tutti siamo nati con il dono dell'onestà. Quindi niente cacciaviti…non ci si macchia del sangue dei deboli.

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