Roma 2019: The Irishman, una lunga strada di rimpianti

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Per essere un film sul tempo che passa, fino a svanire per sempre, all’inizio in The Irishman il tempo sembra non essere passato mai. Sembra, per qualche secondo, che Martin Scorsese sia sempre quello di Quei Bravi Ragazzi, che abbia voluto portare il suo pubblico nuovamente in quel territorio: si inizia con un bellissimo piano sequenza, parte il voice over, e il protagonista rompe la quarta parete parlando direttamente in camera. Tutto come allora, 30 anni fa tornati in un attimo.

E invece, bastano pochi minuti in The Irishman per capire che quei tempi sono passati, andati, e non torneranno mai più.

Martin Scorsese ha quasi 80 anni, il suo cast non è certo più giovane. Nessuno è più interessato a realizzare opere nervose, frenetiche, allucinate e viscerali. Probabilmente se realizzato anni fa questo film sarebbe stato molto diverso – sarebbe stato proprio Quei Bravi Ragazzi, forse – o forse non sarebbe mai stato realizzato, perché non avrebbe avuto senso. Solo ora, solo a questa età, ha senso The Irishman. Solo ora Scorsese può cogliere il momento per realizzare il suo lavoro definitivo, che non vuol dire migliore, ma più ricco di temi e elementi a lui cari visti con luce nuova. È il film dell’anzianità The Irishman, quello con cui Scorsese guarda indietro, riflette su se stesso, sulla propria carriera e sul genere intero.

Un’opera monumentale sulla vita, sui rischi della “toxic masculinity” che fa interiorizzare troppo, fino a deteriorare, i sentimenti di una amicizia tutta maschile annegata nei dovere e nell’orgoglio. Ma non un’opera monumentale di gangster, poiché quel mondo, pur essendo al centro della scena e mostrato lungo decenni, non è più il principale fulcro di interesse. La fascinazione verso quell’universo, iniziata fin da Mean Streets, anche figlia di un solido e preciso retaggio culturale, è ormai svanita.

Come fosse il punto esclamativo e forse finale sul genere di gangster, la medesima funzione che ha avuto Gli Spietati per il western. Non a caso, a Eastwood per la prima volta in carriera Scorsese ruba la calma, la semplicità, il classicismo crepuscolare della messa in scena. Non dimentica di essere un regista sempre in movimento, e anche qui la sua macchina da presa è sempre in movimento. Ma i movimenti, gli spostamenti, i tagli, i dettagli sono più concreti e tranquilli, mai invasivi

E se da Eastwood ritroviamo quel tono tipicamente depresso, la nostalgia del film è invece presa da Tarantino. Sembra quasi incredibile a dirsi, anche solo a pensarlo, ma nello stesso anno Scorsese e Tarantino hanno fatto la medesima operazione. Se in C’era una volta in Hollywood Tarantino prende due protagonisti maschili, mostra il loro rapporto, e attraverso i loro problemi e sogni si guarda indietro, mettendo in primo piano la malinconia, azzerando ogni caratteristica eccessiva che lo ha reso leggenda, in The Irishman Scorsese prende tre protagonisti maschili, mostra il loro rapporto, e attraverso i loro problemi e rimpianti (al posto dei sogni stavolta, perché sono personaggi più anziani) si guarda indietro, mettendo in primo piano la malinconia, azzerando ogni caratteristica eccessiva che lo ha reso leggenda.

C’era una volta a Hollywood, la fiaba di Quentin Tarantino

Tarantino ha realizzato il film anti-Tarantino che poteva fare raggiunti i quasi 60 anni, alla soglia del suo voluto ritiro. Scorsese ha realizzato il film anti-Scorsese che poteva fare solo raggiunta questa età.

E poteva fare solo con questi attori, perché il senso è proprio quello. Riflettere e meditare non da solo, ma insieme agli amici di una vita. Si parla di cose importanti e di confidenze solo con chi ci si fida, dopotutto. Richiama dal suo ritiro (e convince a tornare a recitare) Joe Pesci, torna con De Niro dopo 25 anni, richiama Harvey Keitel, finalmente lavora con Al Pacino. Solo con loro, tutti a questa età, ha un senso The Irishman. E allora ha senso pure rischiare effetti strani con gli esperimenti del de-aging e lasciare alla tecnologia qualche sbavatura di credibilità di troppo, perché non si poteva fare altrimenti pur di avere questi precisi attori in una storia che si dipana lungo 40 anni.

Il senso del film sono davvero loro, gli attori. Scorsese spoglia The Irishman di ogni epica, di ogni forza di seduzione attrattiva, di ogni accelerazione stilistica, lasciando la scena ai suoi attori. Sembra quasi prendere spunto dai manuali di Cassavetes, uno dei suoi maestri, e abbracciare per la prima volta il naturalismo, affidandosi alla pura recitazione degli interpreti per portare avanti le scene, fidandosi dei dialoghi e per creare la magia. Lavora con loro su ogni tic o battuta, passo lento o sguardo di reazione. Soprattutto nella parte centrale, sono loro a riempire lo schermo, loro a fare letteralmente il film. E vederli così in forma è la prova che non si era dimenticati come si recita, semplicemente aspettavano il grande momento per tornare ad essere le icone che sono.

Pare banali a dirsi, ma praticamente metà dell’enorme bellezza del film, ciò che basta per renderlo grandioso, è l’immenso piacere col quale si guarda con incantanti questi giganti interagire tra di loro. Prendono per mano lo spettatore e lo conducono nel loro mondo con maestria infinita.

Joe Pesci è sontuoso nel suo carisma, come in passato inquietante con una semplice tirata di rughe. E poi ci sono quei due rubano la scena, e ci riescono perché si completano alla perfezione. De Niro torna il De Niro di una volta, e con la solita recitazione sommessa in sottrazione, ma carica di intensità interiore, permette a Pacino di esplodere nei suoi classici scatti di onnipotenza che sembrano uscire anche quando non dovrebbero, ma alla fine risultano sempre perfetti e mai fuori posto.

Forse di fuori posto ci sarà la durata, dirà qualcuno. Eccessiva, diranno (tanti) altri.

Ed è innegabile che 210 minuti di durata sono notevoli per qualsiasi film, qualsiasi cineasta. Eppure, i 210 minuti di The Irishman, pur non essendo forse necessari, non risultano pesanti*. Soprattutto, non risultano mai sprecati. Ogni singola interazione, ogni singolo fotogramma, è un magistrale crescendo verso l’ultima mezz’ora che, quando arriva, esplode e rivela tutta la sua intensità soffocante. Anche se, onestamente, dire “esplode” non è corretto, perché semmai Scorsese, proprio per fare l’opposto del terzo atto fulminante e drogato di Quei Bravi Ragazzi, il film lo silenzia ancora di più, annulla la musica e lascia che siano solo i sentimenti a portare tutto avanti.

Qui, inevitabilmente, The Irishman diventa l’elegia malinconica costruita per quasi tre ore di durata. Proprio qui escono fuori quei rimpianti, quei pentimenti per cui nella vita è impossibile tornare indietro. Qui capiamo che lo sguardo morale della figlia di De Niro lungo tutto il film non era un semplice tentativo di mostrare l’assenza di rapporto umano/paterno, ma era il simbolo dello sguardo giudicante di Dio che i cattolici trasformano nel loro senso di colpa. Elemento imprescindibile in ogni parabola scorsesiana che si rispetti.

L’antropologia di Quei Bravi Ragazzi è morta, qui i gangster nemmeno mangiano più così tanto, e quando lo fanno, preparano addirittura l’insalata. L’esuberante fascino di Casinò è andato a farsi benedire, qui trionfano il grigio delle scenografie, il marrone dei cappotti, il bianco dei capelli. Tale senso di impotenza dei personaggi, e di incessante correre del tempo, rende ancora più lancinante guardare indietro e pensare a ciò che si poteva fare e non si è fatto. Pensare ad un’amicizia che poteva essere ed è stata distrutta in nome di qualcosa di così effimero e immorale. Ricordare come la famiglia sia stata buttata per seguire un qualcosa che alla fine non ti salva dalla morte. Realizzare che, anzi, per tutta la vita si è camminato in mezzo ai morti, e le cose belle e vere della vita non sono state godute appieno.

E l’anima al diavolo è stata venduta inutilmente, perché alla fine i giovani oggi nemmeno sanno più che sia Jimmy Hoffa.

Oggi vanno tanto di moda i revival nostalgici del passato. In un certo senso, anche The Irishman è un revival. Ma è un revival che si accorge di quanto poco senso abbia guardare al passato in termini positivi, perché la stritolante malinconia ti fa realizzare che quei tempi non possono tornare veramente. Ciò che resta sono i rimpianti e i capelli bianchi. Scorsese e i suoi amici, i veri bravi ragazzi, hanno capito quando e come mettere un punto al senso delle loro stesse carriere. Si sono presi tutto il tempo che hanno voluto, ma direi che se lo sono meritato.

Ogni viaggio ha una fine, un arrivo, e speriamo veramente che non lo sia per i grandi nomi qui coinvolti, perché possono e devono darci ancora tanto. Ma riflettendo su quando sarà, ci hanno insegnato che, prima di comprarci la nostra stessa bara, dobbiamo rendere il viaggio meno negativo possibile. Fermarci a considerare le cose che abbiamo intorno, fare delle scelte sane. Insomma, semplicemente ricordarci di vivere. La senilità di The Irishman racconta e prepara la fine, ma fortunatamente ha in sé un forte desiderio di vita. Questa è la vera scintilla, da sempre, dell’immenso cinema di Martin Scorsese.

 

* p.s. E poi, diciamoci la verità, anche se un film (soprattutto questo) andrebbe visto tutto d’un fiato, e sempre sul grande schermo. L’uscita su Netflix è quasi benedetta, per molte tipologie di spettatori, per poter assorbire meglio la lunga durata.

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Emanuele D’Aniello

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