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I 6 siti di dating online seri ed affidabili più usati in Italia

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I 6 siti di dating online seri ed affidabili più usati in Italia

Vuoi affidarti ad un sito di incontri online serio ed affidabile? In questo articolo ti consigliamo sei siti che secondo noi possono fare al caso tuo.

Crescendo incontrare persone nuove diventa difficile, si è legati alle abitudini e molto spesso i nostri amici sono già tutti impegnati e quindi ci ritroviamo a fare gli incomodi o a partecipare a serate di coppia dove per noi non c’è spazio di conoscere nuove persone.

È una realtà sempre più diffusa ed è proprio per questo che i siti di dating online sono sempre più utilizzati in ogni fascia di età.

A contribuire poi a tutto questo c’è anche la mancanza di tempo per dedicarci ad attività nuove e quindi uscire tutte le sere dopo una giornata stancante di lavoro può davvero risultare un’impresa.

I siti di appuntamenti ti permettono di riuscire a superare questo ostacolo dandoti la possibilità di conoscere nuove persone comodamente dal tuo divano di casa.

Online ne troviamo tantissime e per questo abbiamo scelto di parlarti di 6 siti seri ed affidabili usati in Italia, le informazioni sono state tratte dal sito https://lanottedivenere.it/classifica-siti-per-single/  a questo link puoi trovare la lista completa con delle recensioni interessanti. Bene vediamo subito quali sono i portali consigliati:

  1. Cercosingle.com

Il primo sito di cui parliamo è Cercosingle.com questo sito web permette l’incontro con utenti reali e verificati che siano single.

Puoi trovare l’amore, l’avventura di una notte, una conoscenza o un’amicizia. È un sito perfetto per incontrare nuove persone.

L’iscrizione è gratuita ma ha anche un piano abbonamenti se si vogliono sfruttare tutte le funzionalità. Per l’iscrizione sono necessari pochi dati ed un indirizzo email, ogni account è però controllato da un team di moderazione sempre attivo.

  • Meetic

Meetic è disponibile in diversi paesi tra cui anche l’Italia. Il sito prevede l’iscrizione gratuita ma anche qui se vogliamo possiamo ottenere un abbonamento per sfruttare più funzionalità. Ti permette di trovare l’anima gemella o il compagno di una notte.

Tutti i profili sono verificati, per iscriverti basterà inserire i tuoi dati e fare una presentazione di te. Più sarà dettagliata e più sarà possibile conoscere persone con i tuoi interessi.

Meetic organizza anche eventi, spettacoli e cene con i membri della piattaforma, così se non sei preparato ad un incontro a due puoi sempre andare ad un incontro di gruppo.

  • Zoosk

Zoosk è un’applicazione scaricabile sul proprio dispositivo mobile che è presente in tutto il mondo. Per iscriverti ti basta scaricarla sul tuo dispositivo ed inserire i tuoi dati personali.

  • Genitore Single

Questo originale sito di incontri per divorziati e separati raggiungibile all’indirizzo www.genitoresingle.net cerca di risolvere un problema comune a tutti i single con figli che essendo genitori trovano grandi difficoltà ad incontrare qualcuno che capisca cosa voglia dire rendere compatibili figli e amoree anche le difficoltà organizzative nel ritagliarsi lo spazio giusto.

Per questo vengono accettate su questo sito di dating solamente genitori single e ti permette di incontrare altri genitori vicini a te per fare amicizia, scambiarsi idee o iniziare a frequentarsi.

Quindi è sia un app per trovare l’anima gemella che per trovare amici con cui condividere qualcosa in comune come i molti eventi che richiedono la partecipazione dei figli. L’iscrizione è gratuita.

  • 5.       Badoo

Il sito web più conosciuto di sempre, è presente ormai dal 2006 e permette di conoscere persone di ogni tipo. Puoi trovare persone che siano nella tua zona o nelle zone vicine, ampliare le tue amicizie oppure trovare l’anima gemella tutto dipende da quello che cerchi. L’iscrizione è gratuita ma puoi sempre scegliere un piano abbonamento per le funzionalità in più.

Il Legame su Netflix: se questo è un horror (con Riccardo Scamarcio)

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Arriva sul catalogo di Netflix Il Legame, il film horror con Riccardo Scamarcio (che è protagonista e produttore). Eh sì, avete letto proprio bene.

L’attore di Tre Metri Sopra il Cielo, che naturalmente nel corso degli anni abbiamo imparato ad apprezzare per altri ruoli – grazie a Ozpetek ad esempio – è protagonista del film di Domenico Emanuele de Feudis sulla magia nera nel Sud Italia.

Il trailer e la trama

Di questo film potrei dire tante cose. Potrei iniziare dalla fine, ad esempio, e dire che il finale è tremendo. Mi dispiace, però, perché in realtà Il Legame per tanti versi ricorda le suggestioni del vecchio horror all’italiana. I sussurri alla Dario Argento ci sono tutti, e non mancano spunti che rendono il film interessante per tutta la prima parte, anche solo per la meravigliosa fotografia.

Finché la storia è intrisa di mistero, finché Emma (Mia Maestro) e Francesco (Riccardo Scamarcio) non riescono a capire perché la piccola Sofia (Giulia Patrignani), figlia di Emma, inizia a stare molto male non appena arriva a casa della mamma di Francesco (Mariella lo Sardo), il film tiene viva l’attenzione.

Quando però i nodi arrivano al pettine, Il Legame rivela le sue fragilità sia nella trama che negli effetti speciali. Ma non solo. Riccardo Scamarcio, appena si addentra nelle scene dell’orrore, perde totalmente di credibilità. Il velo di Maya si alza e lascia lo spettatore con l’amaro in bocca. A malincuore, perché l’idea era buona.

Rispetto al finale del film, quindi, l’inizio in cui Emma, fidanzatina straniera con figlia al seguito, si avventa contro la suocera “del Sud” che crede al malocchio, mentre Francesco ondeggia un po’ inetto senza dare troppo peso allo scontro tra Titane, risulta essere forse la parte della pellicola che, in fondo, fa davvero paura.

Questo crollo improvviso nello sviluppo de Il Legame rende tutto più complicato. Perché all’inizio del film noi appassionati dell’orrore quasi ci facciamo la bocca guardando questo casale pugliese dove sembra stia accadendo qualcosa di molto inquietante (oltre ai pranzi di famiglia, ovviamente), qualcosa che – molto alla lontana – ricorda L’esorcista, ma che ha esiti totalmente differenti.

In conclusione, però, non voglio bocciare questo film. Specialmente perché ho avuto modo di vedere Janara su Amazon Prime Video, altro film legato al l’horror “folkoristico” delle streghe, e lì davvero ci sarebbe da querelare la distribuzione. Invece Il Legame è comunque un inizio, un input verso la riscoperta dell’horror italiano.

Alessia Pizzi

 Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». 

Streghe in streaming su Amazon Prime Video dal 23 ottobre 2020. What else?

Dopo averci deliziato con le sette meravigliose stagioni di Buffy L’ammazzavampiri, Amazon Prime Video ha deciso di far mangiare la polvere a Netflix toccando i cuori dei nostalgici.

In un momento storico come questo, in cui non è solo l’arrivo dell’inverno a tenerci a casa, la piattaforma streaming ha deciso davvero di farci del bene.

Mascherine obbligatorie e coprifuoco: questo è l’inverno che abbiamo davanti a noi. Per questo motivo il conforto di una serie tv dopo il lavoro o in pausa pranzo è davvero quello che ci vuole.

Nel caso di Streghe, poi, un tocco di magia non può fare male davvero, specialmente se si tratta della serie originale (e non del tragico Reboot, Charmed). Amazon Prime Video infatti ci travolge con le otto stagioni che hanno fatto la storia della televisione: Prue, Piper, Phoebe e Page, le quattro “P” delle Charmed Ones, tornano ad incantarci con le loro avventure.

Il potere del trio coincide col mio!

Traduzione di “The power of three will set us free”, mantra delle Streghe

Se avete visto Streghe non dobbiamo davvero convincervi ad aspettare con trepidazione il prossimo 23 ottobre. Se invece non l’avete mai visto, ecco qualche motivo per cui dovreste farlo:

  • Se vi piace Buffy, vi piacerà anche Streghe!
  • Se siete amanti del soprannaturale è la serie che fa per voi
  • Se avete voglia di sapere che aspetto aveva il Girl Power negli anni ’90, pure
  • Se volete rifarvi gli occhi con attrici e attori bellissimi
  • Se volete ascoltare la sigla più cult della storia della TV!
  • Se volete emozionarvi…

Sapete cosa fare!

Ecco un assaggio di How Soon is now

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“17” di Emis Killa e Jake La Furia, un disco orgogliosamente rap

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Emis Killa e Jake La Furia sono fuori con l’album “17”, uscito il 18 settembre.

Emis Killa e Jake La Furia sono da sempre tra i più noti e influenti rapper italiani. Già in passato i due avevano spesso collaborato, ma un progetto insieme non aveva ancora visto la luce. Il titolo 17 è un rimando al numero delle canzoni e dal valore scaramantico.

Il disco si apre con Broken Language. Subito si capisce l’atmosfera che Emis Killa e Jake La Furia danno al loro lavoro, con metriche aggressive e contenuti espliciti. Un ritorno alle origini. Malandrino è invece il singolo che non ti aspetti, che non si piega alle logiche radiofoniche e in cui a farla da padrona sono i temi della strada.

Si prosegue con No Insta (feat. Lazza), una critica feroce agli attuali rapper italiani, colpevoli di badare più all’immagine che alla sostanza. Ottima prova di Lazza al ritornello, ma d’altronde non è più una giovane promessa.

In Renè e Francis Killa e La Furia ripercorrono la storia di Renato Vallanzasca e Francis Turatello, due celebri malavitosi, mentre in Amore Tossico protagonista è la droga, narrata come una donna che seduce, cattura e crea dipendenza, per poi condurre a una lenta sofferenza. 666, come da titolo, è un brano aggressivo ed è la classica canzone autocelebrativa tipica del rap italiano.

Una delle tracce meglio riuscite è “Sparami” (feat. Salmo, Fabri Fibra), piena di tecnicismi ed esercizi di stile.

Salmo si dimostra in forma smagliante con una strofa killer, mentre Fibra confeziona un ritornello semplice ma martellante. Il brano successivo è Lontano Da Me, una breve parentesi più musicale, ma che mantiene la durezza del linguaggio.

Il mood spaccone riprende con Maleducato, dove non resta inosservata una critica all’outfit di molti artisti contemporanei:

Maleducato
maleducato
non mi pitturo le unghie non vado in giro truccato

Ma il pezzo che colpisce più nel disco di Emis Killa e Jake La Furia è “L’ultima volta” (feat. Massimo Pericolo, una dedica ai loro amici finiti in carcere.

Lo storytelling colpisce e a tratti commuove per il realismo e per l’immedesimazione in storie che non tutti vivono. Quello del crimine è un tema delicato e spesso ci si scorda che dietro a chi commette reati ci sono sempre delle persone. Sullo stesso filone sentimentale anche La mia prigione, in cui la musica viene descritta come un vincolo che finisce per penalizzare la vita personale degli individui.

Questa gente mi saluta ma non sa chi sono
conosce solo le mie azioni non conosce l’uomo

Arriva poi il momento tamarro: Toro loco è il classico pezzo che parla di belle donne e di vita sregolata. Mentre Amici miei (feat. Lazza) è la descrizione delle conoscenze più “borderline” dei rapper, tra ex detenuti e persone poco raccomandabili. Un pezzo destinato a far discutere.

Tra i brani più intimi troviamo Medaglia. I sogni dei due rapper da giovani oggi sono realtà, e ora che hanno tutto quello che hanno sempre desiderato, resta solo il tempo che passa.

Le ultime tracce rappresentano la perfetta chiusura del ciclo. Il seme del male è la radiografia di due artisti dannati, in Cowboy (feat. Tedua), i due si paragonano agli avventurieri del west per via delle continue sfide superate. Dulcis in fundo, Quello che non ho, dove il peso della fama e delle aspirazioni si confonde con la nostalgia e i rimpianti di un passato difficile ma spensierato.

“17” di Emis Killa e Jake La Furia si rivela un album di grande caratura che farà scuola.

Promossi i featuring e le produzioni (Dat Boi Dee, Low Kidd, Kid Caesar, 2nd Roof, Big Fish, Boss Doms, Abaz, X-Plosive, Chris Nolan). Parliamo di un lavoro moderno ma che non strizza troppo l’occhio alle nuove tendenze. Un disco per appassionati e per chi vuole scoprire come si può ancora fare molto bene questo genere.

VOTO: 8,5

Lorenzo Balla

Maledetto Modigliani, la recensione del film Nexo Digital

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Dopo l’enorme successo riscosso con Paolo Conte – Via con me, che sarà replicato dal 15 al 18 ottobre, il nuovo appuntamento dell’arte al cinema è Maledetto Modigliani, il film distribuito da Nexo Digital.

Inizialmente Maledetto Modigliani, il film sull’artista, era stato programmato nelle sale dei cinema per marzo. Come sono andati poi gli eventi  li conosciamo tutti, e dopo 7 mesi per fortuna possiamo vederlo.

Il film è immaginariamente narrato da Jeanne Hébuterne, che fu un’artista e anche la compagna e la musa di Modigliani.
Durante la narrazione si avverte una certa possessività da parte di Jeanne verso Modigliani, quasi un po’ morbosa. Infatti la pittrice si suicida solo due giorni dopo la morte di Amedeo Modigliani per tubercolosi, ad un mese dal parto del loro secondo figlio.

Come molti altri film di Nexo Digital, Maledetto Modigliani è ispirato dalla mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, che è stata allestita al museo civico di Livorno, sua città natale.

Attraverso Maledetto Modigliani, il film, si scopre la vita dell’artista e si sfata così anche anche la sua nomea di “maledetto”. Una fama alimentata anche da come a volte si firmava, Modì, che è identico alla pronuncia di “maledetto” in francese: maudit.

Da questo docufilm si apprendono aspetti importanti della vita di Modigliani e ciò che gli ruotava attorno. L’arte, gli amici artisti contemporanei, la famiglia, le influenze e i tanti amori

Le donne con cui ha avuto delle relazioni erano tutte intellettuali, persone con cui potesse avere anche uno scambio mentale. Oltre alla compagna Jeanne Hébuterne, ha avuto anche delle relazioni, non per forza di tipo fisico, con la poeta Anna Andreevna Achmatova, e la scrittrice, reporter e suffraggetta Beatrice Hastings

Due donne che avevano anticipato i tempi di cento anni, per le loro lotte e le loro identità!

Anna Achmatova non voleva definirsi nel genere, e a “poetessa” preferiva la parola “poeta” per definirsi. Oggi si sarebbe definita non binary. Invece Beatrice Hastings fu una suffraggetta che rivendicava la libertà sessuale e di proprietà delle donne. Lei stessa viveva la sua sessualità liberamente, avendo avuto sia partner maschili che femminili.

Una parentesi molto interessante del film è dedicata ai macchiaioli. Questo movimento italiano viene raramente trattato, e proprio grazie a Guglielmo Micheli e Giovanni Fattori che Modigliani ha avuto la prima formazione artistica.

Dal momento che Modigliani è l’artista più falsato al mondo, con un rapporto di 3 falsi per ogni opera autentica, lo scopo della mostra a Livorno e di Maledetto Modigliani, il film al cinema dal 12 al 14 Ottobre, è stato quello di raccontare le sue opere che sono giunte fino a noi grazie ad una figura chiave dell’arte moderna: il collezionista

Per il patrimonio artistico autentico di Modì che ci è arrivato, bisogna ringrazie a Jonas Netter e a Paul Alexandre.

Ho trovato molto curiosa una cosa della vita di Modigliani.
Aveva già dimostrato alla famiglia di avere talento; quando a 14 anni ebbe il tifo, la madre promise che gli avrebbe fatto prendere delle lezioni se si fosse salvato. Modigliani è si è salvato, è diventato un’artista noto, ma alla fine si è ammalato di tubercolosi che lo ha portato alla morte.

Una malattia infettiva lo ha fatto diventare un artista e un’altra malattia infettiva ha spento la sua carriera d’artista e la sua vita. La vita è davvero strana delle volte.

Maledetto Modigliani è certamente un film che crea molta curiosità nello spettatore: lo spinge a fare delle ricerche su tanti personaggi e su tanti luoghi dopo averlo visto.

Ambra Martino

Festa del Cinema di Roma 2020: programma e biglietti su Ticketone

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La quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma si svolgerà dal 15 al 25 ottobre 2020 all’Auditorium Parco della Musica coinvolgendo numerosi altri luoghi e realtà culturali della Capitale.

Il grande Cinema riparte da Roma. La Festa del Cinema di Roma torna a far incontrare artisti e pubblico, a raccontare storie e ispirare sogni.

Virginia Raggi

Dove acquistare i biglietti?

L’acquisto dei biglietti in prevendita per la quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma potrà essere effettuato solamente online attraverso il sito www.ticketone.it dal 12 ottobre 2020 alle
ore 9. Si ricorda che i biglietti per le proiezioni a pagamento in programma nelle sale in città, saranno acquistabili soltanto online attraverso il sito. Non sarà possibile acquistare i biglietti direttamente presso le sale dei cinema. Al Teatro Palladium i biglietti si potranno acquistare anche presso la biglietteria del teatro la sera dell’evento.
Prezzo dei biglietti Festa del Cinema di Roma: da 6 a 23 euro

Il cinema ha la capacità di farci sognare, di immergerci in altre dimensioni, di emozionarci e farci riflettere, come ci è stato confermato nel difficile periodo del lockdown

Dario Franceschini

La Selezione Ufficiale della Festa del Cinema ospita 24 film, con l’obiettivo di offrire qualità ed eccellenza in tutte le espressioni cinematografiche:

nel cinema indipendente, nella produzione di genere, nell’opera di autori affermati, in quella di registi emergenti, nella ricerca e nella sperimentazione, nel cinema di dichiarata vocazione spettacolare, nell’animazione, nella visual art e nei documentari. Anche quest’anno un ruolo importante sarà svolto dagli Incontri Ravvicinati con autori, attori e protagonisti della cultura italiana e internazionale, dalla Retrospettiva, dai Restauri, dagli Omaggi e dai numerosi altri eventi che comporranno il programma della manifestazione come i format Duel e Fedeltà/Tradimenti, confermati dopo il successo dello scorso anno. Accanto alla Festa, Alice nella città organizzerà, secondo un proprio regolamento, una rassegna di film per ragazzi.

Dove si svolge la Festa del Cinema di Roma 2020?

Il pubblico avrà a disposizione numerose sale. L’Auditorium Parco della Musica, struttura firmata da Renzo Piano, sarà il fulcro della manifestazione e ospiterà proiezioni, incontri, eventi, mostre, convegni e dibattiti. I 1300 mq del viale che conduce alla Cavea saranno trasformati in uno dei più grandi red carpet al mondo.

Grazie alla collaborazione con SIAE, la Festa dedicherà il tappeto rosso della quindicesima edizione al genio di Ennio Morricone, scomparso lo scorso 6 luglio: le musiche del Maestro accompagneranno il passaggio di talent, ospiti e pubblico. Presso il Parco della Musica saranno disponibili le Sale Sinopoli, Petrassi, Teatro Studio Gianni Borgna e AuditoriumArte.

La Festa del Cinema coinvolgerà tutta la città: dall’Auditorium del MAXXI alla Casa del Cinema, dal MACRO a Palazzo Merulana, dal My Cityplex Savoy “Acea” al My Cityplex Europa personalizzato dalla Regione Lazio, dove sarà previsto uno spazio per il photocall. Tornano le proiezioni al Teatro Palladium e presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS con MediCinema Italia Onlus, quelle a Rebibbia Nuovo Complesso e, per la prima volta quest’anno, nelle nove Case rifugio della Regione Lazio. Nella quindicesima edizione, la Festa arriverà da Piazza Tevere fino al Teatro di Tor Bella Monaca e coinvolgerà, dal centro alla periferia, quattro note librerie indipendenti (Altroquando, Libreria Piave, Tomo Libreria Caffè e Acilia libri).

UNA NUOVA SALA VIRTUALE: DIGITAL RFF15

A partire dalla quindicesima edizione, la Festa del Cinema avrà a disposizione una nuova sala virtuale a capienza limitata, attraverso la quale seguire on demand una parte del programma: si tratta della piattaforma Digital RFF15, che sarà online a partire da lunedì 12 ottobre, all’indirizzo https://digital.romacinemafest.org/. I film saranno accompagnati dalle introduzioni dei registi. Sarà possibile acquistare il biglietto online registrandosi sulla piattaforma. Digital RFF15 è fornita da SHIFT72 in collaborazione con Festival Scope.

I film di apertura – Festa del Cinema di Roma 2020

  • SOUL di Pete Docter, Stati Uniti, 2020, 100’
  • 9 JOURS À RAQQA | 9 DAYS AT RAQQA di Xavier de Lauzanne, Francia, 2020, 89’ | Doc |
  • AFTER LOVE di Aleem Khan, Regno Unito, 2020, 89’
  • AMMONITE di Francis Lee, Regno Unito, 2020, 117’
  • ASA GA KURU | TRUE MOTHERS di Naomi Kawase, Giappone, 2020, 139’
  • DE NOS FRÈRES BLESSÉS | FAITHFUL di Hélier Cisterne, Francia, Belgio, Algeria, 2020, 105’
  • DES HOMMES | HOME FRONT di Lucas Belvaux, Francia, Belgio, 2020, 100’
  • LE DISCOURS | THE SPEECH di Laurent Tirard, Francia, 2020, 88’
  • DRUK | ANOTHER ROUND di Thomas Vinterberg, Danimarca, 2020, 116’
  • ÉTÉ 85 | SUMMER OF ‘85 | ESTATE ‘85 di François Ozon, Francia, 2020, 100’
  • FIREBALL: VISITORS FROM DARKER WORLDS di Werner Herzog, Clive Oppenheimer, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, 2020, 97’ | Doc | Il film sarà visibile esclusivamente sulla piattaforma Digital RFF15 e sarà presentato online dai due registi
  • FORTUNA di Nicolangelo Gelormini, Italia, 2020, 108’
  • HOME di Franka Potente, Germania, Francia, 2020, 100’
  • I CARRY YOU WITH ME di Heidi Ewing, Stati Uniti, Messico, 2020, 111’
  • LĒCIENS | THE JUMP di Giedrė Žickytė, Lituania, Lettonia, Francia, 2020, 85’ | Doc |
  • LAS MEJORES FAMILIAS | THE BEST FAMILIES di Javier Fuentes-León, Perù, Colombia, 2020, 99’
  • EL OLVIDO QUE SEREMOS | FORGOTTEN WE’LL BE di Fernando Trueba, Colombia, 2020, 136’
  • RICOCHET di Rodrigo Fiallega, Messico, Spagna, 2020, 93’
  • THE SHIFT di Alessandro Tonda, Italia, Belgio, 2020, 83’
  • SMALL AXE di Steve McQueen, Regno Unito, 2020 | 128’ (Mangrove) | 70’ (Lovers Rock) | 80’ (Red, White and Blue)
  • STARDUST di Gabriel Range, Regno Unito, 2020, 104’
  • SUPERNOVA di Harry Macqueen, Regno Unito, 2020, 93’
  • SUBARASHIKI SEKAI | UNDER THE OPEN SKY di Miwa Nishikawa, Giappone, 2020, 126’
  • TIME di Garrett Bradley, Stati Uniti, 2020, 81’ | Doc |
  • In cooproduzione con Alice nella Città
  • HERSELF | LA VITA CHE VERRÀ – HERSELF di Phyllida Lloyd, Irlanda, Regno Unito, 2020, 97
  • TIGERS di Ronnie Sandahl, Svezia, Italia, Danimarca, 2020, 115’

A questo link trovate il calendario intero della Festa del Cinema di Roma 2020.

E se proprio non potete aspettare cliccate qui per leggere tutte le nostre recensioni delle edizioni passate della Festa del Cinema di Roma!

Vacanze Romane arriva per la prima volta in blu-ray

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Dal 7 ottobre Vacanze Romane è disponibile in blu-ray per la prima volta, ed l’occasione per fare la recensione.

Probabilmente molti cinefili avranno una qualche copia, in qualche forma, dell’immortale film di William Wyler. Ma la versione in blu-ray, che valorizza le immagini e la bellezza degli scenari del film del 1953, non può davvero mancare. La visione in alta qualità conferma lo status di un film che attraversa le generazioni e
continua ad appassionare milioni di fan.

Come ricorda anche l’articolo dedicato nel nostro cineforum: “Oltre ad essere una stupenda quanto amara storia d’amore, Vacanze Romane è una vera e propria vetrina dei luoghi più suggestivi di Roma, una città che all’epoca era vista come una Hollywood italiana, amata da cineasti e attori americani. […] Una storia d’amore d’altri tempi, che ha reso Audrey Hepburn l’icona cinematografica che ancora oggi tutti ricordiamo, dotata di un’innata eleganza che mai più si è vista nell’ambito cinematografico. Un capolavoro di sobrietà, eleganza, romanticismo e umorismo, girato interamente per le strade di Roma, che ha dato dimostrazione della grande raffinatezza registica di una leggenda come William Wyler”.

L’edizione speciale in blu-ray, e ringraziamo la Universal Pictures Italia che ci ha mandato gentilmente una copia, è ricca di contenuti per tutti i fan. A cominciare dalla presenza di 6 bellissime cartoline da collezione con le immagini più iconiche del film. In più troviamo numerosi contenuti speciali, tra cui uno speciale sui costumi realizzati per il film; minidocumentario sulla travagliata carriera dello sceneggiatore Dalton Trumbo e uno, immancabile, su Audrey Hepburn; uno sguardo al lavoro della Paramount negli anni ’50, e poi ovviamente una ricca galleria di foto e trailer.

Insomma, un evento che un film simile sia restaurato per l’alta qualità, e un’occasione assolutamente imperdibile. In chiusura di recensione, tornate a sognare con la bellezza e il romanticismo di Vacanze Romane… in blu-ray!

Cultura -IN- Mente: il sesso forte è anche debole. E viceversa

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ATTENZIONE! Questo articolo NON è adatto a persone prive di ironia.

Prima di iniziare, occhio alla Treccani:

debole /’debole/ (ant. o region. debile) [dal lat. debĭlis]. – ■ agg. 1.  debilitato, fiacco, fragile, gracile, indebolito, stanco. ● Espressioni: fig., scherz., sesso debole →  2. (estens.) a. [che ha poca resistenza o solidità: tavolo d.] ≈ delicato, fragile. ↔ resistente, robusto, solido. ↑ indistruttibile.

Secondo Caroline Criado Perez, autrice del libro Invisibili (Einaudi), la persona umana di riferimento nell’immaginario comune è un uomo bianco.

Tutto viene pensato, creato e diffuso per soddisfare i suoi desideri, persino la realizzazione delle tratte stradali. Che fortuna!

Il mondo pensa maschio: ci sarà un perché?

Noi donne dalle gambe brune, per dirla alla Anne Sexton, siamo quelle che piangono nei momenti meno opportuni – e quanto ci rode per questo. Non dico che sia sbagliato o giudicabile, ma quanto sarebbe più bello restare impassibili durante una lite sul posto di lavoro, ad esempio? Eppure gli ormoni non salvano proprio nessuna di noi.

Noi siamo quelle che si impanicano in attesa del ciclo – a volte anche se durante i rapporti sessuali sono state usate le corrette precauzioni – siamo quelle che si devono sentir dire dall’uomo di turno “stai tranquilla”, quando sappiamo perfettamente che quello di cui si parla è il nostro corpo.

Tu staresti tranquillo se dovessi condividere il tuo corpo con un altro essere vivente (l’uomo, padre di tuo figlio), o forse due (tuo figlio)?

Sicuramente sì: sei il sesso forte! Essere uomo deve essere un’esperienza meravigliosa! If I were a boy, lo cantava persino Beyoncé.

Gli uomini per me sono “I freddi”, un po’ come gli alieni, “I grigi”. Io li guardo proprio come se fossero degli alieni, i portatori dell’alterità. Ma in realtà, per la società, le aliene, la fauna a parte – per scomodare anche Oriana Fallaci – siamo noi.

Mi sono sempre trovata bene con gli uomini. Razionali, cauti, appunto “freddi, spesso solo in apparenza. Ma quanto sono bravi? Quando gli chiedi le priorità della vita ti rispondono: il lavoro, la famiglia, qualcuno aggiunge la fica, “una ragazza con la testa apposto” – e qui chiudo parentesi perché era meglio la fica – altri ancora mi hanno nominato gli investimenti. Per alcuni forse c’è anche il calcio.

Insomma, sarebbero questi i valori degli uomini, che si nascondono dietro la vita pratica pur di non avere a che fare con i sentimenti, o peggio… con la verità dei loro sentimenti.

Loro sono quelli delle scelte pratiche o delle non scelte, come spiega benissimo Lacci, film che dovreste tutti vedere. Ma saranno davvero felici così?

Sarà davvero così meraviglioso vivere in un mondo creato su misura per te? Perché mi viene il dubbio che anche un uomo, quindi, debba rispettare certi canoni, altrimenti è debole, o PEGGIO, frocio.

Secondo la letteratura internazionale la donna sa esprimere meglio i propri sentimenti. Secondo gli stereotipi, invece, le donne sono troppo emotive, non sanno gestire lo stress: non a caso vengono definite il sesso debole.

Sarà per questo che Anne Sexton, dopo essere scappata col compagno, averlo spostato e aver dato alla luce due bambini in una splendida cornice borghese, si è suicidata nonostante avesse scoperto in psicoterapia il potere della poesia?

Sarà per questo che Eleonor Marx, nonostante fosse la degna erede di sui padre, militante socialista attiva per i diritti delle donne, si è suicidata, dopo l’ennesimo tradimento del marito?

Sarà per questo che le donne sono invisibili, nonostante tutto? Spesso più famose per la loro morte drammatica – indotta da terzi, tra l’altro, che per il loro genio (vedi Ipazia).

Eppure…

Secondo i dati ISTAT dell’“Indagine sulle cause di morte”, nel 2016 in Italia il 78,8% dei morti per suicidio sono uomini.

Ma certo, le donne oggi non hanno più bisogno di uccidersi. Basta chiedere al partner!

Il report rilasciato dal “Servizio analisi criminale interforze del Ministero dell’Interno” afferma che sono state uccise 59 donne in Italia nel primo semestre del 2020: se nel 2019 costituivano il 35% degli omicidi totali, quest’anno l’incidenza si attesta al 45%.

Il lockdown ha proprio dato i suoi frutti. Il 77% degli omicidi sono avvenuti in ambito familiare ed affettivo avendo come protagoniste le donne.

Molte non denunciano: secondo l’Istat il 13,7% delle donne vittime di violenze, molestie o stalking non avrebbe denunciato per paura di una reazione violenta da parte dell’aggressore. Ma come ci spiegano benissimo serie tv come Unbelievable, il problema della credibilità va oltre la violenza stessa.

Non mi credono quando denuncio uno stupro, perché dovrebbero credermi quando denuncio il mio ex che mi perseguita o mi minaccia?

Per questo a volte parlano le morti e non le vite. Parlano le lapidi e non le denunce.

Quindi, riprendendo la Treccani e ricordando quanto alcune espressioni siano radicate nel nostro lessico: per un gioco di sinonimi e contrari, se la donna è il sesso debole, è delicata, l’uomo è il sesso forte, è indistruttibile.

Eppure, a volte, la donna è indistruttibile, se sopravvive ad uno stupro o all’acido tirato in faccia. E l’uomo è delicato, se ha paura di guardare in faccia la profondità di ciò che prova perché gli hanno insegnato che deve essere duro.

Come si spiega?

A tanti mali indusse… il patriarcato. E se le donne sono state private per secoli della possibilità di essere forti, quanto è stato tolto anche all’uomo? Con la differenza che la maggior parte delle donne oggi sa quanto ha perso, e la società glielo riconosce; mentre gli uomini forse non hanno ancora preso coscienza di quello che gli è stato tolto, cioè la possibilità di essere deboli, né sono legittimati dalla società a piangere questa perdita (figuriamoci, quindi, se possono piangere in ufficio per una litigata col capo).

Vogliamo ricordare come viene trattato in Italia un padre divorziato? Come inadatto a prendersi cura del proprio bambino, ma super adatto a mantenerlo economicamente.

Lungi da me giustificare gli uomini violenti, naturalmente. Dico solo che l’uomo violento spesso è dominato dalla rabbia, dal senso di impotenza nei confronti della donna: sfoga le emozioni con la violenza. Per questo prevarica fisicamente, ovvero nell’unico modo in cui sa di avere ancora potere. Non è questa debolezza?

La società patriarcale ha sfornato delle eterne bambine e degli eroi sentimentalmente muti. Il sesso quindi è debole, in entrambi i casi.

Bisognerebbe solo capire che l’emotività spesso è sinonimo di profondità: una dote imprescindibile (e senza genere) per portare la verità nelle nostre vite e non avere paura di viverle secondo il nostro verbo. Che poi è l’unico che conta davvero.

Non sarebbe meraviglioso se riuscissimo ad effettuare un matrimonio di contrari, senza pensare che la forza o la debolezza siano legate ad un genere?

Forse una mente puramente maschile non può creare e lo stesso vale per una mente puramente femminile… È fatale essere un uomo o una donna puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna-maschile o un uomo-femminile… Ci deve essere una qualche collaborazione nella mente fra la donna e l’uomo prima che possa compiersi l’atto della creazione. Ci deve esser un matrimonio dei contrari. (Virginia Woolf)

P.S. Tranquill*, non significa che da oggi dovete vestire tutti col nuovo “Rosso Ciclo” di Pantone.

https://www.instagram.com/p/CFufykoAYqq/

Alessia Pizzi

Louise Glück: cosa ha scritto il Premio Nobel per la Letteratura 2020

Eccoci qui riuniti a festeggiare il Nobel per la Letteratura 2020: e se anche voi siete tra quelli che – quando hanno letto il nome – si sono chiesti chi caspita sia Louise Glück, vi forniamo subito la dose di cultura che state aspettando per non fare brutta figura nei salotti letterari!

Louise Glück, i premi

Louise Elisabeth Glück, classe 1943 è originaria di New York, insegna poesia all’università di Yale e il Nobel 2020 è solo uno dei tanti premi che ha ricevuto per i suoi lavori di poetessa e saggista.

  • Nel 1993 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia per la sua raccolta The Wild Iris
  • Nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia
  • Nel 2003 è stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti
  • Nel 2020 Louise Glück vince il Premio Nobel per la Letteratura  “per la sua inconfondibile voce poetica che con l’austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”.

I temi principali affrontati nelle sue poesie sono il trauma, che spesso conduce a un miglior apprezzamento dell’esistenza, e la natura. Molto interessante il commento dello studioso Daniel Morris che sottolinea come Louise Glück non sia etichettabile, ma anzi resista “alla canonizzazione come poeta con trattino (cioè come un poeta “ebreo-americano”, o un poeta “femminista”, o un poeta “della natura”), preferendo invece mantenere un’aura di iconoclastia, o di mezzo”.

Louise Glück, le poesie

Se non avete mai letto una poesia di Louise Glück, gli Spacciatori di Cultura sono pronti a leggerle per voi. Abbiamo scelto “Tramonto” ed “Aprile” in modo del tutto soggettivo. Speriamo apprezzerete la nostra scelta.

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

Aprile

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

I premi Nobel per la Letteratura degli Scorsi Anni


“Paura d’amare”: il cult di Garry Marshall

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Titolo originale: Frankie and Johnny
Regia: Garry Marshall
Sceneggiatura: Terrence McNally
Cast principale: Al Pacino, Michelle Pfeiffer, Héctor Elizondo
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1991

Una ‘nuova’ favola

È un equilibrio fragile quello di Paura d’amare (1991), favola moderna di gente ordinaria, riuscito adattamento di una commedia di successo. Garry Marshall – già regista del fortunato Pretty Woman  (1990) – si muove sul crinale tra passione e timori confezionando un prodotto dalle ascendenze pop, senz’altro modellato su un pubblico ideale, financo ammaestrato al sentimentalismo di consumo.
Il lavoro, seppur imperfetto, è comunque sostenuto da attori d’eccezione, capisaldi di una trama dai contorni labili, il cui andamento si fa a tratti sfilacciato, organizzato – anzi – in partizioni disomogenee.

Il racconto dei sentimenti in Paura d’amare

La love-story tra Frankie (Michelle Pfeiffer) e Johnny (Al Pacino) esplicita in pellicola l’altalena degli stati d’animo di coppia, laddove stizza e malessere si alternano a tenerezza ed euforia. È quest’attitudine a fare di Marshall il regista dei (buoni) sentimenti, intercettatore del senso comune blandito in forme rassicuranti, già in precedenza sondate come il ‘mito’ di Cenerentola (in Paura d’amare ampiamente rivisitato).

Fra dialoghi e panoramiche

La schermaglia amorosa di Paura d’amare è tuttavia impreziosita dal brio dei dialoghi, sicché l’incontro tra i due – un cuoco ex galeotto e una cameriera diffidente – risulta modulato su tempi precisi, giocati sull’alternanza silenzio/battute.
Il maggiore scarto rispetto al modello si registra, comunque, nella studiata abbondanza di scene corali, affollate di personaggi minori «dei sobborghi newyorkesi, ognuno con la sua carica di umanità dolente e scanzonata»[1]. Fra le colleghe di Frenkie, Nedda (Jane Morris) e Dora sono i campioni di un’alterità rifuggita, fiaccate succubi di un’esistenza già andata eppure pulsanti di vita, al pari dell’anziana cassiera dagli occhi vispi.

Garry Marshall campione di atmosfera

C’è solitudine, ancora, in questa quotidianità ‘banale’, come è per la cameriera dipendente dall’alcol, come mostra il brulichio della folla di una New York «dal basso», in quella che Fulvia Degl’Innocenti indica come una novità significativa – un turning point nel «panorama cinematografico statunitense»[2] generalmente teso a rappresentazioni cruente. In quest’atmosfera compassata, la fine delle incertezze segna un cambio di registro, ora orientato allo scandaglio del ‘cedimento’, quando Frankie accantona la paura d’amare e si affida a Johnny.

Irresistibile consolazione

Qui il tono cede al melenso, gli scambi si fanno triti, i simboli artefatti. Eppure Pacino e Pfeiffer sostengono la prova, rivestendo lo zuccheroso di una patina amara, legata all’abile rovesciamento di ruoli che investe l’extra-filmico, liberando lei dalla freddezza e lui dal rigido aplomp.
È nei dettagli meno evidenti che si annida la favola, l’ordinaria consolazione di una ‘piccola’ storia. Frankie e Johnny si scambiano gli spazzolini ri-ordinando la quotidianità. C’è forse qualcosa di più consolante?

Tre motivi per vedere il film

  • L’interpretazione di Al Pacino e Michelle Pfeiffer
  • I costumi
  • La scena in cui ascolano il Clair de lune

Quando vedere il film

Quando si ha voglia di romanticismo o, semplicemente, per scongiurare la paura d’amare.

Note

[1] F. Degl’Innocenti, Paura d’amare di Garry Marshall, in “Attualità cinematografiche. 1992”, Milano, Edizioni «Letture» 1992, p. 104.
[2] Ibidem.

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Avete perso l’ultimo cineforum? eccolo per voi:

Le regole degli amanti: la recensione del nuovo romanzo di Yari Selvetella

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Le regole degli amanti è il nuovo romanzo di Yari Selvetella edito da Bompiani e disponibile in libreria dal 9 settembre.

In questo libro lo scrittore romano esplora la relazione tra due amanti, come si intuisce dal titolo, e per la precisione tra un uomo e una donna che stilano un decalogo, il “Manifesto dell’amore lieve”, affinché il loro amore duri nel tempo.

Il patto vale trent’anni – salva la possibilità di rescinderlo informalmente e senza motivo in qualsiasi momento. Decorso il termine, se davvero arriveranno a tanto, trarranno le conseguenze di quella loro scelta che è al tempo stesso frivola e militaresca. Diventano, insieme, custodi di una promessa e autori di una storia che forse un giorno dissuaderà, convincerà o illuderà altri come loro. Sono scrittori, giuristi, sociologi.

Ma contestualizziamo la vicenda.

Ci troviamo nel 1989, a Roma. Iole e Sandro sono due borghesi che si sentono affogare nella propria quotidianità: sono entrambi sposati e dai loro matrimoni sono nati anche dei figli.

Quando i due si incontrano in un caffè capiscono di piacersi reciprocamente e così inizia la loro storia.

Gli anni passano e Iole e Sandro vivono la loro relazione clandestina leggendo libri, progettando fughe convinti che la loro storia non possa essere scoperta, senza mai raccontarsi le loro “altre” vite.

Se e come arriveranno al traguardo dei trent’anni lo si scopre solo alla fine del romanzo e non saremo noi a spoilerare.

Le regole degli amanti è un romanzo a due voci, maschile e femminile, che si alternano a riportare la propria storia.

Il racconto caratterizzato dall’avvicendarsi dei punti di vista non è una novità per il genere di narrazione che affronta il tema delle relazioni extraconiugali: penso alla prima stagione di The affair in cui si alternano il punto di vista di Noah e quello di Alison o a Terapia di coppia per amanti, romanzo di De Silva in cui la storia è vista attraverso gli occhi di Viviana e Modesto.

La “novità” è rappresentata dalla presenza dei “Materiali” (inseriti tra un punto di vista e l’altro) come ad esempio una lettera mai inviata ma scritta da Iole per sua figlia Giulia, le istruzioni per un perfetto consumo del brik tunisino, sms inviati, le parole di una canzone. Si tratta a tutti gli effetti di ipertesto in forma cartacea.

Anche se il lettore guarda la storia con gli occhi dei due personaggi gli risulterà difficilissimo empatizzare con i protagonisti del romanzo.

Lo stesso Yari Selvetella a proposito di Iole e Sandro ha dichiarato a Vanity Fair:

li volevo imperfetti, come le persone che mi affascinano di più nella vita reale. Li volevo irritanti, perfino cinici, volevo gioire dei loro slanci e indignarmi del loro cinismo, volevo perdermi in loro per conoscere meglio me stesso come si fa in una città sconosciuta.

Spesso mancano il coinvolgimento, l’immedesimazione e l’identificazione con Iole e Sandro.

Il lettore difficilmente riesce ad entrare totalmente nella storia narrata. I due registi/protagonisti sembrano imporgli infatti una costante semi-soggettiva che produrrà un effetto straniante.

Valeria de Bari

Farmacie online e social commerce, come sta cambiando il settore

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Il mondo dei social network che entra nell’e-commerce: è così che potremmo definire il social commerce. Questa è l’evoluzione più recente del modo di vendere online. 

Il mondo delle farmacie online è in piena espansione e il loro arrivo sui social network ne ha aumentato la notorietà. Dalla fine del 2019 in poi c’è stato un vero e proprio boom delle vendite di prodotti farmaceutici su web, incentivato anche dalle condivisioni online e dalla creazione di vere e proprie community sui vari canali social. 

Il segmento pharma ha fatto registrare, dalla fine del 2019, un netto aumento di fatturato che dovrebbe crescere ancora entro fine del 2020. Nei primi mesi del 2020, complice anche il lockdown, lo scontrino medio per acquisti online nel settore farmaceutico è cresciuto del 98%.

Tra i prodotti più acquistati abbiamo integratori per il sonno ma anche vitamine e minerali, prodotti di make up, per la skincare e per la cura del corpo e dei capelli

Ma la vera novità è che tutto questo è stato possibile anche grazie a Facebook Instagram.

Le condivisioni social funzionano proprio come il vecchio passaparola. Una persona fidata che acquista online un prodotto e lo suggerisce sui social è la migliore pubblicità possibile. Chi è interessato al prodotto lo vorrà acquistare e utilizzerà lo stesso e-shop, già testato e sicuro. 

Lo sanno bene quelle farmacie online che hanno deciso di investire sulla creazione dei loro canali social e sulla loro crescita, anche in termini di follower e condivisioni.

Una scelta che ha consolidato la figura di alcuni e-commerce nel mondo delle vendite sul web. Un modello vincente è quello di Farmacia Cavalieri da anni presente sul mercato con il suo e-shop e oggi punto di riferimento nel settore delle farmacie online. 

I clienti la scelgono perché è un’ottima farmacia online, con un portale facile da navigare e sicuro dal punto di vista dei pagamenti. Molti arrivano al momento dell’acquisto proprio dopo aver scoperto i canali social, come ad esempio la Pagina Facebook. Questi sono ricchi di recensioni, condivisioni di prodotti e sconti e invitano il cliente ad acquistare ciò di cui ha bisogno.

Attraverso i social oggi si vende di più di prima. La crescita del social commerce, che non interessa solo il mondo dei prodotti farmaceutici, ci fa capire che l’integrazione funziona e che di sicuro è questa la strada da intraprendere.

Non solo nel settore pharma, naturalmente. Sono diversi i comparti che già si cimentano in questo esperimento, a partire da quello food & grocery che da sempre è il motore del mondo delle vendite online. 

Daisy Miller, la storia di un’eroina ottocentesca che rompe gli stereotipi

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La Recensione del libro Daisy Miller di Henry James ci fa capire quanto fosse difficile per una donna vivere seguendo la propria inclinazione naturale.

Daisy Miller, prima protagonista di #DosiDiEroine, è una novella scritta intorno al 1878 da Henry James (di cui abbiamo parlato in relazione allo spettacolo teatrale tratto dal suo romanzo Giro di vite).

La storia si svolge prima in Svizzera e poi a Roma. La protagonista è una giovane donna americana, Daisy Miller, che con sua madre e il suo fratellino girano l’Europa da turisti. 

Il suo atteggiamento frivolo è tipicamente americano, soprattutto con gli uomini. Questo e il suo poco riguardo per le convenzioni sociali la estraniano dagli uomini e dalle donne americani come lei, ma stanziati in Europa da un po’ e in maniera permanente.

All’inizio dell’Ottocento infatti piccole comunità di artigiani irlandesi arrivarono in massa negli Stati Uniti. Alcuni riuscirono anche fortuna (come il nonno di Henry James), ma questi nuovi ricchi venivano mal visti dalla vecchia aristocrazia. I loro modi non erano adatti all’etichetta e alle norme classiche di comportamento.

Questo è uno dei temi affrontati nel libro Daisy Miller.

La trama del libro Daisy Miller

Winterbourne, il giovane americano di cui Daisy si invaghisce e che sembra ricambiare, è combattuto tra il lasciarsi andare o rimanere sotto la protezione di sua zia mrs Costello. Lui è vissuto troppo a lungo in Europa per capire che che Daisy non è la bisbetica coquette che sua zia gli fa credere di essere.

Daisy d’altro canto non capisce che le sue amicizie con uomini europei non danno l’effetto voluto, cioè spingere Winterbourne a dichiararsi. Anzi, ciò lo rende ancora più sospettoso. 

Daisy Miller fu subito un grande successo di scandalo, il pubblico si è polarizzato tra difensori e accusatori di Daisy, che rappresenta la femminilità americana con i suoi pregi e difetti. 

La percezione della donna

Winterbourne per tutta la novella si chiede se Daisy sia innocente o american flirt. Non solo per un’opinione personale, ma perché Daisy deve incarnare ciò che la società richiedeva a una donna europea in età da marito: che fosse pura, casta, senza pulsioni, modesta nel senso di schiva e ritrosa, senza alcuna macchia sulla reputazione, senza il minimo accenno alla malizia.

Questo atteggiamento viene fatto passare dai personaggi europei come un’inclinazione naturale della donna. Ciò però cozza con la percezione che si ha della donna negli Stati Uniti. Daisy è pienamente consapevole di essere una donna americana, infatti dice in replica ad una signora indignata dalle sue amicizie maschili «Se questo è disdicevole […] allora tutto in me è disdicevole».

Anche Winterbourne è consapevole della natura di Daisy. Già nel primo capitolo lui ha già capito Daisy pensando «Che graziose che sono» al plurale, perché la vede come una delle tante ragazze frivole americane. 

Restare nel passato o azzardare?

Winterbourne guarda Daisy come uno studio (il sottotitolo della novella era, infatti, A study, modificato poi alla seconda ristampa). La guarda in modo clinico più che come oggetto di desiderio.

Winterbourne è combattuto. Dovrebbe attenersi al suo piano di ereditare le ricchezze dalla zia, figura che rappresenta il legame con il passato sicurezza ma anche rigidità? Oppure azzardare puntando alle ricchezze che potrebbe avere sposando Daisy, una giovane bella e diversa dai canoni?

James dunque mette insieme l’apparenza di solidità della narrazione realista con il modo di scrivere della grande tradizione romanzesca americana. È il caso di Hawthorne (La lettera scarlatta) e Melville (Moby Dick), che inserivano significati nascosti dalle cose sotto una superficie apparentemente lineare.

Il film su Daisy Miller

Nel 1974 la storia di Daisy Miller è comparsa sul grande schermo. Diretto da Peter Bogdanovich, il film è a tutt’oggi l’unico adattamento cinematografico della novella di Henry James. La protagonista Daisy è interpretata da Sybil Shepherd.

Veronica Bartucca

A Discovery of Witches: la magia passa dal libro alla serie tv

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Le dreaming spires oxfordiane incorniciano storie di streghe e vampiri alla ricerca di un antico manoscritto.

Uno dei problemi più grandi quando un libro si trasforma in un film o in una serie tv è…aver letto il libro.

La questione si fa ancora più annosa se il libro è stato anche gradito.

Questo era il mio primo timore quando ho appreso che Sky stava mandando in onda A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe, adattamento del libro che in italiano s’intitola “Il libro della vita e della morte”, primo capitolo della  Trilogia delle anime di Deborah Harkness.

Per principio – odio le trilogie – ho letto solo il primo capitolo e ne sono rimasta… stregata. L’ambientazione oxofordiana mi ha colpito subito, avendo io vissuto in quella meravigliosa città. La suggestiva location inglese ospita la storia di Diana Bishop, una studiosa molto riluttante ad accettare il suo destino di strega. Sarà proprio il suo lavoro di storica a condurla verso il suo futuro, ma soprattutto alla scoperta del suo passato: galeotto un manoscritto stregato nella Biblioteca Bodleiana.

Libro o serie tv?

La serie tv non ricalca perfettamente il libro, ma le componenti primarie ci sono tutte, come l’affascinante vampiro Matthew e la forte attrazione che lo lega a Diana. E questo amore ci ricorda altri famosissimi amori proibiti, come quello tra Buffy e Angel o quello tra Bonnie ed Enzo in The Vampire Diaries: gli appassionati di queste serie tv non resteranno delusi.

Non saprei dire se è meglio leggere il testo o buttarsi sulla serie tv. Sicuramente posso affermare che sono piacevoli entrambi per passare il tempo, a seconda di quali siano le vostre attitudini in questo momento. Se siete in modalità lettura scegliete il libro, se invece avete bisogno del relax che solo lo schermo sa regalare, scegliete la serie tv.

Perché vedere la serie tv Discovery of Witches, a prescindere che abbiate letto il libro o meno? Perché è un perfetto connubio tra storia e fantasy, che tutti gli amanti del mondo “supernaturale” apprezzeranno. L’ambientazione è perfetta: vi proietterà nella malinconica cornice delle “dreaming spires”, facendovi sognare ad occhi aperti.

La serie scorre con leggerezza (l’ho finita durante una delle lunghissime settimane di lockdown) ed è perfetta per staccare un po’ dallo stress quotidiano.

Un po’ di magia male non fa!

Alessia Pizzi

Lacci, il film di Daniele Lucchetti apre Venezia 2020 e tutte le ferite possibili

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Impossibile parlare di Lacci e credere di poter dire tutto. Il film d’apertura del Festiva di Venezia 2020, diretto da Daniele Lucchetti e tratto dall’opera di Domenico Starnone è la coppia al microscopio, banalmente, e la vita, universalmente.

Il trailer

Siamo nella Napoli degli anni Ottanta: Aldo è sposato con Vanda, hanno due figli. Il tradimento irrompe nella quotidianità e da questo input la vicenda si dipana passando al crivello l’uomo e la donna.

L’uomo, che si accontenta di quello che gli capita, senza lottare. La sua vita è pilotata dalle scelte e dalle azioni delle donne che lo circondando. Che sia una moglie “vecchio stampo” o un’amante indipendente, il protagonista sceglie sempre di non scegliere. E in questa non scelta risiede una chiave di lettura fondamentale, che ritrae l’uomo come una creatura insicura che cerca la comodità.

La donna, invece, lotta a prescindere, senza sapere se nel nome della propria felicità. Comunica, si agita, decide. Le decisioni a volte sono discutibili, magari anche autolesioniste, ma comunque sono il motore della vicenda. Se l’uomo si accontenta di ciò che gli capita, la donna agisce inconsapevole da cosa sia mossa.

L’altra è una donna libera e indipendente, che può far paura. Una donna da ammirare per certi versi, un modello da seguire. Aldo sceglierà lei o sua moglie? O saranno loro a scegliere per lui ancora una volta?

I figli sono lo specchio delle brutture dei genitori. Riflettono rabbia, cattiveria, indifferenza, ma anche amore. Lacci, del resto, è un film sui legami: si può vivere una vita con una persona e non legarsi ineluttabilmente? Un’altra persona può minare per sempre questo legame? Ma soprattutto, i legami sono sempre positivi?

I lacci sono veri o sono solo credenze che ci danno la forza di andare avanti? Ostinarsi che un legame sia più forte di ogni dolore ci regalerà la felicità? Ma, poi, cos’è la felicità.

Mi rendo conto di aver elencato una serie di domande, ma Lacci è questo: un caleidoscopio di domande che tutti prima o poi nella vita ci siamo posti o ci porremo. Donne agitate come mare d’inverno e uomini immobili come il lago d’estate: persone che si amano, che si feriscono, che tentano di vivere la propria vita. E in questo caos di umanità, la risposta arriva dai figli.

Sarà vero che bisogna restare insieme per i figli oppure no?

A tutti i quesiti legittimi che intasano la mente dello spettatore dopo aver visto il film, si aggiunge un cast di eccezione che rende questo film un buon motivo per tornare al cinema dopo il lockdown: Alba Rohrwacher, Giovanna Mezzogiorno, Laura Morante, Luigi Lo Cascio e Silvio Orlando sono una squadra inossidabile che ondeggia tra presente e passato, tra ieri e oggi, regalandoci la panoramica di una vita che forse non è molto lontana da quella di tanti altri esseri umani.

Alessia Pizzi

La recensione del Libro “Lacci”

La Recensione dello spettacolo teatrale “Lacci”

 Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». 

Morto Kenzo Takada, il giapponese che amava la moda

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Natale 2000: mia madre mi regala Flower di Kenzo, uno dei primi profumi della maison, appena uscito.

Presa dall’entusiasmo corro in bagno per spruzzarmelo ma mi cade in terra, si rompe in mille pezzi e impregna in modo incontrovertibile le ciabatte che indossavo.

Nell’arco di qualche minuto non avevo più il profumo, ma delle ciabatte che mi avrebbero ricordato per sempre la mia goffagine, lasciando per tutta casa un profumo inebriante e quasi ipnotico.

Questo è il mio primo ricordo di Kenzo, l’ultimo è l’acquisto di un paio di sue sneakers durante il lockdown. È uno stilista che seguo da sempre e che ho sempre tanto ammirato, come artista e come uomo.

E oggi me lo piango, perché purtroppo, a causa di complicazioni derivate dal Covid-19, Kenzo Takada è morto.

Chi era Kenzo?

Molti pensano che Kenzo sia solo il nome del brand, ma è anche e sopratutto il nome del suo fondatore, Kenzo Takada. Uno dei pochi giapponesi famosi nel mondo della moda, che già negli anni 70 con la boutique Jungle Jap a Parigi scosse il fashion system. Per la prima volta oriente e occidente si incontravano creando un bellissimo fuoco d’artificio all’ombra della Tour Eiffel, negli stessi anni in cui trovava la fama Yves Saint Laurent.

La sua cultura di provenienza e la sua preparazione artistica lo rendono uno stilista unico e riconoscibile. Bamboo, pattern ispirati alla natura, colori sgargianti; ma anche maxi gonne e kimono, da abbinare a una décolleté o a un top di chiara impronta occidentale.

Negli anni 70 il mondo era pronto e affamato di nuove cose, di nuovi mondi, di nuove visioni, e Kenzo fu fautore di un’apertura culturale enorme.

Kenzo negli anni ‘90

Il gruppo LVMH, che ad oggi possiede quasi tutti i marchi che contano, già nel ’93 mette gli occhi su Kenzo, per renderlo più mainstream. Qualche anno dopo Kenzo Takada si ritira, dando l’addio al suo pubblico con un’ultima memorabile sfilata. Elefanti, farfalle, colori a palate: una festa di cui ancora si parla.

Così come a lungo si parlerà di lui, il gentleman giapponese innamorato dei colori.

Micaela Paciotti

Foto di: Micaela Paciotti

Post-Covid, è il momento giusto per aprire un e-commerce?

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Oltre allo stato di emergenza sanitaria, il termine Covid è spesso associato all’idea di crisi economica. Pochi comparti si sono salvati e hanno dimostrato di avere le carte in regola per fronteggiare una situazione davvero complessa e senza precedenti. Uno di questi è senza dubbio quello dell’e-commerce, che dalla pandemia ne è uscito addirittura rafforzato.

Complice il lockdown – particolarmente rigido e prolungato – che l’Italia è stata costretta ad adottare per contenere il diffondersi della pandemia da coronavirus, il nostro Paese ha registrato un boom del settore e-commerce.

Nel post-Covid, la fiducia degli Italiani nell’online è cresciuta al punto di posizionare i nostri connazionali sul secondo gradino del podio dei Paesi europei per la quantità di prodotti acquistati rispetto al pre-Covid.

La fonte, un report stilato da Nielsen e Sendcloud mostra che, dopo il lockdown, si acquista in rete una media di 2,9 articoli in più; la medaglia d’oro va invece alla Spagna (3 prodotti in più), mentre la media europea si attesta sui 2,7 articoli in più rispetto al trend prima del Covid.

Avventurarsi nel business dell’e-commerce, di questi tempi, potrebbe essere un’iniziativa vantaggiosa. Questo purché prima di imbarcarsi nell’impresa, che può essere sì remunerativa, ma solo se ben progettata, si faccia un’accurata analisi dei costi e dei benefici.

Avviare il proprio negozio online comporta infatti un certo impegno economico. A seconda della tipologia e della grandezza dell’attività, sarà necessario destinare una parte di denaro all’acquisizione di sistemi di infrastruttura e logistica, servizi di marketing e software di supporto.

Un ottimo punto di partenza consiste nell’investire in un programma di fatturazione elettronica facile da usare ed efficiente come Easyfatt di Danea. Il gestionale consente di compilare, emettere e inoltrare in pochi clic le fatture in formato digitale, ma non solo. Il software è infatti il perfetto alleato di chi possiede un e-commerce, perché offre la possibilità di collegare il proprio shop online e di integrare nello stesso programma attività come la compilazione delle schede prodotto, le spedizioni, il controllo dello stato dei pagamenti e molto altro.

Un altro suggerimento è quello di affidare il trasporto delle merci a un corriere rapido e autorevole. Secondo la ricerca di Nielsen e Sendcloud, infatti, il 31% degli Italiani si dichiara favorevole a spendere di più pur di ricevere i prodotti acquistati entro un giorno dal check-out.

La fretta, in questo caso, potrebbe passare da cattiva a buona – e proficua – consigliera.

Cruor: Renata Rampazzi racconta la violenza di genere al Museo Carlo Bilotti

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Il museo Carlo Bilotti ospita la mostra Cruor di Renata Rampazzi. Il colore del sangue è usato dall’artista per trattare il tema della violenza sulle donne

Cruor, cruoris. Sostantivo maschile di terza declinazione. Dal latino: sangue versato da una ferita, diverso da quello che circola nelle vene definito invece dal sostantivo sanguis.

È la parola cruor a dare il titolo alla mostra di Renata Rampazzi curata da Claudio Strinati al museo Carlo Bilotti di Roma. In mostra sono presenti opere che vanno dagli anni ’80 al 2020. In comune hanno tutte il tema del cruor: del sangue che scorre da ferite, da lacerazioni causate dalla violenza subita dalle donne.

Il fatto che a distanza di 40 anni il fenomeno della violenza sulle donne non si sia attenuato ha portato l’artista a ritornare sulla tematica con rinnovato impegno e adesione.

L’artista, una donna

Renata Rampazzi, senza cedere il passo alla figuratività, ma mediante l’astrazione, riesce ad affrontare in pittura il tema della violenza sulle donne. Non c’è narrazione per immagini nelle sue opere, c’è solo materialità e colore: il rosso carminio. Rosso sangue che può essere più o meno denso, rappreso, coagulato e sfumato sulle sue tele o garze.

L’astrazione in Rampazzi non è declinata in senso edonistico e disimpegnato. L’artista invece fa sì che l’astrazione diventi un modo per comunicare sensazioni allo spettatore, coinvolgendolo fisicamente (mediante l’attraversamento della struggente installazione Cruor del 2018)  ed emotivamente. Coinvolgimento che avviene evocando il tema della violenza sulle donne col solo uso del colore rosso presente in tutte le opere.

Le tele e le garze della Rampazzi infatti sono accomunate dall’uso prevalente di rossi scuri, carmini, che possono occupare la tela colando sulle superfici come filamenti, come dripping controllato, come intensi spessori di colore sanguigno o semplicemente come macchie. A volte il colore è così denso da voler uscire dalla tela bidimensionale per estendersi verso una terza dimensione. Il colore si fa forma.

Anche nell’installazione del 2018, Cruor – che chiude il percorso della mostra – il colore diventa forma. Le garze che calano dall’alto sembrano essere state lavate nel sangue, sembrano bendaggi di ferite. Il pavimento ha una copertura rossa e lo spettatore deve camminare verso il fondo di questo ambiente come se stesse attraversando un utero, come se stesse violando l’intimità di un corpo femminile.

È con grande sensibilità che Renata Rampazzi affronta il delicato tema della violenza sulle donne. L’arte diventa nelle sue mani un mezzo per condividere il dolore e la sofferenza delle vittime, per non lasciarle sole.

Informazioni pratiche

La mostra è visitabile dal 17 settembre 2020 al 10 gennaio 2021
Orari museo settembre
Da martedì a venerdì e festivi ore 13.00 – 19.00 (ingresso fino alle 18.30)
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
Giorno di chiusura: lunedì

Orari museo ottobre – maggio
Da martedì a venerdì e festivi ore 10.00 – 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30)
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
24 e 31 dicembre ore 10.00-14.00 (ingresso consentito fino alle 13.30)
Giorno di chiusura: lunedì

L’ingresso alla mostra è contingentato, occorre prenotare la visita chiamando lo 060608.

Il biglietto è gratuito.

Foto e articolo di Francesca Blasi

La letteratura della vita che scorre: “Le storie non volano” di Campagna

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Roberto Campagna non è un autore nuovo al nostro sito. Di lui è impossibile non apprezzare l’unicità della sua ultima opera Le storie non volano, un monumento storico e sociologico di un’epoca, edita dalle Edizioni Croce di Roma.

Campagna è uno scrittore dalle caratteristiche uniche, dalla produzione originale e variegata che spazia dai racconti agli aforismi, fino alle favole.

Cosa hanno in comune queste forme letterarie si capisce immediatamente: la custodia di una saggezza senza tempo, desueta ma attualissima poichè descrive uno spaccato di storia che sarebbe inevitabilmente destinata all’oblio.

Non dimentichiamo che lo scrittore è un sociologo, un giornalista, ed ha alle spalle una lunga militanza politica condotta nei contesti di provincia dell’Agro Pontino, una terra benedetta per la fertilità delle colture e per il grande numero di letterati di valore.

Cosa accade nella narrazione di questo libro meraviglioso è terreno, carnale, passionale ma anche paradossale per l’intreccio degli eventi di vita dei protagonisti. Intorno a un tavolo da gioco si riuniscono ogni giorno dei personaggi che rappresentano vizi e virtù dei piccoli borghi, descritti con un tratto verista addolcito dall’umanità resiliente alla sopravvivenza.

Hanno vite apparentemente predestinate ma nel loro piccolo raggio d’azione si consumano grandi guerre, in bilico tra quotidianità ed eccezionalità.

Si potrebbe dire che Campagna è l’esponente di un positivismo contemporaneo che ricorda l’essenzialità dei sentimenti, favorisce la coscienza storica, ricuce l’atto politico al canovaccio della coscienza.

Tutto si svolge nel complicato periodo del compromesso storico, vissuto con entusiasmo ma anche con grande pragmatismo dagli attori del racconto; la morale comune che incontra e contrasta la consapevolezza politica. Il sociale, che tanto ha penalizzato le vite di uomini di partito e ne ha influenzato l’esistenza individuale, si fa sfuggente al tentativo di cattura e si incarna nei paradossi quotidiani.

Belle le descrizioni pennellate dalla penna dell’autore che ritrae una società fedele allo spirito rurale e desideroso di un’emancipazione che vede nel miraggio della grande città il riscatto alla fissità del destino.

Una lettura che riscopre il gusto piacevole della malinconia.

Roberto Campagna, sociologo e giornalista, di mestiere fa il comunicatore. Direttore della rivista Noi/Altri, collabora con il quotidiano Latina Oggi.

Tra i suoi libri: Il Palato della Memoria, Meglio povero che poveraccio, Alle Fontane. Storie di panni di paese, E così fu, A Via Fontana dell’Oro, 101 filastrocche in fila per 1, Il Sapore della Palude e A Tavola nella Terra del Mito. Suoi racconti compaiono nelle antologie Buon Anno e Felice Anno Nuovo, Sorridi Siamo a Roma e Del Sacro e Del Profano.

Antonella Rizzo

60 anni fa “Rocco e i suoi fratelli” vinceva il Festival di Venezia

La fortuna bisogna farsela venire

Titolo originale: Rocco e i suoi fratelli
Regista: Luchino Visconti
Soggetto: Suso Cecchi d’Amico, Vasco Pratolini, Luchino Visconti, Giovanni Testori
Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Cast: Claudia Cardinale, Max Cartier, Alain Delon, Spiros Focás, Annie Girardot, Katina Paxinou, Renato Salvatori
Uscita: 1960
Paese: Francia – Italia

Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti è un capolavoro del cinema europeo, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1960, in cui vinse il Leone d’Oro. 

Grande fu il successo di pubblico e numerosi furono i premi successivi, ai David di Donatello, ai Nastri d’Argento, ai Bafta e, al regista Visconti, anche ai Golden Globes del 1961. 

Scandito in cinque capitoli che prendono il nome da quello dei cinque fratelli Parondi (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), è una classica saga familiare, di cui Visconti si serve per rappresentare il fenomeno della migrazione. 

Lo scenario è la Milano povera e operaia tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Quattro dei fratelli Parondi e la loro madre vedova Rosaria (Katina Paxinou) vi giungono dalla Basilicata per ricongiungersi con il fratello maggiore Vincenzo (Spiros Focás). Lui si è appena fidanzato con Ginetta (Claudia Cardinale), anche lei di famiglia meridionale, ma già molto più integrata nel tessuto sociale della città. Già dall’accoglienza che riservano loro i familiari di Ginetta nelle primissime scene si capisce quanto sarà difficile per i Parondi sentirsi a casa.

Il tema è la questione meridionale, come nel precedente “La terra trema”. Ma Visconti la sposta al Nord, tra i migranti che cercano di uscire dalla povertà con il lavoro onesto. Non è facile integrarsi in una Milano diffidente, se non addirittura ostile, con la nostalgia della terra d’origine.  Sullo sfondo della periferia delle case popolari, i Parondi affrontano il pregiudizio verso i migranti meridionali.

La sceneggiatura del film “Rocco e i suoi fratelli” è in mano a grandi nomi.

Ma la trama è ispirata a “Il ponte della Ghisolfa”, raccolta di racconti di Giovanni Testori, che infatti è tra gli autori del soggetto con lo stesso Visconti. Il cinema di quest’ultimo, d’altronde, ha sempre avuto ispirazioni letterarie e in questo film ritroviamo anche echi delle opere di Thomas Mann (“Giuseppe e i suoi fratelli”), di Dostoevskij (“L’idiota“), di Arthur Miller (“Uno sguardo dal ponte“) e della “Carmen” di Bizet.

Il fulcro della storia è la rivalità tra Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon).

Il pugilato sembra per loro un’occasione di riscatto ed è proprio sul ring che inizia lo scontro. Ma inizialmente solo Simone sembra essere all’altezza delle competizioni. Rocco, quindi, inizia a lavorare in una lavanderia e, dopo poco, parte per il servizio militare.

I due fratelli sono diversissimi. Il primo è spavaldo, quasi privo di scrupoli inizia a frequentare Nadia, una giovane prostituta (Annie Girardot) di cui si innamora.

Quando gli allenatori si rendono conto che Rocco, durante la leva, ha imparato a boxare bene, mettono da parte Simone, ormai fuori forma e deconcentrato dal successo. Nel frattempo, Nadia lo ha lasciato, visto che per lui non nutriva sentimenti e, uscita dopo undici mesi di prigione, incontra casualmente Rocco. Il giovane la incoraggia a cambiare vita, dicendole che 

Ognuno può vivere la vita come vuole. Basta che ne sia convinto. Ma non bisogna avere paura e tu hai sempre l’aria di aver paura.

Simone, quando scopre della relazione tra i due, si ingelosisce fino al punto di violentare Nadia di fronte a Rocco e agli amici, venuti a dargli man forte. La censura impose di “annerire” la sequenza dello stupro, rimasta tra le più forti e sconvolgenti della cinematografia di Visconti.

Secondo alcuni, la censura si accanì su “Rocco e i suoi fratelli” perché era un ritratto troppo amaro ed impietoso dell’Italia del boom economico.

Una parte della classe dirigente non voleva accettare le critiche mosse da Visconti alle profonde divisioni sociali del Paese.

Ma la scena “censurata” è anche l’acme della contrapposizione tra i due fratelli: da una parte la violenza, il patriarcato e la viltà rappresentate da Simone; dall’altra, la timidezza, l’umanità, la voglia di vivere di Rocco. Sempre pronto a perdonare ed aiutare il fratello Simone, tanto che Ciro lo definirà un santo, Rocco è pronto a sacrificarsi sotto ogni aspetto della propria vita per aiutare suo fratello, per il suo bene.

Roso dal senso di colpa, scambia persino la reazione violenta di Simone per amore nei confronti di Nadia. Un amore malato lo avremmo definito all’epoca. Oggi, invece, gli spettatori sono in grado di chiamarlo con il suo vero nome: ossessione morbosa, mania di possesso, che spinge alla violenza estrema.

Come era stato ne “La terra trema” e come sarà per “La caduta degli dei” Luchino Visconti sceglie i vinti come protagonisti e la famiglia che si autodistrugge per una lotta fratricida come tema. Il contrasto drammatico tra Rocco e Simone e la morte di Nadia è raccontato attraverso scene epiche e dialoghi serrati. I tre protagonisti sono “presenze tragiche che esprimono costantemente la difficoltà di vivere al nord, in una società disumana”, secondo il critico Gian Luca Farinelli.

Attori eccezionali e fotografia poetica fanno il resto.

Le interpretazioni di tutti gli attori sono intense ed iperrealiste. Spiccano il sorprendente Alain Delon, quasi all’esordio, e l’eccezionale Annie Girardot. Il giovanissimo Delon sarebbe, poi, diventato un attore feticcio di Luchino Visconti, come anche Claudia Cardinale (benché qui sia in un ruolo secondario), che qualche anno dopo avremmo visto insieme ne “Il Gattopardo”.

Anche la fotografia elegante di Giuseppe Rotunno ha avuto un ruolo fondamentale per fare del film un capolavoro assoluto. Rotunno gioca infatti con poesia tra le luci, le ombre e i chiaroscuri.

La grandezza di “Rocco e i suoi fratelli” è stata riconosciuta dalla critica soprattutto negli anni successivi alla sua uscita. All’inizio, la censura da un lato e la politica dall’altro ostacolarono una visione obiettiva della pellicola. Oggi nessuno mette in dubbio che sia un capolavoro.

Morando Morandini definì “Rocco e i suoi fratelli” il più generoso dei film di Luchino Visconti, perché in esso passioni antiche e problemi moderni sono condotti ad unità. Per Alberto Moravia il film era forte, diretto e brutale e rispecchiava fedelmente “nelle sue compiacenze di crudeltà e nella sua minuzia descrittiva le due componenti del singolare talento del regista: quella decadentistica e quella sociale”.

3 motivi per guardarlo:

  • perché è un film di Luchino Visconti, il Maestro dei Maestri, poeta della perfezione assoluta nel cinema;
  • per la sequenza all’idroscalo, tipica scena madre di Luchino Visconti, sintesi di melodramma e raffinata regia;
  • per la scena commovente dell’arrivo della neve, salutata dai fratelli e dalla loro mamma tra la meraviglia di ammirare quel fenomeno per la prima volta e la gioia di capire che, per spalarla dalle strade, ci sarebbe stato lavoro per tutti.

Quando vedere il film:

Durando quasi tre ore, vi consiglio di dedicare a “Rocco e i suoi fratelli” il pomeriggio di una domenica uggiosa, che l’autunno e l’inverno prossimi non mancheranno di offrirci.

Stefania Fiducia

Vi siete persi il precedente appuntamento con il nostro cineforum? Eccolo qui sotto!

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Un anno di Battisti su Spotify: la tua dose di Lucio

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È già passato un anno da quando è arrivata la musica di Battisti su Spotify. 

Dopo una lunga battaglia legale durata anni, Mogol è riuscito ad avere la meglio.

Grazie a questa vittoria, i brani scritti e composti dal duo più forte della musica italiana sono stati caricati sulla piattaforma di streaming musicale.

Per tale ragione sono disponibili solo gli album scritti con Mogol.

Prima la musica di Battisti non era disponibile su Spotify né su altre piattaforme, poiché i suoi diritti li ha ereditati la moglie Grazia Letizia, che tutela l’immagine del marito.

Eppure a molti sembra che Grazia Letizia Veronese stia cercando di cancellare la memoria del marito, piuttosto che tutelarla. Ostruisce qualsiasi iniziativa che riguardi la sua vita privata e la sua carriera musicale, a prescindere che una cosa sia “all’altezza” di Lucio o no.

Nel 2012 Mogol fa causa alla Edizioni Musicali Acqua Azzurra e solo nel 2016 si giunge alla sentenza.
Benché non sia riuscito ad ottenere i danni direttamente da Grazia Letizia Veronese, per la sua opposizione allo sfruttamento commerciale della discografia firmata Battisti-Mogol, li ha ottenuti da parte di Edizioni Musicali Acqua Azzurra, controllata comunque dalla Veronese e dal figlio.

Se non fosse stato per Mogol, forse la bellezza di quelle canzoni sarebbe caduta lentamente nell’oblio.

Mentre le generazioni più giovani e quelle venture avrebbero ascoltato a malapena la sua discografia all’infuori di La canzone del sole e Il mio canto libero.

Asserire di voler tutelare la memoria artistica di Battisti e poi impedire che la sua musica sia disponibile sulle piattaforme di streaming musicale, è un controsenso. Da qualsiasi punto si voglia analizzare la cosa.

Inoltre il 25 settembre è uscita anche Rarities. Si tratta di sedici canzoni, tra singoli, versioni alternative, rarità e lati B, raccolte in un’unica collezione. 

Per il suo primo anniversario streaming, ecco la playlist su Lucio Battisti su Spotify con la nostra raccolta di canzoni preferite.

Ambra Martino
Crediti immagine in evidenza: Francesco Fario

“Kairos – Cerca il tuo equilibrio!” a Roma con sostegno dello IED!

Il 4 ottobre 2020, dalle 18:30 alle 22:00, all’Atelier Montez di Roma ci sarà un evento esclusivo dedicato al significato del tempo e alla ricerca del “momento supremo”.

“Kairos”: traducibile con “tempo cairologico”, è una parola che nell’antica Grecia significava “momento giusto” o “momento supremo”.

Gli antichi Greci sono stati lungimiranti sotto tanti punti di vista. Sono stati la culla di tutta la civiltà occidentale. La loro filosofia è ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile. La loro sensibilità è illuminante e ce lo dimostra il loro modo di intendere il tempo. I Greci non avevano una sola parola per parlare di tempo. Si rendevano conto che un concetto così
complesso non poteva essere racchiuso solo in un numero limitato di suoni e grafemi. E fu così che accanto a kronos, usarono anche kairos, ovvero “momento supremo” o momento giusto in cui ci si sente in armonia con la realtà e la vita.

Perché, riflettendoci, il concetto di “tempo” è tutto tranne che semplice. È un termine familiare tanto da dare per scontato il suo senso. Ciascuno di noi porta avanti la propria quotidianità assecondando dei ritmi imposti dalla routine e dalla società. Ma la domanda da farsi è: abbiamo raggiunto l’equilibrio che ci permette di vivere al meglio la nostra esistenza?

Domenica 4 ottobre 2020 si potrà provare a dare una risposta a questa domanda. In questa occasione, infatti, dalle 18:30 alle 22:00, l’Atelier Montez (via di Pietralata 147/A-B) si trasformerà in un luogo dove fare esperienza di stili di vita apparentemente opposti: velocità e lentezza. 


Tutto questo è Kairos. Un evento esclusivo il cui obiettivo è quello di dare l’opportunità a tutti gli ospiti di riflettere sulle possibilità e sui limiti offerti da ritmi di vita rapidi e frenetici o calmi e dilatati. Questa esperienza non è strutturata in modo tale da portare chi partecipa a scegliere una via piuttosto che l’altra. La risposta può essere solo personale e non è detto che la presenza della velocità debba escludere quella della lentezza e viceversa. L’importante è trovare il proprio kairos.

All’interno degli spazi dell’Atelier Montez – riqualificati nel 2012 e da allora sede di numerosi eventi dedicati all’arte e alla cultura – gli ospiti di Kairos si troveranno circondati da suggestioni relative al tempo, alcune incarnate dall’opera degli street artists dell’Hawana Family, altre dalle note della sassofonista Alice Murzi e del chitarrista/cantante Jerry Vasi.

Durante la serata, il miscelatore Salvatore Vita – vincitore del premio “Miscelatore Record Nazionale 2018” – presenterà l’elettrodisiaca, una polibibita da lui creata su modello delle bevande realizzate dal Movimento Futurista all’inizio del secolo scorso. La corrente ideata da Tommaso Marinetti, nota a tutti per essere stato il primo movimento d’avanguardia in Europa, vedeva nella velocità la chiave per rivoluzionare il mondo artistico e sociale. I futuristi non furono attivi solo nel campo della letteratura, del teatro, della musica o delle arti figurative, ma anche in quello della miscelazione, inventando 19 bevande alcoliche dal gusto innovativo che interpretavano la filosofia del movimento stesso. Nel tempo, la miscelazione futurista è cambiata e sarà proprio la voce di Vita a spiegare come e perché. 

Due sono le esibizioni previste nel corso dell’evento. La prima sarà una performance di musica classica eseguita dal giovane violinista Ivos Margoni, laureato al conservatorio San Pietro a Majella con il massimo dei voti e vincitore del Premio Miglior Violinista dei Conservatori d’Italia 2018. Le corde del suo violino accompagneranno gli spettatori in un viaggio sonoro alla scoperta di ritmi lenti e veloci grazie all’Adagio dalla Sonata n.1 in Sol minore di J.S.Bach e al I Capriccio op.1 in Mi maggiore di N. Paganini

A seguire, ci sarà Claudio Morici, attore molto attivo sulla scena romana e nazionale e scrittore non solo dei suoi spettacoli teatrali, ma anche di articoli e reportage pubblicati negli anni da Repubblica.it e da testate del calibro del Manifesto e del Corriere della Sera. Grazie al testo da lui scritto “Come saranno i social nel 2089”, gli spettatori saranno proiettati nel futuro e avranno modo di riflettere con leggerezza e il sorriso sulle labbra sui cambiamenti della storia, alcuni lenti a realizzarsi e altri così rapidi da interessare generazioni sempre più vicine tra di loro (come il mondo dei social, appunto). 

Una volta arrestatosi questo vortice di esperienze sensoriali, l’ospite porta via con sé la consapevolezza del suo modo di vivere il tempo e la voglia di andare alla ricerca del proprio kairos.

Durante l’evento saranno rispettate le misure di sicurezza anti-Covid-19. Sarà garantito l’ingresso contingentato degli ospiti e il distanziamento sarà facilitato dalla presenza di adesivi calpestabili a terra per indicare dove poter sostare in sicurezza. È obbligatorio l’uso della mascherina. A tutti gli ospiti verrà misurata la temperatura al momento dell’ingresso. Saranno presenti gel igienizzanti e mascherine per chi ne risulti sprovvisto. 

L’evento Kairos è sostenuto dallo IED – Istituto Europeo di Design, da Di Paola – Project & Construction, da Mad Print, da SIADeF General Electric, da MR – Centro revisioni autofficina e autolavaggio e Sat29 Beach Club e prevede la collaborazione dell’enoteca Rocchi, di Casale del Giglio, Oliver&Co,Gulp 3D, Abagnale – Centro colori, Pharma.Co, Kolbe – Arti grafiche PartyCart, Hawana Family ed Emergenze sonore.

L’evento è esclusivamente su invito. Per informazioni scrivere all’indirizzo e-mail ufficiostampakairos@gmail.com. Se volete visitare i canali social dell’evento, cliccando qui troverete la pagina Facebook, e qui quella Instagram.

(What’s the story) Morning glory: l’album che ha consacrato gli Oasis

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L’album degli Oasis (What’s the story) Morning glory?, pubblicato il 2 ottobre del 1995, è, con ventidue milioni di copie vendute, il terzo album più venduto di sempre in Gran Bretagna.

Il 1995 è l’anno in cui il mondo è travolto da una nuova ondata di musica. Due anni prima era nato il fenomeno del Britpop i cui maggiori portavoce sarebbero stati proprio loro: gli Oasis.

Nell’agosto del 1994, la band di Manchester pubblica il disco d’esordio, dal titolo Definitely Maybe, piazzandosi al primo posto già nella prima settimana dalla pubblicazione.

Un anno e mezzo dopo, il 2 ottobre del 1995, gli Oasis pubblicano l’album che li avrebbe consacrati al mondo intero, (What’s The Story) Morning Glory?”, soprattutto grazie alla canzone che li ha resi celebri ovunque: Wonderwall.

Nel 1995, Noel Gallagher dichiara: 

While Definitely Maybe is about dreaming of being a pop star in a bandWhat’s The Story is about actually being a pop star in a band.”

(Mentre Definitely Maybe parla del sogno di diventare una pop-star, What’s The Story parla del fatto di essere una pop-star di una band).

Nel 1994 gli Oasis stavano vivendo il sogno che l’anno successivo sarebbe diventato realtà. 

Il primo album degli Oasis, Definitely Maybe, era ribelle. Titoli come Rock ‘n’ Roll Star, Supersonic e Live Forever trasmettono il desiderio della band di essere originali, di distinguersi e non cadere nella banalità.

(What’s the Story) Morning Glory? è il secondo album, quello che consacra la band, che mostra una significativa crescita musicale e personale degli Oasis. Il cantautore Noel Gallagher scrive una serie di brani che hanno come tema la scoperta del sé. Le chitarre pungenti e i ritmi spezzati lasciano il posto a melodie più soft e “ruffiane” con bridge indimenticabili.

TRACK LISTING

  1. Hello 
  2. Roll with It 
  3. Wonderwall 
  4. Don’t Look Back in Anger 
  5. Hey Now! 
  6. The Swamp Song 1 
  7. Some Might Say 
  8. Cast No Shadow 
  9. She’s Electric 
  10. Morning Glory 
  11. The Swamp Song 2 
  12. Champagne Supernova 

L’album si apre con Hello – brano energico che diffonde la sua aura rock – e si conclude con la “lennoniana” Champagne Supernova, passando per Wonderwall, la ballad più famosa degli anni ’90, la malinconica Don’t look back in anger, la mia preferita su tutte e la preghiera di Cast No Shadow, storicamente dedicata all’amico Richard Ashcroft, frontman dei The Verve all’epoca ancora lontano dal successo commerciale.

Gli Oasis non nascondono la loro passione per i Beatles, anzi.

Due tracce sono seguite da brevi intermezzi strumentali cupi che ricordano la conclusione di Strawberry Fields Forever; Wonderwall prende il titolo da un album solista di George Harrison; e il testo di Morning Glory contiene il titolo di Tomorrow never knows, canzone dei Beatles, in una frase del testo ovvero “Tomorrow never knows what it doesn’t know too soon”.

Oggi gli Oasis non esistono più e Liam e Noel continuano le loro discussioni a suon di tweet, ma (What’s the story) Morning glory? rimane l’album che ha segnato l’adolescenza di molti di noi e che è entrato nella storia della musica.

Valeria de Bari

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I 3 look più belli sul red carpet di Venezia 2020

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Il 77° Festival del Cinema di Venezia ha lanciato molti film interessanti, ma pochi look entusiasmanti sul red carpet. Dopo il lockdown e l’emergenza sanitaria, molte star hanno scelto la via dell’ understatement e della sobrietà.

Tre di loro, però, si sono distinte!

1. Anna Foglietta

Madrina del 77° Festival di Venezia, è un’attrice molto amata dal pubblico e dotata di una bellezza molto “vera”. I look che ha scelto sono stati tutti molto sobri ed eleganti, forse anche troppo. Bianco, nero, grigio, tagli maschili e lineari: queste le scelte di stile. L’ outfit più riuscito? Sicuramente l’abito lungo total black di Etro, che l’ha resa una vera star.

2. Maya Hawke 

La figlia di Uma Thurman ed Ethan Hawke è già a suo agio sotto i riflettori. Dopo Piccole donne e Stranger Things 3, la vedremo anche in Mainstream di Gia Coppola. Sul red carpet sfoggia un bellissimo abito a sirena di Atelier Versace, abbinato ad un bob vintage che ricorda molto quello di Anna Wintour.

3. Tilda Swindon

È un’attrice pazzesca, camaleontica, penetrante. Due anni fa era a Venezia con Suspiria, quest’anno è sbarcata a Venezia come ospite speciale, per ricevere il Leone d’Oro alla Carriera. In tempo di mascherine e protezioni, ha scelto di indossare alcune maschere gioiello, create per lei da James Merry, il designer che è anche co-direttore creativo di Björk. Dopo il Festival di Venezia 2020, le maschere sono state messe all’asta, il ricavato è andato a Facing History e UN Women.

Tra i vari film italiani presentati a Venezia, ‘Agalma’ di Doriana Monaco sul MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) è un piccolo capolavoro!

Micaela Paciotti