Non mi prendete per pazza: ma appena ho visto il trailer del nuovo film Disney, Raya e l’ultimo drago, non ho potuto fare a meno di notare che la protagonista non fa altro che abbassarsi la mascherina.
Sarà che i tempi sono quelli che sono, che ormai la mascherina è diventata appendice (più o meno) naturale del nostro corpo, ma mi risulta davvero difficile credere che sia un caso che la nuova eroina Disney compia questo gesto ben due volte nel trailer. Sarà uno dei messaggi, non tanto nascosti, che la Disney vuole mandare ai bambini?
Anche perché se leggete su Wikipedia le vicissitudini di questo film di animazione per arrivare a compimento, potrete facilmente intuire che qualche richiamo al Covid-19 potrebbe essere stato inserito quest’anno: dal 2018 al 2019 la sceneggiatura è stata riscritta e nel 2020 sono cambiati pure i registi.
Chi è Raya, la nuova eroina Disney mascherata
Raya e l’ultimo drago è figlia dei produttori di Oceania. Questo naturalmente mi fa ben sperare, ma questa nuova eroina sembra caratterizzata in modo differente. Raya è una guerriera solitaria chiamata a trovare l’ultimo drago per riunire il suo popolo diviso; 500 anni prima, infatti, tutti i draghi si sono estinti per salvare l’umanità dal male: ma una nuova minaccia incombe sul mondo fantastico di Kumandra. Anche se Kumandra non esiste, Raya ha tratti somatici orientaleggianti: le ambientazioni ricordano il sud-est asiatico, dove il team della produzione si è recato per realizzare le ambientazioni del film.
Il trailer in italiano di Raya e l’ultimo drago
Quello che mi ha colpito di più del trailer, è che Raya come tutte le eroine Disney hai il suo animaletto fidato e le battute sagaci. Tuttavia, questo trailer mi ha ricordato il trailer di Underworld, non so se ricordate la saga sui vampiri con Kate Beckinsale. Insomma, Raya racconta la sua missione come un’eroina cinematografica, spia che la Disney vuole davvero fare il salto di qualità con i suoi personaggi femminili. Non a caso, siamo reduci dal live-action di Mulan, dove la protagonista diventa una vero e propria icona della fierezza femminile. Bye bye principe azzurro, ecco a voi le principesse Disney moderne!
Aprite bene le orecchie anche per ascoltare la colonna sonora: sembra davvero di essere catapultati in un action movie o in un arcade di Mortal Kombat, a seconda dei gusti.
Da quando sono nata mi addestro per diventare guardiana della gemma del drago…
Raya e l’ultimo drago
Quando esce al cinema?
Attualmente Raya and the last dragon doveva uscire negli Stati Uniti il 21 marzo 2021. L’uscita era prevista per il 25 novembre 2020, ma la pandemia ha bloccato la distribuzione. Speriamo che quando la vedremo al cinema, la mascherina per noi sarà solo un lontano ricordo.
Come vedere Raya su Disney Plus?
Attualmente è possibile vedere Raya e L’ultimo Drago su Disney+ con Accesso VIP a 21,99 €
Come vedere il film gratis su Disney Plus?
Il film rientrerà nell’abbonamento Disney+ senza costi aggiuntivi dal 4 giugno 2021.
Qualche giorno fa uno dei miei eroi personali, Piero Angela, si è espresso su chi durante questa pandemia non sta ottemperando all’utilizzo delle mascherine definendolo un untore.
Ahimè stigmatizzare i comportamenti, non li ha mai fatti cessare e in tal senso occorre comprendere cosa stia alla base del comportamento che vorremmo eliminare o correggere. In tal senso i lavori di Robert Cialdini sulla compliance, sebbene datati, ci offrono un ottimo spunto di riflessione.
Punire chi non indossa la mascherina serve?
Direi che il meme da me creato sintetizzi un po’ la questione. Parliamone però in termini scientifici. Come riportato nel libro di Cialdini “Influence: The Psychology of Persuasion”, minacciare un bambino di non giocare con un giocattolo desiderabile lo può indurre ad obbedire sul momento e scegliere un altro giocattolo al suo posto. Tuttavia, in una situazione successiva dove si senta libero di agire, il bambino sceglierà il giocattolo reso ancora più desiderabile dalla precedente proibizione. Il 77% dei bambini sottoposti all’esperimento, infatti, alla prima occasione utile hanno colto il “frutto del peccato”. Quindi le minacce funzionano solo se c’è la capacità fattiva di monitorare l’ottemperanza ad una data regola, altrimenti sono controproducenti. Questo accade perché non vi è una presa di responsabilità in merito al comportamento di “non fare qualcosa”, semplicemente viene imposto. Nell’esperimento riportato da Cialdini se ai bambini veniva data una motivazione non coercitiva per non giocare con il giocattolo più bello, questi non lo sceglievano in media né sul momento né successivamente quando a giorni di distanza veniva loro posta di nuovo la scelta senza che fossero osservati (solo il 33% prendeva il robot per giocarci).
Cosa fare allora per convincere le persone all’utilizzo delle mascherine?
La riduzione del 44% della “disobbedienza” nasce dalla capacità dei bambini, come degli adulti, di poter modificare il proprio modo di percepirsi rispetto al problema. Se chiediamo alle persone di essere agenti del cambiamento, queste tenderanno a modificare la propria immagine di sé per essere congruenti con ciò che stanno facendo, soprattutto se li poniamo nelle condizioni di poter insegnare qualcosa a qualcun altro. Se ad esempio chiediamo a qualcuno “come convinceresti gli altri a mettere la mascherina?”, il semplice fatto di darci delle buone ragioni rafforzerà nella persona l’idea di essere una persona che in fondo in fondo tiene alla salute pubblica. Tutto questo accade in maniera piuttosto automatica e sfrutta il tipico bisogno umano alla consistenza. Ed ecco che un potenziale untore può diventare anche l’araldo delle disposizioni anti-contagio.
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Il Festival Dantesco, manifestazione nazionale che dal 2010 promuove l’incontro fra arti performative e opera dantesca, giunge al proprio Decennale, nel quadro delle grandi celebrazioni per i 700 anni dalla morte del Poeta (1321-2021).
Da venerdì 30 ottobre a domenica 8 novembre 2020, in streaming video nazionale, si snoderà una ‘dieci-giorni’ con letture, curiosità, reportage dai luoghi danteschi d’Italia, presentazioni di libri, anteprime e interviste nonché con il tradizionale Concorso performativo nazionale per giovani attori, musicisti, danzatori e artisti visivi.
Già patrocinato dal 2010 dalla Società Dante Alighieri, il Festival Dantesco – per tutte le sue attività previste fino a dicembre 2021– è tra i 100 progetti nazionali, su 322 candidature, cui sono stati riconosciuti lo scorso 30 settembre 2020 ilpatrocinio e un contributo economico da parte del massimo organo istituzionale italiano preposto al coordinamento delle celebrazioni dantesche, il Comitato Nazionale Dante 2021, voluto per il MIBACT dal Ministro Dario Franceschini, presieduto da Carlo Ossola e composto da Andrea Riccardi, Maria Ida Gaeta, Enrico Malato, Andrea Mazzucchi, Piero Boitani, Emilio Pasquini, Gabriella Farsi, Natascia Tonelli, Mario Santagata, Marco Petoletti, Giuseppe Ledda, Marcello Ciccuto, René De Ceccatty e Lina Bolzoni.Il Festival inoltre è patrocinato dall’AIB Associazione Italiana Biblioteche e si svolge in collaborazione con la Fondazione Roma Tre Teatro Palladium, con Loescher editore e con il Centro Studi Storici P.P. Barnabiti di Roma, e con la coproduzione delLiceo Scientifico G.B. Morgagni di Roma.
Organizzato dall’Associazione culturale Xenia, diretto artisticamente da Paolo Pasquini e daAgnese Ciaffei, il Festival Dantesco si proponequest’annoin versione streaming,con ospiti, interviste, sorprese,curiosità e collegamenti da Palermo, Firenze, Ravenna e Milano.
Nel corso della ‘dieci giorni’ avranno luogo inoltre momenti performativi in cui l’opera dantescavivrà in ‘esterna’, legandosi al patrimonio artistico, librario, paesaggistico e monumentale italiano nonché alle immagini della grande storia dell’iconografia dantesca.
Ciò varrà anche per le opere video realizzate da giovani da tutta Italia, che parteciperanno alla decima edizione dell’ormai tradizionale Concorso performativo, cui il pubblico nazionale potrà assistere – lungo tutto l’arco della manifestazione- dalle piattaforme web del Festival e da tutte le connesse pagine social, fino a domenica 8 novembre quando la Giuria del Festival, presieduta da Giulio Ferroni e composta da personalità del mondo accademico, artistico e culturale, proclamerà i vincitori dei Premi Assoluti e di alcuni Premi speciali.
Giovedì 5 novembre, inoltre, il Festival proporrà una conversazione di Paolo Pasquini proprio con Giulio Ferroni, autore de L’Italia di Dante,viaggio letterario nei luoghi legati alla vita e all’opera del Poeta, pubblicato da La nave di Teseo, promosso dalla Società Dante Alighieri e vincitore del prestigioso Premio Mondello sezione Opera Critica con la seguente motivazione:
Un’opera monumentale che è un vero e proprio viaggio all’interno della letteratura e della storia italiane: una mappa del nostro Paese illuminata dai luoghi che Dante racconta in poesia.
Si daranno infine anticipazioni sullo spettacolo Giovanni Alighieri, del fu Dante, prodotto dall’Associazione culturale Xenia, per la regia di Paolo Pasquini ed Enzo Aronica, selezionato fra i venti progetti di teatro, danza e circo contemporaneo cui il Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con il MIBACT, all’interno dell’iniziativa “Vivere all’italiana sul palcoscenico”, intende affidare l’immagine dello spettacolo dal vivo italiano presso le Ambasciate, i Consolati, le Rappresentanze e gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Protagonista in scena del progetto, nei panni di Giovanni Alighieri, sarà Roberto Herlitzka.
Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, pubblicato dalla Virgin Records il 28 ottobre del 1977, è l’unico album inciso in studio dal gruppo punk rockSex Pistols.
Il titolo dissacrante e provocatorio (la traduzione in italiano sarebbe Sbattitene i coglioni, qui ci sono i Sex Pistols), mette in imbarazzo alcuni negozianti inglesi che si rifiutano categoricamente di esporre l’album in vetrina.
Oltre alla parola bollocks nel titolo dell’album creeranno scalpore anche le parole di brani come God Save the Queen.
Il singolo esce il 27 maggio del ’77 e raggiunge la seconda posizione in classifica nonostante fosse proibito trasmetterlo in radio.
Il testo è un chiaro attacco al potere in generale e al regime monarchico in particolare:
Dio salvi la regina
Il regime fascista
Hanno fatto di te un deficiente
Una potenziale bomba H, non un essere umano
Non c’è futuro nel sogno dell’Inghilterra
Non farti dire cos’è che vuoi, non farti dire ciò di cui hai bisogno
Non c’è futuro, nessun futuro
Nessun futuro per te.
Ma non sono solo i testi delle canzoni ad essere urticanti. Il comportamento dei membri della band- Johnny Rotten (voce) e Sid Vicious (basso) su tutti – nelle occasioni pubbliche è discutibile, provocatorio, incontrollabile.
Inoltre i Sex Pistols non sanno suonare e durano insieme giusto il tempo di pubblicare Never mind the Bollocks.
TRACK LISTING
Holidays in the Sun
Bodies
No Feelings
Liar
God Save the Queen
Problems
Seventeen
Anarchy in the U.K.
Submission
Pretty Vacant
New York
E.M.I
Nonostante ciò, dopo di loro il rock e il punk non saranno più gli stessi. Oggi, i Sex Pistols non soltanto sono riconosciuti come i più grandi esponenti del punk, ma anche come icone del rock e come un fenomeno generazionale.
Infatti la band è entrata a far parte della Rock’n’Roll Hall of Fame e Never mind the bollocks è considerato un album importantissimo nella storia della musica. Nel 2006, l’album è stato inserito dal Time nella classifica dei 100 migliori dischi di sempre.
Non esiste nessun’altra band che possa vantare una tale fama con così poco materiale: oltre a questo disco il gruppo non ha prodotto praticamente nient’altro, travolto dalle liti tra i componenti.
I Sex Pistols sono andati a fuoco come le loro canzoni e come lo stesso punk duro, ribelle, anarchico.
Il successo del punk negli anni Settanta mette in evidenza quanto disagio provassero i giovani nei confronti di un establishment che non li rappresentava. La ricerca della via della ribellione e talvolta della violenza è sintomatica di una società rigida e inadatta a comprendere il cambiamento culturale iniziato negli anni Sessanta e maturato nel decennio successivo.
I Sex Pistols non fanno altro che farsi portavoce del mood dei giovani della loro epoca. Per questo, anche se la loro esistenza da molti è considerata una becera operazione di marketing portata avanti dal loro manager Malcolm McLaren, i Sex Pistols non possono e non devono essere considerati “la grande truffa del rock ‘n’ roll”.
Questa stagione 2020 di Ulisse – il piacere della scopertadi Alberto Angela si è già conclusa.
Quest’anno, a causa del Covid-19, sono state registrate solo quattro puntate. Sono andate in onda da metà settembre il mercoledì in prima serata su Rai Uno, con una pausa di due settimane per trasmettere due partite della nazionale maschile di calcio.
Dal momento che i calciatori della nazionale sono sempre più scarsi e che Ulisse ha avuto uno share molto alto, avrebbero dovuto spostare le partite e non le puntate. E i calciatori restavano a casa anche loro, a seguire la cultura in tv e abbattendo lo stereotipo del calciatore ignorante. Il programma storico di Alberto Angela ha addirittura battuto programmi trash delle reti concorrenti, che di solito sono molto seguiti. Ha registrando punti molti alti di share per essere un programma di cultura che va in onda in mezzo alla settimana.
Per cominciare questa nuova stagione, Alberto Angela è partito da Roma
Un viaggio aereo che ci ha mostrato le strade della Capitale già deserte per la quarantena. Una visione di Roma unica: non capita mai di vedere questa città nella sua bellezza, nuda “di persone”, e soprattutto da una prospettiva così inconsueta.
Nella seconda puntata di Ulisse – Il piacere della scoperta abbiamo viaggiato indietro nel tempo di 500 anni per conoscere la vita e le opere di uno dei più grandi artisti italiani, Raffaello Sanzio. L’artista marchigiano, morto a soli 37 anni, è stato un grande talento che ha avuto anche la fortuna di trovare un’ambiente che lo ha fatto fiorire.
In questa puntata di Ulisse, Alberto Angela svela che in alcune parti di uno degli affreschi di Raffaello è stato trovato il blu egizio, oltre al blu lapislazzuli che veniva usato all’epoca. Nel Medioevo si erano perse le informazioni per creare questo famoso e pregiato pigmento. Il pittore di Urbino deve essere riuscito a trovare la formula per lavorarlo e utilizzarlo. Nella terza e quarta puntata siamo tornati ai nostri giorni.
Il centro delle due puntate sono state le biografie di due famosissimi personaggi storici, la Regina Elisabetta II e John Fitzgerald Kennedy.
Non potendo fare le riprese sul posto, il team di Ulisse si è adattato e ha registrato in uno studio ampio dove tutto, pavimento e pareti, era un green screen. Come nei più prestigiosi set cinematografici americani.
Nella puntata dedicata alla Regina Elisabetta abbiamo fatto un incredibile viaggio negli ultimi 90 anni di storia. Queen Betty è un personaggio storico straordinario. Il suo regno è il più lungo nella storia della Gran Bretagna e il più lungo in assoluto come regina.
Inoltre è una persona che ha affrontato diverse sfide nella sua vita sia come persona comune che come Monarca. Nonostante alcuni alti e bassi, è una regina molto amata dai suoi sudditi, ma anche da tutto il mondo.
Ha praticamente visto cambiare la società ed è stata capace di adattare la monarchia a questi cambiamenti.
Nella quarta e ultima puntata si è parlato di John Fitzgerald Kennedy, del suo governo, della sua politica, di Bobby, della famiglia Kennedy e di Jackie. Si è analizzata anche la dinamica della sua morte, che dopo quasi 60 anni è ancora avvolta nel mistero.
Dal momento che non sono state potute registrare altre puntate, verranno trasmesse in replica due puntate della scorsa stagione.
La Rai aveva scelto inizialmente la puntata su Maria Antonietta e su Il Gattopardo, che il pubblico aveva apprezzato molto. In seguito alla morte di Gigi Proietti, è stato deciso di omaggiarlo trasmettendo la puntata su Cleopatra al posto di quella de Il Gattopardo. Se si volessero rivedere tutte le puntate di Ulisse di Alberto Angela dal 2016 ad oggi, è possibile farlo su RaiPlay, tramite sito o app.
Con cinque stagioni da vedere e rivedere, siamo apposto fino al prossimo programma di Alberto Angela in tv, che pare sia a Novembre con Stanotte a… dedicato a Napoli!
Intanto, nel fandom della famiglia più angelica per eccellenza della cultura, gli Angelers, si vocifera che siano già cominciate le nuove riprese per Ulisse – Il piacere della scoperta…
Ambra Martino
Crediti immagine in evidenza: Barbara Ledda per Ufficio Stampa Rai
Etruschi – Viaggio nelle Terre dei Rasna, questo il titolo della mostra ospitata dal Museo Civico Archeologico di Bologna fino al 29 settembre 2020.
Non c’è Covid-19 che tenga! La storia degli Etruschi è pronta ad incantarvi con un percorso espositivo davvero completo.
Non solo un’Etruria
Sarebbe da chiedersi, infatti, come sia possibile che una romana trovi completa una mostra sugli Etruschi a Bologna, avendo Tarquinia a due passi. Insomma, di Etruschi ne ho visti parecchi, e non solo nei miei studi universitari. Cosa rende quindi speciale questa mostra?
Il viaggio nelle terre dei Rasna ripercorre la storia etrusca in tutta la sua espansione sul territorio geografico. Spesso infatti si crede erroneamente che gli Etruschi siano stati protagonisti dell’Italia centrale, ignorando i loro influssi al Sud e al Nord Italia. Esisteva un’Etruria padana e un’Etruria campana. Lo sapevate?
Date a Bologna quel che è di Bologna!
Il Museo Civico Archeologico di Bologna si fa portatore di questo messaggio mettendo in esposizione ben 1400 oggetti provenienti da 60 musei ed enti italiani e internazionali in aggiunta alla ricchissima collezione etrusca del museo stesso.
Il percorso inizia con i meravigliosi vasi tipici dell’artigianato etrusco, per condurvi poi alla scoperta della vita quotidana di questo popolo; la mostra prosegue con la spiegazione di tutti i centri importanti dell’Etruria, da Capua a Tarquinia, da Populonia ad Adria.
Tra iscrizioni, statue e accessori della vita quotidiana è possibile assaporare a pieno la cultura dell’epoca. Quella che ha ispirato anche la nostra.
Per il terzo anno consecutivo, Alda Merini torna nella Capitale, al Teatro Viganò, per illuminare ilpubblico con la sua Poesia. Ovviamente non lei, ma Antonella Petrone che ne indossa i panni nello spettacolo “Dio arriverà all’alba” di Antonio Nobili.
Su un palco, il cui pavimento è completamente ricordperto di cicche di sigarette, si svolge uno squarcio quotidiano della “Poetessa dei Navigli“, nella sua casa. Un muro pieno di disegni, appunti e versi fa da sfondo. Qualche sedia, qualche banco. Bevande, un attaccapanni. E lei…
Potente come una trave, delicata come un unguento, passionale come la seta e profetica come una reliquia: questa era Alda Merini, la voce meneghina più volte candidata al Premio Nobel per la Letteratura per la sua poesia.
Gelosa del suo universo, un giorno Alda riceve una telefonata: un professore le chiede di dare consulenza al giovane studente Paolo (Valerio Villa). In una casa dove la poetessa ricevere le cure apprensive della giovane fantesca Anna (Virginia Menedez) e del dottor Gandini (Alberto Albertini); insieme all’amico editore Arnoldo Mondadori (Alessio Chiodini), l’aforista milanese spiega al giovane studente non solo come vedere la Poesia, lontano dal Parnaso; ma anche l’Amore.
Vedendo lo spettacolo di Antonio Nobili, si capisce bene il successo che lo ha portato al terzo anno di replica.
Dalla lunga durata e dalla tematica molto particolare (poiché parlare di Poesia a teatro è sempre un rischio, visto che non si sa il pubblico che si avrà); la trama alterna velocità e lentezza, come una barca su un fiume, permettendo non solo agli spettatori di altalenare le emozioni, quindi di non annoiarsi mai; ma di inserirli nella mutevolezza emotiva della stessa Merini.
Basti pensare che in 2 ore di spettacolo, senza interruzione, gli attori recitano ad un ritmo così ben equilibrato che, chi osserva, si immerge bene in quella stanza, dimenticandosi di essere a teatro con la mascherina sul viso.
La scenografia e la scelta delle musiche sono apprezzabili e cariche di simboli: da notare lo specchio, con il cappello e le perle attorno, chiara allusione della sua proprietaria.
Gli attori sono bravi e ci mostrano personaggi ben caratterizzati, a partire dalla stessa Alda Merini.
Una mente tormentata, più volte osteggiata dal volere medico. Un’esistenza che ha trovato vita in più di un verso sulla carta o sul muro. Pazza, moglie, figlia, genio, scrittrice: chi era questa donna? Antonella Petrone riesce a darne un assaggio così intenso e carico nella sua immedesimazione, da commuoversi con il pubblico nel finale degli applausi.
Manzione a parte ad altri due attori, a cui vanno degli applausi particolari.
In primis, alla mimica facciale e la versatilità di Alessio Chiodini, che fa ridere il pubblico e lo fa riflettere, dandoci bene l’idea di un personaggio devoto ad Alda Merini, nonché stimatore della sua Poesia. Critica positiva inoltre alla giovane Sharon Orlandini, nello strano personaggio della bambina, che ogni tanto compare, tormentando e allietando la donna: apprezzabile le capacità di questa giovane attrice, in un ruolo così fantasioso e a metà strada tra l’astratto e il ricordo.
Lo spettacolo è bello, intenso, ossimorico nell’unire facilità di comprensione alla difficoltà dell’interpretazione delle fonti. Attori bravi e ben inseriti. Ritmo e un messaggio finale che arriva a tutti. Se arrivasse a un quarto anno di replica, verrei e lo consiglierei ad altri. 5 stelle su 5.
È stato presentato mercoledì 21 ottobre, al Festival del Cinema di Roma, il cortometraggio promozionale diretto da Gabriele Muccino dal titolo “Calabria, terra mia”, produzione che ha suscitato non poche polemiche tra i calabresi e non solo.
Non certo di Gabriele Muccino, che di quella terra amata e maledetta, in primis dai suoi stessi abitanti, probabilmente saprà solo quello che gli stereotipi e i luoghi comuni raccontano da sempre. Una terra arretrata e indietro da tantissimi punti di visti, svalutata e abbandonata a se stessa e con un grandissimo macigno che pesa sulle spalle, quasi come una spada di Damocle irremovibile: la malavita organizzata. Chissà, forse l’obiettivo di Jole Santelli, ex Presidente della Calabriascomparsa lo scorso 15 ottobre, quando ha chiesto questo video promozionale per il rilancio del turismo nella sua terra, era proprio di uscire da quei luoghi comuni che hanno affossato per troppo tempo la punta dello stivale italiano.
È forse per questi ed altri motivi che la Regione ha finanziato circa un milione e mezzo di fondi pubblici. Per dare un’immagine nuova di questa regione “fanalino di coda del Belpaese”.
Leggere il cast e la regia faceva ben sperare sulla buona riuscita del corto, perché andando oltre quelli che sono i gusti personali, il potenziale sulla carta era davvero molto alto. Dal regista e sceneggiatore internazionale Gabriele Muccino, autore di Alla ricerca della felicità e Sette anime entrambi film interpretati da Will Smith (tanto per citarne uno) forse ci si aspettava qualcosa di più di un dozzinale viaggio di due innamorati, tra clementine, arance e asini per strada. Soprattutto se gli innamorati in questione sono Raoul Bova e Rocio Munoz Morales, compagni sul set e nella vita. Ma forse sono state proprio le origini calabresi di Roul Bova ad aver dato false speranze circa la maggiore sensibilità e cura dei dettagli che ci si aspetterebbe da chi interpreta se stesso in una situazione possibile e familiare. La storia di fondo di questo cortometraggio è infatti il “ritorno a casa” di Raoul Bova, (chiamato più volte proprio con il suo nome) insieme alla sua fidanzata, alla quale mostra (o dovrebbe mostrare) le bellezze della Calabria.
Un corto di luoghi comuni, colori fluo ed epic fail
Probabilmente se non ci fosse stato il titolo, si sarebbe fatta una grande fatica a capire di quale terra si stesse parlando. Quello a cui si è assistito è stato un insieme di luoghi comuni e immagini stereotipate che potrebbero appartenere benissimo ad una qualsiasi terra del Sud: terreni di arance e clementine e un bellissimo mare di sfondo, sono elementi che potrebbero appartenere tanto alla Calabria quanto alla Sicilia. Solo un occhio attento può riconoscere il Belvedere di Tropea, luogo che regala uno delle più belle vedute della Calabria.
Ma arriviamo agli elementi che cozzano con la narrazione, con la promozione e a dirla tutta anche con la realtà di questa terra. Gabriele Muccino non solo non risparmia la Calabria e i calabresi dai luoghi comuni, ma lo fa anche in maniera erronea.
Gente al bar con la coppola e le bretelle in pieno stile Il Padrino, che è uno dei cliché più utilizzati per rappresentare la mafia siciliana. Per non parlare delle arance e le clementine in ogni scena, come se la Calabria fosse solo quella. Luoghi e paesaggi che potrebbero trovarsi ovunque e non caratteristiche della regione in questione. E poi, dulcis in fundo, gli asini per strada e i bambini a cavalcioni sul loro dorso. Ma quanta fatica avrà fatto il regista a trovare quegli asini, che ormai non sono altro che un lontano ricordo dei racconti delle nostre nonne? L’unica cosa veramente calabrese è il bergamotto, troppo giallo per sembrare reale e completamente decontestualizzato, ma l’unico soggetto della narrazione davvero calabrese. Grandissima attesa per quello che è il cuore pulsante della Calabria, “il grande fratello blu” che non ha bisogno di grandi presentazioni perché bellissimo nella sua semplicità, è stato privato della sua naturalezza a scapito di tinte verde fluo dagli echi futuristici, con un tramonto che fa da contesto, ma talmente finto da ricordare le cartoline “saluti da..” La domanda che ci si pone per tutta la durata del corto è: ma dov’è la vera Calabria? Quella terra che ha dato i natali a filosofi greci, quella vissuta e narrata nelle opere di Corrado Alvaro, quella scolpita da Michele Bello e dal contemporaneo artista internazionale Nik Spatari, quella ingiusta e maledetta cantata da Rino Gaetano. La Calabria dei paesi fantasma e degli incantevoli paesaggi della Sila, la Calabria della ‘nduja e del Pollino.
Tutto questo è mancato e i calabresi, permalosi per natura (visto che parliamo di luoghi comuni) non si sono tirati indietro dallo sfogare tutta la loro indignazione sul web.
Per concludere parlando di grandi assenti non possiamo non menzionare l’assenza del congiuntivo di Raoul Bova nella frase “Dove vuoi che ti porto?” L’unica risposta da dare sarebbe stata “nella vera Calabria, lì dove si usano anche i congiuntivi”.
Sara Alvaro
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Titolo originale: The Lobster Regia: Yorgos Lanthimos Sceneggiatura: Esthymis Filippou, Yorgos Lanthimos Cast principale: Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, Olivia Colman Nazione: Grecia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Francia Anno: 2015
Una società che non lascia spazio ai single
Yorgos Lanthimos disegna un futuro distopico nel quale non è prevista la sopravvivenza senza un partner. I single vengono portati in un albergo – la prima dimensione del film – dove devono trovare un compagno per non essere trasformati in animali. David (Colin Farrel), destinato a diventare The Lobster – il cui significato è aragosta-, porta con sé Bob, il fratello trasformato in cane. I colori dell’albergo-prigione sono tenui, pastello, come i sorrisi delle donne che tengono repressa la rabbia sotto uno strato di rossetto. L’albergo rappresenta un luogo di transizione e determina il rientro in società o l’uscita definitiva non solo dalla stessa, ma dalla condizione umana. La passione è esclusa.
La pulsione sessuale è strumentalizzata
L’erosviene canalizzato verso la ricerca di un compagno, indipendentemente da chi esso sia. In un’esistenza avvolta nel torpore alcun sentimento prevale tranne l’indifferenza per l’altro, quando non rappresenta il mezzo per riconfermarci come esseri umani. Tutto è sbiadito, controllato. Non c’è spazio per l’espressione delle sfumature dell’individualità: nessun colore deciso in netto contrasto con gli altri, non si calzano mezzi numeri, i vestiti sono gli stessi per tutti, la descrizione del proprio orientamento sessuale è definibile entro confini precisi (omosessuali o etero, ma non bisessuali). L’omologazione è la maschera per la sopravvivenza. L’albergo potrebbe rappresentare, in un certo senso, un totalitarismo che nella propaganda raccoglie consenso e si autoalimenta.
La foresta è lo spazio incontrollato in cui rifugiarsi
La foresta è anche la seconda dimensione del film in cui David decide di scappare e dove viene accolto dalla tribù dei “solitari”. Da sempre in contrapposizione con l’urbe, la foresta non è controllata, né controllabile. Rappresenta un territorio escluso dalle leggi dello Stato, dove vige un codice di regole non scritto, ma è geograficamente incluso nello Stato stesso. Ex capere dunque, da intendere nel significato di ciò che è “preso fuori”, compreso in qualcosa, ma sua eccezione. In The Lobster è il luogo della fuga dalla repressione dell’individuo, ma è anche il negativo della stessa fotografia. Obbligati a non stare insieme per continuare ad “essere” umani, si viene disumanizzati e sottomessi ad un altro tipo di regime, diverso per fini, uguale per violenza. La leader (Léa Seydoux), oppressa da se stessa, è carica di invidia e di rancore. Scoprirà dell’amore di David con una dei solitari (Rachel Weisz), miope, che per questo verrà resa completamente cieca.
Ma allora, cos’è l’Amore? [Allerta spoiler!]
Il protagonista riesce a ricucire la sua lacerazione interiore rientrando in società, con un’altra maschera in viso e la donna che ama al suo fianco. In questo percorso a spirale l’amore sembra trovare un proprio cammino, rimanendo però patologico nel doversi riflettere in un elemento che accomuna i due amanti: la miopia prima, la provocata cecità poi. Infatti, il film si conclude con David intenzionato ad accecarsi a sua volta per poter vivere la stessa condizione della sua compagna. La vista è il senso che ci permette il primo contatto con ciò che esiste al di fuori di noi stessi. Pensiamo coppie celebri come Madame Bovary e i suoi amanti, Tristano e Isotta, o anche, banalmente, Lilli e il Vagabondo, tutti innamorati a prima vista. In The Lobster la sua perdita può rappresentare un’energia centripeta nella quale la coppia si unisce, isolandosi da un contesto esterno che, forse, non riesce ad includerla.
Di mattina, pomeriggio o sera, quando percepite che la vostra relazione scricchiola e sentite che non sono più i motivi giusti quelli che vi tengono insieme. Il film non è adatto ai bambini.
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Vans, simbolo dello skate, della street culture e icona dell’espressione creativa, ha avviato una collaborazione con uno dei più importanti musei del mondo, il Museum of Modern Art di New York, per celebrare le sue opere più famose.
Vans e il MoMA si sono uniti per presentare una special collection per questo autunno, sotto il segno dell’espressione e della creatività. La collaborazione esalta la diversità dei lavori esposti al MoMA grazie alle opere di Salvador Dalí, Vasily Kandinsky, Claude Monet, Edvard Munch, Jackson Pollock, Lybov Popova e Faith Ringgold.
Per chi si chiedesse come mai ultimamente musei importanti stringono collaborazioni con culture più pop o underground, la risposta è semplice. L’obiettivo è quello di far conoscere a un pubblico sempre più ampio l’arte moderna e di raggiungere gli amanti dell’arte in tutto il mondo attraverso -in questo caso- il network globale di Vans.
Le opere del MoMA riprodotte sulle Vans
Salvador Dalítraeva ispirazione dal subconscio, dai sogni e dall’immaginazione per la creazione di opere surrealiste che fondono la realtà e la fantasia. Uno dei suoi dipinti più noti, “La persistenza della memoria del 1931” è stato riproposto sulle mitiche Vans Old Skool Twist.
Kandinsky, un pioniere dell’arte astratta, riteneva che il colore e la forma fossero in grado di evocare il potere e l’emozione personale. L’opera ‘Orange 1923’ della scuola Bauhaus è riprodotta sulle classiche Slip-On e su tshirt e cappellini.
LeNinfee di Monet, opere realizzate negli ultimi anni di vita Monetnella sua casa di Giverny, abbelliscono le Vans Authentic e sull’abbigliamento.
Vans e MoMA per bambini e neonati
Per stimolare l’espressione creativa e far avvicinare i bambini all’arte, l’ampia collaborazione tra Vans e MoMA offrirà anche un’esclusiva gamma per bambini e neonati. La linea di prodotti per bambini si concentra sul colore e sull’interattività. I modelli Old Skool offrono un’opportunità unica per educare i bambini sulla teoria del colore e la miscelazione dei colori grazie a una forte distinzione tra colori primari e secondari nel design delle scarpe. Le sneakers saranno dotate di una speciale targhetta con un vero cerchio cromatico, che permetterà di educare i bambini alla teoria del colore.
“Sul più bello”, dramedy all’italiana, film di Alice Filippi con la colonna sonora di Alfa
Sicuramente in questi giorni vi sarà capitato di ascoltare in tv o alla radio il ritornello di questa simpaticissima canzone:
“C’est la vie, passerà anche questo lunedì… se ci pensi siamo come un film…”
Si tratta della nuova canzone di Alfa, conosciuto per il suo successo “Cin, Cin”, famosissima su Tik Tok, ma anche su youtube e tutti i social. Durante il lockdown è stata la colonna sonora di tantissime nostre IG stories.
Ebbene proprio questo cantante ha scritto la nuova colonna sonora del film che potrete vedere al cinema a partire dal 21 ottobre: “Sul più bello” della giovane regista Alice Filippi.
La canzone ha lo stesso nome del film ed è omonima anche del libro da cui è tratto il film “Sul più bello” di Eleonora Gaggio, fruibile dai 12 anni in su.
Il film è un dramedy, un genere che mescola comedy e drama. Fa davvero ridere, ma allo stesso tempo non mancano le riflessioni su alcuni temi più delicati, come il rapporto dei giovani con l’amore e i social, la malattia e la morte.
Scheda tecnica:
Regista: Alice Filippi Genere: Commedia Anno: 2020 Paese: Italia Data di uscita: 21 ottobre 2020 Distribuzione: Eagle Pictures
Trama:
Marta è una ragazza di 19 anni piena di vita e simpaticissima. Non molto fortunata, però: purtroppo ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale quando era più piccola e dalla nascita non la abbandona una grave malattia ai polmoni.
Diciamo che non è proprio una principessa nata sotto una buona stella, la sorte le è così avversa, che da grande questa malattia sarà destinata a degenerare. Vive con i suoi due migliori amici e, non essendo molto fortunata in amore, chiede di continuo consiglio a questi ultimi, che non se la cavano altrettanto bene.
Marta decide che vuole mangiarsi la vita a morsi e così vuole innamorarsi, ma non di un ragazzo qualsiasi: lei aspira al più bello della scuola di canottaggio, Arturo. Ce la farà la nostra piccola Marta a conquistare il cuore del bello e super ricco Arturo?
Trovare lavoro non era cosa facile neanche prima del
coronavirus. La pandemia, specialmente in alcuni settori particolarmente
colpiti – primi fra tutti il turismo, i trasporti e l’hospitality
– potrebbe avere peggiorato le cose.
Gli analisti stimano infatti che nel 2020 il tasso di occupazione subirà una frenata significativa.
Malgrado le previsioni non esattamente confortanti, ci sono interi settori del mercato che continuano a crescere, a investire e ad assumere. Si pensi, ad esempio, ai comparti della logistica e della Grande distribuzione organizzata (Gdo).
A questo proposito, esistono portali che offrono soluzioni
completamenti digitali per il recruitment e la selezione del personale. Tra
questi, l’agenzia per il
lavoro Jobtech svolge l’importante
ruolo di intermediario tra le imprese e la forza lavoro. I suoi selezionatori
mettono in contatto magazzinieri, fattorini, runner, receptionist, store
manager (e tutte le altre figure professionali in cerca di occupazione) con le
aziende intenzionate ad assumere.
Ma c’è di più, perché Jobtech, dopo aver completato il processo di selezione che prevede anche l’assunzione dei candidati scelti, offre supporto nelle fasi di Onboarding e nella gestione di tutti gli aspetti contrattualistici e salariali.
A distinguere l’agenzia di
collocamento interinale a trazione totalmente digitale
dalle realtà più tradizionali è la tecnologia avanzata di cui si avvale durante
ogni step dell’attività di selezione del personale.
La gestione digitale dei processi consente infatti di
velocizzare il lavoro dei recruiters di Jobtech e di contenere i relativi
costi. Un vantaggio che si traduce in un beneficio sia per gli addetti HR che
per le risorse selezionate.
Il supporto offerto da agenzie di lavoro online come Jobtech può pertanto assumere un ruolo strategico per l’intero comparto lavoro. Tanto più in un periodo incerto e complicato quanto quello attuale.
È più che verosimile che il 2020 si concluda con una
significativa flessione del Pil e del tasso di occupazione. Proprio per questo,
è decisamente cruciale far leva sulla possibilità di mettere in contatto al
meglio chi offre lavoro e chi è in cerca di un’occupazione.
Per tornare a vedere un incremento delle percentuali di crescita del Paese e degli occupati bisognerà aspettare almeno il 2021. In un periodo di crisi, resta tuttavia fondamentale focalizzarsi sulle opportunità e sulle potenzialità che, come si è visto, non mancano.
Il libro di D.H. Lawrence accusato ben due volte di oscenità vede Lady Chatterley tradire il marito per sfuggire alla monotonia.
L’accusa di oscenità contro il libro
Nel 1959 si tenne negli Stati Uniti un processo contro il libro L’amante di Lady Chatterley con l’accusa di oscenità. L’assoluzione bastò a impedire che un secondo processo si svolgesse nel Regno Unito un anno dopo contro la casa editrice Penguin.
Per la prima volta la Penguin aveva offerto al pubblico l’edizione integrale, visto che fino a quel momento il romanzo era stato diffuso in alcune versioni censurate, eliminando o edulcorando tutti i vocaboli ritenuti osceni. Puoi leggere nel dettaglio l’opera di censura effettuata al romanzo in questo articolo sul nostro sito:
«Permettereste a vostra moglie di leggere un libro simile?» aveva domandato il Pubblico Ministero Griffith-Jones alla giuria. Ma cosa c’era di così scandaloso?
Il romanzo dava voce ad una donna che praticava adulterio e sfidava la società apertamente. Constance (Connie) Chatterley è colta e piena di vitalità, ma imprigionata nella monotonia di un matrimonio infelice e alla costante ricerca di una via di fuga.
Non era la descrizione dei suoi incontri sensuali a rendere scandaloso il romanzo di Lawrence, piuttosto il fatto che a praticare adulterio fosse una donna, per di più di buona famiglia, che tradiva il suo marito benestante con un guardiacaccia.
L’influenza del romanzo
La storia narrata in L’amante di Lady Chatterley, secondo l’accusa, rischiava di influenzare negativamente le altre donne di buona famiglia come Connie, conducendole sulla strada della depravazione e dell’immoralità.
A rendere il libro tanto scandaloso per i lettori dell’epoca era l’atteggiamento controcorrente della sua protagonista. Lady Chatterley si oppone alle condizioni richieste dalla sua condizione nobiliare e al potere maschile.
Il processo durò ben sei giorni e vide avvicendarsi sul banco dei testimoni tutta l’élite letteraria dell’epoca. Si concluse il 2 novembre 1960 con un verdetto inatteso. Il giudice Byrne giudicò il contenuto del libro accettabile per la società dell’epoca.
In seguito alla sentenza, l’opera di D.H. Lawrence fu esposta in tutte le librerie e riuscì a vendere tre milioni e mezzo di copie.
La storia di Lady Chatterley
Clifford è erede di una proprietà in Inghilterra e Connie è una donna acculturata e intelligente, figlia di un pittore scozzese.
Il matrimonio si svolge durante la prima guerra mondiale, che viene descritta come un periodo distruttivo per l’Inghilterra, per l’Europa e anche per la famiglia di Connie. Clifford infatti viene ferito in combattimento e rimane paralizzato dalla vita in giù e di conseguenza rimane impotente.
Il background di Connie è importante perché è significativo delle azioni successive al personaggio. Lei è cresciuta in un contesto socialmente aperto: viene detto che sia lei che sua sorella hanno avuto tresche da ragazze, cosa impensabile all’epoca per una donna di alto rango sociale.
Insoddisfatta della sua vita, Connie ritrova la passione nella suarelazione adulterina con il guardiacaccia Mellors. Lui è un uomo selvaggio, ma proprio per questa suo rapporto con la natura riesce a comprendere Connie e farsi amare da lei.
È proprio Mellors il personaggio che vediamo nella prima scena ambientata in aperta campagna, che segue una scena a casa di Connie piena di intellettuali vuoti e frivoli. L’abilità di Mellors di trattare Connie come una donna, quindi, non può essere distinta dalla sua abilità di relazionarsi alla terra selvaggia.
Nel libro possiamo vedere chiaramente il contrasto tra i giovani intellettuali e il guardiacaccia Mellors. I primi fanno spesso discorsi arguti ma inutili e fantasiosi sull’amore, il secondo invece mostra un’apparente freddezza dietro alla quale si nasconde una grande passione e vivacità.
La modernità del libro
Presentato così, il libro appare all’avanguardia, quasi femminista. In realtà, D.H. Lawrence sembra esaltare la passività femminile. Le donne nel suo sistema diventano semplici ricettori ed è attraverso la passività e il cedere al desiderio maschile, che le donne possono essere soddisfatte e complete.
Ciò che va detto, quindi, è che, per quanto radicali siano le rappresentazioni grafiche di Lawrence, il suo approccio all’atto stesso e i ruoli dei due generi al suo interno non sono affatto progressisti.
In un suo saggio, D.H. Lawrence ha spiegato la mentalità che ha cercato di combattere nel libro, attraverso la franchezza riguardo la sfera intima e attraverso una sorta di idolatria del corpo.
Lui era inorridito all’idea che le persone potessero provare vergogna per i loro corpi. La vergogna, per l’autore, è semplicemente una manifestazione della paura.
I capitoli quindici e sedici del romanzo sono, per buona parte, una enorme descrizione di come Connie abbia perso la sua vergogna, grazie alle notti passionali trascorse con Mellors.
È proprio durante queste notti di passione che il lettore riesce ad avere un quadro chiaro circa la loro relazione: quando Connie gli chiede se la ama, lui risponde sempre che ama il fatto che possa toccarla. Questo viene confermato stesso dall’autore: “Non era davvero amore… era sensualità”.
Questo perché l’amore richiede un collegamento mentale, che loro non hanno; parlano pochissimo, e quando lo fanno non è mai per cose lontane dal superficiale.
Il film di Lady Chatterley
Sono stati girati numerosi adattamenti del romanzo di D.H. Lawrence. L’ultimo di questi risale al 2015, diretto da Jed Mercurio. Il film vede protagonisti Holliday Grainger nel ruolo di Lady Chatterley, Richard Madden in quello di Mellors e James Norton in quello di Clifford Chatterly.
Noi italiani saremo pure tradizionalisti per antonomasia, ma in realtà ormai ci facciamo conquistare anche dal gusto esotico.
Quando ci sarà il Black Friday 2020?
Dopo Halloween prende piede con decisione nel Bel Paese anche il Black Friday, che quest’anno cade il 27 novembre 2020, ovvero il giorno dopo il famigerato Thanksgiving (il quarto giovedì di Novembre).
L’America, dunque, ci conquista con le sue iniziative, deliziandoci con la mania di acquistare smodatamente. Certo, noi ancora non ci accampiamo fuori dal centro commerciale la notte prima, ma sicuramente abbiamo già caricato di aspettative il carrello di Amazon!
Non so voi, ma onestamente avrei preferito rubare la festività col tacchino ripieno piuttosto che quella in cui svuoto la mia carta di credito… quindi ho deciso di esorcizzare la giornata proponendovi una playlist dedicata al Black Friday, e quindi al denaro.
L’intento è duplice: da un lato quello di farvi sorridere mentre dilapidate con un click il vostro conto in banca, dall’altro quello di portare la vostra attenzione sull’unica cosa che non possiamo acquistare, neppure oggi che è il giorno dello shopping per eccellenza: la felicità.
E quindi, con un sorriso bonario, vi invito a fare un regalo a tutte le persone a cui volete bene. Perché l’amore non si può comprare, ma si può sempre coltivare. E quindi, sì, i soldi non fanno la felicità: ma se la felicità è il frutto di attimi infinitesimali condivisi con chi ci ama, magari a qualcosa possono aiutarci ogni tanto!
1 – Iniziamo con colei che ha ispirato questa classifica, Gwen Stefani:
If I was a rich girl (na, na) See, I’d have all the money in the world, if I was a wealthy girl No man could test me, impress me, my cash flow would never ever end Cause I’d have all the money in the world, if I was a wealthy girl
2 – Proseguiamo con Madonna, la Material Girl per eccellenza:
Some boys kiss me, some boys hug me I think they’re okay If they don’t give me proper credit, I just walk away….
3 – Passiamo poi a Jessie J, una delle voci del momento:
It’s not about the money money money We don’t need your money money money We just wanna make the world dance Forget about the price tag
Arriviamo poi alla super Shania Twain:
Can you hear it ring It makes you want to sing It’s such a beautiful thing, ka-ching! Lots of diamond rings The happiness it brings You’ll live like a king With lots of money and things!
I’ll buy you a diamond ring my friend if it makes you feel alright I’ll get you anything my friend if it makes you feel alright Cos I don’t care too much for money, and money can’t buy me love
Per concludere, non la inserisco in classifica, ma comunque vi segnalo la canzone per eccellenza quando si spende. Almeno dal mio punto di vista. Il motto è sempre quello… SENZA PENSIERI.
Il 30 novembre del 1982 veniva pubblicato Thriller, il secondo album solista di Michael Jackson.
Quello che ad oggi è il disco più venduto nella storia della musica (si stimano oltre 100 milioni di copie), compie 35 anni e non sembra voler far perdere le tracce di se. Dopo Off the wall, il disco che ha presentato al mondo la figura di Michael Jackson adulto, Thriller doveva essere l’album della definitiva consacrazione e, in qualche modo, ossessionerà per sempre il Michael Jackson artista.
Inizialmente chiamato col titolo di Give me Starlight, il disco è prodotto da Quincy Jones. Il binomio Jackson-Jones vedrà la collaborazione in tutti i primi tre album solisti dell’artista di Gary, dunque fino a Bad (1987).
Un disco che ha visto collaborare al suo interno alcuni dei protagonisti più importanti della storia della musica. Tra loro possiamo ascoltare la voce di Paul McCartney nel brano The girl is mine; quattro elementi dei Toto : Jeff e Steve Porcaro (batteria e sintetizzatore), David Paich (pianoforte) e Steve Lukater (chitarra); Eddie van Halen (nel famoso solo di chitarra di Beat it) e Vincent Price, che prestò la voce al monologo all’interno della title track.
Il disco è composto da nove tracce e tra loro ci sono probabilmente alcuni dei successi più grandi di M.J. Tra questi ne citiamo alcuni andando a raccontarvi qualche curiosità per ognuno di loro:
Billie Jean: Michael Jackson creò il famoso giro di basso che contraddistingue il brano grazie ad un’arte che padroneggiava assai bene: il beat box. Inizialmente il titolo e l’intro molto lungo non convincevano il produttore Quincy Jones che cerco di dissuadere Michael. Ovviamente il cantante la spuntò e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il brano che più di qualunque altro viene associato al famoso passo di danza Moonwalk. Fu proprio durante l’esibizione per il venticinquesimo anniversarsio della Motown che Jackson mostrò al mondo il suo nuovo passo. Eseguirlo durante Billie Jean significò incidere il brano nella storia della musica.
Beat It: L’assolo di van Halen di certo ha reso immortale il brano. Stessa cosa per il video girato ad hoc. Fu l’ultimo brano registrato. Jones consigliò a Michael di registrare un brano rock all’interno di Thriller per evitare che l’album fosse piatto. L’intento era raggiungere il pubblico più ampio possibile. Centro!
Ci furono altri singoli estratti e altrettanti successi:
Thriller: Cosa non si è già detto di questo brano? Videoclip più famoso della storia della musica? Quello che ha cambiato per sempre il modo di fare video musicali? Coreografia conosciuta ai quattro angoli del pianeta? Ebbene sì, tutto questo e molto altro è la traccia che da il nome all’album.
Come detto in precedenza Thriller doveva intitolarsi Give me Starlight ma grazie a Quincy Jones (grazie da parte di tutti), il brano fu letteralmente riscritto. Il risultato non soddisfaceva il produttore che decise di voler dare un’impronta macabra al pezzo. Venne chiamato dunque il compositore Rod Temperton (autore, nello stesso album, anche di Baby be mine e Lady in my life) che scrisse il pezzo in un viaggio in taxi, avvolto e ammaliatò dall’oscurità che avvolgeva la città di Los Angeles. La fortuna (e le intuizioni) però non finirono qui. Il fato volle infatti che un caro amico della compagna di Temperton fosse Vincent Price. Proprio lui, il famoso attore horror che incise il parlato all’interno del brano e la mitica risata finale rendendo così Thriller l’unica canzone dance mai scritta contenente più brividi che note.
Human Nature: Il brano fu scritto da Toto, in particolare da Steve Porcaro. La canzone non superò la scrematura di quelle che avrebbero poi fatto parte del loro album Toto IV. Scritta per sua figlia, la composizione di Porcaro venne portata sul tavolo di Sweiden (capo tecnico), Forgen e Jones da David Paich. I Toto erano completamente immersi nel progetto Thriller e il brano entrò subito nel cuore di Jackson. Fu lui stesso a chiedere ai quattro musicisti di non limitarsi. Di sentirsi come Michelangelo dinanzi la cappella Sistina. Avevano la massima libertà espressiva e Human Nature è stato uno dei brani che non a cui Jackson, in sede live, non rinunciava mai.
Difficile incastrare Thriller in un solo genere.
Come tutte le creazioni di Michael Jackson dal 1978 in poi, esse avranno vita propria. Il rock di Beat it s’incastra perfettamente con il funky di Wanna be startin somethin’; il pop-dance della title track non stona con la delicatezza di Lady in my life. Insomma, l’album riscrisse completamente diversi generi musicali e sopratutto provò come probabilmente non è poi così dannoso mischiare diverse influenze.
Certo, Thriller è probabilmente un unicum. Super produzione, artista di fama mondiale e di indiscutibile talento e estro. Il tutto suonato e prodotto da artisti di prim’ordine.
Thriller esordì all’ 11° posto della Billboard Albums Chart il 25 dicembre 1982 con sole 166.000 copie vendute nel corso della prima settimana di vendite. Bisogna anche saper leggere il dato. In effetti per un artista di colore era un risultato di tutto rispetto ai tempi. Per poter permettere questo infatti, il disco fu lanciato col singolo The girl is mine, brano che grazie al duetto con McCartney riuscì andare in rotazione nelle radio che trasmettevano musica “bianca”. Il vero salto in avanti Thriller lo fece con il lancio del video del singolo Billie Jean: primo posto in classifica per 9 settimane. Un milione di copie vendute a settimana e un disco che fece da traino ad una crisi del settore che era in atto durante quegli anni.
Il disco non fece registrare solo il record di settimane consecutive in vetta (50), è anche quello con più settimane al primo posto nella Billboard 200: 37 settimane.
Thriller rimase in classifica per 412 settimane… dodici anni e mezzo.
Nel 2017 il disco ha vinto il suo ennesimo disco di platino: 33 in tutto.
Ennesimo record, quello di album più certificato nella storia.
Il mito, la leggenda e il personaggio Michael Jackson meriterebbero centinaia e centinaia di articoli.
Le opinioni, le idee e le voci si sono accavallate per decenni sfiorando più di una volta(purtroppo) la fantascienza. Perché quando si parla di M.J. è di questo che bisogna tener conto: la fantascienza. Bisogna però farlo nel senso positivo del termine.La sua musica spesse volte ha raggiunto vette fantascientifiche e Thriller probabilmente è l’esempio massimo. Non so dire se è l’album migliore in assoluto, probabilmente ce ne sono degli altri anche nello stesso catalogo dell’artista. A mio modesto parere però è un album che ha unito persone in tutto il mondo e che ha segnato un’epoca insegnando a tutti che nella musica, ma soprattutto nella vita, mescolare, adattare, sperimentare, crescere e modificarsi, sono aspetti primari. Un disco che sono certo avrà insegnato al metallaro più convinto o al più commerciale tra i viventi, che con la musica, tutta, è possibile sognare e volare, fino a camminare sulla luna.
Emiliano Gambelli
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Proviamo a pensare alle generazioni degli anni 80 e i primi anni 90. Giovani affascinati dal mondo che li circondava. Era un’epoca diversa. Si era costantemente stimolati. Libri, cinema, musica. C’era sempre qualcosa da scoprire. Si progettava il futuro.
Poi tutto è cambiato. La società è diventata sempre più digitale. Adolescenti assuefatti dai social. Ore e ore davanti un piccolo schermo. Desatelizzati e sempre più soli. Cambiano le dinamiche e, con esse, le prospettive future. I modelli da seguire sono sempre più svalutanti. Consapevoli, tacitamente trasmettono all’unisono un unico messaggio: il successo è facile, puoi avere tutto e subito.
A proposito di esempi da non seguire. Diletta Leotta diventa “scrittrice”. Siamo di fronte al suicidio della cultura?
Ho sempre pensato che l’editoria, quella seria, fosse per pochi. Essere pubblicati poi è davvero una fortuna. Notti e giorni davanti ad un pc mentre il cursore lampeggia. Aspetti l’idea, l’ispirazione, quel quid accattivante. Insomma, qualcosa che funzioni che possa attirare l’attenzione dell’editore e accendere la curiosità nel lettore. Poi qualche giorno fa mi sono soffermata su un post di un professore universitario. Ancora una volta ad accendere gli animi dopo il festival di Sanremo è Diletta Leotta e il suo nuovo “traguardo”: la pubblicazione di un libro.
Un libro su come è diventata famosa. UN-LIBRO-SU-COME-È-DIVENTATA-FAMOSA. Un libro consigliato nella saggistica, dalla Feltrinelli.
Ma davvero abbiamo bisogno di un libro “scritto” da Diletta Leotta con contenuti che reputo imbarazzanti. Pregiudizi? Forse.
Ecco, tralasciando aspetti che sono di una tristezza assurda, la Leotta ha scritto un libro, lo sto ripetendo come un mantra altrimenti non mi do pace. Un po’ come fa Annalise con Wes per convincersi che l’omicidio di Lyla è stato commesso da Sam in “Le regole del delitto perfetto”.
Scrivere è una passione. C’è chi lo fa per hobby, chi per lavoro. Da ricercatrice posso sostenere che pubblicare il frutto del proprio lavoro è una grande soddisfazione. Opere che racchiudono ore e ore trascorse sui libri, infinite correzioni, notti insonni. Poi capisci che se sei un giovane professionista essere pubblicato non è semplice e allora inizia la frustrazione. Questo sentimento cresce esponenzialmente quando determinati personaggi, la cui massima aspirazione è essere piacenti e puntare tutto sul corpo, si inseriscono nel mercato editoriale a discapito di chi fa questo lavoro seriamente.
Ciò che provoca ancora più rabbia è la moltitudine del popolo italiano che predilige contenuti vuoti, effimeri che nulla apportano se non creare altra ignoranza e disillusione verso il nulla. E questo gli editori lo sanno. Ma ciò che ignorano i grandi seguaci del trash mediatico italiano è la rabbia e lo sconcerto che i veri autori vivono vedendosi scavalcati da personaggiotti di bassa lega, i quali, grazie all’ausilio di ghostwriter, riescono a pubblicare “saggi”. Parliamo di personaggi che a volte quattro parole in croce neanche le sanno mettere. Ma guardiamo il lato positivo, almeno chi davvero sa fare lo scrittore qualche modo per guadagnare lo trova.
Siamo davanti alla sessualizzazione di una pseudo cultura?
La cultura non dovrebbe mai essere sessualizzata sponsorizzando personaggi che fanno rivoltare autori seri nelle proprie tombe. Ed invece guai a puntare il dito. Vi diranno che sono “competenti”. Di cosa? Che l’Italia va così e non ci puoi far nulla. Ma se l’ignoranza e la falsa rassegnazione vanno a braccetto, c’è chi si indigna davanti a fenomeni come questi.
Poi ci sono giovani che di cultura ne hanno. Che investono tempo, denaro, sogni e speranze per poi vedersi scavalcati da chi preferisce essere ricordata per il proprio corpo, che suo poi non è vista la chirurgia plastica. Posso, dunque, capire bene il Professor Capraro, docente universitario, dopo aver pubblicato un libro “La Scienza dei Conflitti Sociali” in cui va a riassumere cinquant’anni di scienze sociali in cui analizza questioni legate alle divisioni politiche, immigrazione, violenza sulle donne e fake news, si è visto scavalcare da un libro che personalmente non comprerei neanche a 0,50 centesimi. Perché? Perché è l’editore suggerisce un libro ammazza neuroni.
Non voglio demonizzare Diletta Leotta, che sicuramente è una bravissima giornalista calcistica, ma la saggistica è ben altro. E la cultura dovrebbe offrire prodotti decisamente diversi piuttosto che investire su un elaborato che racconta il percorso di come una starlette sia diventata famosa.
Grandi eventi per festeggiare il centenario dell’impianto liberty milanese: imperdibili il concerto di Dardust ai piedi del Cavallo di Leonardo e la mostra “100 anni di emozioni” inaugurata durante le Giornate FAI di Autunno.
Sono
in arrivo due appuntamenti da segnare sul calendario: all’interno delle celebrazioni
dei 100 anni dell’unico ippodromo al mondo dichiarato monumento di interesse
nazionale, Snaitech – proprietaria della struttura – ha infatti dato vita
ad alcune iniziative per festeggiare al meglio questo importante anniversario.
Si parte il 16 ottobre con il concerto in streaming di Dardust:
pianista italiano tra i più ascoltati al mondo, compositore e produttore d’eccezione, firma di alcune tra le più importanti hit italiane dell’ultimo periodo, l’artista si esibirà con un quintetto d’archi ai piedi del Cavallo di Leonardo. L’evento sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook dell’Ippodromo a partire dalle 19.30 e il contenuto video rimarrà disponibile per la visione in on demand per i 7 giorni successivi alla diretta. Sarà un concerto speciale e suggestivo, durante il quale arte e musica si incontreranno creando un’atmosfera magica ed emozionante: durante l’esibizione saranno svelati in anteprima esclusiva i contenuti della mostra “100 anni di emozioni”, che verrà inaugurata il giorno seguente.
L’esposizione che celebra il primo secolo di storia dell’Ippodromo Snai San Siro sarà infatti aperta al pubblico il 17 ottobre, in occasione delle Giornate FAI d’Autunno.
Per il terzo anno di fila, l’Ippodromo Snai San Siro si conferma uno dei gioielli da scoprire inseriti nella lista del FAI – Fondo Ambiente Italiano. Dopo le migliaia di visitatori accolti nelle precedenti edizioni, l’affascinante impianto liberty situato al centro della città di Milano parteciperà anche quest’anno alle Giornate FAI d’Autunno, aprendo i suoi cancelli nel weekend del 17 e 18 ottobre dalle ore 10 alle ore 18. Un appuntamento molto importante, durante il quale Snaitech ha quindi deciso di inaugurare la mostra “100 anni di emozioni”.
L’impianto milanese vanta infatti una lunga e affascinante storia, iniziata esattamente un secolo fa, nel 1920, quando venne inaugurato alla presenza di più di 30.000 persone. Questi aneddoti e tanti altri contenuti inediti saranno al centro della mostra “100 anni di emozioni”, patrocinata dal Comune di Milano erealizzata da Snaitech con la curatela del Professor Stefano della Torre, Docente di restauro al Politecnico di Milano. L’esposizione si compone di 6 pannelli allestiti nell’Area del Cavallo di Leonardo che, attraverso stampe d’epoca, fotografie e testi, illustreranno l’evoluzione storico- architettonica di un luogo unico nel suo genere come l’Ippodromo Snai San Siro. Per garantire il pieno rispetto delle norme di sicurezza sanitaria, le visite si effettueranno in gruppi ristretti con prenotazione online vivamente consigliata su www.giornatefai.it.
Oltre alla
mostra, ci saranno molte altre sorprese ad attendere i visitatori: come sempre,
infatti, grazie ai volontari del FAI
che accompagneranno i visitatori, si
potranno scoprire le note bellezze di questo magnifico luogo, dal parco
botanico con le 55 specie differenti registrate e cartellinate al Cavallo di
Leonardo, una delle più grandi sculture equestri presenti al mondo. Inoltre, per
la prima volta i partecipanti all’evento potranno inoltre ammirare i 13
magnifici Cavalli di Design del Leonardo Horse Project, riproduzioni in
scala del Cavallo di Leonardo personalizzate da artisti di fama internazionale
e collocate all’interno del parco.
Wonder Woman, eroina dei fumetti DC Comics, tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 divenne la protagonista di un popolare telefilm. L’attrice Lynda Carter, che la interpretava, è da allora universalmente riconosciuta come uno dei sex symbol più indimenticabili del secolo.
La Carter, figlia di un irlandese e una messicana, diede volto e corpo a Diana, alias Wonder Woman, rendendola un personaggio iconico: negli anni 80, tra una marea di biondone cotonate, questa super mora col carattere di una guerriera era davvero un modello innovativo ed esplosivo.
Wonder Woman al cinema
Man mano che la serie a fumetti proseguiva, con vari disegnatori e sceneggiatori che si alternavano al timone, il mondo del cinema si è accorto del potenziale di Diana. Wonder Woman è apparsa in “Batman vs Superman: Dawn of Justice” e “Justice League”.
Nel 2017 la regista Patty Jenkins gira “Wonder Woman”, film dedicato solo a lei, scegliendo Gal Gadot come attrice protagonista.
Sinceramente non riesco ad immaginare una Diana migliore di lei: per me è stato un casting perfetto, e anche per il pubblico, visto che il film ha guadagnato la bellezza di 822 milioni di dollari.
E sono felice di rivedere Gal Gadot sul grande schermo, sempre diretta da Patty Jenkins, in “Wonder Woman 1984”
Dopo una lunga gestazione per l’uscita nelle sale, che a causa del Covid-19 rimangono chiuse, la distribuzione avverrà online. Disponibile con Warner Bros dal 12 febbraio per l’acquisto e il noleggio su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Infinity.
Un rapido salto negli anni ’80 ci porta nella nuova avventura per Diana, che dovrà affrontare due nemici completamente nuovi: Max Lord, (l’affascinante Pedro Pascal visto in Narcos e The Mandalorian) e The Cheetah (la poliedrica Kristen Wiig, vista anche in Downsizing). Ritroveremo anche Steve Trevor, il grande amore di Wonder Woman interpretato da Chris Pine.
Il costume di Wonder Woman
Sul teaser poster di “Wonder Woman 1984” Diana indossa un’armatura dorata, invece del noto costume con oro, blu e stelle. La fanbase si è divisa tra nostalgici del vecchio ed entusiasti per il nuovo outfit, che in realtà è una citazione fumettistica. Il disegnatore Alex Ross, infatti, nella miniserie Kingdom Come, ha regalato a Diana ben due costumi particolarmente interessanti, tra cui questa fantastica armatura dorata, con tanto di ali, ispirazione per il poster apparso per promuovere il film.
L’80esimo anniversario di Wonder Woman e la collaborazione con KIKO
Warner Bros. Entertainment Italia e KIKO Milano hanno lanciato lo scorso autunno la nuova “KIKO MILANO Wonder Woman Collection”, dal 9 ottobre negli store europei e dal 12 ottobre su www.kikocosmetics.com. Colori intensi e texture ad alte prestazioni, perfette per una warrior princess e per non passare inosservate.
Sono queste le nuove armi di bellezza create da KIKO Milano in collaborazione con Warner Bros., in attesa dell’80esimo anniversario di Wonder Woman che ricorrerà nel 2021, quando la più amata supereroina di tutti i tempi, simbolo per eccellenza dell’empowerment femminile sarà la protagonista di un anno di festeggiamenti e celebrazioni. Il packaging è rosso regale, blu e oro sovrano, con l’iconico logo Wonder Woman.
Emily in Paris ha due calamite irresistibili: Parigi e il mondo del lusso, della moda, della comunicazione. In più, la protagonista Emily (Lily Collins) è bellissima, autoironica e vestita –quasi sempre- fichissima.
Per il resto, è una sorta di cliché formato Serie TV, ai francesi infatti non è piaciuto molto. È come se facessero una Serie TV sugli italiani in cui tutti gesticolano troppo, suonano il mandolino e fischiano alle ragazze.
Lily Collins è Emily in Paris
La figlia del cantante Phil Collins, reduce dai successi Netflix Okja e Fino all’osso, è davvero deliziosa.
Interpreta Emily, giovane esperta di marketing che viene mandata dalla sua agenzia, con sede a Chicago, in una sede gemella a Parigi. Obiettivo: insegnare ai francesi a ragionare un po’ da americani. Ma fin dalla prima puntata si intuisce che sarà esattamente il contrario. Anche se la vita a Parigi è un sogno, i primi episodi ci mostrano anche le difficoltà di quelli che, per lavoro o per amore, si trasferiscono in un’altra nazione: la lingua, le amicizie, il senso di smarrimento ma anche tanto entusiasmo per la nuova vita.
La trama
La vita nell’agenzia parigina non inizia proprio benissimo per Emily: la sua capa ricorda molto Miranda de Il diavolo veste Prada, è ostile a Emily e alla sua visione delle cose.Sylvie è il ritratto della borghesia parigina: benestante, privilegiata, sofisticata, irraggiungibile dalle giovani generazioni. Non ama le novità e i cambiamenti: si sente minacciata da quello che Emily rappresenta. Il nuovo che avanza è la comunicazione sui social network, gli influencer, il marketing creativo.
Molti di noi si potranno identificare in questo mancato passaggio generazionale: vecchi tromboni al potere e giovani che sgomitano per farsi strada, perché spesso è difficile cambiare le mentalità e le prospettive di chi comanda. Emily riesce a conquistare clienti importanti e a creare connessioni imprenditoriali. Tutti la stimano, tranne Sylvie, che continua a vederla come una minaccia.
L’amore a Parigi
Single a Parigi, Emily si invaghisce di Gabriel, il suo vicino di casa (Lucas Bravo), a sua volta fidanzato con Camille, amica di Emily. Nel frattempo conosce Thomas, un semiologo snob e viene comunque corteggiata dall’amante di Sylvie.
Ma, ehi, siamo a Parigi! Gli uomini qui pensano solo alle donne e al sesso (o almeno così si evince).
In questo viaggio tra le strade di Parigi, Emily può contare su Mindy, una ragazza cinese che si è trasferita lì per tagliare i ponti con la sua opprimente famiglia e per dimenticare il suo fiasco a un talent show cinese. Da figlia di miliardari si ritrova a fare la tata squattrinata in nome della libertà.
Il guardaroba di
Emily
È inutile girarci intorno, il prodotto confezionato dalla Darren Starr (la casa di produzione di Beverly Hills 90210) e MTV è nato per fare colpo. La dea delle costumiste Patricia Field, a cui va il merito del successo di Sex & The City, trasforma in oro tutto quello che tocca. Continuando sulla strada dell’improbabilità, Emily sfoggia foulard di seta e cappottini Chanel, ha decine di borse, scarpe, accessori di lusso. Anche Mindy ha uno stile expensive: ankle boots di Dior, pellicce, capello sempre in piega. Forse un po’ troppo per una tata, no?
Ma in fondo è bello sospendere il giudizio e osservare il lavoro di una grande professionista: ogni look è studiato, originale, assolutamente creativo e fonte di ispirazione per migliaia di donne, come lo è stato quello di Carrie e delle sue amiche.
Emily in Paris ci insegna che si deve credere nelle proprie competenze e convinzioni. Che una giovane donna ha diritto di dire la sua e di far valere le proprie idee all’interno dell’ambito professionale. E, proprio quando il mondo nonsembra pronto al cambiamento, bisogna prendersi la responsabilità di esserne fautrici. E di raccontarlo, perché no, in una storia su Instagram.
A 31 anni Carlo Luigi Coraggio, in arte Carl Brave, è innegabilmente una delle voci di Roma: una maniera di fare musica che è solo sua e che è stata amata dal pubblico sin dall’album di esordio “notti brave”, due anni fa. Ora il nuovo album “coraggio” uscito il 9 Ottobre appare la naturale evoluzione dell’artista: ci sono tutti gli elementi che dell’arte di Carl abbiamo sempre amato ma in una veste decisamente più matura.
“La musica è sempre evoluzione e bisogna educare l’ascoltatore a non etichettare. Io sono contro il razzismo musicale.”
spiega l’artista stesso. E, in effetti, non si potrebbe dire a che genere appartenga: c’è il pop, il rap, la trap, l’indie con sonorità che ricordano da vicino gli anni ottanta.
Il coraggio della tracklist
E’ questo il coraggio che ci vuole, quello di non incasellarsi; ma il coraggio è anche quello del racconto che l’album fa: le parole sembrano man mano disegnare la fine di una storia d’amore ed hanno echi malinconici ma mai melensi, radicate al reale e alla vita di tutti i giorni. Come il più bravo dei cantastorie Il brave fa un racconto che è di immagini e suoni, quotidiano ma profondo.
La stessa delicatezza viene usata in due brani parentesi dell’album “Fratellì” e “le guardie”, in cui si tratta rispettivamente del tema della dipendenza da droghe e del degrado di alcune periferie, in un racconto di chi le periferie le vive e le svela nei dettagli anche più miseri.
Curiosità sull’album
Anticipato da 4 singoli tra cui l’acclamato “spigoli“, sono molti gli artisti che hanno preso parte al progetto, come tha supreme, Pretty Solero, Ketama e Elodie che con Carl canta “Parli, parli “il singolo ufficiale dell’album.
La copertina è dedicata al nonno, ritratto nelle vesti di un imperatore romano, che al nostro giovane rassomiglia parecchio: è lui che mi ha insegnato ad essere coraggioso, spiega Carl.
Quale momento è migliore di questo per andare a visitare le tenute pontificie di Castel Gandolfo? Vivrete momenti di pura esaltazione e puro godimento
Nei momenti bui bisogna sempre vedere gli aspetti positive, ed allora non avete mai visto alcuni musei, sia perché non avevate tempo o per la troppa folla? Questo è il momento di farlo. Pochi click, una prenotazione e via!! Verso il più puro godimento ed oltre….
Roma è una delle capitali mondiali dell’arte e della cultura, eppure i tesori vanno cercati anche altrove, come si fa in una stupenda caccia al tesoro.
Mettete Castel Gandolfo, splendida cittadina a 40 minuti di treno da Roma, mettete il papa insieme al paese e si crea una meraviglia: il Palazzo Pontificio e le Ville Pontificie di Castel Gandolfo.
Nel palazzo, concepito da Papa Urbano VIII Barberini su progetto di Carlo Maderno, luogo di villeggiatura per eccellenza dei papi, aperto al pubblico per volontà di Papa Francesco, si respira la storia del papato.
Al primo piano della villa si trovano tanti ritratti dei più importanti pontefici della storia, da Papa Giulio II, l’uomo che commissionò a Michelangelo la volta della Cappella Sistina, a papi tristemente celebri come Paolo IV Carafa, colui che istituì nel 1555 il Ghetto di Roma con la bollaCum nimis absurdum.
Punto focale del primo piano è la vista sul Lago di Albano. La terrazza si trova davanti al celebre Monte Cavo, anticamente conosciuto come Mons Albanus, sulla cui sommità si trovava il Tempio di Iuppiter Latiaris, santuario confederale della Lega Latina, dove le antiche popolazioni poste a sud a Roma celebravano le Feriae Latinae.
Passeggiare negli appartamenti del papa
La vera emozione è passeggiare al secondo piano, negli appartamenti del papa. Sentirsi ospite di personaggi di tale levatura è un’emozione enorme, così come vivere la loro intimità, sempre alla scoperta di storie interessanti. Tale è il Miracolo della Vistola, scena rappresentata in affresco dipinto da Jan Hendryk Rosen per Papa Pio XI ed esposto in una cappella del palazzo.
La scena narra della Battaglia di Varsavia, che vide la sconfitta dell’esercito sovietico a favore dell’esercito polacco durante la guerra sovietico-polacca. Da quest’evento iniziò la disfatta totale dell’esercito sovietico della sudetta guerra. Il generale polacco Józef Haller, prima dell’offensiva, ordinò di fare un ottavario di preghiere per un successo insperato, che poi si avverò. Molti abitanti della Polonia attribuirono questa vittoria alla già citata Madonna Nera di Częstochowa. A guidare l’esercito nell’affresco vi è Ignacy Skorupka, valoroso sacerdote polacco, cappellano dell’Armata Polacca, morto a 27 anni durante la Battaglia di Varsavia.
I giardini: un’oasi di pace
Il giardino all’italiana delle ville pontificie di Castel Gandolfo (Foto di Marco Rossi)
La vera emozione sono i giardini, i luoghi del cuore dei pontefici, che racchiudono il palazzo e le ville pontificie. Camminare tra gli alberi frequentati da grandi personalità, come Papa Benedetto XVI, il quale soleva ritirarsi in preghiera in questo mondo di pace, vivere le emozioni dello stupendo giardino all’italiana, intravedere e gustare le architetture del criptoportico della villa costruita dall’imperatore Domiziano, sopra la quale si ergono tali costruzioni, non ha prezzo.
Ah sì, forse un prezzo ce l’ha, ma è un prezzo d’amore; un nuovo cuore, in quanto il vecchio rimarrà lì, nell’oasi fatata di Castel Gandolfo. Assicurato.
Non vi resta allora che prenotare (atto obbligatorio per i siti appartenenti del Vaticano) ed andare!!!
Marco Rossi
(Foto di copertina di Marcovel – Wikimedia Commons – Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license, altra foto dell’autore)
Titolo originale: YoungFrankenstein Regista: Mel Brooks Sceneggiatura: Gene Wilder, Mel Brooks Cast Principale: Gene Wilder, Peter Boyle, Martin Feldman, Cloris Leachman, Teri Garr, Kenneth Mars, Madeline Kahn, Gene Hackman Nazione: USA
Tutti noi conosciamo la celebre e gotica storia del dottor Victor Frankenstein e della sua Creatura, nati dalla penna di Mary Shelley. Un racconto che ha generato un filone letterario e la cui trama è stata fonte d’ispirazione di artisti, poeti, pittori e…registi. Tra questi, Mel Brooks che, nel 1974, dirige Frankenstein Junior, una sorta di sequel in chiave parodistica.
Il film ci porta negli anni ’30 del ‘900, dove il discendente di Victor, Frederick (Wilder), medico anch’esso, esegue una lezione universitaria, dove spiega l’impossibilità della ricostruzione del sistema nervoso centrale.
In altre parole, rigetta le teorie dell’avo, per lui talmente assurde, da volersi distinguere da quest’ultimo, facendosi chiamare “Frankenstin”.
La notizia di un’eredità da parte del defunto Frankenstein, però, porta Frederick a lasciare l’America e la sua compagna Elisabeth (Kahn) per andare in Transilvania, dove incontra il fedele servitore gobbo Igor (Feldman), la prorompente e procace assistente Inga (Garr) e la misteriosa governante Frau Blucher (Leachman).
Qui Frederick, dopo aver trovato vecchi appunti degli esperimenti di Victor; e spinto dagli aiutanti e dalla sua curiosità di scienziato, inizia a pensare che, forse, esista seriamente la possibilità riportare in vita qualcuno. Il progetto riesce, con una nuova Creatura rinata (Boyle), ma le cose non vanno proprio come lo scienziato se l’aspettava. O forse sì…?
Raccontato così ovviamente, può sembrare banale; ma il film di Frankenstein Junior è molto di più!
Dopo il successo di Mezzogiorno e mezzo di fuoco, in cui veniva parodiato il mondo il sacro mondo cinematografico dei western; Mel Brooks tenta di ironizzare su un genere molto particolare, quale il gotico.
Per renderlo più universale possibile, prende spunto dalla trama più usata da quel tipo di film. Ben 4 pellicole, infatti, la base per costruire la parodia perfetta. In primis, Frankenstein del 1931 di James Whale; e Il figlio di Frankenstein di Lee del 1939.
Per abbracciare “sacro e profano”, Brooks ruba momenti e materiali dai precedenti film, in modo che il pubblico possa sentire la sua ultima creazione più vicina possibile ai suoi predecessori.
Un esempio viene dai macchinari che riportano in vita la Creatura.
Pochi sanno, infatti, che il regista li affittò da Ken Strickfaden, addetto alla realizzazione degli elaborati macchinari elettrici utilizzati nei vecchi film di Frankenstein, il quale li aveva perfettamente conservati nel suo garage: in questo modo, gli strumenti usati da Frederick sono veramente quelli usati dal suo avo.
Altra grande maestria è il trucco. Dato che il film è in bianco e nero (sempre rispettando la tradizione), Brooks utilizza una vecchia tecnica: mettere del cerone misto tra blu e verde sul viso di Peter Boyle, in modo che potesse risultare, su pellicola, color giallo pallido.
Mel Brooks ci rende anche partecipi utilizando scenari e atmosfere, tratte dal Cinema del passato e che hanno fatto storia. Pensiamo alla prima volta che compare il castello da lontano: come non paragonarlo a quello dell’inizio di Quarto Potere di Orson Welles?
La vera essenza del film di Frankenstein Junior però ovviamente è nell’ironia.
Mel Brooks gioca con le immagini e le parole, come un clown con le torte in faccia. Il susseguirsi di scene irreali, comiche e grottesche si armonizza con una tale semplicità, da rendere tutto così scontato e divertente, come una barzelletta ben raccontata.
Pensiamo solamente al personaggio di Cloris Leachman, cioè Frau Blucher. Perché, ogni volta che si dice nel film il suo nome, si sente in lontananza il nitrire di cavalli? Qualcuno ipotizzò che fosse il nome di una macelleria; oppure che la traduzione in inglese fosse “glue”, il cui suono ricorderebbe molto quello della colla (nata per millenni dalla lavorazione dei tessuti equini). Il regista semplificò in un’intervista dicendo che:
«Sono terrorizzati da lei; Dio solo sa cosa fa loro quando non c’è nessuno in giro»
Ovviamente l’ironia parte dalle parole e (inutile negarlo), da doppiato, si perde molto.
Pensiamo a quando Frederick è sul carro, insieme a Inga eIgor. Da lontano si sente l’ululare di un lupo. In inglese, il dottore afferma “werewolf”, cioè “lupo mannaro”: inevitabile il gioco di parole con “where wolf”, cioè “dove (è) il lupo”. Così Igor risponde: “there” e segue “there wolf. There castle”.
In italiano è stato trasformato in: “lupo ulula” e Igor risponde “Lupo ululà. Castello ululì“.
Si ironizza anche dalle immagini e il Cinema è ancora una volta d’aiuto. Tanti sono gli spunti, a partire dagli stessi film tratti dall’opera della Shelley: pensiamo ai capelli di Elisabeth e a quelli nel film La moglie di Frankenstein.
Altra parodia è nella scena del ballo tra Frederick e la Creatura. La canzone cantata da Gene Wilder è Puttin’ On the Ritz, cantata da Fred Astaire in Cieli azzurri nel 1946: canzone usata anche da Clark Gable nel ’39 in Spregiudicati; e da Henry Richman in Follie di Broadway del ’30.
Capitolo a parte sono gli attori e i personaggi del film di Frankenstein Junior, come Igor.
Fieldman dona al gobbo aiutante una delle sue più magistrali interpretazioni, tanto da essere ricordato in particolare per questo ruolo. Una delle scene più note, infatti, è merito suo. La “gobba mobile” di Igor, infatti, è dovuta a un suo scherzo durante le riprese, cioè quello di cambiare posizione alla finta deformità: quando se ne accorsero, si decise di comune accordo di lasciarlo fare anche ad Igor, non solo a Fieldman.
Tre motivi per vedere il film:
Madeline Kahn, così a suo agio nei panni di una Elisabeth altezzosa, schizzinosa e…assetata, tanto da essere candidata al Golden Globe 1975
Le battute, da base per molta altra Arte figurativa futura
Gene Wilder, nella sua indiscussa capacità di mutare volto, unendo serio e faceto
Quando vedere il film:
Sera o il pomeriggio. Il film è divertente e può essere visto anche dai bambini.
Francesco Fario
Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:
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Nelle librerie è disponibile Melodia per anime spezzate, la prima opera di Sara Carli edita da Brè Edizioni, di cui pubblichiamo la recensione.
Il romanzo racconta le avventure, le emozioni e i sogni di un gruppo di giovani ragazzi che si incontrano per la prima volta a Roma in accademia.
Tutti hanno velleità artistiche e la loro ambizione è di diventare qualcuno nel mondo dello spettacolo.
Caterina, napoletana verace, è una ballerina a cui non mancano né l’arte oratoria né la voglia di attirare l’attenzione su di sé. Evangelina, per gli amici Eve, sogna di diventare un’attrice. Viola è una ragazza timida e introversa, a cui risulta difficile intraprendere delle relazioni con gli altri ragazzi, perché oppressa da un terribile senso di colpa. Oscar è il classico villain invidioso, solitario e raccomandato che ama cospirare contro l’eroe della storia: il logorroico Luca Zanin, cantautore e chitarrista.
Il racconto si snoda tra Roma, Milano, New York e Las Vegas città in cui nascono e, a volte finiscono, storie d’amore e amicizie tra coreografie, esibizioni e performance di canto, ballo e recitazione.
Melodia per anime spezzate: la recensione
Questo libro è figlio di programmi televisivi come Amici di Maria De Filippi e X Factor, di serie tv come Paso Adelante, nonché di film come Flashdance, Saranno famosi e Save the last dance, solo per citarne alcuni.
Si tratta di un romanzo corale: il racconto è il risultato delle voci e delle storie di vari personaggi caratterialmente ben delineati. Ognuno col proprio carattere, la propria provenienza geografica e sociale, la propria storia di vita.
I protagonisti sono accomunati dalla voglia di sfondare a qualsiasi costo, ma nel frattempo innescano delle relazioni emotive importanti tra di loro.
Alcuni personaggi sono vittime del luogo comune: Caterina, per esempio, è la napoletana esuberante e Viola, la sua rivale, non poteva che essere milanese. E ancora Luca, il cantautore, è il classico ragazzo per cui tutte, una volta nella nostra vita, abbiamo preso una cotta. Capelli lunghi, voce rauca alla Enrico Nigiotti e fascino del musicista con lo spirito di rivolta: queste le caratteristiche che lo contraddistinguono. D’altronde noi esseri umani “siamo tutti un po’ cliché”.
Melodia per anime spezzate è un romanzo che si divora, nonostante le sue 583 pagine. Il lettore potrà identificarsi sicuramente in almeno uno dei suoi protagonisti e sarà rapito dalla vicenda, perché il racconto è avvincente.
Il plus del romanzo è che ricorda un prodotto multimediale: il lettore ha l’impressione di essere spettatore delle coreografie, così come a volte, che sia una canzone di Adele o di Ed Sheeran, sente la musica uscire dalle pagine del libro.
Come le serie tv costringono al binge watching, così Melodia per anime spezzate costringe al “binge reading”, perché spesso i capitoli si concludono con un cliffhanger. E il lettore non può che continuare ad andare avanti e avanti e avanti, per scoprire come si evolvono gli eventi.
Non rimarrei sorpresa di ritrovare un giorno in streaming la trasposizione di Melodia per anime spezzate in serie tv, un teen drama sulla scia di produzioni come Skam Italia.
Vitangelo Moscarda, protagonista dell’Uno, nessuno e centomila, è in piedi davanti allo specchio quando la moglie gli fa notare che il naso pende irrimediabilmente verso destra. Apriti cielo: il povero Gengè (il soprannome di Vitangelo) esce di senno, ossessionato da difetti che non pensava neppure di avere.
Che poi non è nulla di diverso da quanto accade a molti di noi: certo, magari l’elemento rivelatore non è una moglie poco cauta e le stranezze che commettiamo sono più leggere del personaggio di Pirandello ma il meccanismo psicologico ha molto in comune.
Cos’è il dismorfismo corporeo
Nel DSM 5, che altro non è che il librone in cui sono catalogati tutti i disturbi mentali sin qui scoperti, sotto il nome di dismorfismo corporeo leggiamo di una patologia che porta il paziente adesagerare un proprio difetto estetico lieve, alle volte anche inesistente, sino alla compromissione della normale vita quotidiana. Spesso i difetti vengono colti nel volto, come il naso appunto, ed è un disturbo lievemente più frequente nelle donne che negli uomini.
Ora, senza pure arrivare a conseguenze mediche, è tutto sommato una sensazione frequente. Cercarsi di continuo nelle vetrine, negli specchi, in qualsiasi superficie riflettente per controllare che tutto sia in ordine o di contro rifuggire qualsiasi tipo confronto con la propria immagine, vivere l’estetica come strumento indispensabile di correzione piuttosto che di valorizzazione, non sentirsi mai a proprio agio con il proprio corpo sono stati che chiunque può dire d’aver provato, specie in età evolutiva, dove- fino ad una certa misura- sono anche normali.
Il ruolo dei social
Ora
a questo quadro aggiungiamo che siamo nel terzo millennio e che,
quindi, non possiamo trascurare i giganti dei tempi nostri, i social
, che influenzano la percezione che abbiamo di noi almeno in due
modi:
Modelli irreali. Sì, molto carino quel tipo pompato a bordo piscina, con la pelle liscissima e abbronzato al punto giusto, con i capelli setosissimi alla Garnier, molto carino. Probabilmente, però, non è reale. Si regge su luci, filtri, angolazioni, forse anche professionisti che, a quella foto, hanno lavorato. E, sempre probabilmente, l’uomo del mulino bianco ha gli stessi difetti che hai tu, o altri. Solo che tu non lo sai. (Si veda li stesso discorso anche al femminile.)
Faccia da selfie. In foto vieni bene ma ad un certo punto ti senti bello, o bella, solo in foto. E’ l’effetto autoscatto: ad esempio spesso le dimensioni del nostro naso- ancora lui- vengono alterate se si tiene il cellulare ad una data distanza. Senza parlare dei filtri snapchat: zigomi alti, viso più sottile, lentiggini, addirittura occhi d’un colore diverso. E parte il letale meccanismo Certo che se fossi così… Si parla, diciamola col termine tecnico, di snapchat dysmorphia, e spinge sempre più persone alla chirurgia estetica.
Ancora una volta i social sono un’arma a doppio taglio. Arma disinnescabilissima se ci approcciassimo a loro, e anche a noi, con più giudizio critico. Ovvio che quando il problema è serio dobbiamo accettare l’aiuto di uno specialista ma, il resto può farlo un amor proprio sano e razionale. E se proprio non riusciste a prendere le dovute distanze da quel che c’è oltre lo schermo del telefonino valutate un digital detox.