60 anni fa “Rocco e i suoi fratelli” vinceva il Festival di Venezia

Rocco e i suoi fratelli film recensione

La fortuna bisogna farsela venire

Titolo originale: Rocco e i suoi fratelli
Regista: Luchino Visconti
Soggetto: Suso Cecchi d’Amico, Vasco Pratolini, Luchino Visconti, Giovanni Testori
Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Cast: Claudia Cardinale, Max Cartier, Alain Delon, Spiros Focás, Annie Girardot, Katina Paxinou, Renato Salvatori
Uscita: 1960
Paese: Francia – Italia

Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti è un capolavoro del cinema europeo, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1960, in cui vinse il Leone d’Oro. 

Grande fu il successo di pubblico e numerosi furono i premi successivi, ai David di Donatello, ai Nastri d’Argento, ai Bafta e, al regista Visconti, anche ai Golden Globes del 1961. 

Scandito in cinque capitoli che prendono il nome da quello dei cinque fratelli Parondi (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), è una classica saga familiare, di cui Visconti si serve per rappresentare il fenomeno della migrazione. 

Lo scenario è la Milano povera e operaia tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Quattro dei fratelli Parondi e la loro madre vedova Rosaria (Katina Paxinou) vi giungono dalla Basilicata per ricongiungersi con il fratello maggiore Vincenzo (Spiros Focás). Lui si è appena fidanzato con Ginetta (Claudia Cardinale), anche lei di famiglia meridionale, ma già molto più integrata nel tessuto sociale della città. Già dall’accoglienza che riservano loro i familiari di Ginetta nelle primissime scene si capisce quanto sarà difficile per i Parondi sentirsi a casa.

Il tema è la questione meridionale, come nel precedente “La terra trema”. Ma Visconti la sposta al Nord, tra i migranti che cercano di uscire dalla povertà con il lavoro onesto. Non è facile integrarsi in una Milano diffidente, se non addirittura ostile, con la nostalgia della terra d’origine.  Sullo sfondo della periferia delle case popolari, i Parondi affrontano il pregiudizio verso i migranti meridionali.

La sceneggiatura del film “Rocco e i suoi fratelli” è in mano a grandi nomi.

Ma la trama è ispirata a “Il ponte della Ghisolfa”, raccolta di racconti di Giovanni Testori, che infatti è tra gli autori del soggetto con lo stesso Visconti. Il cinema di quest’ultimo, d’altronde, ha sempre avuto ispirazioni letterarie e in questo film ritroviamo anche echi delle opere di Thomas Mann (“Giuseppe e i suoi fratelli”), di Dostoevskij (“L’idiota“), di Arthur Miller (“Uno sguardo dal ponte“) e della “Carmen” di Bizet.

Il fulcro della storia è la rivalità tra Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon).

Il pugilato sembra per loro un’occasione di riscatto ed è proprio sul ring che inizia lo scontro. Ma inizialmente solo Simone sembra essere all’altezza delle competizioni. Rocco, quindi, inizia a lavorare in una lavanderia e, dopo poco, parte per il servizio militare.

I due fratelli sono diversissimi. Il primo è spavaldo, quasi privo di scrupoli inizia a frequentare Nadia, una giovane prostituta (Annie Girardot) di cui si innamora.

Quando gli allenatori si rendono conto che Rocco, durante la leva, ha imparato a boxare bene, mettono da parte Simone, ormai fuori forma e deconcentrato dal successo. Nel frattempo, Nadia lo ha lasciato, visto che per lui non nutriva sentimenti e, uscita dopo undici mesi di prigione, incontra casualmente Rocco. Il giovane la incoraggia a cambiare vita, dicendole che 

Ognuno può vivere la vita come vuole. Basta che ne sia convinto. Ma non bisogna avere paura e tu hai sempre l’aria di aver paura.

Simone, quando scopre della relazione tra i due, si ingelosisce fino al punto di violentare Nadia di fronte a Rocco e agli amici, venuti a dargli man forte. La censura impose di “annerire” la sequenza dello stupro, rimasta tra le più forti e sconvolgenti della cinematografia di Visconti.

Secondo alcuni, la censura si accanì su “Rocco e i suoi fratelli” perché era un ritratto troppo amaro ed impietoso dell’Italia del boom economico.

Una parte della classe dirigente non voleva accettare le critiche mosse da Visconti alle profonde divisioni sociali del Paese.

Ma la scena “censurata” è anche l’acme della contrapposizione tra i due fratelli: da una parte la violenza, il patriarcato e la viltà rappresentate da Simone; dall’altra, la timidezza, l’umanità, la voglia di vivere di Rocco. Sempre pronto a perdonare ed aiutare il fratello Simone, tanto che Ciro lo definirà un santo, Rocco è pronto a sacrificarsi sotto ogni aspetto della propria vita per aiutare suo fratello, per il suo bene.

Roso dal senso di colpa, scambia persino la reazione violenta di Simone per amore nei confronti di Nadia. Un amore malato lo avremmo definito all’epoca. Oggi, invece, gli spettatori sono in grado di chiamarlo con il suo vero nome: ossessione morbosa, mania di possesso, che spinge alla violenza estrema.

Come era stato ne “La terra trema” e come sarà per “La caduta degli dei” Luchino Visconti sceglie i vinti come protagonisti e la famiglia che si autodistrugge per una lotta fratricida come tema. Il contrasto drammatico tra Rocco e Simone e la morte di Nadia è raccontato attraverso scene epiche e dialoghi serrati. I tre protagonisti sono “presenze tragiche che esprimono costantemente la difficoltà di vivere al nord, in una società disumana”, secondo il critico Gian Luca Farinelli.

Attori eccezionali e fotografia poetica fanno il resto.

Le interpretazioni di tutti gli attori sono intense ed iperrealiste. Spiccano il sorprendente Alain Delon, quasi all’esordio, e l’eccezionale Annie Girardot. Il giovanissimo Delon sarebbe, poi, diventato un attore feticcio di Luchino Visconti, come anche Claudia Cardinale (benché qui sia in un ruolo secondario), che qualche anno dopo avremmo visto insieme ne “Il Gattopardo”.

Anche la fotografia elegante di Giuseppe Rotunno ha avuto un ruolo fondamentale per fare del film un capolavoro assoluto. Rotunno gioca infatti con poesia tra le luci, le ombre e i chiaroscuri.

La grandezza di “Rocco e i suoi fratelli” è stata riconosciuta dalla critica soprattutto negli anni successivi alla sua uscita. All’inizio, la censura da un lato e la politica dall’altro ostacolarono una visione obiettiva della pellicola. Oggi nessuno mette in dubbio che sia un capolavoro.

Morando Morandini definì “Rocco e i suoi fratelli” il più generoso dei film di Luchino Visconti, perché in esso passioni antiche e problemi moderni sono condotti ad unità. Per Alberto Moravia il film era forte, diretto e brutale e rispecchiava fedelmente “nelle sue compiacenze di crudeltà e nella sua minuzia descrittiva le due componenti del singolare talento del regista: quella decadentistica e quella sociale”.

3 motivi per guardarlo:

  • perché è un film di Luchino Visconti, il Maestro dei Maestri, poeta della perfezione assoluta nel cinema;
  • per la sequenza all’idroscalo, tipica scena madre di Luchino Visconti, sintesi di melodramma e raffinata regia;
  • per la scena commovente dell’arrivo della neve, salutata dai fratelli e dalla loro mamma tra la meraviglia di ammirare quel fenomeno per la prima volta e la gioia di capire che, per spalarla dalle strade, ci sarebbe stato lavoro per tutti.

Quando vedere il film:

Durando quasi tre ore, vi consiglio di dedicare a “Rocco e i suoi fratelli” il pomeriggio di una domenica uggiosa, che l’autunno e l’inverno prossimi non mancheranno di offrirci.

Stefania Fiducia

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