Quando i saluti si inviavano con le cartoline

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C’è stato un tempo in cui gli auguri o semplicemente i saluti, in qualsiasi momento dell’anno, venivano inviati non con un cellulare ma scritti sulle cartoline.

Questa è la storia di un oggetto che, come il telefono a gettoni, appartiene ormai alla storia, questo è il racconto delle mitiche cartoline.

L’amore ai tempi del telefono a gettoni

Oggi si fa fatica a trovarle ma fino a qualche decennio fa, specie d’estate, le cartoline erano un passaggio obbligatorio per tutti noi nati nel secolo scorso.

Trovare le cartoline, scriverle e poi, naturalmente, spedirle, rappresentava un momento fondamentale delle nostre vacanze e poco importava dove le trascorressimo.

Paesello sconosciuto, località marina o città d’arte, non c’era luogo che non prevedesse il rito della cartolina illustrata che, ad ogni estate, si perpetuava con le stesse identiche modalità.

La prima riguardava la scelta della cartolina, un’operazione per nulla semplice.

Di solito si stilava una lista di persone a cui mandarle che veniva spuntata ad ogni acquisto o spedizione.

In cima a questa lista c’erano, ovviamente, gli amici più cari.

A loro erano destinate le cartoline più belle, o quantomeno quelle più particolari.

Se si trascorrevano le vacanze nel paese della nonna però, trovare delle cartoline decenti rappresentava un’impresa, anche perché il rischio di mandare ogni anno le stesse era molto alto.

E sì perché la fantasia dei fotografi non era certo smisurata. Gli scorci riprodotti sulle cartoline impilate nei raccoglitori della tabaccheria, erano proprio pochi.

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La chiesa, innanzitutto. Poi la piazza principale, con l’immancabile vecchia di turno, e se andava bene un bel panorama.

Insomma se si era fortunati quattro, cinque tipi, non di più.

Quelle più belle, o meno orrende, erano destinate agli amici, le altre, a scalare in ordine di bruttezza, a parenti e genitori.

Se ci trovavamo al mare o in una città d’arte la scelta, vista la maggiore offerta, era decisamente più semplice.

In questi casi ci si poteva sbizzarrire fra mare, spiagge, celebri chiese o monumenti importanti.

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Poteva capitare, e non era una cosa rarissima, che sulla cartolina acquistata, per uno strano gioco del destino, fosse riprodotta la casa dove abitavamo o l’albergo dove alloggiavamo.

In tal caso la mitica freccia era inevitabile.

Armati di un pennarello indelebile, o di una comune bic, si indicava il “nostro” luogo con una bella freccia per far capire che noi, proprio noi, stavamo lì, in quel preciso punto.

Terminata la fase dell’acquisto delle cartoline, a cui contestualmente era legato quello dei famigerati francobolli, di solito pagati con secchiate di monete, ecco arrivare il momento della scrittura.

Scrivere una cartolina non era una cosa da poco.

Tutto dipendeva dal destinatario.

Se si trattava di un amico o magari di qualcosa di più importante, ogni spazio veniva ricoperto da parole che lambivano i francobolli e, talvolta, sconfinavano nel riquadro in basso a destra, quello dedicato al destinatario.

In questi casi gli insulti postumi del malcapitato postino, costretto a decifrare fra un ciao, un mi manchi, un ti adoro, l’indirizzo del destinatario, erano assicurati.

Queste cartoline erano così incomprensibili, da far risultare chiare anche le epigrafi etrusche.

La cartolina in questi casi si trasformava in una sorta di lettera, su cui raccontare ogni cosa.

Non sempre la scrittura era lineare. Per esigenze di copione ogni scelta stilistica era ammessa: scrittura circolare, obliqua, perfino angolare, sperando che il destinatario fosse in grado di decriptarla.

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Se, invece, la cartolina era indirizzata a una persona meno importante, allora un classico saluti dalla località in foto era una scelta inevitabile e complessivamente rassicurante.

Le cartoline non venivano mai scritte tutte insieme.

Di norma quelle dirette a quelli in fondo alla famosa lista si scrivevano piuttosto rapidamente e magari il primo giorno di vacanza, prima di cena.

Della serie via il dente, via il dolore.

Quelle “importanti”, invece, esigevano tempo, immaginazione, originalità, amore.

Non era raro che queste cartoline fossero scritte in più giornate, a riprese, in base anche alle novità da raccontare.

Dopo averle acquistate e scritte, arrivava il momento cruciale della spedizione.

Ovviamente prima di imbucarle nelle mitiche buche delle lettere, (quelle rosse con la doppia fessura “per la città” e “per tutte le altre destinazioni”), c’era da attaccare i francobolli.

Si trattava di rettangolini di carta, con una delle due facce variamente istoriata, da collocare generalmente in alto a destra, nell’apposito riquadro.

Senza questi la cartolina o non arrivava o, al massimo arrivava con la sopratassa.

I francobolli nel pleistocene si leccavano, visto che quelli adesivi erano ancora un miraggio.

I più igienisti, o meglio gli ipocondriaci cronici, come il sottoscritto, si armavano di spugnette su cui passare il francobollo da attaccare.

Gli altri, quelli normali, usavano la lingua, alla faccia di virus e batteri.

E sì perché i francobolli non erano proprio il massimo della pulizia visto che passavano di mano in mano prima di essere “leccati” e il sapore era variegato a seconda del tipo di colla e delle mani che li avevano toccati.

Ricordo di una tabaccaia in un paesino in Abruzzo che, oltre a rifilarmi al posto del resto delle schifosissime caramelle rigorosamente sfuse (come abbiamo fatto a non morire per fatali infezioni) era solita, prima di vendermi i francobolli, contarli.

Peccato che, per fare ciò, li toccasse con il polpastrello del dito indice destro, rigorosamente umettato sulla sua lingua.

Insomma scrivere una cartolina era una fatica ma ampiamente ripagata.

Perché se scriverle era impegnativo, riceverle era emozionante.

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Agosto era il mese tradizionalmente dedicato alle cartoline, poste permettendo.

Non era raro, infatti, che la cartolina spedita a luglio arrivasse sotto Natale, fra lucine accese e regali sotto l’albero.

Ma se, invece, arrivavano nel pieno dell’estate, il quadro era pressoché questo.

Spiaggiati sul divano, fra il frinire di una cicala, l’ennesima puntata della Signora in Giallo e il ventilatore che si fermava trasformandoci in un bagno di sudore, attendevamo l’arrivo del postino.

Di solito l’omino arrivava prima di mezzogiorno e allora, in canotta e ciabatte, sperando di non incontrare nell’androne deserto del palazzo alcun inquilino, ci dirigevamo verso la nostra buca delle lettere.

Già a una certa distanza le scorgevamo, fantasticando il mittente e principalmente il contenuto.

La bravura stava nel non leggere nulla, riservando quel momento al rientro a casa, quando ritrovata l’esatta precedente fossa del divano, tornavamo a spiaggiarci.

Poi era solo piacere, sempre che fosse la cartolina tanto attesa.

Se così era quell’apparente insignificante pezzo di cartoncino veniva letto e riletto, quasi imparato a memoria.

Quella cartolina tanto attesa era l’unione fra noi e la persona che ce l’aveva inviata, il suggello di una grande amicizia o, forse, di qualcosa di più.

Oggi di cartoline non se ne spediscono quasi più, anzi a malapena se ne trovano.

Ma credetemi erano molto più emozionanti di qualsiasi sms, email o messaggio WhatsApp, perché erano solo e soltanto nostre.

P.s.: ringrazio Monica e Raffaella per le loro cartoline, che custodiscono gelosamente nella scatola dei ricordi.

Maurizio Carvigno

2 Commenti

    • Grazie, sono contenta ti sia piaciuto. Maurizio è stato uno dei nostri redattori di punta per anni. Anche io comunque ho scritto tante lettere e cartoline: era bellissimo scambiarsi la vita così. Oggi si va molto più veloci.

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