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Al Centro Culturale Islamico di Roma “Sguardo a Levante” – International Art Exibition

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Domenica 21 luglio alle ore 19.00, presso il Centro Culturale Islamico della Grande Moschea di Roma ha avuto luogo l’inaugurazione di “Sguardo a Levante” – International Art Exibition. eventi a roma

Una grande rassegna artistica che ha visto pittori, scultori, poeti, fotografi e calligrafi riunirsi in un contesto straordinario e suggestivo. eventi a roma

Gli spazi all’avanguardia progettati da Paolo Portoghesi sono stati letteralmente gremiti da un pubblico numeroso e internazionale.

Fortemente voluto ed organizzato dalle Associazioni culturali Ibdart Peace e Cultura4You, l’evento è nato dalla fortunata condivisione di intenti tra i soci fondatori Manal Serry, Valentina Cocciolo, Antonella Rizzo, Flora Rucco e Amjed Rifaje.

Scopo della loro attività culturale è la ricerca di radici comuni e la fruizione della cultura attraverso il ruolo catartico dell’Arte.

Il Centro di Cultura Islamica della Grande Moschea romana si è reso disponibile ad accogliere il progetto che vanta prestigiosi patrocini come l’associazione OEAEC-Belgique con il Presidente Dott. Isam Al Badri giunto da Bruxelles; l’Unione delle Donne arabe – sezione Egitto e il Protocollo di Cooperazione culturale Italia – Egitto.

Il consueto taglio del nastro è stato effettuato dal Prof. Abdellah Redouane, Direttore della Moschea di Roma; ho avuto l’onore di coordinare come giornalista e organizzatrice l’evento e vi racconto la serata per Culturamente

Molte le autorità presenti: l’ambasciatore Dott. Abdel Rahman Mohamed Amin Al-Khayat, presidente della Lega musulmana mondiale; il presidente della Comunità egiziana di Roma Adel Amer; il presidente di OEAEC Isram Al Badri, il Consigliere dell’Ambasciata del Kuwait  Mousaed Alquatan; la Consigliera dell’Ambasciata dello Yemen Gehad Abdullah Saleh Al-Gafri

A seguire la Dott.ssa Flora Rucco, critica d’arte, ha compiuto un excursus sulle opere esposte illustrando brillantemente il filo conduttore che lega la tradizione artistica del nostro Mediterraneo.

Sicuramente il momento più emozionante è stato quello della consegna di due Premi speciali conferiti all’artista ospite d’onore della mostra.

eventi a romaSi sono aggiudicati i riconoscimenti il kuwaitiano Tarek Hamadah, considerato tra i maggiori artisti del Medio Oriente e il Prof. Redouane per la sua disponibilità e impegno al dialogo interculturale.

Tutti gli artisti selezionati hanno poi ricevuto un attestato di partecipazione: per la scultura Halla Al Moussi, Gino Dalle Lughe, Antonio Petronzi; per la calligrafia araba Amjed Rifaie, Valentina Cocciolo.

I premiati per la pittura sono: Sara Alaa Rizk, Hameed Al Humairy, Ahlam Al Mashadi, Yaqueen Alshadan, Luigi Ballarin, Intsar Boba, Melina Cesarano, Hanan El Zanni, Fatma Damash, Giusy Giustino, Tarek A.Q Hamadah, Wafaa Hussein Atta, Paola Iotti, Teresa Loffrè, Gene Pompa, Ermelinda Ponticello, Angela Rucco, Flora Rucco, Hameda Salh, Kayo Sato.

Per la fotografia: Yehya Baraya, Roberta Fedele, Giuseppe Labisi, Ziyad Matti, Federico Palmieri, Alice Passamonti, Claudia Primangeli, Flora Rucco, Fabrizio Tedeschi.

Per la poesia Emad Abdelmohsen, Mariem Al Gehzawi, Mohamed Al Karky, Fatiha Benkacem, Marianna Cossentino, Lilly Di Benedetto, Hisham Fayad, Domenica Giaco, Mohamed Ghonem, Dalila Houaui, Assem Meghahed, Artemide Napolitano, Flora Rucco, Magdy Sarhan, Angela Maria Tiberi, Mohamed Yossef Ismail.

Numerosa anche la presenza dei media, tra i quali i giornalisti Fatiha Benkacem per OEAEC TV Belgique, Mahdi El-Nemr, corrispondente di Kuwait News Agency, Yossef Ismail di Nile TV e Amal Melhem dal Canada, che hanno intervistato l’ospite Tarek Hamadah.

Davvero un clima affascinante e di grande respiro durante la serata al Centro Culturale Islamico, all’insegna della grande Arte e del cosmopolitismo; reso ancora più prezioso da momenti di raffinata convivialità dal magnifico buffet allestito nel salone del complesso museale.

Un evento unico nella Capitale che inaugura un nuovo modo di costruire ponti attraverso la Bellezza.

La mostra sarà visibile fino a domenica 28 luglio presso il Centro Culturale Islamico della Grande Moschea in via della Moschea 85 a Roma.

Antonella Rizzo

“45 anni” di Andrew Haigh: il dramma dell’estraneità

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45 anni di Andrew Haigh è un piccolo dramma della quotidianità, premiato con l’Orso d’oro alla miglior interpretazione ai due attori protagonisti  45 anni film

Titolo originale: 45 years
Regista: Andrew Haigh
Sceneggiatura: Andrew Haigh
Cast principale: Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, David Sibley
Nazione: Regno Unito
Anno: 2015

 

Al pari delle Nostre anime di notte di Ritesh Batra (tratto dallo splendido romanzo di Kent Haruf), 45 anni del regista britannico Andrew Haigh dà corpo alla difficile narrazione di quello che, con un’orrenda espressione, è generalmente indicato come “amore della terza età”. Le due pellicole sembrano tenute assieme da un filo sottile, un gioco di rimandi che va al di là del comune nucleo tematico e si manifesta nelle abitudini, negli sguardi, nei gesti lenti di una vita che si sveglia e si scopre attiva. 45 anni fi

Lo snodo delle loro trame, disposte involontariamente a mo’ di proseguimento ideale, consente di comprendere il senso intimo dell’assenza di limiti anagrafici nella sperimentazione sentimentale [1].

Ciò che davvero separa i due film – o meglio li rende l’uno il contraltare dell’altro – è la fase del percorso amoroso che i loro autori decidono di immortalare. In Batra c’è respiro, la riscoperta di un ardore che sembrava perduto, mentre Haigh fa seguire, al racconto di una vita tranquilla, lo scoppio di una miccia dalla potenza devastante. La sua opera è il referto drammatico di una quotidianità vissuta nell’apparenza. La destrutturazione, lenta e logorante, di un’unione svuotata, posticcia, talmente fragile da poter trovare saldezza solo nel vincolo burocratico dell’istituzione matrimoniale.

I 45 anni che Kate (Charlotte Rampling) e Geoff (Tom Courtenay) si apprestano a celebrare corrispondono infatti al tempo sancito dall’atto delle nozze.

Una porzione di vita in comune segnata da ritmi lenti e passeggiate in campagna, incontri con gli amici e tè caldo bevuto in cucina.

Lo sguardo della camera immortala gli atti di un rituale stanco, i riflessi immagazzinati – e quasi condizionati – di un’esistenza che si trascina per tappe note, sempre le stesse, costruite e accettate dopo tanti anni di convivenza. A interrompere l’andamento piatto, tuttavia armonico nella sua senile fiacchezza, è una lettera indirizzata a Geoff dalle autorità svizzere. Katja, suo amore giovanile, è stata ritrovata cadavere in un crepaccio. Congelata – pertanto intatta – nei suoi ventisette anni di età.

È qui che il rapporto tra Kate e Geoff si spezza.

Di loro Heird non dice nulla, non rievoca un passato di reciproco affetto né momenti d’inevitabile tensione che è lecito supporre. Tutto ciò che lo spettatore sa è qui ed ora. Nell’arco temporale dei sei giorni in cui il film si articola per illuminare retrospettivamente, senza mai mostrare nulla, il destino di una coppia che si scopre estranea.

Katja, un’assonanza che si fa presagio, diviene per Kate il fantasma di un’assenza che ha condizionato il presente.

Da una comprensibile, forse anche frivola, gelosia retroattiva, il malessere della donna sfocia ben presto in una riconsiderazione tout court del proprio rapporto, esaminato ora, in controluce, come un calco rabberciato e sbiadito di un amore altro che non ha potuto realizzarsi. Non solo: a essere messa in discussione, agli occhi di Kate, è soprattutto l’identità di se stessa in quanto moglie, retaggio antico e interiorizzato di una concezione di donna incasellata entro ruoli “privati”, pensati e detti dall’uomo.

45 anni film

E allora che senso ha la sua vita – un’esistenza vissuta con – se al proprio posto, nei desideri del marito, avrebbe dovuto esserci un’altra?

«Se non fosse morta l’avresti sposata?» diviene perciò una domanda retorica, che ha il sapore del fallimento amoroso e personale portato all’acme della disperazione con la scoperta di quel figlio mai avuto – da lui mai voluto. È la maternità negata, introiezione del naturale destino del ruolo riproduttivo, a far precipitare Kate nel gorgo della disperazione.

A rompersi non è soltanto la fiducia in Geoff, ma la sua stessa sicurezza (auto)costruita, riconosciuta dagli altri e dinnanzi a essi ancora ostentata.

La festa per i 45 anni di matrimonio è pertanto l’ennesimo atto di un gioco delle parti, un cerimoniale di dovuta ipocrisia sociale e inutile, insostenibile, autoconvincimento. Il gesto di stizza di Kate dopo il ballo è l’unico momento di ribellione che la donna si concede. Poi l’inquadratura sfuma, e il nero dello sfondo sembra riassumere in sé quello che sarà il proseguimento della vita dei due: un black out emotivo di incalcolabile estensione, una distanza profonda quasi mezzo secolo.

A dare corpo all’indescrivibile processo di spegnimento e cancrena interiore è l’accostamento, sul proscenio filmico, di due attori di grande intensità e differente stile recitativo.

Sguardi e mimica la Rampling, dialoghi affannati e stanchi Tom Courtenay.

Sul volto di lei e nella voce di lui scorrono i segni di una presa di coscienza che non vuole esprimersi a parole perché si teme possa concretizzarsi, mentre la candida confessione di Geoff – «si l’avrei sposata» – è forse il solo slancio sincero di una vita pronta a rientrare nei ranghi di una mediocrità affettiva. Il leggendario sguardo di Charlotte Rampling restituisce del resto un altrove in cui non è dato entrare. È il luogo della perdita improvvisa di quanto non si è mai posseduto, lo spazio di un dolore forte e muto che non conosce più confini.

 

Tre motivi per vedere il film:

  • Charlotte Rampling e Tom Courtenay.
  • L’atmosfera perennemente rarefatta
  • La grazia della rappresentazione del dolore. Mai un urlo, mai uno strepito.

Quando vedere il film:

Occorre sentirsi particolarmente ispirati, è un film che cerca lo spettatore, non il contrario.

Ginevra Amadio

 

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!

Il Laureato, il cinema che diventa simbolo generazionale

 

 

[1] D. Turrini, 45 anni, imperdibile dramma dell’amore perduto nella terza età con Charlotte Rampling e Tom Courtenay, in “Il Fatto Quotidiano”, 7 novembre 2015.

Ginevra Amadio

 

I Muse a Roma tra realtà e distopia

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Dopo 4 anni, i Muse tornano a incantare lo Stadio Olimpico di Roma.

Assistere a un concerto dei Muse è un’esperienza totalizzante. Per due ore ci si ritrova immersi in una realtà distopica fatta di macchine, robot e laser. Manco a farlo apposta (o forse sì, chi può saperlo?!), la canzone di apertura, Alghorithm, recita: “We are caged in simulation”, “Siamo intrappolati in una simulazione”. La simulazione per il pubblico dell’Olimpico è proprio lo show a cui ha assistito lo scorso 20 luglio. Non si tratta di un semplice concerto, ma di un vero e proprio viaggio dal quale si ricava tanta energia e voglia di stare al mondo. Già solo se ascoltate le canzoni dei Muse riescono a proiettarvi in una dimensione distorta, tecnologica, oppressiva in cui si sente forte il bisogno di evadere e di gridare la propria voglia di libertà. E lo si fa, cantando. Nello show live, i Muse creano quello che dai cd si riesce solo ad immaginare.

Il tour dei Muse del 2019, che segue l’uscita del nuovo album Simulation Theory, vede i tre artisti in scena come gli unici esseri umani superstiti in un lontano futuro dominato dalle macchine.

Durante diversi brani, i Muse vengono circondati o inseguiti da figure inquietanti (sono in realtà i bravissimi componenti del corpo di ballo MUSE dancers) armate di fucili, di bastoni luminosi, di macchine che sparano fumo. Essi rappresentano i “poliziotti tecnologici” di questo nuovo mondo che piombano in scena quando meno li si aspetta, qualche volta anche calandosi dall’alto e volteggiando sopra il palco. Durante il metal medley che si apre con le note di una straordinaria Stockholm Syndrome, da sotto il palco si alza una mano gigante dalle dita affilate. Subito dopo compare Murph, un robot scheletrico che sembra voler afferrare i membri della band. Si tratta del “capo” di questo esercito, simbolo della distruzione del genere umano.

Tutto questo, insieme al maxischermo con le riprese live, il gioco di luci che illumina non solo il palcoscenico ma tutto lo stadio, gli effetti sorpresa, rende il concerto dei Muse un vero e proprio spettacolo.

Ma la vera protagonista è la loro musica.

È lei che ha il potere di coinvolgere ogni singolo spettatore, da chi ha trascorso la notte fuori lo stadio per aggiudicarsi la posizione in prima fila fino a chi si è dovuto accontentare di un posto in curva. Non si può rimanere indifferenti a quello che accade davanti ai propri occhi. Ci sono i fan storici e chi è lì semplicemente per accompagnare il proprio partner. Eppure, quando Matt Bellamy fa la sua comparsa sollevandosi da sotto il palco ogni differenza si annulla. La voce, come sempre impeccabile, e gli assoli di chitarra, fenomenali, confermano un frontman dal virtuosismo fuori dal comune.

Muse tour 2019
Foto di Federica Crisci

Non sono da meno gli altri due membri della band, allo stesso modo protagonisti dello show. Alla batteria Dominic Howard è come al solito preciso e super energico. Si dimostra, inoltre, sempre simpatico e cordiale con i fan; alla fine è lui che prende il microfono e percorre la passerella per salutare il pubblico romano.

Chris Wolstenholme suona il basso con una carica straordinaria, rendendo il suo strumento un pilastro fondamentale del concerto. Impossibile non pensare all’incipit di Hysteria con il suo riff potente e inconfondibile, considerato tra i dieci migliori della storia. E pensare che all’inizio della sua carriera Chris suonava la batteria! Ma il bassista ci regala anche una performance con un altro particolare strumento: è lui, infatti, a suonare l’armonica nell’intro di Knights of Cydonia, il brano conclusivo della serata. L’esecuzione di questa canzone dura oltre dieci minuti durante i quali l’energia raggiunge il massimo livello. Migliaia di voci in un unico coro che canta parole di una verità sconcertante:

And how can we win,
When fools can be kings
Don’t waste your time
Or time will waste you[…]
You and I must fight for our rights
You and I must fight to survive

L’Olimpico è scatenato, esprime tutta la sua voglia di prolungare all’infinito quel momento.

Un concerto dal ritmo serrato, con l’alternarsi di brani dell’ultimo album e grandi successi storici senza nessuna pausa e poche chiacchiere. Le uniche parole che Matt ci concede sono per ringraziare il pubblico italiano ed elogiare la nostra cucina: “You have the best pasta and food” (L’account instagram di Dominc ci fa sapere che anche lui condivide a pieno).

https://www.instagram.com/p/B0GByTthTkq/

Per il resto, c’è solo la musica con tutta la sua potenza comunicativa. Finisce il concerto e si è euforici, consapevoli di aver vissuto un’esperienza unica. E questo è qualcosa che succede solo con i grandi artisti.

Le tre canzoni migliori del concerto secondo Federica:

Per me Knights of Cydonia vale da sola tutto il concerto. Varrebbe la pena di vedere i Muse anche solo per questa canzone. Vengono poi Uprising Propaganda. Bellamy ha lasciato che fosse lo stadio a cantare il primo ritornello alzando lentamente le braccia verso il cielo, come per racchiudere tutta la potenza del coro su di sé. Propaganda, invece, mi ha stupita con gli effetti delle macchine del fumo e per il suo sound distorto e disturbante. Non riesco a smettere di sentirla da sabato sera!

Le tre canzoni migliori del concerto secondo Francesca:

1) Plug in Baby. Preceduta da un dialogo botta e risposta tra la chitarra di Bellamy e i boati del pubblico. Con il riff della chitarra e la potenza del basso, trasmette una carica incredibile. Impossibile rimanere fermi. Al ritornello sembra che tutto lo stadio voglia venir giù.

2) Hysteria. L’intro del basso con Chris da solo all’estremità del palco mi fa letteralmente impazzire. Altrettanto adrenalinici sono gli assoli di Matt, che sul finale si diletta riproducendo l’outro di Back in Black degli AC/DC.

3) Metal Medley: Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born. Con questo medley i Muse hanno fatto un grande regalo ai fan, eseguendo alcune delle canzoni più rock della loro discografia che non sempre trovano spazio nei live. In particolare, la conclusione con New Born (al cui termine Bellamy ha persino lanciato in aria la sua chitarra) è stata davvero da brivido.

Bonus track

Menzione speciale per Supermassive Black Hole. Un omaggio allo sbarco sulla Luna di cui proprio lo scorso 20 luglio ricorreva l’anniversario. Le immagini dell’allunaggio proiettate sul maxischermo hanno reso l’esecuzione ancora più epica.

Federica Crisci

Francesca Papa

Tutte le immagini dell’articolo sono di Federica Crisci

Chernobyl e il costo altissimo delle bugie

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Tra le serie tv da vedere assolutamente nel 2019, “Chernobyl”, prodotta da Sky ed HBO, è quella che non potete proprio saltare. Chernobyl serie tv sky

Vedere la mini serie tv “Chernobyl”, per chiunque fosse già al mondo nell’aprile 1986, è un po’ come rivivere un incubo angoscioso. All’epoca io ero una bambina che andava alle scuole elementari e non credo di aver capito davvero la portata di quella catastrofe ambientale che fu l’esplosione del reattore n. 3 della centrale nucleare di Chernobyl. Un’inconsapevolezza dovuta solo in parte alla tenera età. Per lo più, tutta la popolazione europea ignorava e viveva nel terrore di quanto fosse grave e pericoloso ciò che era avvenuto.

“Chernobyl” è una serie originale Sky e HBO, che Sky Atlantic ha mandato in onda a partire dallo scorso 10 giugno e che ora è interamente disponibile su Sky on demand. Da subito è stato chiaro al pubblico e alla critica che si trattava di un prodotto eccellente, sotto diversi punti di vista.

La serie tv, in 5 puntate, racconta e ricostruisce cosa avvenne nella famigerata centrale nucleare di Černobyl´, in Ucraina, all’epoca una delle repubbliche dell’Unione Sovietica, il 26 aprile 1986 e, soprattutto, cosa avvenne nei giorni, nelle settimane, nei mesi successivi.

La storia è ormai conosciuta o facilmente conoscibile. A distanza di anni, forse quel disastro lo avevamo dimenticato. Non tutti ne ricordavamo il grosso impatto sulle nostre vite quotidiane. L’esplosione di un reattore nucleare fu qualcosa di letteralmente incredibile e cambiò per sempre la percezione dell’energia nucleare nella popolazione italiana.

Il disastro di Černobyl´ ha influito senza dubbio sulla scelta degli italiani al referendum abrogativo del 1987 con cui dissero no al nucleare. E non si contavano i Comuni denuclearizzati, di cui parlava Samuele Bersani in una sua canzone degli anni ’90.

La serie “Chernobyl” è molto fedele alla realtà storica, anche se non alla realtà ufficiale. Infatti, è basata su alcune fonti mai confermate dal governo sovietico.

La ricostruzione è prevalentemente fondata sul racconto del fisico nucleare Legasov, qui interpretato da Jared Harris, ottimo attore britannico che abbiamo visto in altre serie cult degli ultimi anni, Mad Men e “The crown”.

Il Governo lo incaricò di andare sul posto del disastro e verificare l’accaduto. Si accorse presto che i danni avvenuti erano incommensurabili e dovette lavorare alacremente per impedire le catastrofi maggiori che avrebbero potuto verificarsi.

La serie si apre con il suo suicidio, qualche anno dopo il disastro. Ma lasciò dei nastri audio, su cui aveva inciso tutto ciò di cui era stato protagonista e testimone e che non aveva potuto rivelare per volontà del governo e del KGB. La comunità scientifica sovietica fece girare questi nastri e venne a conoscenza di quanto veramente era avvenuto all’1.37 del 26 aprile 1986 e nelle settimane successive.

L’altra fonte a cui si è ispirato Craig Mazin per scrivere “Chernobyl” è il libro della scrittrice e giornalista bielorussa, premio Nobel per la letteratura nel 2015, Svetlana Alexievich, “Preghiera per Černobyl´”. I suoi resoconti degli abitanti di Pripyat, la città più vicina alla centrale nucleare, sono diventati il racconto straziante di altrettanti personaggi nella serie TV.

Le due fonti diversissime – una più cronichistica e indirizzata ad un pubblico di scienziati, per spiegare loro cosa era davvero successo, al di là della propaganda e delle versioni ufficiali; l’altra diretta a raccontare il dramma dei cittadini e dei militari coinvolti direttamente nel disastro e nelle successive operazioni di soccorso e bonifica – hanno reso il soggetto e la sceneggiatura un vero capolavoro di equilibri.

Chernobyl serie tv sky
Chernobyl

“Chernobyl”, infatti, ha tutte le caratteristiche del film catastrofico: suspense e – moderata – azione. Ma l’angoscia che prova lo spettatore è autentica.

Trasmette benissimo l’immensità e l’intensità della tragedia. Risveglia ansie sopite in chi ha vissuto quel momento storico, anche solo da bambina come me. Il lato emotivo del racconto è perfetto. Chernobyl serie tv sky

Saranno la scrittura così equilibrata o la bellezza delle immagini girate da Johan Renck (“Breaking bad”, “The Walking Dead”). Sarà la bravura degli attori, compresi quelli che interpretano i personaggi minori. Ma guardando la serie non si possono non provare empaticamente quelle angosce, quelle paure, quelle preoccupazioni, quel dolore.

Fortemente presente è anche la critica al sistema comunista sovietico. Se ne descrivono tutte le falle.

Burocrati arroganti sviliscono gli scienziati di fronte agli allarmi, mettendo a repentaglio la vita e la salute di milioni di persone.

Centrale nel racconto è il tema dell’oscuramento della verità. Non si poteva dire al mondo cosa stesse succedendo, perché il motivo dell’incidente era dovuto all’inadeguatezza dei materiali, della tecnologia e delle risorse umane utilizzate, e solo per motivi di costi. La Nazione ne sarebbe stata umiliata e il popolo russo era ossessionato dalla paura dell’umiliazione.

Legasov scoprirà che essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. “Siamo talmente presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanto pochi siano quelli che vogliono che lo scopriamo”. Per poi svelarci che Chernobyl gli ha fatto un grande dono. “Se una volta temevo il costo della verità, ora mi chiedo solo: qual è il costo delle bugie?”.

Ma la serie punta anche l’attenzione sull’eroismo ordinario e straordinario delle tante persone coinvolte.

Il bellissimo personaggio interpretato da Emily Watson, la scienziata bielorussa Uliana Khomyuk, che diventa membro della squadra che investiga sul disastro e si dimostra figura chiave per aiutare Legasov, in realtà non è mai esistita. Nasce dalla fantasia dell’autore per omaggiare le decine di scienziati che con dedizione si misero a servizio della verità e dell’umanità, nei mesi in cui si cercò di evitare la catastrofe.

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Emily Watson e Jared Harris in Chernobyl

Il giusto tributo è dato dall’attore Stellan Skarsgard (“Mamma mia”) anche a Boris Shcherbina, vicepresidente del consiglio dei ministri. Guidò la commissione governativa a Chernobyl dopo il disastro e giocò un ruolo fondamentale nel sostenere le idee del professor Legasov.

Ma non potrete non commuovervi dinanzi ai 400 minatori che lavorarono per 24 ore al giorno, sfidando temperature vicine ai 50° e radiazioni letali. Né vi lascerà indifferente pensare che 600.000 persone furono coscritte per servire nella zona di esclusione, ovvero un’area di 2600 chilometri quadrati tra Ucraina e Bielorussia. Si dovettero abbattere tutti gli animali, senza alcuna distinzione. 300.000 persone furono evacuate. Dissero loro che era una decisione temporanea. Dopo 33 anni è tuttora proibito tornare ad abitarci.

“Chernobyl” non è una serie per cuori o stomaci deboli. Ma è bellissima ed è doveroso vederla. Per conoscere un pezzo di storia dell’umanità, le cui conseguenze, forse, noi europei stiamo ancora pagando. Ma anche per accorgerci con più consapevolezza dei disastri ambientali che stanno avvenendo intorno a noi.

Per non essere come le decine di abitanti di Prypiat alla fine della prima puntata di “Chernobyl” che la notte dell’incidente ammiravano le fiamme e un fascio di luce provenire dalla centrale da un ponte. Con gli occhi stupefatti al cielo, toccavano, come fosse neve, la cenere che cadeva dal cielo, ignorando che fosse letale.

Stefania Fiducia

Midsommar, lasciarsi un giorno in Svezia

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L’opera seconda è sempre più roboante, imperfetta ma più strabiliante dell’opera prima: Midsommar non scappa da tale assioma. E conferma che la voce di Ari Aster è qui per rimanere e farsi sentire in maniera assolutamente decisa.

Dopotutto, quando lo scorso anno parlai di Hereditary definendolo “un horror che si prende troppo sul serio” e usai la frase come un complimento, non potevo certo immaginare che, un anno esatto dopo, Aster sarebbe tornato con un film horror ancora più pretenzioso, costringendomi a dare nuovamente, con sorpresa, a tale definizione un connotato positivo.

Non si può negare infatti che Ari Aster si piaccia molto. Vedere i 140 minuti di Midsommar è letteralmente vedere un regista che si specchia nella propria bravura. Ma, sorprendentemente, riesce a non farlo in modo presuntuoso o fine a se stesso, bensì seguendo sempre una precisa visione estetica (molto estetica) e profondamente tematica del proprio cinema. Un cinema appena nato, ancora in evoluzione, ma già segnatamente distinguibile.

Aster, seppur con altre libertà formali e espressive rispetto al suo esordio, prosegue un percorso sul dolore. Se in Hereditary (e il prologo di Midsommar sembra letteralmente continuare quel film, esserne davvero una costola) il lutto era la chiave, in questo nuovo film il lutto c’è ancora ma diventa tassello di un mosaico di sofferenze ancora più incontrollabile: dolore personale, incomunicabilità relazione, scontro di genere, il regista prendere tutto il calderone e lo offre allo spettatore senza mai frenare, senza mai filtrare.

Con le lunghe inquadrature alla Haneke, con il fascino per il paganesimo che ricorda The Wicker Man, con la viscerale voglia di far soffrire che pare rubata a Von Trier, la visione di Aster non cerca e non si ispira all’horror di puro genere, ma ad una autorialità dolorosa tutta europea. Questi connotati permettono al regista una libertà prima mentale e poi espressiva paragonabile a niente nella sua categoria.

Vedere Midsommar, pertanto, non è vedere un horror per spaventarsi e divertirsi con lo spavento. Vedere Midsommar è soffrire, accettare il sovvertimento delle regole narrative basilari, e lasciarsi trasportare in un viaggio lisergico di sofferenze e immagini indelebilmente orrorifiche.

Con la luce sparata al massimo livello, sfruttando solo le ore diurne (primo tradimento al genere), Aster ci invita a seguire un percorso intriso di angoscia e dolore. Il film non è minimamente interessato alla trama o alla prevedibilità dei colpi di scena, anzi, più sono anticipati e ovvi, più è efficace il lavoro fatto traccia.

Aster non parte dalla storia, ma dalle immagini per arrivare alle viscere degli spettatori. Ogni inquadratura è ricca di cose che succedono, ogni fotogramma è un affresco di stupore spesso ripugnante. Le immagini che ogni tanto fluttuano e si piegano, per replicare l’effetto allucinogeno, accompagnano la visione nei meandri della psiche più fragile.

Prima ancora di essere un horror Midsommar è un trip, a tratti grottesco, a tratti fortemente inquietante, che entra nella testa invece di colpire solo gli occhi. Un momento non fa paura immediatamente, ma fa paura pochi secondi dopo, quando si perpetua sullo schermo o rimane così impresso da ripensarci subito.

Sicuramente il compiacimento estetico alla lunga può diventare un problema. E innegabilmente Midsommar ha proprio il difetto di essere molto prolisso, di indugiare in momenti efficaci che alla lunga finiscono per perdersi. Ma ha una voce ipnotica così brutale e sicura da lasciare un segno inevitabile. E profondo.

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Emanuele D’Aniello

La Casa di Carta 3: trovata geniale o mossa di marketing?

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La terza stagione della Casa di Carta è finalmente disponibile: sarà all’altezza delle precedenti?

Quando Netflix ha annunciato una terza stagione per la serie spagnola La Casa di Carta, ammetto di non aver fatto i salti di gioia. La seconda stagione ha un degno finale, il colpo è stato portato a termine e il cerchio sembra essersi concluso, per cui, quando le voci su un’ulteriore stagione sono diventate sempre più insistenti, ho subito pensato che si trattasse solo di un escamotage per guadagnare qualcosa a discapito della trama della serie.

Sono bastati i primi quaranta minuti del primo episodio per farmi cambiare idea.

La Casa di Carta 3 è ben al di sopra delle aspettative. Tensione, adrenalina e suspense di sicuro non mancano e non è difficile cogliere lo zampino di Netflix nella produzione. A mio avviso la serie è riuscita a fare il salto di qualità.

L’espediente trovato per mandare avanti la trama è perfettamente in linea con il carattere dei personaggi coinvolti: solo Rio e Tokyo potevano combinare guai e mettere tutta la banda in pericolo. Nulla sembra essere troppo forzato ed è indubbiamente eccitante vedere il gruppo riunito per portare a termine un nuovo colpo. E questa volta si fanno le cose in grande.

Ho apprezzato particolarmente lo stratagemma creato per generare caos e introdursi indisturbati nella Banca di Spagna. 140 milioni di euro che cadono dal cielo e mandano in tilt tutta Madrid: questo sì che è un ingresso in grande stile!

I continui flashback fra passato e presente ci restituiscono anche l’amato Berlino e ci fanno scoprire meglio il suo legame con il Professore. Le scene girate nella bellissima Firenze sono a dir poco meravigliose.

Anche la colonna sonora merita la nostra attenzione: ogni traccia scelta calza a pennello con la scena e dopo l’enorme successo avuto con la rivisitazione di Bella Ciao, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Durante questa terza stagione, ci viene mostrata la crescita e l’evoluzione di tutti i personaggi. Denver alle prese con la paternità, il Professore con la sua prima vera storia d’amore, Nairobi, Helsinki e Palermo devono fare i conti con l’amore non corrisposto. Solo Tokyo resta l’impulsiva di sempre che mette in pericolo tutti i piani.

Ho apprezzato anche tutte le new entry della banda, anche se avrei preferito conoscere meglio le loro storie e il motivo che li ha portati ad unirsi al piano del Professore.

La quarta stagione è stata confermata.

Devo ammettere che arrivata alle puntate finali ho temuto che la storia non sarebbe stata affatto conclusa con questi otto episodi e così è stato. La Casa di Carta 4 è ormai cosa certa e la domanda sorge spontanea: ha davvero senso continuare a spremere la vicenda per guadagnarci qualcosa? La Casa di Carta 3 ha senza alcun dubbio un finale aperto ma sarebbero bastati altri due episodi per concludere degnamente la storia. Ma a quanto pare i piani di Netflix sono ben altri per cui, arrivati a questo punto, non ci resta che aspettare e vedere cosa si inventeranno questa volta.

Kidding arriva in home video: dalla tv al dvd

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Dal luglio è finalmente disponibile in dvd Kidding nei negozi specializzati.

La prima stagione della nuova serie tv che riporta dono oltre venti anni Jim Carrey in tv, e già questo è un evento. La Universal Pictures ci ha concesso gentilmente il dvd, e possiamo confermare che la vulcanica presenza dell’attore è una perla da non sottovalutare.

Jim Carrey interpreta Mr. Pickles, icona della televisione per bambini, esempio di gentilezza e ottimismo per grandi e piccini da oltre 30 anni. Ma quando la sua vita familiare inizia a sgretolarsi, scopre che mantenere il controllo non è così semplice. Il risultato: un uomo gentile, che vive in un mondo credule e che sperimenta una progressiva perdita di sanità mentale, si pone la domanda “come restare buoni quando tutto va male?”.

Questo è uno dei tanti affrontati nei 10 episodi che compongono la prima stagione, ovviamente tutti presenti in questo dvd. Non solo, ma ci sono anche interessanti contenuti speciali: Chi è Mr. Pickles, per esplorare il protagonista; La famiglia Pickles, per scoprire il resto del notevole cast; Le riprese della sequenza di Shaina, per vedere all’opera nel dietro le quinte l’abilità dell’amato regista francese Michel Gondry; Come è nato Kidding, per vedere la genesi di una serie tv.

Come sottolineato nella nostra recensione dei primi 2 episodi quando uscirono: “Tra dramma (molto) e commedia (perché Carrey fa sempre ridere), Kidding è una serie tv sul dolore, su come conviverci interiormente quando non si può elaborarlo esternamente.

Kidding 1×01/10×2, il volto triste di Jim Carrey

Ora tutti potete gustare in dvd tutti gli episodi della prima stagione di Kidding. Un vero affare non solo per gli amanti di Jim Carrey, ma per chi dalla tv vuole risate e introspezione oltre all’intrattenimento. Una visione completa che solo questo dvd può offrire agli spettatori.

Kidding stagione 1 è disponibile in dvd in tutti i negozi specializzati.

Addio Ilaria Occhini, la colta raffinatezza del Cinema Italiano

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L’estate 2019 si sta dimostrando un’autentica “Spoon River”: dopo Andrea Camilleri, Valentina Cortese, Luciano De Crescenzo e Mattia Torre, è scomparsa anche Ilaria Occhini.

Addio a Camilleri, l’Uomo che sfida l’eternità

Attrice versatile, capace di passare da personaggi romantici a quelli drammatici, anche se nell’ultima parte della sua carriera si era concentrata nel ruolo della saggia, critica nonna osservatrice, è stata una personalità molto presente nel panorama artistico italiano.

Nata a Firenze nel 1934, aveva iniziato la sua carriera a 19 anni per poi diplomarsi a Roma all’Accademia D’Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’. La televisione le dà le prime opportunità intorno agli anni ’50, dove partecipa ad alcuni sceneggiati, come Jane Eyre del ’57, in cui interpreta la protagonista.

Inizia così una carriera con importanti registi, grandi colleghi e prestigiosi premi.

Reciterà affianco ad attori del passato Nino Manfredi, Arnoldo Foà, Vittorio De Sica, Romolo Valli, Adriana Asti, Alberto Lionello; arrivando alle nuove ‘generazioni’ come Stefania Rocca, Sergio Castellitto, Veronica Pivetti, Valerio Mastandrea, Ennio Fantastichini e Lunetta Savino.

Si prodiga a tutto tondo, dal palcoscenico al cinema, dove raramente è protagonista. Il pubblico la nota per la sua giovane bellezza e, più avanti con il tempo, per la sua solarità anche se all’apparenza austera. Una recitazione viva, variegata ma sempre semplice, capace di entrare (e rispecchiarsi) nella vita di molti.

Ilaria Occhini morta

Grande attività fu nell’ambito teatrale.

Basti pensare che la sua prima esperienza fu con il Maestro Luchino Visconti, con cui prenderà parte al testo goldoniano L’impresario di Smirne. Dopo lui, verrà diretta da personalità quali Luca Ronconi, Vittorio Gassman. E poi Giuseppe Patroni Griffi, Orazio Costa, riuscendo a dare vita a personaggi usciti dalla penna di autori come Cechov, Shakespeare, Pirandello e Flaiano. Tutto in un’attività di oltre cinquant’anni.

La sua esperienza si nota spesso nella gestione dei caratteri, spesso diversi, ma tutti riuniti dalla classe umana e gentile che riusciva sempre a dare alle sue caratterizzazioni.

Si pensi a uno dei personaggi che l’ha riavvicinata al pubblico più giovane nel 2010: la nonna di Tommaso e Antonio nel film di Ozpetek Mine Vaganti, personaggio che la valse il David di Donatello.

Nella sua tristezza di donna, che ha creato una famiglia con un uomo che ha imparato ad amare (anche se nei suoi sogni è presente ancora qualcun altro), si prodiga nel far sentire alla sua famiglia l’importanza di essere uniti, sopratutto di fronte ai pregiudizi, di fronte ai quali tutti siamo inermi.

Un personaggio pronto a fare veramente qualunque cosa per tutti, senza però dimenticare le gioie della vita.

Ilaria Occhini
        Ilaria Occhini nel film “Mine vaganti”

Elegante e brillante; perfezionista e dalla bellezza fine e distinta; Ilaria Occhini si è sempre dimostrata attenta anche all’attualità che la circondava. Poco silenziosa nel campo politico e sociale, ma riservata e fedele nella vita privata. Si sposò una volta sola, nel 1966 con lo scrittore e sceneggiatore Raffaele La Capria.

Un altro talento che non c’è più. Un sorriso capace di dire e non dire allo stesso tempo. Signori, si è spenta una grande Attrice.

Francesco Fario 

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Men in Black: International, sparaflashateci subito

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Men in Black: International potrebbe essere descritto in svariati modi. Pigro, noioso, inutile, apatico, i primi che mi vengono in mente. E mi sto tenendo nell’alveo dei complimenti al film.

Non ha infatti il problema di essere un brutto film Men in Black: International, essendo un giudizio soggettivo. I difetti veri sono la sua totale assenza di interesse, in partenza e diradata lungo tutto il percorso, e la totale incapacità di invertire la rotta causa una scrittura assolutamente assente e un piattume tecnico da far spavento.

Se avesse seguito il filone delle operazioni nostalgia che tanto sta di moda negli ultimi tempi, Men in Black: International avrebbe anche potuto salvarsi. Ma non ci riesce non solo perché la saga con Will Smith e Tommy Lee Jones non fu un evento cult generazionale, semmai un perfetto sci-fi buddy movie ancorato nel genere degli anni ’90 e figlio del suo tempo, ma soprattutto perché rifiuta quasi ogni richiamo ai vecchi film per provare la strada del reboot, pensando che a qualcuno potesse interessare questa storia ormai superata da tutto il cinema commerciale dell’ultimo decennio.

Sceglie tale strada dimenticando le basi più banali e essenziali (creare una storia avvincente, dare una backstory al tuo protagonista, dare motivi per cui tutto ciò che accade) e dimenticando anche l’essenza dei vecchi film. Qui i protagonisti diventano quasi delle spie internazionali che girano il mondo come fossimo in Mission: Impossible (magari). In realtà, la fortuna del primo film era quella di essere un retaggio dei B movies anni ’80 ai cui echi carpenteriani si aggiungeva il cinema commerciale degli anni ’90.

Forse la parola disastro è quella che meglio si abbina a Men in Black: International.

Poiché, oltre a non aver capito la saga che vorrebbe continuare, oltre ad aver sottovalutato i dettami basilari per portare avanti un blockbuster, porta tutto avanti nella noia e nell’assenza di vera eccitazione filmica. Costringe due buoni attori a fare le figurine (soprattutto Hemsworth, che qui più del belloccio stupido non fa),  e ne annulla completamente la chimica.

Non che le aspettative fossero alte, naturalmente. Non che da una saga ormai a corto di benzina si potesse aspettare l’improvvisa resurrezione. Ma che nel caldo afoso, quando qualcuno cerca refrigerio nelle sale cinematografiche per gustarsi due ore di divertimento, si trovasse un film che almeno rispetti le basi del mestiere, è il minimo. Utopia, vedendo e subendo Men in Black: International fino alla fine.

E allora sparaflashateci tutti, fateci dimenticare l’esistenza di questo film, e semmai torniamo a ridere con la prima avventura dei Men in Black.

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Emanuele D’Aniello

Valentina Catoni: quando competenza, ironia e femminilità danno voce al calcio

Valentina Catoni passione, competenza e un pizzico di femminilità per parlare di calcio alla radio in modo assolutamente originale, strappando anche risate.

Anni fa Eugenio Finardi cantò:

«amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.»

La radio, un mezzo di comunicazione fra i più vecchi eppure sempre giovanissimo, sempre moderno, sempre attuale. La radio è passione, amore, ma anche competenza e professionalità doti che non mancano a Valentina Catoni.

Nata il 14 luglio, e non potrebbe essere diversamente per una ragazza “rivoluzionaria” come lei, Valentina è una delle speaker di punta di Tele Radio Stereo, una delle radio più ascoltate dell’etere romano e non solo.

A TRS Valentina approda nell’agosto 2011, dopo aver maturato diverse esperienze in alcune radio romane, fra cui Radio Incontro, dove arriva quasi per caso.

«Fui portata – come lei stessa racconta – dall’orecchio dello storico editore di quella radio: Pino Castiello.»

A Radio Incontro inizia con un programma di intrattenimento molto soft che va in onda nel week-end.

Ma la “rossa” scalpita e poco dopo finisce per curare la rassegna stampa, un programma sportivo sponda giallorossa, e diversi spazi su temi sociali.

Un amore, quello per la radio, che comincia alcuni anni fa.

Dopo un corso della Regione Lazio sui vecchi e nuovi media, Valentina inizia uno stage presso una radio. È un’esperienza breve ma decisiva.

Si innamora letteralmente della radio, tanto da impostare su di essa la sua tesi di laurea in Scienze della Comunicazione Pubblica e Organizzativa con indirizzo Marketing.

Attratta da quel mondo vi si avvicina timidamente cominciando a fare davvero radio. Insieme ad un gruppo di amici matura qualche esperienza presso Radio Luiss, a cui si aggiungono alcune dirette radio presso manifestazioni sportive e festival vari.

Ma non può bastare, non per Valentina, serve il grande salto, quello definitivo.

Per questo, dopo aver percorso metà carriera da giurista, decide di cambiare tutto, e nella sua vita entra definitivamente la radio.

Dopo l’esperienza a Radio Incontro e quella a Radio IES, Valentina approda a Tele Radio Stereo.

Qui, da più di un anno, conduce con i fedelissimi Alessio Nardo e Riccardo Cotumaccio, la rassegna stampa sportiva ma in un modo del tutto originale.

Perché Valentina, con i suoi due fidati scudieri, legge le prime pagine dei giornali sportivi e non solo con competenza, ma strappando anche moltissime risate grazie a imitazioni straordinarie e gag irresistibili.

E con un buongiorno così la giornata di tutti gli ascoltatori non può che essere speciale.

Abbiamo incontrato Valentina Catoni e abbiamo parlato di lei, di radio, di calcio e di altro.

Quando hai deciso che il giornalismo sarebbe stato il tuo lavoro?

In realtà mai, mi ci sono trovata catapultata dentro. Mentre completavo il mio percorso universitario in Comunicazione e Marketing d’Impresa, ho seguito un corso della Regione Lazio sui vecchi e nuovi media. Abbiamo fatto delle esperienze presso delle strutture e, neanche a dirlo, dopo una giornata passata in una radio sono completamente impazzita.

È come se mi si fosse accesa una lampadina.

Mi sono sentita a casa. Ecco ciò che avrei voluto fare. La domanda per diverso tempo è stata “come si fa?” La risposta è nata da sola. Un’apparentemente assurda concatenazione di eventi da me non governati mi ha portato a fare radio. Una storia lunga e curiosa, un giorno magari ne parleremo più nello specifico.

Ti occupi prevalentemente di calcio, un ambito tradizionalmente raccontato da uomini. Quanto è stato difficile imporsi in questo mondo?

È venuto tutto in maniera piuttosto naturale in realtà.

Si, è un ambito prettamente maschile. Le donne sono poche e i preconcetti molti. Ma ho una discreta personalità e non mi faccio condizionare dai pareri altrui. In più in mezzo ai maschi ci sono cresciuta, ho tantissimi amici, so come farmi valere e rispettare.

Ma in fondo penso che basti fare il proprio senza voler strafare o millantare esperienze e conoscenze che non ci appartengono, questo vale in generale per tutti, uomini e donne. Se si è sinceri e si rimane nel proprio, alla gente arriva, e ai colleghi pure.

A tuo avviso in questi ultimi anni pensi che il ruolo di giornalista sportiva sia cambiato? 

Negli ultimi anni è cambiato tutto. La società, la comunicazione e quindi necessariamente anche il modo di lavorare nella stessa. Il giornalista non ha più i tratti canonici di qualche decennio fa. Non esiste quasi più l’esclusiva della notizia, è tutto pubblicato e condiviso immediatamente ovunque, le fonti sono spesso le stesse per tutti. Chi fa il giornalista oggi deve interpretare un ruolo diverso e nuovo, essere sempre vigile e cercare una chiave diversa per non rischiare di non scadere nel puro commento. Insomma, è un po’ diverso, si.

Nell’ambito del giornalismo sportivo e non solo hai delle figure femminili di riferimento? 

Emanuela Audisio. Senza alcun dubbio.

Libri, documentari pazzeschi, premi (Gianni Brera, Ilaria Alpi, Montalban), ha seguito il Mondiale di calcio, di atletica, i Giochi Olimpici. Insomma, magari. Se mi dici giornalismo sportivo, penso a lei. Donna appassionata e penna sopraffina. Se esuliamo dallo sport e andiamo sul mondo degli speaker nudo e puro, ti dico La Pina. Viaggi, intrattenimento, anima rock, allegria rap, risate e storie assurde. Esattamente ciò che vorrei fare.

Conduci ogni giorno dal lunedì al venerdì una trasmissione che inizia alle 7 del mattino. Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi di questo orario?

Mi rendo conto di essere strana, o quantomeno fuori dal comune, ma io in quest’orario vedo solo aspetti positivi.

È vero che la sveglia è un po’ dura, ma di contraltare non si trova traffico per strada, si sfruttano le energie del risveglio che sono pazzesche, e il pubblico all’ascolto è numeroso e mediamente molto positivo.

Per tanti anni ho lavorato la mattina prestissimo, poi ho fatto per qualche stagione il pomeriggio ed ora rieccomi qua. Quando mi hanno chiesto cosa ne pensassi di tornare a fare la mattina presto la mia risposta è stata entusiasta. A me piace proprio, adoro dare il buongiorno. Adoro viverlo.

La trasmissione che conduci con Alessio Nardo e Cotumaccio parla di calcio e della Roma ma lo fa in modo inconsueto attraverso il sorriso, il gioco, l’ironia. Come è nato il taglio dato alla trasmissione?

Il taglio della trasmissione è un po’ figlio del nostro modo di essere.

Siamo tutti e tre seri nei contenuti ma molto giocosi nei modi di fare, anche nella vita reale. E soprattutto siamo perfettamente consapevoli che la mattina a quell’ora chi ci segue è immerso nel traffico, o si sta svegliando, o sta per affrontare una giornata impegnativa, o addirittura sta rincasando dopo un duro turno di lavoro notturno.

In ognuno di questi casi la cosa migliore è la leggerezza.

Quindi, pur prendendo più che seriamente ciò che facciamo e cercando di fornire un’informazione sempre accurata e corretta, cerchiamo di regalare un sorriso a chi ci dona la gioia di seguirci.

Le vostre gag sono irresistibili, specie le imitazioni. Sono preparate prima o del tutto estemporanee?  

Assolutamente no, non c’è nulla di preparato. Tutto ciò che ascoltate ogni mattina è estemporaneo. Forse anche per questo passa tanta allegria, perché siamo noi i primi a divertirci!

Ma come fai a non ridere quando i tuoi due collaboratori fanno quelle spassosissime imitazioni?

Rido rido, eccome se rido.

Ci sono momenti in cui rischio di non riuscire a parlare per minuti tanto sto ridendo. Ma per lo più riesco a tenere e ad andare avanti. È pur sempre il nostro ruolo, riusciamo a barcamenarci anche nei momenti più assurdi. Ma spesso mettono a dura prova la mia resistenza, si, sono troppo forti.

Com’è lavorare con due “ragazzacci” come Alessio Nardo e Riccardo Cotumaccio?

Splendido. Sono completamente diversi, ma entrambi veri ed appassionati. Abbiamo caratteristiche differenti che insieme creano un amalgama che funziona, e questo ci consente di andare ogni giorno a lavoro col sorriso.

Di meglio non potrei sperare.

Quali sono i tuoi progetti a breve? E come ti vedi fra vent’anni? 

A breve non ho progetti particolari, se non continuare a divertirmi e far star bene chi ci ascolta portando avanti questo programma e cercando di renderlo sempre vivo e appassionante. In ogni caso fare radio, che è la mia passione.

Poi vediamo in corsa.

Non amo fare programmi, vivo di estemporaneità e cavalco le onde che mi fanno stare bene.

Tra vent’anni… pensionata? (ride)

Non so, spero di fare ancora ciò che amo, vediamo in quale veste e con quali argomenti. E, perché no, godermi un po’ di più il tempo libero. Viaggiando magari, o scrivendo libri in veranda con un bel panorama davanti e una bibita fresca vicino al pc.

La vostra è una trasmissione radiofonica che però viene anche ripresa dalle telecamere televisive? Quanto cambia fare radio sapendo però di essere visti?

“Video killed the radio star”, la citazione è d’obbligo.

Anni fa, all’avvento delle telecamere nelle radio, ero assolutamente contraria. Questa citazione ce l’avevo sottopelle, per me la radio è sempre stata e sempre sarà viaggio, distrazione, immaginazione, ascolto.

Però con l’esperienza mi sono resa conto che tantissime persone non hanno più questo meraviglioso apparecchio in casa (cosa che trovo sia un peccato!) e moltissime ci seguono proprio grazie a quel canale in tv. Per cui ho accettato il fatto che è un canale in più.

Per quanto riguarda strettamente il nostro lavoro, non cambia nulla. Se non quel po’ di attenzione in più nel non fare gesti o smorfie strane che finché si era “soli” con la regia potevano venire spontanei.

Si sta un po’ più attenti alla gestualità istintiva e sicuramente si evita di presentarsi in maniera poco ordinata. Tutto lì.

Che ne pensi del calcio femminile che sembra essere stato finalmente sdoganato grazie anche ai recenti mondiali di calcio in Francia?

Del calcio femminile, sono sincera, non mi sono mai interessata granché.

È una realtà che per molto tempo è stata curata in maniera seria da pochi club e per lo più ignorata dai media. Devo dire che da qualche anno a questa parte si da molto più risalto a questa realtà, che dalle società in primis viene curata con grande impegno e professionalità, e questo ci ha portato a scoprire grandi talenti e  talentuosissime professioniste.

Il successo a livello di share dell’ultimo Mondiale ne è un dato indiscutibile. Colgo l’occasione per complimentarmi con l’A.S. Roma, che sta dedicando al settore femminile grande attenzione, sia a livello di preparazione e acquisti, che di campagne pubblicitarie ed esportazione del marchio.

Solo con impegno e investimenti giusti si può diventare grandi.

Forza ragazze!

L’ultima domanda è da romanista a romanista. Quando torneremo a gioire?

Ecco, sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il tasto dolente. (ride di nuovo)

Scherzo ovviamente, la Roma è sempre una gioia, anche se negli ultimi mesi è successo davvero di tutto. È un momento di passaggio, la gente è sfiduciata e delusa e la squadra va rifondata, in maniera concreta e sensata. Spero si riesca a fare un buon lavoro e che già dalla prossima stagione si possa rivedere una squadra che riesca a far appassionare la sua gente. Perché questa città, questa piazza, questa gente, se lo merita.

Grazie Valentina per il tempo che ci hai dedicato ma ancor di più per aver dimostrato che di calcio si può e si dovrebbe sempre parlare con ironia e sorrisi.

Maurizio Carvigno

Lisbona: viaggio tra saudade, fado, vita notturna, storia ed enogastronomia

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Dopo avervi portati in Gran Bretagna, in Germania, in Spagna, ora è la volta del Portogallo.

Lisbona è una capitale talmente ricca di storia, cultura e vita da riuscire ad affascinare tutte le tipologie di visitatore: dagli appassionati di arte e cultura agli amanti del folklore; dai patiti dell’enogastronomia ai giovani avidi di vita notturna.

Disseminata di miradours (belvedere) è bellissima da visitare di giorno, ma anche dopo il tramonto, quando per magia si anima di una vita pulsante soprattutto intorno ai ristoranti del Bairro Alto e dell’Alfama.

Un giorno basta appena per intuire la complessità di Lisbona; dopo tre, si inizia a entrare appieno nell’atmosfera della città per rendersi subito conto che anche una settimana non basta per conoscerla.

PER COMINCIARE…

Lisbona è raggiungibile comodamente in aereo. Il suo aeroporto è situato a circa 10 km dal centro città nei pressi della cittadina di Portela de Sacavém.

Qui fa tappa sia la Tap, la compagnia di bandiera portoghese, sia le compagnie low-cost come Easy Jet e Ryanair. Per raggiungere il centro della capitale portoghese avrete poi l’imbarazzo della scelta; potrete infatti optare per metro, autobus e taxi.

MUSEI E CHIESE 

Se siete in città non potete assolutamente perdervi la Igreia do Carmo. Costruita nel XIV secolo, fu in parte distrutta da un forte terremoto nel 1755. Se all’esterno è ancora visibile la struttura gotica originaria, entrando ci si ritrova in una chiesa a cielo aperto (il tetto è del tutto crollato) che incanta con le sue rovine. In questo luogo così suggestivo, in estate è possibile ascoltare dei concerti. Inoltre, hanno ben pensato di creare all’interno un museo archeologico contenente reperti provenienti da tutto il Paese, dall’Inghilterra, dalla Svizzera e addirittura dall’America centrale e meridionale. Particolarmente importanti sono due mummie peruviane perfettamente conservate.

Lisbona
Foto di Federica Crisci

LIBRI E LETTERATURA

Uno dei nomi letterari che subito si associa al Portogallo è quello di Josè Saramago, unico scrittore della nazione a vincere il Premio Nobel. A Lisbona, troverete un museo dedicato alla vita e alle opere dello scrittore in Rue dos Bacalhoeiros, nella Casa dos Bicos. All’interno di questo palazzo storico di epoca rinascimentale (che ricorda il Palazzo dei Diamanti di Ferrara), sorge la Fondazione Josè Saramago, diretta dalla moglie dello scrittore Pilar del Río Gonçalves, che si occupa anche dell’organizzazione di conferenze e presentazioni di libri. All’interno del museo è possibile vedere dattiloscritti, manoscritti, varie edizioni delle opere dell’autore, la sua macchina da scrivere e la medaglia del Nobel vinto nel 1998. Una visita sicuramente suggestiva per gli amanti dei suoi libri.

Ma c’è un altro autore che si può omaggiare visitando Lisbona: Fernando Pessoa. In Campo de Ourique si può visitare l’ultima casa abitata dal poeta nella sua vita, oggi trasformata in biblioteca. All’interno della struttura sono raccolte le opere dell’autore, i suoi oggetti personali e i suoi libri preferiti che lo accompagnarono nel corso della vita.

CINEMA

A Lisbona dal 2004 si tiene l’Indie Lisboa, il Festival cinematografico internazionale del cinema indipendente. Ogni anno, per 11 giorni, è possibile guardare più di 270 film di tutti i generi. Nella prossima edizione, quella del 2020, il festival si terrà dal 30 aprile al 10 maggio, per la felicità di tutti gli appassionati di cinema che vorranno approfittare dell’occasione.

CUCINA E RISTORANTI

Il re indiscusso della cucina portoghese è il bacalhau, il merluzzo esiccato e messo sotto sale. I portoghesi, che secondo un detto “vivono di sogni e sopravvivono con il merluzzo salato“, sostengono di conoscere 365 modi per cucinarlo, uno per ogni giorno dell’anno. I piatti che consigliamo di prendere almeno una volta sono il bacalhau à Gomes de sa (merluzzo cotto al tegame con patate e cipolle a fettine sottili accompagnato da uova sode e olive nere); il bacalhau a bras (a base di merluzzo, uova strapazzate, cipolle e patate a fiammifero fritte); il bacalhau a Conde de Guarda (una crema di merluzzo e purea di patate) e i bolinhos de bacalhau (polpette di merluzzo squisitissime).

Merluzzo a parte, a Lisbona è possibile degustare anche degli ottimi piatti a base di carne e di verdure accompagnandoli con un pane buonissimo fatto con farina di grano duro, acqua, lievito e sale.

Se al quarto giorno siete stanchi di mangiare pesce vi consigliamo il ristorante Bonjardim, Tv. de Santo Antao 12, dove potrete gustare un ottimo e succulento pollo arrosto.

Se siete dei golosi amanti dei dolci non dimenticate di assaggiare i pastel de nata, delle sfoglie farcite con crema pasticcera. Noi avevamo l’abitudine di mangiarne almeno uno al giorno, a colazione.

Per quanto riguarda il vino portoghese, se di buona qualità, è eccellente. Esistono fondamentalmente tre tipi di vino da tavola: rosso (spesso definito maduro), bianco e vinho verde (leggermente frizzante). Un discorso a parte va fatto per il Porto: quello bianco è un ottimo aperitivo; quello rosso un digestivo. E, a proposito di digestivi, a Lisbona è tradizione bere dopo cena shots di Ginja!

VITA NOTTURNA

Quando il sole è tramontato Lisbona mostra il suo lato più giovane ed è in grado di sorprendere tutti: la movida esplode tra terrazze, bar con musica dal vivo e discoteche aperte fino al mattino che propongono ogni tipo di musica. Gli eventi prevedono rock e jazz dal vivo oppure serate con musica elettronica, House e Dance.

I bar non chiudono prima delle 2.00, mentre i club rimangono aperti fino alle 6.00 del mattino.

La vita notturna si concentra in alcune zone della città. Il Bairro Alto, formato da un intricato labirinto di viuzze, è il quartiere di ristorantini, vinerie, lounge bar e dscobar che propongono musica fino a notte inoltrata.

Un’altra zona popolare sono le Docas, un quartiere portuale a ridosso del fiume dove, alcuni vecchi magazzini ristrutturati sono diventati delle location per bar, caffetterie e club.

Ma l’area notturna più affollata e più particolare è la Pink Street in R. Nova do Carvalho.

Qui si trovano una decina di piccoli club, che propongono generi diversi: troverete dal funk del Tokyo, al rock del Sabotage, dalla techno del Music Box all’hip hop del Copenhagen.

Degno di nota è anche il Pensão Amor, un ex bordello nel XVIII secolo ora trasformato in club bar. Qui l’ambientazione è stata preservata ed è molto suggestiva.

Lisbona
Foto di Federica Crisci

MUSICA

Il quartiere di Alfama rappresenta la culla del fado, una musica nostalgica anche se non necessariamente triste, un’arte popolare dalla storia antica e misteriosa. Il fadista in genere è accompagnato da guitarras (chitarre portoghesi a dodici corde) e violas (chitarre).

Ad Alfama potete trovare le migliori case del fado, caratterizzate da un’atmosfera familiare ed ospitale, nelle quali potete assaggiare l’ottima cucina locale e godere contemporaneamente dello spettacolo di fado.

IL CONSIGLIO CULTURALE

Dei portoghesi si sottolinea spesso la bontà d’animo, la pazienza, l’espressione sorridente, la bonarietà ma anche la saudade, quel sentimento di indefinibile nostalgia e malinconia, e la cordialità che viene sempre riservata ai visitatori.

I portoghesi capiscono la lingua italiana, se parlate lentamente, di conseguenza non c’è bisogno che vi sforziate di parlare in spagnolo.

DA NON PERDERE PER FEDERICA…

… la passeggiata che dal Ponte del 25 Aprile porta alla Torre di Belém. Lungo questa strada potrete arrivare a uno dei monumenti simbolo della città ammirando la foce del fiume, circondati dal verde e da numerosi ristoranti tradizionali.

Una volta a Lisbona non potete assolutamente perdervi Cabo da Roca, la punta più occidentale del continente europeo. Questa scogliera, chiamata dai Romani Promontorium Magnum, vi farà godere di una vista spettacolare sull’Oceano Atlantico. È molto semplice (ed economico) da raggiungere: basta prendere il treno per Sintra, aspettare una quarantina di minuti e si arriva sul posto!

DA NON PERDERE PER VALERIA… 

… un drink in Praça do Comércio, nel centro della città. In questa piazza dietro gli eleganti portici neoclassici sono ospitati a est la Borsa di Lisbona e a ovest l’ufficio postale. Se guardate verso il fiume, il Tago, vedrete un piccolo chiosco, a forma di barca. Prendete una bevuta qui e gustatela guadando l’orizzonte. Forse riuscirete anche voi a sentire la saudade.

Federica Crisci

Valeria de Bari

London calling: i consigli per visitare Londra

Il cielo sopra Berlino: viaggio nella capitale tedesca

Le foto presenti nell’articolo sono state scattate da Federica Crisci,  Valeria de Bari e Alessia Taccardi, che a Lisbona ci si è proprio trasferita.

Il ritorno di Maverick nel 2020

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Disponibile online in italiano il trailer inaspettato di Top Gun 2.

Ebbene si, dopo ben 34 anni, Tom Cuise tornerà a rivestire i panni del pilota di caccia Pete “Maverick” Mitchell.
Dalla prima visione del trailer, non sembra che molto sia cambiato per quanto concerne il suo carattere: la passione per la moto, la velocità, l’esuberanza in volo.

Quali saranno le novità di questo, forse, più maturo Top Gun – Maverick?

Le prime immagini sono state svelate al Comic-Con di San Diego. La pellicola Top Gun – Maverick, uscirà nelle sale italiane nell’estate del 2020.
E da qui a quel momento sarà inevitabile fischiettare con pàthos le celebri note del brano Take my breath away dei Berlin.

Il film d’azione, la cui regia è stata affidata a Joseph Kosinski, riporta sul grande schermo l’aviatore più famoso degli anni ’80, in quello che potremmo definire un cult.

Un primo spoiler è già saltato agli occhi dei più curiosi e riguarda la sua due ruote. In Top Gun 2 probabilmente non cavalcherà la sua vecchia vecchia Kawasaki GPZ 900, bensì una più recente e possente Kawasaki Ninja H2.

Nel 2020 al fianco di Tom Cruise troveremo anche Miles Teller, Jennifer Connelly, Jon Hamm, Glen Powell, Lewis Pullman e Ed Harris. Riconfermata anche la presenza di Val Kilmer.
La sceneggiatura è firmata da Peter Craig, Justin Marks ed Eric Warren Singer.

Alessia Aleo

Apprezzare ad ogni costo le nuove vesti di Renée Zellweger in What/If 

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Netflix continua ad essere una risorsa che riesce ad accontentare tutti i palati dei fruitori.

Da giugno è disponibile sulla piattaforma la serie What/If con protagonista una cinica e spietata Renée Zellweger.

Abbandonate le vesti di Bridget, la ritroviamo ad esser un’elegante imprenditrice, Anne Montgomery, il cui passato sembra avvolto nel mistero ed il futuro sembra farsi avanti senza scrupoli.

Dieci puntate di un thriller psicologico che delineano pian piano le componenti caratteriali dei singoli personaggi e i loro più reconditi segreti.

Sicuramente una delle serie TV consigliate da seguire nei prossimi giorni se siete indecisi su cosa optare.

Lisa e Sean innamorati ed affiatatati si trovano ad affrontare le piccole lotte che la quotidianità pone davanti a loro, fino a quando il “fato” porterà sulla loro strada Anne che da deus ex machina si prospetterà essere invece il più grande dei loro problemi.

Il patto di riservatezza del trio sarà un vincolo che avrà un ruolo chiave per tutto l’avvento narrativo. La tensione rimane alta. Ogni sequenza in cui si nomina il trattato è tormento allo stato puro. I segreti sono strumenti di potere. La fiducia, invece, strumento di debolezza. Il denaro il Dio assoluto.

Il profitto, pecuniario ed emozionale, “ad ogni costo” come titola il best seller della Montgomery viene declinato sui singoli individui.  Ovviamente ci sono personaggi ben strutturati, altri noiosi che potevano forse avere “quel quid in più”.

Ad esempio il personaggio di Sean ha dei momenti in cui a mio parere vacilla e non riesce a reggere il confronto con la taratura degli altri caratteri che, come un coro, incrociano i loro destini.

La rimpatriata del liceo, l’ex fidanzata, il fratello morto sono sottotono a mio parere rispetto al grande segreto con il quale si trovava costretto a vivere.

In parallelo i disastrosi avvenimenti tra Todd, Angela e il Dottor Ian Harris e le vicende del fratellastro Marcos potevano benissimo essere utilizzati come potenziale materiale per un’altra serie. Tuttavia nonostante la pseudo complessità delle vicende che si intersecano con la triade Ann, Lisa e Sean non stonano e catalizzano l’attenzione fino alla fine.

Di una cosa si può esser certi alla fine della visione di questa nuova produzione Netflix: siamo tutti vulnerabili.

Nonostante i muri e le corazze che ci si possono costruire intorno, ci sarà sempre un tallone di Achille. Una volta scoperto, sarà palesemente sotto la luce dei riflettori e alla mercé di tutti.

La serie dal sapore noir è stata accolta positivamente dal pubblico, complice la curiosità insinuata di puntata in puntata e l’eccellente interpretazione della Zellweger, un po’ meno applaudita dalla componente dei critici, tuttavia non si è a conoscenza se ne seguirà una seconda stagione di What/If .

Alessia Aleo

Franchising Ristorazione: i format di successo nel 2019

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Dati alla mano il settore del franchising si rivela perfettamente dinamico e gode di ottima salute.

Lo dicono i numeri delle catene di vendita, che hanno scelto questa formula per proporsi sul mercato, e soprattutto l’entità del fatturato delle tante realtà che valutano la messa a punto di nuovi progetti, decisamente innovativi. Parliamo di un universo che conta su più di 900 reti e oltre 50mila negozi, con fatturati che toccano quota 24,5 miliardi di euro annui.

Le reti di franchising puntano stabilmente all’utilizzo di app e sistemi informatizzati, che garantiscono un ottimo livello di interazione fra e-commerce e strutture di vendita, presenti fisicamente in città.

Il web fornisce quindi un ottimo supporto al sistema franchising, permettendogli di crescere concretamente e stabilmente.

Talento, passione e qualità alla base dei franchising di successo nella ristorazione

Alla base dei franchising di successo troviamo esperienze nate dall’estro e dalle capacità imprenditoriali di chi ha creduto fortemente in un’idea e l’ha sviluppata considerando un approccio innovativo.

Il settore della ristorazione ha tratto nuova linfa dal franchising, e dimostra di crescere grazie alle opportunità offerte dalle diverse tendenze nutrizionali, le stesse che caratterizzano l’universo alimentare e considerano determinanti i tanti orientamenti proposti del mercato. Orientamenti che sono diventati un punto di forza fra proposte vegane, vegetariane, gluten free, soluzioni fast food, prodotti sostenibili a km zero.

Franchising ristorazione 2019: le proposte di successo

Le scelte legate al franchising della ristorazione sono la soluzione più interessante e quella che offre maggiori introiti, soprattutto perché i format sono in costante evoluzione con offerte sempre nuove, che gli utenti/clienti dimostrano di apprezzare.

Ad essere apprezzata in primo luogo è la proposta alimentare, seguita a ruota dalle location e dagli spazi attrezzati per ospitare i brand.

Spesso si tratta di locali dalle dimensioni limitate, ma a colpire è la cura prestata nell’organizzarli e soprattutto l’offerta, che non disdegna le ricette ed i piatti regionali al pari delle specialità internazionali. A vincere in tutti i casi è l’alta qualità che li contraddistingue come dimostrano i franchising ristorazione 2019.

Cerchi lavoro? Con un piccolo investimento valuta l’adesione ad una rete di franchising

La crisi occupazionale aguzza l’ingegno e sono in molti ad ipotizzare l’idea di mettersi in proprio, sviluppando un’attività in franchising.

L’adesione ad una formula di affiliazione in franchising non necessita di un investimento elevato, e con una piccola somma è possibile avviare un’attività.

Inutile dire che si può scegliere il marchio che meglio si adatta alle proprie esigenze, potendo contare su un’idea imprenditoriale che si è già affermata, e godere di un’assistenza coordinata e continuativa da parte della realtà ‘madre’.

Sviluppando un’attività in franchising si può iniziare a guadagnare praticamente da subito, mettendosi in gioco grazie ad un’idea imprenditoriale vincente.

Il made in Italy cresce anche all’estero

Le catene italiane del franchising crescono anche all’estero, in pochi anni sono andate oltre le 10mila presenze.

In Italia in testa alle classifiche regionali troviamo la Lombardia che può contare su più di 8.500 punti vendita, come si evince dai dati resi noti da Assofranchising, associazione di settore. Fra i settori trainanti troviamo sicuramente il ‘food and beverage’, seguito a ruota dall’abbigliamento e dal settore degli accessori e servizi.

Tante le idee innovative che attraversano e coinvolgono il settore a partire dalle scelte sostenibili e attente all’ambiente, sempre più gettonate.

Tra gli emergenti le soluzioni di coltivazione dell’orto a distanza, le piattaforme web per noleggiare giochi e giocattoli, l’universo che coinvolge da vicino l’utilizzo delle app, le proposte innovative nell’ambito della ristorazione ‘a chiamata’, per poter avere a disposizione un abile chef.

Letti da noi: la tua dose di libri per l’estate

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Non c’è estate senza…

Mare? Viaggi? Serate in discoteca? No.

Non c’è estate senza lista di libri belli da leggere!

Teoricamente, durante le vacanze abbiamo tutti più tempo da dedicare a quelle attività che tralasciamo a causa della frenesia in cui ci trascina il quotidiano. Ma è anche vero che i giorni sembrano volare (siamo già a luglio?!?) e il caldo sembra togliere la voglia di fare qualunque cosa. Nonostante questo, noi abbiamo scelto di spacciare cultura e quindi, anche quest’anno, siamo qui con i nostri suggerimenti su quali letture estive affrontare. Per non ripeterci e per migliorarci, per quest’estate vi offriremo tante dosi di consigli molto particolari. “Roba” speciale, diciamo.

Per iniziare, abbiamo pensato di condividere con voi i nostri libri dell’estate. La redazione è formata da persone con gusti e interessi diversi, quindi gli spunti a cui potrete attingere sono variegati: dal saggio al romanzo, dal giallo al fantasy.

Francesca vi suggerisce Bianco Letale di Robert Galbraith.

“Il libro che sto leggendo è Bianco Letale di Robert Galbraith aka J.K. Rowling, quarto episodio della serie del detective Cormoran Strike. Se vi siete persi i primi tre, correte a recuperarli: sapete che ne hanno tratto anche una miniserie tv? Lo stile dell’autrice si conferma affascinante e coinvolgente, unendo il racconto poliziesco con le questioni sentimentali dei protagonisti e aggiungendo al tutto l’umorismo tipico inglese. I misteri si dispiegano lungo le strade di una Londra che tra entusiasmo e polemiche si prepara ad accogliere le Olimpiadi del 2012. Uno di quei libri da cui non ci si vorrebbe mai staccare! Insomma, zia Row non delude mai“.

libri belli da leggere
Foto di Francesca Papa

Alessia si sta dedicando alla lettura di La lingua geniale di Andrea Marcolongo.

“Un po’ sulla scia degli esami di maturità, sto leggendo La lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco della la giornalista Andrea Marcolongo. Il testo non è un manuale e non ha la pretesa di essere rivolto solo a chi ha fatto gli studi classici bensì propone una visione di apertura mentale e forse anche di nuova consapevolezza e coscienza critica”.

Anche la nostra direttrice sta sfruttando l’estate per dedicarsi a letture riflessive. Nel suo caso, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani.

“Sarebbe davvero molto confortante credere che Penelope abbia aspettato Ulisse per 20 anni: il ritratto onesto che ne fa Ciani è quello di una donna in carne ed ossa con tutte le sue contraddizioni e… un finale a sorpresa. La morte di Penelope è un libro perfetto da leggere a bordo piscina o sdraiati su un prato: poche parole, molti pensieri. Per riflettere, anche in vacanza!”.

libri belli da leggere
Foto di Alessia Pizzi

Il libro di Cristiana è La donna in bianco di Wilkie Collins.

“Sono solo ai primi capitoli, ma penso che lo consiglierei perché è un giallo ottocentesco scritto in modo originale, un racconto a più voci. Un mistero portato in un immaginario tribunale in cui il lettore è il giudice e i narratori i testimoni”.

La nostra Valeria, invece, è impegnata con la lettura di Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman.

“Si tratta di un libro che si fa leggere tutto d’un fiato (io l’ho finito in quattro ore) e che colpisce fin dalle sue primissime battute. La narrazione prende per due motivi: il primo è che non vediamo l’ora di scoprire quale sia il passato di Eleanor, fino all’ultimissima pagina; il secondo è che ci identifichiamo subito nella protagonista, perché come lei, a volte, ci rifugiamo nel nostro universo interiore per non vivere la realtà vera”.

Francesco approfitta dell’estate per dedicarsi a più letture contemporaneamente.

“L’estate è un momento di relax. Ma anche una scusa per fare cose che in inverno non si sono fatte. Come leggere qualche libro. Io avrò due avventure: da un lato ho scoperto Alan Bennett e sono pronto a leggere due testi piccoli ma interessanti quali Nudi e crudi e La cerimonia del massaggio. Contemporaneamente continuerò a seguire le vicende della famiglia Cazalet di E.J.Howard: 2° tomo su 5, ma la storia è lunga”.

Il corpo di Alfredo Todisco è il libro che Ginevra sta leggendo e che consiglia caldamente.

“È la storia di un amore immaginato e bramato, che scava nelle pieghe dello sguardo maschile. Il corpo che dà il titolo al testo è, infatti, quello della donna, che al di là dello specifico oggetto del desiderio si fa scandaglio di una “cultura del possesso” che attraversa tempi e generazioni. Al di là di tale sotto-testo, in ogni caso, il libro si fregia di una scrittura raffinata, mai affettata né eccessivamente scarna. È senza dubbio un volume da riscoprire, le cui pagine corrono spedite l’una dopo l’altra”.

libri belli da leggere
Foto di Ginevra Amadio

Infine, vi svelo il libro che tengo io sul comodino: Shadowhunters – Dark Artificies. 

Si tratta della seconda saga dedicata al mondo dei cacciatori di demoni inventato da Cassandra Clare. Questa trilogia segue le avventure di Emma e Julian, personaggi già apparsi nella saga precedente, Shadowhunters – The Mortal Instruments, che avevo letto diversi anni fa e riletto recentemente. È un fantasy che presenta molti elementi caratteristici del genere e che ha come pubblico ideale adolescenti e giovani adulti. In questo momento sono alla ricerca di letture leggere, d’intrattenimento, ma comunque in grado di tenerti incollato alle pagine e scritti in maniera decorosa. E Shadowhunters fa tutto questo, creando un universo alternativo credibile e affascinante.

E se volete qualche altro consiglio, potete sempre vedere la lista dell’anno scorso! Tanto per recuperare un libro c’è sempre tempo!

Spacciamo consigli di lettura: ecco quali libri portare sotto l’ombrellone

Per tanti altri suggerimenti sulle letture estive, continuate a seguirci.

Federica Crisci e Ginevra Amadio

Con la collaborazione di: Alessia Aleo, Valeria de Bari, Francesco Fario, Francesca Papa, Alessia Pizzi, Cristiana Toscano.

Le immagini utilizzate all’interno dell’articolo sono di Cristiana Toscano, Ginevra Amadio, Francesca Papa, Alessia Pizzi.

I Garbage a Villa Ada: l’estate romana è rock

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In occasione del festival Villa Ada Roma Incontra Il Mondo torna la band capitana da Shirley Manson. E conquista tutti.

Da diverso tempo l’estate romana è caratterizzata da numerosi eventi dedicati a tutti coloro che amano la buona musica. Villa Ada Roma Incontra Il Mondo si fa notare tra gli altri per l’eclettismo dei nomi che, puntualmente, riesce a portare nella Capitale. È qui che prende vita il concerto dei Garbage: attesissimo da chi gli anni ’90 li ha vissuti e ama ancora. Ma anche da quelli che hanno scoperto la band più recentemente, grazie alle ultime pregevoli produzioni.

Il segreto di una carriera lunga più di 25 anni.

Il merito della longevità del gruppo formato da Duke Erikson, Steve Marker, Butch Vig e Shirley Manson si deve non solo alle riconoscibilissime sonorità alternative rock ma, principalmente, ai testi, alla voce e alla presenza scenica della cantante. Da più di 25 anni è lei che condivide con chi l’ascolta un mondo interiore di aggressiva fragilità. Che sul palco si traduce in performance sanguigne eppure oniriche, cullate da una voce ora ipnotica ora graffiante ma sempre vagamente morbosa.

La tappa romana del loro tour non fa eccezione: si inizia con la potente “Control” per poi proseguire con la viscerale “#1 Crush”, resa famosa da un remix di Nellee Hooper e Marius de Vries che la spedì direttamente all’interno della colonna sonora di “Romeo + Juliet” di Baz Luhrmann. Il pubblico va in visibilio per tutto ciò che proviene dai primi due album: da “Stupid Girl” a “Temptation Waits”, da “Wicked Ways” (interpolata con “Personal Jesus” dei Depeche Mode) a “Special”. Ovviamente immancabili “I Think Am Paranoid”, “Push It” e “Only Happy When It Rains”.

villa ada

Non è un’operazione nostalgia.

Non si tratta, però, di un concerto celebrativo anche se non c’è alcun nuovo disco da promuovere: dopo una lunga pausa, durata di fatto dal 2005 al 2012, i Garbage hanno realizzato due ottimi lavori come “Not Your Kind Of People” e “Strange Little Birds”. A dimostrazione di come le inquietudini adolescenziali della Manson si siano evolute in riflessioni di donna che si interroga circa il proprio posto nel mondo. Mentre Erikson, Marker, Vig – quest’ultimo sostituito durante il corrente tour europeo da Matt Walker per motivi di salute – non abbiano tradito il loro peculiare sound per inseguire le mode del momento, estremizzandolo ancor di più.

Prova ne sono “Blood For Poppies”, “Empty” o l’ancora inedito “On Fire”. Ma soprattutto la resa live di due tra i brani più ambiziosi della loro intera discografia: “No Horses”, forte di tutta la carica distopica di cui è dotata, e “Even Though Our Love Is Doomed”, capace di non esplodere mai apparentemente mentre, in realtà, riesce a imploderti dentro. Un po’ come i Garbage oggi: lontani dai trionfi della seconda metà degli anni ’90 e della prima dei 2000 ma anche dall’idea di smettere di fare ciò che amano di più.

villa ada

Setlist

  • Control
  • #1 Crush
  • Stupid Girl
  • Temptation Waits
  • Wicked Ways (Personal Jesus Interlude)
  • No Horses
  • Dumb
  • Special
  • Blood For Poppies
  • On Fire
  • Empty
  • Vow
  • Bleed Like Me
  • I Think I’m Paranoid
  • Push It
  • Only Happy When It Rains
  • Even Though Our Love Is Doomed
  • When I Grow Up

Cristian Pandolfino

Credits foto Ziblab

La vacanza diventa “green”: gli italiani sempre più ecoturisti

Secondo la recente fotografia scattata dall’Università Niccolò Cusano, il 58% degli intervistati opta per un soggiorno ecosostenibile. La Regione più amata? La Sardegna, con le sue bellezze naturalistiche.  

Gli italiani si scoprono ecoturisti. Secondo l’infografica realizzata e diffusa dall’Università Niccolò Cusano, infatti, il 58% di loro ha confessato di apprezzare una vacanza naturalistica e più attenta all’ambiente. Non solo: un altro 41%, prima di prenotare e partire per le ferie, si informa se la struttura ricettiva è ecosostenibile.

Ma qual è l’identikit del provetto turista “green”? Grazie all’infografica “20 esperienze green da vivere in giro per l’Italia” realizzata dall’Unicusano, scopriamo che sono le donne, in particolare nella fascia d’età fra i 18 e i 30 anni, ad avere un’anima e una sensibilità più “verdi”: il 56% delle intervistate ha dichiarato di prestare molta attenzione a non inquinare durante il soggiorno contro il 40% della controparte maschile. Nel complesso, sette ecoturisti su dieci posseggono un diploma o una laurea, sono al di sotto dei 50 anni e provengono dal Nord Italia (il 33% da Milano).

È la Sardegna la Regione più corteggiata dagli ecoturisti (38% di gradimento), seguita dalla Puglia (34%), dal Trentino-Alto Adige (31%), dalla Sicilia (29%).

A chiudere la cinquina delle mete più gettonate sono Marche e Umbria, entrambe al 27%. Nonostante le preferenze accordate degli italiani verso questi cinque gioielli naturalistici, ogni Regione d’Italia ha un paesaggio, un’attrazione o una località che incentiva questa innovativa tipologia di turismo. Si pensi, per esempio, alle cascate del Serio in Lombardia, aperte per pochi giorni all’anno, oppure la “Garda by bike”, il tour in bicicletta del lago di Garda lungo la pista ciclabile più bella d’Europa. O, ancora, la strada romantica delle Langhe e del Roero fra vigneti, borghi ricchi di storia e atmosfere incantate. Chi è amante della storia non si può lasciar sfuggire il percorso tra le 52 gallerie, realizzate durante la Prima Guerra Mondiale, lungo la strada del Pasubio in Veneto.

Ma anche il Centro ha bellezze uniche da sfoggiare come la Lunigiana (Toscana) con i suoi 250 chilometri di sentieri per escursionisti e ciclisti. Oppure Civita di Bagnoregio nel Lazio, il Trasimeno e la sua isola maggiore (Umbria), il Gran Sasso definito da molti il “piccolo Tibet” d’Italia. Senza dimenticare, poi, rafting e canyoning a Montefeltro, nelle Marche.

E il Sud? Non è da meno con il Molise e il suo monte Miglio, ricolmo di verdi faggeti, la Puglia e lo splendore della Valle d’Itria, anche nota come “Valle dei Trulli”. La Campania può dirsi orgogliosa di Pollica, giudicata la più bella spiaggia italiana da Legambiente e Touring Club. Infine, la Sardegna e la Sicilia sono amate soprattutto per le visite ai nuraghi di Su Nuraxi di Barumini e alla Valle dei Templi.

In vacanza gli italiani hanno dimostrato di essere particolarmente attratti da alcune attività ecosostenibili come le escursioni con guide locali per esplorare aree protette o borghi storici (57%) o le degustazioni di prodotti tipici del territorio (54%).

Non mancano attenzioni verso i mezzi di trasporto: se possibile, più di un italiano su due preferisce viaggiare in treno (70%) o tramite car sharing (60%).

Ma nell’immaginario collettivo, che cosa rende una struttura ricettiva davvero “green”? Per la maggioranza degli italiani deve essere dotata di pannelli fotovoltaici (55%), offrire nel menu prodotti bio e a km zero (37%), effettuare la raccolta differenziata (33%).

Sul perché scegliere una vacanza all’insegna della natura, dei suoi paesaggi e attività, gli italiani sembrano nutrire pochi dubbi: ben sei su dieci vogliono salvaguardare l’ambiente, conoscere le tradizioni culturali ed enogastronomiche del luogo. Ma c’è anche chi preferisce staccare la spina dedicandosi al benessere psico-fisico con attività sportive o cura del corpo (48%).

Chi più di tutti sta investendo nella formazione dei giovani interessati a lavorare nel settore del turismo sostenibile è proprio l’Università Niccolò Cusano. L’ateneo telematico ha infatti attivato due master: uno in Green Economy, l’altro in Tourism Management. La sensibilità verso l’ambiente è dimostrata dall’Università anche attraverso alcune politiche e azioni green adottate all’interno del campus universitario di Roma: parco naturale, risparmio della carta, mensa biologica, mobilità green, dispenser gratuito per l’acqua e molto molto altro.

Il Laureato, il cinema che diventa simbolo generazionale


“Vedi, è come se partecipassi a un gioco con delle regole che per me non hanno senso: perché le ha fatte della gente sbagliata. No, anzi: non le fa nessuno. Sembra che si facciano da se stesse.”

Titolo originale: The Graduate

Regista: Mike Nichols

Soggetto: Charles Webb

Sceneggiatura: Calder Willingham, Buck Henry

Cast principale: Dustin Hoffman, Anne Bancroft, Katharine Ross, William Daniels, Murray Hamilton, Elizabeth Wilson.

Nazione: USA

Anno: 1967

L’11 settembre del 1968, in Italia, uscì al cinema Il Laureato, tratto dall’omonimo romanzo di Charles Webb e diretto da Mike Nichols. Un film che cambiò letteralmente la storia del cinema americano di quegli anni, trasformandosi in un simbolo generazionale grazie alla sua trama. In più, le interpretazioni leggendarie di Dustin Hoffman, nel suo primo ruolo importante, e della splendida Anne Bancroft hanno aggiunto valore al titolo.

La trama

Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) è un giovane disilluso fresco di laurea al college, che viene sedotto da una donna più matura, Mrs Robinson (Anne Bancroft), per poi innamorarsi della figlia di lei Elaine (Katharine Ross).

Il Laureato cambiò letteralmente la visione del protagonista maschile che ne Il Laureato rappresentava il malessere della gioventù negli anni ‘60.

Ci troviamo a  Los Angeles, dove il ventunenne Benjamin è tornato a casa: ha appena conseguito la licenza di scuola superiore al college. Rampollo di un’agiata famiglia californiana, accetta malvolentieri la festa organizzata dai genitori a bordo piscina. Tutti sono entusiasti di rivederlo, ma lui non parla con nessuno. Cerca di rifugiarsi nella sua stanza, dove viene avvicinato dall’affascinante signora Robinson, che lo convince ad accompagnarlo a casa, facendo leva sulle buone maniere del giovane. 

Una volta a casa, l’affascinante lady si spoglia e cerca esplicitamente di sedurlo. Soltanto l’arrivo del marito toglie Benjamin da una situazione di profondo imbarazzo.

Poco tempo dopo però Benjamin, annoiato dalle giornate trascorse a prendere il sole nella villa di casa, telefona alla signora Robinson. Tra i due nasce un’intensa relazione consumata clandestinamente tra le stanze d’hotel finchè, lo stesso Ben, insoddisfatto a causa del tenore esclusivamente sessuale del rapporto, decide di troncare il menage.

Dustin Hoffman e Anne Bancroft

Contemporaneamente il signor Robinson e i suoi genitori, all’oscuro di tutto, lo sollecitano a frequentare la coetanea Elaine, figlia della sua amante. Dopo un primo brusco allontanamento della stessa, Ben si innamora della ragazza, subito ricambiato. Non volendo nascondere il proprio passato, gli confessa il suo flirt con la madre e la ragazza reagisce con decisione, dicendo di non volerlo mai più vedere. 

Elaine va all’università a Berkeley e Ben, per non lasciare nulla di intentato, affitta una stanza nella cittadina. La riconquista di Elaine sembra destinata all’insuccesso, anche perché la signora Robinson, ferocemente determinata a impedire la relazione della figlia con Ben, ha raccontato tutto al marito, che ora diffida il ragazzo dal continuare a vedere Elaine.

Viene organizzato in fretta e furia il matrimonio della ragazza con Carl Smith, suo compagno di università. Ma mosso dalla forza della disperazione, Benjamin si presenta in chiesa nel bel mezzo della cerimonia e, nonostante la ragazza si sia appena sposata, la trascina via con lui, tra le proteste dei genitori e dei presenti.

Elaine e Benjamin nel final del film

Uno dei finali più emblematici della storia del cinema quello de Il Laureato, al quale ancora tutti pensano e cercano di decifrare. Se infatti ci fate caso, l’inquadratura finale si sofferma sui primi piani dei due ragazzi, entrambi felici e sorridenti. Ma pian piano quella felicità scompare, lasciando trasparire un senso di incertezza e vacuità, dovuta forse alla scelta appena compiuta che non si sa a cosa li porterà. 

Nonostante questo, Benjamin ed Elaine sono giovani determinati e sicuri di sé nel cercare una propria strada, prescindendo completamente da qualsiasi altro insegnamento ed esperienza delle generazioni che li hanno preceduti. 

Lo scandalo

L’elemento che rimase impresso nella gioventù di allora fu il modo in cui Il Laureato raccontava il rapporto tra un ventenne e una donna ultra quarantenne. Il fatto era di per sé già scandaloso rispetto al perbenismo dell’epoca, che quindi sconvolse l’intera comunità ma in positivo.

Ecco perché Il Laureato è emblema del cambiamento del cinema di fine anni ‘60, che ha aperto la strada per un genere di formazione del tutto diverso.

Finalmente i ribelli del ’68 avevano chiaro l’obiettivo per cui stavano combattendo: un mondo fatto di libertà, nel quale rincorrere i propri sogni, ma senza rinunciare alle buone cose della vita che il dopoguerra aveva portato.

Oltre ai temi ben presenti nel film, menzione d’onore merita la meravigliosa a tratti incantevole Soundtrack, firmata da Simon & Gurfnkel. Tuttora le splendide note di The Sound Of Silence, Scarborough Fair e Mrs Robinson restano il tratto distintivo del film. Il Laureato è l’espressione palese di una perfetta fusione tra immagini e musica, la loro sincronia è così perfetta da far pensare che la sceneggiatura sia stata scritta in base alle canzoni ,cosa non vera in quanto tutti i singoli presenti nella colonna sonora erano già brani presentati dal duo artistico.

Colonna sonora de Il Laureato

3 motivi per guardarlo:

  • Dustin Hoffman e Anne Bancroft, la loro interpretazione vale tutto il film.
  • La regia di Mike Nichols, che per questo film ha ottenuto il suo primo e unico Oscar.
  • Il finale che è diventato uno dei più celebri della storia del cinema.

Quando vedere il film:

In una sera d’estate, magari all’aperto, con un cocktail fresco e la giusta compagnia.

Ilaria Scognamiglio

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Addio a Camilleri, l’Uomo che sfida l’eternità

Ci lascia Andrea Camilleri, noto a tutti come il creatore del personaggio del Commissario Montalbano.

Il grande scrittore siciliano, Andrea Camilleri, si è spento oggi, alle ore 8.20 a Roma. A lasciarci non è soltanto un grande scrittore di fama internazionale, e padre del Commissario Montalbano, ma anche e sopratutto un “racconta storie”, come  amava definirsi lui stesso. E le sue storie sono arrivate anche in Svezia, dove è molto amato e conosciuto. I riferimenti alla cultura svedese ed alla sua gente nelle sue opere non sono pochi. Uno tra tutti, la donna amata dal Commissario Montalbano di nome Ingrid, che per lo scrittore rappresentava un ricordo di gioventù avuto in Danimarca. Nella sua intera carriera, infatti, ha venduto oltre 30 milioni di libri, tradotti in ben 30 lingue diverse.

Camilleri ultimamente scherzava molto anche sulle voci di una sua eventuale candidatura a Premio Nobel per la Letteratura…Queste le sue parole: “A volte l’ Accademia delle Scienze di Stoccolma sbaglia: se siamo nell’anno giusto, cioè dell’errore, allora è possibile che me lo diano”.

Aveva sempre l’ironia nel sangue!

Era indubbiamente pieno di energia, e lo è stato fino all’ultimo. Proprio a rispecchiare la sua gioia di vivere, il suo amore per le storie. Del resto proprio pochi mesi fa, era proprio lui a calcare il palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa per impersonare Tiresia, l’indovino tebano cieco che Camilleri sente tanto vicino.

Mi ricordo ancora, quel caldo giorno di Settembre in cui, in treno per andare verso il Molise, mi lessi tutto di un fiato quel libricino: “Conversazione su Tiresia“, e ne rimasi letteralmente folgorata. Quel testo, interamente scritto da Camilleri, e pensato come spettacolo teatrale, è un inno all’eternità, al futuro. Se ne percepiva tutto l’amore che lo scrittore nutre per il protagonista del racconto, Tiresia.

Conversazione su Tiresia: uno sguardo a caccia di eternità

Amore che lo ha portato ad accogliere una sfida coraggiosa. Camilleri infatti, l’11 Giugno, ha incantato la platea del Teatro Greco di Siracusa per recitare un monologo in cui si racconta la vita della figura mitologica di Tiresia. Il successo è stato immenso e ha fatto sbarcare il teatro in televisione direttamente sulla Rai.

Roan Johnson racconta “La Stagione della Caccia”, in arrivo su Rai1

Camilleri aveva questo dono, quello di portare la letteratura con i racconti di Montalbano, ed il teatro con Tiresia, direttamente in televisione. E ci riusciva anche a  pieni voti, con tutto lo stupore della gente (raggiungendo picchi di ascolto da far invidia ai più!).

Perché scegliere un personaggio poco conosciuto come Tiresia? Camilleri in diverse interviste, ha dichiarato “perché ho scelto Tiresia? Perché io, come lui, ho deciso di sfidare l’eternità“.

Proprio per questo mi sento, dal più profondo, di fare questo augurio ad Andrea Camilleri, di vivere la sua Eternità (chissà magari gustandosi una deliziosa cassatina sulla terrazza a Marinella in Paradiso).

Serena Cospito

Immagine in evidenza: https://www.flickr.com/photos/premiochiara

condizioni camilleri
https://commons.wikimedia.org/wiki/Special:Contributions/SerStelitano

Massimo Troisi rivive a Napoli: intervista all’attore Matteo Nicoletta

Andrà in scena al Maschio Angioino di Napoli lo spettacolo “Troisi Poeta Massimo”, opera dedicata al grande attore napoletano Massimo Troisi che arriva proprio nella sua terra natìa.

Scritto e diretto da Stefano Veneruso, nipote di Massimo Troisi, lo spettacolo sarà interpretato da Matteo Nicoletta, attore romano che si cimenta in un viaggio tra i ricordi e la vita dell’artista napoletano.

Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con lui, che ci ha raccontato le emozioni e le sensazioni provate lavorando a un così grande e importante progetto.

Attore romano che ricorda uno dei pilastri artistici di Napoli. Come ti senti in questo ruolo e cosa ti ha portato ad accettarlo?

Stefano mi ha scelto tra tantissimi che si sono presentati ai provini, il primo incosciente è stato lui e anche io a presentarmi al provino, anche perché cimentarsi con un mostro sacro del genere non è facile, ci vuole coraggio. Nonostante io sia romano, mi immedesimo molto nell’essere di Massimo. Credo che alla fine il fatto che io sia stato sempre me stesso e non abbia mai cercato di imitarlo è stato molto importante, mi sento vicino a lui soprattutto nell’essere attore, in come ha concepito la recitazione.

Come ti senti a dover presentare questo spettacolo nella terra natìa di Massimo?

È come entrare nella fossa dei leoni, non è mai semplice portare in scena uno spettacolo su Napoli a Napoli. Per fortuna il primo step è stato superato quando abbiamo debuttato a Roma, dove erano presenti attori, critici e registi napoletani, nonché la sua famiglia e alcuni suoi amici. Andare in scena al Maschio Angioino è sicuramente emozionante, anche se questo è un termine riduttivo, non esiste ancora una parola per descrivere come mi sento adesso.

Uomo e artista unico nel suo genere, un vulcano di idee seppur timido e pacato nei modi. Cosa ti è rimasto impresso del suo animo e del suo modo di recitare?

Quando ho preparato questo spettacolo sapevo che non sarebbe stato facile, ma non ho cercato di imitare Massimo. Mi sono sempre sentito vicino al suo modo di recitare, me lo sentivo familiare, la sua concezione di questo mestiere per me era giusta. Intendeva la recitazione in maniera semplice e sincera, ecco perché è sempre stato un modello per me. Sono sempre stato convinto che se togli la tua anima al personaggio che interpreti,  si rischia di renderlo vuoto. Infatti i suoi personaggi erano sempre pieni di sincerità. Non bisogna fare solo le cose che piacciono alla gente, devi farlo nel modo in cui tu credi, proprio come faceva lui.

Lavorare fianco a fianco con Stefano Veneruso, nipote di Massimo, com’è stato? Ti ha permesso di entrare ancora meglio nel mondo di Troisi?

Pensa che ho avuto la fortuna, grazie a Stefano, di preparare lo spettacolo proprio alla scrivania di Massimo, con la bicicletta del Postino dietro. Un’emozione unica. Stefano mi riempiva di anneddoti, mi raccontava del Postino, uno dei miei film preferito. Sul set, Massimo gli diede una cinepresa in mano e gli disse “vedi un po’ quello che ci puoi fare”, lui ha iniziato a riprendere molti momenti del backstage, infatti all’interno dello spettacolo si vedono alcuni spezzoni.

Nello spettacolo ha molta importanza anche la musica, che Massimo amava tanto.

Sì, ho la fortuna di essere accompagnato da musicisti tra un monologo e l’altro, live dalla cantante Alessandra Guidotti, da Alessandra Tumolillo che è voce e chitarra, insieme al contrabbasista Stefano Napoli e al chitarrista Matteo Cona. Loro sono dei musicisti bravissimi, hanno arrangiato alcune canzoni in maniera davvero meravigliosa, grazie al loro supporto in scena sono ancora più spronato ad andare avanti con il monologo successivo.

La cosa che mi è piaciuta tanto di Stefano è che ha scelto per questo spettacolo tutte persone giovani, che non hanno avuto modo di conoscere Massimo da vicino, però comunque tutti hanno subito il suo fascino e lo portano nel cuore.

Dopo questa esperienza meravigliosa, il 31 luglio sarai presentatore del Saturnia Film Festival, dove l’anno scorso hai vinto come miglior attore. Come ci si sente adesso a stare dall’altra parte?

Ci si sente strani ma felici. In pratica io vinsi questo premio l’anno scorso, poi mi chiamò la direttrice e mi dice che avevano pensato di farmi presentare il Saturnia Film Festival di quest’anno. Ovviamente ho pensato fossero pazzi però l’idea non mi è dispiaciuta.

Io ho un modo di presentare da attore quindi mi stimola molto l’idea, mi piacerebbe presentare lo spettacolo in modo anticonvenzionale, anche perché girando per due anni in diversi festival ho capito un po’ quello che il pubblico si aspetta di vedere e vorrei accontentarlo.

Il pubblico negli ultimi anni ti ha conosciuto grazie a Romolo+July, la serie tv che è andata in onda su FOX e di cui avete terminato da poco le riprese della seconda stagione. Un lavoro importante, totalmente diverso dallo spettacolo dedicato a Troisi, che ti vede al fianco di Romolo (Alessandro D’Ambrosi) nei panni di Dario, uno dei suoi più cari amici. Cosa ci puoi raccontare del tuo personaggio e dell’esperienza vissuta sul set?

Siamo un gruppo di amici, attori, registi. Lo sceneggiatore/regista mi chiamò più o meno 4 o 5 anni fa, per girare la puntata pilota da pubblicare sul web. Abbiamo riscosso un grande successo ed ecco che quindi qualche anno dopo ci è stoto proposto di renderla serie tv.

Molti personaggi per fortuna sono stati confermati anche per la serie tv, è stata una bella soddisfazione, anche perché non sul set non senti di essere a lavoro ma semplicemente di stare con i tuoi amici a ridere e scherzare.

Cosa ci racconti della seconda stagione che avete appena girato? Il pubblico cosa deve aspettarsi?

Quando ho letto della seconda stagione, la prima cosa che ho chiesto è stata “Mi fate sapere se muoio?” (ridendo), perché sai se un personaggio muore vuol dire che l’attore viene fatto fuori. Appena ho saputo che non morivo sono stato felicissimo. Prima di girarla, ho letto che la storia della prima stagione si è evoluta, ha fatto un passo avanti. Roma si unirà in maniera rocambolesca, ma stavolta ci si concentra di più sulla storia e non tanto sui clichè Roma Nord Vs Roma Sud o Napoli Vs Milano. Ci troviamo di fronte a una storia molto più interessante alla quale speriamo il pubblico possa affezionarsi.

Ilaria Scognamiglio

Non ci resta che piangere. Quando la comicità diventa arte

E la luna bussò, 50 anni fa

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Il 20 luglio 1969 Neil Armstrong ed Edwin Buzz Aldrin portarono a termine il primo sbarco sulla luna, distruggendo per sempre le colonne d’Ercole della nostra concezione di “spazio”. 

Un uomo, messo accanto a quel razzo, sembra meno di una formica. È un razzo così ciclopico che la sua altezza equivale a quella di un grattacielo con trentasei piani, la sua ampiezza è quella di una stanza di sette metri per sette. Pieno di carburante, pesa tremila tonnellate. Per alzarsi, ha bisogno di una spinta pari a quattromila tonnellate. Se ne raggiungi con un ascensore la cima, io l’ho fatto, ti coglie il terrore. E di ciò non ti rendi conto alla televisione o quando lo guardi dal recinto della stampa che è il più vicino alla pista di lancio: un chilometro e mezzo.

Con queste parole Oriana Fallaci inizia il suo romanzo – reportage dedicato all’allunaggio 1969Quel giorno sulla luna, pubblicato nel 1970 e frutto della sua “missione” per L’Europeo.

Il primo uomo sulla Luna

Sono passati 50 anni. I nostri genitori (per chi ha la mia età) erano dei bambini all’epoca e l’hanno visto in televisione, l’allunaggio. Noi, figli di un’altra epoca, quella che sogna Marte, l’abbiamo visto al cinema quest’anno grazie a un superbo Ryan Gosling.

Scrive Emanuele D’Aniello:

Nonostante un Oscar vinto, nonostante due film tra i più popolari negli ultimi anni, era anche legittimo attendere Damien Chazelle alla prova del nove. Ecco, ora abbiamo la conferma con First Man: Chazelle è davvero un grandissimo regista.

Non solo perché First Man è un bellissimo film. Questa sarebbe la definizione più semplicistica. Ma soprattutto perché Firstman è un film straordinariamente intelligente e originale nel suo genere, quello delle storie “sullo spazio e gli astronauti”.

E per chi 50 anni fa ci immaginava già a transumare sugli altri pianeti, che delusione sarà pensare che nel 2019 ancora guardiamo la bandiera americana sulla Luna come l’icona dei nostri spazi conquistati. Il Duemila, in tutti i film futuristici degli anni Novanta, era l’anno delle navicelle spaziali che distruggono per sempre il traffico sul Grande Raccordo Anulare… ma le cose, nella realtà, sono andate un po’ diversamente (chiedetelo ai romani!).

Per allietare la giornata nel traffico (o in generale) ecco la playlist dedicata alla luna!

Se invece cercate un libro, oltre al meraviglioso Se il Sole muore di Oriana Fallaci, potete provare con questo.

Scrive Maurizio Carvigno:

Dello sbarco sulla Luna, avvenuto esattamente cinquant’anni fa, si sa molto; meno, invece, delle missioni che precedettero e che seguirono quella dell’Apollo 11. A raccontare il prima e il dopo quel 20 luglio 1969, ci pensa Emiliano Battisti con il suo Storie spaziali.

Il live action del Re Leone si salva col doppiaggio

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Cominciamo specificando che il Re Leone del 2019 non è un live action come gli altri, anzi non è proprio un live action: è un photoreal.

La Walt Disney negli ultimi anni sta producendo remake dei classici disney, compreso il Re Leone, più verosimili possibili. Mentre gli altri film sono un misto di attori, effetti speciali e computer grafica, per la versione del Re Leone del 2019 è stata utilizzata esclusivamente la computer grafica e due fotogrammi reali. Vi sfidiamo a trovarli, noi non ci siamo riusciti!

Il film uscirà al cinema il 21 Agosto e la scelta dei doppiatori ha suscitato alcune polemiche.

È comprensibile la discussione su questa decisione della Walt Disney, ma è pur vero che questo non è un live action con protagonisti in carne ed ossa: se così fosse stato, le associazioni animaliste avrebbero fatto mettere le manette anche agli addetti alle pulizie della Disney.

Le punte di diamante del Re Leone sono sempre state la caratterizzazione dei personaggi, in particolare Timon e Pumba, e le canzoni. Non tutti i doppiatori però sanno cantare, quindi perché non convocare dei cantanti? Marco Mengoni ed Elisa hanno studiato canto e sono fra gli artisti più amati e apprezzati dal pubblico italiano. La loro versione di L’amore è nell’aria stasera, vista al cinema, suscita facilmente l’applauso tale è la loro bravura!

Per tutti i personaggi principali sono stati chiamati a doppiare persone che con la loro voce e il loro talento hanno conferito quella espressività di tono che si è persa un po’ in quella facciale, dal cartone animato al photoreal.

Egregio è stato il lavoro di Edoardo Leo e Stefano Fresi, in questo caso.

La scelta di chiamare Massimo Popolizio per Scar è inquietantemente perfetta. Avendo doppiato Voldemort, la sua voce conferisce a Scar quella nota oscura al personaggio che non è stata, secondo me, ben rappresentata nella sua fisionomia.

La CGI è stata quasi sempre impeccabile: moltissime scene sembravano tratte da un documentario della BBC. Una delle scene più note del cartone, che non ha mai avuto effetto su di me, in questa nuova versione mi ha lasciato fortemente impressionata.

In altre si notava la poca verosimiglianza, in particolare, ad esempio, nel pelo dei leoni.

Simpaticissime alcune scene che hanno fatto ridere tutta la sala, e (SPOILER!) il crossover è stato davvero divertente.

Non penso che il “Re Leone 2019 edition” sia il live action/photoreal riuscito meglio. Tuttavia la produzione italiana della Disney ha fatto davvero un bel lavoro grazie al doppiaggio, che ha colmato le lacune del film.

 

Ambra Martino

Dumbo, gli elefanti sanno ancora volare

Aladdin, non sono finite le notti d’Oriente

Invecchiare è bello. Lo conferma lo psicologo Louis Cozolino

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Non credo ci sia necessità di una premessa ma, diciamo la verità, implicitamente tutti abbiamo paura di invecchiare.

Se da ragazzi si brama il momento in cui si potrà avere la patente, allo stesso tempo di desiderano spasmodicamente e con nostalgia gli istanti in cui si era giovani.

La concezione di tempo è soggettiva. La sua percezione, difatti, cambia nel corso della vita.

Oltre i tempo, la formula naturale per la salute e la longevità” è l’opera del professore e psicologo Louis Cozolino che attraverso i suoi studi analizza la possibilità di adattamento e flessibilità del genere umano.

L’opera è divisa in quattro macro parti. Ognuna di esse analizza una fase della vita.

Si principia, ovviamente, dalla spiegazione del cervello sociale e dell’importanza di rimanere connessi agli altri. Processi fondamentali per quella che sarà l’evoluzione, la selezione naturale e le gerarchie comunitarie.

Gli anziani hanno da sempre un ruolo centrale poiché sono contributo attivo per la comunità. Invecchiando gli uomini diventano più accudenti e la loro saggezza diventa quindi strumento di crescita per diffondere siffatte esperienze. La stimolazione interpersonale quindi diventa fonte di accrescimento per tutti coloro che ne usufruiscono.

A seguire, la parte seconda, è incentrata totalmente sul cervello e la sua evoluzione. È quella che potremmo definire la parte più scientifica dell’opera a mio parere.

 Vengono smontati numerosi preconcetti appartenenti erroneamente al sapere comune.

Il cervello è una sofisticata struttura regolatrice di sistemi. I lobi frontali, divisi in parte superiore (dorsale e laterale) e inferiore (orbitale e mediale) regolano differentemente le attività.

La corteccia prefrontale dorsolaterale si connette con il resto della corteccia e con l’ippocampo. Il suo compito è quello di congiungere l’attenzione, le informazioni sensoriali, la fantasia e la risoluzione dei problemi.

Invece la corteccia prefrontale orbitomediale lavora in rete con l’amigdala e organizza l’elaborazione emotiva, regola la paura e l’esperienza del sé.  Questa parte del nostro cervello si è evoluta molto prima ed è la prima che sviluppa durante l’infanzia. Essa viene conservata per tutta la vita.

Il cervello vive un adattamento continuo.

Non solo i geni determinano la durata e la qualità della vita ma anche fattori esterni come cultura, stile di vita e la qualità delle relazioni.

È dimostrato che una “buona qualità di vita” possa rallentare il declino sensoriale e funzionamento cerebrale.

La parte terza è dedicata all’attaccamento e alla saggezza.

L’interpretazione sul concetto di saggezza è da sempre uno dei temi caldi della filosofia. Da Socrate passando per Kant approdando alla disciplina psicologica.

Infatti il focus dell’opera di Cozolino pone il confronto tra Oriente e Occidente e le relative conseguenze e spunti di analisi.

Se in Oriente saggezza significa controllo delle passioni per l’Occidente, invece, significa vivere secondo una buona condotta sociale.

Che significa ciò?

Il concetto di saggezza può essere valutato secondo criteri soggettivi, mentre la conoscenza secondo parametri d’oggettività.

Un esempio celebre è la richiesta fatta ad un gruppo di studenti universitari di elencare chi fossero dei personaggi notoriamente saggi.  Le loro scelte furono: Gandhi, Confucio, Gesù, Martin Luther King Jr., Socrate, Madre Teresa, Salomone, Buddha, il Papa, Oprah Winfrey.

Una volta letto l’elenco sarà subito evidente che le scelte fatte nella nomina di questi personaggi è caratterizzata dall’unione di intelligenza intellettuale ed emotiva e da quelli che sono valori universalmente condivisi.

Gli anziani sono saggi.

Non è un sillogismo, bensì una maturazione che porta l’individuo ad un diagnosticato ciclo di ottimismo, nonostante l’amara consapevolezza dell’epilogo finale della vita. La morte è inevitabile. Quando questo non viene accettato si può parlare delle famose crisi di mezza età e di episodi critici di narcisismo.

Anima e corpo, la parte quarta: i segreti per vivere una vecchiaia in buona salute ed energia.

Dieta, sonno, esercizio fisico sono i tre pilasti. Ma non è da meno mantenere una vivacità vitale in quello che  è la stimolazione ambientale esterna. Esser nonni è un valore aggiuntivo nella qualità positiva della vita. Offrendo nutrimento emotivo per i nipoti ne traggono giovamento entrambe le figure parentali. Anche la nascita spontanea di una risata, perché no anche contagiosa, stimola il cervello aumentando la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e l’attività muscolare.

È noto che gli anziani umoristici dimostrano meno stress emotivo e psicologico. Tuttavia per godere dell’umorismo non bisogna aspettare i capelli bianchi. Come considerava Freud l’umorismo è uno dei meccanismi più complessi e maturi di difesa e soprattutto attiva quello che in maniera semplicistica potremmo definire un circolo virtuoso di ottimismo e speranza.

E chi al giorno d’oggi, giovane e meno giovane, non necessita di un atteggiamento fiducioso e di empatia?

Alessia Aleo

Annabelle 3: non ci sono più le bambole assassine di una volta!

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Certo, chi è cresciuto con La Bambola Assassina non può non aver sperato anche solo per un secondo che Annabelle potesse affiancare Chucky nei nostri incubi.

La bambola malefica di The Conjuring arriva al suo terzo capitolo per la regia di Gary Dauberman, sceneggiatore di “Annabelle”, “IT” e “The Nun – La vocazione del male”, ma non riesce proprio a spaventarci.

IT, la paura che rende invincibili

Nonostante io sia profondamente affascinata dalla coppia di demonologi  Ed e Lorraine Warren, il film non riesce a tenere viva l’attenzione dal punto di vista della paura. Non ci sono scene di effettiva suspense e questo un po’ Mi delude visto che, in realtà, lo spunto della trama non era male.

Protagonista indiscussa è la figlia della coppia, Judy, interpretata magistralmente dalla piccola McKenna Grace: la piccola ha ereditato il potere di vedere gli spiriti di sua madre e inizia a gestirlo proprio nel momento in cui Annabelle fa il suo ritorno in scena evocando tutti i mostri nascosti nella stanza del terrore dei coniugi Warren.

La tematica psicologica diventa quindi predominante, specialmente quella inerente al dolore: che sia quello della solitudine o di un lutto, tutti i protagonisti dovranno fare i conti con le proprie debolezze.

Si sente la mancanza di Ed e Lorraine in questo film: le parti in cui ci sono anche loro sono sempre le più intense a livello emotivo, e questo non può che significare che la coppia cinematografica funziona.

Il punto è che i protagonisti, oltre a Judy, sono tutti adolescenti visto che il caos scoppia proprio quando la piccola è a casa con la babysitter. Questo chiaramente rende la pellicola un po’ troppo adolescenziale.

Vedere o non vedere, quindi, Annabelle 3? Io mi ostino a vedere tutti i capitoli del franchise, ma non resto mai particolarmente colpita. Lo stesso posso dire anche di The Nun, che mi sono anche rifiutata di recensire: quindi, a voi la scelta… ma io vi ho avvisati!

Alessia Pizzi