Men in Black: International, sparaflashateci subito

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Men in Black: International potrebbe essere descritto in svariati modi. Pigro, noioso, inutile, apatico, i primi che mi vengono in mente. E mi sto tenendo nell’alveo dei complimenti al film.

Non ha infatti il problema di essere un brutto film Men in Black: International, essendo un giudizio soggettivo. I difetti veri sono la sua totale assenza di interesse, in partenza e diradata lungo tutto il percorso, e la totale incapacità di invertire la rotta causa una scrittura assolutamente assente e un piattume tecnico da far spavento.

Se avesse seguito il filone delle operazioni nostalgia che tanto sta di moda negli ultimi tempi, Men in Black: International avrebbe anche potuto salvarsi. Ma non ci riesce non solo perché la saga con Will Smith e Tommy Lee Jones non fu un evento cult generazionale, semmai un perfetto sci-fi buddy movie ancorato nel genere degli anni ’90 e figlio del suo tempo, ma soprattutto perché rifiuta quasi ogni richiamo ai vecchi film per provare la strada del reboot, pensando che a qualcuno potesse interessare questa storia ormai superata da tutto il cinema commerciale dell’ultimo decennio.

Sceglie tale strada dimenticando le basi più banali e essenziali (creare una storia avvincente, dare una backstory al tuo protagonista, dare motivi per cui tutto ciò che accade) e dimenticando anche l’essenza dei vecchi film. Qui i protagonisti diventano quasi delle spie internazionali che girano il mondo come fossimo in Mission: Impossible (magari). In realtà, la fortuna del primo film era quella di essere un retaggio dei B movies anni ’80 ai cui echi carpenteriani si aggiungeva il cinema commerciale degli anni ’90.

Forse la parola disastro è quella che meglio si abbina a Men in Black: International.

Poiché, oltre a non aver capito la saga che vorrebbe continuare, oltre ad aver sottovalutato i dettami basilari per portare avanti un blockbuster, porta tutto avanti nella noia e nell’assenza di vera eccitazione filmica. Costringe due buoni attori a fare le figurine (soprattutto Hemsworth, che qui più del belloccio stupido non fa),  e ne annulla completamente la chimica.

Non che le aspettative fossero alte, naturalmente. Non che da una saga ormai a corto di benzina si potesse aspettare l’improvvisa resurrezione. Ma che nel caldo afoso, quando qualcuno cerca refrigerio nelle sale cinematografiche per gustarsi due ore di divertimento, si trovasse un film che almeno rispetti le basi del mestiere, è il minimo. Utopia, vedendo e subendo Men in Black: International fino alla fine.

E allora sparaflashateci tutti, fateci dimenticare l’esistenza di questo film, e semmai torniamo a ridere con la prima avventura dei Men in Black.

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Emanuele D’Aniello

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