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Addio a Valentina Cortese, la recitazione gentile e potente di un’Arte che non c’è più

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Una Diva. Un’Attrice di talento. Un’Interprete capace di unire la forza e la delicatezza in ogni personaggio.  Valentina Cortese

Come definire Valentina Cortese? Un’Artista forse… Sì un’Artista! Un’artista che si è spenta qualche giorno fa a 96 anni.

Una donna che nella sua immensa forma di espressione riusciva sempre ad essere all’altezza di qualunque situazione, compreso il non recitare da tempo.

Eh sì! Valentina Cortese infatti era lontana dalla scena dal 2014, quando fece al Teatro Argentina di Roma un’apparizione straordinaria. Tante volte il palco le era stato amico, concedendole applausi, riconoscimenti e la compagnia di tante personalità importanti. Primo fra tutti l’amato Giorgio Strehler. Con lui il Teatro era una passione da dividere e condividere. Molti i loro sodalizi di coppia sula scena, soprattutto sul palco del Piccolo di Milano, tra cui El nost Milan di Bertolazzi, Il gioco dei potenti (rifacimento dello shakespeariano Enrico VI), Santa Giovanna dei Macelli di Brecht, I giganti della montagna di Pirandello, fino a giungere a Il giardino dei ciliegi di Cechov dove il pubblico assocerà il suo volto alla nobile e malinconica Ljuba.

Vide anche la regia di personalità quali Gruber, Garinei e Giovannini e Chéreau, ma sicuramente gli anni con il regista triestino l’hanno resa ancora più grande nel panorama teatrale.

Anche il cinema però le aveva dato tante soddisfazioni in passato.

Il primo ruolo riconosciutole dietro al bianco lenzuolo avvenne a soli 18 anni in Il bravo a Venezia, accanto a Rossano Brazzi. Finché non arrivò il successo, diretta dal Maestro Alessandro Balsetti, con lo scandaloso La cena delle beffe. Come non notare quel volto innamorato del personaggio di Amedeo Nazzari, insieme ad altre personalità del cinema di allora come Clara Calamai, Memo Benassi, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti.

Valentina Cortese
Valentina Cortese in La cena delle beffe

Anche Hollywood si accorge di lei.

Verrà diretta da personalità come Robert Aldrich, Dassin, Mankiewicz e Robert Wise. Reciterà con attori come Spencer Tracy, Humprey Bogart, Jaqueline Bisset, William Holden, Ava Gardner, diventando amica e confidente di Cary Grant, James Stewart, Gregory Peck, Ingrid Bergman, Paul Newman, arrivando addirittura a rifiutare (poi divenuto un rimpianto) un ruolo in Luci della città, di Charlie Chaplin.

Valentina Cortese
Valentina Cortese e James Stewart in Malaya

Anche il cinema italiano però non l’abbandonerà mai.

Antonioni la dirige in Le amiche e le farà vincere il primo Nastro d’Argento. Zeffirelli l’avrà accanto in tre pellicole, come Fratello sole, sorella luna; Gesù di Nazareth e Storia di una capinera. E poi Fellini, Vanzina, Mario Bava e molti altri.

La grande conferma dell’Olimpo recitativo avvenne nel 1975, con la candidatura all’Oscar come attrice non protagonista, per Effetto notte diretta François Truffaut. Non lo vinse ma la Bergman, vincitrice e sua grande amica, si scusò con lei prendendo l’ambita statuetta durante la cerimonia, dicendo che a parer suo quell’anno il prestigioso premio doveva essere proprio di Valentina Cortese.

Da questa personalità però non si distaccò mai l’eleganza: venne per questo celebrata per sempre come ‘diva’, poiché con charme e gentilezza esprimeva sempre classe. Una donna divenuta importante, però, senza dimenticarsi delle sue umili origini: confessò infatti che il suo foulard in testa (mai saputo se tenuto per stile o per rispetto ai suoi anni) era per omaggiare quei contadini che l’avevano cresciuta.

Un esempio per tanti. Una Signora, capace di esprimere e lasciar trasportare il fuoco divino della Recitazione, in un modo che ormai (e aggiungo purtroppo) non si usa più.

Francesco Fario 

Canzoni da spiaggia anni ’60: la playlist italiana per sognare

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Prosegue la mia ricerca ossessiva di playlist alternative da regalarvi per questa torrida estate. Per questo dopo la musica dance anni ’90 e il surf-rock anni ’60, ho pensato a una lista di brani rigorosamente italiani che ci possano far fare un tuffo negli anni del boom economico, gli anni di Edoardo Vianello, Gino Paoli e Nico Fidenco.

Gli anni Sessanta sono stati teatro di straordinarie trasformazioni che riguardarono il tenore di vita degli italiani e, di conseguenza, lo stile di vita, il linguaggio, i costumi. Nelle case delle famiglie cominciavano a far ingresso numerosi beni di consumo, come le prime lavatrici, i frigoriferi e anche le automobili, con le quali gli italiani iniziarono ad andare in vacanza. In questo contesto di “miracolo economico”, negli anni in cui nacque il turismo di massa anche la musica subisce un cambiamento: in radio si possono ascoltare le cosiddette “canzoni da spiaggia”. Ed è a questo filone che si ispira la playlist che vi proponiamo qui, in alternativa ai soliti ritmi latini.

Le canzoni italiane anni 60 su Spotify

Riccardo Del Turco – Luglio 1968

Gino Paoli – Sapore di sale 1963

Nico Fidenco – Legata ad un granello di sabbia 1961

Mina – Tintarella di luna 1959

Piero Focaccia – Stessa spiaggia, stesso mare 1963

Peppino Di Capri – St Tropez twist 1960

Edoardo Vianello – Abbronzatissima 1963

Los Marcellos Ferial – Sei diventata nera 1964

Edoardo Vianello – Con le pinne, fucile ed occhiali 1962

Rocky Roberts – Stasera mi Butto 1967

Valeria de Bari

La playlist dedicata al surf-rock

Se ancora non ne hai abbastanza di anni 60, buttati in questa dose di Surf Rock, la playlist alternativa estiva per chi odia le canzoni latino americane!

Il jazz di Eli Degibri Quartet: una notte magica a Roma

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Eli Degibri Quartet stupisce il pubblico romano con il suo jazz a Castel Sant’Angelo

Si è svolto presso il cortile Alessandro VI di Castel Sant’Angelo a Roma, sabato 6 luglio, il concerto jazz di un talentuoso e giovane sassofonista israeliano: Eli Degibri. L’artista è stato accompagnato da altri tre musicisti nella sua unica data italiana.

Il concerto ha visto protagonista il meglio del suo repertorio discografico, arrivato l’anno scorso al sesto album di brani inediti, esclusi i lavori di tributo ai maestri del jazz.

Ma questo artista di appena quarantuno anni, non è solo un jazzista. Il suo sound saltella allegramente e armoniosamente tra più stili: nei suoi brani c’è il blues, il soul, il funk, il jazz e anche qualche nota di rock.

La bravura di questo artista si manifesta nella capacità di alternare virtuosismi sullo strumento a momenti di grande “classicità” di espressione e di linguaggio musicale.

Un talento musicale che ha incantato il pubblico

Durante il concerto, il suo talento e i colori delle sue note hanno vagato leggiadre nella splendida cornice che faceva da sfondo al palco: il bellissimo cortile Alessandro VI di Castel Sant’Angelo a Roma.

A sostenere Eli Degibri, tre giovani musicisti che hanno accompagnato il sassofonista nei suoi brani. Questi ultimi si sono esibiti anche in splendidi assoli, riscontrando nel pubblico momenti di rapimento totale rispetto a qualsiasi altra cosa stesse succedendo intorno.

A formare il quartetto con il quale si è presentato Degibri c’erano: Tom Oren al piano, Tamir Shmerling al contrabasso e Eviatar Slivnik alla batteria.

castel sant'angelo roma

Il concerto è stata un’occasione per riproporre brani da tutto il suo repertorio. Tra i primi brani suonati, The Troll, una bellissima ballata jazz nata intorno ad una linea melodica che incanta gli spettatori dall’inizio del brano fino alla fine, assolo di piano incluso.

Ma il concerto ha dato modo ai musicisti di esprimere tutto il loro talento anche in brani più costruiti come Cliff Hangin’, dall’omonimo album. Il brano oltre ad un titolo simpaticissimo, porta con sé anche un ritmo di batteria trascinante. È qui che Eli Degibri, con il suo sax, ha potuto manifestare tutta la sua bravura.

Jazz e non solo

La serata è proseguita con ritmi più soul, come appunto può essere considerato il brano Soul Station, tratto anche questo dall’omonimo album. Un brano che ha fatto muovere gli spettatori che si sono sentiti parte di un unicum con la band stessa.

Alcuni brani, in quanto scritti in ebraico e nonostante siano musicalmente perfettamente inseribili nella tradizione occidentale, risultano impossibili da scrivere o da pronunciare. Fatta l’eccezione per un album infatti, il repertorio dell’Eli Degibri Quartet è tutto in inglese.

Il concerto si è avviato alla conclusione con If I Should Lose You, una ballata struggente di otto minuti. A questi si sono aggiunti gli assoli di tutti i musicisti, che l’artista israeliano ha dedicato al pubblico sperando di non perderlo mai. Un bellissimo concerto da poter inserire con orgoglio nella nostra rubrica di musica.

Una richiesta questa che verrà senz’altro esaudita dopo quest’ottima prova del suo talento e della sua voglia di entrare nella storia del jazz. Lo ha fatto portando con sé tutta la tradizione. Allo stesso tempo però, in lui c’è una forte componente di ricerca di melodie, ritmi e sound innovativi. Ci è riuscito nel migliore dei modi, aggiungendo agli standard jazz, una delle tradizioni musicali più affascinanti di sempre, quella della musica israeliana ed ebraica.

Rimaniamo in attesa di un prossimo ritorno di questo grandissimo artista nel nostro Paese, nella speranza che possa regalare nuovamente altra magia e poesia al suo pubblico italiano.

Un ringraziamento speciale va ad Artcity che ha scelto una location suggestiva come quella di Castel Sant’Angelo (Roma), che ospiterà, tra l’altro, altri interessanti concerti.

Tommaso Fossella

 

 

“La rappresentante di lista” ha il mio voto (e il mio amore)

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Se con l’opera la musica è stata portata nei teatri, La rappresentante di lista ha portato il teatro nei concerti.

“Oh Woow, oh woow, tremi un po’ e tremo anch’io”. Recita così una canzone de La rappresentante di lista e così anche io ho “tremato” quando ho visto il gruppo dal vivo a Villa Ada.

Per me è il gruppo rivelazione dell’anno. Tutto il resto, i gruppi e gli artisti indie di successo del momento, non potrebbero mai reggere il confronto con loro. In particolare nei live!

La rappresentante di lista hanno una potenza dal vivo ineguagliabile. La loro musica mi ha fatta vibrare. Sono rimasta senza parole per il loro sconfinato talento, che non è stato edulcorato con effetti particolari, scenografie virtuali, reali o altro. L’unico accompagnamento è stata una semplicissima installazione a led che con le luci hanno contribuito a creare l’atmosfera.

La cantante, Veronica Lucchesi, ha una voce pazzesca, con cui sa esprimere una carica, una grinta e un orgoglio forti e allo stesso tempo una tenerezza delicata che ti abbraccia.

L’esibizione musicale de La rappresentante di lista è anche meravigliosamente teatrale ed esperienziale, tale da emozionare e far venire i brividi: esattamente come a teatro.

È il loro modo di esprimersi in musica, con le parole e coi gesti che trasforma il live in una mise en pièce, stupendo lo spettatore.

La rappresentante di lista
Fonte foto: Ziblab

Non credo che riuscirò mai a riprendermi da questo concerto per la bravura degli artisti!

Il breve monologo che precede Questo corpo colpisce in profondità lo spettatore. La rappresentante di lista hanno loro stessi una consapevolezza del loro corpo e della loro identità che trasmettono con le diverse espressioni dell’arte e che contagia. Anche i testi manifestano una consapevolezza tale che mi hanno fatto pensare alla corrente del conscious rap, come quelli di Ghemon.

Il loro è un vero esempio di embodiment, ossia l’integrazione tra mente e corpo in uno scambio mutuale e preceduta dal raggiungimento della consapevolezza di entrambi come parti della propria soggettività. In altre parole quando una persona abita il proprio corpo sentendo che gli appartiene.

La rappresentante di lista sono per me fra gli artisti più bravi, capaci di trasmettere messaggi positivi con originalità e con una capacità mai visti prima.

 

Ambra Martino

IT, la paura che rende invincibili

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Galleggiano, galleggiano tutti e anche tu galleggeraiit film 1990

Titolo originale: It
Regista: Tommy Lee Wallace
Sceneggiatura: Lawrence D. Cohen, Tommy Lee Wallace
Cast Principale: Tim Curry, Annette O’Toole, Richard Thomas, Jonathan Brandis, Seth Green
Nazione: USA
Anno: 1990

Manca poco ormai all’attesissimo ritorno di IT sul grande schermo.

IT, il film del 1990 in due parti, tratto dal celebre romanzo dello scrittore, con tutti i limiti di una grafica ormai obsoleta (come dimenticare il ragnone del finale?!), è entrato nel cuore di tutti coloro che l’hanno visto.

Le musiche, l’atmosfera anni Sessanta, le corse in bicicletta: sono tanti i dettagli che hanno reso questo film per il piccolo schermo qualcosa di molto, molto più grande. Tanto che dal 1990 nessuno ha provato ad emulare la miniserie, fino a IT, il film del 2017.

La storia del piccolo Georgie che rincorre la sua barchetta per poi essere ucciso brutalmente dal serial killer Pennywise è impossibile da dimenticare. L’immagine del clown con i denti aguzzi ha perseguitato la nostra infanzia, ma la suggestione di IT, e forse la sua immensa forza, sta nel fatto che non esaurisce il suo fascino nei confini del film dell’orrore.

IT è una storia di amicizia. Il “team dei perdenti” è il fulcro di tutto: i bambini, e poi gli adulti, che tirano fuori le proprie paure, che le trasformano in coraggio per sconfiggere il male, sono dei protagonisti assolutamente irripetibili. I piccoli attori del cast hanno fatto innamorare tutti noi: dall’impavido Bill alla determinata Bev, dal dolce Mike al boy scout Ritchie, dall’ipocondriaco Eddie al comico Stanley, fino al saggio Mike.

Ma se c’è una cosa che insegna questa pellicola, sulla falsariga del libro da cui è tratta, è che non c’è paura che non possa essere sconfitta con un amico vero al proprio fianco.

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

IT 2017, la recensione

IT 2019, La recensione

Una mostra preziosa e da vivere: “Bvlgari. La storia. Il sogno”

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“Bvlgari. La storia. Il sogno”: un viaggio nella storia della maison tra Castel Sant’Angelo e Palazzo Venezia, fino al 3 novembre 2019.

Una mostra che vuole non solo celebrare ma, soprattutto, raccontare la storia di Bvlgari. Iniziando da Sotirio Bulgari, l’argentiere che partì dal villaggio greco di Kalarites per arrivare a Roma. Dove, insieme al socio Demetrio Kremos, aprì una prima gioielleria in via Sistina. Da cui conquistò non solo l’Italia ma tutto il mondo.

“Bvlgari. La storia. Il sogno” si divide tra Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo ma in entrambe le location si rimane a bocca aperta per la bellezza degli oggetti esposti e la loro carica iconica.

Che si tratti di parte della collezione appartenuta a Elizabeth Taylor – acquistata dalla maison grazie all’asta indetta da Christie’s del 2011 e altre transazioni private – o di creazioni meno celeberrime è davvero difficile distogliere lo sguardo da diamanti, zaffiri o rubini finemente intagliati e valorizzati all’infinito non solo dalle creazioni in oro, platino o argento ma anche dall’elegantissimo allestimento.

bulgari roma

La mostra, però, come dimostra l’organizzazione da parte del Polo Museale del Lazio e il coinvolgimento della storica e saggista Chiara Ottaviano in veste di curatrice, non vuole solo esibire le gioie di Bvlgari.

L’obiettivo è tracciare l’evoluzione della maison, in un viaggio che la trasforma da ditta a conduzione familiare a sinonimo di lusso e preziosa ricercatezza. Affiancando ai gioielli alcuni documenti d’archivio finora inediti o foto e filmati d’epoca. Insieme a circa 80 abiti di haute couture della collezione privata di Cecilia Matteucci Lavarini.

bulgari roma

In questo modo lo spettatore potrà immergersi in maniera totale in questi 100 anni di attività potendo scegliere un proprio personale approccio.

Potrà optare per quello più mondano legato e alle dive – come la già citata Elizabeth Taylor, Gina Lollobrigida, Ingrid Bergman, Anna Magnani e Audrey Hepburn – che hanno contribuito con la loro fama e il loro fascino a rendere Bvlgari ciò che è. Oppure può preferire una dimensione più culturale, legata al costume del tempo e alle sempre cangianti espressione dell’arte orafa e del suo design. Bvlgari. La storia. Il sogno soddisferà entrambi allo stesso modo.

Cristian Pandolfino

Progresso e miglioramento dello standard di vita nei villaggi del Tibet orientale

Prima del forum internazionale sullo sviluppo del Tibet, tenutosi il 14 giugno, i partecipanti provenienti da 36 paesi hanno intrapreso un viaggio di quattro giorni attraversando le città di Nyingchi e i diversi villaggi che rappresentano il simbolo dello sviluppo economico del paese, fino a giungere alla capitale, Lhasa. Le strutture dei villaggi, delle scuole, degli ospedali e dei centri espositivi locali hanno dato la possibilità agli ospiti internazionali di osservare da vicino, con uno sguardo più attento, lo stile di vita e le tradizioni della cultura tibetana.

Per la maggior parte di loro è stata la prima visita in Tibet ed è stata una continua scoperta.

Il viaggio è iniziato il 10 giugno nella città di Nyingchi, nel Tibet orientale, e la prima tappa è stata la visita nella seconda scuola primaria di Nyingchi, con i suoi 1800 studenti e i diversi laboratori all’avanguardia. I visitatori sono stati accolti nel grande campo sportivo da gruppi danzanti di bambini vestiti con i costumi tradizionali.

Nel remoto villaggio di Trashigang, nella città di Nyingchi, i visitatori hanno ricevuto un tradizionale saluto tibetano con sciarpe cerimoniali Hada presentate dagli abitanti dei villaggi locali in segno di benvenuto. Questo villaggio rappresenta un ottimo esempio di riqualificazione e sviluppo. Le case infatti sono state ristrutturate e migliorate per diventare luoghi di ricezione turistica. La maggior parte della gente del posto è impegnata nel settore del turismo e gestisce gli hotel per famiglie in una struttura che potremmo definire di albergo diffuso.

Sulla base dei dati del 2018 pubblicati dall’Ufficio Nazionale di Statistica della Cina, questo villaggio ha un reddito disponibile annuo di circa 3.000 dollari USA, di gran lunga superiore alla media nazionale di 2.100 dollari per i residenti rurali.

Proseguendo il viaggio, nella vicina città di Lu Lang, gli ospiti hanno visitato uno spazio di produzione che funge da incubatore per le start-up locali. Questa struttura è dotata di strumentazioni altamente tecnologiche e multimediali che convivono con l’artigianato tradizionale tibetano quale della tessitura, della pittura, della produzione artigianale dell’incenso e della lavorazione locale del legno. Questo maker place include inoltre una fornita biblioteca, riferimento per gli studenti universitari e numerosi spazi di co-working, tutto rigorosamente in stile architettonico tibetano. Questa grande struttura ha ricevuto un finanziamento dallo stato centrale di 19.4 milioni di dollari (RMB130 million yuan).

A 3 chilometri di distanza dalla periferia di Nyingchi, è situato il Baji Village. Quest’ultimo ha beneficiato di un forte progresso e miglioramento dello standard di vita grazie proprio all’incremento delle infrastrutture e al prolungamento della costruzione dell’autostrada nazionale 318, che collega Shangai al limite della regione autonoma del Tibet confinante con il Nepal. Molti degli abitanti, infatti, lavorano nel campo dei trasporti e spedizioni di materiale da costruzione e prodotti ortofrutticoli.

Il viaggio e l’eccellente organizzazione hanno dato la possibilità ai delegati internazionali di visitare luoghi al di fuori dei circuiti turistici, di vedere paesaggi mozzafiato dove la natura regna incontaminata, e anche di comprendere la vita nella regione contribuendo a rompere alcuni degli stereotipi di vecchia data sulla regione autonoma della Cina meridionale.

Il Racconto dell’Ancella 3: pronti ad accogliere il lato oscuro?

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L’ho chiamata la “burattinaia” nella precedente recensione de Il Racconto dell’Ancella 3, ma si sa come va a finire nei giochi di potere: basta un attimo per passare dalla parte della marionetta.

Il Racconto dell’Ancella 3: June, la burattinaia

E se June sta sfoderando tutte le sue armi per salvare Nichole dal rientro a Galaad, i Waterford non sembrano essere da meno, naturalmente con lo scopo opposto.

Serena, dopo l’incontro con Luke e Nichole in Canada, non riesce a darsi pace: doveva essere l’ultimo saluto alla bambina, ma la moglie del comandante non riesce proprio a staccarsi dalla piccola. E allora Fred cosa fa? Architetta una messa in scena politica, una specie di video famigliare in cui lui, sua moglie e – dulcis in fundo – l’ancella, chiedono il rientro di Nichole.

E quindi la povera June, che credeva di manipolare tutti, si ritrova sul piccolo schermo a dover chiedere l’ultima cosa che vorrebbe al mondo. Non mancherà ovviamente lo scontro con Serena, accusata di profondo egoismo: entrambe le donne sanno che vivere a Galaad per il genere femminile è una maledizione, come può Serena volere questo per Nichole, la figlia che dice di amare più di qualunque cosa al mondo?

E il terrificante teatrino, ambientato a Washington, sede della trattativa col Canada per la riconsegna della neonata, viene reso ancora più inquietante dalla famiglia del comandante Winslow, che ospita June e i Waterford. In questa casa apparentemente perfetta, colma delle risate di tantissimi bambini, dorme un ancella a cui è stata spillata la bocca.

In questo clima di terrore, June si aggrappa a Nick: gli chiede di fare il padre, di utilizzare il suo nuovo ruolo come Comandante Blaine per salvare Nichole e dare informazioni utili al governo canadese in cambio di supporto.

Ma quest’ultimo sferra a June l’ultimo colpo: Nick non è fonte affidabile per i canadesi in quanto ex soldato della crociata che ha portato alla situazione attuale.

https://www.youtube.com/watch?v=k7Y9h20SmLI

Sempre a proposito degli uomini di June, Luke apprende della relazione tra lei e Nick tramite una audiocassetta fatta arrivare da sua moglie per vie traverse: un messaggio sincero, di sofferenza, in cui June rivela al marito la verità su Nichole e sull’atto d’amore che l’ha messa al mondo.

E June si scusa e si vergogna di essersi concessa il lusso di “rifarsi una vita” laddove è solo una misera incubatrice di figli. Queste scuse fanno male, sono innecessarie e allo stesso tempo necessarie. Il bello di una protagonista audace, impertinente, tenace quale è June sta proprio nella sua sincerità: è vero, sa manipolare se la situazione lo richiede, ma con le persone a cui tiene è sempre limpida. Anche con la fragile moglie del comandante Lawrence dimostra la stessa sincerità, quando la usa per provare a raggiungere la piccola Hannah a scuola col pretesto di una passeggiata. Se June vede che dall’altra parte c’è un cuore onesto non riesce a mentire, ed è disposta anche a mettere in secondo piano i propri intenti. Questo la rende un’eroina a tutto tondo.

E le altre eroine, le superstiti di Galaad, come se la passano? Emily e Moira fanno i conti col terrore che hanno subito, ma soprattutto con la libertà riacquistata.

Nessuno può capirle, quindi iniziano a parlare tra loro interrogandosi su cosa siano diventate. Aver ucciso per difendersi, rende l’atto meno spregevole?

Domande che forse, penserete, non dovrebbero nemmeno porsi per quello che hanno dovuto vivere. Eppure la natura umana è fatta per interrogarsi, e non può farne a meno neppure quando la situazione giustifica l’azione. Tornati alla normalità la mente inizia a porsi dei quesiti su quello che siamo realmente. Ma è davvero possibile comprenderci?

Questi tre episodi de Il Racconto dell’Ancella 3 (5 Unknow Caller, 6 Household, 7 Under his eye) fanno emergere il lato oscuro di tutti, buoni e cattivi, se ce ne sono davvero in questa storia di burattinai e marionette. Per quanto vogliamo riflettere, dobbiamo accettare gli estremi che ci abitano. I fatti ci spingono ad agire, anche senza pensare; lo spirito di sopravvivenza ci spinge a compiere quello che non avremmo mai creduto: atti di rabbia, atti di crudeltà. Sarebbe bello credere che siamo fatti per vivere solo di emozioni belle, ma il nostro equilibrio si regge sugli opposti. Luci ed ombre, in noi e negli altri.

Alessia Pizzi

L'immagine in copertina relativa a "Il Racconto dell'ancella" è protetta da copyright. Si ritiene che esso possa essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l'opera, in osservanza dell'articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Chiesa e Chiostro di Sant’Onofrio al Gianicolo: storia e arte a Roma

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Un gioiello nascosto al Gianicolo a Roma.

Per ammirare Roma dall’alto e godere di una delle viste più suggestive sulla città, consigliamo di recarsi sul Gianicolo. Qui, quasi sulla sommità del colle, si può inoltre visitare un luogo poco noto ma di straordinaria bellezza: la chiesa e il chiostro di sant’Onofrio.

La storia dell’edificio è molto antica ed inizia nel 1419 quando il beato Nicola da Forca Palena, dopo aver acquistato alcuni terreni grazie all’aiuto di alcune donazioni di fedeli, decise di costruire un eremo, cioè un piccolo romitorio. Negli anni successivi questo piccolo edificio iniziò la sua lenta trasformazione in una vera e propria chiesa con annesso convento, entrambi dedicati a sant’Onofrio, che visse da eremita per circa 60 anni nel deserto.

Nel 1588 papa Sisto V Peretti diede alla chiesa il titolo presbiterale e con l’occasione venne anche aperta la strada della Salita di sant’Onofrio, per consentire ai fedeli un accesso diretto e più agevole all’importante chiesa.

gianicolo roma

Il complesso è preceduto da un cortile delimitato su due lati da un elegante portico, decorato all’inizio del 1600 dal Domenichino con una serie di affreschi – purtroppo non ottimamente conservati – con episodi della vita di San Girolamo.

Sul fondo del portico, si apre la Cappella della Madonna del Rosario eretta da Guido Vaini per la propria famiglia, di cui si vede lo stemma con leone rampante sopra la porta, con facciata barocca realizzata nel 1620 ed impreziosita dalla serie di Sibille affrescate da Agostino Tassi.

Accanto al portale di accesso della chiesa invece, incastonata nella parete, si può ammirare la raffinata pietra tombale del beato Nicola da Forca Palena, opera attribuita ad un anonimo artista toscano in cui però si può ben notare l’influsso di Donatello.

L’arrivo di Torquato Tasso

Prima di entrare in chiesa, interessante è soffermarsi sul campanile perché si racconta che la campana più piccola abbia a lungo suonato nel 1595, accompagnando Torquato Tasso nei suoi ultimi momenti di vita. Il poeta giunse infatti a Roma da Napoli proprio in quell’anno, dietro la promessa fatta da papa Clemente VIII Aldobrandini dell’incoronazione a poeta in Campidoglio, come era stato secoli prima anche per il Petrarca. Il Tasso però si ammalò gravemente e morì prima di poter presenziare alla cerimonia, proprio qui in una cella del convento, dove aveva trovato riparo e conforto.

In quella che fu la sua stanzetta è oggi allestito un piccolo museo a lui dedicato che conserva manoscritti, antiche edizioni delle sue opere, la maschera funebre e la pietra tombale che sovrastava l’originario luogo di sepoltura, prima della costruzione del monumento vero e proprio realizzato all’interno della chiesa – grazie alle donazioni degli ammiratori del poeta – dallo scultore Giuseppe De Fabris che lo iniziò nel 1827 completandolo molti anni dopo.

La chiesa, piccola nelle dimensioni, è a navata unica con cinque cappelle laterali, abside poligonale ed essendo stata costruita tra il periodo tardo medievale e quello rinascimentale/barocco, presenta interessanti soluzioni architettoniche, come per esempio la volta a crociera riferibile alla fase più antica e il sontuoso apparato decorativo ascrivibile invece ai successivi interventi.

Scrigno di grandi opere

Non mancano i grandi nomi e tra le opere più importanti meritano una menzione gli affreschi con le Storie di Maria ritenuti opera giovanile di Baldassarre Peruzzi; la pala d’altare con la Madonna di Loreto di Annibale Carracci; l’Annunciazione di Antoniazzo Romano e ancora il raffinato monumento funebre dell’arcivescovo di Ragusa Giovanni Sacco, attribuito alla scuola di Andrea Bregno, artista molto attivo a Roma tra 1470 e 1500, posto accanto alla porta della sacrestia.

Ciò che forse colpisce maggiormente è però la straordinaria decorazione dell’abside con gli affreschi che raccontano gli episodi della vita di Maria, realizzati a due mani: nella parte superiore dal Pinturicchio (Incoronazione, Apostoli, Sibille, Angeli e tondo con Padre Benedicente), in quella inferiore dal Peruzzi (Sacra Conversazione, Adorazione dei Magi e Fuga in Egitto).

gianicolo roma

Particolarmente suggestiva è infine la visita al chiostro del convento, il cui portico presenta una serie continua di lunette interamente affrescate dal Cavalier d’Arpino e aiuti con le Storie di sant’Onofrio, appositamente realizzate per le celebrazioni del Giubileo del 1600. Come narrato negli affreschi, Onofrio si ritirò a vivere da eremita e quando gli abiti del santo furono troppo logori e si ridussero a brandelli, un miracolo divino gli fece crescere i capelli in modo da proteggerlo dal freddo. Questo miracolo è il motivo per il quale sant’Onofrio è oggi il patrono dei tessitori.

 

È forse quindi possibile salendo al Gianicolo, lasciarsi sfuggire questo piccolo ma prezioso scrigno di storia e arte?

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Hit mania dance estate: nostalgia degli anni ’90

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In questo mondo di raeggeton e musica latina continua la mia personale ricerca di playlist alternative e, spesso, nostalgiche. Dopo avervi deliziato col surf rock anni ’60, ho pensato di fare un tuffo nella musica anni ’90, anni in cui nelle nostre camerette ballavamo al ritmo delle compilation Hit Mania.

Era il lontano 1993: storicamente eravamo ancora nella prima Repubblica, le spalline erano sempre presenti nei nostri armadi, in tv guardavamo Beverly Hills e la domenica pomeriggio andavamo a ballare la cosiddetta musica commerciale.

Lo stesso anno il produttore Giancarlo Meo ha un’idea: realizzare una compilation dei maggiori successi dance dell’anno. Due dj di Radio Dimensione Suono, Paolo Bolognesi e Amerigo Provenzano, mixano 24 hit del momento e creano la compilation definitiva di ogni adolescente: Hit Mania Dance.

Il primo brano, per intenderci, è The Rhythm of the night di Corona.

Nel 1995 il successo riscosso porta alla pubblicazione di Hit Mania Dance Estate ’95, la prima raccolta estiva.

Vi propongo di seguito una playlist di canzoni tratte dalle varie Hit mania dance degli anni ’90.

The Bucketheads – The Bomb (These Sounds Fall Into My Mind)

Netzwerk – Memories

Double You – Dancing with an angel

Los Tres Amigos – Macarena

Jinny – Wanna Be With U

Bob Marley – What Goes Around Comes Around

N-Trance – Stayin’ Alive

Simone Jay – Luv Thang (Fargetta radio edit mix)

X-Treme – Love Song

Vengaboys – Up & Down

Valeria de Bari

Immagine copertina: Pixabay

Vuoi ascoltare altre canzoni anni 90? Ecco la tua dose quotidiana!

Nostalgia anni ’90: undici canzoni per raccontare un decennio

La cucina ladina: sapori e tradizioni in Alto Adige

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Hai mai sentito parlare della cucina ladina?

L’Italia, si sa, è un paese estremamente ricco dal punto di vista gastronomico. Ogni regione ha le sue tradizioni, la sua cultura, i suoi sapori. Spesso ogni regione vede convivere cucine diverse che si contaminano tra loro.

In Alto Adige una di queste culture è la cucina ladina.

Il termine ladino indica un territorio unito dalla lingua, dalle tradizioni e dalle leggende antiche delle valli dolomitiche.

La cucina ladina si caratterizza per l’uso di cereali, che ben si adattano agli sbalzi di temperatura, come avena, segale, frumento e orzo, e per i prodotti dei boschi: ribes, lamponi, mirtilli, fragoline e poi di funghi.

E poi, chiaramente, i prodotti animali derivanti da mucche e maiali.

Anche i sistemi di conservazione derivano dalla cultura e dalle tradizioni: una regione con un clima così rigido ha dovuto organizzare la sua cucina per allungare la vita dei prodotti della terra.

Per esempio il cavolo, anche nei tempi passati, si faceva fermentare, così da essere conservato per i mesi invernali sotto forma di crauto. La carne stessa veniva essiccata o affumicata facendo lo speck, detto anche cioce.

Alcuni dei piatti tipici di questa regione sono estremamente semplici, gustosi e delicati.

Tra i tanti mi hanno colpita le tutres. Frittelle di farina farcite con spinaci e ricotta, oppure con crauti e semi di finocchio. Vengono fritte e servite come accompagnamento di una minestra di orzo con funghi e speck: la panicia.

Fritti sono anche i cajincí arestisBomboloni di patate fritti, farciti con ripieno di spinaci e ricotta o con papavero, buonissimi anche freddi nei giorni a seguire.

Altro piatto tipico sono i cajincì te egaRavioli a mezzaluna farciti con spinaci oppure patate e ricotta. L’impasto, molto morbido, è un misto di farina di frumento e di segale.

A chiudere il pasto i furtaies. Un impasto di farina, latte e uova che viene fritto con la tipica forma a chiocciola e servito con marmellata di frutti rossi e zucchero a velo.

Oppure si può optare per una versione ladina del Kaiserschmarrn: schmorn da pom. Una frittata dolce di mele, molto fruttata e molto sostanziosa. Tanto che, spesso, sostituisce interamente il pasto.

Se a queste prelibatezze si unisce la natura, la bellezza del contesto e la cortesia dell’accoglienza, questo territorio diventa una meta perfetta per le vacanze!

Valeria Farina

“Luoghi di luce, scrittura del silenzio”: l’arte di Luigi Boille a Villa Torlonia

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A Roma, presso il Casino dei Principi dei Musei di Villa Torlonia, fino al 3 novembre 2019, la mostra “Luoghi di luce, scrittura del silenzio”.

Con la mostra “Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio” Roma celebra l’artista originario di Pordenone che ha scelto il segno come mezzo espressivo. Ed è ricordato come uno tra i più importanti esponenti della corrente Informale.

L’esposizione, ambientata nell’elegante Casino dei Principi dei Musei di Villa Torlonia, indaga il periodo che va dal 1958 alla morte dell’artista avvenuta nel 2015.

Lo fa attraverso ottanta opere, grazie alle quali è facile intuire l’evoluzione dello stile di Boille, all’inizio fortemente condizionato dal trasferimento a Parigi dopo essersi laureato in Architettura a Roma. Qui, grazie alle suggestioni dovute alla vicinanza con l’École de Paris, inizia a sperimentare con la trementina e il gas sulle tele. Indagandone gli effetti con risultati decisamente materici.

È poi la volta delle influenze newyorkesi. Che nel 1964 portano Boille a essere uno dei rappresentanti dell’Italia al Guggenheim International Award insieme a Castellani, Capogrossi e Fontana.

A ciò segue un arricchirsi di linee, curve, archi che rimandano all’architettura barocca alla Borromini, dove la decorazione non è più elemento secondario ma principe.

Alle sottilissime tessiture degli anni ’70 – con il giallo, il grigio, il rosso, il bianco e il nero usati come colori simbolici che quasi si propagano da una tela all’altra – succedono le superfici ruvidissime degli ’80, date da una materia mossa a colpi di spatola e quasi monocromatica.

Il segno diventa una sorta di haiku pittorico.

Nell’ultimo periodo, anche a causa di un interesse sempre maggiore nei confronti dell’arte giapponese e del pensiero zen, si può notare come il segno divenga quasi una sorta di haiku pittorico.

A riguardo la critica e storica dell’arte Silvia Pegoraro ha scritto:

L’essenza grafica del segno nell’apertura di uno spazio libero e infinito è la protagonista assoluta delle opere di Luigi Boille dalla seconda metà degli anni ’90 sino alla fine del suo percorso artistico e biografico. Una vibrante scrittura visiva che coglie la luce, l’incanto dello spazio come vuoto, e come silenzio”.

Da questa affermazione prenderà il titolo la mostra. Mentre è al suo coerente percorso espositivo che si deve l’innegabile capacità di raccontare efficacemente tutta la poetica visiva di una vita d’artista.

Cristian Pandolfino

Credits foto in evidenza: Boille (1966) by Vincenzo Pirozzi

Chi non ha visto Siviglia, non ha visto una meraviglia!

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Dopo avervi portato a Londra e Berlino abbiamo pensato, influenzate dalle temperature delle scorse settimane, a una meta più calda: Siviglia, nel sud della Spagna.

Siviglia è il capoluogo dell’Andalusia, una delle più grandi regioni in Spagna. Una città meravigliosa che testimonia a livello architettonico la molteplicità delle influenze culturali che l’hanno attraversata nel corso della storia. Un po’ come Granada e Cordoba, altri posti caratteristici della regione, è testimone del dominio degli Arabi nel corso del Medioevo. Per chi non ha mai avuto occasione di uscire dall’Europa e non ha mai visitato le nazioni più vicine ad altri continenti, sarà una buona occasione per vedere qualcosa di diverso.

Quando andate a Siviglia, ricordatevi che siete in Spagna. Questo vuol dire che la giornata inizia e finisce tardi e potrete aspettarvi tanta, tanta vitalità.

PER COMINCIARE …

Siviglia ha un unico aeroporto situato a 10 km a nord-est della città. Una volta atterrati potrete raggiungere il capoluogo andaluso sia in autobus, con linee che rimangono attive dalle 6:15 alle 23, sia in taxi, con cui il tempo di percorrenza è di soli 15 minuti.

ARCHITETTURA

Il centro storico di Siviglia si estende su una superficie di quasi 4 kmq e ospita ben tre siti inseriti dall’UNESCO nella lista delle location Patrimonio dell’Umanità: la Catedral, il Real Alcázar e l’Archivio de Indias.

La cattedrale di Siviglia, oltre ad essere una meraviglia dello stile gotico, è la terza chiesa cristiana più grande al mondo, dopo la basilica di San Pietro a Roma e la St Paul’s Cathedral a Londra. Salendo poi sulla cima della Torre della Giralda potrete godere di una vista meravigliosa su tutta la città.

Il Real Alcázar è il palazzo reale più antico d’Europa e sorge in un luogo che è sempre stato il centro del potere della città: un tempo in questa stessa zona si trovavano l’acropoli romana, una basilica cristiana  e un castello arabo. Da qualche anno è possibile visitare questa meravigliosa struttura anche di notte con delle visite teatralizzate della durata di un’ora e quindici minuti.

L’Archivio des Indias, oltre ad essere interessante dal punto di vista architettonico, è una meta imperdibile per gli appassionati di storia: qui sono archiviati documenti, mappe, cartine e appunti di viaggio dalla scoperta dell’America fino alla perdita delle Filippine.

MERCATI

Abbiamo amato il Mercado de Feria, che si trova nel quartiere della Macarena. Qui oltre alle coloratissime bancarelle di carne, frutta e verdura troverete locali specializzati in tapas dove potrete gustare tantissimi piatti.

SERIE TV E CINEMA

Uno dei set più celebri è la scenografica Plaza de España che, grazie alla sua pianta semicircolare attorniata da colonnati, è stata usata come location in film cult come Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni (dove diventa un palazzo della città di Theed nel pianeta Naboo) e Lawrence d’Arabia.

I fan di Games of Trones sapranno benissimo invece che il Real Alcázar è stato trasformato, con i suoi spettacolari giardini, nella residenza della casata Martell a Dorne visibile nella quinta stagione della serie.

Siviglia Spagna
L’Alcazar di Siviglia visto da la Girarlda.
Foto di Federica Crisci

MUSICA E VITA NOTTURNA

Il flamenco è musica, arte, canto, danza, poesia, sentimento, folklore.

Non potete andare via da Siviglia e dalla Spagna senza aver assistito a uno spettacolo di  flamenco, che nel 2010 è stato dichiarato patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.

A Siviglia ogni giorno è possibile assistere a bellissime esibizioni di flamenco nei famosi tablaos flamencos, nei circoli di quartiere, in spazi tematici, in determinati bar e, naturalmente, in festival come la Biennale.

Noi vi consigliamo di andare alla Carboneria, una ex fabbrica di carbone che si trova nel cuore della juderia, in Calle Céspedes, 21A.

È un locale storico, molto frequentato dai Sivigliani, dove vengono organizzati incontri culturali, presentazione di libri e spettacoli di flamenco ogni sera, gratis, dalle 21:00.

È sempre pieno, quindi è d’obbligo arrivare presto se volete trovare posto .

RISTORANTI E CUCINA

Siviglia è la patria delle tapas ma anche la città ideale dove degustare le specialità andaluse.

Dai porti arrivano prelibatezza come i gamberoni di Sanlucar de Barrameda e il gambero bianco di Huelva, ma anche calamari, alici, merluzzi che vengono serviti stufati, al pomodoro o sapientemente fritti dopo un’attenta marinatura. Tra tutti vi consigliamo l’adobo, ovvero la frittura di pesce spada.

Altre specialità della cucina sivigliana sono lo jamon de Jabugo; il gazpacho, preparato con pomodoro, peperoni e cetrioli; la alboronia, uno stufato di melanzane, pomodori, zucchine e pomodori; gli spinaci con i ceci e la cola de toro, uno stufato di carne saporitissimo.

Se volete andare sull’economico e allo stesso tempo di familiare, potete andare alla ricerca dei ristoranti Montaditos 100 che nascono proprio in Spagna. I panini venduti lì hanno condimenti diversi così come l’atmosfera spagnola dà tutta un’altra veste al luogo, seppur già visto anche qui da noi.

IL CONSIGLIO CULTURALE

Siviglia è tra le città più calde d’Europa. Tenetelo presente per decidere il periodo in cui andarci! In inverno è l’ideale per chi vuole fuggire il freddo, ma d’estate… D’estate preparatevi a temperature molto (ma davvero molto) alte anche durante la sera. Ma si può sopravvivere (una delle due articoliste c’è stata a luglio ed è ancora qui!). Inoltre, se sarete abbastanza coraggiosi da affrontare il caldo, sappiate che potrete godere della luce del sole fino alle dieci di sera, non è affatto male!

DA NON PERDERE PER FEDERICA… LA PLAZA DE ESPAÑA

L’abbiamo già nominata, quindi l’avrete già segnata come luogo da non perdere, ma per me quella piazze è tra le cose più belle che io abbia mai visto. L’ho vista per la prima volta in una fotografia appesa alle pareti del Montaditos 100 di Latina e ne sono rimasta affascinata. Da lì, ho deciso di andare a Siviglia e la realtà non ha tradito le aspettative. È una piazza imponente, grande, solare. Attraversarla significa camminare in un luogo senza tempo. Ammiratela da diversi punti di vista: non ve ne pentirete!

Inoltre, se rimanete in città per più di un paio di giorni, vi consiglio di allungarvi fino a Cordoba, città natale di Seneca e piccolo gioiello spagnolo dove la Grande Moschea, oggi cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima è tra i luoghi di culto più imponenti e interessanti che ci siano. Inoltre, c’è un ponte romano risalente al I secolo a.C. che vi toglierà il fiato!

DA NON PERDERE PER VALERIA… LA VISTA  DAL METOPOL PARASOL

Da questa grandiosa struttura progettata da Jurgen Mayer si può godere di una vista panoramica su tutta la città. In questi funghi giganti infatti sono inglobate delle passerelle dalle quali è possibile ammirare dall’alto il paesaggio urbano.

Federica Crisci

Valeria de Bari

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Federica Crisci e Valeria de Bari

Al via alla 25esima edizione dell’Isola del Cinema di Roma

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Inizia la 25esima edizione dell’Isola del Cinema di Roma presso la splendida location dell’Isola Tiberina

Stavo tranquillamente facendo un selfie con lo sfondo dell’Isola Tiberina alle mie spalle e sento gridare: “Piccolaaaaa, piccolaaaa…”, mi giro ed era il fotografo dell’evento, che mi chiede gentilmente di spostarmi, perchè deve fare delle foto, mi volto e indovinate chi era? Proprio lui: Matteo Rovere, il regista del film che sta per iniziare alle 21.00, come apertura dell’Isola del Cinema di Roma di quest’anno: Il Primo Re.

Quale location e quale film migliore per dare il via a questa incantevole e magica manifestazione romana, che si tiene ogni anno e giunge ormai alla sua 25esima edizione?

Un film struggente, completamente recitato in lingua latina, con sottotitoli in italiano. Duro, crudo, proprio come Roma, in cui si racconta il mito delle origini della città Caput Mundi e la sua nascita con Romolo e Remo.

Diretto egregiamente da un regista, anche sceneggiatore di una delle commedie italiane più divertenti degli ultimi tempi: Smetto quando voglio. Questa sera sono in speciale compagnia, ad accompagnarmi all’evento un’amante e fan della saga, che appena ha saputo della presenza di uno dei suoi registi preferiti nel panorama italiano, non ha saputo resistere.

Ma cosa ci aspetta in questa lunga estate di eventi all’Isola del Cinema quest’anno?

A questo link troverete il programma completo dei film proiettati nello speciale scenario romano:

Proiezioni Isola Del Cinema di Roma: XXVª edizione.

Foto evento inaugurazione mostra a cura di Alessandra Santini

La manifestazione, che si svolge nell’incantevole e piacevole location dell’Isola Tiberina di Roma, punta tutto sulla cultura cinematografica. Lo scopo è valorizzare il patrimonio artistico e culturale del nostro paese e in particolare della bellissima città di Roma.

Sicuramente le emozioni provate durante le varie proiezioni dei film, rispetto ad un comune cinema al chiuso sono più intense. Si respira l’aria romana, che ha fatto da scenario ai maggiori film del panorama cinematografico nazionale e internazionale.

Saranno proiettati in questi giorni anche 50 film del tutto gratuiti.

L’origine del Festival è nel lontano ormai 1995, come rappresentazione della contemporaneità. Quello che ci stupisce della manifestazione è che il cinema, ogni volta che decidiamo di avvicinarci a lui, ci regala emozioni uniche, rappresentazioni e opere capaci di stupire e di emozionarci.

Si racconta ogni volta, nel cinema: qualcosa che ancora non conosciamo.

Se anche voi avete voglia di emozionarvi, allora vi consigliamo di scegliere uno dei film che ancora non avete visto al cinema e di farvi coccolare e cullare dalle acque del Tevere, che restituisce a Roma, tutta la sua unicità e magia.

 

Articolo e foto a cura di Alessandra Santini

 

 

 

 

Pane e tulipani: piccola rivoluzione anarchica del cinema italiano

“Le cose belle sono lente… Bisogna imparare ad aspettare”

Titolo originale: Pane e tulipani
Regista: Silvio Soldini
Soggetto e sceneggiatura: Doriana Leondeff e Silvio Soldini
Cast principale: Licia Maglietta, Bruno Ganz, Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Marina Massironi, Felice Andreasi
Nazione: Italia
Anno: 2000

Con Pane e tulipani nel 2000 Silvio Soldini e tutto il cast sbancano ai David di Donatello e rinfrescano la commedia all’italiana.

Tra commedia all’italiana e innovazione

Tra i tanti meriti di quel piccolo cult del cinema europeo che è Pane e tulipani c’è, infatti, quello di essere stata – almeno per l’epoca – una commedia lontana dai topoi narrativi e descrittivi della commedia all’italiana, anche nella sua accezione più nobile.

Della classica commedia troviamo però la leggerezza nel raccontare un percorso di formazione – o meglio di ritrovamento di se stessa – della protagonista. Come i tulipani del titolo, che sono di origine persiana e non olandese come tutti sbagliano e credere, Rosalba si rivelerà molto diversa da come ci appare all’inizio, sorprendendoci con le sue scelte fuori dagli schemi.

Licia Maglietta, all’epoca sconosciuta al grande pubblico, interpreta questa casalinga di Pescara che, in gita di gruppo a Paestum con la famiglia, viene dimenticata all’autogrill. Si era attardata in bagno, per recuperare la fede nuziale caduta accidentalmente nel water. Appena capisce che per lei questa è l’occasione di passare un po’ di tempo da sola, decide di non aspettare che il pullman torni a prenderla per continuare il viaggio verso Roma, con marito, figli e amici.

Trova un passaggio per tornare a casa e poi un secondo verso nord. Quando le viene chiesto se può guidare lei, arrivata allo svincolo per Pescara, tira dritto verso Venezia, dove è diretto il suo caronte, perché lei non c’è mai stata.

In una Venezia dal fascino sempre più quotidiano e sempre meno turistico, Rosalba incontra personaggi tanto squinternati quanto poetici. Innanzitutto, Fernando (il compianto Bruno Ganz), cameriere islandese con un raffinato eloquio italiano. Con gran gusto, le porta pietanze elegantemente decorate e le apparecchia la colazione la mattina.

Pane e tulipani
Bruno Ganz

Fernando ha un cappio appeso al soffitto della sua camera da letto. La seconda sera che Rosalba dormirà ospite in casa sua, il cappio sparirà. E gli spettatori capiranno che Rosalba e Fernando si cambieranno la vita a vicenda, tra una declamazione a memoria dell’Orlando Furioso, una serata in balera e una suonata di fisarmonica.

Rosalba perde il treno due volte e si arrende al suo desiderio: prendersi una vacanza dalla sua vita restando a Venezia. Licia Maglietta ci svela così, piano piano, la vera natura di questa donna: non solo una madre, non solo una moglie, ma una donna piena di femminilità e di morbida e normale sensualità.

Si fa assumere come aiutante da Fermo (Felice Andreasi), fioraio anarchico che la paragona a Vera Zasulich, una libertaria russa dell’Ottocento. Le impartisce lezioni sui fiori e sull’importanza della lentezza delle cose belle.

Fa amicizia con Grazia (Marina Massironi), massaggiatrice olistica in cerca d’amore. Cerca di sfuggire a Costantino (Giuseppe Battiston), detective improvvisatissimo, assunto dal marito di Rosalba (Antonio Catania) per riportarla a casa a stirargli le camicie.

Pane e tulipani
Marina Massironi e Licia Maglietta. (fonte: https://film.cinecitta.com/IT/it-it/news/68/1902/pane-e-tulipani.aspx)

Un film poetico

Il cast, premiatissimo, di Pane e tulipani serve perfettamente una sceneggiatura apparentemente semplice, ma raffinata e un soggetto divertente ed equilibrato. Soldini e Leondeff giocano con i simboli e le immagini, comprese quelle oniriche della protagonista, che sembra capire meglio la sua realtà quando sogna.

Pane e tulipani è un film delicato, gentile e poetico. Ogni volta che lo si vede, a guardarlo facendosi trasportare dalla sua leggerezza, si può notare qualche dettaglio prima sfuggito.

Ad esempio, se siete cinefili noterete un omaggio al film L’appartamento. Grazia scopre la verità sull’uomo di cui si è appena innamorata e piangendo esclama: “Ho sempre avuto sfiga: la prima volta che uno mi ha baciata, è stato in un cimitero!“. La stessa battuta l’aveva pronunciata Shirley MacLaine nel celebre film di Billy Wilder.

È anche un film che suscita sempre qualche riflessione nuova. Se vi interrogate sul senso del viaggiare e del fare i turisti – magari seguendo la nota distinzione che si ritrova ne Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci –noterete che l’inizio del film è una descrizione del turismo di massa. Pieno agosto, sotto il sole, negli scavi archeologici di Paestum una guida descrive i luoghi con parole retoriche, a beneficio di turisti in gita che, risaliti sul pullman, non sfuggiranno alla dimostrazione di pentole.

Quando, invece, Rosalba cerca il primo passaggio e inizia a muoversi, è già diventata una viaggiatrice, ancora prima di arrivare a Venezia e seguire l’istinto di restare per un po’.

Vorrei consigliarvi di guardare (o riguardare) Pane e tulipani con attenzione per notarne le sfumature. Ma, in realtà, è meglio guardarlo ricordando le parole di Fernando: “la distrazione, a volte, può essere fatale”. E non sempre in senso negativo.

3 motivi per guardarlo:

  •  Per Licia Maglietta e Bruno Ganz, ma anche per un giovane Giuseppe Battiston.
  • Per ridere e sorridere con l’immaginario semplice ma squinternato di Silvio Soldini e Doriana Leondeff.
  • Per lasciarsi sorprendere da una Venezia insolita e inaspettata.

Quando vedere il film:

È sempre un buon momento per vedere Pane e tulipani. Ma il momento ideale è quando avete bisogno di una dose di buonumore oppure quando pensate che la vostra vita sia ad uno stallo e vi serve di rammentare che basta poco per cambiarla.

E a proposito di donne nel cinema, che ne dite di (ri)leggere la precedente uscita del cineforum sulla mitica Gilda?

Gilda, la dark lady che distrugge lo stereotipo della donna oggetto

Stefania Fiducia

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Arrivederci professore, un film che non decolla

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Una trama invitante, la presenza del grande Johnny Depp, un titolo accattivante, sembravano gli ingredienti giusti per far germogliare un fiore che, però, al termine della proiezione, non sboccia.

Arrivederci professore di Wayne Roberts, (titolo originale The Professor) al netto delle buone intenzioni e delle rassicuranti premesse è un film che non convince mai pienamente.

Girato nel 2018 e presentato in anteprima lo scorso 5 ottobre al Zurich Film Festival, con fra gli altri anche Danny Huston, Rosemarie DeWitt e Zoey Deutch, Arrivederci professore è uno di quei film di cui, onestamente, alla fine di questa calda estate si ricorderà poco o nulla.

Il professore di letteratura Richard Brown (Johnny Depp), dopo aver saputo di avere un cancro allo stadio terminale, decide semplicemente di non curarsi.

Dopo un catartico bagno nel laghetto dell’università dove insegna, sceglie di vivere il poco tempo che gli resta, come mai fatto prima d’ora.

Eccolo allora rompere schemi prefissati, sovvertendo rapporti stereotipati, specie in famiglia e sul lavoro.

Compiendo azioni decisamente politically incorrect, Richard prova droghe, fa esperienze sessuali del tutto nuove, stravolge completamente le sue abituali lezioni creando con gli studenti un rapporto inedito.

A metà strada fra l’onirico L’attimo fuggente di Peter Weir e il pluripremiato American Beauty, Arrivederci professore è un ibrido che non decolla mai.

Impantanato fra una commedia e un film drammatico, la pellicola diretta da Roberts lascia decisamente interdetti fra dialoghi scontati e una regia didascalica, che non innesta mai un vero e proprio cambio di marcia.

Arrivederci professore risulta stucchevole e, quando vuole essere sarcastico, poco convincente.

Per tutta la durata del film ci si aspetta il definitivo decollo che, invece, non arriva mai.

In questo clima rarefatto anche l’interpretazione di Johnny Depp non spicca di certo, schiacciata da un personaggio che non possiede quello spessore che il genio dell’attore preferito di Tim Burton avrebbe meritato.

Il Richard Brown interpretato da Depp, con un’improbabile acconciatura ottocentesca, non persuade come marito e padre, tantomeno come professore.

Sembra, quest’ultimo ruolo, più una caricatura di altri indimenticabili professori sui generis che una prova originale.

L’insegnante volutamente anticonformista di Depp, desideroso di tirare fuori il meglio dai suoi studenti, onestamente non lascia il segno. Si tratta di un personaggio che galleggia, fra pensieri spot e consigli strappalacrime.

Ancor meno incisivi sono i suoi studenti, pallide figure su un piccolo palcoscenico.

Sono francamente lontane le splendide interpretazioni che hanno fatto di Johnny Depp uno degli attori migliori del panorama cinematografico.

Dallo struggente Edward in Edward mani di forbice, al diabolico barbiere di Sweeney Todd, passando per l’intenso Lucas Corso della Nona porta o Gellert Grindelwald nel recente Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald senza dimenticare, ovviamente, il totemico Jack Sparrow della serie del Il Pirata dei Caraibi.

Le cose migliori del film sono le diverse risate che Depp e Huston strappano nel corso del film, alcune davvero irresistibili.

Godibilissime le scene in cui Richard partecipa, non totalmente convinto, a un incontro fra malati di cancro. Così come quelle in cui accetta le avances di un suo studente.

Per il resto notte fonda.

Probabilmente se il regista Wayne Roberts avesse optato per una dark commedy, senza romantiche e lacrimevoli influenze, avrebbe confezionato di certo un buon prodotto. E invece il regista sceglie colpevolmente di rimanere nel limbo, dove rimangono anche alcuni suoi attori.

Non emerge, come invece il personaggio obbligherebbe, Zoey Deutch, nel ruolo della figlia adolescente di Brown che durante una muta cena comunica laconicamente ai suoi genitori la sua omosessualità.

Ancor meno incide Rosemarie DeWitt che nel film di Roberts è la moglie del professore.

Si tratta di un ruolo che rimane troppo nell’ombra, compresso fra una relazione extraconiugale con il capo di suo marito e un rabberciato rapporto con la figlia di cui non accetta l’omosessualità.

Convince, invece, e appieno, la prova di Danny Huston, nei panni di Peter, il più caro amico di Richard. Una prova intensa, che strappa risate e qualche sincera lacrima. Un personaggio credibile, forse il più convincente di tutto il film.

Arrivederci professore è una prova a metà, un esperimento non del tutto riuscito, una pellicola sostanzialmente estiva, da vedere magari in un’arena con una buona birra gelata accanto.

Peccato perché gli ingredienti c’erano, ma non sono bastati.

Alla fine della cena, la pietanza finale, servita in un piatto assolutamente dozzinale, risulta non solo insipida ma inadeguata per le richieste culinarie dei commensali.

Maurizio Carvigno

Declinazioni d’amore: uno sguardo rivolto all’universo delle emozioni

È stato in scena dal 25 al 27 giugno, al Teatro Tordinona, “Declinazioni d’amore” con la regia di Anna Cianca, scritto da Franca de Angelis.

È stato un grande successo che ha visto le tre serate interamente sold out.

Successo a dir poco meritato, sia dal punto di vista della bravura attoriale del cast, che dal punto di vista della regia e della scenografia (molto minimal ed essenziale). È proprio questa essenzialità a rendere lo spettacolo ulteriormente incisivo e convincente dal punto di vista emozionale. Lo spettatore rimane “incatenato”, “agganciato”, a ciascun dialogo e a ciascun personaggio, ognuno del quale inserito all’interno di in una “mini storia”.

Il titolo dell’opera è già pienamente evocativo di per sé: nello spettacolo viene rappresentato infatti l’Amore in tutte le sue mille forme. Un amore che ci pone delle domande, affrontandole anche in modo stilisticamente ironico, seppur a tratti, molto drammatico. Le domande riguardano l’esistenza o meno dell’anima gemella (degno di nota, a questo proposito, il monologo della bravissima attrice Alessia Filiberti, nel quale interpreta proprio l’anima gemella).

Il cast è composto dagli attori Enrico Catani, Nunzia Fabrizi, Alessia Filiberti, Cristina Finocchi, Antonio Gallelli, Piergiorgio La Rosa, Fabio Valerio.

Declinazioni d'amore
Declinazioni d’amore. Foto di Marta Sansonetti.

Le musiche non sono lasciate al caso, e consentono di creare una cornice molto coerente sia con il testo che con tutti i personaggi. La risata nasce spontanea e non è mai forzata o amara. Come anche dall’altro lato, la riflessione. Alcuni dialoghi, infatti, si contrappongono a quelli più comici ed ironici, toccando punti di evidente dramma. Ma l’amore non si nasconde mai, neanche in quei momenti di forte angoscia, tristezza.

Declinazioni d'amore
Declinazioni d’amore. Foto di Marta Sansonetti.

L’amore, come dice lo stesso titolo dello spettacolo, ha molte declinazioni. È difficile trovare una definizione univoca per il nome amore: è complicità? È passione? È condivisione? Come dirà uno dei personaggi: è comprensione?

L’amore ha per ciascuno di noi un significato diverso, a seconda delle nostre esperienze, delusioni, trascorsi. Di una cosa, però, possiamo esseri sicuri. Come scrive Goethe, “è certo che nel mondo degli uomini nulla è necessario, tranne l’amore“.

Serena Cospito

Foto di Marta Sansonetti

Università Niccolò Cusano, primo ateneo a promuovere lo studio sul “diritto delle disabilità”

Ileana Argentin in cattedra all’Università Niccolò Cusano, primo ateneo a promuovere lo studio sul “diritto delle disabilità”

Partiranno a settembre 2019 le lezioni della professoressa Ileana Argentin che, in Parlamento, ha lavorato affinché fossero approvate nuove norme sul Terzo Settore. L’Università Niccolò Cusano è il primo ateneo a predisporre un corso sui diritti delle persone con disabilità, attraverso lo studio della normativa sull’integrazione a scuola e nel lavoro, sulla mobilità e sulle barriere architettoniche.

Per la prima volta in Italia un ateneo attiverà una cattedra dedicata alla giurisprudenza sul Terzo Settore. A proporla è l’Università Niccolò Cusano che, grazie all’esperienza e alla professionalità di Ileana Argentin, presenta agli studenti il corso in “Normativa sulle disabilità”, le cui lezioni inizieranno a settembre 2019.

A seguire la nuova materia a scelta potranno essere tutti gli iscritti a Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia. Con un passato alla Camera dei Deputati e una doppia laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche, la nuova professoressa dell’Unicusano è certamente la figura più titolata a tenere lezioni sul tema. Nella veste di deputato, Ileana Argentin si è seduta a quei tavoli dove sono nate le norme sulla disabilità.

Il corso sarà organizzato in nove moduli in cui si approfondiranno il senso delle leggi vigenti e la necessità, in quanto società civile, che esse trovino piena applicazione.

“Abbiamo una serie di norme importanti come quella sull’integrazione a scuola e nel lavoro, sulla mobilità e sulle barriere architettoniche. La persona, però, non viene considerata in tutti i suoi aspetti: dalla sessualità alla gestione del tempo libero, dal godimento del verde al poter essere consumatori come gli altri”, avverte la professoressa dell’Unicusano.

Felice per l’apertura dimostrata dai vertici dell’Ateneo telematico verso questi temi, Ileana Argentin sottolinea come “questa università sia la prima in Italia a proporre ai propri studenti un corso di questo tipo: credere che i giovani, attraverso lo studio, possano cambiare l’approccio al sociale e abbattere le barriere culturali è davvero importante”.

A livello legislativo, nonostante i passi in avanti, c’è ancora molto da fare perché, attualmente, non sono previste quasi mai sanzioni per chi viola o non applica le regole, rendendo inutile la normativa. L’Unicusano vuole pertanto anticipare una necessità futura del mercato: formare dei manager della disabilità in grado di operare a più livelli e in situazioni diverse.

Il Racconto dell’Ancella 3: June, la burattinaia

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Torniamo a parlare de Il Racconto dell’Ancella a distanza di qualche giorno. Perché tanta attesa? Con i lettori bisogna essere onesti: trascurando qualche scusa sui troppi impegni che mi hanno tenuta lontana dalla serie tv, ammetto che avevo trovato i primi due episodi della terza stagione un po’ lenti.

Anche il terzo episodio non brilla per velocità, mentre il quarto inizia davvero a prendere una piega interessante. Ma andiamo per ordine.

June è la nostra burattinaia: in bilico tra le umiliazioni che è costretta a subire quotidianamente e la voglia di cambiare le cose, continua la sua vita presso la casa del comandante Lawrence. Il suo ruolo è molto chiaro, però: usare la propria intelligenza per manipolare i Waterford.

June conosce le regole del gioco e sa come usare le proprie carte: è una vera e propria stratega. In questi due episodi vediamo la sua determinazione nell’osservare tutte le possibilità che le vengono offerte per ottenere ciò che vuole: rivedere sua figlia Hannah e alimentare la rivoluzione facendo in modo che Serena manipoli a sua volta Fred.

Ma a Galaad regna già la crisi interna: zia Lydia deve fare i conti con un sistema che non funziona nemmeno quando le ancelle dimostrano di fare il “proprio dovere”. Fagocitata dal regime autoritario, anche la nostra matrona inizia a risentire del suo ruolo, come la stessa Serena, che non concepisce l’idea di tornare col marito, nonostante i caldi inviti materni. Senza un uomo al suo fianco, una donna a Galaad non vale nulla: perché non trarne vantaggio?

Contemporaneamente, nel mondo “normale”, si inneggia alla libertà di chi è diventato schiavo e nelle prime file dei cortei non possono esserci che Luke, il marito di June, e la piccola Nichole, salvata da Emily nei precedenti episodi.

Cosa dire di questa eroina? Emily si trova nel limbo dei superstiti: tra la gioia di riabbracciare la vita e i suoi cari e il dolore di chi ha patito la disumanità dell’essere umano. E devo ammettere che Alexis Bledel ne ha fatta di strada da “Una mamma per amica”. Nel quarto episodio riesce davvero a trasmettere tutto quello che non si può dire sulla speranza ritrovata negli occhi di suo figlio.

Alessia Pizzi

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La maestria del Verrocchio e dei suoi discepoli in mostra a Firenze

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Nessuno come Andrea del Verrocchio ha plasmato l’arte di Firenze negli anni di Lorenzo il Magnifico. Una mostra ne celebra il genio, dipingendo l’affresco di un’epoca che formò artisti impareggiabili.

Sui libri di scuola, Andrea del Verrocchio, viene tradizionalmente presentato come il maestro di Leonardo da Vinci. Nulla da eccepire ma si tratta di una descrizione decisamente riduttiva.

Verrocchio fu capace con il suo eclettico talento di influenzare uno stuolo di altri artisti che avrebbero scritto la storia dell’arte italiana.

Nell’anno che celebra il cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, ricordare anche Andrea del Verrocchio rappresenta una scelta quanto mai opportuna e pienamente condivisibile.

Per questo Firenze, culla di quell’età dell’oro che fu il Rinascimento, ricorda Andrea del Verrocchio con la mostra: Verrocchio maestro di Leonardo.

Questa rassegna, curata da Andrea De Marchi, costituisce la prima retrospettiva mai dedicata a Verrocchio.

La mostra, allestita in Palazzo Strozzi, che lo scorso anno ospitò la bellissima Il Cinquecento a Firenze, è stata inaugurata lo scorso 9 marzo, e rimarrà aperta, salvo proroghe, fino al prossimo 14 luglio.

Attraverso oltre 120 opere fra dipinti, sculture e disegni, provenienti dalle collezioni dei più importanti musei del mondo, viene offerto al pubblico un colto e dettagliato sguardo sulla produzione artistica a Firenze tra il 1460 e il 1490, di cui Verrocchio fu senza dubbio un costante punto di riferimento.

Dalla sua bottega, infatti, sono usciti veri e mostri sacri.

Oltre al già citato Leonardo, pensiamo a Botticelli, Ghirlandaio e Perugino, solo per ricordare i più famosi.

Ma anche molti altri artisti che, pur non conoscendo direttamente il Verrocchio, furono, tuttavia, profondamente influenzati dal suo stile e dalle sue profonde innovazioni.

Eccelso ed eclettico, Verrocchio rappresentò per una moltitudine di pittori e scultori, che frequentarono la sua straordinaria bottega, un vero e proprio faro.

Senza Verrocchio, cerniera fra due epoche, l’arte italiana non sarebbe stata la stessa che ammiriamo oggi.

La mostra di Palazzo Strozzi ricostruisce questa poliedrica figura fin dai suoi primi approcci artistici. Verrocchio, allievo di Donatello, iniziò a formarsi in quell’articolato complesso di botteghe orafe di cui Firenze era ricca nel corso del Quattrocento.

Se da Donatello apprese la suprema arte di lavorare il bronzo, da Desiderio da Settignano, artista di pochi anni più grande, scoprì la vocazione per il marmo e per la sua complessa e affascinante lavorazione.

La mostra Verrocchio maestro di Leonardo si apre con il confronto fra due sculture di Verrocchio, appartenenti a due momenti diversi della sua carriera: Giovane gentildonna della Frick Collectione e La dama col mazzolino.

«La differenza -come sottolinea uno dei curatori della mostra- tra la Gentildonna Frick di New York e la Dama dal mazzolino esprime quella tra il discepolo che egli fu e il caposcuola indiscusso in cui si trasformò: maestro di molti, e non solo di Leonardo

A testimonianza dell’eclettismo di Verrocchio ecco emergere in tutta la sua leggiadra bellezza il David vittorioso, opera in bronzo che l’artista realizzò fra il 1478 e il 1470 e con la quale rinnovò lo stereotipo dell’eroe biblico in una veste nuova, e che ebbe molta fortuna, diventando modello di riferimento per svariati artisti.

Non solo la scultura, però.

Verrocchio maestro di Leonardo pone giustamente l’accento anche sulle capacità pittoriche dell’artista fiorentino.

Verrocchio si accostò alla pittura piuttosto tardi.

Nel 1470, mentre lavorava all’Incredulità di san Tommaso per l’Orsanmichele e al Battesimo di Cristo per San Salvi, mise a punto alcune composizioni della Madonna col Bambino «dove l’iniziale vitalismo si rasserena in un senso di ariosa e freschissima signorilità.»

Impossibile non rimanere estasiati davanti a un trittico di opere del Verrocchio, egregiamente accostate, che riproducono il tema della Madonna con il Bambino.

A destra la Madonna col bambino, proveniente da Berlino.

Si tratta di un’opera in cui, se da una parte emergono ancora i legami con lo stile di Filippo Lippi, dall’altra si affermano con forza elementi di assoluta novità.

Tra questi l’eleganza altera, il virtuosismo dei dettagli e l’utilizzo di tecniche moderne nella realizzazione (l’uso dell’olio insieme alla tradizionale tempera) che attrarranno in seguito altri artisti, fra cui, ad esempio, i fratelli Pollaiolo.

In mezzo troneggia la cosiddetta Madonna col bambino e due angeli, detta anche Madonna di Volterra (dal luogo in cui fu acquistata) che tanto influenzò Perugino.

A sinistra, poi, un’altra Madonna col bambino, proveniente anch’essa da Berlino, e unanimemente riconosciuta come il capolavoro pittorico di Verrocchio.

Ecco a proposito le parole di Andrea de Marchi:

«La pittura si fa limpida, esalta la trasparenza dei gioielli, accarezza le carni, intaglia i panneggi con la luce, si spalanca verso orizzonti lontani. La Vergine adora silenziosa il Bambino o lo tiene ritto sul davanzale con le mani nervose, mentre lui si anima ritmicamente. Fu un momento magico, tutti vollero imitare queste sottili capacità illusive e questa nuova eleganza, dove la naturalezza apparente si sposava con un artificio studiato.»

Oltre alle opere di Verrocchio, in mostra anche quelle di tanti altri suoi allievi.

Fra questi Lorenzo Di Credi, rappresentato dalla bellissima Madonna col bambino detta anche Madonna della Giuggiola. Un’opera la cui posa delle mani riprende la Madonna Benois di Leonardo, conservata all’Ermitage di San Pietroburgo.

In questa mostra non poteva mancare un tributo al genio di Leonardo.

La sorpresa arriva alla fine del percorso espositivo con un piccolo capolavoro, La Madonna col bambino.

Si tratta di una terracotta  tradizionalmente attribuita ad Antonio Rossellino e conservata al Victoria and Albert Museum di Londra.

A detta del professor Caglioti, ordinario di Storia moderna presso l’Università Federico II di Napoli, questa terracotta sarebbe in realtà stata realizzata proprio Leonardo.

Ecco le sue parole:

«Questa strabiliante Madonna non ha riscontri diretti con nessun’altra scultura del Rinascimento fiorentino, mentre ne ha moltissimi con i disegni e i dipinti di Leonardo, soprattutto giovanili, ma anche maturi (La Vergine delle Rocce e la Sant’Anna metterza del Louvre).»

Una scultura partorita dal genio di Leonardo, quando questi era ancora a bottega dal Verrocchio.

Attribuzioni a parte, il primo ad indicare che Leonardo fece nel corso della sua vita terrecotte fu Giorgio Vasari, rimane la bellezza unica di questa piccola scultura, il sorriso delicato della Vergine e quello divertito del piccolo Gesù.

Non resta allora, che andare a Firenze e immergersi nell’incanto di questa mostra e nella sublime bellezza della rinomata nostra arte.

 

 Maurizio Carvigno

90 anni di Oriana, 30 per amarla

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Ogni anno, il 29 giugno, prima di pensare al mio compleanno, penso a quello di Oriana Fallaci. Impossibile da dimenticare visto che siamo nate lo stesso giorno e questo mi ha sempre fatto riflettere.

Senza aprire una parentesi astrologica che vi farebbe immediatamente interrompere la lettura di questo articolo, ammetto subito di essermi sempre sentita molto vicina a Oriana principalmente per un motivo e, cioè, che era una donna “scomoda”.

Sì, perché anche se negli ultimi anni c’è stato un revival delle sue opere, onnipresenti in ogni libreria, la verità è che Oriana Fallaci è stata una donna schietta, una che non aveva paura di dire quello che pensava, anche se questo la rendeva spesso impopolare.

Non credo siano scelte di vita, quanto piuttosto esigenze di natura, e qui parlo per esperienza personale. Si tratta di inclinazioni caratteriali non proprio comuni e soprattutto molto poco conservative. Esporsi è molto pericoloso e, non a caso, lo fanno in pochi.

Ma quell’ardore che spesso non frena la lingua neppure di fronte “all’utile”, alla circostanza e al luogo comune, quel confronto necessario e quel coraggio di scontrarsi, quello spirito guerriero che, per dirla alla Foscolo, ruggisce dentro, non si può controllare. E se a vent’anni possono dirti che hai sbagliato a parlare e puoi sentirti in colpa, a trenta sai che non è vero.

“Un uomo” di Oriana Fallaci: un libro pieno di libri

Uno degli esempi più felici della saggia spontaneità di Oriana, dedicato proprio all’essenza dei trent’anni, si trova nel libro “Se il sole muore“, il reportage in cui intervista alcuni astronauti statunitensi.

Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee. Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile.

(Maria Rosaria) Omaggio a Oriana Fallaci

In questi miei trentuno anni, compiuti oggi insieme a Oriana (e a Giacomo Leopardi, auguri pure a lui!), non posso non ripensare a questo estratto, una prosa onesta sull’essere umano e sulla strada che compie. Dicono che i 30 anni siano “i nuovi 20”, e per certi versi è così. Un tempo a trent’anni si era madre e moglie, oggi una trentenne studia, cerca di fare carriera, brama l’indipendenza sociale.

Siamo lucidi, scrive Oriana, a trentanni.

E forse è vero: quella smania di fare, di essere qualcosa, che ci perseguita a vent’anni, con i trenta diventa smania di vivere il presente in tutte le sue contraddizioni. Quella paura di sbagliare che ci perseguita in giovinezza si trasforma in compassione e tenerezza verso il nostro essere irreparabilmente e meravigliosamente umani, finiti, e perché no? Fallaci.

Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. […] Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna.

Peccati e punizioni li abbiamo lasciati a casa con mamma e papà: quei genitori che ora non sono più nostri nemici e che anzi, ci mancano quando non li vediamo già da un po’.

Il dolore, prosegue Oriana, è tutto nostro.

E questo è vero: dai silenzi alla rabbia, dalla tristezza all’apatia, i trent’anni ti portano a guardare quello che accade con gli occhi di chi sa che il proprio potere è assolutamente limitato. La lotta è finita: non si ha tempo da perdere né con persone né con attività che non ci interessano.

L’innecessario si lascia andare, le ferite si rimarginano prima perché ormai siamo consapevoli che non possiamo portare tutto con noi, che qualcosa si perde durante la strada, volenti o nolenti. E quello che desideriamo lo teniamo stretto nel cuore, nei sogni: a volte ci è concesso averlo, altre no. Ma dentro riconosciamo bene la forza dell’amore, la profondità della sofferenza. Assaporiamo quella intermittente serenità con la consapevolezza di chi sa che come è andata, tornerà.

Il tempo di piacere è finito, è arrivato il tempo di essere.

Siamo seduti nel mezzo del cammino, per richiamare Dante, ricordiamo il passato con dolcezza bonaria e guardiamo al futuro con la pace di chi sa che la vita è tutta qui: in bilico tra uno sguardo indietro e uno in avanti, ma col cuore ancorato al presente. E la felicità si assapora sulla cima di quella montagna a respiri grossi, a volte anche affannosi, perché l’alta quota si sa, non è facile da mandare giù. Ma è comunque ossigeno, è comunque aria, è comunque vita.

Alessia Pizzi

Dolor y Gloria: il canto di Almodóvar, malinconico ed onirico

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Quando si va a vedere Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar, non si può non rimanerne incantati, sedotti e meravigliati. Il regista si lascia andare oltre modo.

Siamo già abituati alla sua regia, con le sue storie caratterizzate da intrecci che coinvolgono i personaggi più istrionici e colorati che possiamo immaginare. Da Donne sull’orlo di una crisi di nervi a Parla con lei, da Tutto su mia madre a La mala educación. Ma con Dolor y Gloria, il Maestro supera l’immaginazione e ci tocca nel cuore, decidendo di attraversare la sfera più intima dei suoi personaggi, e quindi inevitabilmente anche dello spettatore. Almodovar film
Se dovessimo definire in modo più o meno tecnico il percorso professionale cinematografico di Almodóvar, infatti, quella dell’introspezione era una terra ancora non del tutto esplorata e rappresentata.

Dolor y Gloria
Dolor y Gloria

Almodóvar, infatti, si è spesso focalizzato sul sociale, sulla rappresentazione di coloro ai margini della società, dando loro voce e piena espressione. Certamente il regista ha iniziato ad esplorare il territorio contorto e turbolento dei sentimenti, con Volver (2006): il rapporto madre-figlia, l’amore, e soprattutto le donne.

Con Dolor y Gloria, il regista vuole uscire allo scoperto, ma lo fa sempre con discrezione, quasi in punta di piedi, seppur parlando di tematiche forti e dolorose come la droga (“La adicción”), la malattia, l’omosessualità (“el primer deseo”).

Mai come in questo film, Pedro Almodóvar vuole svestirsi della sua corazza ed “apparire” al pubblico così come è, nella sua essenza. Dal corpo umano, fino ad arrivare alla sua mente, la trama si snoda lungo i sentieri tortuosi dell’esistenza umana, scalfendone tutti i più nascosti tasselli.

Dolor y Gloria
Dolor y Gloria

Il protagonista della storia è magistralmente interpretato da Antonio Banderas, vincitore a Cannes del premio di migliore attore protagonista. Banderas è più che fedele al regista; non sbaglia di una virgola, è meticoloso e sensibile in ogni sua mossa, in ogni suo movimento, dalla punta dei capelli fino alla punta delle sue ciglia…Salvador Mallo, così si chiama il personaggio protagonista della storia, ci ricorda moltissimo Pedro Almodóvar, persino nel suo aspetto fisico.

Lo spettatore ci si perde nella mimica facciale e corporea del personaggio. Premio, quindi, meritatissimo per Antonio Banderas che rispecchia fedelmente la catarsi del regista.
Dolor y gloria riassume già pienamente il significato che il film rappresenta: la vita come risultato della somma tra il dolore e la gloria. Cos’è la gloria per Almodóvar…La gloria è effimera…L’amore per il Cinema, infinito.

Bravo Almodóvar! Viva il cinema!

Serena Cospito

Ed Sheeran e l’incantesimo dell’Olimpico

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Un concerto di Ed Sheeran in Italia che non sarà dimenticato è quello dello Stadio Olimpico dove c’erano solo il cantante con la sua voce, una chitarra e una loop station.

A 28 anni è tra i nomi più conosciuti del panorama musicale contemporaneo. Tutti hanno familiarità con le sue canzoni, pur non conoscendone le parole o il titolo. È il cantante inglese che ha conquistato il globo con la sua semplicità, il suo look da ragazzo della porta accanto e la sua voce così delicata. E ad attenderlo allo stadio Olimpico di Roma lo scorso 16 giugno c’erano 60 mila spettatori (tra cui ben 4 di noi culturini!).

Ed Sheeran ha fatto il suo debutto nel famoso stadio romano che ospita solo i nomi più grandi, quelli in grado di riempire un’arena così numerosa.

Il concerto è stato aperto dall’esibizione di due giovani e talentuosi cantanti del panorama internazionale. Zara Larsson e James Bay hanno entusiasmato con le loro hit più famose il pubblico dell’Olimpico, che alle nove in punto era carico e prontissimo ad accogliere la star della serata.

E quando Sheeran sale sul palco sembra lui stesso sorpreso di quello che ha di fronte. Ma quello sguardo incredulo e quel sorriso a metà tra l’imbarazzo e la soddisfazione scompaiono appena iniziano le note della prima canzone in scaletta: Castle on the Hill. L’intero concerto si regge solo sul cantante, che dimostra una capacità scenica straordinaria. Sul palco con lui non c’è nessun altro musicista. Le uniche scenografie sono offerte dai video proiettati sui maxi-schermi ad altissima risoluzione, con effetti che variano di canzone in canzone, e dalle luci. Sheeran ha a sua disposizione una chitarra e una loop station attraverso cui registra ritmi, suoni, voci da mandare a ripetizione durante l’esecuzione dei brani. E, ovviamente, ha la sua voce e le sue canzoni. Ed Sheeran è solo sul palco, ma in realtà è come se ci fosse tutto il pubblico di Roma, che lui stesso più volte invita a cantare “as loud and out of tune” (più forte e stonato) che può.

Ed è un gran bello spettacolo.

Sheeran fa ascoltare molti brani tratti dal suo ultimo disco, Divide, ma non mancano i salti nel passato, come con A TeamBloodstream Lego House. C’è anche I don’t care, il singolo da poco uscito e che dovrebbe rientrare nell’album in uscita il 12 luglio. Il brano, cantato originariamente con Justin Bieber, è eseguito in versione acustica e rende veramente molto bene.

Per Tenerife sea viene richiesto silenzio dal cantante. Si tratta dell’unica canzone veramente lenta e intima dell’intera scaletta. La richiesta di Sheeran viene tradita dagli applausi per una proposta di matrimonio in Tribuna Montemario.

Quando arriva il momento dei grandi singoli, lo stadio esplode. Lo stesso Ed Sheeran scherza sulla popolarità di alcuni brani, introducendo Thinking out loud dicendo chiaramente: “Se non conoscete questa canzone, avete sbagliato concerto!”. Photograph e  Perfect sono meravigliose dal vivo. La parte finale di quest’ultima è stata cantata in italiano, versione che il cantante ha curato insieme ad Andrea Bocelli. Inutile dire che ci sono state molte altre proposte di matrimonio durante questo brano.

Molto suggestiva anche l’interpretazione della canzone I see fire, scritta per il film  Lo Hobbit e cantata quasi sempre a cappella.

ed sheeran concerto
Foto di Federica Crisci

Dopo le canzoni più romantiche e lente, si passa ai brani  più movimentati.

Il sound folk irlandese di Nancy Mulligan porta alcuni spettatori del prato (quelli che avevano abbastanza spazio intorno a loro) a improvvisare balli popolari, mentre quelli sugli spalti si scatenano come possono. Stesso si può dire per Galway Girl e per Sing, brano per il quale è lo stesso Sheeran a chiedere a una parte del pubblico di intonare diversi cori.

E si arriva poi al gran finale con Shape of you (che ti entra veramente nel sangue con il suo ritmo) e con You need me, I don’t need you, cantate con una maglia della nazionale italiana. È impossibile non ballare, non cantare, non sentirsi carichi di energia. E tutto questo grazie a un cantante giovanissimo, pieno di talento che conferma con la sua bravura la fama raggiunta.

Un concerto che ci ha sorpreso e che si è rivelato nettamente al di sopra delle aspettative.

concerto ed sheeran italia 2019
Foto di Federica Crisci

Come scrivevamo all’inizio dell’articolo, ci sono diversi redattori di CulturaMente che hanno avuto modo di vedere un concerto di Ed Sheeran in Italia nel 2019 tra Firenze e Roma. Ambra ha dedicato un intero articolo alla partecipazione del cantante inglese al Firenze Rocks Festival, esprimendo alcune riserve circa lo show.

Ed Sheeran in concerto a Firenze: “è bravo ma non si applica”

Invece, chi di noi era presente all’Olimpico è rimasto veramente entusiasta. Simona descrive il concerto con tre aggettivi: energico, emozionante ed euforico.

“Ero al mio primo concerto di Ed, le mie aspettative erano alle stelle e non sono state assolutamente deluse. Sin dal primo minuto sul palco, è riuscito a catalizzare l’attenzione del pubblico. Ha coinvolto, ha fatto emozionare, ha fatto divertire. Dal mio posticino in curva Nord ho ammirato estasiata il suo spettacolo, ma soprattutto lo spettacolo di luci e voci del pubblico dell’Olimpico. Tutto lo stadio ballava e cantava sulle note dei suoi brani più famosi e non farsi coinvolgere dall’entusiasmo dilagante era impossibile. Nota dopo nota, brano dopo brano, ha costruito uno spettacolo unico. La sua voce e la sua chitarra hanno riempito la notte romana. Tre i miei momenti preferiti: l’emozionante salto nel passato con Lego House, la scarica di energia con Galway Girl e la poetica performance di Thinking Out Loud. Bellissimo anche il suo omaggio all’Italia e a Roma: dalla strofa di Perfect intonata in italiano, al tricolore sventolato indossando la maglia della Nazionale, Ed Sheeran sembrava visibilmente contento di esibirsi davanti al pubblico dello Stadio Olimpico e questo ha contribuito a rendere il concerto uno spettacolo indimenticabile”.

Ora non resta che aspettare il nuovo album e… il nuovo tour!

Federica Crisci, Francesca Papa, Simona Specchio

 Tutte le immagini presenti in questo articolo sono di Federica Crisci. 

“Non rubiamo la storia ai nostri ragazzi”

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Cancellare la storia dall’esame di maturità, ha detto lo storico Andrea Giardina, «è stato un grave errore».

Un poeta anni fa cantò: “La storia siamo noi nessuno si senta escluso”.

E invece ad escludere la storia dalla prima prova scritta dell’esame di maturità ci ha pensato il Miur, criptico acronimo che sta per Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, quello che ai miei tempi, nel Pleistocene, si chiamava Ministero della Pubblica Istruzione.

Lo scorso 4 ottobre con la circolare n. 3050, si confeziona il fattaccio.

Il Miur, ipso facto, nelle more delle modifiche dell’esame riguardanti la prima prova dell’esame di Stato, decideva di eliminare la traccia di Storia dalle tipologie previste per la prova d’italiano dell’esame di maturità.

Una decisione sconcertante, presa, oltretutto, senza consultare alcun storico, ma solo dando seguito al documento di lavoro della commissione presieduta dal professor Luca Serianni.

A mio parere una scelta infausta, che fa il paio con quel discutibile percorso di marginalizzazione del’insegnamento della storia nel curriculum scolastico, iniziato con la diminuzione delle ore d’insegnamento negli istituti professionali.

Ma quale è stata la motivazione della cancellazione della traccia di storia?

Geniale: la sceglievano pochi maturandi. Verità incontrovertibile.

Ecco i dati: negli ultimi otto anni meno del 3% dei maturandi ha scelto il tema di storia, una percentuale davvero irrisoria, che rende quei temerari degli alieni.

Tu quale traccia avresti fatto?

Ma è un principio assurdo, inconcepibile, inaccettabile.

Sulla base di ciò dovremmo abolire i quotidiani, la percentuale di quelli che li acquista è infima.

Poi, in una sorta di rievocazione di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dovremmo pensare anche alla soppressione dei libri, visto che i lettori latitano.

D’altra parte la motivazione numerica, mutatis mutandi, è valsa anche a spiegare la prossima cancellazione del canale televisivo Rai Movie.

Ma torniamo alla storia, che è meglio.

In un paese dove questa meravigliosa materia, la base per spiegare tutte le altre, è confinata ai margini dei programmi, la scelta ministeriale appare assolutamente logica.

Nei licei l’insegnamento è ridotto a tre ore settimanali, a detta di molti docenti insufficienti per coprire il corposo programma, per cui se si arriva alla fine alla Seconda Guerra Mondiale è, come si dice, “grasso che cola.”

Nel biennio degli istituti professionali va anche peggio; da quest’anno infatti, l’insegnamento della storia è pari a un’ora a settimana.

E vai con l’ignoranza!

Anni fa, nella trasmissione televisiva L’Eredità, i concorrenti in gara, alla domanda “in quale anno Hitler fu nominato cancelliere” rasentarono il ridicolo.

Dovevano scegliere fra quattro date: 1933, 1948, 1964 e 1979.

La prima concorrente scelte l’opzione 1948. Il secondo, dopo aver scosso più volte la testa, indicò la data del 1964, ma in questo climax di suprema ignoranza, o mi verrebbe da scrivere di “ignoranzità” il meglio lo diede la terza concorrente.

Come Alberto Sordi nei panni di Peppino nell’amaro Lo scopone scientifico, fra le ultime due date rimaste, 1933 e 1979, scelse la seconda.

La conseguenza a questo orrore? Solo grasse risate. Sarebbe stato preferibile reagire come la bellissima Silvana Mangano, l’Antonia della pellicola di Luigi Comencini.

Ma, come si dice, una risata vi seppellirà.

O tempora o mores. 

D’altra parte perché permettere ai maturandi nell’atto conclusivo del loro percorso di studi, di approfondire tematiche come il Fascismo, la Resistenza, le Brigate Rosse o la Guerra Fredda?

Le animate proteste degli storici, e non solo, su questa stramba decisione ministeriale non sono certo mancate nei mesi scorsi.

La senatrice Liliana Segre, una donna che ha scritto ma anche subìto sulla sua pelle il peso della storia, ha detto, con la chiarezza che la contraddistingue: «Un esame di maturità senza la storia mi fa paura».

Fulvio Cammarano, presidente della Società per lo studio della storia contemporanea, ha rincarato la dose allargando il discorso all’atteggiamento verso lo studio della storia:

«La trattano come merce d’antiquariato, fuori moda, da accantonare. Ed è pericoloso: la storia fa parte del presente, e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale».

Il quotidiano “La Repubblica” ha promosso una raccolta di firme per affermare che “La Storia è bene comune”, appello che ha visto firmare migliaia di italiani tra cui lo scrittore Andrea Camilleri, (forza Maestro non mollare) la stessa senatrice Segre, nonché il grande storico Andrea Giardina.

Sarà stato per la pressione mediatica su tale abolizione, che fra le tracce dello scorso 19 giugno, la Storia cacciata dalla porta, è, seppur timidamente, rientrata dalla finestra, facendo capolino in più di una “proposta”.

Eccola, infatti, comparire nelle proposte A1 e A2 della Tipologia A, e nella proposta B3, della tipologia B e, infine, nelle due opzioni della Tipologia C, (perdonatemi la freddezza dei termini, ma queste sono le attuali classificazioni di quelle che una volta si chiamavano volgarmente tracce).

Semplice volontà del fato o, invece, incoraggiante indizio di ravvedimento?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto l’attenzione deve essere massima perché senza memoria storica questo paese rischia grosso.

Ancora la senatrice Liliana Segre che ha rivolto un invito al ministro dell’istruzione Bussetti:

«Non rubiamo la storia ai nostri ragazzi. Ne hanno un immenso bisogno».

In fin dei conti senza la storia difficilmente si diventa uomini.

Un suggerimento provocatorio: per il prossimo anno aboliamo anche eventuali tracce sulla poesia, tanto le poesie non le legge più nessuno.

Ad Maiora.

 

Maurizio Carvigno