È tempo di vacanza, e molti sono i festival che in questo periodo riempiono le piazze di molti paesi italiani.
In particolare vorremmo segnalarvi qui un paio di iniziative molto interessanti. La prima si svolge in Toscana ad Arcidosso, le altre due in Irpinia. Ma vediamo meglio di che si tratta.
In Toscana un festival in cui si parla per strada.
Iniziamo con Narrastorie, un festival dedicato interamente al racconto “su strada”, ideato e diretto dal cantante Simone Cristicchi, che si svolgerà dal 19 al 25 agosto ad Arcidosso in Toscana. All’ombra della suggestiva Rocca Aldobrandesca la sera arriveranno grandi artisti come , Mogol, Arisa, Moni Ovadia, Valentina Lodovini, Andrea Rivera ed ovviamente lo stesso Cristicchi.
Per maggiori informazioni è possibile seguire la pagina Facebook dell’evento.
L’irpinia e la sua tradizione folk
Dal 14 al 18 agosto invece, ad Ariano Irpino si svolgerà Ariano FolkFestival, un evento imperdibile dedicato alla musica e alla tradizione folk, festival che giunge quest’anno alla sua ventiquattresima edizione.Caratteristica del festival è la qualità delle proposta e la ricerca musicale, lontana dal mainstream musicale, e particolarmente attenta alla contaminazione tra i generi. Si va dal pop algerino di Sofiane Saidi, “il principe del Raï 2.0”, che ridato una nuova vita al Raï, il genere musicale tradizionale dell’Algeria; a Gaye Su Akyol per la prima volta in Italia, la cantante turca icona del “new sound of Istanbul”.
La festa continua in Alta Irpinia dal 19 al 25 agosto con lo Sponz Fest. Il festival ideato e diretto da Vinicio Capossela giunto alla sua settima edizione, tema di quest’anno “Sottaterra“.Tantissimo gli ospiti e di ogni genere, da Young Signorino a Mimmo Lucano, da Chef Rubio a Enzo Avitabile, da Morgan a Goffredo Fofi.
Sei anni fa, quando scrivevo questo “pezzo di cuore” su un blog che avevo chiamato “La chioma di Berenice” ispirandomi alla mia tesi di laurea di matrice ellenistica, avevo 25 anni. Ero una studentessa di lettere classiche che amava scrivere e si lasciava ispirare dagli esami per cui studiava (non a caso, Platone).
Quel blog è diventato poi CulturaMente perché qualche forza sconosciuta, come spesso accade, ha unito quello che non poteva restare diviso: la passione comune.
E quella ragazza che scriveva un po’ acerba, a volte un po’ sconnessa tra mille periodi ciceroniani, ha affinato la penna per professione e ha trovato una bella strada da percorrere, quella del digital marketing.
Per questo oggi potrei dirvi, ad esempio, che la parola “amore” ha 74 mila ricerche mensili in Italia. Viene battuta solo da Giusy Ferreri, il cui singolo “Amore e capoeira” genera 165 mila ricerche mensili. Vecchia volpona…
Potrei anche dirvi che “amore” è una parola semplice, che piace, che i giornali non censurano mai perché tutti sanno cosa significa. Una volta, su un cartaceo, mi hanno censurato il termine “limitrofi”. Ecco, l’amore no. Di solito non lo censurano se rientra in determinati canoni, anzi! Lo storpiano talmente tanto pur di aumentare l’audience che ciò che rimane è una serie di frasi fatte, orientate principalmente al patetismo.
L’amore, insomma, da una rapida analisi SEO e da una velocissima prospettiva editoriale, potrebbe considerarsi un contenuto eternamente virale. Un evergreen, un trend topic cavalcabile in ogni momento (anche se la competizione è tanta).
E molti effettivamente ci provano pure a venderlo, l’amore. Te lo infiocchettano bene. E non solo quello per gli altri, ma anche e soprattutto quello per se stessi, che pare sia molto gettonato.
Guardo con perplessità le persone che “ti vogliono capire”. Ma che ci sarà poi da capire. In questa società fatta di miliardi di parole, e ve lo dice una che con le parole ci lavora, quanto è incredibilmente liberatorio un silenzio?
Trovate una persona con cui stare in silenzio – ma non mentre state entrambi al cellulare, che è un po’ il quadretto triste che mi si prospetta davanti ogni volta che vado a cena fuori e mi guardo intorno – e forse avrete trovato l’amore.
Nel silenzio l’anima si riposa, non deve dare spiegazioni a nessuno, non deve essere capita, spiegata, motivata. Sta dove sta ed è contenta, completa e perfetta per qualche istante. Del resto, c’è sempre tempo per farsi prendere dall’ansia…
E l’ansia arriverà. Arriva sempre. Inutile sperare che non sarà così, ancora più inutile credere di poter controllare quello che sarà. Ma alcune consapevolezze, che si generano in attimi più unici che rari, sono come il vento. Ti portano via. Non sei che una foglia e ti lasci cullare, e con te volano via anche tutte le paure perché dentro, in fondo, lo sai che hai assaggiato davvero qualcosa di grande, anche se per pochi secondi. E magari sei solo, ma sei sazio. Magari il cielo è cupo, ma il vento ti accarezza. E non c’è nulla da fare o da decidere. C’è da essere.
Vivere con l’ansia che quel momento finirà è inutile. Illudersi che chi ci regala questi momenti sia nostro…anche.
Magari qualche convenzione tipo – lo stare insieme – ci illude di possedere, ma in realtà forse abbiamo la consapevolezza solo dell’appartenere. E di certo non il controllo. Tutto il resto sono storie che ci raccontiamo, perché la verità risiede solo nel momento e in come lo vivi. Poi scorrerà anche quello. Magari ce ne saranno altri uguali, magari altri peggiori, ma finché vale la pena viverli, viveteli senza troppe spiegazioni.
Una cosa che mi piace nella vita è non sentirmi mai arrivata da nessuna parte, perché dove caspita dovrei arrivare? Devo stare qui, esattamente dove sono ed essere grata del fatto che dopo sei anni sono cambiate tante cose, sono pure invecchiata (anche se – naturalmente! – non si vede), ma il mio spirito è sempre lo stesso: e vede l’amore ancora così, nella splendida semplicità degli antichi.
Quell’assioma perfetto che secondo Saffo “è la cosa più bella”. E chi mai avrebbe il coraggio di negarlo?
E io questo mi auguro e auguro a tutti nella vita che è troppo breve, troppo complessa, troppo tutto. Di amare con la forza della semplicità. E la semplicità, per dirla alla Jung, è così difficile da trovare.
Questa non è una notizia in anteprima, non è una recensione, non è un’intervista. La ritengo comunque “cultura” nel senso più etimologico del termine: coltivare. Coltiviamoci, coltiviamo chi ci sta attorno. È un gioco di terra e acqua, due elementi tanto semplici quanto fondamentali per la nostra sopravvivenza. E basta forzature.
Ci sono tantissime persone che non vedono l’ora di passare giornate intere a prendere il sole, a passeggiare sulla spiaggia, a rinfrescarsi con lunghi bagni. Per chi non sopporta la sabbia, la piscina offre un’ottima alternativa, soprattutto se localizzata in un bell’ambiente naturale. Per apprezzare completamente l’atmosfera marittima alcuni hanno bisogno della compagnia giusta, altri di buone gelaterie e altri ancora di ottime letture estive.
Noi culturini possiamo provvedere alla compagnia (spacciamo cultura quotidianamente) e, ovviamente, a indicarvi i libri per l’estate 2019!
Qualche settimana fa vi avevamo detto quali titoli ci avrebbero fatto compagnia durante questi caldi mesi. Oggi, vogliamo consigliarvi alcuni libri che sono ottimi da leggere sdraiati sulla spiaggia, guardando l’orizzonte, ascoltando il rumore delle onde e del vento.
Ha ispirato il film di Carlo Virzì L’estate del mio primo bacio (2006) ed è a sua volta il prodotto di una serie di suggestioni che si alimentano della letteratura e si riflettono nella vita. La storia della perdita dell’innocenza di una giovane romana in vacanza all’Argentario è infatti un concentrato di sensazioni e immagini che rispondono alla narrazione dell’amore immaginato nell’adolescenza, quando il peso delle aspettative è, in parte, misurato sugli affetti mediati – e “imposti” – dai libri e dalla tv. Ma i sospiri, le ansie, gli innumerevoli “non mi innamorerò mai più” che sempre caratterizzano l’amore a quattordici anni escono fuori dalla pagina con la forza propria di un’età da tutti attraversata nel segno dell’esagerazione.
Tutto è bianco o nero nell’universo di Camilla, e in quanto tale la realtà ricreata da Ciabatti si presenta volutamente incasellata entro schemi di rigide divisioni che sfiorano l’esasperazione. È una storia che corre sul filo dell’irritazione tipica dell’età, ma la vicenda di Camilla, per quanto smoderata e fastidiosa, non può che strappare un sorriso di amara tenerezza, dettato dall’immedesimazione impossibile da evitare. Per ricordarci come eravamo, Ciabatti fa dire alla giovane che “ora è tutto diverso, ora è inverno e le cose cambiano. L’estate si è sempre un po’ strani in amore”. Una fotografia agrodolce sul melodramma dell’adolescenza, da recuperare sotto l’ombrellone o a bordo piscina.
E mentre profumiamo di crema abbronzante e lasciamo che il sole ci squagli, non c’è nulla di meglio che essere percorsi da brividi. Se avete con voi il nuovo romanzo di Camilla Lackberg, essi sono assicurati! La regina del giallo svedese torna con il primo libro di una nuova serie noir ambientata in quel di Stoccolma: La gabbia dorata. Entrerete nella gabbia dorata che la protagonista, Faye, si è costruita per sfuggire a un passato oscuro. Insieme a lei assisterete al crollo del mondo che tanto faticosamente si era costruita a causa del tradimento del marito. Resterete incollati alle pagine, incapaci di smettere, ansiosi di conoscere la fine della storia. Attenti solo a non scottarvi!
Tra i libri dell’estate non può mancare il romanzo di Federica Brunini. È adatto al mare sia per la sua copertina (stelle marine e conchiglie su sfondo azzurro), sia per il titolo (sono sempre stata una grandissima fan della Sirenetta e di tutto il genere). Lo consigliamo perché, ovviamente, al di là del packaging la nostra Valeria ha apprezzato la storia, ambientata rigorosamente in una location sul mare.
Al B&B delle Sirene Stanche si arriva solo tramite il passaparola: le locandiere selezionano chi accogliere tramite delle lettere scritte a mano con cui i candidati spiegano perché si vogliono recare in questo posto sospeso nel tempo dove disintossicarsi da ansie e paure quotidiane. I cinque nuovi ospiti che incontreremo nel corso della storia sono Jonas, pilota australiano; Olivia, una cuoca spagnola; Lisa e Lara, due gemelle milanesi ed Eva, giornalista inglese. Tutti loro sono arrivati al B&B per lasciarsi qualcosa alle spalle. Per sapere cosa non vi resta che leggere questo romanzo.
Ok, il Nilo non è un mare, ma la sensazione di vacanza sull’acqua è la stessa. Ti potrai imbarcare con il celebre Hercule Poirot in una rilassante crociera sul fiume egiziano trovandoti (inevitabilmente) nel bel mezzo di un mistero da risolvere. Lettura rilassante, leggera e intrigante. Uno dei gialli più riusciti di Agatha Christie.
Il primo commento che viene in mente pensando al capolavoro di Verne è: “old but… gold!”. Chi non ha mai sognato di intraprendere il viaggio del Capitano Nemo? Da ragazzi si sognano mondi perduti, abissi inesplorabili che solo la fantasia permette di affrontare. Una volta cresciuti, poi, si apprezza la costruzione del racconto, la caratterizzazione del personaggio e l’incredibile suspense generata dallo scambio sottomarino-mostro. Ventimila leghe sotto i mari ha il pregio di farsi apprezzare a tutte le età. È un classico che non finisce mai di aprire nuove finestre sul mondo.
Ambientato tra il XIX e il XX secolo, il romanzo dell’antropologa Meimaridi porta in scena la sapienza femminile in tutte le salse. Le tre protagoniste lasciano la Cappadocia per Smirne, e in questo viaggio magico e suggestivo rifiutano, con la loro stessa presenza, la protezione di qualsiasi uomo. La messa in discussione del patriarcato e la forza di auto realizzazione della donna è del resto il centro focale di tutto il romanzo.
Le protagoniste che si muovono sullo sfondo, al pari di altri personaggi collaterali compiono scelte di assoluta indipendenza e rigettano il ruolo di spettatrici passive che la società ha preconfezionato per loro. Il contrasto con lo spirito del tempo e la dissonanza con una realtà impervia fanno di queste donne dei campioni di un condizione “nuova”, da sondare e attraversare mediante le loro storie. Un libro perfetto per l’estate, specialmente perché ambientato in una città costiera.
Tutti coloro che pur andando al mare non hanno assolutamente voglia di leggere storie ambientate al mare, ma cercano tra le pagine leggerezza, stile e intrattenimento, possono dedicarsi alla lettura del romanzo di Desy Icardi, L’annusatrice di libri. Ideale per chi ama leggere, la storia di Adelina e della sua singolare capacità di “annusare” il contenuto dei libri intriga il lettore e lo porta a perdersi nella Torino del 1957. Gli inganni che il signor Vergnano cerca di ordine ai danni della povera ragazza rendono il tutto ancora più avvincente e interessante.
È una lettura di puro intrattenimento, ma scritta molto bene con diverse citazioni letterarie che entusiasmeranno gli amanti dei grandi classici. Una lettura veloce, non pesante, adatta a essere gustata sotto l’ombrellone al mare o in piscina. Sarà rilassante, ma allo stesso tempo vi potrebbe far nascere la curiosità verso qualche classico, nel caso vi venisse voglia di dedicarvi a un libro più impegnativo.
Foto di Valeria de Bari
Foto di Gabriella Cecalupo
Foto di Gabriella Cecalupo
Per avere altre dosi di letture estive, continuate a seguirci!
Federica Crisci e Ginevra Amadio
Con la collaborazione di: Alessia Aleo, Valeria de Bari, Ambra Martino, Alessia Pizzi, Cristiana Toscano.
Domandate a qualsiasi diplomato cosa sappia di Giovanni Pascoli e delle sue poesie: probabilmente vi risponderà “il fanciullino” e “San Lorenzo io lo so perché tanto…“.
Questo nella più aurea delle situazioni. Perché, come spesso accade nelle scuole italiane, i protagonisti della letteratura vengono canonizzati, identificati in modo monolitico (basti pensare, come ricordava una collega, alla figura del Leopardi pessimista).
Ebbene, se c’è un poeta che mi è sembrato sempre troppo poco considerato (naturalmente mi riferisco al canone maschile, se dovessi nominare le donne ignorate dai libri di scuola probabilmente non basterebbe un articolo per ricordarle tutte) è proprio Giovanni Pascoli.
Questa riflessione è stata il succoso frutto di un esame ai tempi dell’Università, “La lingua di Pascoli” con Luca Serianni. E già il docente vi dovrebbe far intuire per quale motivo si palesarono in me tutte queste riflessioni.
Studiavo sul trenino diretto a Viterbo, a quei tempi, mentre scoprivo con stupore il merito di Pascoli, che a casa, non lo dimenticherò mai, chiamavano tutti col diminutivo Zvanì.
Prima di Pascoli, per farla breve, gli uccelli erano augelli. Nel senso che da Petrarca in poi la lingua poetica era rimasta quella trecentesca.
Pensate solo alla lingua di Ugo Foscolo o di Giacomo Leopardi. Il Pascoli rivoluziona la lingua poetica italiana non solo introducendo il parlato (appunto uccelli), ma anche il dialetto, le lingue speciali e quindi il linguaggio post-grammaticale (mi viene in mente il meraviglioso poemetto Italy, dove scrima sta per ice cream secondo gli emigrati italiani), il linguaggio fonosimbolico delle onomatopee e quindi pre-grammaticale. Persino il cosiddetto “baby talk”.
Giovanni Pascoli, poesie dello sperimentalismo:
Dialogo (Myricae)
Scilp: i passeri neri su lo spalto corrono, molleggiando. Il terren sollo rade la rondine e vanisce in alto: vitt… videvitt.
Italy(Poemetti)
Venne, sapendo della lor venuta,
gente, e qualcosa rispondeva a tutti
Ioe, grave: “Oh yes, è fiero… vi saluta…
molti bisini, oh yes… No, tiene un frutti-
stendo… Oh yes, vende checche, candi, scrima…
Banalmente propongo questa riflessione in occasione del 10 agosto e della celebre poesia sulle stelle cadenti.
Ma Pascoli fa molto di più, e associa alla lingua parlata la poetica delle piccole cose, dell’universale che diventa singolare. Così una pioggia di stelle racconta la morte di suo padre in analogia con quella di una rondine che non rivedrà mai il suo nido e un gelsomino notturno che schiude la sera è metafora di una gravidanza appena iniziata nell’intimità di una casa.
Chiaramente non è questa la sede adatta per passare al crivello tutta la poetica pascoliana, ma spero che la riflessione sia un input per incuriosire i lettori a saperne di più. A prescindere che stasera riusciate a intravedere qualche stella cadente o meno – dal vostro atomo opaco del Male – concludo questo breve viaggio con il X Agosto, che qualcuno ogni tanto a scuola avrà sicuramente letto PER Agosto. Ma gli vogliamo bene lo stesso!
San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh!, d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!
Alessia Pizzi
Immagine di Alessia Pizzi, tratta dal libro "Lo specchio delle Muse"
Il Muro del Canto è un’istituzione nella capitale e nel folk ormai. Non si può essere veramente romani senza averli mai ascoltati o visti dal vivo.
La band si è presentata sul palco di Villa Ada al completo: Daniele Coccia, Alessandro Pieravanti, Alessandro “Fisa” Marinelli, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi e Franco Pietropaoli. A fare da special guest Andrea Ruggiero e il suo violino ad arricchire ulteriormente il concerto. Ad aprire la serata sono stati i Dalton, band punk rock anch’essa romana. Sul palco la band ha riproposto brani dai primi dischi ma anche moltissimi brani tratti dall’ultimo lavoro L’amore mio non more.
L’accoglienza è stata delle migliori, anche grazie al pubblico di casa, che è stato trattato come membro di una grande cosa unica. Una famiglia senza la quale la band non sarebbe nulla. Il pubblico, giunto numerosissimo nonostante le previsioni lasciassero temere qualche precipitazione, ha risposto benissimo sia ai nuovi brani che a quelli più storici. Ad ospitare il concerto è stata la bellissima rassegna Villa Ada incontra il mondo.
Il muro del canto (Foto di Irene De Marco)
La band ha dimostrato fin da subito di essere tra le migliori folk band del panorama italiano, essendo i loro brani apprezzati in tutto il Paese. In primo piano alcuni dei brani nuovi come Reggime er gioco, La vita è una, ma anche Senza ‘na Stella che viene cantata con la presenza speciale di Livia Mancusi. Spazio anche per un altro special, quello di Rossomalpelo, al quale la band ha concesso un piccolo spazio e un brano insieme.
Un mix di nuovi brani e vecchi successi
Ma la band, giunta al suo quarto lavoro in studio, ha riproposto, con la complicità del pubblico, brani tratti da tutti i suoi album, come Chi mistica mastica e Serpe ‘n seno tratti dal loro primo disco L’ammazzasette. Il concerto ha visto protagonisti anche altri successi come Peste e corna, Fiore de niente e Ciao Core. Una vera immersione nel meglio della discografia della band romana, che ha emozionato, e fatto ballare tutto il pubblico di Villa Ada.
Ovviamente al concerto hanno trovato spazio anche le canzoni recitate da Alessandro Pieravanti, oltre che una bellissima cover della canzone popolare Malarazza in una serata di folk e popolarità.
La band si è congedata dopo un bis annunciando altre due date nei dintorni di Roma tra agosto e settembre.
Un bellissimo momento di romanità, musica e folklore in un’ambientazione davvero degna come quella di Villa Ada, che ringraziamo per questa bellissima manifestazione e per gli ottimi concerti proposti e al quale dedichiamo volentieri spazio all’interno della nostra sezione dedicata.
Hobbs & Shaw un accoppiata vincente che vi travolgerà per due ore tra adrenalina, testosterone, e… risate come se non ci fosse una domani!
Sinossi: Hattie Shaw è un’agente dell’MI6. Ha una missione: impedire il furto di un micidiale virus che potrebbe decimare l’intera razza umana. Quando il rischio diventa reale si inietta le capsule della malattia e si dà alla fuga. La CIA, per impedire che il virus venga diffuso, si affida a Luke Hobbs e Deckard Shaw. Una combo micidiale: i due si odiano ma la posta in gioco è alta, altissima. C’è in gioco il destino del mondo e Hattie, la sorella minore di Shaw. Due ore di adrenalina. Il trio inseguirà e sarà inseguito dall’uomo/macchina Brixton. Metteranno da parte i rancori e il passato pur di far saltare in aria i piani dell’organizzazione Eteon e far fuori Brixton.
Data di uscita: 8 agosto 2019
Regia: David Leitch
Produttori: Dwayne Jahson, Jason Statham, Chris Morgan, Hiram Garcia Distribuzione in Italiano: Universal Pictures
Paese: Regno Unito, USA Genere: azione, avventura, commedia Cast: Dwayne Jahson, Jason Statham, Vanessa Kirby, Idris Elba, Helen Mirren Cliff Curtis, Eiza Gonzales
Fast & Furious – Hobbs & Shaw è lo spin-off della celebre saga che quest’anno diventa, finalmente, maggiorenne.
La pellicola è arrivata sugli schermi dopo ben quattro anni, sebbene solo nell’ottobre del 2017 la Universal Picture ha annunciato l’inizio della lavorazione con i personaggi Luke Hobbs e Deckard Shaw.
La saga Fast & Furios è, per la casa di produzione, una gallina dalle uova d’oro fin dal 2001. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: spionaggio, automobili, corse, lotte, cattivi, virilità (Jason Statham è qualcosa di indescrivibile. Risulta sexy senza neanche togliersi una maglietta!) e… family always first!
Forse è quest’ultimo l’elemento che caratterizzerà sempre questa produzione. La famiglia, per i protagonisti, a prescindere dai film che si sono susseguiti nel tempo, rappresenta l’elemento che fa ingranare la marcia, spingendoli fino a mettere a rischio la propria vita.
Non ci sono mezzi termini per descrivere il film. Grazie alle scene mozzafiato splendidamente girate dal regista, e la combo The Rock e Statham, l’asticella della produzione si innalza vertiginosamente.
Dimenticate i film passati. Che la nuova era abbia inizio!
Il franchise è indubbiamente cambiato. Per anni corse clandestine, furti e adrenalina rappresentavano il comune denominatore. Oggi, Fast & Furious – Hobbs & Shaw arriva al cinema come point break con i film precedenti. La nuova storyline coinvolge lo spettatore facendolo sobbalzare dalla poltrona, letteralmente. La pellicola risulta avvincente grazie al perfetto equilibrio tra azione, tensione e momenti esilaranti. Grazie a questo bilanciamento la storia non stanca, anzi è un crescendo di emozioni e tensione che tiene incollato lo spettatore allo schermo.
Le dinamiche tra Hobbs e Shaw ricordano vagamente quelle tra Bud Spencer e Terence Hill, solo in versione moderna edulcorata dalla magia hollywodiana. E questo ci piace!
Degna di nota è la presenza di Vanessa Kirby. Da The Crown alla macchina di Fast & Furious il passo è stato breve ed emozionante.
Vanessa Kirby In una scena del film
Conosciuta per il ruolo di Margaret in The Crown, Vanessa Kirby non ha perso tempo. È entrata a gamba tesa nel modo dorato di Hollywood. La sua presenza nella pellicola non passa inosservata. Non solo perche tutti la ricordano per il ruolo della sorella minore della regina Elisabetta, ma perchè, trovandosi ancora una volta nelle vesti di sorella minore. fin dall’inizio si viene catturati da un effetto calamita. Il ruolo infatti funge da collante tra i due protagonisti, i quali, mossi ovviamente, da intenzioni diverse, raggiungono un’intesa che consentirà loro di salvare il mondo e di salvarla. Inoltre, la ragazza non le manda a dire mica!
Picchia duro ed ha una buona mira. Perfetta nel ruolo, sono certa che la rivedremo presto. Che abbia conquistato la medaglia d’oro candidandosi come la nuova eroina degli action movie? Staremo a vedere.
In conclusione
Considero completamente inutile la presenza del superman nero Brixton. Il film, ancora una volta, regala una scarica di adrenalina al cardiopalma. I protagonisti rappresentano il mix perfetto per una pellicola che farà registrare sicuramente un risultato al box office decisamente superiore ai film precedenti. Ma ciò che più colpisce è sicuramente l’aspetto esilarante del film, che rende le 2.15 h leggere e intense al contempo.
Qualche curiosità
Ryan Reynolds e Kevin Hart hanno preso parte alla pellicola con un cameo: rispettivamente nei ruoli di un agente della CIA e di un ufficiale dell’aeronautica statunitense;
Questo perfetto mix tra azione e risata è stato diretto da David Leitch. Ingaggiato tuttavia soltanto nel gennaio del 2018. Inizialmente la regia è stata affidata a Shane Black;
Un film così non poteva che avere riprese aggiuntive. Ufficialmente la Universal ha annunciato l’inizio delle riprese nel settembre del 2018 divise tra Londra, Glasgow, North Yorkshire e Hawaii. Terminate nel febbraio del 2019, in fase di montaggio sono state richieste riprese aggiuntive.
Pensiamo a tutto. E per un film come Fast & Fuorius – Hobbs & Shaw non possiamo non condividere la playlist della pellicola. La nostra preferita? Lacrimosa!
Nelle radio italiane suonano i ritmi latineggianti, su CulturaMente vi proponiamo una dose di indie italiano. Nelle radio italiane continuano ad imperversare i classici tormentoni estivi, che ormai abbiamo tutti imparato a memoria, nostro malgrado. La tendenza, al momento, è quella dei brani dai ritmi latineggianti.
Il mood della playlist non è sempre scanzonato, perché l’estate non porta solo gioie.
Troviamo “Mare” degli Ex-Otago, un brano commovente che non lascia indifferenti. C’è una frase nel testo che continua a farmi venire la pelle d’oca ad ogni ascolto:
“Non è sempre vero che si sta meglio in cielo. C’è chi sceglie il mare e continua a nuotare”.
Passiamo per i Canova che in “Portovenere” mettono l’accento su come non tutti siano propensi a passare la vita in spiagge affollate e sulle discussioni di coppia per scegliere la meta della propria vacanza.
Calcutta in “Arbre Magique” ci ricorda le serate passate ad amoreggiare in macchina con il profumo del famoso deodorante del titolo in sottofondo. Mentre i Thegiornalisti prima ci fanno assaporare l’erotismo in “Promiscuità” e dopo ci fanno ricordare che prima o poi l’estate finisce.
Vivere l’estate significa sperimentare una marea di emozioni e l’indie italiano lo sa bene.
Valeria de Bari
Playlist indie dedicata agli ex
E se la vostra voglia di indie italiano non è finita potete ascoltare la nostra playlist per ex.
“Testa alta e guardare sempre avanti, come nella vita.” L’ultimo imperatore film
Titolo originale: The Last Emperor Regista: Bernardo Bertolucci Sceneggiatura: Mark Peploe, Bernardo Bertolucci, Enzo Ungari Cast Principale: John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Vivien Wu Nazione: Cina, Italia, Regno Unito Anno: 1987
Estate. Tempo di partenze e di viaggi. Alcuni sognano il mare, i profondi oceani e le acque trasparenti. Molti le alte vette, viali alberati e lunghe passeggiate. Altri, invece, sognano immergersi in culture diverse, conoscere altre zone del mondo. E quando non possiamo scappare? Io, personalmente, quando ho voglia di viaggiare e il mio lavoro non me lo permette, chiedo aiuto ai film: ci raccontano non solo storie di persone, ma anche di luoghi molto lontani da noi, soprattutto geograficamente. Uno di questi è L’ultimo imperatore, film di Bernardo Bertolucci e vincitore di 9 Premi Oscar.
La pellicola ripercorre la turbolenta vita di Pu Yi (John Lone) ultimo discendente della famiglia reale cinese, dall’ascesa al trono, avvenuta a soli 2 anni, passando per il secondo conflitto mondiale, fino alla Rivoluzione Culturale voluta Mao Tse-tung. Seguiamo l’ex imperatore a partire dalla sua prigionia in Manciuria nel 1950. Una prigionia in cui le sue regali origini non contano, il suo passato è solo una vergogna. Un passato che non tornerà più. Lontani quei giorni in cui l’intera nazione si inchinava a lui, anche se poco più che infante, poiché ‘Signore dei Diecimila Anni’. Quei giorni nella Città Proibita, in quello sfarzo dove le uniche preoccupazioni erano gli intrighi di palazzo.
Sono finiti i giorni della giovinezza e della spensieratezza.
Quel periodo in cui i desideri di un giovane, cresciuto con l’idea di essere una divinità, si uniscono alle voglie carnali, allo spirito di innovazione e alla prima coscienza che le cose non saranno più come un tempo. La giovinezza accompagnata dai preziosi consigli del precettore inglese Reginald Johnston (Peter O’Toole), che riporta il giovane regnante nella realtà, combattendo per lui contro una casta anacronistica, rinchiusa in una città imperiale, lasciata al suo destino senza più quel ruolo di rappresentanza divina e istituzionale, se non per coloro che erano al suo interno.
Gli anni dell’orgoglio del tornare sul trono a qualunque costo. L’ultimo imperatore film
Il periodo della collaborazione con il Giappone, la creazione del Manchukuo, la comprensione del mercato dell’oppio, le due mogli e l’incapacità di tenerle accanto, la Guerra e la cattura da parte dei Sovietici, con la conseguente consegna da parte di questi ai maoisti. Il Tempo che non concede… tempo per comprendere cosa stia accadendo. Divinità che diviene umano. La coscienza della perdita di tutto, senza distruggere quella fierezza imperiale nei momenti importanti, come appunto il non cedere all’essere un fantoccio nelle mani di altre nazioni.
Un film che viaggia nel Tempo e nello Spazio.
Oltre a narrare una biografia così importante, L’ultimo imperatore ha un’analisi precisa al suo interno. Bernardo Bertolucci ci mostra il parallelismo della decadenza di un Imperatore e del suo Paese, senza più speranza di tornare ai fasti perduti. Forte la tematica politica e sociale, onnipresente nella filmografia del regista emiliano: la critica al maoismo è evidente. Il girare per di più la pellicola all’interno della vera Città Proibita, senza l’uso di pannelli o riproduzioni in studio, dà a tutto quell’autenticità e tocco malinconico che non può far stare indifferenti.
Una pellicola destinata ad entrare nella Storia del Cinema mondiale.
L’ultimo imperatore, infatti, vinse 9 premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Regia: premio che rende Bertolucci l’unico italiano, fino ad oggi, ad aver vinto la statuetta alla Regia, non per Film Straniero. Altro grande Oscar vinto da L’ultimo imperatore fu per la colonna sonora
3 motivi per vedere il film:
– la classe di Peter O’Toole
– la fotografia di Vittorio Storaro, che per l’occasione vinse il suo terzo Oscar
– il salto storico e il conseguente spaesamento, di un uomo e di una nazione, che in poco tempo hanno visto il passaggio dal Medioevo al 20° secolo.
Quando vedere il film:
Film lungo ma coinvolgente. Da far vedere ai giovani, ma già maggiorenni e con una coscienza storica formata. Domenica pomeriggio, per poterne parlare.
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Con Hotel Artemis di Drew Pearce, la grande Jodie Foster torna sul grande schermo, con un film in cui veste i panni di un’infermiera in una clinica-albergo dove sono ammessi solo fuorilegge.
Jodie Foster è tornata. Dal 1° agosto è sugli schermi italiani con Hotel Artemis.
L’ultimo film era stato Elysium. Sono passati cinque anni, ma lei ora è così, sceglie solo ruoli che la convincono, non strettamente legati al successo al botteghino. La due volte premio Oscar, nel film dello scozzese Drew Pearce, ha scelto di vestire i panni di Jean Thomas, infermiera-direttrice di una clinica davvero singolare.
Los Angeles 21 giugno 2028.
In questo primo giorno d’estate, la città californiana è messa ferro e fuoco, da una grande e violenta manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua.
Nel pieno della contestazione, duramente repressa dalla polizia, in una banca della città si conclude una sanguinosa rapina.
Due dei rapinatori rimangono gravemente feriti. Per loro non c’è tempo da perdere.
L’unica persona che possa aiutarli è Jean Thomas, l’anziana infermiera dell’hotel Artemis
In una distopica Los Angeles, fra vicoli stretti e sporchi, fitte nebbie e roghi sparsi nella città, si cela l’austero profilo di questo singolare hotel.
Da fuori sembra un vecchio albergo, con i suoi giorni migliori decisamente alle spalle. Dentro, invece, si schiude una tecnologica clinica destinata a pochi, ristretti, pazienti. Nell’Hotel Artemis possono entrare solo criminali schedati, come Sherman e Lev, rimasti feriti nel corso della rapina.
Mentre i due fratelli vengono accolti dall’infermiera Jean Thomas, che da ventidue anni gestisce con il solo aiuto del factotum “Everest” la clinica per criminali, fuori impazza l’apocalisse.
Prima regia di Drew Pearce, Hotel Artemis è un film dalla trama affascinante, dagli effetti speciali efficaci ma con qualche pecca di troppo.
A non convincere è proprio la sceneggiatura, dalle cui maglie troppo larghe si sfila la pur brava Jodie Foster.
Ed è singolare che proprio la sceneggiatura sia il principale limite di questo film, visto che Pearce, prima di tentare la strada della regia, è stato uno sceneggiatore di successo.
Sua la firma su film quali Iron man 3, Mission: Impossible – Rogue Nation, Fast & Furious – Hobbs & Shaw, sequel e spin-off della serie di Fast & Furious.
Proprio la punta di diamante del film, Jodie Foster, è il personaggio meno convincente di tutto il cast.
La leggendaria Clarice Starling de Il silenzio degli innocenti, che le valse l’Oscar nel 1992, appare nel film di Pearce troppo compressa in un ruolo che, non sempre, le si addice.
Quando esce dal rigido steccato impostole dal personaggio, ecco ritornare la grande attrice che da Taxi driver in poi non ha mai smesso di far sognare i cinefili.
Ma sono fugaci attimi, porzioni di bellezza.
Avere nel cast un calibro come la Foster è un’opportunità unica che il regista scozzese non ha valorizzato appieno.
Sarebbe, e perdonateci l’irriverente paragone calcistico, come avere in squadra il grande Messi e metterlo per mere esigenze tattiche in difesa.
Accanto alla Foster si muovono con destrezza Sofia Boutella, nei panni della spietata Nice, che nelle movenze e nell’abilità ricorda la Lara Croft di Tomb Raider e il bravissimo Dave Bautista, il colossale Everest, dal fisico imponente ma dal cuore buono.
Convincono anche le interpretazioni di Sterling K. Brown, che è Waikiki, uno dei due rapinatori feriti e Jeff Goldblum, il mefistofelico Re dei Lupi.
Piace la narrazione collettiva della prima parte del film con la graduale presentazione dei singolari ospiti dell’hotel e che ricorda certe atmosfere di The Hateful Eight del grande Quentin Tarantino, senza, tuttavia, ripetere la teatralità di quella pellicola.
Belli gli interni a tinte dark che caratterizzano buona parte del film, alcune scene decisamente pulp e i pochi esterni con un rimando all’onirico Blade runner.
Hotel Artemis nel complesso non convince del tutto, pur regalando emozioni e adrenalina.
Alla fine è un film che si lascia vedere, specie in questa calda stagione estiva decisamente avara di bei film, ma che non rimarrà di certo negli annali della storia del cinema.
Giunti ai titoli di coda rimane la bella fotografia del sudcoreano Chung Chung-hoon, l’interpretazione di alcuni attori, l’originalità della trama e lo straordinario sguardo di Jodie Foster che, nonostante il trucco da settantenne, è sempre assolutamente magnetico.
C’era una volta Quentin Tarantino, possiamo anche iniziare così.
Perché il suo C’era una volta a Hollywood è, quasi letteralmente, una fiaba, che però solo lui poteva realizzare in tal modo. E che solo il Tarantino del 2019, a quasi 60 anni, poteva concepire e realizzare così.
In fondo tutti maturano e un po’ cambiano, anche chi ha una visione ben precisa, netta e dogmatica su alcune cose. Tarantino ha travolto il cinema negli anni ’90, ha iniziato a fare film come nessuno aveva mai osato, ha concepito il cinema in maniera quasi avanguardistica, avanti forse venti anni rispetto ai colleghi, e aizzava se stesso e le sue opere con spirito ribelle anticonformista.
Poi, quando quella rivoluzione indipendente lo ha raggiunto, quando il suo stile è diventato un sottogenere, quando hanno iniziato a fioccare gli epigoni e le imitazioni, Tarantino ha riavvolto il nastro: non ha cambiato minimamente stile, ma ha iniziato a guardarsi indietro, ad ambientare film solo nel passato, a diventare più nostalgico e persino più conservatore su taluni aspetti, uno degli ultimissimi crociati a lottare per un’idea di cinema più pura, a partire dalla diatriba (già persa in partenza) tra digitale e pellicola.
Tarantino un tempo andava avanti in maniera frenetica. Adesso va indietro in modo malinconico ma maturo.
A tal proposito, C’era una volta a Hollywood non può che esser visto e letto come la summa perfetta della sua evoluzione. Una fiaba, una lettera d’amore ad un cinema che non esiste più, una elegiaca riflessione sui tempi che cambiano.
Un atto d’amore nel quale le citazioni (e persino autocitazioni) non sono orpelli, ma tasselli di un mosaico che mostra come e quanto il cinema influenzi le vite di chi lo fa. O di chi, semplicemente, lo ama.
Da un lato immagino quanto questo possa quasi essere traumatico per un fan, poiché indubbiamente è il suo film meno tarantiniano. La violenza è quasi assente, la frenesia è completamente assente, il ritmo e il solito tumulto dei dialoghi lasciano spazio a scene lunghe spesso mute, spesso accompagnate solo dalla musica (mai invadente, mai rumorosa) o dallo sguardo dei protagonisti. È il suo primo film che non è necessariamente cool, non vuole esserlo a tutti i costi. È il suo primo film nel quale contano i piccoli momenti, i piccoli gesti quotidiani, il fulcro è tutto sulle emozioni.
Forse perché C’era una volta a Hollywood è il primo film nel quale Tarantino usa personaggi veri. E non intendo solo personaggi realmente esistiti, ma parlo di personaggi reali nelle loro emozioni, crisi e desideri. Non ci sono spose imbrattate di sangue che maneggiano spade, cacciatori di nazisti che fanno scalpi, gangster che partecipano a gare di ballo. Tarantino ci mostra esseri umani in piena crisi esistenziale alla ricerca di un posto nel mondo. Per una volta, in un suo film ci siamo noi.
Forse manca una bussola, ma come non era un problema in Pulp Fiction, non è un difetto nemmeno qui. È lo sguardo d’insieme che conta, il tono amorevole e nostalgico col quale Tarantino incornicia i personaggi e come vivono. Nella parte centrale c’è il cuore dell’idea: un attore decaduto che cerca di recuperare la fama, messo in contrasto con un’attrice all’apice della fama che però non potrà più andare avanti, omaggiata cristallizzando per sempre la sua immagine sul grande schermo.
Una Sharon Tate di fantasia che guarda felice la vera Sharon Tate immaginando un futuro che non c’è mai stato. Questa è forse una delle scene più commoventi mai scritte dal regista.
Per questo C’era una volta Hollywood è il film meno tarantiniano di sempre ma, al tempo stesso, il suo più ideale e perfetto per comprendere lui e il suo mondo. Lui che parla da anni di ritirarsi dopo dieci film (siamo a nove) e proprio adesso, guarda caso, racconta la paura dell’irrilevanza.
Irrilevante però non lo è mai. Lo spirito ribelle del passato è diventato, paradossalmente e incredibilmente, puro anacronismo cinematografico. Ma è un anacronismo sempre sulla cresta dell’onda, perché nessuno come lui sa catturare l’attenzione di occhi e orecchie dello spettatore. Nessuno sa scrivere personaggi così bene. Nessuno sa stracciare ogni regola narrativa e ideologica con tale sicurezza. E se C’era una Volta a Hollywood è la negazione del tipo d’intrattenimento che ci ha insegnato negli ultimi venti anni, la follia del finale del film funziona proprio perché non è un lusso che si concede, ma una magia che si è guadagnato.
La magia è la parola chiave, quella magia del cinema che Tarantino ama e da sempre vuol far tornare. La magia di piegare la storia a suo piacimento, la magia di ricreare intere sequenze di film e serie tv del passato. E perché no, la magia di prendere duestar assolute recenti, per la prima volta, e ricreare con loro l’immagine di Paul Newman e Robert Redford. Quella magia così tenace e pura da diventare insolenza, e Tarantino se la può permettere.
Solo con l’insolenza, oltre che col talento, può realizzare il suo primo film con personaggi reali e problemi reali nel contesto più magico, fantasioso, elegiaco e sentimentale possibile. Una fiaba vera e propria, quasi da struttura classica, nella quale i cavalieri devono imparare la fiducia in loro stessi per combattere il drago e provare a salvare la bionda principessa. Solo allora le porte del castello potranno aprirsi.
Delle porte del cinema, invece, sono piuttosto sicuro Quentin Tarantino possegga davvero tutte le chiavi possibili immaginabili.
Un alternativo viaggio nel Paese delle Meraviglie nel nuovo libro di Maria Perrillo
“Perché alcuni sogni si realizzano e altri no? Esiste davvero la fortuna nel trovare il proprio Paese delle meraviglie o bisogna solo crederci?”
Ci sono libri e libri. Ognuno racchiude in sé parole che possono presentarsi come un dono o semplicemente cullarci in un momento di relax. Alice nel tè e quel che non accade! di Maria Perrilloè uno di quei libri che custodisci gelosamente, ma che al contempo vorresti che tutti leggessero. In sole 76 pagine racchiude un mondo di positività e di speranza.
Trama:Alice nel tè e quel che non accadde! è una fiaba spirituale, nata con l’intento di generare nel lettore curiosità in merito a tematiche spesso sconosciute. I riferimenti alla fisica quantistica, alla numerologia, ai chakra, all’effetto farfalla e alla spiritualità sono forti. Alice si propone di guidare il lettore alla ricerca del proprio strumento per varcare la soglia del proprio paese delle meraviglie.
Alice nel tè e quel che non accade è un libro che ti arriva dritto al cuore.
Guardando la copertina – che di per sé da un senso di accoglienza e tenerezza – e pensando alla storia di Alice, si viene per qualche istante forviati e il pensiero corre a: “ecco la solita favoletta edulcorata”. Nulla di tutto questo.
Partendo proprio dalla favola, l’autrice è stata in grado di regalare una lettura introspettiva e riflessiva. Ha saputo cogliere la bellezza di una fiaba, ha mantenuto il contatto visivo, come se di fronte avesse un bambino, e ha fatto si che anche gli adulti ne potessero cogliere la grandezza e la profondità. La scrittura lineare, scorrevole, profonda e incisiva fa da supporto ad una storia per piccoli e grandi.
“Non riusciva a credere che tutti intorno a lei, anche i suoi più strambi e fedeli amici, avessero perso la speranza. Perché avevano smesso di credere?”
Tra fiaba e spiritualità ogni pagina è scritta per modellarsi sul lettore, assumendo sfumature diverse a seconda di chi legge. Qualsiasi sia la tua storia, il tuo passato, le tue ferite, con questo libro riuscirai a cogliere sempre un messaggio che sia solo ed esclusivamente per te, e a rispecchiarti in quelle situazioni in cui tutto sembra perduto. Ed è proprio quando pensi che il tuo Paese delle meraviglie sia stato seppellito, le pagine ti conducono pian piano verso la luce. Il segreto, ad avviso di chi scrive, è racchiuso nella capacità dell’autrice di trasportare su carta la sua anima, il suo vissuto, le sue lotte. Solo l’esperienza concreta rende vive le parole: le trasforma in armi capaci di scavare dentro, entrando nel cuore di chi legge.
“Bisogna sparire per per un pò e guardare bene dentro il proprio cuore, dove si deposita la polvere” e cosi dicendo, il gatto, seguì la sua stessa indicazione e svanì. “E ti pare facile?” Ad Alice non era mai successo di doversi chiedere se ciò che desiderava lo desiderava davvero. O meglio, se lo desiderava, come faceva a capire che non lo desiderava davvero? Pensaci Alice. Pensa a cosa desideri e presta attenzione a cosa senti…
Maria Perillo, autrice di “Alice nel tè e quel che non accade”. Un viaggio introspettivo nel Paese delle Meraviglie.
Ogni parola, ogni pensiero, ogni filastrocca è pensata per il lettore. Una favola con un Alice cresciuta che ci prende per mano portandoci davanti alle nostre realtà, ai nostri limiti e dunque paure. Ci aiuta a guardarci dentro, a scoprire quanto tendiamo a sopprimere i nostri sogni e come questi possono ritornare in vita potendo così giungere finalmente nel proprio paese delle meraviglie.
I sogni si riaccendono solo se accanto abbiamo qualcuno che ci ricorda di essere forti. Perché un passo ben fatto è un passo fatto insieme.
Un viaggio in cui l’autrice ci fa da guida anche attraverso l’ausilio dei personaggio che affiancano Alice, rammentando così l’importanza degli stessi nel processo di guarigione del sé.
Alice diventa, così, il ponte che consente ai suoi strambi e fedeli compagni di viaggio di poter riaccendere i propri sogni. Ed è proprio qui che la scrittrice manifesta l’importanza di camminare sempre circondati da persone che sono in grado di starci accanto anche quando tu quella luce non la vedi.
“Alice devi pensare ad oggi […] è solo Oggi che puoi salvare e creare sogni. Ieri sfugge e Domani ha i suoi tempi!”
Personalmente, in questa fraseho trovato il cuore spirituale di questo libro. Una favola sì, ma che non racconta una fiaba sterile, ma spalanca le menti e rende temerari i cuori più timidi e affranti. Abbraccia chi è senza speranza, e ricorda che nulla è impossibile, basta partire da Oggi.
Note sull’autrice:Maria Perillo, scrittrice e blogger, è appassionata di letteratura al femminile. Il suo blog letterario mariaperillo.it, dallo slogan #temiladonnachelegge, si ripropone di divulgare consigli di vita, riflessioni su temi sociali e letture alle donne che vogliono divenire la miglior versione di se stesse. Alice nel tè e quel che non accadde! è la sua prima opera edita.
Al museo del Novecento in piazzetta Reale, la mostra di un artista che ha vissuto la grande stagione creativa della città dal dopoguerra agli anni Ottanta
Remo Bianco a Milano, un artista fecondo, con un grande slancio per l’innovazione, pronto a sperimentare. La mostra che si è aperta al Museo del Novecento, in piazzetta Reale, presso l’Arengario, con vista su Piazza Duomo, ha qualcosa di affascinante.
Remo Bianco, artista poco conosciuto al grande pubblico, restituisce ai visitatori di oggi una testimonianza vivida della Milano degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. In un ricordo di Marina Abramović, Remo Bianco viene descritto come un uomo di vivace curiosità intellettuale, aperto di vedute e originale. Non stona, dunque, vedere un nutrito gruppo di 70 opere in mostra nella sala del terzo piano del museo del Novecento, quella dedicata a Lucio Fontana.
Remo Bianco a Milano. Una storia italiana
Nato a Milano nel 1922 da una famiglia non benestante, l’artista studia ai corsi serali di disegno dell’Accademia di Brera e là conosce il suo primo maestro, Filippo De Pisis. Dal 1948 iniziano le sue prime sperimentazioni di opere a tre dimensioni, realizzate dipingendo lastre su vetro.
Bianco conosce il movimento Nucleare e lo Spazialismo ed espone per la prima volta, nel ’53, i suoi 3D alla galleria Montenapoleone di Milano, presentati da un testo di Lucio Fontana. Nel 1955, una borsa di studio lo porta a New York, dove incontra l’arte gestuale di Jackson Pollock. Nel 1956 scrive il Manifesto dell’Arte Improntale, nel quale dichiara, tra l’altro:
“L’arte dell’avvenire è posta sotto il segno dell’improntale. Impronta è tutto ciò che resta impresso nel nostro subcosciente; impronta della società stessa, in quanto immagine di tutti quei condizionamenti che l’essenza della vita oggi comporta. Dichiaro perciò che l’uomo non può evitare di essere impronta di una società che continuamente muta e ci circonda sempre di cose nuove”.
Formidabili gli anni delle avanguardie artistiche
L’artista attraversa le decadi più creative delle avanguardie artistiche milanesi: un periodo in cui il suo lavoro è ricerca e continuo cambiamento. Ci sono le Impronte, poi i Sacchettini, una riflessione sul significato della memoria. Nei sacchettini Bianco mette piccoli oggetti, ninnoli, giocattolini, resti simbolici e inquietanti del passato. Analoga vocazione nostalgica si ritrova nelle Sculture neve, personali rievocazioni dei soprammobili con la neve finta. Una sperimentazione che mette insieme visivo, sonoro e l’idea di un nuovo rapporto con lo spettatore è data, invece, dai Quadri Parlanti: avvicinandosi alla tela si sente la voce dello stesso artista, quasi una richiesta di contatto. In mostra anche i Tableau Dorés, le Pagode, oltre a interessanti materiali documentali.
L’esposizione “Remo Bianco. Le impronte della memoria” è aperta al pubblico fino al 6 ottobre, al museo del Novecento a Milano.
Negli ultimi episodi de Il Racconto dell’Ancella 3 la troviamo seduta per ore di fronte al corpo senza vita della sua compagna di passeggiate, Natalie: proprio quella che aveva fatto la spia sulla fuga della piccola Nicole facendo impiccare la Marta complice del fattaccio. Quella che fingeva che, alla terza gravidanza, andasse ancora tutto bene mentre era palesemente turbata. Quella che ha commesso una sparatoria nel supermercato per poi diventare a tutti gli effetti l’incubatrice di suo figlio, viva solo perché attaccata ad una macchina. E chi se non June per vegliarla, in ginocchio, giorno e notte? E noi, con lei: nella sua testa, nel suo dolore, nel suo delirio.
E problema di questa serie è proprio che ti entra nella testa: praticamente sono stata una settimana a canticchiare in macchina la canzone dell’esaurimento nervoso di June.
La questione a Gilead è la seguente: se ti ribelli soffri, se non ti ribelli pure. Tanto vale ribellarsi. E June prosegue la sua strada con la missione di liberare i bambini dell’ospedale. Farli uscire da questo Paese infernale a costo della vita.
Nel frattempo, ovviamente, non mancano altri momenti atroci, come quello del rito con Lawrence:
il comandante che ha sempre rifiutato di procedere con lo “strupo legalizzato” dell’ancella si trova messo alle strette dai Waterford e ci sbatte in faccia il dolore di questo tradimento imposto, se così possiamo chiamarlo. June, d’altro canto, profondamente turbata e allo stesso tempo consapevole di cosa sta per accadere, indica al “suo” comandante come procedere all’atto senza pensarci troppo, magari a occhi chiusi…
Unfit, Heroic e Bad Witness sono tre esempi di quanto questa stagione stia riuscendo bene. Delineano perfettamente la perdita della ragione di June, ormai provata, ma comunque sempre reattiva. La nostra super blondie non è l’unica protagonista, però: zia Lydia, grazie a una formidabile Ann Dowd, ci immerge in un doloroso flashback della sua vita ante Gilead. Un tuffo che ci fa assaporare profondamente la frustrazione di questa donna, ma soprattutto l’odio con cui ripaga le persone che ha attorno per difendersi da una vergogna che la assale e non le dà scampo.
Che dire? Se non la state vedendo… redimetevi!
Alessia Pizzi
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Andrea De Luca con il suo La scienza, la morte, gli spiriti, ci conduce nei meandri della letteratura noir italiana, in un viaggio tutto da leggere.
Ecco a voi un libro per conoscere le origini della letteratura noir italiana e scoprire storie da brividi.
Sapevate che per certi aspetti il padre del romanzo giallo è stato il grande Aristotele? Ebbene sì il filosofo greco, nella sua Poetica, il libro che sarà secoli dopo al centro del bellissimo Il nome della rosadi Umberto Eco, scrisse:
«la tragedia deve provocare paura, terrore, catarsi nello spettatore.»
Concetti chiave che hanno fatto la fortuna di scrittori e di registi horror.
Questa è solo una delle tante scoperte che regala La scienza, la morte, gli spiriti. Le origini del romanzo noir nell’Italia fra Otto e Novecento.
Edito da Marsilio, questo saggio è scritto da uno che conosce bene la materia.
Laureato in lingue all’università di Pescara, Andrea De Luca, dopo aver insegnato in diverse parti del mondo, vive e lavora in Belgio, dove è membro della Società Dante Alighieri.
Alla letteratura gialla, specie quella italiana, e alle sue origini, ha dedicato molti studi e seminari da cui è scaturito questo piacevolissimo saggio, il cui merito principale è proporre al lettore la storia di un genere che ancora oggi non smette di mietere successi.
Le origini del noir in Italia.
Il noir in Italia affonda le proprie radici nei romanzi d’appendice, libri che venivano pubblicati a puntate dai due principali giornali italiani: Il Secolo e Il Corriere della Sera.
Rivisitazione, in salsa nostrana, dei feuilleton francesi, che avevano fatto la fortuna di scrittori quali Dumas e Victor Hugo. Il primo pubblicò a puntate Il Conte di Montecristo, il secondo, invece, lo straordinario Notre-Dame de Paris.
De Luca sottolinea lo stretto legame che intercorre fra la nascita e l’affermazione del noir in Italia, e il successo di scienze positiviste come l’antropologia, la sociologia e, ovviamente, la criminologia.
Nelle oltre 130 pagine del volume, il filo nero che lega Edgar Alla Poe, Conan Doyle e altri autori gialli ai primi autori nostrani, viene totalmente dipanato.
Si tratta di una forma letteraria, in verità, che agli albori è piuttosto indefinita, specie in Italia.
Così De Luca:
«(…) è difficile tracciare una netta linea di separazione tra generi in questa epoca. In questo tipo di romanzo la commistione tra giudiziario, giallo, gotico, denuncia sociale è davvero alta.»
Figura centrale del saggio di De Luca è certamente Francesco Mastriani, una sorta di protogiallista. Autore di oltre cento romanzi, ambientati nel sua Napoli ottocentesca, Mastriani fu non solo molto prolifico ma anche molto apprezzato.
Seppur osannato da personalità quali Benedetto Croce, Antonio Gramsci e Matilde Serao, non incontrò i favori della dalla critica. Per questa, infatti, Mastriani faceva letteratura popolare, con buona pace di quanto asseriva Gramsci relativamente all’importanza di questa forma di scrittura.
Trascurato dalla critica ma non da De Luca, per il quale Mastriani:
«rimane una delle massime voci dell’Ottocento partenopeo, la sua opera, – a metà tra Verismo e investigazione – darà il via a una serie di cambiamenti nel mondo letterario dove per la prima volta si fondevano scrittura naturalista, Verismo, denuncia sociale ed elementi di giallo.»
Non solo Francesco Mastriani.
Benedetto Corce
Lapide commemorativa di Mastriani
Copertina del libro di De Luca
Il saggio di De Luca racconta di altre figure fondamentali nella genesi del romanzo giallo italiano.
In primisMatilde Serao.
La grande giornalista napoletana, che trascorse l’infanzia in Grecia dove si era rifugiato il padre per le sue idee antiborboniche, fu una importante autrice del genere. Il suo Il delitto di via Chiatamone rappresentò un vero e proprio punto di riferimento per la nascente letteratura noir.
Ambientato ovviamente a Napoli, il romanzo muove le fila di un singolare omicidio.
Su un tram, una bella fanciulla, con l’espressione triste, viene misteriosamente uccisa da un solo proiettile.
Un incipit geniale, come ricorda De Luca, che sarà una sorta di archetipo per tutti i gialli a venire. In poche righe si condensano tutti gli elementi della trama, ivi compresa la presenza, per la prima volta, di un investigatore ben definito.
Anche il marito della Serao, Edoardo Scarfoglio, fu attirato dalla letteratura noir.
Nel 1883 Scarfoglio dà alle stampe Il processo di Frine. Si tratta di una raccolta di novelle noir ritenute dallo scrittore: «esercizi preparatori per acquistare la coscienza piena delle presenti condizioni del romanzo.»
Insomma un lavoro propedeutico per il grande salto nella letteratura più impegnata.
Nella cerchia dei giallisti napoletani troviamo anche un partenopeo doc: Salvatore Di Giacomo.
Uno dei padri della canzone napoletana, Di Giacomo non disdegnò una parentesi noir.
L’autore della celebre Era de Maggio scrisse una raccolta di novelle dal titolo: Pipa e boccale. Ambientati in una lugubre e sinistra città tedesca, questi racconti risentono, e non poco, dell’influenza del grande Poe ma anche del tedesco Hoffman.
Ma a cavallo dei due secoli la letteratura noir in Italia non fu solo ad appannaggio di scrittori napoletani.
De Luca cita i casi di autori settentrionali come Emilio De Marchi, con il suo Il cappello del prete, ma anche Carolina Invernizio e Cletto Arrighi.
Ma la parte più affascinante del saggio della Marsilio è senza dubbio quella dedicata a Luigi Capuana.
L’autore nativo di Mineo, che con Giovanni Verga fu uno dei più importanti protagonisti del Verismo, nell’ultima fase della sua vita fu stregato dal mondo dello spiritismo e del noir.
Si tratta di una pagina poco nota che De Luca sviscera in modo esauriente.
La scienza, la morte, gli spiriti è un libro che parla di libri e di quella letteratura che sarebbe ora di sdoganare, conferendole il giusto e meritato valore. Perché alla fine la differenza non la fa il genere, ma solo e soltanto la qualità di ciò che viene scritto.
In estate la maggior parte delle persone sente la necessità di depurarsi e di eliminare i chili in eccesso.
Ciò è dovuto soprattutto alla prova costume, che ogni anno mette in crisi anche gli sportivi più metodici e gli amanti dell’attività fisica. Del resto, durante i mesi freddi la tendenza è quella di consumare cibi più calorici, che portano ad aumentare la ritenzione idrica e l’adipe in corrispondenza di cosce, fianchi e pancia. Per rimettersi in forma e per nutrire il corpo in maniera adeguata e con gusto, è possibile bere frullati a base di frutta e verdura, mixati con acqua, ghiaccio o latte.
Per un vero e proprio concentrato di benessere e di salute
in un bicchiere. Attualmente, numerosi bar e punti di ristoro healthy
consentono di gustare queste prelibatezze rinfrescanti e disintossicanti.
Tuttavia, è possibile prepararle anche a casa, così da avere la certezza di
utilizzare solo ingredienti genuini e di stagione e di provare combinazioni
inaspettate e sorprendenti. L’importante è avere a disposizione lo strumento
giusto: il frullatore.
Quale frullatore è
meglio scegliere?
A differenza di quello che si potrebbe pensare, individuare
il frullatore giusto non è un’impresa da poco. Infatti, in commercio è
possibile trovare una vasta gamma di
modelli, che differiscono nel design, nelle funzioni, nei materiali di
costruzione e nella resa del prodotto finale. Negli ultimi anni, accanto ai frullatori tradizionali, sono apparsi
anche quelli sottovuoto.
Si tratta di apparecchi pensati per ridurre il più possibile
l’aria nella brocca prima di attivare il processo di miscelazione, il che
consente di limitare il fenomeno
dell’ossidazione, che porta alla perdita di buona parte dei nutrienti
contenuti negli alimenti e della freschezza degli ingredienti utilizzati. Le
aziende produttrici che si sono dedicate alla progettazione ed alla
distribuzione di questi elettrodomestici di ultima generazione sono ancora
poche.
Di fatto, sono quelle che negli anni si sono dimostrate più
attente alle esigenze dei consumatori, come Philips, che mette a disposizione un frullatore
all’avanguardia, in grado di creare un’atmosfera a basso tenore di ossigeno,
perfetta per mantenere i frullati freschi per l’intera giornata e per
preservare al meglio vitamine ed antiossidanti, indispensabili per il benessere
del corpo.
Alcune ricette gustose
e nutrienti per i mesi caldi
Ecco alcune ricette gustose e depuranti per l’estate. Da
provare subito!
Frullato detox con
spinaci, carote, mele e banana
Ingredienti
40 g di spinaci crudi
5 carote
3 mele verdi
1 banana
100 ml di acqua
La combinazione di spinaci e banana porta alla creazione di
una bevanda dall’incredibile azione
energetica, che consente di migliorare il rendimento psicofisico. Inoltre,
la presenza delle mele e delle carote garantisce un buon apporto di fibre,
antiossidanti e di importanti principi nutritivi, che permettono al corpo di depurarsi
al meglio, ma anche di eliminare l’adipe accumulato durante l’inverno. Del
resto, in questo modo aumenta il senso di sazietà e migliora la funzione
metabolica.
Frullato detox con
pere, mela, arance e limone
Ingredienti
2 pere
1 mela
3 arance
1/2 limone
Un frullato a base di pere, mele, arance e limone è l’ideale
per nutrire il corpo in maniera adeguata. Infatti, protegge dai radicali liberi
e facilita l’eliminazione delle scorie
e degli scarti, che si accumulano nell’organismo giornalmente. É
l’ideale dopo un allenamento intenso, ma anche a metà mattina, per placare la
fame. Infatti, permette di ridurre l’appetito e fornisce le energie necessarie
per aumentare il proprio rendimento.
Frullato detox con
anguria, fragole, zenzero e lime
Ingredienti
1 fetta grande di anguria
6 fragole
1 lime
zenzero a piacere
Questo frullato è l’ideale per sconfiggere la sete nei
giorni più caldi, nonché per rifornire
l’organismo di vitamine, fibre, antiossidanti e minerali. Inoltre, l’unione
di cocomero, lime, zenzero e fragole aiuta l’intestino ad essere più attivo ed
a velocizzare il metabolismo, che è fondamentale per chi vuole perdere i chili
in eccesso.
Dal turismo sostenibile al pensiero creativo: non vogliamo mettervi ansia, ma Settembre si avvicina. Perché non pensare subito alle possibilità per l’anno nuovo?
Dal master per insegnare agli studenti a pensare “fuori dagli schemi” al corso per scoprire i segreti ‘green’ del turismo sostenibile fino alle lezioni per riconoscere i disturbi del neurosviluppo. L’Università Niccolò Cusano punta ad aprire nuove strade ai professionisti di domani e, per questo, ha deciso di presentare alcune proposte in vista del prossimo anno accademico.
Esperienza unica in Italia è il Master di I livello in pensiero creativo, un percorso che fornisce ai giovani gli strumenti per affrontare qualsiasi sfida del mondo del lavoro.
Secondo uno studio del World Economic Forum, il 65% dei bambini che oggi frequentano la scuola elementare da grande farà un mestiere che attualmente non esiste. Come comprendere, allora, il mondo che sta cambiando? Dai nuovi assetti geopolitici all’intelligenza artificiale, dalla biologia sintetica alla blockchain: non è possibile essere esperti di tutto, ma è indispensabile imparare a pensare fuori dal coro, essere analitici, critici e, allo stesso tempo, creativi. Ed è proprio in quest’ottica che nasce il nuovo master. A fare lezione saranno docenti dalle formazioni più varie (giornalisti, musicisti, maestri di scacchi, fisici, manager), che insegneranno ai ragazzi le 10 competenze irrinunciabili per adattarsi a mestieri in continua evoluzione: pensare, scrivere, parlare, creare, interpretare, viaggiare, ragionare scientificamente, essere empatici, avere visione e cambiare.
Proiettato sulle competenze del futuro è anche il Master di I livello sul Turismo sostenibile.
Realizzato in collaborazione con la Fondazione UniVerde, il corso prepara a una delle professioni che sarà sempre più richiesta nei prossimi anni, in Italia come nel resto del mondo. Il viaggiatore vuole spostarsi nel rispetto dell’ambiente, scoprire le bellezze senza “danneggiarle”, vivere l’esperienza della vacanza in sintonia con la natura. A interfacciarsi con il turista dovrà quindi essere un professionista aggiornato e competente in diritto, economia, geografia, ambiente, arte e cultura. Gli iscritti, oltre ad apprendere e ad avvicinarsi ai sistemi più all’avanguardia nel panorama europeo, potranno svolgere stage e workshop in aziende ed enti pubblici.
Con uno sguardo rivolto agli ultimi episodi di cronaca, l’Università Niccolò Cusano ha deciso di attivare anche un master di II livello in Psicossesuologia clinica rivolto a tutti i laureati magistrali in Psicologia o Medicina.
Nel corso si parlerà di Storia ed evoluzione della sessuologia clinica, delle disfunzioni sessuali maschili e femminili, di adolescenza e sessualità e di abuso sessuale e maltrattamento infantile. Ci saranno dei moduli dedicati alla terapia di coppia e altri alla consulenza sessuale nel caso di persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali). In più, sono previsti approfondimenti sul “Cybersex e le nuove forme di dipendenza sessuale”. Il percorso permette diversi sbocchi lavorativi: dalla libera professione come specialista in psicosessuologia clinica, alla consulenza in consultori familiari e centri clinici, alla progettazione di interventi di educazione sessuale nelle scuole.
Ultima proposta per il nuovo anno accademico è il Master di I livello sui disturbi del neurosviluppo.
Riservato a 40 iscritti, in possesso della laurea in Medicina, in Logopedia o in Psicologia, ha l’obiettivo di fornire un modello di lavoro in équipe per guidare psicologi e psicoterapeuti nella definizione della diagnosi e del trattamento di disturbi dello sviluppo. Durante il master, saranno quindi forniti strumenti operativi e pratici per l’assessment, la valutazione, l’inquadramento clinico e la terapia del bambino con disturbo di linguaggio e di comunicazione, con disturbo specifico di apprendimento, con ADHD e disabilità intellettiva, con ansia e disturbi dell’umore.
Titolo Originale: Sleepless in Seattle Regia e Sceneggiatura: Nora Ephoron Interpreti: Tom Hanks, Meg Ryan, Bill Pullman, Ross Malinger, Rob Reiner, Rosie O’Donnell, Rita Wilson Nazione: U.S.A. Anno Produzione: 1993 Genere: Commedia/Sentimentale Durata: 105’
Sinossi: Un bambino di otto anni chiama un programma radiofonico notturno che, fra gli ascoltatori, diviene noto come “l’insonne di Seattle”, al fine di trovare una nuova compagna al padre rimasto vedevo. Una donna ne rimane affascinata.
Un film leggero e ricco di sentimenti. Un successo inevitabile per la sceneggiatrice Nora Ephoron.
Insonnia d’amore è un classico intramontabile degli anni ’90. Un film dal finale scontato, per molti banale, meraviglioso per chi scrive. Ma la bellezza non sta negli occhi di chi guarda? La pellicola caratterizza da subito per l’ottima musica che valorizza la delicata sceneggiatura. Ancora una volta, Nora Ephron non si è smentita ed ha saputo mettere su pellicola una storia d’amore che, seppur apparentemente scontata, risponde alla perfezione alle esigenze di un pubblico che, all’epoca, preferiva di gran lunga il sentimentalismo leggero e scansonato.
Pensare a Insonnia d’amore a distanza di 26 anni dalla sua uscita e guardarlo per la millionesima volta fa ancora venire le farfalle nello stomaco. Non c’è presunzione, tutto è leggero, i dialoghi sono scansonati e a tratti frizzanti. Un giovane Tom Hanks ci regala una bellezza anni novanta dove tutto sembra cosi semplice e possibile
“Siamo fatti della stessa pasta di cui sono fatti i sogni” – Shakeaspeare.
Un film che fa sognare ancora oggi: un amore che dalla West alla Est Coast crea scintille fancendo rabbrividire i più romantici. Ma d’altronde se l’amore è sognare, allora questo ci porta a desiderare la bellezza, ci rende inquieti, ci agita fino nel profondo delle viscere. E allora quando si ama non si dorme: si agisce. Ed è proprio questo che il film vuole mostrare: l’inquietudine che muove noi poveri sognatori che credono ancora in un lieto fine. Ed è proprio questo il messaggio sotteso: non bisogna aver paura di sognare, perchè i sogni possono anche avverarsi.
Questo ruolo è ben incarnato da Meg Rayan: il suo personaggio è una sognatrice per eccellenza che cerca di trovare il bello intorno a lei, anche quando sembra non esserci. Cerca di affrontare l’impossibile e mettersi completamente in gioco anche solo per vivere un momento dolce e speciale, di cui fare tesoro nel cuore.
Non solo sogni, ma anche dolore. La regista non abbandona il punto da cui parte la pellicola ma lo utilizza come rafforzativo della storia: indirizza il personaggio interpretato da Tom Hanks facendo si che attraversi il dolore e non si abbandoni a se stesso cadendo cosi in un vortice assolutizzante. Lo fa evolvere proprio a partire da questa grande ferita. Insomma una pellicola a lieto fine, dove tutto è possibile e dove il finale scontato piace e anche tanto.
3 motivi per guardarlo
per l’estremo romanticismo ;
per il modo in cui porta a sperare che forse i sogni si realizzino;
per l’omaggio al celebre ruolo di Sally che Meg Ryan interpretò pochi anni prima nel film Harry, ti presento Sally, Annie ordina alla tavola calda, dove si ferma per un breve momento, un “tè, con bustina a parte” richiamando la mania del controllo con le ordinazioni di Sally, che era solita volere sempre qualcosa “a parte”;
Quando vederlo?
Se avete bisogno di una sferzata di romanticismo ogni occasione è buona per guardarlo.
Curiosità
Durante le riprese i protagonisti hanno lavorato insieme solo nelle ultime scene;
Insonnia d’amore fece riscoprire la pellicola con Cary Grant e Deborah Kerr cui si ispira, determinando negli Stati Uniti un boom di noleggi del film uscito nel 1957.
Insonnia d’amore è il film che i due protagonisti vanno a vedere insieme al cinema in Come farsi lasciare in 10 giorni.
nelle prima cinque settimane dall’uscita, la pellicola ha incassato ben 85 milioni di dollari.
La Grecia, culla della civiltà occidentale, meta di turisti che da tutto il mondo, ogni anno, sbarcano sulle sue terre alla ricerca di cieli limpidi, mare cristallino e ottima cucina mediterranea.
La cucina greca racconta, attraverso i suoi piatti, tutta la sua storia e gli influssi dei popoli che l’hanno attraversata: dai bizantini alle popolazioni caucasiche.
Frequento la Grecia ormai da diversi anni e devo dire che, salvo i piatti tradizionali, ogni isola ha le sue varianti e le sue peculiarità.
Insomma, la Grecia a tavola non è solo mousakà e souvlaki!
A Sifnos, per esempio, ho assaggiato una deliziosa composta fatta di capperi e cipolle che servono come antipasto con dei crostini di pane: la kaparosalata.
E spesso ho trovato foglie di cappero anche nell’insalata greca. D’altra parte perché non approfittare di queste deliziose piante che crescono tra le rocce?
A Tinos, invece, ho avuto l’opportunità di gustare vari prodotti di terra derivanti dal maiale con la “lùza”, simile alla nostra lonza, e delle squisite salsicce aromatizzate all’aglio.
Tinos è una delle Cicladi più grandi, quindi il territorio si estende in altezza e in grandezza anche all’interno, questa è la ragione principale dei prodotti derivanti dall’allevamento.
Di Koufonissia, al contrario, ricordo le sardine!
In questo caso ci troviamo in un’isola di soli 26 km quadrati quindi i prodotti del mare la fanno da padroni. Le sardine vengono servite in ogni modo: alla griglia, fritte, marinate; in ogni caso ottime!
Poi ci sono dei prodotti che, a dispetto del nome identico, variano da isola a isola. Il Rakomelo, per esempio, è un liquore originario dell’isola di Creta, derivante da una miscela di rakija o Tsipouro con miele e varie spezie.
Per ogni rakomelo ordinato, c’è un rakomelo assaggiato! La cannella prevale decisamente in quello di Folegandros, ottimo bevuto caldo seduti sul muretto della Chiesa nel centro del paese.
A Tinos, invece, lo servono con la scorza di arancia che lo aromatizza al punto da sembrare quasi un liquore natalizio. A Santorini, ancora, sa di miele, e viene servito freddo a fine pasto.
Oltre a tanta diversità ci sono elementi che, invece, parlano di Grecia ovunque.
Le erbe aromatiche, come aneto, prezzemolo e menta sono davvero caratteristiche.
Tantissimi piatti vengono insaporiti con questo mix. Dalle kolokithokeftedes, le gustose polpette di zucchine e feta; allo tzatziki, famosa salsa di yoghurt e cetrioli.
La pasta fillo che viene utilizzata in versione salata nella tiropita: torta con feta e uova, o nella versione con aggiunta di spinaci: la spanakopita.
Oppure nei dolci come la bougatsa, con crema pasticcera aromatizzata alla cannella o il baklava con mandorle, noci e miele.
Insomma, non solo mare e tuffi, la Grecia è una meta da tenere in considerazione anche per un viaggio gastronomico di tutto rispetto!
The Quake è il disaster movie che farà tremare Hollywood?
Titolo: The Quake – Il terremoto del secolo
Regia: John Andreas Andersen
Cast: Kristoffer Joner, Ane Dahl Torp, Kathrine Thorborg Johansen, Jonas Hoff Oftebro, Edith Haagenrud-Sande.
Titolo originale: Skjelvet.
Genere: Azione, Drammatico, Thriller
Luogo: Norvegia
Anno: 2019
Sinossi
Il geologo Kristian Elkjord è un uomo la cui vita privata è appesa a un filo. L’ossessione verso il suo lavoro lo ha portato a separarsi dalla moglie Idun (Ane Dahl Torp) e a trascurare i due figli: lo studente universitario Sondre (Jonas Hoff Oftebro) e la piccola Julia (Edith Haagenrud-Sande). La sua grande esperienza lo porterà a scoprire che Oslo è minacciata da un catastrofico terremoto, abbastanza potente da distruggere l’intera città. Convincere di questo le persone che gli stanno intorno sarà un’impresa difficile, ma non abbastanza da scoraggiarlo e a tentare di salvare, ancora una volta, la sua famiglia intrappolata in uno dei grattacieli più alti di Oslo.
Hollywood scansate npò!
Diretto da John Andreas Andersen e sceneggiato da Harald Rosenløw Eeg e John Kåre Raake, “The Quake: Il terremoto del secolo” è un film del 2019 prodotto da Fantefilm, sequel di The Wave, uscito nel 2015 e ispirato allo tsunami che colpì Tafjord nel 1934. Nelle sale cinematografiche italiane dall’8 Agosto.
Entrambi i film presentano punti di forza e debolezza che rendono inevitabile il confronto con Hollywood. L’industria americana, Big dei distar movie, sembra aver trovato un valido avversario in termini di grafica, pur vantando, nel complesso ancora un netto primato.
Partendo proprio dagli effetti speciali, la produzione norvegese ha fatto decisamente un passo avanti rispetto alla precedente produzione. Un climax tensivo accompagna la pellicola regalando allo spettatore quaranta minuti di pura tensione, durante i quali si viene completamente catapultati in un’esperienza al cardiopalma.
Dai toni bassi e noiosi è la sceneggiatura, almeno nella prima parte del film. Un passo sbagliato per la Fantefilm. Mentre in The Wave la sceneggiatura e gli effetti speciali sembravano fondersi perfettamente dando vita ad una pellicola candidata all’Oscar come miglior film straniero dal Paese d’origine, ma che non è riuscito ad ottenere la nomination; in The Quake questo connubio viene trascurato focalizzando le energie esclusivamente sugli effetti speciali. Una scelta che non convince e che rende, dunque, la pellicola poco appetibile.
Pessima scelta nel baricentro del film
Il regista, ponendo al centro della trama la vita dei personaggi e in particolare la vita post-disastro, con tutte le conseguenze traumatiche che un tale evento possa comportare, ha reso i personaggi, come affermato dallo stesso Andersen:
“strumentali per permettere al pubblico di osservare da vicino il disastro e viverlo. Perché se non lo si vive, non importa quanto spettacolari siano le scene realizzate.”
Le belle parole del regista a nulla sono valse considerando che per circa un’ora lo spettatore è costretto ad assistere a scene di matrice sentimentale/psicologiche scindendo cosi la parte iniziale da quella drammatica/finale. Momento quest’ultimo di non sense visto l’equilibrio mentale del protagonista che lo accompagna per gran parte del film. Le scene si susseguono senza una vera cognizione di causa. Il malessere del protagonista (che dovrebbe essere conseguenza del primo film) appare ingiustificata e esagerata. Ogni minuto sembra una forzatura e una spinta verso il grande momento: il terremoto.
Insomma, si fatica a stare dietro la storia, che per la maggior parte del tempo annoia. Appaiono personaggi dal nulla e la storyline prosegue con tanta incertezza. Il potenziale e gli spettacolari effetti speciali sono completamente distrutti da uno script approssimativo. Un errore che ha penalizzato, ad avviso di chi scrive, la pellicola rendendo decisamente improbabile un’eventuale seconda candidatura.
Pollice in su, ma non troppo. Si poteva fare di meglio
Il film pur celando un grande potenziale – se si guarda alle sequenze ricche di suspense – soffre per dialoghi spenti, scene lente e una storia che sembra trascinarsi fino al momento cruciale.
Non sempre procedere con un sequel è la migliore soluzione, soprattutto se questi sono i risultati. Se davvero si vuole scendere in campo per detronizzare Hollywood, bisogna farlo con intelligenza. L’approssimazione non ha mai portato a nulla!
Oltre 200 fra dipinti, fotografie, sculture, installazioni, volti, testimonianze, tutto legato a una sola parola: follia.
Dinnanzi al visitatore che sta per oltrepassare la soglia del Museo della Follia ecco apparire una frase:
«Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento.»
Questo il saluto che l’anfitrione Vittorio Sgarbi rivolge a noi novelli dannati prima di cominciare un viaggio alla fine del quale non saremo più gli stessi.
Come le parole che precedono l’ingresso nell’inferno dantesco, anche queste posseggono tutta la forza evocativa di un triste, inevitabile memento.
Vittorio Sgarbi può risultare antipatico, borioso ma quando si tratta di arte giù il cappello e solo applausi.
Se lo scorso anno l’omaggio a Giorgio De Chirico ad Osimo ci aveva estasiato, il Museo della Follia ci ha letteralmente sconvolto. Stiamo parlando della mostra itinerante che il noto critico dal 2011 porta in giro per l’Italia.
Dallo scorso 27 febbraio è ospitata nella Cavallerizza in piazza Verdi a Lucca, dove vi rimarrà fino al prossimo 18 agosto.
Allacciate le cinture perché si parte, destinazione follia.
Un sottile, enigmatico filo nero, lega l’arte e la follia che, come più volte ricordato dallo stesso curatore, è anch’essa una forma d’arte, la più pura, perché senza vincoli.
Museo della Follia è la visionaria creazione partorita da un genio qual è Sgarbi che da anni entusiasma pubblico e critica.
Dal lontano 2011, quando venne presentata alla Biennale di Venezia, questa mostra non ha smesso di atterrire, mettendo in luce come la follia sia una condizione che riguarda tutti.
Immersi in un percorso tenebroso, come la parte più profonda del nostro inconscio, si varca la soglia del Museo della Follia senza preconcetti.
Si è totalmente rapiti dalle nostre più recondite emozioni, da quelle più primitive e quindi, in quanto tali, forse più folli. Opere di straordinari artisti “folli” si svelano davanti agli occhi stupiti di noi poveri sani.
Francis Bacon con una serie di opere fra cui l’irriverente Crocifissione. Antonio Ligabue, presente con alcuni dei suoi più celebri dipinti, fra cui gli enigmatici autoritratti. E poi Fausto Pirandello ed Enrico Robusti con il suo agghiacciante In questo bar non si fa credito.
Ma anche Lorenzo Alessandri, con le sue geniali e irriverenti Gioconde e Silvestro Lega con l’inquietante L’adolescente.
Non solo dipinti fra le opere esposte.
Lungo il percorso sono diverse le sculture e le istallazioni presenti.
Straordinaria l’opera Paziente n. 1 di Cesare Inzerillo, in cui un malato ridotto a uno scheletro è seduto su un letto d’ospedale. Poi, dello stesso autore, la colossale Apribocca. Si tratta di una scultura che riproduce un oggetto reale, tradizionalmente utilizzato per far aprire la bocca ai ricoverati.
Si cammina, nel profluvio folle di opere, sfiorati dalle voci e dai suoni di coloro che vissero l’atrocità dei manicomi, il dramma della pazzia certificata.
In una costante stimolazione sensoriale ci si aliena totalmente dal presente, dal razionale, dall’ordine, per entrare in una dimensione surreale dove, però, non ci sentiamo estranei. Una mostra insana, e per questo vera, che spinge il visitatore oltre ogni limite.
Come quando si arriva al cospetto della Stanza della Griglia.
Qui, in un grande spazio illuminato da un’abbacinante luce al neon, sono presenti decine di ritratti ritrovati nelle cartelle cliniche di alcuni ex manicomi.
Volti anonimi che urlano silenziosi la rabbia per una vera follia: quella che, in virtù di una presunta logica medica, li ha resi disumani.
Da anni studio la vicenda della cura della malattia mentale. Ho letto molto e visitato diversi ex manicomi ma mai ho provato simili sensazioni.
L’adolescente di Silvestro Lega
Paziente n° 1 di Cesare Inzerillo
La Stanza della Griglia
Lettere e disegni dei malati del manicomio di Maggiano
Sgarbi è riuscito, concentrando in un solo luogo la follia degli artisti e quella di comuni mortali, a strappare il velo dell’ipocrisia benpensante che creò l’inferno sulla terra. Si rimane impassibili mentre si visitano i vari ambienti della mostra, in un peregrinare fatto di partecipata presenza.
In un climax sensoriale si conosce un mondo ai più ignoto, quello dei tanti manicomi italiani, dove scorreva un’altra vita in cui anche l’amore era vietato.
Inferni in terra che grazie alla Legge 180, impropriamente ribattezzata Legge Basaglia, sono stati trasformati in simulacri abbandonati. Come l’ex ospedale psichiatrico di Teramo fotografato da Fabrizio Sclocchini.
Stanze, muri, letti, sedie, testimonianze mute di un luogo in cui è trascorsa anonima la vita di moltissimi esseri umani. A colpire, ancor più delle straordinarie opere, sono le decine di oggetti, minuziosamente raccolti in questo pantheon laico della follia.
Disegni, lettere mai spedite, vestiti, fotografie, cose comuni eppure tanto preziose, memoria vivida di storie cancellate, di anime calpestate.
L’ultimo girone da varcare è quello più orribile.
Nell’ultima sala viene riprodotto il video inchiesta realizzato nel 2011 dalla Commissione d’inchiesta del Senato sulla condizione degli OPG, famigerato acronimo che sta per Ospedali psichiatrici giudiziari, l’ultimo lembo della nostra democratica e lucida pazzia.
Impossibile non rimanere colpiti da quelle immagini, da quelle testimonianze, da quelle succursali dell’orrore per fortuna oramai definitivamente chiuse.
Si rimane per tutta la durata del documentario atterriti, incollati alla propria seggiola, consapevoli che la realtà spesso superi ogni atroce fantasia.
Anche io come Gesù ho avuto la mia resurrezione, sono tornata alla vita, ma non sono salita al cielo, sono discesa all’inferno da dove riguardo stupita le mura di Gerico antica.
In mondo visione abbiamo assistito recentemente all’avvio della missione dell’ESA, Beyond.
Insieme al colonnello dell’aeronautica militare Luca Parmitano sono partiti il russo di Roscosmos Alexander Skvortsov e l’americano della Nasa Andrew Morgan, questi rimarranno sulla ISS per sei mesi. In questo periodo condurranno più di 200 esperimenti per l’ESA e per l’Agenzia spaziale italiana.
Recentemente mi sono trovata spesso a leggere e confutare quell’odierna piaga storica chiamata terrapiattismo. Complice la mia formazione, inevitabile pensare al mito della caverna di Platone.
Facendo un passo indietro bisogna, a mio parere, attingere al passato per riuscire ad abbracciare il futuro.
Contrariamente all’Atene dell’età classica, ci ritroviamo in un panorama dove la cultura tradizionale non viene più affidata alla parola parlata e alla mediazione del poeta, inteso come artista e mastro di pensiero, né in maniera più attuale ad un giornalista come intermediario della verità, bensì ad un approccio di diffusione delle complesse elaborazioni e trasmissioni di psuedo-conoscenze da parte di chiunque.
Photo Credit: (NASA/Bill Ingalls)
Chi è quindi detentore delle verità?
Il mito della caverna di Platone è una delle allegorie più conosciute. Importante metafora per capire quanto sia necessario spostare il punto di osservazione dei fatti per coglierne le differenti angolature. Su di esso si fonda la storia del pensiero occidentale e le sue conseguenti evoluzioni ed interpretazioni.
Il mito è raccontato all’inizio del libro settimo de La Repubblica di Platone.
Socrate, il protagonista dei dialoghi platonici, racconta ai suoi ascoltatori di uomini prigionieri, incatenati fin dalla nascita in una buia caverna, illuminata in maniera fievole da un fuoco.
Essi percepiscono le immagini proiettate sul muro. È un gioco di ombre e fraintendimenti. Solo un osservatore esterno potrebbe comprendere in toto la situazione, tuttavia i prigionieri non conoscendo la realtà vivono l’esperienza in maniera soggettiva e sono convinti che le ombre abbiano voce.
La variabile che tutto cambierà sarà il concepire la libertà di uno dei prigionieri. Questa situazione porterà ad un iniziale disagio e ad un lento accrescimento di consapevolezza.
Il recluso ormai libero vedrà l’esistenza di altri uomini e le ombre avranno una nuova definizione. L’uomo sciolto dai vincoli avrebbe così il dovere di condividere la sua scoperta con i compagni incatenati, tuttavia in un primo momento non sarebbe creduto e dovrebbe arrovellarsi, con non pochi tormenti, per convincerli.
L’uomo liberato non può ormai tornare indietro e concepire il mondo come prima.
La dicotomia tra verità e opinione, ieri come oggi, presenta delle differenze sostanziali. Questo dualismo sembra essere stato abbattuto con l’avvento dei social dove tutti gli utenti sembrano esser possessori di verità anziché promotori di opinioni talvolta, come direbbe Socrate, confutabili.
Qual è quindi il compito del lettore medio?
Il suo dovere è quello di recitare da “filosofo” amando la verità e non inseguendo l’opinione. Nella nostra quotidianità è possibile fare la differenza, basta avere coscienza del passato e usufruire degli strumenti appropriati che ci sono stati consegnati dal progresso scientifico per condividere la verità. Bisogna diffidare da chi compie un abuso di parole pur di avere consensi.
È necessario avere il coraggio di contestare chi ci dice che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto.
Palesiamo i fatti e controbattiamo con veemenza quando la maggior parte delle persone è convinta che solo Neil Armstrong prese parte all’allunaggio, non sapendo che accanto a lui ci fosse anche Buzz Aldrin.
Ricordiamo agli scettici, a chiunque sia convinto che lo sbarco sulla luna sia “Una farsa girata da Kubrick nell’Area 51″ che ben 12 astronauti hanno camminato sul suolo lunare.
Rammentiamo loro che l’ultima missione, Apollo 17, del 1972 lo è solo momentaneamente e che oggi l’obiettivo non è più solo quello di tornare sul nostro satellite naturale ma è anche quello di “esplorare strani nuovi mondi” ed in parallelo continua la ricerca scientifica e si allargano gli orizzonti verso il Pianeta Rosso.
Pertanto come nel Mito della Caverna di Platone si può procedere a questi parallelismi contemporanei:
il fuoco rappresenta la conoscenza scientifica;
gli uomini fuori dalla caverna rappresentano, come in un metodo sperimentale, la raccolta di informazioni e la scelta dei parametri quantitativi che si vogliono misurare, la verità;
le ombre sono l’interpretazione sensibile delle cose: l’opinione, da alienare se si è alla ricerca dell’oggettività;
gli uomini incatenati rappresentano la condizione naturale di ogni individuo, condannato a percepire l’ombra sensibile (l’opinione) dei concetti universali (la verità) quindi formulazione delle ipotesi.
Una volta acquisita la consapevolezza di questi passaggi Platone insegna, direttamente e indirettamente, come l’amore per la conoscenza, la filosofia stessa, possa portare l’uomo a liberarsi dei vincoli incerti dell’esperienza comune e raggiungere una comprensione reale e autentica del mondo.
Ne potranno conseguire allo stato attuale la realizzazione di esperimenti che verifichino, validino o confutino le teorie. I guardiani ai confini della Terra concepiti dai Terrapiattisti possono essere associati più ad un mito da interpretare anziché verità assoluta riproducibile in maniera empirica.
Non saranno le semplici opinioni sui social a dissimulare l’impero del sapere.
Continua su Netflix la serie tv “Stranger Things”, arrivata alla sua terza stagione.
La storia raccontata da Stranger Things si svolge nella città fittizia di Hawkins, nell’Indiana, ed è ambientata negli anni ottanta. Sono moltissimi infatti i dettagli ed i tributi alle mode di quegli anni: si richiama agli horror anni ’80, ad esempio “La cosa” (1982), quando un essere mostruoso prende forma nel corso dei diversi episodi. Ma non solo. Il tema più anni ’80 in assoluto è quello che vede protagonisti i russi, dipinti come i nemici in assoluto degli americani (il richiamo qui è evidente, ed è alla “Guerra Fredda”, evento storico per eccellenza che rappresenta quel periodo). Ma non è tutto. C’è anche la scena della sala cinematografica, in cui si vede chiaramente la proiezione di “Ritorno al futuro”, film cult di quegli anni.
Stranger Things 3
Se devo essere totalmente onesta riguardo alle mie aspettative sulla 3° stagione di Stranger Things, non avevo grandi attese… Si, certo, la curiosità c’era ed era anche tanta. Ma ero fermamente convinta che non avrebbe mai potuto superare la 2° stagione. Invece così non è stato.3uscita
La terza stagione di Stranger Things è proprio questo: una sorpresa costante in ogni suo episodio, non annoia mai, ed anzi, porta anche a riflettere.
È la rappresentazione di come ciascuno di noi ha in sé sia il Bene che il Male, come la filosofia cinese dello Yin e lo Yangci insegna. Quest’ultimo è un concetto molto antico che sta a descrivere il simbolo della dualità esistente in ogni elemento che va a comporre l’Universo. Non è un caso che Bill, uno dei ragazzini protagonisti della storia, avverta brividi di freddo lungo la nuca non appena il Mind Flayer si avvicina. Lo avverte la stessa “Undici”, ragazzina protagonista della storia che vede il sottosopra (questo mondo surreale e buio, di uno spazio-tempo non definito).
Stranger Things 3
Questa terza stagione ricorda un po’ un amalgama di generi cinematografici: è un rimpallo continuo tra l’horror ed il thriller, lasciando lo spettatore continuamente sospeso e totalmente preso dal concatenarsi dei diversi accadimenti. Sono rimasta letteralmente senza fiato! Non vogliamo darvi spoiler né tanto meno anticipazioni di qualsiasi tipo.
Una cosa va aggiunta: la serie Stranger Things, a parer mio, va ben oltre il voler raccontare le avventure di un piccolo gruppetto di nerd… racconta anche la fragilità dell’essere umano, la sua vulnerabilità, andando a toccare anche ciò che c’è di più intimo nel nostro essere uomini: i ricordi.
All’Ara Pacis a Roma fino al prossimo 27 ottobre si celebra, un uomo che la storia ha dimenticato troppo in fretta.
Signori e signori ecco a voi l’imperatore Claudio.
«Rimasto orfano di padre da piccolo (…) debole sia nel fisico che nella mente, non si riteneva che fosse in grado di assumere alcun incarico, né pubblico né privato, anche quando divenne grande.»
Così decenni dopo la morte di Claudio, si espresse a proposito lo storico Svetonio.
Un giudizio forte ma alla prova dei fatti sbagliato.
Perché quel bambino debole e taciturno, che visse a lungo nell’ombra, a 50 anni (un’età notevole per l’epoca) divenne, nonostante tutto e tutti, l’uomo più importante di Roma.
Schiacciato dal peso enorme del nonno Augusto, dalla fama della licenziosa moglie e dalla follia del suo predecessore Caligola, nonostante tutto fece la storia.
Un’avventura che parte da lontano, da Lugdunum, l’odierna Lione, dove il futuro imperatore nacque il 1° agosto del 10 a.C.
Se non fosse stato per una serie di singolari circostanze il suo nome, probabilmente, sarebbe rimasto oscuro.
L’imperatore Claudio
E invece…
Prima la morte del fratello Germanico, che Augusto adorava e che riteneva adattissimo a succedergli. Poi l’assassinio di Caligola, quattro anni dopo essere stato acclamato imperatore, sconvolsero il corso degli eventi.
Il 24 gennaio del 41 d.C, quell’uomo oscuro diventava l’uomo più importante del mondo conosciuto.
A celebrare un protagonista della Roma imperiale ci pensa una mostra allestita nel più ideale dei complessi: l’Ara Pacis.
Claudio imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia, è una mostra che ripercorre, non solo le vicende che portarono un uomo dall’oscurità ai fasti dell’impero, ma anche l’ambiente e gli intrighi che fecero da corollario a questa storia.
Un percorso espositivo, quello allestito dal Museo dell’Ara Pacis, supportato dal lavoro aggiornato di storici e archeologi, che traccia un’immagine di Claudio decisamente diversa da quella tramandataci.
Emerge, infatti, una figura differente da quella raccontata sui testi antichi.
Non l’uomo cupo e anonimo ma il politico capace di promuovere riforme economiche e grandi lavori pubblici, contribuendo con la sua legislazione allo sviluppo amministrativo dell’Impero.
Un dipinto raffigurante Claudio
Una mostra che pone l’accento anche sulle figure che gli gravitarono intorno.
Dal grande Germanico, il valente generale amatissimo dai suoi soldati, alla quarta e ultima moglie Agrippina.
Ma, soprattutto, Messalina.
Alla figura della terza moglie di Claudio la mostra romana dedica il giusto spazio.
Nota più per i suoi vizi, Messalina fu per certi aspetti una sorta di ombra nella vita del marito.
Donna bella e fatale, licenziosa e terribilmente affascinante, Messalina fece la fortuna di scrittori e registi ma fu anche e soprattutto protagonista del suo tempo.
Proprio il porre l’accento sulle ombre che si addensarono intorno alla figura di Claudio, rappresenta un unicum di questa mostra, visto che a Lione era stata presentata in una versione diversa, come lo stesso titolo sottolineava: Claude, un empereur au destin singulier.
La mostra, aperta fino al prossimo 27 ottobre, è anche, però, l’occasione per vedere dal vivo veri e propri cimeli.
Innanzitutto la Tabula Claudiana.
La Tabula Claudiana
Si tratta della celebre lastra bronzea su cui venne impresso il famoso discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C., sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio.
Impossibile non menzionare il prezioso cammeo con ritratto dell’imperatore proveniente dal Kunsthistorisches Museum di Vienna o il piccolo ma suggestivo ritratto in bronzo dorato di Agrippina Minore.
Si tratta di un’opera, proveniente da Alba Fucens e concessa in prestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo, che testimonia l’interesse di Claudio per il territorio dell’allora Regio IV, dove realizzò l’impresa del Fucino.
Dopo aver celebrato lo scorso anno il genio di Marcello Mastroianni, il Museo dell’Ara Pacis getta la dovuta luce su un protagonista, non certo minore, della storia romana, un uomo che a dispetto dei vaticini di molti, divenne un grande.
Non rimane allora che andarla a vedere e farsi rapire dal fascino della storia.
Isola del Cinema di Roma: il grande successo del film Bohemian Rhapsody e le proiezioni di agosto
A luglio abbiamo assistito a una vasta programmazione dei più bei film in uscita in questo splendido 2019 e riproposti nell’Arena Groupama a due passi dal Tevere, nella magica atmosfera di Trastevere in Roma, in occasione degli appuntamenti dell’Isola del Cinema di Roma, che quest anno è giunta alla sua 25esima edizione e sa sempre come sorprenderci.
La proiezione dei film è stata molto vasta: io ho scelto di non perdermi il film dell’anno, che tutti definiscono una vera e propria rivelazione, “Bohemian Rhapsody” e devo dire che ne sono rimasta incantata.
Pur non amante dei musical, il film non mi ha deluso e non è stato al di sotto delle mia aspettative. Ora capisco come tutti, anche chi non aveva mai sentito parlare di Freddie Mercury prima, ne sia rimasto incantato, per non parlare dei veterani come me che invece, lo hanno sempre amato e sapevano la maggior parte delle sue canzoni a memoria.
Le sale in cui potrete godervi i vostri film preferiti sono due: la Sala Cinelab, dove vengono riproposti alcuni classici del passato e film cult e l’Arena Groupama, in cui ci sono i capolavori arrivati nelle sale di recente.
Se ancora non l’avete fatto, vi consiglio di andare a fare visita a questa splendida Isola sul Tevere, l’Isola Tiberina, che anche quest’anno, per la venticinquesima volta ospita l’Isola del Cinema.