“45 anni” di Andrew Haigh: il dramma dell’estraneità

45 anni film

45 anni di Andrew Haigh è un piccolo dramma della quotidianità, premiato con l’Orso d’oro alla miglior interpretazione ai due attori protagonisti  45 anni film

Titolo originale: 45 years
Regista: Andrew Haigh
Sceneggiatura: Andrew Haigh
Cast principale: Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, David Sibley
Nazione: Regno Unito
Anno: 2015

 

Al pari delle Nostre anime di notte di Ritesh Batra (tratto dallo splendido romanzo di Kent Haruf), 45 anni del regista britannico Andrew Haigh dà corpo alla difficile narrazione di quello che, con un’orrenda espressione, è generalmente indicato come “amore della terza età”. Le due pellicole sembrano tenute assieme da un filo sottile, un gioco di rimandi che va al di là del comune nucleo tematico e si manifesta nelle abitudini, negli sguardi, nei gesti lenti di una vita che si sveglia e si scopre attiva. 45 anni fi

Lo snodo delle loro trame, disposte involontariamente a mo’ di proseguimento ideale, consente di comprendere il senso intimo dell’assenza di limiti anagrafici nella sperimentazione sentimentale [1].

Ciò che davvero separa i due film – o meglio li rende l’uno il contraltare dell’altro – è la fase del percorso amoroso che i loro autori decidono di immortalare. In Batra c’è respiro, la riscoperta di un ardore che sembrava perduto, mentre Haigh fa seguire, al racconto di una vita tranquilla, lo scoppio di una miccia dalla potenza devastante. La sua opera è il referto drammatico di una quotidianità vissuta nell’apparenza. La destrutturazione, lenta e logorante, di un’unione svuotata, posticcia, talmente fragile da poter trovare saldezza solo nel vincolo burocratico dell’istituzione matrimoniale.

I 45 anni che Kate (Charlotte Rampling) e Geoff (Tom Courtenay) si apprestano a celebrare corrispondono infatti al tempo sancito dall’atto delle nozze.

Una porzione di vita in comune segnata da ritmi lenti e passeggiate in campagna, incontri con gli amici e tè caldo bevuto in cucina.

Lo sguardo della camera immortala gli atti di un rituale stanco, i riflessi immagazzinati – e quasi condizionati – di un’esistenza che si trascina per tappe note, sempre le stesse, costruite e accettate dopo tanti anni di convivenza. A interrompere l’andamento piatto, tuttavia armonico nella sua senile fiacchezza, è una lettera indirizzata a Geoff dalle autorità svizzere. Katja, suo amore giovanile, è stata ritrovata cadavere in un crepaccio. Congelata – pertanto intatta – nei suoi ventisette anni di età.

È qui che il rapporto tra Kate e Geoff si spezza.

Di loro Heird non dice nulla, non rievoca un passato di reciproco affetto né momenti d’inevitabile tensione che è lecito supporre. Tutto ciò che lo spettatore sa è qui ed ora. Nell’arco temporale dei sei giorni in cui il film si articola per illuminare retrospettivamente, senza mai mostrare nulla, il destino di una coppia che si scopre estranea.

Katja, un’assonanza che si fa presagio, diviene per Kate il fantasma di un’assenza che ha condizionato il presente.

Da una comprensibile, forse anche frivola, gelosia retroattiva, il malessere della donna sfocia ben presto in una riconsiderazione tout court del proprio rapporto, esaminato ora, in controluce, come un calco rabberciato e sbiadito di un amore altro che non ha potuto realizzarsi. Non solo: a essere messa in discussione, agli occhi di Kate, è soprattutto l’identità di se stessa in quanto moglie, retaggio antico e interiorizzato di una concezione di donna incasellata entro ruoli “privati”, pensati e detti dall’uomo.

45 anni film

E allora che senso ha la sua vita – un’esistenza vissuta con – se al proprio posto, nei desideri del marito, avrebbe dovuto esserci un’altra?

«Se non fosse morta l’avresti sposata?» diviene perciò una domanda retorica, che ha il sapore del fallimento amoroso e personale portato all’acme della disperazione con la scoperta di quel figlio mai avuto – da lui mai voluto. È la maternità negata, introiezione del naturale destino del ruolo riproduttivo, a far precipitare Kate nel gorgo della disperazione.

A rompersi non è soltanto la fiducia in Geoff, ma la sua stessa sicurezza (auto)costruita, riconosciuta dagli altri e dinnanzi a essi ancora ostentata.

La festa per i 45 anni di matrimonio è pertanto l’ennesimo atto di un gioco delle parti, un cerimoniale di dovuta ipocrisia sociale e inutile, insostenibile, autoconvincimento. Il gesto di stizza di Kate dopo il ballo è l’unico momento di ribellione che la donna si concede. Poi l’inquadratura sfuma, e il nero dello sfondo sembra riassumere in sé quello che sarà il proseguimento della vita dei due: un black out emotivo di incalcolabile estensione, una distanza profonda quasi mezzo secolo.

A dare corpo all’indescrivibile processo di spegnimento e cancrena interiore è l’accostamento, sul proscenio filmico, di due attori di grande intensità e differente stile recitativo.

Sguardi e mimica la Rampling, dialoghi affannati e stanchi Tom Courtenay.

Sul volto di lei e nella voce di lui scorrono i segni di una presa di coscienza che non vuole esprimersi a parole perché si teme possa concretizzarsi, mentre la candida confessione di Geoff – «si l’avrei sposata» – è forse il solo slancio sincero di una vita pronta a rientrare nei ranghi di una mediocrità affettiva. Il leggendario sguardo di Charlotte Rampling restituisce del resto un altrove in cui non è dato entrare. È il luogo della perdita improvvisa di quanto non si è mai posseduto, lo spazio di un dolore forte e muto che non conosce più confini.

 

Tre motivi per vedere il film:

  • Charlotte Rampling e Tom Courtenay.
  • L’atmosfera perennemente rarefatta
  • La grazia della rappresentazione del dolore. Mai un urlo, mai uno strepito.

Quando vedere il film:

Occorre sentirsi particolarmente ispirati, è un film che cerca lo spettatore, non il contrario.

Ginevra Amadio

 

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[1] D. Turrini, 45 anni, imperdibile dramma dell’amore perduto nella terza età con Charlotte Rampling e Tom Courtenay, in “Il Fatto Quotidiano”, 7 novembre 2015.

Ginevra Amadio

 

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