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Venezia 2019 Day 5: riciclaggio di denaro e papi

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Se nel mondo reale il vero papa rimane chiuso in ascensore, non temete, qui al Festival di Venezia 2019 ne abbiamo ben due.

Infatti l’unica domenica del festival, oltre ad offrire una pioggia di star sul red carpet, ci ha portato The New Pope, la seconda stagione della singolare serie tv di Paolo Sorrentino che raddoppia addirittura i papi. Ma, non avendo visto le due puntate qui trasmesse in anteprima, vi parlo di un altro evento pieno di grandi attori: The Laundromat.

Film che però, duole premetterlo, di grande ha davvero solo il cast. Meryl Streep, Antonio Banderas e Gary Oldman diretti da Steven Sodebergh sono manna dal cielo per ogni cinefilo, ma il film che racconta in maniera molto particolare e ironica lo scoppio dello scandalo dei Panama Papers è un’opera tutto sommato dimenticabile. Divertente sì, di grande intrattenimento sì, intelligente sì (per spiegare l’economia usa i medesimi trucchi narrativi usati da La Grande Scommessa), ma infinitamente leggera e a tratti quasi inutile. Non perché Soderbergh non sapesse come raccontare il reale, ma perché ha spinto troppo sull’irreale per farlo. Il film è una serie di vignette concatenate che non riescono mai ad accendere vivo interesse. Un peccato.

Ma rimanendo in tema di storie vere, e molto recenti, stupisce fuori concorso Adults in the Room del greco Costa-Gravas, Certo, la messa in scena molto semplice, talvolta molto macchiettistica, tradisce tutta l’età del grande autore greco. E una storia molto di parte, soprattutto nel sentimento fortemente anti-tedesco, lascia interdetti. Ma con un ritmo notevole e sequenze verbali sempre molto trascinanti, il film è uno dei migliori nel genere politico negli ultimi anni.

Infine, nella sezione Orizzonti, il francese Revenir racconta una storia di drammi famigliari nella provincia rurale, quella in cui la modernità pare non arrivare mai. Un film semplice, come suggerisce la sua durata (appena 75 minuti) in cui brilla il talento incredibilmente naturalistico di Adele Exarchopoulos.

 

Emanuele D’Aniello

Platone e la crisi di governo italiana, suggerimenti senza tempo per addetti ai lavori

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Leggere le opere di Platone oggi è continua fonte di apertura orizzonti.

Come sentenzia il New York Times abbiamo avuto il peggior governo degli ultimi dieci anni. L’inadeguatezza dei membri di governo ha portato ad una lenta e continua decrescita.

Viviamo in uno stato di confusione identitario e politico senza eguali.

Ma cosa c’entra Platone con l’attuale situazione politica?

Come può il filosofo ellenico esser accostato all’astrofisica e alla politica contemporanea?

Leggere la Repubblica di Platone e codificarla in maniera contemporanea

Innanzitutto poniamo l’accento su un punto fondamentale che dovrebbe esser in realtà consapevolezza diffusa.

I Dialoghi di Platone hanno come presupposto la volontà di raccontare il pensiero dei maestri. Platone riconosce quindi il suo ruolo di allievo.

Noi oggi viviamo invece in una società di esperti, super esperti. Ognuno è maestro per proprietà transitiva.

Questo nuovo modo di approcciarsi alla realtà è forse tracotanza o semplice mistificazione e strumentalizzazione dell’ignoranza?

Il protagonista delle opere di Platone è per lo più Socrate, già morto quando egli ne scrive. Platone offre una personale interpretazione degli insegnamenti socratici.

Riprendiamo insieme in mano “I Dialoghi”.

Salvini, Zingaretti, Di Maio, Conte, Mattarella non sono i personaggi di un’opera platonica bensì i protagonisti del caso istituzionale italico.

I Dialoghi sono numerosi. Platone non figura mai tra i personaggi. A prender vita sono Socrate, Fedro, Fedone, Alcibiade.

E su quest’ultimo vorrei aprire una piccola parentesi. Parentesi che spero possa avvicinare il lettore a intraprenderne la lettura nella versione integrale.

Alcibiade dopo esser strato impegnato in guai politici fu lasciato solo, nonostante la sua bravura militare. L’unico che continuò a frequentarlo fu il saggio Socrate. Nello specifico di quest’opera di Platone è l’attenzione su come “fare politica”. È importante in primis fare distinzione tra corpo e mente. Un netto dualismo che non deve mai collimare. Quello che oggi banalmente potremmo definire “scelte di pancia” e non ponderate.

Il corpo non dirige la mente e non deve farlo. Semmai dev’essere il contrario. La mente deve moderare le passioni, cancellare gli errori e cercare di programmare azioni positive per il futuro.

I Dialoghi platonici sono spunti di riflessione senza tempo.

Tuttavia sembra che oggi questi precetti elementari siano finiti nel dimenticatoio.

Dimenticati non solo dai cittadini bensì anche dai loro diretti rappresentanti in Parlamento.

Il vero politico deve fare ordine il più possibile nello Stato, riducendo a tutti i livelli la molteplicità a unità.

La città buona sarà quella in cui prevale l’unità; la città cattiva sarà invece quella in cui predominano la molteplicità e il disordine ad esso connesso.

Qualcuno deve convincere il popolo a distinguere il bene comune a quello individuale.

Un insegnamento di oltre duemila anni fa che si rivela esser tremendamente attuale.

Riprendiamo in mano i classici per non incorrere negli errori del passato.

Utilizziamo la filosofia come strumento per guadare il fiume del pregiudizio. Apriamo i nostri orizzonti critici. Non chiudiamoci nelle convinzioni senza possibilità di confutazione.

Invitiamo i nostri politici a leggere ed imparare. Purtroppo, ahimè e ahivoi, temo che questa peculiarità nel corso degli anni sia andata persa. Da loro, più di tutti, dovremmo pretendere queste conoscenze e consapevolezze.

In ultima analisi il disegno filosofico rappresentato da Platone è l’unico metaforico santino che dovrebbero avere nel loro taschino.

Alessia Aleo

Venezia 2019 Day 4: la risata di Joker invade la laguna

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Joker in tutti i fumetti e film è famoso per i suoi sabotaggi, per i suoi piani diabolici. Allora il suo arrivo a Venezia 2019 è certamente coinciso con una delle sue strategie di caos più riuscite.

Improvvisamente, infatti, accedere alle sale è diventato difficilissimo. Tutto è una fila. Chi frequenta i festival cinematografici sa benissimo che le file sono parte integrante della giornata di ogni accreditato, ma quest’anno è diventato quasi impossibile accedere a molte proiezioni e rispettare, pertanto, la scaletta d’impegni personale. Anche a proiezioni che uno non si aspetta.

Chi lavora qui è diventato disorganizzato, come se la massa di persone l’avesse colto di sorpresa. L’ordine delle proiezioni, e la sovrapposizione dei film, è talvolta senza criterio. Sono aumentati esponenzialmente gli accreditati (soprattutto una fascia di giornalisti, qui ce ne sono quattro diverse) e le varie priorità stanno mandando in tilt le file, impedendo l’accesso alle sale anche a chi solitamente entra senza problemi.

Se questo è metaforicamente il caos portato da Joker è solo una battuta. Ma il Joker ha portato davvero qualcosa qua di impressionante: il suo film.

Sì, come un po’ tutti volevano alla vigilia essendo il titolo più atteso (le confermano le due proiezioni stampa entrambe sold out, fatto raro), Joker è davvero un film incredibile. Sinistro, inquietante, affascinante ed esaltante, raramente la discesa negli inferi nella mente perversa di un essere umana è stata tanto avvincente. La creazione del villain più famoso dei fumetti è diventata un film pazzesco, soprattutto perché riesce nell’impresa di traslare echi scorsesiani (su tutti Taxi Driver e Re Per Una Notte) e pura audacia cinematografica nell’ormai inflazionatissimo genere dei comic-book movies. Un character study che non fa prigionieri e, forse segna uno spartiacque su quello che si può fare col materiale tratto da fumetti.

Come si fa a ridere, a essere felici, a guardare dall’altra parte, quando l’intera società, l’intero mondo va a rotoli? Questa la domanda del film, che è così viva, attualissima, dannata e controversa e da lasciare i brividi. Soprattutto perché la risposta offerta dalla figura del Joker, ovvero impazzire, è forse paradossalmente l’unica accettabile. Almeno così è grazie a quanto convince la prova di Joaquin Phoenix, un esempio estremo di method acting che, come fece Heath Ledger un decennio fa, inevitabilmente influenzerà altre generazioni di fan e colleghi.

La giornata di Joker, però, ha offerto anche film interessanti provenienti da altre parti del mondo. Nella sezione Orizzonti, ad esempio, il tunisino Bik Eneich è un dramma, che più dramma non si può, su scelte disperate in tempi disperati. Per quanto un po’ manipolatore, è anche alla fine molto efficace. Da Giornate degli Autori, invece, il sudanese You Will Die at 20 è uno spaccato affascinante e coinvolgente sul peso dei riti delle superstizioni ancora esistenti nella vita delle persone, e come possano spesso rovinarla.

Cinema da tutto il mondo come ogni giorno qui a Venezia 2019 ma, davvero, l’eco della risata di Joker ha coperto tutto e rimarrà ancora per molto.

Emanuele D’Aniello

Egisto Ferroni e la poetica del serbare

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Un viaggio tra le opere del pittore Egisto Ferroni

Nativo di Lastra a Signa, in provincia di Firenze, Egisto Ferroni (1835-1912) segue l’imprinting artistico paterno e persegue la vocazione nell’alveo della bottega familiare.

Egisto Ferroni, in seguito a una formazione prettamente artigiana, fa la sua entrée all’Accademia di Belle Arti di Firenze in merito ad una specializzazione di più ampio respiro. In modo particolare, l’ambito decorativo riflette il suo talento, impreziosito dalle nozioni di disegno tecnico e prospettiva. Nello specifico, i suoi lavori vengono notati, data la sua acribia devota all’impostazione tecnica-artigianale. In tal modo il suo esercizio crea una solida base al fine di una maturazione artistica completa.

La narrativa di Ferroni

L’antro di ricerca di Egisto Ferroni sarà la pittura di storia. Prevalentemente, prende in oggetto aneddoti, che esemplificano il decorso storiografico, fungendo da registro di documentazione. Infatti la memoria è il suo vettore espositivo che sottende un impegno civile e morale.

Il suo temperamento volge all’istinto di serbare la tradizione, reagendo con sospetto verso le innovazioni correnti. Non aderisce al movimento dei Macchiaioli, sebbene l’etica sottostante sia rispondente a un dialogo con il passato.

Le pulsioni “irredentistiche” e le suggestioni stilistiche aperte ai nuovi studi sulla luce lo allontanano da questo stilema. Il punto di contatto iniziale di Egisto Ferroni risiede nell’interesse verso ciò che è reale e la sua raffigurazione: l’intenzione verista che descrive il quotidiano. Di converso egli considera il suo linguaggio espressivo la narrativa neoclassica.

I suoi aneddoti storici sono implementati su un agio cognitivo lineare e esemplare. Le sue opere vengono considerate come dei veri e propri exempla a monito di un sentire umano universalmente riconosciuto.

La tradizione nello stile

Dopo il primo registro di natura prettamente storica, Egisto Ferroni deputa la sua ricerca verso la figurazione in voga all’epoca, paesaggistica e rurale. Costui mantiene il punto di rottura con la morale macchiaiola dilagante, serbando una plasticità espressiva, di sapore antico. Esula da contaminazioni riguardanti la stesura a campitura del colore perchè desidera mantenere vivido il tratto, non agglomerandolo nella tinta.

Sposa un’impostazione di natura tradizionale che rispetti i differenti ruoli del segno e del tono. Difatti anche la soggettazione perde l’enfasi iniziale perché si recinge attorno a scene di vita quotidiana come nel “Boscaiolo” e “Il merciaio ambulante”. in particolar modo l’alveo familiare feconda la sua ispirazione in “Torna il babbo” e “ La madre”.

Il suo verismo

Il punto di arrivo di Egisto Ferroni sarà l’accostamento a un messaggio naturalista, di stampo francese. Il suo credo verso il reale lo porta a incontri con l’ambiente. I suoi lavori saranno in mostra all’Esposizione universale parigina nel 1889.

Il suo temperamento timido e introverso lo porta a ripiegarsi su sé stesso dopo la morte del figlio e a spegnere la sua vena artistica.

Ferroni rimane un esponente dell’eterogeneità espressiva dell’Ottocento, ove confluiscono differenti moti d’animo che pongono in essere dibattiti figurativi che sottendono una insofferenza verso la modernità.

Costanza Marana

Fonte foto: Wiki Commons, Egisto Ferroni (1835-1912) [Public domain]

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Venezia 2019 Day 3: l’accusa di Polanski e le urla per Kristen Stewart

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Ebbene sì, questo è il giorno di Kristen Stewart a Venezia 2019.

Il mainstream del giorno precedente non si è esaurito vedendo la solita incredibile rassegna di presenze al festival. Ma c’è da ammettere che i fan della Stewart sono cresciuti (e lei si è ormai allontanata da una certa tipologia di pellicole commerciali) e non si vedono più migliaia di ragazzini urlanti ad attenderla. I tempi cambiano per tutti.

Lei fa parlare il suo lavoro, ed è davvero bravissima in Seberg, presentato fuori concorso. Nel film interpreta Jean Seberg, la famosa attrice degli anni ’60, inimitabile col suo capello corto biondissimo, la cui carriera fu rovinata dalle indagini dell’FBI per la sua vicinanza alle Pantere Nere. Il film è un godibile e teso biopic, che onestamente oltre alla bravura dell’attrice non offre molto (affidandosi anche a parecchi cliché che danno poca forza all’analisi di quegli anni tumultuosi) ma scorre bene e si lascia seguire. Certamente, è un riuscito omaggio alla carriera di un talento spezzato troppo presto e per motivi infamanti.

In concorso, invece, è passato il film di Roman Polanski. Non lui, naturalmente, per le solite vicissitudini legali di cui tanto si parla ogni volta, e di cui tanto si sta dibattendo in questi giorni spesso a sproposito. C’è da ammettere però che è anche difficile fare altro, perché Polanski presenta con J’Accuse l’indagine per scagionare una persona innocente: è impossibile non pensare che abbia scelto tale soggetto rivedendosi nel caso. Sceglie però, saggiamente, di non centrare la narrazione sulla vittima, e nel racconto del celebre “Affare Dreyfus” non è protagonista quest’ultimo, ma il militare che prima lo accusò e poi fece di tutto per provarne l’innocenza.

Il film è certamente un prodotto ben girato e confezionato, non si discute il talento di Polanski e il carisma del cast tutto francese. Delude perché non approfondisce mai ciò che mostra, e si limite alla ricostruzione storica (seppur bellissima e tesissima) laddove potrebbe esplorare i tormenti dei personaggi e di quella vicenda che ha ancora sinistri echi odierni. Un cinema classico che funziona sempre, ma a cui manca quella spinta in più.

Alti e bassi li hanno offerti anche le sezioni collaterali del Festival.

Dalla sezione Giornate degli Autori, il francese Un Monde Plus Grande ha lasciato davvero a desiderare. Storia di un’elaborazione del lutto trattata con l’infatuazione per lo spiritualismo, è un piatto e goffo film sugli sciamani mascherato da dramma umano. Sciatto, a tratti persino insulso, spreca il talento della protagonista Cecile De France costretta a girare a vuoto nelle scene involontariamente comiche di possessione spirituale.

Invece, per la Settimana della Critica, il cileno Il Principe non potrà passare inosservato. Prison movie animalesco, primitivo, assolutamente esplicito nelle scene di sesso, sottace la debolezza umana nel marasma degli istinti. Un prodotto sicuramente forte e controverso, duro da vedere e digerire, ma che capisce l’essenza della vita carceraria e la riporta senza filtri. Una conferma, oltretutto, della brillantezza e del coraggio del nascente cinema sudamericano. Preciso, quello cileno in particolar modo.

Primi tre giorni di festival all’insegna di una qualità che, a parte vette già prevedibili in partenza (Marriage Story), stenta ad ingranare. Ma come sempre è un piacere scoprire passioni e linguaggi così profondi proveniente da svariate parti del mondo. Questo è il vero senso del cinema.

Emanuele D’Aniello

Venezia 2019, Day 2: storie di matrimoni e viaggi spaziali

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Se nel primo giorno avevamo premesso e promesso l’arrivo dei colpi grossi, il secondo giorno ha soddisfatto le aspettative al mille per mille.

Venezia 2019, Day 1: il festival del cinema apre le danze

Brad Pitt, Scarlett Johansson, Adam Driver hanno scatenato urla e ormoni di centinaia di fan impazziti. Ore sotto al sole, non solo sul red carpet, per assistere all’arrivo del puro divismo a Venezia 2019.

Fortunatamente gli attori in questione non sono solo figurine, ma soprattutto grandi interpreti che qui al Lido hanno presentato grandi film.

A dicembre su Netflix arriverà Marriage Story di Noah Baumbach, che qui abbiamo visto in anteprima mondiale: E fidatevi, è stata davvero un’esperienza più che un film. La storia di un divorzio in ogni sua piega, delle beghe legali agli strascichi personali, ha lasciato quasi tutti in lacrime, talvolta di commozione e talvolta di puro divertimento. Un misto di sentimenti, un turbinio di emozioni, un film sulle montagne russe nel quale Johansson e Driver dominano la scena con due prove sfaccettate e profondamente empatiche.

Invece il carisma di Brad Pitt trasuda anche dalla tuta d’astronauta che indossa in Ad Astra. Il film di James Gray, che traspone nello spazio Cuore di Tenebra inserendo il rapporto padre-figlio, è una sincera meditazione sulla solitudine e sulla inutilità della ricerca di qualcosa al di fuori dei rapporti umani reali. Purtroppo il film è un po’ indeciso tra le anime autorizzi e commerciali, e nella sua analisi, pur affascinante, non propone nulla di nuovo.

Infine il secondo giorno del festival ci ha offerto, nella sezione Orizzonti, la visione di Sole, titolo italiano e opera prima di Carlo Sironi. Tra temi come adozione, immigrazione e realtà periferiche, il film convince nella sua confezione asciutta e priva di formalismi. Un’opera prima non rivoluzionaria ma certamente incoraggiante.

Come volevasi dimostrare, il Festival di Venezia 2019 sta davvero carburando.

Emanuele D’Aniello

Così “Il Re Leone” ci ha insegnato a crescere

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Il Re Leone, il cerchio della vita, Hakuna Matata, “ricordati chi sei”: film, canzoni, motti, che ci accompagnano da 25 anni.

Ci sono generazioni intere che sono cresciute con Il Re Leone. Anche chi non ne è appassionato, conosce approssimativamente la vicenda di Simba. E tutti, almeno una volta, ci siamo emozionati sentendo Ivana Spagna cantare Il cerchio della vita. Eppure, quando è uscito il live action al cinema lo scorso 21 agosto, le sale si sono riempite come se si trattasse di qualcosa mai visto prima. Si è parlato di incassi da record (quasi 3 milioni di euro soltanto il primo giorno) che entrano in competizione con quelli ottenuti per l’uscita di Avengers: Endgame.

Se un film già uscito fa questi numeri non può essere solo la curiosità di vederlo trasformato in live action. Non spiega il perché della ressa nel primo week-end di programmazione. La verità è che la storia de Il Re leone è un grande classico e, come tale, si può vedere e rivedere, ma non smette mai di dirti qualcosa (per parafrasare il caro Calvino). Inoltre, parla a persone di tutte le età.

Io sono una di quelle che da bambina ha usurato la cassetta a forza di vederla. Ho anche costretto mio nonno a guardarlo con me e l’ho portato ad appassionarsi, lui che non gradiva i film d’animazione. Poi, crescendo, ho perso di vista questa storia. Sono corsa al cinema il giorno stesso dell’uscita più per il valore affettivo che non per amore della vicenda. E invece sono stata travolta. Non solo perché ho riconosciuto tanti temi che mi sono cari i e in cui mi riconosco, ma perché mi sono resa conto che è una grande lezione di vita.

Il Re Leone, amore a seconda vista

Ribadisco: Il Re leone è un classico e lo dimostra il fatto che si rifaccia a grandi classici.

Come non vedere in Simba un moderno Amleto che deve fare i conti con lo zio fratricida e usurpatore del trono? Ma c’è anche chi ha visto nelle dinamiche del film (a buona ragione) il mito egizio della morte di Osiride. Inoltre, Il Re leone è a tutti gli effetti un racconto di formazione grazie al quale assistiamo all’evoluzione del protagonista che finisce per riconoscere e assumere il suo ruolo nel cerchio della vita. Cosa che facciamo tutti noi nel corso della nostra esistenza, consapevolmente o meno.

Ed è proprio sul percorso di Simba che mi vorrei soffermare perché è quello che più mi ha fatto riflettere mentre guardavo il film. Nel modo in cui il leoncino affronta la sua crescita si scontrano stili e filosofie di vita in cui tutti possiamo identificarci.

Inizialmente, Simba cresce avendo un’idea ben precisa di ciò che diventerà. Accade nell’infanzia di pensare ai ruoli che ricopriremo quando saremo grandi in maniera idealista, ferma, priva di contraddizioni. Non vediamo l’ora di essere riconosciuti come adulti (non di vederci come tali, perché tutti da bambini pensano di essere maturi abbastanza da capire… e invece sappiamo così poco!).

Poi si verifica il trauma e la vita che conoscevamo cambia radicalmente. Spariscono le certezze, si perdono le aspirazioni.

Per Simba è la morte del padre (scena veramente spettacolare, carica di emotività e di tensione). Mufasa non solo incarna il genitore che tutti vorremo avere in cui convivono armoniosamente qualità opposte – è tenero e severo, saggio e giocherellone allo stesso tempo -, ma è anche il punto di riferimento del suo cucciolo, quello che gli ha sempre ricordato chi è. Arriva sempre nella vita il momento in cui perdiamo queste sicurezze. In cui rispondere alla domanda “chi sei?” diventa più difficile che correre una maratona senza aver fatto un giorno di allenamento adeguato. Nella confusione del momento, ciò che rende tutto peggiore è il senso di colpa.

Poche cose riescono a distruggere l’autostima personale e il senso di auto-efficacia come la colpa. Tanto più grande è, tanto più deleteri saranno gli effetti sulla persona e sulla sua forza di affermarsi nella vita. È un’emozione che si insinua nella nostra mente in maniera più o meno silenziosa e che corrode progressivamente qualsiasi pensiero positivo su noi stessi. Serve una gran bella dose di consapevolezza per riconoscerla e per affrontarla. La maggior parte delle volte si finisce per cercare di ignorarla, vivendo alla giornata.

Ed è qui che arriva il famosissimo motto: Hakuna Matata… che è il carpe diem dei giorni nostri!

Il vivere senza pensieri è un concetto tanto bello quanto pericoloso. Perché quando ci si concentra solo su se stessi, bisogna stare attenti a non calpestare ciò che si ha intorno. Ancora una volta, Calvino ha detto tutto con questa frase (iper-citata):

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Va bene godersi le cose belle che l’esistenza ci regala. È ottimo saper essere presenti al momento senza lasciarsi distrarre dai pensieri negativi o da ansie che spesso finiscono per alimentarsi di loro stesse e ci impediscono di agire. L’idea di fare tutto ciò che ci rende felici o che ci diverte è ammaliante e deve guidare le nostre azioni. Ma in maniera responsabile.

Simba si distacca dal suo passato, spingendolo in un angolo della sua memoria. Non ne parla e sopravvive grazie all’amicizia di Timon e Pumba e alla loro filosofia della linea retta. Ed è sicuramente l’unica scelta possibile per lui in quel momento.

il re leone il cerchio della vita

Ma noi non siamo soli al mondo. Siamo parte di qualcosa di più grande: il cerchio della vita.

Non siamo soli a livello sociale e non lo siamo neanche per scelta. Non siamo fatti solo d’istinto, ma anche di emotività e di raziocinio. E questo comporta delle responsabilità. Non possiamo sempre vivere senza preoccuparci di ciò che stiamo facendo, di dove stiamo andando. Non possiamo vivere senza sapere chi siamo. E questi pensieri, anche se sono profondi, anche se sono difficili, non devono essere motivo di angoscia o di pesantezza. Sono ciò a cui siamo chiamati quando veniamo al mondo.

Simba lo capisce grazie al ritorno dell’amica d’infanzia (poi fidanzata) Nala e di Rafiki che gli mostra lo spirito del padre. Guide, consiglieri, bastoni sui quali appoggiarsi. Ma alla fine sarà Simba a dover affrontare Scar e sarà Simba, da solo, a dover trovare la forza e il coraggio di diventare ciò che è.

Dal passato puoi scappare o imparare qualcosa.

Così recita una battuta di Rafiki che non è arrivata nel live action (l’ho scritta a memoria, se è imprecisa, perdonatemi!). È una massima di vita. Ci rimproverano spesso che non si può vivere nel passato, ed è vero. Ma è solo dal passato che possiamo partire per andare incontro al nostro futuro. È solo ricordando ciò che eravamo e comprendendo ciò che siamo che abbiamo la speranza di arrivare a trovare il nostro posto nel mondo e a realizzare noi stessi. E poi sì, si può godere della bellezza della vita, con leggerezza, con la consapevolezza di essere di nuovo a casa.

Alla fine de Il Re leone, il cerchio della vita si compie: si finisce da dove si è iniziato.

Simba è il re. Ha assunto il ruolo che sognava da bambino, ma ora sa bene che “crescere” non significa identificarsi con una mansione, ma essere in armonia con il mondo. E questo non può succedere se prima non si è capito (o ricordato) chi si è. Insieme a Nala dà il benvenuto alla sua cucciola (sì, è femmina, si chiama Kiara, come sa chi ha visto Il Re leone 2) e tutto ci è familiare, ma allo stesso tempo diverso. Perché questi siamo noi, questa è la nostra esistenza. Un cerchio, una figura ridondante, ma perfetta in tutti i suoi punti. Ogni momento è solo un passaggio. Ogni cosa nasce, cresce, muore, si rinnova.

Guardare Il Re leone significa crescere. Le grandi opere d’arte sono questo.

Un’ultima nota riguarda i ruoli femminili che nelle trasposizioni contemporanee stanno acquistando sempre più importanza e significato, come già si è visto per la Jasmine di Aladdin. Nala è fondamentale nel percorso di consapevolezza di Simba. Per lei la responsabilità non è mai venuta meno perché non si è potuta allontanare dal suo trauma (il cambiamento di reggenza, la perdita di Simba), ma ha dovuto imparare a superarlo, convivendoci. Vedere delle donne così potenti sullo schermo è un importante messaggio culturale e sociale che è necessario mostrare. Anche in questo è importante crescere ed è giusto che l’arte ci indichi la direzione.

Federica Crisci

Il live action del Re Leone si salva col doppiaggio

“Il Gattopardo” di Visconti, paradigma dell’umana decadenza

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Il Gattopardo, film di Luchino Visconti, si configura come la sintesi raffinata e perfetta dell’ineluttabilità delle trasformazioni socio-culturali.

Titolo originale: Il Gattopardo
Regista: Luchino Visconti
Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa, Luchino Visconti
Interpreti principali: Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Romolo Valli, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Lucilla Morlacchi

C’è una componente sciasciana nella sontuosa operazione di Luchino Visconti. È un tratto che trascende la sicilianità dell’opera e l’evidente – eppur mai scontata – osmosi tra testo letterario e trasposizione cinematografica.

Al pari dello scrittore di Racalmuto il regista del Gattopardo fa, del suo prodotto artistico, uno strumento di lettura e denuncia dell’eterno presente umano. Il referto – impietoso nella sua perfezione formale – di una decadenza temporale e umana transitata senza alterazioni da un passato insepolto che è paradigma di mali e vizi.

Un film tratto da un libro

Non è un caso, né viene in mente di derubricarla come tale, la scelta di Visconti di partire da un’opera scritta, l’ennesima dopo I Malavoglia di Verga (La terra trema), Le notti bianche di Dostoevskij e Senso di Camillo Boito. È il documento a costituire una solida base, il punto di avvio di un processo che investe il testo sin quasi a torcerlo per scovare, tra le sue pieghe, gli elementi di una realtà che pretende di restar chiusa in se stessa. Il metodo, tanto paradossale quanto necessario, è quello del disvelamento, nell’oscurità dei fatti narrati, di un presente ambiguo, sfuggente, che rende difficoltosa se non impossibile qualsiasi rappresentazione in chiave diretta e “presente”.

La funzione demistificante dell’arte si esercita, pertanto, a partire dalla parola letteraria, l’unica in grado di gettare un ponte tra l’ambiguità del reale e la possibilità di un’interpretazione. Sciascia, di quest’operazione, è un maestro indiscusso e mostra attraverso saggi, romanzi, e mescolanze tra i due generi, come grazie ai testi sia possibile rivelare i fatti quali veramente sono.

In tale prospettiva il lavoro più emblematico – anche perché prossimo al tema affrontato da Visconti – è quello de I pugnalatori, opera in cui la rielaborazione dei fatti storici passa attraverso la scrittura per illustrare il presente. Con acribia e filologica caparbietà, Sciascia si appunta su documenti e atti relativi a un processo intentato da Guido Giacosa nel 1862, quando a Palermo si verificarono simultanei ferimenti a colpi di pugnale.

L’episodio, collocato agli albori dell’Italia unita, vede un parlamentare del Regno tramare nell’ombra per ottenere una restaurazione neoborbonica e serve, a un autore engagé quale è Sciascia, per denunciare in controluce i depistaggi messi in atto da governo e servizi segreti nell’ambito della coeva «strategia della tensione».

Con pari impegno, Visconti rielabora il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e da esso trae linfa per fotografare una dimensione presente e in-visibile, nella quale il passaggio di un’epoca è illuminato – o piuttosto reso comprensibile – dalla trasposizione storica.

La decadenza di una famiglia, di una società, di tutto, serve al cineasta milanese per riflettere, senza rimpianto o amarezza, su una situazione di passaggio in cui si avvertono già le tracce della demolizione.

È il 1963, il miracolo economico ha innescato una mutazione nei gangli della società e la borghesia – la nuova borghesia – è già avviata al trionfo. Ecco allora che il passaggio dal «tempo dei gattopardi e dei leoni» a quello «degli sciacalli e delle iene» non è più, soltanto, la presa di coscienza di un mondo falso, che non ha più ragion d’essere ancor prima dello sbarco dei garibaldini.

Quel modello di società di cui il gattopardo è stemma e dunque simbolo diviene, nei secoli a venire, amara e posticcia rappresentazione di quanto è destinato a essere spazzato via. Don Calogero (Paolo Stoppa) che dalle dipendenze del principe di Salina (Burt Lancaster) passa a divenire padrone di un’era nuova è lo stesso, rozzo campione di una classe che «nel corso di tre generazioni trasforma innocenti cafoni in gentiluomini indifesi» [1].

Se Tomasi di Lampedusa, in forza delle sue origini nobiliari, capisce e sa che l’evoluzione del tempo e, perché no, della sua terra, reca con sé un’ineluttabile fatalità, Luchino Visconti – che con l’autore condivide i natali aristocratici – assume tale consapevolezza come paradigma universale.

Le campiture decise, l’attenzione «fino al più insignificante particolare» [2] fanno di ogni scena un quadro, secondo la cifra stilistica propria del regista che qui serve a fermare l’attimo di un sistema di vita che non sarà più. L’estrema fedeltà al testo originale, che qui si fa persino dilatazione fastosa, permette meglio di qualsiasi rilettura di appropriarsi della morale tomasiana per renderla eterna.

Il Gattopardo. “Il” romanzo del Novecento italiano

Su Tancredi (Alain Delon) in particolare, si appunta l’accusa sommessa – e perciò più tagliente – del Gattopardo di Visconti. È la rivoluzione tradita a pesare sulla coscienza del rampollo reazionario, garibaldino unitosi all’avvenente figlia di don Calogero (Claudia Cardinale) affinché tutto cambi perché nulla cambi. E forse è avventato intravedere in questo biasimo l’insofferenza di Visconti nei confronti di un mondo intellettuale pronto a blandire i vorticosi – e ingovernabili – stravolgimenti dell’età del “boom”.

Quel che è certo è che il celebre ballo, per lui vero apice del romanzo di Tomasi, restituisce allo spettatore il disfacimento di un mondo il cui unico baluardo, nelle sue contraddizioni, era Don Fabrizio Salina.

Le danze poi, inevitabilmente, continueranno a essere condotte. Fino alla fine del prossimo gattopardo, del prossimo sciacallo, della prossima, camaleontica, iena.

Tre motivi per vedere il film:

  • La scena del ballo
  • Il gusto scenografico di Visconti e l’attenzione psicologica profusa in ogni personaggio
  • I costumi

Quando vedere il Gattopardo (film):

La previa lettura del romanzo è necessaria. Dopodiché dedicata una sera, o un pomeriggio, a queste fantastiche e sontuose tre ore e venti di film.

Ginevra Amadio

[1] G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1969, p. 131.

[2] A. Todisco, Recensione a Il Gattopardo, in “La Stampa”, 28 marzo 1963.

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco l’ultimo appuntamento!

“Hollywood Party”: sogno di ogni invitato, incubo di ogni padrona di casa

Venezia 2019, Day 1: il festival del cinema apre le danze

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Ci risiamo, come ogni fine agosto: al Lido di Venezia si vede, parla, respira e vive cinema.

La 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia apre i suoi battenti e ondate di giornalisti e semplici si riservano negli spazi dello storico Palazzo del Cinema. Dopotutto, il festival di cinema più antico al mondo è davvero meta ideale per chi cerca volti mainstream da selfie (la lista degli ospiti è, come sempre, impressionante) a chi vuol vedere semplicemente film di altissima qualità.

Venezia 2019, al proposito, si apre al meglio. Il film d’apertura del concorso è La Verité di Hirokazu Kore-eda, maestro giapponese reduce dalla vittoria a Cannes, qui al suo primo lavoro lontano dal Sol Levante. Una storia del rapporto tra madre e figlia, con echi bergmaniani, e un racconto meta sul mestiere dell’attore, su quanto la vita di chi deve fingere per mestiere sia irrimediabilmente condizionata in ogni strato del reale. La finzione è il reale, e la verità, in un certo senso, non esiste più. Tutto è spettacolo, necessità di interpretare un ruolo, creare una storia.

Certo, la grande qualità del film è lo scontro generazionale e recitativo tra due monumenti del cinema francese. Da una parte Juliette Binoche, sempre efficace anche con un parte leggermente passiva. Dall’altra Catherine Deneuve, carismatica e magnetica come un tempo, capace di rubare ogni scena con una semplice alzata di sopracciglia. Nulla di rivoluzionario, ma il cinema di Kore-eda non punta mai alle rivoluzioni copernicane. Ma un buonissimo film nel quale stupisce, il ritmo che il giapponese infonde ad una storia così piccola e l’ironia che supera lo stile minimal al quale ci ha abituato.

La sezione collaterale di Orizzonti, invece, si apre col film tedesco Pelican Blood.

Poco si sapeva alla vigilia su questo film, e forse anche per questo la sorpresa è stata maggiore. La regista Katrin Gebbe confeziona un freddo e raggelante thriller psicologico dalle tinte horror. La domanda del film è una: cosa fareste voi madri se vostra figlia fosse un mostro sociopatico? La risposta del film è “tutto” fino a perdere tutto, inclusa la sanità mentale.

Il film è certamente sicuro di sé e compatto nella narrazione, ma talvolta si perde nell’indecisione se rimanere sui binari del thriller oppure sposare appieno uno stile soprannaturale che riporti a L’Esorcista. In questo dubbio, un film partito benissimo si perde leggermente nella seconda parte, ma rimane comunque una piacevole sorpresa. Vedere film di genere non è mai scontato in un festival simile.

Infine, dopo un esaltante e imperturbabile cocktail a 18 euro (!?) all’hotel Excelsior, è stata la volta di uno dei soli due film in concorso diretti da donne. Il saudita The Perfect Candidate di Haifaa al-Mansour è un realista e umano ritratto della condizione. Ma, proprio in tale sincerità, il film trova il suo grande limite: pur considerando l’urgenza attuale del tema, il film non aggiunge nulla, narrativamente o emotivamente, a storie di condizioni femminili nei paesi arabi visti al cinema. Era più azzeccato, anche grazie al sapiente uso di una delicata ironia, l’esordio della regista La Bicicletta Verde.

Una prima giornata di Venezia 2019 sicuramente buona ma priva ancora di grandi picchi e film indimenticabili. I colpi grossi, fortunatamente, stanno per arrivare.

Emanuele D’Aniello

Fra tradizione e innovazione: al Teatro Ghione una stagione tutta da vivere

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L’estate sta finendo, purtroppo, ma tranquilli a lenire la nostra nostalgia ci pensa il Teatro Ghione con un cartellone davvero emozionante.

La nuova stagione del Teatro Ghione, che prenderà il via il prossimo 19 settembre, è una perfetta sintesi fra classico e innovazione, fra teatro e musica.

Primo appuntamento con il bravissimo Pino Quartullo che porta in scena un celebre testo di Achille Campanile, Anche gli asparagi hanno un’anima.

Un viaggio nelle epoche, a partire dal cinquecentesco Gianicolo, dove Torquato Tasso si riposava all’ombra di una frondosa quercia, «scrutando e irridendo – come ricorda lo stesso Quartullo – l’amore, la morte, la solitudine, il matrimonio, il dolore fisico, l’immortalità dell’anima.»

Si prosegue, poi, con Rock Dreams, evento musicale in cui Giandomenico Anellino e la sua band, tornano a far emozionare con le note dei Queen, dei Genesis, dei Dire Straits e di tanti gruppi storici della musica mondiale.

Dal 1 ottobre e fino al 6 dello stesso sarà la volta di Ago capitano silenzioso.

Scritto, diretto e interpretato da Ariele Vincenti, questo spettacolo racconta la storia del capitano della Roma, che guidò allo scudetto nel 1983 e che morì suicida il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale di Coppa Campioni che la sua Roma perse solo ai calci di rigore.

Marco Iacomelli, a partire dall’8 ottobre, porta in scena L’attimo fuggente, adattamento teatrale di Tom Schulman del celebre film diretto da Peter Weir, che quest’anno festeggia i suoi primi trent’anni.

Nei panni del professor Keating, nella pellicola di Weir interpretato dal grandissimo Robin Williams, Ettore Bassi che saprà riproporre sul palco, le emozioni che la figura di quell’insegnante, decisamente sui generis,  seppe regalare.

Teatro Ghione

Il 22 e il 23 ottobre è la volta del celeberrimo: Coppia aperta quasi spalancata di Dario Fo e Franca Rame.

Scritto nel 1983, questo spettacolo narra la storia di due coniugi che, nel tentativo di salvare il loro matrimonio, a un passo dal baratro, scelgono la strada della coppia aperta.

Diretto da Carlo Emilio Lerici, Coppia aperta quasi spalancata è un’occasione per confrontarsi con un testo che all’epoca fu giustamente ritenuto futuristico, anticipando tendenze, oggigiorno, quasi normali.

Con Vite da romanzo, in scena dal 24 al 27 ottobre, Stefano Reali porta in scena la vita di due romane de Roma, due icone della nostra città: Anna Magnani e Gabriella Ferri.

Due donne accomunate dal successo ma anche dalla solitudine. A raccontare la Magnani e la Ferri, Elena Bonelli, accompagnata dalle note di Giandomenico Anellino alla chitarra, e dello stesso regista Stefano Reali al pianoforte.

A partire dal 29 ottobre è la volta di Le ultime lune, di Furio Bordon con Andrea Giordana e Galatea Ranzi per la regia di Daniele Salvo.

Un vecchio professore, attende nella propria stanza l’arrivo del figlio che, di lì a poco, dovrà accompagnarlo presso una casa di riposo, luogo dove l’anziano ripercorrerà la sua vita fra sogni, ricordi, suggestioni, speranze.

Un percorso fra un nostalgico passato, un presente noioso e un futuro tutto da scoprire.

E ora segnatevi queste due date: 4 e 5 novembre.

Sul palco del Ghione arrivano le emozioni in musica e parole del grande Fabrizio De André, venuto a mancare troppo presto vent’anni fa.

A omaggiare il cantore degli ultimi è Carlo Simoni che porta in scena con La buona novella, uno dei dischi più belli e originali di Fabrizio De André.

Nel cartellone di questa ricchissima stagione teatrale non poteva mancare William Shakespeare.

A partire dal 7 novembre ecco andare in scena Il mercante di Venezia, una delle tragedie più note del bardo inglese.

Scritto e diretto da Giancarlo Marinelli Il mercante di Venezia, come lo stesso regista ricorda, mette in scena alcuni fra i temi più amati da Shakespeare, sullo sfondo di un’eterna Venezia, «divisa fra Thomas Mann e Giorgio Baffo.»

Teatro Ghione

Ancora un classico con Uno sguardo dal ponte, opera di Arthur Miller, una delle pietre miliari della drammaturgia americana del secolo scorso.

Lo spettacolo, diretto da Enrico Maria Lamanna, racconta il dramma interiore di Eddy Carbone, interpretato da Sebastiano Somma, uno dei tanti italiani che tentò la fortuna in America negli anni Cinquanta.

Con Così è se vi pare si torna al classico, all’intramontabile Luigi Pirandello con una delle sue opere teatrali più famose di sempre, per la regia di Francesco Giuffrè e con Riccardo Polizzy Carbonelli e Marina Lorenzi. Aggiungere qualcosa a un testo che rappresenta la storia del teatro italiano è francamente superfluo. L’unico consiglio è di non perderselo.

L’ultimo mese dell’anno riserva agli spettatori del Ghione altri appuntamenti di rilievo.

Si comincia da Caveman L’uomo delle caverne per la regia di Teo Teocoli, in sala solo il 2 dicembre. Versione italiana del celebre monologo che da anni entusiasma i teatri di tutto il mondo, incentrato sul rapporto di coppia.

Degni di nota nella programmazione di dicembre sono anche il concerto di Natale di Amedeo Minghi, un classico ormai del cartellone del Teatro Ghione.

Entusiasmante è anche lo spettacolo di magia Abracadabra con la partecipazioni di artisti da tutto il mondo.

A partire dal 30 dicembre è la volta di uno spettacolo che è ormai un classico La cena dei cretini scritto da Francis Veber.

Questo testo racconta una spassosissima cena i cui commensali sono un gruppo di ricchi e annoiati borghesi e dei comuni “cretini”.

Con il nuovo anno le emozioni al Teatro Ghione non cessano.

Fra i titoli in cartellone Il rombi palle per la regia di Pistoia Triestino, Orgasmo e Pregiudizio con Diego Ruiz e Fiona Bettanini e due pietre miliari del teatro di tutti i tempi: Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello e Romeo e Giulietta di William Shakespeare.

A partire dal 20 febbraio sul palco del Ghione sale Casa di frontiera.

Scritto e diretto da Gianfelice Imparato lo spettacolo descrive un’Italia divisa in due dalla secessione, un futuro, raccontato con comicità ma anche amarezza, che non è poi così inverosimile.

Il mese di marzo è tutto dedicato ai grandi classici.

Si parte con l’intramontabile Otello di Shakespeare, si prosegue con La vita che ti diedi di Luigi Pirandello, per finire, poi, con il capolavoro di Samuel Beckett Aspettando Godot per la regia di Maurizio Scaparro

Il 3 aprile va in scena uno dei testi più belli di Albert Camus: Caligola.

Il bravissimo Gennaro Duccilli, che è anche regista di questo famoso monologo, racconta l’imperatore che è passato alla storia per la follia e lo sfrenato narcisismo, ma che fu anche altro rispetto all’immagine ufficiale.

L’amore omosessuale è invece il tema di 12 baci sulla bocca di Mario Gelardi per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro.

Lo spettacolo narra l’incontro-scontro fra il giovane gay Emilio e Massimo, fratello del datore di lavoro di Emilio.

Da non perdere Lucio incontra Lucio, un’originale lettura in musica della vita di Lucio Battisti e Lucio Dalla.

A seguire il divertente Minchia signor tenente in cui si parla di mafia ridendo, senza rinunciare alla riflessione.

Al Teatro Ghione la stagione si chiude tutta in musica.

Prima il musical Uomo tra gli uomini scritto da Sabrina Moranti e incentrato sulla figura di papa Giovanni Paolo II, poi Amami Alfredo. Le colonne sonore dei film più belli di sempre.

Teatro Ghione

Che dire davanti a un cartellone così ricco non rimane che prenotarsi in fretta il proprio posto al Teatro Ghione, prima che sia troppo tardi.

Maurizio Carvigno

Quando i saluti si inviavano con le cartoline

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C’è stato un tempo in cui gli auguri o semplicemente i saluti, in qualsiasi momento dell’anno, venivano inviati non con un cellulare ma scritti sulle cartoline.

Questa è la storia di un oggetto che, come il telefono a gettoni, appartiene ormai alla storia, questo è il racconto delle mitiche cartoline.

L’amore ai tempi del telefono a gettoni

Oggi si fa fatica a trovarle ma fino a qualche decennio fa, specie d’estate, le cartoline erano un passaggio obbligatorio per tutti noi nati nel secolo scorso.

Trovare le cartoline, scriverle e poi, naturalmente, spedirle, rappresentava un momento fondamentale delle nostre vacanze e poco importava dove le trascorressimo.

Paesello sconosciuto, località marina o città d’arte, non c’era luogo che non prevedesse il rito della cartolina illustrata che, ad ogni estate, si perpetuava con le stesse identiche modalità.

La prima riguardava la scelta della cartolina, un’operazione per nulla semplice.

Di solito si stilava una lista di persone a cui mandarle che veniva spuntata ad ogni acquisto o spedizione.

In cima a questa lista c’erano, ovviamente, gli amici più cari.

A loro erano destinate le cartoline più belle, o quantomeno quelle più particolari.

Se si trascorrevano le vacanze nel paese della nonna però, trovare delle cartoline decenti rappresentava un’impresa, anche perché il rischio di mandare ogni anno le stesse era molto alto.

E sì perché la fantasia dei fotografi non era certo smisurata. Gli scorci riprodotti sulle cartoline impilate nei raccoglitori della tabaccheria, erano proprio pochi.

cartoline

La chiesa, innanzitutto. Poi la piazza principale, con l’immancabile vecchia di turno, e se andava bene un bel panorama.

Insomma se si era fortunati quattro, cinque tipi, non di più.

Quelle più belle, o meno orrende, erano destinate agli amici, le altre, a scalare in ordine di bruttezza, a parenti e genitori.

Se ci trovavamo al mare o in una città d’arte la scelta, vista la maggiore offerta, era decisamente più semplice.

In questi casi ci si poteva sbizzarrire fra mare, spiagge, celebri chiese o monumenti importanti.

cartoline

Poteva capitare, e non era una cosa rarissima, che sulla cartolina acquistata, per uno strano gioco del destino, fosse riprodotta la casa dove abitavamo o l’albergo dove alloggiavamo.

In tal caso la mitica freccia era inevitabile.

Armati di un pennarello indelebile, o di una comune bic, si indicava il “nostro” luogo con una bella freccia per far capire che noi, proprio noi, stavamo lì, in quel preciso punto.

Terminata la fase dell’acquisto delle cartoline, a cui contestualmente era legato quello dei famigerati francobolli, di solito pagati con secchiate di monete, ecco arrivare il momento della scrittura.

Scrivere una cartolina non era una cosa da poco.

Tutto dipendeva dal destinatario.

Se si trattava di un amico o magari di qualcosa di più importante, ogni spazio veniva ricoperto da parole che lambivano i francobolli e, talvolta, sconfinavano nel riquadro in basso a destra, quello dedicato al destinatario.

In questi casi gli insulti postumi del malcapitato postino, costretto a decifrare fra un ciao, un mi manchi, un ti adoro, l’indirizzo del destinatario, erano assicurati.

Queste cartoline erano così incomprensibili, da far risultare chiare anche le epigrafi etrusche.

La cartolina in questi casi si trasformava in una sorta di lettera, su cui raccontare ogni cosa.

Non sempre la scrittura era lineare. Per esigenze di copione ogni scelta stilistica era ammessa: scrittura circolare, obliqua, perfino angolare, sperando che il destinatario fosse in grado di decriptarla.

cartoline

Se, invece, la cartolina era indirizzata a una persona meno importante, allora un classico saluti dalla località in foto era una scelta inevitabile e complessivamente rassicurante.

Le cartoline non venivano mai scritte tutte insieme.

Di norma quelle dirette a quelli in fondo alla famosa lista si scrivevano piuttosto rapidamente e magari il primo giorno di vacanza, prima di cena.

Della serie via il dente, via il dolore.

Quelle “importanti”, invece, esigevano tempo, immaginazione, originalità, amore.

Non era raro che queste cartoline fossero scritte in più giornate, a riprese, in base anche alle novità da raccontare.

Dopo averle acquistate e scritte, arrivava il momento cruciale della spedizione.

Ovviamente prima di imbucarle nelle mitiche buche delle lettere, (quelle rosse con la doppia fessura “per la città” e “per tutte le altre destinazioni”), c’era da attaccare i francobolli.

Si trattava di rettangolini di carta, con una delle due facce variamente istoriata, da collocare generalmente in alto a destra, nell’apposito riquadro.

Senza questi la cartolina o non arrivava o, al massimo arrivava con la sopratassa.

I francobolli nel pleistocene si leccavano, visto che quelli adesivi erano ancora un miraggio.

I più igienisti, o meglio gli ipocondriaci cronici, come il sottoscritto, si armavano di spugnette su cui passare il francobollo da attaccare.

Gli altri, quelli normali, usavano la lingua, alla faccia di virus e batteri.

E sì perché i francobolli non erano proprio il massimo della pulizia visto che passavano di mano in mano prima di essere “leccati” e il sapore era variegato a seconda del tipo di colla e delle mani che li avevano toccati.

Ricordo di una tabaccaia in un paesino in Abruzzo che, oltre a rifilarmi al posto del resto delle schifosissime caramelle rigorosamente sfuse (come abbiamo fatto a non morire per fatali infezioni) era solita, prima di vendermi i francobolli, contarli.

Peccato che, per fare ciò, li toccasse con il polpastrello del dito indice destro, rigorosamente umettato sulla sua lingua.

Insomma scrivere una cartolina era una fatica ma ampiamente ripagata.

Perché se scriverle era impegnativo, riceverle era emozionante.

cartoline

Agosto era il mese tradizionalmente dedicato alle cartoline, poste permettendo.

Non era raro, infatti, che la cartolina spedita a luglio arrivasse sotto Natale, fra lucine accese e regali sotto l’albero.

Ma se, invece, arrivavano nel pieno dell’estate, il quadro era pressoché questo.

Spiaggiati sul divano, fra il frinire di una cicala, l’ennesima puntata della Signora in Giallo e il ventilatore che si fermava trasformandoci in un bagno di sudore, attendevamo l’arrivo del postino.

Di solito l’omino arrivava prima di mezzogiorno e allora, in canotta e ciabatte, sperando di non incontrare nell’androne deserto del palazzo alcun inquilino, ci dirigevamo verso la nostra buca delle lettere.

Già a una certa distanza le scorgevamo, fantasticando il mittente e principalmente il contenuto.

La bravura stava nel non leggere nulla, riservando quel momento al rientro a casa, quando ritrovata l’esatta precedente fossa del divano, tornavamo a spiaggiarci.

Poi era solo piacere, sempre che fosse la cartolina tanto attesa.

Se così era quell’apparente insignificante pezzo di cartoncino veniva letto e riletto, quasi imparato a memoria.

Quella cartolina tanto attesa era l’unione fra noi e la persona che ce l’aveva inviata, il suggello di una grande amicizia o, forse, di qualcosa di più.

Oggi di cartoline non se ne spediscono quasi più, anzi a malapena se ne trovano.

Ma credetemi erano molto più emozionanti di qualsiasi sms, email o messaggio WhatsApp, perché erano solo e soltanto nostre.

P.s.: ringrazio Monica e Raffaella per le loro cartoline, che custodiscono gelosamente nella scatola dei ricordi.

Maurizio Carvigno

Le voci libere hanno nomi di donna: la Bellino e il suo Mediterraneo

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Esistono realtà nate da stereotipi, e narrazioni interpretate da donne. Francesca Bellino lo sa bene e nel suo percorso giornalistico ed editoriale ha ascoltato e divulgato le voci più remote dell’universo femminile; anche in questo caso provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo.

La Bellino, giornalista cosmopolita, ha compiuto infatti il suo ennesimo viaggio attraverso le straordinarie esistenze delle più autorevoli cantanti del mondo arabo. Tutto è iniziato per Radio Rai Tre in Vite che non sono la tua, dove ha scritto e condotto le puntate dal titolo Il canto libero delle stelle mediterranee. Donne arabe

Ma non si è fermata e ha progettato di dare corpo alle meravigliose protagoniste dei suoi racconti facendole rivivere in un emozionante reading teatrale accompagnata dagli straordinari Stefano Saletti (oud, bouzuki, percussioni), Barbara Eramo (canto) e dagli intermezzi vocali di Alessandra Mosca Amapola.

La mise en scene ha visto degli scenari d’eccezione degni di un tale pathos: il 29 luglio a Roma i Giardini della Filarmonica per la rassegna I solisti del Teatro e il 19 agosto il Parco archeologico di Paestum per la rassegna artistica InCanto.

In questa importantissima operazione culturale è subentrato l’intuito di Dona Amati, responsabile di Fusibilia Libri, che ha voluto pubblicare i testi della Bellino nella collana teatrale Palco. Donne arabe

donne arabeLe storie di libertà e di affermazione sono un tema cardine nelle tematiche affrontate da Fusibilia, realtà letteraria di grande raffinatezza attenta a dare voce al femminile più profondo.

Il canto libero delle stelle mediterranee parla di donne che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a condurre il proprio destino.

Come l’egiziana Umm Kalthum, la madre di tutti, la principessa drusa Asmàhan, la cantante tunisina Salihae e la star libanese Fairuz.

Donne che si sono fatte strada negli stessi anni in cui sull’altra sponda del Mediterraneo, sull’isola della Sicilia, nasceva, lottava e cantava la nostra Rosa Balistreri, simbolo italiano dell’emancipazione femminile passata attraverso il canto.

Un filo conduttore, quello del canto passionale e volitivo di queste vestali della libertà, che condurrà molto lontano l’opera di Francesca Bellino che aspettiamo di vedere su nuovi palcoscenici. Intanto c’è il libro, da leggere tutto d’un fiato.

Francesca Bellino, scrittrice, giornalista e autrice radio-televisiva. Da anni si occupa di transculturalità, mondo femminile e diritti umani nell’area arabo-mediterranea, con particolare attenzione alle relazioni tra sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo.

Foto copertina: Cristina Canali

Antonella Rizzo 

Il Re Leone, amore a seconda vista

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Il Re Leone è uscito nel 1994, anno in cui io avevo sei anni. Di tutti i cartoni Disney è il primo originale, non ispirato a nessun’altra storia.

E sarà perché ero una bambina romantica a cui piacevano le principesse, ma non è stato mai il mio cartone preferito. L’ho visto poche volte (a differenza degli altri), ne ricordavo solo i punti salienti e di certo non smaniavo per rivederlo.

Ma quando ho visto il trailer del live action appena uscito al cinema qualcosa mi ha detto di andarlo a vedere. Forse una sensibilità diversa.

La sala ad agosto, in una Roma deserta e periferica, è gremita e anagraficamente eterogenea. Sin dalle prime note di Nants ingonyama (sì, si scrive così) tutti i cantano in sala e già ho paura che non riuscirò a godermi il film a causa dei commenti altrui, ma mi sbaglio.

https://www.youtube.com/watch?v=KpfeyYxO-nA

Emozionante dai primi 10 secondi grazie a grafica, musica e forse nostalgia, Il Re Leone conquista una seconda volta e, nel mio caso, forse mi conquista per la prima. Un amore a seconda vista, diciamo.

Tutti gli spettatori osservano attenti lo scorrere della storia: il piccolo Simba che viene ingannato da Scar, l’amicizia con Nala, la dolcezza del grande Mufasa, il re della foresta che proteggerebbe suo figlio ad ogni costo.

Ma in sala cala il silenzio, un silenzio diverso, non appena Simba si ritrova solo. La mandria degli gnu sta per arrivare: tutti già sappiamo cosa sta per succedere.

La morte di Mufasa è maestosa e sconvolgente: tra il pubblico si sentono respiri pesanti, sospiri profondi e singhiozzi. Tutto era già scritto e già visto, eppure, soffriamo tutti come se fosse la prima volta.

L’arrivo di Pumbaa e Timon ci consola, come consola il piccolo Simba divorato dai sensi di colpa. Hakuna Matata ci ha accompagnato negli ultimi vent’anni come una massima che non riusciamo mai a seguire, ma che forse rappresenta più che altro le figure dei due compagni del leoncino, gli amici (aka quelli che ti salvano).

Non a caso, proprio Pumbaa, il personaggio più comico, ha l’onore di introdurre nel film la menzione alla lotta contro il bullismo:

Mi hai chiamato trippone, chiede ad una iena. Posso accettare di lottare con le iene, ma il bullismo no. Lo afferma esplicitamente, ho colto e gradito.

Non è solo questa, naturalmente, l’unica sfumatura degna di nota in ambito più squisitamente antropologico. Il rapporto tra Mufasa e Simba, per quanto breve, è una summa di lezioni di vita importanti e sempre offerte con garbo.

Che la vita è cerchio, che l’equilibrio non è un idillio perfetto, che l’unico evento a cui siamo davvero destinati è essere noi stessi, nelle luci e nelle ombre, senza fuga che tenga.

Che poco importa alla fine se le stelle sono re che ci guardano da lontano, lucciole appiccicate a una cosa blu o masse gassose che bruciano a miliardi di chilometri di distanza. Comunque brillano, comunque illuminano, ci fanno compagnia, magari ci guidano pure ogni tanto, ricordandoci che tutto ciò che conosciamo davvero è l’ignoto a cui andiamo incontro ogni singolo giorno.

Da questa prospettiva passa totalmente in secondo piano l’assoluta incapacità di Marco Mengoni e di Elisa di doppiare un capolavoro assoluto, ma sono certa che con questa mossa la Disney si è guadagnata l’affetto (e non solo) di tutti i loro fan. Vedetelo in originale che c’è Beyoncé.

Alessia Pizzi

“Aspettano ‘o tiempo”: James Senese con Napoli Centrale

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Sabato 17 Agosto, presso il Comprensorio Archeologico Minturnae di Minturno si è tenuto il concerto James Senese con Napoli Centrale. Il concerto fa parte di “Mediterranea”, rassegna a cura di Marina Cogotti, che si svolge dal 18 luglio al 24 agosto 2019 fra Minturno, Formia e Sperlonga, ed è inclusa nella terza edizione di “Artcity Estate 2019”, realizzata dal Polo Museale del Lazio, Istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali diretto da Edith Gabrielli.

Insieme al Comprensorio archeologico di Minturno, sono tre i luoghi antichi e magici scelti per la rassegna “Mediterranea”, dedicata alle parole e ai suoni del Mediterraneo. Culla comune e veicolo di scambio e contaminazione di culture diverse nella quale miti e storie si intrecciano da sempre a musiche eredi di lunghe tradizioni, come quella napoletana, salentina o magrebina. Insieme agli artisti d’accezione che daranno vita a questa rassegna, saranno infatti protagonisti gli scenari unici del sito archeologico di Sperlonga, del teatro romano di Minturno e il piccolo e prezioso scrigno del museo archeologico di Formia.

Il figlio della Guerra

James Senese è un vero proprio simbolo Napoletano. Spesso chiamato “figlio della guerra“: nato da un soldato afroamericano ed una napoletana. Un mix dannatamente letale. La sua musica, infatti, non è semplice musica, ma racchiude il ritmo napoletano e afroamericano. Un concentrato intenso che fa esplodere ogni nota. Insomma, una versione partenopea dei più grandi Jazzisti afro americani: Miles Davis,John Coltrane e tanti altri.

Indimenticabili sono le collaborazioni dell’artista 73enne

A due anni dal bellissimo “ ‘O Sanghe” (vincitore della Targa Tenco nel 2017) e dopo oltre 200 concerti che lo hanno portato a girare l’Italia e l’Europa, l’instancabile artista partenopeo ha pubblicato “Aspettanno o’ tiempo”, il lavoro che lo consacra come uno dei più grandi musicisti italiani degli ultimi 50 anni, ancora in grado di dettare la linea musicale per tutti quegli artisti che vogliono fare della coerenza e del bisogno espressivo i propri riferimenti. All’interno troviamo tutto il suo mondo musicale, ampissimo e trasversale; tra gli inediti lo strumentale “Route 66” e “Ll’America”, scritto per James da Edoardo Bennato e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Cinquant’anni di carriera che hanno solcato i ritmi e i gusti di diverse generazioni che si sono susseguite nel tempo.  Cinquant’anni di musica, una carriera che ha attraversato epoche e generi, riuscendo a mantenersi sempre come punto di riferimento anche per le nuove generazioni.
James Senese a 73 anni compiuti detta ancora la linea musicale per tutti quegli artisti che vogliono fare della coerenza e del bisogno espressivo i propri riferimenti. Tutto quello che dalla fine degli anni sessanta ad oggi è passato fra i vicoli di Napoli gli deve qualcosa.

Band: 

James Senese sax e voce
Agostino Marangolo batteria
Gigi De Rienzo basso
Ernesto Vitolo tastiere

Le date del Tour:

13/07/2019 Modena – Giardini Ducali
15/07/2019 Piombino (LI) – Piombino Jazz e altre note
20/07/2019 Verucchio (RN) – Verrucchio Festival – Nuova data
27/07/2019 Marina di Camerota (SA) – Porto
30/07/2019 Roma – Villa Ada
08/08/2019 Torbole sul Garda (TN) – Piazza Lietzmann– Nuova data
10/08/2019 Pomarico (MT) – Nuova data
17/08/2019 Minturno (LT) – Teatro Romano – Nuova data
25/08/2019 Sant’Angelo d’Ischia (NA) – Piazzetta
31/08/2019 Aradeo (LE) – Irregolare Festival 2019 – Piazza San Nicola
14/09/2019 Altamura (BA) – Nuova data

Angela Patalano

Nightmare: l’horror low cost che è diventato un cult

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L’uomo nero non è morto, | ha gli artigli come un corvo, | fa paura la sua voce, | prendi subito la croce. | Apri gli occhi, resta sveglio, | non dormire questa notte…

Titolo originale: A Nightmare on Elm Street

Regista: Wes Craven

Soggetto: Wes Craven

Sceneggiatura: Wes Craven

Cast Principale:  Heather Langenkamp, Robert Englund, Amanda Wyss, Johnny Depp, John Saxon, Nick Corri, Charles Fleischer, Ronee Blakley

Nazione: U.S.A.

Anno: 1984

Chi è cresciuto negli anni Novanta, ma soprattutto ha potuto vedere i film di Freddy Krueger senza censure parentali, avrà avuto paura di addormentarsi almeno una volta nella vita. Il serial killer che uccide nei sogni, l’assassino con l’artiglio, quello che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà” è ormai un’icona del genere horror al pari dell’Esorcista e di Dracula.

E pensate che Wes Craven ha iniziato a fare il regista a 30 anni, svegliato da non si sa quale epifania, dedicandosi all’horror per puro caso. Ispirato da alcuni articoli che raccontavano della morte nel sonno di alcuni bambini, l’autore de Le Colline hanno gli occhi e de L’ultima casa a sinistra ha sfornato un prodotto cinematografico con due soldi e l’ha reso un vero e proprio cult.

A Nightmare on Elm street, Freddy e gli anni Ottanta

Ma chi è Freddy Krueger? Un pedofilo bruciato vivo da un gruppo di genitori arrabbiati per il suo rilascio. I figli di queste persone, nella saga di Nightmare, sono perseguitati nei sogni dal killer, che torna in vita nella dimensione onirica per vendicarsi.

Il primo capitolo, NightmareDal profondo della notte, ha come protagonista la giovanissima Nancy, studentessa dalla faccia pulita che vede cadere i propri amici come mosche.

Le ambientazioni del film, seppure low cost, sono suggestive (basti pensare alle caldaie dove Freddy conduceva spesso le sue vittime anche quando era in vita) e accompagnate da musiche squisitamente anni Ottanta che entrano in testa senza uscirne più. Ve lo ricordate il tema di Nightmare, sì?

Per quanto la trama del film sia abbastanza esile, lo scontro tra Nancy e Freddy è di altissimo livello: due menti forti si contendono il potere. Nancy ha capito come si muove il suo nemico, quindi decide di non dormire finché non sarà pronta per andarlo a prendere. Nessuno le crede: i suoi genitori credono sia scioccata per la morte dei suoi amici, e anche il suo ragazzo (Johnny Depp) non brilla proprio per acume, ma lei è determinata a fare a modo suo e Freddy non ha idea di cosa lo aspetti…

L’eroina adolescente

Se la forza di Nancy la definisce come una eroina a 360°, non mancano in questo film anche altri spunti sui cui riflettere, che saranno approfonditi anche nei capitoli successivi. Le vittime di Freddy sono figli di genitori divorziati, spesso con varie dipendenze o comunque molto oppressivi. Manca la figura positiva del genitore ed è come se il killer si approfittasse di questa debolezza colpendo adolescenti che fondamentalmente si sentono soli e devono cavarsela in maniera autonoma.

L’amicizia, non a caso, è la vera protagonista di Nightmare. L’eroina di turno (che dopo di Nancy sarà Alice nel quarto e quinto episodio) fa leva proprio sull’affetto degli amici defunti e, sconfiggendo Freddy (qualora sia possibile), vuole vendicarli come si deve.

Le scene horror

Censurata in Italia, la morte di Tina che sale sul soffitto mentre sta dormendo e viene fatta a pezzi dagli artigli di Freddy è assolutamente indimenticabile. Per realizzarla è stata costruita una vera e propria stanza al contrario (soffitto giù, pavimento su) in cui gli attori hanno avuto parecchi problemi di nausea.

Merito del successo del film comunque è anche la magistrale interpretazione di Robert Englund, che ha caratterizzato Freddy con tratti maniacali che vanno dal sorriso beffardo allo scatto delle dita taglienti, fino alla camminata laterale della belva che si lancia sulla preda. Col tempo e i vari capitoli il personaggio è diventato un po’ trash, ma gli esordi sono stati senza dubbio notevoli.

Insomma, tra filastrocche sull’uomo nero, crocifissi stretti al petto e settemila caffè per restare svegli, Nightmare resta l’incubo che non si dimentica: un film immancabile nella cineteca di qualsiasi horrorofilo, ma anche in quella di tutti gli estimatori del girl power.

Alessia Pizzi

Le immagini sono riprodotte nelle presente recensione in osservanza dell’articolo 70,comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce, invero, «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Botticelli sbarca a Napoli con un’opera che lascia estasiati

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Fino al 29 settembre sarà possibile ammirare nel complesso delle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli Compianto sul Cristo morto di Sandro Botticelli.

Grazie alla meritoria iniziativa L’ospite illustre, (promossa da IntesaSanpaolo) uno dei dipinti più belli di Botticelli, Compianto sul Cristo morto, arriva a Napoli.

La rassegna porta ogni anno un’opera prestigiosa, ricevuta in prestito dai grandi musei del mondo, all’interno di Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli ma non solo.

Nel capoluogo partenopeo dopo Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, L’arlecchino con lo specchio di Picasso, I Musici di Caravaggio e, La Scapiliata di Leonardo, quest’anno è la volta di Sandro Botticelli.

Signore e signori ecco a voi Compianto sul Cristo morto.

compianto sul cristo morto -botticelli opere

Dipinto fra il 1501 e il 1504, questo quadro rappresenta una delle opere della maturità del pittore fiorentino in cui grazia, drammaticità, umanità e bellezza si mostrano in tutta la loro assoluta, estasiante pienezza.

L’opera, una tempera grassa su tavola, rappresenta uno dei momenti più intensi della vicenda terrena di Cristo.

Il figlio di Dio è appena spirato sulla croce.

Ma prima di essere deposto nel sepolcro, il corpo di Cristo è oggetto dell’umanissimo compianto, della pietà di quelle poche persone che fino alla fine gli sono state accanto.

Botticelli mette al centro della scena il corpo di Gesù, intorno al quale costruisce la vera e propria cornice, il dramma di coloro che non accettano quella morte.

A partire da Maria, la madre di Cristo.

La donna, sopraffatta dal dolore per aver perso il suo unico figlio, sviene fra le braccia di Giovanni Evangelista, a cui Gesù l’ha affidata poco prima di morire.

Poi è la volta della Maddalena, una delle tre donne presenti nel dipinto.

Botticelli la raffigura avvolta in una fiammante veste rossa, con gli occhi chiusi in segno di rispetto per lenire il cocente dolore.

La Maddalena abbraccia amorevolmente i piedi di Cristo, adagiandovi sopra il capo, in un gesto di infinita dolcezza e spontaneità.

Poi ecco le altre due donne.

Una nell’atto di sorreggere delicatamente il capo di Gesù, che più che morto sembra addormentato. L’altra, di cui non vediamo il volto perché velato da una bellissima veste azzurra, appare sopraffatta dalla sofferenza per quella morte inaccettabile.

A completare il dipinto c’è la figura di Giuseppe d’Arimatea.

Si tratta di colui che si occupò della sepoltura di Cristo, a partire dall’acquisto del lenzuolo di lino con il quale Gesù fu avvolto.

Botticelli pone l’uomo dietro al gruppo pittorico, nell’atto di mostrare i simboli della passione.

In una mano tiene la corona di spine che cingeva il capo di Cristo, nell’altra i tre chiodi con cui il corpo del Nazareno fu trafitto.

Difficile non rimanere estasiati davanti a questo capolavoro posto al piano terra di Palazzo Zevallos Stigliano, in una sala interamente dedicatagli.

L’opera, commissionata a Botticelli da Donato Cioni, ornava un altare nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Firenze.

In seguito alla demolizione dell’altare, nel 1629 del Compianto sul Cristo morto, si persero le tracce.

Il 12 marzo 1879, però fu ritrovato e venne acquistato da Gian Giacomo Poldi Pezzoli.

Questi fu uno dei più grandi collezionisti d’arte dell’Ottocento, una passione che ereditò dalla madre Rosina Trivulzio.

Gian Giacomo Poldi Pezzoli non acquistò solo dipinti celebri appartenenti ad artisti come Tiepolo, Piero della Francesca, Pollaiolo, Mantegna, ma anche sculture e oggetti decorativi di vario tipo.

Opere che andarono rapidamente ad accrescere la sua collezione privata, nucleo originario del futuro Museo Poldi Pezzoli, ancora oggi uno dei vanti di Milano.

Interessante è il parallelo fra l’opera di Botticelli e quella coeva di Pedro Fernandez, Il Trasporto di Cristo al sepolcro, temporaneamente presente in Palazzo Zevallos Stigliano.

Come Botticelli, anche il pittore spagnolo sottolinea l’umano dolore che coinvolge le figure che accompagnano Cristo al sepolcro.

La tavola, oggi conservata al Museo napoletano di Capodimonte, in origine costituiva lo scomparto centrale della predella del grande polittico, che ornava l’altare maggiore di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli.

Compianto sul Cristo morto è l’occasione ideale per visitare le straordinarie collezioni di Palazzo Zevallos Stigliano.

Da Vincenzo Gemito a Luca Giordano; da Antonio Canova a Vanvitelli ma, principalmente, Caravaggio.

Nella sala degli Stucchi, al primo piano del palazzo, nella centralissima via Toledo, è esposta l’ultima opera del pittore lombardo.

Stiamo parlando del Il martirio di Sant’Orsola, che lo scorso anno impreziosì la mostra Dentro Caravaggio a Milano

Insomma dopo aver letto questo articolo non avrete più scuse.

In questo lembo di fine estate Napoli vi aspetta con i suoi sapori, con il suo folklore, con il suo mare ma soprattutto con le meraviglie di Palazzo Zevallos Stigliano.

Fatevi sempre rapire dalla bellezza.

Maurizio Carvigno

 

Le cose che bruciano è un libro che non infiamma

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Le cose che bruciano, ultimo libro di Michele Serra, al netto della copertina rosso fuoco e del titolo incendiario, è un romanzo che non infiamma.

Mi attendevo di più dall’ultimo romanzo di Michele Serra.

Dopo aver divorato Gli sdraiati ero consapevole che difficilmente avrei letto un’opera sullo stesso piano ma non pensavo che questo nuovo romanzo potesse deludermi.

Le cose che bruciano, ultima fatica letteraria di uno scrittore geniale come Michele Serra, edito da Feltrinelli, è un libro che, al netto degli intenti pirotecnici del titolo e della copertina, non arde.

feltrinelli editore

Protagonista è Attilio Campi, un ex politico che dopo una breve e polemica parentesi politica, decide di sparire, di eclissarsi, di scendere dal mondo.

Fatale, in tal senso, è la sua unica proposta di legge: quella che mira a reintrodurre l’uniforme a scuola. Un’idea che nelle intenzioni del parlamentare era giustificata dalla volontà di contrastare lo sbriciolamento della società umana.

Per Attilio Campi l’uniforme avrebbe permesso «di ridare significato alla parola comunità» e, attraverso quella, agli stessi ragazzi, alle future generazioni.

La proposta, pur mutuata dall’esempio di un paio di città del Nord Europa, viene aspramente criticata, al punto che Campi, travolto dal fuoco amico e da quello delle opposizioni, preferisce uscire dalla porta di servizio, semplicemente sparendo.

Si eclissa, come un ex incallito peccatore, nell’eremo di Roccapane, un assurdo cucuzzolo, come lo chiama la sorella Lucrezia, dove sceglie di coltivare lo zafferano.

In un luogo sperduto, lontano dalle tentazioni della città e di una carriera politica solo sfiorata, Campi ritrova se stesso fra legna da accatastare, campi da arare e l’ossessione per distruggere o meglio bruciare, gli oggetti del passato, quelli inutili.

Tavoli, divani e principalmente lettere della madre. Missive dal contenuto forse spinoso che, per vari motivi, è opportuno non aprire, non leggere, lasciando che finiscano nel limbo delle parole perdute.

L’ossessione per il catartico falò è il filo rosso che tiene insieme tutto il libro, ma che, in talune circostanze, tende a perdersi.

Al netto della scrittura briosa e comicamente ficcante, da sempre cifra di Michele Serra, è proprio la storia a non decollare mai del tutto.

Imbozzolata in una trama che non si sviluppa mai appieno, la storia di Attilio Campi è soffocata da personaggi quasi senza spessore.

Il contadino Severino, la vigorosa Bulgara o le donne vicino ad Attilio, la moglie quasi sempre assente e la sorella che assomiglia a Kate Moss, sono figure che latitano nelle pieghe del romanzo di Serra.

Proprio questa asfissiante vicinanza, non permette al vero e unico protagonista del romanzo, Attilio Campi, di prendere definitivamente il volo, rimanendo radente al polveroso suolo.

Scritto in prima persona Le cose che bruciano non è certamente uno dei libri migliori di Michele Serra, anche se non mancano momenti di esilarante scrittura.

Straordinari sono i pezzi dedicati alla narrazione delle conseguenze della proposta di legge sull’uniforme, quelli in cui Campi incontra il catechizzante Giuseppe Carradine.

Ma è nel racconto dei tentativi di riappacificazione fra Campi e il giornalista Mirabolani che ritroviamo Michele Serra.

feltrinelli editore

Proprio in quest’ultimo caso riemerge con forza il Serra ironico e pungente, quello dei suoi più fortunati romanzi, ma anche quello delle pagine di Cuore, l’inserto satirico del quotidiano “L’Unità”, di cui Serra fu uno dei fondatori.

Ma come dicevano i latini dulcis in fundo.

Giunto alle ultime pagine, Le cose che bruciano regala un finale decisamente inaspettato che riscatta la precedente monotonia narrativa.

Durante una cena tra fratelli che non si vedono da tempo, ignorando quasi tutto l’uno dell’altra, ecco sopraggiungere maliziosa e infingarda una  strisciante verità.

Mentre la cameriera, ignara di aver interrotto una così rilevante pagina della vita di Attilio Campi, serve due porzioni di risotto, la verità taciuta per decenni si disgela, anticipando un conto salatissimo e mettendo fine a una cena indigesta.

Ma su quel tavolo, sul far della notte, rimane un’atroce, insopprimibile eredità.

Sono proprio queste ultime, bellissime pagine, a riscattare il libro di Serra, donando al lettore momenti di gradevolissima lettura, e facendo diventare familiare il protagonista principale del romanzo:

«Mi chiamo Attilio Campi. Abito a Roccapane e coltivo zafferano. Vado verso i cinquanta -non è l’età perfetta? Anche se indosso, sotto il giaccone, una pazzesca giacca con i revers sciallati, del tutto inadatta a uno statista, sono l’autore di una legge, quella sull’uniforme obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, che avrebbe cambiato in meglio, molto in meglio, questo paese.»

 

Maurizio Carvigno

 

Si ritiene che le immagini presenti protette da copyright possano essere riprodotte su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente le opere e la persona, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, 

 


                

Caro Wim Wenders, “Submergence” non ci ha fatto rinnamorare

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Wim Wenders, genio del cinema tedesco, dirige “Submergence”, un film ambizioso ma poco riuscito, nelle sale dal 22 agosto.

L’ultima pellicola di Wim Wenders, Submergence, racconta la storia d’amore tra Danielle Flinders (Alicia Vikander) e James More (James McAvoy), due persone molto profonde che svolgono professioni piuttosto impegnative e, potenzialmente, di grosso impatto sull’umanità. James McAvoy film

Lei, infatti, è una biomatematica, studia lo strato più profondo del mare. Si appresta a raggiungerlo con un sottomarino, per trovare conferme alla sua teoria sull’origine della vita sulla Terra e una soluzione alla penuria di ossigeno, che presto il Pianeta dovrà affrontare. Lui, invece, lavora per i servizi segreti britannici ed è coinvolto in una missione in Somalia, con l’obiettivo di rintracciare una base di attentatori suicidi infiltrati in Europa.

Si incontrano casualmente in un hotel in Normandia, entrambi in vacanza poco prima di affrontare ognuno la propria missione. In pochissimo tempo si “riconoscono” e innamorano. 

Quando si separano, per andare ognuno a salvare un pezzo del destino del mondo, si capisce subito che il loro legame è già profondo. 

Wim Wenders
Una scena di “Submergence di Wim Wenders, chiaramente ispirata al dipinto di C.D. Friedrich “Il viandante sul mare di nebbia”

 

Resterà come legame mentale per tutto il film, nonostante lo spazio che li separa. James viene preso in ostaggio dai combattenti jihadisti e non può mettersi in contatto con Danny. Ne passerà e ne penserà di tutti i colori. Lei sta per immergersi sul fondo dell’oceano e per mesi guarderà il telefono in attesa di un messaggio o di un contatto da James. Ma quella connessione mentale non si spezzerà mai.

L’elemento ricorrente di tutto il film è l’acqua, che unifica i due personaggi, visto che James è un ingegnere idraulico (e questa è anche la sua copertura come spia). Ed è ,soprattutto per Danielle, motivo di riflessione costante.

Wim Wenders ha progettato con lo sceneggiatore Erin Digman un film ambizioso: un amore intenso intrecciato a temi importantissimi come l’ambiente, la jihad islamica, il senso della vita.

La sceneggiatura di “Submergence” è di Erin Digman, ispiratosi al romanzo omonimo di J.M. Ledgard, giornalista dell’Economist che si era basata sulle proprie esperienze di vita e di lavoro  in Somalia. 

Le immagini sono perfette, grazie all’indubbio talento di Wim Wenders e all’ottima fotografia di Benoît Debie

Le scene ariose e piene di luce e spazio dell’incontro dei protagonisti faranno da contraltare a quelle di prigionia di James. Si gioca molto con la luce e l’oscurità, temi non solo visivi di “Submergence”. Anche sul piano narrativo, quando James è nella luce, Danielle è nelle tenebre e viceversa.

Il montaggio serve la narrazione attraverso un’alternanza abbastanza equilibrata tra flashback e flashforward. I moltissimi primi piani di James MacAvoy sfruttano la sua espressività, quella sì evidente.

Wim Wenders
James McAvoy in Submergence

 

La pellicola, quindi, è di grande impatto visivo, ma scorre lento e “insipido”. Non riesce mai ad emozionare davvero, nonostante gli importantissimi temi trattati. Né i singoli personaggi, né il loro intenso rapporto d’amore seguono un vero percorso.

Non sono chiari, poi, il ruolo e la funzione narrativa del personaggio del Dr. Shadid (Alexander Siddig) medico che deve curare James durante la prigionia. Si limita a mostrare la contraddizione di chi lavora per i terroristi, affermando che la medicina è misericordia, la jihad un dovere. 

Con “Submergence” si vorrebbe esplorare il senso della vita dai due diversi punti di vista dei protagonisti, costruendo tra loro un dialogo – anche a distanza – che porta proprio verso un’immersione.

Ma il risultato, purtroppo, non è felice. Ne è nato un film che definirei didascalico e poco credibile.

Non che il cinema debba esserlo per forza, anzi. Deve, invece, anche far sognare o immaginare la realtà in modo diverso o nuovo. Ma, in questo caso, manca proprio l’elemento della verosimiglianza. 

Purtroppo è quindi un film “freddo”,  che non riesce ad appassionare, nonostante le premesse della trama, ossia un intenso sentimento che lega i due amanti oltre lo spazio e i temi seri che affronta e la bravura tecnica di tutti: regista, direttori della fotografia e del montaggio e interpreti.

Forse il vero tallone d’Achille è proprio la sceneggiatura. Citare “Nessun uomo è un’isola” di John Donne è utile a far capire il significato del film. Ma non basta allo spettatore per sentirlo davvero dentro dopo la visione.

Stefania Fiducia

Monteflavio tra sacro e profano: un murale sulla libertà femminile divide i cittadini

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Il popolamento di una Roma neonata fu suggellato dal detto “necessità fa virtù” se vogliamo essere amaramente ironici: secondo gli storici ai romani servivano donne, così Romolo organizzò uno spettacolo per rubare le vergini sabine ai propri padri. Basta questo gesto per comprendere il ruolo della donna nell’antichità – una proprietà – e solitamente, quando gli studi di genere sottolineano tale asimmetria sessuale nella storia dell’umanità, la gente sbuffa, come se fosse un tema superato.

Eppure, nel mondo moderno dei luoghi comuni superati un nudo dipinto su un muro riesce ancora a destare turbamento.

Qualche ingenuo strabuzzerà gli occhi affermando che la street art non può scioccare, qualcun altro, più smaliziato, potrebbe chiedersi per quale motivo i media possono essere tappezzati di nudità (dalle vallette in TV agli amici un po’ più sciolti sui Social Network) senza generare problemi, mentre il Ratto delle Sabine dipinto da Violetta Carpino e Giusy Guerriero a Monteflavio (RM) in occasione dello Strange Days Festival 2019, è stato considerato da qualche bontempone “uno scempio”.

streetart roma - ratto delle sabine
Le due artiste immortalate da Paolo Genovesi

“Amore Sacro e Amor Profano” è il titolo dell’opera: il murale si ispira a “Il Ratto delle Sabine” del Giambologna (Firenze). A differenza del modello, il soggetto proposto è volutamente incentrato sulle figure femminili che scappano dalla presa virile allungandosi verso la perfezione del cerchio dorato, tendendo a un equilibrio tra i generi che stiamo ancora provando a dipingere anche nella quotidianità.

streetart roma - ratto delle sabine
Ricostruzione grafica del murale di Mila Fustic

Il murale vede protagoniste due tecniche differenti: tradizione e innovazione si incrociano nel connubio tra la pittura classica a pennello di Violetta e quella contemporanea a spray di Giusy. Il gluteo maschile è stato coperto su richiesta, quindi c’è un “piede volante” che è stato reputato da alcuni un elemento di disturbo.

…A me ha disturbato sapere che nel 2019 il nudo artistico può esser percepito come un oltraggio al civico pudore anziché come bellezza e poesia. (Violetta)

Il titolo dell’opera, tratto dalla celebre Bocca di Rosa di De André non è casuale. Nemmeno la frase che copre i capezzoli di una delle donne lo è: proteggi la tua libertà.

Potreste pensare che si tratti di retorica o di un semplice richiamo al mito, ma questa opera porta con sé la testimonianza della violenza che ancora oggi le donne sono costrette a subire. E non si tratta solo di violenza fisica. La stessa Carpino, mentre era a lavoro per realizzare il murale, ha subito gli sguardi giudicanti del paese a causa di una diceria messa in giro da un ragazzo del luogo che voleva probabilmente farsi grande con gli amici. Il giovanotto sarebbe andato a dire che l’artista gli avrebbe praticato del sesso orale e, come mi racconta Violetta, se fosse stato vero, non le sarebbe importato molto che fosse urlato ai quattro venti.

Qual è la mia colpa? Si chiede Violetta, si chiedono tutte le donne almeno una volta nella vita. Di essere belle? Di essere seducenti? Di essere intriganti? Di essere donne? Questo è il “peccato originale” che la società patriarcale ha voluto marchiare a sangue sul nostro genere e che nel 2019 ci rende ancora vittime tanto delle botte quanto delle voci goliardiche frutto della superficialità altrui.

La voce delle donne fortunatamente si fa sentire sempre di più. Questo lavoro vuole proprio evidenziare, tramite le capacità artistiche delle due pittrici femminili, alcune delle caratteristiche della donna, quali fragilità, eleganza e forza. (Giusy)

streetart roma - ratto delle sabine
Foto di Livia Granati

L’opera è dipinta su un muro precario: mentre le due artiste lavoravano cadevano già pezzi di intonaco, ma poco importa. Il messaggio di questo murale è in fieri, un continuo divenire, come l’umanità: anche se avrà vita breve sarà portatore di un messaggio che ci riguarda molto da vicino. Il viaggio esistenziale, che lo si voglia o no, ha scadenza per tutti noi. Vale la pena intraprenderlo con spirito libero, dice Violetta, e io sono d’accordo.

È come una preghiera d’amore, sacrosanta nella sua profanità, che inneggia a una libertà a 360° anche nell’interpretazione del murale stesso.

La donna a destra sta soffrendo o sta godendo? Dovrebbe essere più sofferente hanno suggerito alcuni, perché forse è più facile accettare uno stupro che un orgasmo femminileancora oggi, mi suggerisce Violetta. Ma sapete com’è finita la storia del ratto? A non tutte le sabine dispiacque la trovata di Roma e, quando i padri vennero a riprendersele, si gettarono tra loro e i romani per salvare le vite di tutti, anche di quelli che sarebbero nati dalle unioni furtive.

E noi donne dovremmo proprio essere così: libere di scegliere se il caso della vita ci piace oppure no, che tanto qualche “Romolo” lo abbiamo incontrato tutte noi.

Libere di agire, libere di dire, libere di non essere raccontate dalla voce degli altri, come è stato per troppo tempo e a volte ancora è, ma solo con la nostra. E questo murale è una voce: ascoltatela.

Alessia Pizzi

Perché June è madre di tutte noi

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Scrivere della terza stagione de Il Racconto dell’Ancella è stato difficile dal primo articolo.

Un po’ perché ho sempre paura di dire troppo e scivolare nello spoiler spinto, un po’ perché questa stagione ha davvero tanti spunti di riflessione interessanti. Bando alle ciance, decido come sempre di pubblicare il mio commento qualche giorno dopo l’uscita dell’episodio, proprio per poter parlare il più liberamente possibile.

Il finale di stagione, questa volta, è un pretesto per raccontarvi un po’ di cosa vuol dire essere donna nel Ventunesimo secolo.

Perché, diciamocelo, il bello delle storie distopiche è proprio la malsana possibilità che quello che ci urta nella società odierna si scateni in tutta la sua prepotenza. Un esempio semplice? Apprendiamo quotidianamente l’elevato numero di stupri di cui le donne ancora sono vittime:

cosa accadrebbe se la violenza fosse legittimata in nome di un tasso di fertilità mondiale troppo basso?

Lo stupro controllato e legalizzato ha reso il Racconto dell’Ancella una serie tv degna di essere vista dal primo episodio. Dalle brutalità subite dalle donne sono scaturite molte riflessioni sul potere e sulla sopraffazione. In un mondo dove le donne sono private dei loro diritti si generano depressione, paura, ma anche ribellione e coraggio. E abbiamo visto insieme come June ha preso in mano non solo la sua vita, ma anche quella di tutti coloro abbiano incrociato la sua strada. E se in alcuni casi la manipolazione è stata una strategia di guerra, in altri la sua verve si è trasformata in vera e propria leadership.

Qual è la differenza tra comandare ed essere un leader? Il leader agisce per il bene di tutti, intanto, e non per il proprio interesse.

Il comandante è seguito per dovere o timore, il leader per passione, anche se la situazione è tragica. Pensiamo al regime di Gilead, un regime di comandanti temuti, e al team di Marte e Ancelle che seguono June nella missione di portare i bambini fuori dal Paese del Terrore.

Certo, June non è arrivata indenne a questo punto. Ma ci è arrivata da eroina, mostrando a tutti che, ancora una volta, un gesto d’amore ha più potere di mille di terrore. Questo, nell’ambito della tematica di una serie tv.

Ma c’è dell’altro, e sono sicura che le spettatrici se ne sono accorte. Quando il comandante Lawrence, preso da un attacco di vigliaccheria, ordina a June di interrompere la missione di salvataggio, lei si rifiuta e lui risponde “Sei ancora a casa mia, signorina” come se stesse parlando a una quindicenne rientrata troppo tardi la sera. La risposta di June ha scatenato quello che state leggendo ora:

Uomini. È fottutamente patologico. Tu non sei al comando, io sì.

Ora, noi viviamo in un mondo più o meno libero ed è nostro dovere non dimenticare che alcune donne, oggi, vivono un orrore simile a Gilead.

Vogliamo citare, ad esempio, le spose bambine in Asia o in Africa? Vorrei prendere spunto da questo finale di stagione per ricordare a tutte le donne che ogni tanto smarriscono l’orientamento – perché succede – che il potere è nelle loro mani.

Non in quelle del loro padre, del loro compagno, del loro capo.

Anche se una voce interna ogni tanto vi fa credere che sia il contrario, non abbiate mai paura di stringere forte le redini del vostro destino. Il caso non si può controllare: tutti prima o poi viviamo delle situazioni di merda. Anche in questi momenti, però, non dobbiamo mai dimenticare che oltre alla voce che ci fa stare zitte per paura ne esiste un’altra, che è quella dei nostri sogni, dei nostri desideri e della nostra libertà. Nessun destino è già stato scritto (anche se alcune persone vogliono farci credere il contrario): siamo noi gli artefici del nostro futuro.

Ho incontrato Filomena Lamberti a Salerno, lo scorso 25 novembre. Il marito l’ha sfregiata con l’acido, ha passato momenti terribili, ma sapete cosa va a raccontare in giro nelle scuole? Che ora è finalmente una donna libera.

La storia de Il Racconto dell’ancella è distopica, la forza delle donne no.

Per questo June è madre di tutte noi. Una protagonista che ci insegna la più grande lezione di sempre, una lezione che le donne non dovrebbero dimenticare mai: quella di far sentire la propria voce.

Il problema non sono gli uomini presuntuosi, il mansplaining o la violenza: il problema siamo noi se stiamo zitte. E se non vi credono, fate in modo che lo facciano.

Alessia Pizzi

L'immagine in copertina relativa a "Il Racconto dell'ancella" è protetta da copyright. Si ritiene che esso possa essere riprodotto su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente l'opera, in osservanza dell'articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta». Questa immagine non può essere utilizzata per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Johnny Depp: uno, nessuno e centomila personaggi

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Johnny Depp è indubbiamente uno degli attori più iconici, discussi e presenti nel panorama cinematografico contemporaneo.

Una carriera ampia che parte dalla prima metà degli anni ’80 e ancora in piena attività. Diretto da registi del calibro di Marshall, Stone, Forster, Branagh, Hallstrom, Gilliam, Yates, Polanski e Burton (la sua collaborazione più produttiva), ha collaborato con attori del calibro di Helena Boham Carter, Iam Holm, Michelle Pfeiffer, Ewan McGregor, passando per i premi Oscar Leonardo DiCaprio, Angelina Jolie, Marlon Brando, Geoffrey Rush, Penelope Cruz, Al Pacino, Dianne West, Juliette Binoche, Cherlize Theron, Martin Landau e molti, molti altri.

Johnny Depp nei suoi film

Tante storie, personalità che la sua capacità attoriale ha riunito in tante pellicole. Personaggi che si possono dividere in poche ma evidenti categorie.

La prima è sicuramente quella che contiene gli ‘alieni’.

Seguendo il senso più latino del termine, sono quei personaggi estranei al mondo in cui vivono. I pazzi, i bislacchi, stravaganti anacronistici positivi che non riescono ad adattarsi o che si trovano catapultati in una realtà, per loro troppo stretta o troppo…strana.

A questa categoria appartengono molti dei personaggi delle pellicole di Tim Burton, come Edward mani di forbice, Willy Wonka e la sua fabbrica di cioccolato, il vampiro Barnabas in Dark Shadow; Ichabod Crane in Il mistero di Sleepy Hollow o il Cappellaio matto nei film di Alice; ma anche Jack Sparrow nella fortunata saga dei Pirati dei Caraibi o Sam nel romantico Benny e Joon.

Altra categoria dei personaggi di Johnny Depp sono gli ‘Spiriti bui’.

I cattivi, i malvagi e quelle personalità distruttive, con il desiderio e la consapevolezza di fare del male. Tormentati dalla vendetta, spinti dal capriccio o da una personalità esaltata, ma tutti uniti dalla voglia di creare pene e tormenti. Qui s’inseriscono le due interpretazioni in rifacimenti di opere di Broadway, dal lupo in Into the woods a Sweeney Todd nell’omonima pellicola. Altri personaggi però si uniscono a questo genere. Da quelli realmente esistiti, come il mafioso James Bulger in Black Mass, il narcotrafficante George Jung in Blow o John Dillinger in Nemico pubblico; passando per quelli nati dalle penne di celebri scrittrici inglesi, come l’ambiguo Samuel Ratchett in Assassinio sull’Orient-Express o il perfido Gellert Grindelwald nella saga Animali fantastici.

Ultima categoria, ma non per questo meno importante, sono gli ‘emarginati’.

Ovviamente parliamo di quelle personalità che la società e il ‘buon costume’ non ritengono moralmente adatti. Pensiamo infatti allo zingaro Roux in Chocolat o il gitano Cesar in The Man Who Cried, il tenente-travestito in Prima che sia notte o il poeta John Wilmot in The Libertine. Ci sono però anche coloro che si muovono ai margini della società. Sia perché nati sotto una strana stella, come Gilbert in Buon compleanno Mr.Grape; sia perché desiderosi di scoprire una lunga serie di ‘sottoboschi’, da quelli del mondo criminale (si pensi a Donnie Brasco o La vera storia di Jack lo Squartatore) a quelli del paranormale (come in La nona porta o Trascendence).

Ma cosa pensa il pubblico di lui? Lo abbiamo chiesto ai nostri redattori.

Alessia Aleo ci parla della crescita attoriale che lo ha resto, ai suoi occhi, un grande interprete:

Sicuramente uno degli attori più completi del panorama cinematografico a mio parere. Si potrebbe compiere un excursus cronologico segnante l’evoluzione come attore sempre più bravo e brillante e come uomo bizantino legato al reale. Un binomio fra reale e fittizio che rende complesso riuscire ad identificare questa persona/personaggio. Sicuramente annovererei Buon Compleanno Mr Grape, pellicola che evidenza la bravura di due mostri sacri della cinematografia contemporanea, passando per Donnie Brasco e La Vera Storia di Jack lo squartatore, senza dimenticare Blow e The Libertine.”

Valeria, invece, ricorda Depp soprattutto con a collaborazione con il regista Tim Burton:  Johnny Depp film 

“Per me parlare di Depp significa inevitabilmente parlare anche di Tim Burton. Deep è l’attore feticcio del regista di Burbank. I miei film preferiti sono Edward mani di forbice, in cui interpreta romanticamente un outsider, un mostro disprezzato e cacciato dalla società. Gli occhi di Deep comunicano sempre innocenza, ingenuità e inconsapevolezza. Gli altri due film sono entrambi del 2005: La Fabbrica di Cioccolato e La sposa cadavere, entrambi con Deep candidato all’Oscar e riportano Burton in cima al box office. Con queste due pellicole Deep si consacra ufficialmente come un trasformista, un attore che non rimane mai uguale a se stesso”.

Federica, poi, ne elogia la camaleontica capacità interpretativa:

“Sicuramente l’attore delle trasformazioni, quello che lavora sulla sua voce, sul suo corpo, sul travestimento per creare i suoi personaggi. E per alcuni ruoli non ci poteva essere nessun altro attore. Ma il trasformismo è anche un po’ la sua prigione… infatti lo prendono sempre per questi ruoli così estremi e negli ultimi anni, mi è capitato di trovarlo poco originale. Io lo preferisco nei ruoli in cui non può appigliarsi a nessuna “maschera” e deve semplicemente recitare persone comuni. Credo che sia molto bravo in quei ruoli (vedi Neverland, Donnie Brasco). Nell’ultimo film di Animali Fantastici mi è piaciuto molto perché era uno di quei ruoli in cui avrebbe potuto esagerare a modo suo, ma non l’ha fatto. L’ho trovato misurato. E mi ha convinta. Per quanto riguarda altre interpretazioni, ci sono Blow e Cry baby (uno dei suoi primi film… mi fa troppo ridere lì)”.

Non tutti però concordano su questa linea.

Christian, ad esempio, non crede molto nelle doti recitative di Johnny Depp. Infatti ci dice:

“Sempre trovato sopravvalutato: uno il cui bel faccino inespressivo avrebbe dovuto portarlo non più lontano di 21 Jump Street. Infatti lo trovo convincente solo nei ruoli in cui è pesantemente truccato e deve mantenere il piglio di chi capisce poco di quello che gli accade intorno, da Edward Mani Di Forbice a Il Mistero Di Sleepy Hollow“.

Johnny Depp film

Per concludere una perla horror: la nostra Alessia Pizzi ricorda bene la prima volta sullo schermo dell’attore nei panni del fidanzato di Nancy, la protagonista del primo Nightmare on Elm Street, il cult con Freddy Krueger. E il povero Jhonny, come potete immaginare, non fa una bella fine…

Francesco Fario

Con la collaborazione di: Alessia Aleo, Valeria de Bari, Federica Crisci, Cristian Pandolfino e Alessia Pizzi.

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Tutti svegli: il dottor Plazzi ci porta alla scoperta del mondo del sonno

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Dormiamo un terzo della nostra vita ma del sogno sappiamo poco o nulla. Pronti a conoscere qualcosa di più su questo universo inesplorato? Leggiamo insieme il bellissimo I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno.

Passiamo una parte considerevole della nostra esistenza a dormire. Nei primi mesi di vita dormiamo più della metà del giorno, anche se in modo frammentato. A partire dai sei anni di vita il nostro sonno notturno è compreso fra le 9 e le 11 ore. libri da leggere 2019

Poi gradualmente il tempo dedicato al sonno si restringe, per poi espandersi di nuovo intorno ai quattordici anni.

Dai trenta in poi il fabbisogno di sonno si assesta, salvo diminuire dopo i sessant’anni, allorché non solo si dorme meno, ma la qualità stessa del nostro riposo peggiora.

Il sonno, la sospensione della coscienza, una soglia che attraversiamo ogni notte e di cui conosciamo pochissimo.

Sui sogni e sulla loro interpretazione, da Freud in poi, sono state scritte migliaia di pagine. Saggi, ovviamente, ma anche romanzi come nel caso di Stefano Massini e il suo L’interpretatore dei sogni e, naturalmente film.

Sul sonno, invece, potremmo dire che è notte fonda o quasi.

Di testi che affrontino il tema in modo divulgativo, evitando, quindi i corposi testi universitari, c’è poco o nulla.

A colmare questa lacuna ci ha pensato il dottor Giuseppe Plazzi e il suo I tre fratelli  che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno.

Edito da il Saggiatore, questo agile libretto rappresenta quanto di meglio per iniziare a esplorare un mondo affascinante ma, al tempo stesso, impervio e sconosciuto.

A scriverlo è un medico, il dottor Plazzi, che da anni studia il fenomeno del sonno in tutte le sue più intricate declinazioni.

Un mondo strano e complesso quello del sonno, che Giuseppe Plazzi, di professione neurologo, ha voluto raccontarci, partendo da loro, dai malati di sonno.

Attraverso 13 storie il mondo del sonno viene sviscerato in modo semplice, chiaro, ma anche suggestivo.

Facciamo così conoscenza con alcune malattie legate al sonno, quelle note e quelle del tutto sconosciute.

Partiamo da quella forse più celebre: la narcolessia.

Già descritta nel 1880 dal medico francese Jean Baptiste Gelineau, questa sindrome consiste nel l’incapacità del nostro cervello di controllare il ritmo sonno-veglia.

«È -scrive Plazzi- come se l’interruttore biologico che garantisce l’alternanza NON REM e REM non funzionasse, e la luce nella stanza dei sogni rimanesse sempre accesa.»

Una malattia che, ancora oggi, rappresenta un problema per chi ne soffre, con evidenti conseguenze sullo stile di vita.

Uno dei problemi è che non sempre questa malattia viene facilmente e immediatamente diagnosticata.

Come nel caso della signora I.

Questa donna, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, iniziò a soffrire di ripetuti e improvvisi stati di sonnolenza. I medici che la visitarono, diagnosticarono una forma di depressione con tutto il corollario previsto allora per quel tipo di situazioni.

La signora I. fu sottoposta anche a 7 elettroshock, una pratica che, nell’Italia prima della rivoluzione apportata da Basaglia, era purtroppo la prassi.

Fu solo molti anni dopo, nel laboratorio bolognese del dottor Plazzi, che la signora I. scoprì la sua vera malattia.

E la sua vita cambiò e in meglio.

 

 

I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno è un libro che, nel solco del famoso L’uomo che scambiò la moglie per un cappello di Oliver Sacks, si legge come un romanzo, pur parlando di argomenti scientifici.

Proprio la scorrevolezza è una delle cifre di questo testo che, credetemi, non risulta mai tedioso.

Tanti i racconti proposti, come quello dal romanzesco titolo Dove se ne vanno i bambini di notte?, in cui viene affrontato il problema del sonnambulismo nei più piccoli.

Si tratta, come ricorda il dotto Plazzi, di «uno dei fenomeni più affascinanti della nostra vita notturna – tanto da attraversare i millenni in una lunga catena di racconti e favole superstiziose.»

Non solo storie a lieto fine ma anche, purtroppo, vicende drammatiche.

Come nel caso di Sogni d’oro e di sangue, in cui è raccontata la drammatica vicenda del signor S. che il 5 agosto del 2011, in una torrida notte di un’estate italiana, uccise la moglie.

Pochi minuti dopo il signor S. chiamò i carabinieri:

«Pronto! Pronto!… Senta io ho sparato a mia moglie con la pistola!… Ho sparato a mia moglie… Stavo sognando che era con un altro nel letto…»

Finzione o verità?

Le indagini confermarono che a sparare fosse stato l’uomo ma, bisognava dimostrare la veridicità di quanto dallo stesso asserito, che lo avesse fatto mentre dormiva. Un caso non semplice, che divise l’opinione pubblica e che arrivò fino allo studio del dottor Plazzi. Fu al neurologo che spettò il gravoso compito «di accertare la possibilità che il delitto fosse stato compiuto durante il sonno dell’omicida.»

Intensa è anche la storia che da il titolo al libro: I tre fratelli che non dormivano mai.

Protagonista di questo racconto è un altro signor S.

Questi è un uomo che ha da poco compiuto cinquantatré anni ma che da alcune settimane dorme sempre di meno. Quello che sta accadendo al Signor S., però, non ha nulla a che vedere con la fisiologica diminuzione del sonno legata all’avanzare dell’età, ma a ben altro. Si tratta di un segnale temuto, e in un certo senso atteso: lo stesso Signor S. e Ignazio Roiter, il suo medico, sanno benissimo di cosa sta accadendo.

Curiosi di conoscere come va a finire?

Non resta, allora, che leggere I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno.

E che dire buon non sonno e principalmente buona lettura.

 

Maurizio Carvigno

“Hollywood Party”: sogno di ogni invitato, incubo di ogni padrona di casa

” – Ma chi crede di essere lei?

– In India non crediamo di essere, sappiamo di essere.

– Protettori di vacche!

– Come sta sua sorella?”

Titolo originale: The Party

Regista: Blake Edwards

Soggetto:Blake Edwards

Sceneggiatura: Blake Edwards, Tom Waldman e Frank Waldman

Cast Principale:  Peter Sellers, Steve Franken, Claudine Longet, Natalia Borisova, Jean Carson, Marge Champion, Corinne Cole, Dick Crockett, Frances Davis, Al Checco, Danielle De Metz

Nazione: U.S.A.

Anno: 1968

Con “Hollywood Party” Blake Edwards e Peter Sellers sigillarono il loro sodalizio artistico dopo il successo de “La pantera rosa”.

Hollywood Party è una commedia tanto raffinata, quanto straordinariamente comica.

La trama vede il grande mattatore Peter Sellers interpretare un attore indiano, Hrundi V. Bakshi, comparsa ad Hollywood.

È talmente goffo da devastare il set di un film, mandando su tutte le furie un produttore che decide di depennarlo dalla lista delle comparse. Invece, viene inserito, per errore, nell’elenco degli invitati a un party molto esclusivo.

Durante la festa, Bakshi sarà agente e vittima di una vera catastrofe in una serie di gag ormai mitiche.

Si ride già alla prima scena con la comparsa Bakshi nel ruolo di un trombettiere indefesso, che non si decide a morire nonostante i colpi subiti dai nemici.

Hollywood Party, però, non è soltanto una commedia comica; è una satira diretta su Hollywood e il suo cinismo.

C’è uno “straniero”, timido e cortese che scopre il mondo dell’industria cinematografica partecipando ad un party, simbolo di tutto ciò che è Hollywood. E, simbolicamente, la distrugge in un’escalation di scene comiche irresistibili.

Concordo con coloro che lo definiscono un esempio di anarchia ineguagliabile.

Hollywood Party
Peter Sellers sul suo sgabello parla con la Hollywood starlet interpretata da Carol Wayne, mentre il cameriere ubriaco Franken rischia di essere strozzato dal maitre in cucina

– “La sua signora è caduta nella piscina!”
– “Salvate i gioielli”.
(Botta e risposta tra un cameriere e il padrone di casa J. Edward McKinley)

La superficialità di certi attori di successo, la stravaganza a tutti i costi dei ricchi, l’amore per i soldi e il potere, i ricatti e le molestie sessuali: tutti elementi presenti nel film in maniera leggera, ma netta, che vengono ridicolizzati, seppure inavvertitamente, da un “mitissimo e confusionario attore indiano”, come lo definisce il critico Paolo Mereghetti.

Quest’ultimo definisce “Hollywood party” come “una sequenza ininterrotta di gag devastanti orchestrate, con un crescendo magistrale, praticamente in un unico ambiente. Sellers ripropone un personaggio inventato per la tv inglese (quello dell’involontario perturbatore della quiete) ed Edwards lo usa al meglio per ridicolizzare il mondo che aborre della Hollywood ricca e fasulla”.

Peter Sellers, infatti, è il protagonista quasi assoluto delle gag.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista Blake Edwards insieme a Tom e Frank Waldman, era composta da solo 56 pagine. All’interno di esse Peter Sellers venne lasciato libero di improvvisare.

Il personaggio è leggero e simpatico. Non risulta mai fastidioso allo spettatore, che lo vede combinarne di ogni colore, senza mai sentirlo molesto e pensare: “va bene, adesso basta, stai fermo”, perché, in realtà, lui a volte è vittima di persone e di circostanze indipendenti dalla sua volontà.

Il ruolo dei comprimari, tuttavia, è essenziale nel gioco misurato e puntuale di movimenti, sguardi e (poche) battute che ci regala “Hollywood Party”.

Infatti, a rubare la scena al geniale Sellers ci pensa, soprattutto durante la cena, un fantastico Steve Franken, nel ruolo indimenticabile di un cameriere, ubriaco perché si è scolato i drink rifiutati dagli ospiti.

Hollywood Party
La padrona di casa alle prese con l’arrivo di sua figlia, i suoi amici contestatori e un elefante

 

Un set complicatissimo da gestire deve essere stato quello di “Hollywood Party” per Blake Edwards. Abbiamo una gran quantità di personaggi che si muovono in modo sempre più incontrollato, in un unico ambiente. Una scenografia che, oltretutto, è una casa piena di soluzioni architettoniche moderne e pulsanti di domotica.

“Hollywood Party”, quindi, è un capolavoro di regia, soprattutto nelle scene surreali della parte finale della festa.

3 motivi per guardare “Hollywood Party”:

  • perché fa ridere moltissimo;
  • perché una festa così sorprendente come quella di “Hollywood Party” è il sogno di ogni invitato e l’incubo di ogni padrone/a di casa;
  • perché è il capolavoro della coppia Peter Sellers/Blake Edwards

 Quando vedere il film:

in qualsiasi momento della vostra vita abbiate voglia o bisogno di ridere e avete un’ora e mezza libera

E a proposito di capolavori, vi invito a leggere la puntata precedente del cineforum su “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci:

https://www.culturamente.it/cinema/cineforum-l-ultimo-imperatore-film-bernardo-bertolucci-oscar/

Stefania Fiducia

Le immagini sono riprodotte nelle presente recensione in osservanza dell’articolo 70,comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce, invero, «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Amsterdam mon amour: viaggio nella Venezia olandese

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Dopo avervi rivelato i segreti di Londra, Berlino, Siviglia e Lisbona, arriviamo in Olanda!

Andare ad Amsterdam per molti significa andare a sballarsi. Arrivare nella capitale olandese è sinonimo di fumo e di quartieri a luci rosse. In realtà, c’è molto di più da scoprire e da godersi in città, oltre alle canne dei kofieeshop e alla visione delle prostitute nel quartiere a luci rosse.

Per quanto il divertimento sia sempre attraente, fidatevi se vi diciamo che vi innamorerete di Amsterdam per tutt’altri motivi! Passeggiando per la città non si sa mai in cosa ci si imbatterà: in un giardino nascosto, in un negozio che vende tessuti particolari, in un parco verde, in un antico monastero trasformato in una sala da concerti. Alla fine probabilmente vi ritroverete davanti a un canale o a un caffè o a una serie di case strette, lunghe, colorate e soprattutto “storte“. In ogni caso respirerete atmosfere.

Sappiate che Amsterdam è la città dei canali, ecco perché viene considerata la Venezia olandese.

PER COMINCIARE…

Ci sono diversi voli diretti low-cost da Milano, Bologna, Roma e Venezia che vi porteranno ad Amsterdam-Schiphol, l’aeroporto più volte eletto il migliore d’Europa! Al suo interno, infatti, troverete un museo d’arte con un fitto programma di mostre, un centro per la meditazione, per i massaggi, la sauna e tantissimi negozi. Per arrivare al centro della città, vi basterà prendere il treno che da Schipol vi porterà all’Amsterdam Centraal, la stazione storica della capitale, molto bella da guardare.

MUSEI

Se volete visitare musei ad Amsterdam, mettetevi l’anima in pace: dovete fare la fila! Potete comprare i biglietti anche online con mesi di anticipo, ma vi toccherà comunque aspettare per entrare, soprattutto per quelli veramente famosi come il Van Gogh Museum. Situato nel quartiere di Oud-Zuid, l’edificio di Paulus Potterstraat conserva una delle più grandi collezioni mondiali del pittore olandese grazie alla quale è possibile rivivere tutto il suo percorso artistico.

Poco distante c’è il Rijksmuseum Amsterdam, il museo più grande della nazione che contiene diverse opere dell’arte olandese appartenenti ai secoli più diversi. È qui che potrete ammirare alcuni capolavori di Vermeer e di Rembrandt.

A pochi passi si trova poi il Moco Museum con collezioni dedicate agli artisti della pop e street-art. Vi abbiamo già consigliato un giro outdoor per vedere le opere di Banksy a Londra. Sappiate che in questo museo di Amsterdam potrete ammirare indoor alcune delle opere più iconiche dell’artista.

E se siete da quelle parti, prendetevi del tempo per passeggiare al Vondelpark, un parco all’inglese al cui interno trovare un teatro all’aperto dove in estate si tengono concerti gratuiti e anche un museo del cinema olandese.

LIBRI E LETTERATURA

A livello letterario Amsterdam è legata alla figura di Anna Frank. Al numero 267 di Prinsengracht sorge la casa in cui Anna, la sua famiglia e i Van Pels si nascosero per ben due anni durante l’occupazione tedesca. All’interno di quelle mura venne scritto Il famoso diario, ad oggi uno dei libri più celebri della letteratura mondiale. È possibile visitare il rifugio (anche qui preparatevi a una lunga coda!) in cui sono visibili la libreria che nascondeva l’ingresso al piano superiore dell’appartamento, alcuni documenti e filmati storici e soprattutto il diario di Anna Frank. Sarà una visita molto carica dal punto di vista emotivo, ma importantissima per la memoria storica.

CINEMA

I fan di Colpa delle stelle ricorderanno che Amsterdam è una città importante per lo svolgimento della storia. È qui che si svolge il viaggio all’estero di Augustus e Hazel in visita al tanto amato scrittore Van Houten. Nella capitale potrete andare alla ricerca di diverse location del film.

Ad esempio, la casa dell’autore si trova in Vondelstraat 162 (vicino a Vondelpark) e all’angolo della strada troverete l’Hotel De Filosoof dove i protagonisti soggiornano durante la loro visita. L’hotel è in funzione e chiunque lo volesse può prenotare la #TFIOS Amsterdam Experience grazie alla quale potrà dormire in una delle camere arredate a tema e ricevere una mappa con tutti i luoghi d’interesse della pellicola insieme a diversi gadget. Anche la casa di Anna Frank e il Rijksmuseum compaiono nel film. Infine, in Leidsegracht 2 troverete la panchina su cui avviene una delle scene più tristi di tutto il film. Su di essa potrete leggere le incisioni lasciate dai fan.

Un piccolo consiglio: mentre passeggiate per Amsterdam, ascoltate Boom Clap, la canzone ufficiale di Colpa delle Stelle. Vi darà una bella carica d’energia.

MERCATI

Amsterdam è una città multiculturale vivacissima e questo diventa evidente quando visitate l’Albert Cuypmarkt, il mercato all’aperto più grande d’Europa entrato nella leggenda per la grandissima quantità di merci in assortimento.

Qui troverete banchi alimentari che vendono formaggio, verdure, pesci, carni, erbe aromatiche e spezie, ma anche bancarelle con capi di abbigliamento, accessori, cover per gli smartphone, mazzi di fiori, lucchetti per la bicicletta.

Qualsiasi cosa stiate cercando è molto probabile che qui la troverete.

RISTORANTI E CUCINA

La cucina olandese ruota principalmente attorno a tre ingredienti: la carne, le patate e le verdure. Tra i piatti tradizionali c’è lo stamppot, un tegame di purè di patate con verdure, cavolo o indivia, servito con salsiccia affumicata e striscioline di pancetta.

Un’altra specialità sono i pannenkoek, i pancake olandesi, ovvero delle frittelle servite sia con condimenti dolci che salati.

I poffertjes invece sono dei pancake più piccoli conditi con zucchero e sciroppo. Tra i dolci troverete anche la appeltaart (la classica torta di mele) e il pane imburrato con la hagelslag al cioccolato.

Per gli spuntini avrete l’imbarazzo della scelta tra kroketten con vari ripieni, impanate e fritte; le frieten patat con maionese o una miriade di altre salse; le haring, aringhe crude servite nei chioschi di tutta la città crude, sotto sale o sottaceto accompagnate da cipolla tritata e cetrioli in agrodolce.

VITA NOTTURNA

Se state programmando un viaggio ad Amsterdam molto probabilmente siete già informatissimi sulla vita notturna della capitale olandese, che è una delle più sfrenate del mondo, come dimostrano le feste di addio al celibato nel Quartiere a luci rosse. Quindi vi daremo qualche indicazione su cosa si fa e non si fa nei koffieshop:

  • non chiedete droghe pesanti, perché sono illegali;
  • non bevete alcolici;
  • non fumate tabacco, né da solo né mischiato con la marijuana perché è vietato;
  • chiedete consiglio allo staff su cosa consumare e come, perché ci sono prodotti che possono avere spiacevoli effetti collaterali.

Ricordate che, se scegliete di farlo, ad Amsterdam è tranquillamente possibile evitare la scena più festaiola divertendosi ugualmente. La città è famosa per i Bruin café, i caffé marroni macchiati da secoli di fumo. La caratteristica principale di questi posti è l’atmosfera rilassata, intima e conviviale.

IL CONSIGLIO CULTURALE

Ad Amsterdam tutti vanno in bicicletta dappertutto, anche i dipendenti della Dhl alle prese con le consegne di pacchi Amazon. Qui si va in bici dal dentista, a fare la spesa, a teatro e al ristorante e non importa che ci sia la neve, il vento, il sole o la pioggia. Indossate anche voi il vostro abito migliore e montate in sella a una bici: non importa dove andrete, perché vi confonderete con uno del posto.

Nella capitale olandese c’è una grande cultura ecologica e gli spostamenti in auto sono banditi.

DA NON PERDERE PER FEDERICA: LE CASE GALLEGGIANTI SUI CANALI

A pochi passi dal Dam, la piazza principale della capitale, si trova il quartiere Jordaan, ricco di negozi e di locali interessanti. Ma se date uno sguardo ai canali, troverete le houseboat, barche abitabili ancorate ai lati del canale. Hanno un fascino tutto loro.

DA NON PERDERE PER VALERI: IL MULINO A VENTO DE GOOYER

Si trova in Funkenkade 5 ed è un mulino per cereali del XVIII secolo, l’unico rimasto dei cinque mulini a vento che un tempo sorgevano in questa parte della città.

È considerato un monumento nazionale e con i suoi 26,6 metri di altezza è il mulino in legno più alto dei Paesi Bassi.

Lisbona: viaggio tra saudade, fado, vita notturna, storia ed enogastronomia

Federica Crisci

Valeria de Bari