Glass, nemmeno i supereroi sono più quelli di una volta

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Spesso e volentieri, anzi, quasi sempre quando si parla di “film d’autore”, è impossibile scindere il risultato di tali film dalla mente e dal percorso di chi li realizza. Addirittura per comprenderli veramente bisogna davvero conoscere chi li ha concepiti, altrimenti la visione sarà sempre monca, azzoppata nel suo significato.

Tutto ciò è ancora più vero quando si parla dei film di M. Night Shyamalan.

I registi, in ogni film che affrontano, in ogni genere che scelgono, riescono sempre ad inserire la propria poetica, la propria visione. Gira e rigira, i temi cari sono spesso i medesimi. Shyamalan, oltretutto, fa addirittura il passo successivo, ovvero inserire i propri film in una singola formula strutturale e narrativa, e poi declinarli a seconda di ciò che vuole raccontare. I suoi film, pertanto, si somigliano più o meno tutti, a differenziarli è l’idea e il peso emotivo che si portano dietro. Soprattutto quest’ultimo, a pensarci bene, perché Shyamalan è anche uno dei registi che più lascia trasparire quanto tenga ai propri film. Nel bene e nel male, a seconda dei casi.

Arrivati quindi adesso a Glass, di conseguenza, il peso delle premesse fatte schiaccia inevitabilmente tutto il resto. Perché come film Glass è ingiudicabile: non è un film vero, un film autonomo, non può esserlo. È, semmai, il diretto figlio del contesto in cui nasce, da qualsiasi angolatura lo si voglia guardare.

Il contesto è quello di un regista che è stato acclamato enfant prodige agli esordi, è stato successivamente deriso dalla critica e rimasto vittima di pessimi flop (alcuni molto meritati), e poi si è lentamente ricostruito una dignità artistica cercando di legittimarla, adesso, con un ritorno alle origini. Il contesto è anche quello di un mondo cinematografico contemporaneo nel quale i cinefumetti la fanno a padrone, gli spettatori ne intuiscono e conoscono ogni segreto e sono diventati il cinema commerciale per antonomasia. Inoltre, il contesto è anche quello dell’evoluzione artistica, in cui maturazione di un regista, le aspettative del pubblico e la saturazione dell’industria devono andare di pari passo per proporre novità oppure, se si vuol guardare al passato, rielaborare il già visto.

Pertanto,  se è vero tutto quanto detto finora, Glass non può che essere bollato come un fallimento sotto il profilo artistico e creativo.

Lo è in maniera ancora più roboante vedendo tutte le cose buone, interessanti e affascinanti che Glass, in realtà, aveva messo sul tavolo. Come l’idea di gettare dei supereroi nel realismo del nostro quotidiano, dando spiegazioni razionali alle loro gesta irrazionali. La decisione di decostruire il genere supereroistico, svelando e approfittando al tempo stesso della sua struttura e dei suoi tòpoi, non in maniera fine a se stessa, ma per ricostruire un nuovo universo privo dei riferimenti sicuri e delle basi preesistenti dei fumetti. L’ambizione di costruire ciò partendo da un film di quasi venti anni fa, Unbreakable, unendolo allo spirito più anarchico del recente successo Split.

Eppure, sono proprio le ambizioni a schiacciare le ottime intenzioni di Shyamalan. Il suo eccessivo e già sottolineato calore artistico che si scontra con la realtà delle esigenze cinematografiche.

Tutte le idee sono lasciate sulla carta, e sostituite da un fiume di parole che inondando lo spettatore, soprattutto nella prima ora, con una noia letargica. Come i protagonisti sono rinchiusi in un luogo chiuso, così il film stesso è chiuso in una struttura chiusa fatta di cliché e didascalie che azzerano l’azione e annullano lo stimolo d’interesse del pubblico. Nei film di Shyalaman quasi sempre tutto è nascosto, segreto, da capire prima che da scoprire. Qui in Glass, invece, tutto è chiaro, tutto è manifesto, tutto è visibile, tutto è detto, raccontato, spiegato, nella maniera più esaustiva e banale possibile. Non c’è tensione, l’elemento chiave dei primi del regista, perché tutto è esplicito.

E questi non sono nemmeno i difetti più grandi del film, per dire.

Perché un difetto ancora più evidente è la mancanza di originalità. Un peccato tremendo vedendo come il film cerchi, paradossalmente, di svelare la mancanza di originalità del genere che affronta. Eppure questo percorso decostruttivo lo hanno già seguito – in maniera altrettanto claudicante, a dirla tutta, ma con più incisività – Watchmen e la serie tv Heroes. Dal primo Glass ruba la psicologia delle vicende dei supereroi e la predestinazione dei loro comportamenti. Dal secondo invece ruba l’estetica più fumettosa, che attraverso colori, scenografie e costumi abbina un simbolo o un mood a personaggi e situazioni.

Ma col difetto più grande Glass ci convive in maniera intrinseca. Lo si ritrova nella sua concezione e nell’ambizione di Shyamalan di riaffermarsi nuovamente. Vincere pubblico e critica non cambiando, ma riproponendo le sue stesse armi che, quindi, non stanno più al passo coi tempi. Paradossalmente, stavolta è il regista a stare in una torre d’avorio dalla quale non si accorge che il genere che vuole decostruire in realtà, negli ultimi anni, è diventato meno schematico e più sperimentale di quanto voglia provare. Non si accorge che è il suo modo di fare cinema e narrare, semmai, ad essere stantio e pieno di cliché, con una fame del colpo di scena finale, anche laddove non ce ne sarebbe bisogno, che ormai è diventata autoparodia e ha tolto ogni senso di stupore allo spettatore. Oramai, vedendo un film di Shyamalan, tutti aspettano il plot twist che ribalta quanto visto, come fosse un’ovvietà.

È la schematicità, ripetitività e presunzione di intelligenza ad aver azzoppato il potenziale di Glass, che hanno finito per generare soltanto noia.

Il calore affettivo di Shyamalan qui si è trasferito dal film a se stesso, ad una inusitata per lui autoindulgenza. Ha perso di strada il successo di Unbreakable e Split: i personaggi. Qui il regista è innamorato dell’operazione cinematografica che prova a compiere, dell’ipotetica storia che prova a costruire, ed i personaggi sono solo pedine, strumenti narrativi mossi da fili artificiali, e non da emozioni da trasmettere.

L’Uomo di Vetro di Samuel L. Jackson qui diventa solo una macchietta. Le personalità interpretare da James McAvoy sono più un diversivo d’intrattenimento che non un qualcosa con un significato da esplorare. La tristezza del personaggio di Bruce Willis, che nell’atmosfera malinconica di Unbreakable deflagrava in tutta la tragicità della solitudine umana, qui è completamente assente.

I protagonisti, le loro azioni e il loro percorso, sono sacrificati sull’altare della costruzione di un ipotetico nuovo universo supereroistico al cinema. Pertanto, sacrificati sul bisogno del regista di avere una nuova affermazione che crei un suo futuro al cinema. Di conseguenza, Glass non è solo una grande occasione persa, quanto una grande delusione per chi ha amato i precedenti due film. Però nel trasportare i supereroi nella realtà, qualcosa è pienamente riuscito: la trasformazione di Shyamalan in un perfetto villain.

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Emanuele D’Aniello

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