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I Medici: quando inizi a imprecare contro la tv

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Ancora scossi dal tragico finale dello scorso episodio, attendiamo con trepidazione l’ultima puntata in onda martedì prossimo.

Siamo ormai entrati nel pieno della storia di Lorenzo il Magnifico. Il quinto e il sesto episodio della sere tv I Medici 2 hanno fatto parecchio soffrire gli spettatori. Il legame che si era venuto a stringere tra Pazzi e Medici, è andato in rotta di collisione. Chi conosce la storia di Lorenzo il Magnifico sapeva che non sarebbe durato a lungo. Ma di certo, nessuno si aspettava che le ragioni della rottura sarebbero state quelle proposte dagli sceneggiatori. Le potremmo quasi definire delle non ragioni per la loro futilità. Perché, parliamoci chiaro, sembra un po’ assurdo che Francesco cada nella trappola dello zio visto che sa bene che, per capacità manipolatorie, il suo parente non è certo secondo ai Medici. Così come sembra assurda la sua reazione nei confronti della povera Novella, di cui fino a un attimo prima era follemente innamorato.

Nella scorsa recensione avevamo parlato di quanto il personaggio di Francesco Pazzi fosse più complesso di quanto apparisse. In questa puntata, oltre a sembrare parecchio ingenuo, torna ad assumere il ruolo dell’antagonista privo di scrupoli con cui è difficile entrare in empatia. Insomma, torna ad essere il perfetto erede di Jacopo. Inoltre, esattamente come aveva fatto lo zio nell’episodio precedente, anche Francesco mette in secondo piano la famiglia, accecato dall’odio per i Medici. A nulla vale la nascita del figlio di Bianca e Guglielmo. Insomma, siamo tornati indietro, increduli e anche un po’ feriti: l’idillio iniziale con tutti i protagonisti della serie felici e insieme ci aveva coinvolto e allietato. Mentre ora ci possiamo aspettare solo il peggio.

Il Magnifico continua a splendere in tv

La leggerezza con cui viene trattata la “conversione” di Francesco, rispecchia il modo in cui vengono ritratti i Medici.

Lorenzo e company sono i “buoni” della storia e così vengono rappresentati. Sono quelli che fanno la cosa giusta al momento giusto, i dispensatori di valori morali positivi. Nella serie, l’obiettivo di Lorenzo è quello di rendere Firenze una vera repubblica con il potere nelle mani di tutti i cittadini. Ma la storia ci insegna che le situazioni sono sempre più complicate di ciò che sembrano. Di conseguenza, è impossibile pensare che non esistano delle ambiguità e che ci sia la parte del giusto o quella del torto. Lorenzo il Magnifico è stato il pacificatore della penisola italiana, così come è stato un grandissimo sostenitore del mondo culturale, ma è probabile che non fosse poi così immacolato, come la serie ce lo mostra. Era comunque un uomo di potere e tale doveva sentirsi.

Allo stesso modo, non convincono alcuni espedienti narrativi che peccano di scarsa originalità. Ci riferiamo, ad esempio, al crudele assassinio di Luca Soderini che, dopo aver tradito i Medici, volta le spalle anche ai Pazzi ai quali confessa di voler tornare dalla parte di Lorenzo. Decisione che porta il povero Soderini a una morte prevedibilissima e noi a una serie di imprecazioni davanti allo schermo per la sua stupidità.

Ma I Medici è una serie un po’ incline alla semplificazione delle cose. È un prodotto d’intrattenimento, tuttavia non per questo va snobbato. Anzi!

Proprio perché ripropone uno schema di personaggi e di storia abbastanza elementare, lo spettatore si lascia conquistare. Osservare un personaggio superare gli ostacoli grazie alla propria astuzia è catartico. Si possono vivere grandi avventure senza però rischiare in prima persona. Insieme a Lorenzo dei Medici proviamo gioia, rabbia, soddisfazione, paura… ed è qualcosa che, in un modo o nell’altro, ci aiuta a entrare in contatto con alcune emozioni. E questo non può che giovarci nella vita quotidiana.

E parlando di emozioni che si possono sfogare tramite le immagini della serie… che dire della morte di Simonetta?

L’amore che la giovane prova per Giuliano è del tipo più alto che si possa provare per una persona. Non è vissuto come le tipiche storie da adulteri, ma è un sentimento autentico e forte. La giovane è disposta a rinunciare a lui, mentendogli, per permettergli di essere se stesso, per fare in modo che trovi il proprio posto all’interno della famiglia. Simonetta vuole che l’uomo che ama abbia la possibilità di realizzarsi e non vuole essere d’ostacolo, soprattutto perché sa bene che si tratta di un amore impossibile da vivere fino in fondo. La scena dell’addio tra i due è molto triste, il pianto finale di Giuliano straziante.

Dall’anteprima delle prossime puntate, sembra che la tragedia continuerà… noi l’aspettiamo scalpitando, ma intanto, vi lasciamo con i nostri soliti commenti alla puntata.

 

Federica Crisci e Francesca Papa

Torna Marco Mengoni con i singoli Voglio e Buona vita

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Dopo un lungo silenzio ed essere scomparso anche dai social per mesi, è finalmente tornato alla ribalta Marco Mengoni.

Sono passati quattro anni da quando è uscito il singolo multiplatino Guerriero, che ha dato il via alla pubblicazione di un progetto composto da due album, Parole in circolo e Le cose che non ho. Ora Mengoni è tornato con due nuovi brani inediti che sono volati in cima alla classifica iTunes!

Nell’ultimo anno era del tutto sparito dalle scene, ad eccezione del duetto con Giorgia nella canzone Come neve.

A Luglio è riapparso con alcune foto ed un brevissimo video in cui ha comunicato la data di uscita del nuovo album, Atlantico, il 30 Novembre. Mengoni e il suo staff hanno coinvolto i fan in un gioco: una corsa allo streaming delle playlist con canzoni del suo repertorio create dai fan. Le persone che hanno ottenuto il maggior numero di ascolti hanno avuto la possibilità di ascoltare in anteprima il nuovo album. Stessa fortunata sorte è toccata ai vincitori di un gioco a sorteggio che hanno invece ascoltato l’album in location legate all’art, grazie alla partnership con l’agenzia Musement.

Dopo due settimane di (lunghissima) attesa sono usciti il 19 Ottobre due nuovi brani: Voglio e Buona vita.

Non ho potuto fare a meno di ascoltarli molte volte e attentamente e queste di seguito sono state le mie primissime impressioni…

Voglio: da ballare, da cantare, da gridare. Semplicemente una canzone da sentire. Esprime bene il carattere deciso dell’artista, la sua determinazione, la voglia di mettersi in gioco, di provare cose nuove, senza avere paura delle critiche che possono arrivargli. Anzi, questa canzone sfida chi critica, chi giudica. Trasmette il suo carattere trasgressivo,vanesio, audace, anticonformista. Ti prende alla testa, man mano che la canzone cresce, e la senti martellare e salire dal petto alla mente e da lì non esce più. Il singolo potrebbe essere il pezzo ritmato del nuovo album, esattamente come Io ti aspetto in Parole In Circolo.

Buona vita: un ritmo latino in Autunno che ha la capacità di non risultare affatto fuori luogo, o fuori stagione. Sarà per il testo con quella filosofia dei paesi del Mediterraneo colpiti da sole caldo. Caldo come l’atmosfera del pezzo. La musica fa da sfondo spensierato ad un testo che ha una profondità immensurabile, senza andare a fondo per la pesantezza. Rimane a galla e prende tutta la luce del sole trasmessa dalla musica facendo brillare le parole che catturano la nostra attenzione. E’ un vero e proprio inno alla vita, alla sua bellezza, al viaggio spettacolare che è e come affrontarlo “equipaggiati”.

Gli arrangiamenti dei due singoli sono perfetti, l’attesa è valsa la pena.

Mengoni ha superato ogni aspettativa, come sempre, ed ha lasciato entusiasta la critica.

I suoi fan sono divisi tra chi esulta per i due pezzi che rimandano alla singolarità di Solo 2.0 e chi invece si lamenta perché “poco vicino al suo stile”.

Io credo fortemente che chiunque non apprezzi i nuovi singoli è perché non è capace di vedere Mengoni come artista, con idee creative e capace di cantare ed esprimersi in più generi.

La differenza tra cantante e artista è proprio questa: il cantante ha uno stile fisso che mantiene anche dopo dodici album; l’artista è versatile e capace di spostarsi da un genere all’altro lasciando comunque il suo segno. Forse il problema di queste persone è che sono state lobotomizzate musicalmente da troppi cantanti ormai dediti alla monotonia e incapaci di esprimersi con originalità.

Le nuove canzoni preannunciano un album diverso dai precedenti, più originale e con l’impronta marcata dell’artista. Non ci resta che aspettare ancora un mese per sentire l’album al completo e l’anno prossimo per sentirlo dal vivo in tour e all’Arena di Verona!

 

Ambra Martino

All you need is… “LOVE”. Il nuovo libro sui Beatles

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[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]All my loving I will send to you, all my loving darling I’ll be true…[/dt_quote]

Parole scanzonate. Semplici come l’amore che i Beatles hanno saputo raccontare a suon di rock.

Musiche facilmente riconoscibili e ritornelli che tutti almeno una volta abbiamo ascoltato e canticchiato nella vita. Non serve essere fan sfegatati per ricordare quel All you need is love, così immediato e diretto.

È proprio il caso di dire che per riassaporare il gusto di questi brani immortali, ma soprattutto scoprirne i retroscena, all you need is LOVE. E per LOVE si intende il nuovo libro edito da GrausEditore.

Qual era quindi la magia dei Beatles, l’incanto che ancora oggi ci fa venire i brividi al volante quando inseriamo One nello stereo o quando ascoltiamo il vinile di Abbey Road la sera, a casa, immergendoci in atmosfere d’altri tempi?

Ce la racconta Michelangelo Iossa, uno dei maggiori esperti in fatto di Beatles, con il suo libro LOVE – Le canzoni d’Amore dei Beatles, un saggio critico che passa al crivello i testi di tutte le canzoni d’amore dei Fab Four.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]If I fell in love with you would you promise to be true and help me understand…[/dt_quote]

Un libro assolutamente immancabile nella casa di qualunque fan del quartetto di Liverpool: l’autore racconta la genesi di tutte le canzoni d’amore più celebri dei Beatles suddividendo il testo in sei capitoli a seconda della tematica.

Innamoramento, coppia, famiglia, amicizia, memoria e amore universale. Tutti i valori che con parole semplici, ma decisamente efficaci, il gruppo ha veicolato nell’immaginario comune diventando un punto di riferimento in fatto di espressione delle emozioni.

“Quella dei Beatles è un’autentica storia d’amore col mondo intero” scrive Michelangelo Iossa nell’introduzione, ricordando ancora una volta quanto i Beatles siano ancora ascoltati, scaricati e guardati. Per confermare le sue parole basti ricordare il recente docufilm di John Lennon che la Nexo Digital ha riportato nelle sale cinematografiche e la raccolta di tutti i CD musicali attualmente in uscita ogni martedì con La Repubblica e TV Sorrisi e Canzoni.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Something in the way she moves attracts me like no other lover…[/dt_quote]

Insomma, love is all we need. Non è un messaggio complesso, eppure a volte ci sfugge dalle mani, è come un pensiero che non riusciamo ad afferrare. A questo gruppo il merito di averlo impresso nella storia con delle musiche orecchiabili, indimenticabili, assolutamente inimitabili. A Michelangelo Iossa il merito, invece, di ricordarcelo con uno scritto che è la vera e propria esegesi (testi, traduzioni e commenti) della produzione discografica inglese dei Beatles che va dal 1962 al 1970, anni in cui la band ebbe la possibilità di sprigionare al massimo il proprio potenziale creativo grazie a un coinvolgimento diretto.

Alessia Pizzi

Abbiamo paura da sempre. Un saggio spiega la storia di questa atavica emozione

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Paura del Diavolo, delle malattie, della violenza, della guerra, della morte, del futuro. Alla storia della paura è dedicato il bel saggio di Jean Delumeau, La paura in Occidente. Storia della paura nell’età moderna, in cui lo storico francese declina la paura in tutte le sue forme, ricorrendo a una incredibile messe di fonti.

Un anonimo militare una volta disse: «non c’è nessun uomo al di sopra della paura e che possa sfuggirvi.»
La paura è una di quelle certezze che accompagna da sempre l’uomo in ogni epoca, a ogni latitudine.
Pubblicato per la prima volta nel 1979, questo libro viene ora rieditato da “il Saggiatore” nella collana La Cultura, per la traduzione di Paolo Traniello.

Un saggio corposo che ripercorre la storia della paura in età moderna, declinandola in ogni forma possibile.

Jean Delumeau, è uno studioso da sempre attento alla storia sociale e religiosa, autore, fra l’altro, di una bellissima Storia del paradiso.
Dopo aver chiarito nell’introduzione, ricca di spunti letterari e artistici, cifra consueta per lo scrittore francese, la sua personale ricerca della paura, la sviscera in ogni forma nei successivi capitoli.
Il saggio si divide essenzialmente in due parti attraverso le quali la paura viene analizzata dal punto di vista delle masse e da quello delle classi dirigenti.
Una schematizzazione inconsueta per l’età moderna, apparentemente più consona per un’analisi contemporanea, ma che convince e molto.

Le categorie sociali, che da Marx in poi apparterranno alla storia e alla sociologia, possono e anzi debbono essere anche estese al passato, e particolarmente all’età moderna, in cui le masse e le classi alte erano un’assoluta realtà.
Un saggio accattivante, ricco di spunti che svariano dalla letteratura alla pittura passando per le leggende popolari.

Un libro coinvolgente che può essere anche letto a sezioni senza che si perda la compiutezza dello stesso.
Scopriremo come in passato l’uomo abbia temuto paure reali come la peste, o del tutto inventate, come quella del diavolo o dell’altro. .

La peste, invece, come detto, fu una paura reale, autentica, tangibile.

Un mostro che, specie nel periodo compreso fra il 1348 e il 1720, seminò morte, disperazione, solitudine.
I malati, i cui segni evidenti della malattia erano tangibili, venivano «abbandonati ne’ lor bisogni per la paura che aveano i sani» come racconta Boccaccio nel Decamerone.
Un «morbo cronico», come si legge nel saggio di Delumeau, «implacabilmente ricorrente la peste, per via delle sue ripetute comparse, non poteva fare a meno di provocare nelle popolazioni uno stato di ansia e di paura.»
Una paura concreta, che terrorizzava ancor di più perché se ne ignorava la causa, l’origine.
E allora l’ingegno e la fantasia umana, proponevano spiegazioni disparate che, se possibile, terrorizzavano ancor di più gli esseri umani.
La peste era una sorta di spietata punizione, “la giusta di Dio” come la chiamava ancora Boccaccio, che colpiva gli uomini con la sua mortifera mannaia per espiare atavici e ripetuti peccati.

Ma c’erano anche spiegazioni meno escatologiche, più “scientifiche” anche se non del tutto veritiere.

La peste sarebbe derivata «da esalazioni maligne prodotte dai cadaveri non sepolti, dai depositi d’immondizia, o persino emanate dalle profondità della terra.»
Spiegazioni a parte la peste devastò l’Europa specie nel corso del XIV secolo.
Fra il 1343 e il 1357 «Albi e Castres», come scrive Delumeau «persero meta della loro popolazione e il contagio avrebbe portato via nel 1350 – calcoli, a dire il vero, discutibili – il 50% degli abitanti di Magdeburgo, dal 50 al 66% di quelli di Amburgo, il 70% di quelli di Brema.»

Non solo la peste però.

Un’altra paura ricorrente, che atterriva forse più della stessa peste e altre “mortali malattie”, era l’angoscia connessa a cosa ci sarebbe stato dopo la morte.
Per tutto il medioevo la Chiesa ha meditato sulla fine dell’umanità, ricorrendo ai testi apocalittici.
I pittori si sono ingegnati a tradurre quegli astrusi testi con la forza dirompente delle immagini, in epiche rappresentazioni del “Giudizio universale.”

Nondimeno hanno fatto gli scultori.

I grandi portali delle cattedrali gotiche rendevano materica la punizione divina, uno spaventoso saluto che la Chiesa dava ai fedeli, l’infinito memento per tutti i comuni peccatori.
Ma anche nell’età moderna, nonostante una maggiore consapevolezza dell’uomo, il timore del “dopo” non scomparve, rimanendo uno dei tanti Moloch difficile da scacciare.

Ma la situazione non migliorò nei secoli successivi.

Sul finire del XV secolo, nella liberale Firenze, città d’arte e lettere, l’ordine dei domenicani pubblicava un opuscoletto, il De comptemptu mundi in cui si leggeva: «O voi che siete ciechi, giudicate oggi la vostra posizione, giudicate voi stessi se la fine dei tempi non è venuta»
Strettamente connessa all’attesa di Dio c’era la paura per il diavolo che anche nel XV e XVI secolo atterrì, come accaduto in pieno medioevo, seppur in forme diverse e originali.
Timori vecchi come il mondo che vennero, all’indomani della scoperta dell’America, “democraticamente” esportati nel “nuovo mondo.”

La paura in Occidente di Jean Delumeau è uno di quei libri che inducono il lettore a riflettere sulla condizione umana che, al netto del passare del tempo e dell’inevitabile evoluzione, rimane ancorata al suolo, appesantita da paure vecchie e nuove, che hanno impedito e impediranno all’uomo di volare davvero.
La paura, qualunque sia la sua natura, è insita nell’uomo, una terribile compagna che non tradisce, rimanendo per sempre al suo fianco.
Un perfetto strumento perfetto di cui il potere, in ogni sua forma e in ogni epoca, si serve per atterrire le masse.
Ieri attraverso il timore per l’aldilà, per Satana, per le streghe e per gli ebrei.

Oggi, essenzialmente, la paura più diffusa è quella per l’immigrato.

Alla fine leggendo il bel saggio di Jean Delumeau ci si accorge che non è cambiato davvero nulla.
Con buona pace di chi ha sempre creduto che la storia fosse maestra di vita.

Maurizio Carvigno

Può un portamine far decollare la tua attività? Le statistiche dicono di sì

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Oggi un’azienda, per poter emergere dalla massa, deve necessariamente affidarsi ad una moltitudine di metodi e strumenti diversi.

Lo scopo è quello di cercare di aumentare la propria produttività e stimolare i clienti verso un maggior numero di conversioni. È chiaro che si tratta di obiettivi comuni a qualsiasi attività o business che si rispetti, però non sempre le strategie impiegate si rivelano proficue. Per rimanere competitivi, in un mercato sempre più spesso affollato, serve trovare quelle idee giuste per superare i competitor. Ecco perché non bisogna mai sottovalutare le potenzialità della promozione.

Le statistiche sull’utilità della promozione

La promozione può diventare un veicolo di traino notevole per potenziare i ricavi di un business, come evidenziato fra l’altro dal rapporto di Ebiquity: secondo le ultime stime, se le aziende puntassero sugli investimenti promozionali, potrebbero arrivare a guadagnare 45 miliardi di dollari in più. È un dato sorprendente, che dimostra come la pubblicità sia un fattore chiave per qualsiasi attività. Oggi, poi, grazie alle ultime innovazioni i modi per far conoscere un’azienda sono anche più numerosi rispetto al passato.

I modi per promuovere un’azienda

Si inizia dallo strumento principe della promozione 2.0, vale a dire il sito web, un mezzo ideale per conquistare una maggiore visibilità sui motori di ricerca e per poter raggiungere moltissimi potenziali clienti. Strumenti come il blog aziendale diventano preziosissimi per qualsiasi impresa, e lo stesso dicasi per i social network, che garantiscono il raggiungimento di una fetta enorme di pubblico.

Anche l’organizzazione di un evento merita di essere presa in considerazione, così come la partecipazione alle fiere di settore. Entrambi i canali permettono di colpire un preciso target, e di farlo di persona, così da creare un rapporto diretto basato sulla fiducia. Un altro metodo per promuovere il proprio business è cercare una o più affiliazioni con altre attività: non a caso, la creazione dei network è un sistema perfetto per espandere il proprio giro di clienti.

Non bisogna poi dimenticarsi dell’importanza dello storytelling: qualsiasi contenuto, sia esso testuale o visuale, deve essere capace di raccontare la storia del prodotto, del servizio o dell’azienda, puntando sulle emozioni con lo scopo di raggiungere e di “colpire” il cliente. Il quale, alla fine, dovrebbe “affezionarsi” all’azienda. I modi per far sì che questo accada sono molteplici, ma uno in particolare sembra più indicato rispetto agli altri.

La questione dei gadget personalizzati

I gadget possono diventare degli ottimi strumenti di fidelizzazione. Lo dicono i numeri: secondo le ultime analisi, il 72% degli utenti apprezza questi omaggi e sarebbe disposto ad acquistare un prodotto o servizio presso un’azienda che s’è resa protagonista di questo regalo. Inoltre realizzarli costa pochissimo, quindi si abbattono anche i costi relativi ad una parte delle strategie di fidelizzazione. Qui entra in gioco l’importanza di oggetti come i portamine personalizzati: si parla di quelle matite automatiche sulle quali è possibile stampare il logo dell’azienda che le ha regalate. Ovviamente questo è solamente un esempio: i gadget personalizzati possono essere di diversi tipi, dagli ombrelli alle penne, passando per un portachiavi. Tutti mezzi utili sia per il cliente, che può utilizzarli nella vita di tutti i giorni, sia per l’azienda, che può così restare a stretto contatto con le persone in ogni momento della loro vita. Diffondendo così il suo brand in ogni luogo, dai banchi di scuola alle strade di città.

Il simbolo, un romanzo storico ai tempi di Gesù di Nazareth

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Il simbolo è un romanzo storico ambientato tra Gerusalemme, Atene, Roma e l’Egitto nel periodo della vita e negli anni successivi alla morte di Gesù di Nazareth.

Un’opera complessa che affianca all’accuratezza della ricostruzione del periodo storico narrato una originale quanto stimolante gestione della trama e dei personaggi. Leone compone un quadro storico, politico e filosofico di anni densi di avvenimenti che segneranno il futuro dell’uomo, seguendo il cammino di un giovane fino alla sua vecchiaia, Ben Hamir, che avrà l’onore e l’onere di influenzare la vita e le decisioni di figure carismatiche e di importanti personalità politiche. Nonostante la storia de Il simbolo sia impregnata di dolore, guerra e miserie, lo scrittore riesce ad alleggerire la trama inserendo uno sguardo divertito e piccante sulle vicende del protagonista, non solo abile e intelligente uomo d’azione ma anche esperto amante, creando un’opera godibile e apprezzabile da molti punti di vista.

«[…] Man mano che mi allontanavo, veli cadevano dalla mente. Come nel distanziarsi dal mare non si avverte più il rumore della risacca che fino a poco prima predominava i sensi, così, separandomi da una presenza carismatica, il suo influsso pareva abbandonarmi. Di pari passo aumentava la meraviglia per essermi lasciato impegolare in discussioni filosofiche aventi la stessa, inutile e vana consistenza dei sogni spazzati via dal chiarore dell’alba».

Il simbolo di Damiano Leone è un romanzo storico dai molti pregi: non solo è contraddistinto da una ricostruzione attenta e puntuale di un periodo in cui si sono alternati personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità, ma possiede anche un protagonista, Ben Hamir, con un mondo interiore e un cammino di vita tanto intriganti e intensi da rimanere lungamente impressi nella mente del lettore. Non è un caso che egli sia contemporaneo di un uomo dalla personalità altrettanto complessa, Gesù di Nazareth, e che i due si ritrovino a intrattenere un dialogo forse tra i più interessanti del romanzo, e infine a mantenere, nonostante il destino avverso, una stima reciproca che andrà ben oltre la morte di uno di loro.

romanzo storico

L’evoluzione di Ben Hamir da figlio di una prostituta a detentore di segreti e poteri inimmaginabili è il nucleo attorno a cui si avvolge la narrazione, in un crescendo di pathos e drammaticità che va di pari passo con la presa di consapevolezza del protagonista di essere solo uno strumento del fato, immerso in un gioco più grande di lui.

Questa lucida cognizione però non lo porterà mai ad arrendersi: se la storia di Ben Hamir è infatti costellata di dolori, rinunce e persecuzioni, è altrettanto ricca di viaggi esotici e meravigliosi, di amanti bellissime e di atti di coraggio e di profonda umanità. Solo un romanzo di sostanza come Il simbolo poteva avere un protagonista tanto complesso da risultare reale quanto gli uomini che incontra nel suo cammino: da Tiberio a Vespasiano, da Tito a Ponzio Pilato. Solo un romanzo che trasuda intelligenza e profonda preparazione storica e culturale può riuscire nel difficile intento di mantenere alta l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, in una famelica e bruciante attesa di conoscere ancora e di più delle avventure di Ben Hamir e del destino di Roma e Gerusalemme.

Il simbolo ha il merito di osservare la storia antica da una prospettiva originale e soprattutto di avvicinare la contemporaneità a un’epoca lontana, resa tanto vivida che i sentimenti umani, primi fra tutti il bisogno d’amore e la sete di potere, siano riconoscibili e indicatori di una coscienza che non è poi mutata tanto in duemila anni. Un romanzo che apre la mente, che conduce per mano il lettore nella Storia e che commuove e appassiona. A fine lettura rimane la sensazione di aver compiuto un faticoso e illuminante viaggio insieme al protagonista, di aver sofferto con lui e di aver assaggiato l’amara ironia del fato. E si realizza quanta strada c’è ancora da fare per comprendere quel grande mistero che è l’essere umano.

TRAMA

Contemporaneo di un uomo passato alla storia con il nome di Gesù di Nazareth, il figlio di una prostituta muove i primi passi nella Palestina dominata dalle legioni di Roma: due realtà assai diverse ma destinate a incrociarsi nei loro giorni più drammatici. Avviato alla prostituzione, il giovane Ben Hamir trova conforto nell’affetto di uno schiavo comprato per fargli da tutore. Costretto a fuggire a seguito di un evento delittuoso, dopo un’istruttiva permanenza ad Atene conquista Roma – o meglio i cuori delle romane – divenendo gradito ospite dei più esclusivi palazzi nobiliari. Coinvolto nella politica imperiale fino a divenire intimo di Tiberio, proprio da lui apprenderà quanto beffardo possa mostrarsi il fato. Tornato in Palestina per ordine dell’imperatore, ad attenderlo troverà sia un nuovo che un antico amore, ma anche l’odio feroce di Ponzio Pilato, il suo più mortale nemico. Dopo aver compiuto un gesto in apparenza marginale ma destinato a sconvolgere la storia, abbandonati i lussi e le amanti sceglierà di restare lontano dai clamori del mondo. Ma Roma non si è dimenticata di lui: dovrà accettare lo sgradito incarico di informatore imperiale, assistendo così a eventi che andranno oltre ogni sua immaginazione.

BIOGRAFIA

 Damiano Leone è nato a Trieste nel 1949. Di formazione tecnica, nella prima parte della vita si è interessato alle discipline scientifiche; in seguito, quando alcune vicende lo inducono ad abbandonare la professione di chimico, incoraggiato da un esperto del settore inizia a produrre artigianalmente repliche d’armi e armature antiche. Fortunatamente apprezzati, alcuni suoi lavori sono stati impiegati in film storici, esibiti in programmi televisivi culturali ed esposti in musei. Da oltre un trentennio si dedica allo studio della storia antica, dell’arte e della letteratura classica, corroborando le nozioni letterarie con frequenti visite a musei e siti archeologici di tutta Europa. Soltanto dopo il suo ritiro dall’attività lavorativa, e dopo essersi trasferito in un paesino montano del Friuli, ha potuto trovare il tempo e la serenità per realizzare un’antica ambizione: quella di dedicarsi attivamente alla narrativa. Dopo aver terminato il romanzo storico Enkidu nel 2012, nel 2015 pubblica Lo spettatore. Il simbolo è il suo terzo romanzo.

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“Roma Fumettara”, i disegni dei grandi artisti italiani in mostra

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Roma Fumettara, i primi 25 anni della Scuola Romana Dei Fumetti a Palazzo delle Esposizioni

Finalmente, per tutti gli appassionati dei fumetti arriva a Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra “Roma Fumettara”. Sarà possibile ammirare i disegni dei più grandi artisti italiani, a partire dal 9 novembre fino al 6 gennaio 2019. Tantissimi gli eventi organizzati, anche per i più piccoli, che in occasione del giorno della befana, prende spunto per organizzare laboratori creativi ed avvicinare, così, i più piccoli al mondo artistico della grafic novel.

L’ esposizione è organizzata dalla Scuola Romana dei Fumetti. Troverete in mostra circa 70 autori, che raccontano la città di Roma. Sono presentati i primi 25 anni della scuola romana. Roma viene raccontata attraverso il fumetto, una forma d’arte assai nota ormai, dove l’immagine e le parole spesso arrivano più intensamente. E’ come se alla fotografia, o all’ immagine ci fosse una didascalia, che meglio arriva ai più, con un intento spiritoso, ironico, pungente, a seconda delle occasioni.

Roma è la città delle illusioni, la città del desiderio e quale miglior spunto per raccontare la sua magnificenza se non con l’arte del fumetto, che combina magicamente parole e grafica. Anche se, si può, senz’ altro asserire che Milano dalla seconda metà del ‘900 si è affermata come capitale economica del fumetto, Roma è la capitale del fumetto d’autore, quella che meglio esprime l’anima.

Tra gli anni ’60 e ’70 nasce proprio in questa città la rivista “Comic Art”, intorno alla quale si radunano i maggiori fumettari dell’epoca, “fumettari” e non fumettisti, proprio per sottolineare la loro adorabile provenienza. La loro identità, era, infatti, legata a un luogo, una città, un emblema. Proprio a quegli artisti è dedicata una mostra a Parigi, intitolata i “Fumettarì”. Da lì Massimo Vincenti, Massimo Rotundo e Stefano Santarelli decidono di aprire nel 1993 la scuola per fumettisti.

La loro idea era quella di ricreare una sorta di Bauhaus, che potesse riportare all’antico ruolo della “bottega”. Proprio dalla loro creazione “La Scuola Romana Dei Fumetti” provengono tantissimi artisti ormai noti, come Zero Calcare, o di attori come Lillo & Greg, con un passato da fumettisti.

Si tratta di una vera e propria scuola sperimentale, con impronta autoriale. Quello che la contraddistingue è la propria unicità. Da accostare a questa professione, sicuramente quella dello sceneggiatore, ricordiamo Alessandro Ruggieri. Diverse sono le anime presenti all’interno della mostra, diverse sono le realtà presentate. Quello che c’è di più interessante all’interno di questa scuola che la caratterizza dalle altre, è lo scambio tra gli allievi, il confronto è il punto fondamentale.

Tutto nasce dal concetto di “Solitudine”, degli autori stessi, che quando disegnano sono soli col pezzo di carta tra le mani.
Un altro punto forza della scuola è la crescita delle disegnatrici donne; sono tante le allieve, sono molteplici le insegnanti. Tra di esse ve ne è sicuramente una che spicca più di tutte le altre, la bravissima Arianna Rea, disegnatrice da oltre 10 anni della Disney America. La qualità conta. Da ricordare il mitico Paolo Morales, che anche se non c’è più, ha dato un contributo fondamentale per la nascita e la creazione della scuola.

Diverse sono le tecniche utilizzate, dalla carta e matita, alla tempera, al digitale, per poi passare attraverso la china, e l’acquerello.

C’è una duplicità del linguaggio e come diceva qualcuno:

“L’arte è sempre al confine tra ridicolo e sublime”.

Nella sala esagonale di Palazzo delle Esposizioni potrete ammirare opere di Massimo Rotundo, disegnatore di Tex, Stefano Caselli, disegnatore Marvel, Maurizio Di Vincenzo, disegnatore Dylan Dog e l’attore Max Paiella.
Dopo una fortunata mostra al museo di Bruxelles, l’esposizione delle maggiori opere dei fumettari romani arriva nella loro tanto amata patria d’origine: Roma. Finalmente anche qui vengono apprezzati. Come al solito noi italiani e noi romani arriviamo sempre un po’ in ritardo, rispetto agli altri paesi, di sicuro più scaltri e all’avanguardia, ma l’importante come dicono è: “meglio tardi, che mai”.

Tantissimi sono i fatti di cronaca raccontati tra questi splendidi disegni. Molti i supereroi raffigurati, che tentano di salvare la città. Chissà se ce la faranno. Ce lo auguriamo e vi invitiamo a visitare questa bellissima mostra a ingresso gratuito, per tornare ancora un po’ bambini e godere di un sogno che è la speranza, a questo serve il fumetto, a sperare in un futuro migliore, attraverso le domande che sono racchiuse in esso, nel momento in cui lo ammiriamo. Buona scorpacciata fumettara a tutti!

 

Alessandra Santini

“Pollock e la scuola di New York”: genio innovativo e maledetto

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La mostra “Pollock e la Scuola di New York” ha aperto il 10 ottobre 2018 e resterà all’Ala Brasini del Vittoriano di Roma fino al 24 febbraio 2019.

In mostra ci sono quadri eccezionalmente prestati dal Withney Museum di New York, fondato nel 1930 per gli artisti americani dell’epoca che non ricevevano la giusta “ospitalità” nei musei statunitensi.

Tra questi Jackson Pollock, l’ultimo della genia di quei pittori “maledetti” che parte da Caravaggio e passa per Vincent Van Gogh. Ma si possono ammirare quadri di tutti i maggiori esponenti dell’Espressionismo astratto, dell’action painting, del successivo Minimalismo. Ci sono Arshile Gorky, Adolph Gottlieb (autore della foto in evidenza di questo articolo), Franz Kline, Mark Rothko, Helen Frankenthaler, Willem de Kooning, per citarne solo alcuni.

L’esposizione ha un intento divulgativo, come dimostrato dalla conferenza di Sergio Gaddi che l’ha anticipata. A visitarla si ha l’impressione che sia un’immancabile occasione non tanto di ammirare i quadri di Jackson Pollock – che sono pochi rispetto ai 50 esposti -, quanto piuttosto di conoscere la Scuola pittorica di New York a cui Pollock è inequivocabilmente appartenuto.

L’intento dei curatori è che il visitatore possa accorgersi di due aspetti. Il primo è il ruolo di New York come capitale dell’arte contemporanea negli anni ’30-’40-’50 del Novecento. Il secondo è il ruolo di Jackson Pollock come cerniera tra un prima e un dopo nella pittura contemporanea.

Infatti, il pezzo forte della mostra è conosciuto come la “Gioconda” di Jackson Pollock: è la famosa tela “Number 27” dipinta nel 1950, che potete ammirare qui sotto.

Pollock opere
Jackson Pollock, Number 27

 

È un esempio perfetto della tecnica inventata da Pollock, il “dripping”, cioè il gocciolamento dei colori sulla tela. Pollock non si limita a dipingere, ma danza intorno a tele sempre più grandi, con movimenti centripeti e centrifughi. Tale danza è immortalata dal fotografo Hans Namuth, come possiamo vedere nella stessa mostra.

La genialità innovativa di Pollock e l’atmosfera della New York dell’epoca sono perfettamente rese dall’allestimento.

Pollock è un talento assoluto fin da giovane, quando cominciano però anche i problemi psichiatrici e di alcolismo. Picasso è il suo idolo e riuscirà ad eguagliarlo nella portata innovativa della sua arte. Con Pollock l’arte farà un enorme salto in avanti e non sarà più la stessa.

Ad agevolare la funzione divulgativa della mostra c’è il bellissimo allestimento. Questo fa un uso sapiente del multimediale e dei giochi interattivi per i visitatori, con relativa condivisione sui social network.

Si entra nelle sale attraverso una galleria a schermi led che ricreano le opere di Pollock. In sottofondo suona la musica jazz di Miles Davis.

Alcune tele sono illuminate da un faro ad occhio di bue, nella sala in cui si affiancano le opere di Pollock e quelle della moglie, Lee Kasner. Il mondo della pittura è sempre stato maschilista. Lo ha ammesso anche da uno curatori della mostra, Luca Beatrice, durante la conferenza stampa di apertura. Krasner non ha potuto dedicarsi adeguatamente alla sua arte e questa non ha potuto avere il giusto riconoscimento, finché il marito non è morto. Fino ad allora, aveva dovuto occuparsi di lui, alcolista e bisognoso di non essere oscurato in alcun modo dalla moglie. Pollock arrivò addirittura a chiederle di smettere di dipingere e lei accettò.

Pollock opere
Lee Krasner, Untitled 1947

 

Il video d’apertura della mostra è utilissimo per capire non solo l’arte di Pollock e degli altri pittori della Scuola di New York, ma anche per conoscere il substrato sociale e culturale americano in cui nasceva. Consiglio caldamente di sedersi a vederlo prima di iniziare ad ammirare i quadri.

Ma non sono solo video e schermi al led in cui immergersi ad accompagnare il visitatore nella mostra “Pollock e la scuola di New York”.

Divertente è anche poter guardare un video celebre, girato dal fotografo Hans Namuth, che aveva ripreso Pollock da sotto una lastra di vetro sulla quale dipingeva. Ci si sdraia su una sorta di chaise long collettiva. E, guardando il soffitto, si ha la sensazione che Pollock stia dipingendo il soffitto di vetro sopra di noi. Si riesce così a cogliere pienamente la tecnica “dripping”di Pollock.

L’allestimento si serve anche della fotografia per raccontare la storia di questi pittori della Scuola di New York, noti anche come “irascibili”. Questo stesso nome deriva da una celebre foto di protesta scattata dalla fotografa Nina Leen, esposta in una riproduzione nella mostra al Vittoriano di Roma.

Vi sono ritratti un gruppo di artisti, in posa e vestiti come banchieri, una sola donna tra loro. Al centro dello scatto c’è Jackson Pollock. Hanno tutti un’espressione adirata. La fotografia accompagnerà una lettera firmata da tutti loro indirizzata al Metropolitan Museum, che aveva escluso le loro opere da un mostra sulle nuove influenze della pittura americana.

Pollock opere
Mark Rothko, “Untitled (Blue, yellow, green on red) 1954

 

I dipinti della mostra “Pollock e la Scuola di New York” colpiscono tutti perché ognuno rappresentativo dell’arte specifica di ogni artista irascibile.

Il visitatore esce avendo imparato qualcosa su ogni pittore, ma forse frastornato da tanta varietà, visto che la Scuola copre un arco temporale di circa 40 anni e il movimento non è certo completamente organico.

Potrete, probabilmente, rilassare un po’ la mente dinanzi ai due quadri di Mark Rothko (tra cui quello poco più sopra) che quasi concludono la mostra. “La scelta cromatica, infatti, è rivolta a suscitare un momento contemplativo di assoluto silenzio dopo il dopo il caos gestuale e segnico dell’Espressionismo astratto”. L’approccio di Rothko è lirico e mistico. “Se Pollock rappresenta la forza, in Rothko si evince il pensiero, la lentezza, la meditazione”.

Stefania Fiducia

Lucca Comics 2018 chiude con 251mila biglietti venduti: è record

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Si è da poco conclusa la 52ª edizione di Lucca Comics 2018, la più grande manifestazione italiana dedicata all’intrattenimento, al mondo dei fumetti e delle serie TV. Un’edizione record, che ha superato i biglietti venduti dello scorso anno.

Questo Lucca Comics 2018 lo ricorderemo per le tante, tantissime presenze: nei cinque giorni di kermesse si sono registrate oltre 251mila presenze da ticketing, superando di circa 8mila presenze il dato del 2017. Un’edizione che conferma il grande successo a livello nazionale e internazionale della manifestazione. Con oltre 2.000 eventi, più di 700 espositori, 102 location, Lucca si riconferma ancora una volta il festival d’eccezione per chi si definisce “nerd”.

Tutti gli ospiti internazionali e le mostre

Tantissimi gli ospiti di caratura internazionale che hanno contribuito a decretare il successo di questa edizione: nome di spicco è sicuramente Leiji Matsumoto, papà di “Capitan Harlock”, Yellow Kid Maestro del Fumetto 2018. Lucca gli ha dedicato una mostra di suoi disegni originali; tra le tante mostre del Palazzo Ducale, segnaliamo quelle di Neal Adams, maestro dei supereroi made in Usa, LRNZ, autore dell’innovativo manifesto di questa edizione, Jérémie Moreau, Sara Colaone, Junji Ito, Benjamin Lacombe e tantissimi altri.

Altri ospiti di spicco sono stati il creatore di “The Walking DeadRobert Kirkman, Charles Forsman, autore della graphic novel da cui è tratta la serie Netflix “The End of the Fucking World”, e gli americani Nick Drnaso e Jason Shiga, talenti della nuova scena del fumetto Usa. E non mancavano le file per i firmacopie dei big del fumetto italiano: Zerocalcare, Gipi, Leo Ortolani, Sio, Simone Bianchi, Tuono Pettinato, Tanino Liberatore, Alessandro Baronciani…

 

Tra gli spettacoli, ricordiamo “Kobane Calling On Stage”, adattamento della popolarissima graphic novel di Zerocalcare. Ma anche il Feltrinelli Comics Show, imperdibile spettacolo che ha visto alternarsi sul palco del Teatro del Giglio gli autori Feltrinelli. Il padiglione Carducci, dedicato ai games, è stato come sempre frequentatissimo, e si sono fatti notare molti giochi in partenza grazie al crowdfunding.

lucca comics 2018 date

Anniversari e compleanni

Visitatissimi e con lunghe code gli stand Bonelli e Panini. Per i 70 anni di Tex, in particolare, Bonelli ha deciso di rendere visitabile in realtà virtuale la grande mostra attualmente aperta a Milano, al Museo della Permanente: 70 anni di un mito. Da Panini, invece, l’artista Disney Claudio Sciarrone ha conquistato il Guinness World Record disegnando la striscia a fumetti più lunga del mondo (297,50 metri). Così The Walt Disney Company Italia ha celebrato il 90esimo anniversario di Topolino.

Netflix non poteva mancare, con la sua anteprima di “Narcos: Messico”, disponibile sulla piattaforma di streaming dal 16 novembre. Bagno di folla per Sibel Kekilli, l’attrice tedesca nota al pubblico per il ruolo di Shae nella saga “Il Trono di Spade”. Molto seguita anche l’anteprima di “Overlord”, l’action-horror prodotto da JJ Abrams in sala dall’8 novembre per 20th Century Fox.

Cosplayer e sfilate

Ma passiamo al vero cuore pulsante del festival: i cosplayer! Tantissimi sono stati coloro che hanno scelto di vestirsi da rapinatori de “La casa de papel“. Altri ancora da personaggi del mondo di Harry Potter, LOL, Don Matteo, videogame e manga vari… Tante anche le sfilate a tema Disney, Marvel, Steampunk.

Anche il mondo della politica non è mancato a Lucca: il senatore Vito Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, si è complimentato per il successo del festival. Il direttore di Lucca Crea Vietina ha invece affermato: “Una splendida avventura che ci ha riempiti di entusiasmo e che ci invita a proseguire su questa strada, facendo sempre crescere questo grande festival in contenuti culturali, in qualità degli eventi, in attenzione verso il pubblico e verso il territorio”.

L’appuntamento è per l’edizione 2019, di cui non sono state ancora rese note le date.

Valeria Martalò

Mimmo Rotella compie 100 anni! Alla GNAM i 50 anni di carriera

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La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, il 30 ottobre ha inaugurato la mostra “Mimmo Rotella Manifesto”.

Curata da Germano Celant e Antonella Soldaini, si propone come la più completa ricognizione scientifica sulla produzione dell’artista. Sarà in mostra fino al 10 febbraio 2019. galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea

Centosessanta opere compongono sei insiemi-manifesto; ognuno è un focus sulle varie tecniche sperimentate da Mimmo Rotella.

La Gnam mette a disposizione il suo spazio allestendolo come se fosse una piazza, un quartiere da visitare, perché?

Chi conosce questo artista calabrese sa che la sua passione era girare per le strade romane alla ricerca di poster e manifesti da strappare, con lo scopo di ricomporli e reinterpretarli.

L’antologia, dunque, è composta da testimonianze, documenti, disegni, decollage e opere pittoriche su tela e carta.

Grazie alla “circolarità” dello spazio espositivo emergono le sue fonti d’ispirazione, quali il cinema e la pubblicità e non solo. Vengono a galla, inoltre, tutti i temi affrontati in cinquanta anni di carriera: il tema erotico, temi sociali e politici, temi di attualità.

Un Mimmo Rotella visto a 360 gradi, grazie anche alle due sale più piccole che raccontano le performance, con dei filmati degli anni cinquanta, e le sue sculture.

La mostra è allestita alla perfezione.

Ci sono anche delle bacheche, disposte in ordine cronologico, che permettono di contestualizzare l’attività dell’artista; un’attività che viene omaggiata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.

 

Alessandra Forastieri

Luca Serianni racconta Dante all’Eliseo e divulga, forte

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Avevamo incontrato il professor Luca Serianni – icona della lingua italiana  – a pochi giorni dalla pensione.

Il Capitano torna in scena al Piccolo Eliseo con tre lezioni su Dante, come ci aveva promesso nell’ultima intervista.

La prima ha avuto sede lo scorso 15 ottobre e si è concentrata sulle invettive dantesche, la seconda e la terza avranno luogo rispettivamente il 26 novembre e il 10 dicembre 2018, sempre alle 18.30 e si focalizzeranno sulle similitudini e sui personaggi femminili della Commedia.

Inizia dunque il viaggio nelle tre cantiche della Divina Commedia: Inferno, Purgatorio e Paradiso accolgono le invettive rivolte a persone, città e vizi, senza risparmiare nemmeno la bocca della tanto gentile e onesta Beatrice, che in prossimità dell’Empireo se la prende a sua volta contro gli uomini di Chiesa.

Ma cos’è l’invettiva per Dante?

Comprendiamo sin dai banchi di scuola che l’invettiva per Dante è un coltello dalla lama assai affilata per denunciare la dilagante corruzione che abita il mondo a lui noto e caro. Si parte con le lotte interne che stanno distruggendo Firenze, e quindi con le invettive contro le città toscane, si passa per il male che affligge tutto lo Stivale e si arriva fino a Costantino e alla sua figura provvidenziale come curatore dell’Impero, nel Paradiso ovviamente, per sottolineare l’impellenza del superamento di tale situazione per il Bel Paese.

luca serianni - teatro eliseo - invettive dantesche

L’avarizia è uno dei mali supremi per Dante e non è un caso se una delle tre fiere che vorrebbero ostacolare il suo cammino ultraterreno sia proprio la Lupa, simbolo della cupidigia per eccellenza.

L’avarizia è uno dei mali peggiori che può affliggere non solo lo Stato, ma anche e soprattutto la Chiesa. È importantissimo sottolineare che l’autore, pur avendo scritto il più grande poema cristiano della storia, è anche il primo a criticare gli atteggiamenti dei portavoce della Chiesa. Tutti i papi nella Divina Commedia fanno un brutta fine, a parte due secondari (Adriano V e Martino IV), che finiscono in Purgatorio. Lo stesso San Pietro sarà portavoce di un’invettiva contro Bonifacio VIII e, come si diceva, Beatrice sarà l’ultima ad aggredire la Chiesa, e nella fattispecie i monaci antoniani, che non si attengono al messaggio evangelico della povertà. Messaggio assolutamente imprescindibile nel Paradiso dantesco, come sottolineano i canti di San Francesco e San Domenico.

Ascoltare Luca Serianni è sempre un piacere. Ammetto che un’ora di approfondimento con lui potrebbe far smarrire nella selva oscura i non addetti ai lavori:

la sala era gremita e attenta, ma comunque composta per lo più da studenti o ex studenti (di tutte le età, me inclusa). Il professore è sempre molto chiaro nell’esposizione e non è un caso se molti suoi studenti tornano a sentirlo a teatro con piacere: ogni sua lezione era sempre uno “spettacolo”, passatemi il gioco di parole. Non sono mancati cenni alla storia della lingua italiana, ovviamente, sua materia prediletta, ma per lo più le lezioni che offre sono squisitamente letterarie, quindi tutti possono provare a parteciparvi.

Che dire, da non perdere assolutamente: peccato che sia a teatro e non televisione. Avrebbe dato senza dubbio del filo da torcere al tanto declamato Alberto Angela…

Alessia Pizzi

INFORMAZIONI:

Via Nazionale 183 – 00184 Roma

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Prenotazione obbligatoria a cultura@teatroeliseo.com

La Facoltà di Lettere saluta il suo Capitano: intervista a Luca Serianni

“Il Gatto” di Simenon. A teatro il silenzio dell’odio e l’incapacità di amarsi

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La solitudine portata sulla scena. L’odio e l’incomprensione di due coniugi che scelgono il silenzio per comunicare. Questi sono solo alcuni dei temi dello spettacolo teatrale “Il Gatto” al Piccolo Eliseo fino al prossimo 11 novembre.

“Il Gatto”, dall’omonimo romanzo di Georges Simenon, per la regia di Roberto Valerio, è uno di quegli spettacoli teatrali che lascia il segno, che cattura per la storia raccontata, per l’interpretazione degli attori in scena e per le domande che inevitabilmente pone allo spettatore.
Scritto da Simenon nell’autunno del 1966, “Il Gatto”, nel 1971, fu portato sugli schermi da Pierre Granier-Deferre con Simone Signoret e Jean Gabin, (alla sua decima e ultima interpretazione di un personaggio simenoniano), ambedue premiati al Festival di Berlino.
Una trama semplice ma al tempo stesso originalissima.

Emile e Marguerite sono due coniugi che non si rivolgono più la parola da anni.

Diversi per carattere, estrazione sociale, cultura, eppure sposi, nonostante un passato che preme come una fitta lancinante alle tempie.
Emile rimpiange la sua prima moglie morta troppo presto e così diversa dall’attuale.
Marguerite sente ancora vivo il ricordo del suo primo marito, un uomo affascinante, colto, ben differente dal rozzo Emile.
Perché lo ha sposato? Per pietà dirà!
Un’unione impossibile fatta di incomprensioni, di gusti diversi e di profondi rimpianti.

Ma la tempesta è dietro l’angolo, pronta ad esplodere.

La forzata convivenza viene devastata dalla morte del gatto di casa.
Emile, che adora quel piccolo felino, al contrario di Marguerite, è convinto che a ucciderlo sia stata l’odiata moglie.
La tregua si interrompe, lasciando il passo a una guerra spietata.
Un conflitto aperto, in cui nessuno dei due rinuncia alle strategie più diaboliche e violente pur di colpire il coniuge.
A farne le spese è un altro animale, il pappagallo di Marguerite, letteralmente spennato sull’altare del matrimonio.
Come il gatto anche l’esotico pennuto diventa il capro espiatorio di due sposi che pur odiandosi non possono alla fine fare a meno l’uno dell’altra.

Il Rubicone è stato oltrepassato. Ora per i due nulla sarà come prima.

 

Emile e Marguerite scelgono di non parlarsi più. Decidono di farsi unire solo dal silenzio, il loro miglior alleato.
Un silenzio assordante, un convitato di pietra che riempie giornate sempre uguali, la cifra malinconica della loro assurda esistenza.
Per ovviare alle necessità impellenti hanno studiato un singolare mezzo comunicativo: dei laconici biglietti.
Durante la giornata si “parlano” solo attraverso dei foglietti, il modo migliore per non lacerarsi più.
“Il Gatto”, scrive nei suoi appunti di regia Roberto Valerio «ci consegna personaggi che possiedono una caleidoscopica complessità, una vibrante vocazione teatrale; è un testo feroce che rovista tra le pieghe della mente e le incrinature del cuore dei protagonisti, descritti con uno sguardo crudo e spietato.»
Un testo amaro che, nell’adattamento teatrale di Fabio Bussotti, non solo non perde nulla della spietatezza del romanzo di Simenon ma, grazie alla bravura degli attori in scena, rende ancora più attuale il tema portante di questo folle, incomprensibile rapporto di coppia.

Un allestimento teatrale scarno che evidenzia ancor di più la solitudine dei protagonisti, il vuoto dei loro cuori.

Una perfetta prova quelle dei tre attori (Elia Schilton nella parte di Emile e Silvia Maino in quella della signora Martin) che calcano la scena per l’unico atto dello spettacolo.
Bravissima Alvia Reale, capace di dare voce alla silenziosa Marguerite, alla conturbante Nelly, (una barista che da anni soddisfa le rapide voglie di Emile) e, infine, ad Angele, la prima moglie di Emile.
Uno spettacolo che indaga i legami sottili che tengono molto spesso in piedi rapporti impossibili, nutriti solo dall’odio, l’unica, vera passione provata dai due coniugi che hanno scelto la tortura all’amore, il silenzio alla parola, il disprezzo alla comprensione.

Un odio puro, senza ombre e contaminazioni, quello che unisce Emile e Marguerite. L’unico sentimento che riescano davvero ad esprimere, novella zattera di Gericault che i due afferrano per evitare di infrangersi contro gli scogli della solitudine e della morte.
“Il Gatto”, prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini, con scene di Francesco Ghisu, costumi di Francesca Novati, luci di Carlo Pediani e musiche di Alessandro Saviozzi, rimarrà in scena al Piccolo Eliseo fino al prossimo 11 novembre.

«Cercava la parola… Non la trovava… Non era più niente.»

Maurizio Carvigno

Gli studenti romani contro la violenza di genere

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Lo scorso 31 ottobre, presso l’istituto IIS J. Von Neumann di Roma, è stato presentato il progetto vincitore di Lazio Innova per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere.

Il progetto, dal titolo “Quello che i ragazzi non dicono“, ha visto gli studenti protagonisti di un cortometraggio e 14 spot antioviolenza, ma non solo. I ragazzi sono stati sensibilizzati sul tema della violenza di genere anche con conferenze e laboratori tenuti con esperti del settore. Inoltre, avendo l’istituto alcune sedi all’interno del carcere di Rebibbia, sono stati coinvolti anche 70 condannati in via definitiva per reati di violenza di genere. Attraverso letture e dibattiti, i sex offenders hanno potuto fare uso dello strumento teatrale per riflettere sulla propria esperienza.

“La violenza di genere non è un problema delle donne, è una questione umana”

È importante ricordare che quelli che vengono definiti i carnefici, ai loro occhi sono vittime della donna che li ha abbandonati. L’avreste mai detto? L’incapacità di capire e interpretare le proprie emozioni in questo secolo può degenerare nella sfera patologica, quindi prevenire è importante. Come? Sicuramente informando le nuove generazioni, far toccare loro con mano un tema delicato, che sono abituati a sentire di sfuggita (se e quando capita) solo al telegiornale.

Dare voce ai ragazzi significa dare importanza al loro pensiero e farli crescere come uomini e donne consapevoli.

Trovate tutti gli spot #tisembragiusto a questo link.

Alessia Pizzi

Tutti Lo Sanno, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo

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Ogni film di Asghar Farhadi, se andiamo a stringere nell’essenza, potrebbe essere una soap opera.

L’autore iraniano non si è mai vergognato di partire da situazioni spesso semplici e comuni, come un nucleo famigliare intriso di verità non dette. Tutte le sue storie partono dalla stessa premessa, poi accade un evento che scoperchia tutta la fragile e formale sovrastruttura che c’era sopra. La differenza, ovviamente, da chi rimane alla semplice soap opera, ai sentimenti urlati e sbattuti in faccia, è la fenomenale capacità di Farhadi nello scrivere ragnatele di animi e mosaici di segreti. Un talento fuori dal comune che si abbina perfettamente alla sua provenienza iraniana, che infonde alle storie quelle problematiche sociali decisive per il salto di qualità.

Pare normale, pertanto, che spostandosi in Spagna, parlando un’altra lingua, affidandosi ad un altro ambiente, un po’ di quella ricetta magica si perda. Non stupisce che si perda Farhadi stesso, ogni tanto, in certi cliché spagnoli, come le feste e il vino, in tipiche riprese da cartolina da “regista straniero”. Forse anche per questo Tutti Lo Sanno è un film buono, godibile, ma non riuscito al 100%: manca la costruzione perfetta, manca quel senso di impotenza di fronte alla società che lascia sgomenti, manca l’asprezza di una moralità soffocata. Nella bellissima e assolata Spagna, nella libera Spagna molto più democratica e aperta dell’Iran, Farhadi cerca altre cose, si abbandona troppo ai dettami del genere – il giallo – e mette in secondo piano le sue qualità.

Quello che più funziona di Tutti Lo Sanno è il lungo prologo e la tesa parte finale. Ma la parte centrale, farraginosa e prevedibile, è troppo legata ai meccanismi di genere che chiunque, non solo Farhadi, avrebbero potuto realizzare.

Il talento di Farhadi lo vediamo fuori dalla costruzione della semplicistica trama. Lo vediamo nel lungo prologo di mezz’ora, ad esempio. Quando nel ritrarre un matrimonio paesano, le sue preparazioni ed i suoi festeggiamenti, gira con spirito anarchico e dinamico costruendo una vasta galleria di umanità. Chi ha il sorriso vero, chi lo ha finto, chi tiene nascosto qualcosa e chi vorrebbe dire qualcosa, questi sono i suoi personaggi. Tutto ribolle e pare sempre sul punto di esplodere, sopito dall’allegria ma non addormentato.

E rivediamo il suo talento nell’atto finale. Quando, una volta svelato il colpo di scena alla base di tutto – la cui forza, paradossalmente, è proprio quella di non essere sorprendente ma essere prevedibile, come suggerisce il titolo del film stesso – Farhadi torna a scavare nella psicologia morale dei suoi protgonisti. Non prende mai parte, mai posizione, non affida ragione o torto, ma esamina le relazioni personali inevitabilmente danneggiate dal tempo e dalle bugie.

Probabilmente il suo meglio Tutti Lo Sanno lo dimostra proprio quando deve ricostruirlo il tempo non visto nel film. Scavando nel passato, facendo tornare a galla dissapori legati alle condizioni di classe e al denaro, Farhadi sostituisce il respiro politico dei suoi film iraniani con un clima di ingiustizia figlia della crisi economica, quasi ovvio considerando il contesto europeo.

Questo è, indubbiamente, il Farhadi migliore. Quello che spoglia le sue due star di ogni formalità, lasciando che esca fuori la profondità di Penelope Cruz e il carisma di Javier Bardem. Quello che esplora i conflitti inossidabili del tempo, incrostati in errori che non si possono più correggere e tumulti morali che non si possono spegnere. Drammi intimi che diventano thriller dei sentimenti, dei dubbi, di fitti rancori pregni di suspense emotiva.

Non è il miglior Farhadi quello che si lascia andare al giallo semplice, all’indagine semplice, a meccanismi rodati quanto stanchi. Ad un certo punto il film va avanti col pilota automatico, un grande peccato perché gli strumenti per fare grande cinema erano lì a disposizione.

Ci godiamo comunque Tutti Lo Sanno perché rimane un film godibile, teso, che non annoia e ha sprazzi di buone idee. Ma da Farhadi, onestamente, vogliamo sempre il meglio.

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Emanuele D’Aniello

Ritorno al Futuro con The Walking Dead: una nona stagione sensazionale

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Quante possibilità c’erano di far tornare in auge The Walking Dead? Ormai il declino della Serie TV era noto a tutti i fan.  La nona stagione, con il già anticipato abbandono di Andrew Lincoln aveva già tirato i dadi sulle sorti di un ipotetico finale forzato.

Ma l’episodio cinque è arrivato e come annunciava il promo sarebbe stato l’ultimo di Rick Grimes. Ero pronta a piangere, ero pronta a ribellarmi, ma, cari lettori, Rick non muore. Viene prelevato in modalità abduction… e dunque sparisce dalla serie per ora.

Sparisce per anni visto che alla fine dell’episodio veniamo trapiantati in un futuro dove la piccola Judith avrà una decina d’anni ed è già una piccola leader. Diremmo con orgoglio “Tutta il padre” se solo Rick e il fantasma di Shane non avessero giocato tutto il tempo sul fatto che la piccola assomiglia tanto a quest’ultimo.

What Comes After è infatti un lungo saluto a Rick, che esangue salva ancora una volta Alexandria e i suoi cari con una mossa degna del suo valore. In una perfetta ring composition lo ritroviamo sul cavallo bianco col quale vagava alla ricerca della sua famiglia nella prima stagione. Ripercorriamo attraverso la sua mente le tappe più importanti di queste nove stagioni, salutando anche Hershel, il cui attore ci ha lasciato pochissimo tempo fa.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]I’m looking for my family…[/dt_quote]

Cosa accade dopo, quindi? Dopo la scomparsa di Rick (che tutti credono morto), dopo che Maggie ha deciso di risparmiare Negan, dopo che Michonne è rimasta sola al comando? Quello che possiamo intuire dal sensazionale, e sottolineo questo aggettivo, promo dell’episodio sei è che gli zombi non sono più quelli di una volta. Nel senso che sembra si stiano evolvendo. È lecito chiedersi allora: sarà l’ultima stagione questa nona avventura? The Walking Dead prende una piega del tutto inaspettata ma, come abbiamo imparato anche in altre serie TV, spesso la scomparsa di un protagonista non è sempre un male.

Ricordo Derek in Grey’s Anatomy, ma anche Helena in The Vampire Diaries. Sono tutte morti spesso legate alle necessità degli attori, ma che danno possibilità agli autori di focalizzarsi su altro e questa, spesso, è la chiave per tornare a brillare.

 

Alessia Pizzi

The Walking Dead 9×03-04: l’inizio della fine (di Rick)

Il Magnifico continua a splendere in tv

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Lorenzo il Magnifico torna a incantare il pubblico italiano.

Dopo il grandissimo successo dei primi due episodi, la storia della famiglia Medici continua su Rai 1, tra intrighi (tanti), storie d’amore (con nudi graditi!) e colpi di scena (pochi!). La serie si conferma un perfetto intrattenimento serale, anche se più di tanto non le si può chiedere. Ancora una volta, infatti, non stupisce o sorprende lo spettatore né per originalità della storia, né per i dialoghi, né per scelte di regia. Eppure, alcuni temi si lasciano sempre guardare con piacere e anche con coinvolgimento. Inoltre, se avete la fortuna di condividere la visione dei Medici, sicuramente avrete motivo di farvi qualche risata (come abbiamo fatto noi!). Sarebbe ancora meglio se lo si potesse vedere in originale, visto che il doppiaggio lascia a desiderare rendendo le interpretazioni eccessivamente finte e artefatte.

I Medici 2: Lorenzo il Magnifico e gli intrighi di Firenze

Dopo aver preso il potere, Lorenzo deve necessariamente confrontarsi con il suo significato.

Ci sono dei limiti morali che non varcherò.

Dichiara nella stanza da letto della sua amante Lucrezia. Questo perché il giovane conosce benissimo le dinamiche del potere. Sa che per ottenerlo e mantenerlo si è disposti a sacrificare qualsiasi cosa, spesso delle vite umane. Se per lui la bontà e la compassione sono elementi di forza, per i suoi nemici sono delle debolezze. Alla moralità di Lorenzo, frutto probabilmente non solo della sua educazione, ma anche dello studio filosofico e letterario, si contrappongono Sforza e Jacopo Pazzi. Il primo è il classico regnante che vuole essere temuto piuttosto che amato. Crudele con i suoi sudditi, è ipocrita e opportunista. Jacopo Pazzi, invece, è accecato dall’odio per la famiglia Medici. È disposto a tutto pur di ottenere la supremazia, anche ricorrendo ai peggiori sotterfugi. Per lui non esistono legami di sangue o di lealtà a meno che essi non aderiscano in pieno alla sua causa. Le sue idee sono rigide e inflessibili.

Lorenzo, invece, è di natura sensibile e cerca di conservare la sua compassione. Ecco perché non riesce a costringere la sorella Bianca a un matrimonio infelice. Non può rimanere sordo alle suppliche della sorella e sceglie un’altra strada, confidando nella possibilità di risvolti inaspettati e positivi dall’unione di Medici e Pazzi. La sua educazione culturale l’ha portato a essere flessibile in ciò che crede. Lorenzo è mosso da ideali alti e da bellezza. Difficilmente queste parole si accostano alla politica, ma non è un buon motivo per non provarci.

E così, quella che doveva essere una storia alla Romeo e Giulietta, ovvero quella tra Bianca e Guglielmo Pazzi si risolve nel migliore dei modi.

Anche per Francesco Pazzi il matrimonio del fratello si rivela un’ottima occasione per conoscere Novella. In queste due puntate, vediamo un lato dell’antagonista dei Medici che era rimasto fino ad ora nascosto. Lo vediamo innamorarsi, schierarsi dalla parte del fratello e aiutare Lorenzo contro lo zio per il bene di Firenze. Scopriamo che da bambini i due erano vicini e che è stato l’irruente intervento di Jacopo, in seguito alla morte dei genitori di Francesco, a separarli. In confronto a Sean Bean che interpreta il “cattivo” per eccellenza, il personaggio di Matteo Martari sembra essere più complesso.

Rispetto ai Pazzi, i giovani Medici vivono storie sentimentali piuttosto travagliate.

Lorenzo, nonostante la bella dichiarazione d’amore del secondo episodio, continua a tradire sua moglie con la sua amante di lunga data. E se Clarice inizialmente scopre i piaceri dei doveri coniugali (eh!), si accorge anche di non essere sola nella vita di Lorenzo. Lui, così abile nella vita politica, sembra del tutto inerme e incapace di scegliere in questa situazione.

C’è poi Giuliano che, tra una scaramuccia e l’altra con Simonetta Vespucci, riesce a conquistarne il cuore. Le scene tra di loro fanno sorridere, perché sono la classiche moine tra innamorati che non si vogliono dichiarare tali. Per quanto lo sviluppo della loro storia sia veloce e i loro dialoghi un po’ esagerati, è bello guardarli punzecchiarsi, soprattutto se questo comporta la visione di Giuliano semi-nudo!

Menzione speciale: la sigla

Non possiamo evitare di commentare la grandiosità della canzone di Skin in collaborazione con Paolo Buonvino. Renaissence si conferma una delle sigle più riuscite delle serie tv. Atmosfere rinascimentali insieme a elementi elettro, pop e rock accompagnano le immagini suggestive di colate di oro fuso che vanno a formare il celebre giglio mediceo. Non si può che rimanere estasiati ad ascoltare ogni volta fino alla fine.

Prima di salutarvi, vi lasciamo con la solita galleria testimone dei nostri commenti durante la visione. Speriamo che vi diverta, come ha divertito noi!

Federica Crisci e Francesca Papa

Senza Lasciare Traccia, nelle terre selvagge del rapporto padre-figlia

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Sono passai ben otto anni da Un Gelido Inverno – e sul perché una regista donna non riesca subito a fare un film ci sarebbe da aprire parentesi infinite – eppure la poetica di Debra Granik è ancora tutta lì. Intatta, riconoscibile, semmai ancora più forte.

Passiamo dalle fredde e scostanti montagne di Un Gelido Inverno, tra le quali i paesaggi rurali erano abissi senza fondo, alle verdi foreste vitali di Senza Lasciare Traccia. I due film, idealmente, sembrano gemelli: ancora la natura a dominare, ancora una adolescente protagonista, ancora una atipica coming of age story. Ancora, soprattutto, il brusco diventare adulti dovuto alle circostanze esterne.

C’è una differenza sostanziale, però, tra i due film. Se in quello del 2010 trionfava il cinismo e la durezza, con cui vedevamo sbocciare il talento di Jennifer Lawrence, ma la vedevamo sbocciare sanguinante e tra le sue urla, stavolta Senza Lasciare Traccia sceglie un approccio più delicato. Anche più asciutto, se vogliamo, quasi documentaristico nel ritrarre la vita fuori dalla società comune. Ma mai distaccato, perché costruisce un sentimento pian piano, fino all’inevitabile esplosione finale.

I paragoni col successo di due anni fa di Captain Fantastic sono chiari, nella trama. Anche qui abbiamo un padre che ha tolto la figlia dalla vita cittadini per farla vivere in mezzo alla natura, con i mezzi offerti dalla natura. I motivi dietro tale scelta sono ovviamente differenti tra i due, così come lo stile e la finalità. Qui Senza Lasciare Traccia cerca il realismo, e non è tanto la cattiveria del mondo ad essere il vero antagonista della storia – come dimostra il reinserimento piacevole nella società – quanto invece pare essere l’amore paterno. Un bel paradosso.

Se proprio vogliamo trovare un tema a Senza Lasciare Traccia, è il troppo amore. Quanto l’eccessiva protezione verso le persone che amiamo, spesso, ci renda ciechi, egoisti, e crei più danni che altro. Un film che riesce a mostrarci sia quanto le persone hanno bisogno degli altri, ma anche quanto talvolta non ne hanno bisogno.

Con compassione, senza alcun momento melenso, il film mostra un bellissimo seppur doloroso rapporto padre-figlia. Un rapporto essenziale e universale che diventa, nel suo cuore, simbolo della necessità di trovare un modo per andare avanti. Quello della Granik è un cinema di sopravvivenza, un cinema che getta una luce necessaria sugli ultimi, sugli emarginati, sulle comunità che vivono ai bordi del nostro quotidiano. Lo era Un Gelido Inverno, lo è anche questo film.

Un cinema di rara immediatezza nella sua lampante semplicità, che più si fa ricco di sentimenti e sensazioni, nutrendosi degli elementi della natura che mostra, più diventa profondo e dirompente. Capace di non prendere posizioni, di non dare giudizi, di non indirizzare i sentimenti: un cinema umano, nel vero senso del termine.

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Emanuele D’Aniello

Gli impressionisti francesi a Roma in una mostra multimediale

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Pioggia, vento, alberi caduti, mezzi soppressi: nulla di tutto ciò mi ha impedito di andare a vedere la mostra multimediale sugli impressionisti francesi.

Negli ultimi anni sembra quasi che l’impressionismo sia diventato una moda. Tante sono le mostre dedicate al movimento o ad alcuni artisti impressionisti e post impressionisti, ad esempio Monet, Van Gogh, Cézanne…

Io non perdo occasione di visitare le mostre ad esso dedicate, e così sono arrivata anche al Palazzo degli Esami, a due passi da Trastevere.

La mostra è stata realizzata molto bene. Appena entrati c’è una breve descrizione riassuntiva delle vite dei pittori impressionisti e post impressionisti che hanno ispirato questa originale esposizione. Dalla parte opposta c’è una linea del tempo, che parte dal neoclassicismo fino al cubismo, in cui sono raccontati nel dettaglio gli anni dell’impressionismo.

Da persona pignola, non ho potuto fare a meno di notare però un errore: nella linea del tempo è indicato come inventore del telefono Alexander Bell, quando ormai anche negli USA è stato riconosciuto l’italiano Antonio Meucci come unico e vero inventore.

Tornando a noi, per la prima volta negli ultimi anni ho visto una mostra in cui è stato spiegato uno dei motivi che ha spinto i pittori a dipingere con una tecnica diversa da quella del realismo: la fotografia!

Nata proprio nell’Ottocento, la fotografia ha cambiato il ruolo della pittura, di fatti se prima ci si affidava ad essa per avere ritratti persone o paesaggi, dal 1839 fu sufficiente uno scatto.

Come fare concorrenza alla fotografia se non sfruttando quello che la fotografia non poteva mostrare?

La luce e i colori brillanti non potevano essere riprodotti nelle pellicole e questi elementi hanno ispirato gli artisti ottocenteschi.

Non dobbiamo scordare che il movimento impressionista è nato proprio parallelamente alla seconda rivoluzione industriale. Erano anni d’oro, quelli della Belle Époque, in tutta Europa c’era prosperità e a poco a poco i confini degli attuali Stati Europei si stavano formando.

Potete anche solo immaginare l’aria di fermento, di cambiamento che hanno respirato i nostri amati artisti? Se proprio non ci riuscite, andare a vedere la mostra sugli impressionisti francesi è proprio quello che dovete fare.

Lì, immersi nella musica classica e in quei dipinti che hanno fatto la storia, è impossibile non sentirne l’energia.

La mostra trasmette tutto il fiume di emozioni che si potrebbero avvertire davanti alle tele, sprigionano brio, carica sensuale, serenità e suscitando meraviglia.

È come fare un viaggio nel tempo per ritrovarsi su un prato a fare un picnic, in un giardino che esplode di fiori, colori e profumi o in una sala per ballare con un giovane uomo elegante.

L’unica pecca della mostra è che, oltre ai contenuti multimediali dei pittori impressionisti e post impressionisti trattati, sono riprodotti anche quelli della Van Gogh Experience, tenuta nello stesso posto un anno e mezzo fa. Potrebbe essere una buona occasione di vederli per chi si era perso la mostra, ma per chi l’ha già vista risulta ripetitivo; ciò induce a pensare che chi l’ha organizzata non avesse abbastanza contenuti da proporre nelle proiezioni.

Nonostante ciò, mi sono divertita moltissimo e mi sono goduta la mostra al punto da essere in visibilio, ad un certo momento!

Per trascorrere un pomeriggio in modo alternativo la mostra degli impressionisti francesi è ideale per tale scopo, poiché riesce tranquillamente ad intrattenere i suoi visitatori.

 

Ambra Martino

Il ritorno di Derek al Grey Sloan Memorial Hospital

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Shonda mia, quanto ci fai soffrire!

Un episodio, il sesto della quindicesima stagione di Grey’s Anatomy, tutto dedicato alla morte.

Si inizia con la paziente che non riesce a ricevere un trapianto di fegato, per poi passare alla bambina che deve essere operata per un tumore, attorniata da parenti che festeggiano i morti, e si finisce con Amelia che teme che Betty sia morta e il padre di Meredith che sta davvero morendo di leucemia.

Nel bel mezzo della crisi di nervi di Amelia per la sparizione della sua pupilla, Teddy rinuncia a dire a Owen di essere incinta. Lo vede felice e non vuole distruggere la sua famiglia appena nata (scelta davvero discutibile). Meredith torna invece a palesare la sua insofferenza per i legami di sangue: non sa se dire addio a suo padre, a cui restano poche settimane di vita. Nel frattempo è accerchiata da quattro occhi dolci: quelli di Link e quelli di De Luca. E sarà quest’ultimo, a mio avviso, il cavaliere vincente.

Tornano in ballo anche gli amori omosessuali, stavolta da un punto di vista maschile ma senza troppo appeal.

Gli autori della serie, però, hanno tutta l’intenzione di spingere sul tasto del “gay pride”, e come sempre su quello dell’emancipazione dagli stereotipi in generale. Non è un caso se nella precedente stagione è stato inserito un personaggio transessuale, ma anche la figura della dottoressa Carina, per sdoganare alcuni luoghi comuni sulla sessualità.

L’attenzione cade ancora, seppur a morsi, sulle crisi mistiche di Miranda. Che fine ha fatto Warren? Probabilmente in uno dei prossimi episodi ci sarà un grande confronto tra i due: lei non riesce a vivere con un marito pompiere. La sua ansia nei confronti del pericolo non si allinea con le necessità professionali del marito avventuroso.

La morte, quindi, cammina a braccetto con la vita in questo episodio che finisce con un omaggio a tutte le anime perse di Grey’s Anatomy: George, Lexie, Mark, il cane Doc, ma soprattutto Derek. Eh… Derek.

La sua morte è stata straziante, ma in realtà ha decisamente migliorato il tenore delle stagioni successive. Con questo grande amore ormai ci eravamo tutti un po’ adagiati sugli allori. Con la svolta inaspettata in perfetto stile Shonda, invece, il filone narrativo è andato a focalizzarsi sulle “tre sorelle” scatenando intrecci molto più interessanti. Cosa dire invece di personaggi come Lexie, George e Mark? Alla fine tutti utili e nessuno necessario, nel senso che il plot narrativo è andato avanti evolvendosi con le new entries come è giusto che accada in un ospedale, e anche nella vita.

Certo, però, malinconia a parte, la produzione poteva almeno richiamare gli attori sul set invece di proporre dei terribili montaggi presi da precedenti episodi.

 

Alessia Pizzi

Grey’s Anatomy 15×05: cercasi angelo custode

Con “Perfetta” Geppi Cucciari e Mattia Torre sfidano tabù e luoghi comuni sul ciclo

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“Perfetta”, il monologo di Geppi Cucciari, scritto e diretto da Mattia Torre ha debuttato il 31 ottobre all’Ambra Jovinelli di Roma.

Resterà in scena all’Ambra Jovinelli fino all’11 novembre 2018 “Perfetta”, con l’esilarante Geppi Cucciari oggi impegnata a raccontarci un tabù denso di luoghi comuni: il ciclo delle donne.

Mattia Torre, autore e regista del monologo, è uno sceneggiatore affermato. Ha messo la propria intima esperienza di malattia nella riuscitissima serie tv “La linea verticale”. Lì mi ha commosso, fatto riflettere, fatto sorridere, tra il reale e il surreale.

Qui si cimenta con un tema sicuramente estraneo alla sua esperienza diretta: l’animo e la psicologia di una donna nell’arco del ciclo mestruale. Una sfida che in gran parte lo vede vincitore.

Geppi Cucciari ci racconta le quattro fasi del ciclo attraverso quattro martedì, che si susseguono. Avete mai visto il film con Bill Murray, “Ricomincio da capo”? In quella pellicola un giornalista riviveva ogni mattina lo stesso giorno, il giorno della marmotta (il Groundhog Day che è anche titolo originale del film).

Nel monologo “Perfetta”, invece, Geppi Cucciari è una donna che vive un martedì uguale al successivo per quattro settimane. La routine è la stessa: istruzioni alla colf, acquisto dei fiori, lavoro, pausa pranzo, lavoro, cena a casa, dopocena con il marito. I martedì sono tutti uguali, cambia solo lei, come Bill Murray, che è costretto a vivere ogni giorno lo stesso 2 febbraio. Ogni martedì è per la protagonista di “Perfetta” l’inizio di una delle fasi.

Geppi Cucciari è da sola sul palcoscenico, dietro di lei uno sfondo che cambia colore a seconda della fase del ciclo che il monologo ci racconta.

Il primo martedì coincide con il primo giorno delle mestruazioni. Lo sfondo è, come prevedibile, rosso. L’umore è cattivo e insofferente. Tutto appare pesante. La protagonista ha “voglia di nuocere”.

Il secondo martedì inizia la fase follicolare, fatta di leggerezza e senso di onnipotenza. Geppi Cucciari si muove davanti ad uno sfondo è giallo. Ricomincia la stessa routine: tutto uguale e tutto diverso. La protagonista è piena di energia, entusiasmo immotivato, ottimismo, visione positiva della vita.

Il terzo martedì inizia l’ovulazione, lo sfondo è verde-acqua. Si è ancora al massimo dell’energia ed empatia con gli altri e ci si sente in totale connessione con il mondo.

Geppi Cucciari oggi

Il quarto martedì si è in piena fase pre-mestruale. La protagonista è immersa nel suo nervosismo. Si sente nel pieno dell’apocalisse ed è pronta sia ad affrontarla sia a scatenarla, a seconda di cosa sarà necessario. Lo sfondo dietro Geppi Cucciari è, infatti, di nuovo rosso, ma molto più cupo, tende quasi al nero.

Nel monologo “Perfetta” il ciclo della donna viene messo in paragone con il ciclo della luna. “L’uomo è lineare, la donna è ciclica” e lo è per natura, come la luna: questo è ciò che si ricava nella visione di “Perfetta”. Noi donne per vivere bene il ciclo dovremmo solo cercare di accettarlo per quello che è: non una condanna, non una disgrazia, qualcosa di naturale.

A dispetto del titolo, “Perfetta” ha pregi e difetti, che lo rendono, comunque, degno di essere visto.

I difetti sono due: il primo è che si muove su un pericolosissimo e sottile filo sotto il quale ci sono i luoghi comuni. A volte resta in perfetto equilibrio sul filo, altre volte precipita nel luogo comune. Si salva, però, con la premessa dell’inizio: Geppi Cucciari dice che ci racconterà il suo ciclo, pur sapendo che quello che dirà non vale per tutte le donne, ma solo per lei, che, però, i luoghi comuni li possiede tutti. Ad esempio, quante saranno le donne che hanno voglia di fare l’amore solo nella fase ovulatoria?

Il secondo difetto è che, pur partendo dal poetico e, per certi versi, pertinente, paragone tra la donna e la luna e presentando il tutto come parte della naturale identità della donna, rischia di presentare il ciclo come elemento principale di quella identità.

Invece, è bene ricordare che nel XXI secolo, almeno nei Paesi occidentali, la vita della donna si è allungata al tal punto da non coincidere più con la lunga fase del ciclo e della fertilità. E nel lungo e forse eterno percorso dell’emancipazione delle donne e di ogni donna, è bene rammentare che l’identità femminile si costruisce anche oltre la nostra indispensabile e innegabile biologia.

Tutto ciò che ho scritto finora, tuttavia, mette in luce uno dei grandi pregi di questo spettacolo: induce alla riflessione, soprattutto le donne, immagino. Invito, quindi, gli uomini ad assistere a “Perfetta” andando anche loro oltre la conferma apparente dei luoghi comuni e delle loro esperienze con le donne vicine.

Altro pregio dello spettacolo, come già anticipato, è che comunque parla di un argomento tabù, che solo da qualche anno si cerca di superare in modo sistematico, come confermano libri e spettacoli teatrali simili a questo.

Infine, “Perfetta” conferma le aspettative del pubblico, perché è comunque divertente, oltre che leggero e – a tratti – poetico quanto basta.

Geppi Cucciari è brillante come sempre, anche se alla prima sembrava un po’ sotto tono. O forse è stata proprio una sua scelta interpretativa quella di non essere troppo istrionica e sopra le righe. Ciò nonostante, gli effetti comici del testo di Mattia Torre sono perfettamente riusciti.

Stefania Fiducia

Conversazione su Tiresia: uno sguardo a caccia di eternità

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Dal teatro al cinema: Andrea Camilleri approda sul grande schermo il 5, 6 e 7 novembre con Conversazione su Tiresia.

Chiamatemi Tiresia, sono qui di persona personalmente.

Si apre così lo spettacolo scritto ed interpretato da Andrea Camilleri, messo in scena al Teatro Greco di Siracusa l’11 giugno scorso, a cura di Valentina Alferj e con la regia di Roberto Andò e Stefano Vicario.

Una serata che ha emozionato gli oltre 4.000 spettatori presenti e che per la prima volta giungerà sul grande schermo dal 5 al 7 novembre.

Il “cunta” storie per eccellenza o, come ama definirsi lui, un impeccabile impiegato della scrittura, all’età di 93 anni e ormai cieco si presenta.

Sotto altre vesti, quelle di attore, Camilleri decide di fare un ulteriore dono al mondo.

Tiresia e Camilleri: i binari paralleli di un viaggio oltre il tempo

Tra le antiche pietre di una realtà lontana l’esistenza del celebre scrittore incrocia quella di Tiresia, indovino cieco e figura dell’antichità che attraverserà l’intera storia della letteratura.

Le vicende del mito greco si incastrano con quelle del Maestro di Porto Empedocle e giungono a miscelarsi in una sostanza teatrale ibrida, un momento scenico in cui comprendere dove finisca il personaggio e inizi l’interprete appare impossibile.

In prima persona Camilleri, o Tiresia per l’appunto, narra una storia che conduce il pubblico alle pendici del Monte Citerone, dalle cui macerie nasceranno le mura di Tebe.

Con estremo magnetismo e accompagnato dai suoni ancestrali del flauto di Roberto Fabbriciani, Andrea Camilleri darà il via ad una serie infinita di salite e discese.

Da quel monte delle metamorfosi che tramuterà Tiresia in donna ed ancora in uomo, in maniera ipnotica il pubblico sarà condotto sull’Olimpo.

Qui, al cospetto di Zeus, colui che donerà all’indovino cieco il dono della preveggenza e sette esistenze, avrà inizio la discesa sulla terra ed un meraviglioso viaggio tra le pagine più belle della letteratura.

Citazioni e Poesia: la letteratura che canta l’antico mito

Da persona Tiresia diventa personaggio e inizia a dialogare proprio con chi su di lui ha avuto l’ardire di scrivere e fantasticare.

Un viaggio che parte da Omero e la sua Odissea fino a scomodare Freud.

Da Sofocle a Seneca si giunge a Dante per poi fare un doppio salto mortale e atterrare su Milton e il suo Paradiso Perduto.

Un percorso labirintico che da Borges, girando l’angolo, porta al secolo della ribalta e ci conduce al Surrealismo di Apollinaire per poi passare ad EliotVirginia WoolfPavesePound, Primo Levi  e molti altri.

Un’esistenza, quella dell’indovino tebano, decantata e denigrata allo stesso tempo che, tuttavia, supera il crollo dell’Olimpo e l’avvento del Cristianesimo e rivive un’ulteriore metamorfosi nei panni e nella voce di Camilleri.

L’illuminazione: vedere oltre il visibile

La cecità di entrambi si fa trama di un tessuto dal quale, magicamente, è possibile vedere “più chiaramente”, come afferma lo stesso Maestro.

È il dono della preveggenza di Tiresia che si aggancia all’urgenza di un uomo ormai ultra novantenne, di capire, circondato dalle pietre vive di quel Teatro Greco, cosa realmente sia l’eternità.

Persona e personaggio alla fine si ricongiungono in un’unica entità, una fusione frutto di un’intuizione che solo un genio come Camilleri avrebbe potuto avere.

3 i mesi di lavoro intenso, 25 le pagine di un copione da imparare a memoria senza alcun supporto visivo. 85 i minuti di uno spettacolo teatrale cangiante anch’esso, che oggi diventa un film prodotto da Palomar e distribuito in esclusiva al cinema da Nexo Digital.

Il testo di Conversazione su Tiresia sarà inoltre in libreria prossimamente edito da Sellerio.

Tiresia è una figura prismatica, perfetta da poter modellare, come si fa con il pongo, afferma Camilleri in conferenza stampa.

La grande sfida: Camilleri e il suo sguardo sull’eternità

L’inventore del Commissario Montalbano decide di mettersi alla prova, di sfidarsi, ancora una volta. Il risultato finale combacia alla perfezione con quelle che sembravano essere le sue aspettative: il desiderio di trovare il giusto tono per poter fare due chiacchiere tra amici.

Questo spettacolo regala al mondo di oggi un messaggio di inestimabile valore e un’eredità da custodire oltre i tempi.

Una proiezione imperdibile che mozza il fiato. È così che, improvvisamente, nell’esaltare le gesta di un cieco si perde la facoltà di parola e per la meraviglia si diventa muti.

Conversazione su Tiresia è la festa dei sensi, la loro sublimazione.

È la convinzione che la bellezza risulti visibile solo se frutto di una sapiente investigazione, curiosità vigile di uno sguardo interiore, e che i limiti che spesso l’uomo riconosce a se stesso siano solo invenzioni.

È la ricerca di infinito, dell’eternità di cui parla Camilleri, la sua discesa dalla navicella, l’approdo sulla luna. È la sua storia e, in fondo, non può che essere anche la nostra.

Maria Grazia Berretta

“Courbet e la natura”. A Ferrara va in mostra la bellezza del paesaggio

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Gustave Courbet rinnovò radicalmente la rappresentazione del paesaggio: da elemento subalterno a protagonista assoluto. La mostra “Courbet e la natura” celebra questa rivoluzione pittorica e il genio francese.

Inaugurata lo scorso 22 settembre, nelle sale di Palazzo dei Diamanti, uno dei gioielli architettonici di Ferrara, “Courbet e la natura” riporta in Italia, quasi cinquant’anni dopo la retrospettiva romana, le opere del pittore d’oltralpe.

Personalità forte, Courbet determinò un cambiamento davvero radicale nella pittura, anticipando temi e stili cari a future generazioni di pittori.

La mostra ferrarese, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, è un’opportunità unica per conoscere un pittore che per taluni aspetti può essere considerato il “papà” degli impressionisti.

La mostra si articola su dodici sezioni che ripercorrono l’attività artistica di Courbet.

Si comincia con gli anni giovanili, splendidamente rappresentati dall’Autoritratto con cane nero, il cui l’artista si dipinse nelle eleganti vesti di un dandy senza rinunciare al suo carattere campagnolo.

Poi fu la volta di Parigi.

Sul finire del 1839 Courbet si trasferì nella capitale francese, una città in pieno fermento, ben diversa dalla piccola e provinciale Ornans in cui era nato nel 1819.

A Parigi, al Louvre in particolare, studiò la pittura dei grandi del passato.

Simbolo di questi anni è il dipinto Fanciulle sulle rive della Senna che fu aspramente criticato al Salon del 1857 per le dimensioni della tela, più adatte a un soggetto mitologico, ma anche per l’eccessiva sensualità delle due ragazze.

Critiche che non ferirono più di tanto Courbet che, invece, continuò a studiare concentrandosi sempre più sul paesaggio.

Proprio la natura, elemento a lui profondamente caro, divenne una sorta di ossessione.

Non più semplice corollario ma soggetto fondamentale della sua pittura. E, quando sono presenti figure animali o umane, queste vengono quasi assorbite dal paesaggio stesso, tanto che, in talune opere, a malapena si notano.

È il caso, ad esempio, del bellissimo La sorgente della Loue del 1864 in cui la figura del pescatore è fagocitata dall’immensità della parete rocciosa della  grotta.

Un dipinto che palesa la passione di Courbet per la speleologia e per le rocce in genere.

Rappresentare quelle realtà misteriose e poco conosciute, significò per Courbet un attento studio dal vivo di quegli ambienti, corroborato anche dai consigli dell’amico geologo e paleontologo Jules Marcou.

A 21 anni Courbet scoprì il mare e fu un amore infinito.

Per un uomo legato alla finitezza della terra, lo sconfinato paesaggio marino fu un’autentica rivelazione.

In una lettera ai genitori scrisse di essere stato rapito dalla vista del mare che gli suscitava il desiderio di partire per vedere il mondo intero.

Questo amore si tradusse in rappresentazioni del mare sia in stato di quiete, come nel bellissimo Tramonto: spiaggia a Trouville del 1866, ma anche in piena irruenza.

Dalla finestra della casa a Etretat in Normandia, Courbet poté vedere, ammirare e analizzare la forza impetuosa del mare in burrasca.

Il risultato finale fu straordinario come evidenziato da tele come L’onda del 1869, (gentile prestito della National Galleries of Scotland di Edimburgo), per cui utilizzò diverse tecniche pittoriche, dall’uso della spatola a quello dello straccio, passando, persino, per i polpastrelli.

Nel vedere le diverse rappresentazioni delle onde Paul Cezanne esclamò: «sembravano giungere dalla notte dei tempi.»

Nel 1873 Courbet riparò in Svizzera.

Alla base di questo esilio ci fu la volontà di sfuggire alla condanna per il suo coinvolgimento nella Comune di Parigi e all’accusa di aver provocato l’abbattimento della Colonna Vendome, simbolo del potere imperiale.

Agli anni svizzeri è dedicata la penultima sala con opere di una bellezza impareggiabile.

Il suggestivo Panorama delle Alpi del 1876 ma anche le tre splendide versioni del lago di Lemano, le tele esposte.

Come nella rappresentazione delle rocce o delle onde anche in quella del lago di Lemano, dipinto in diversi momenti della giornata, Courbet studiò attentamente l’effetto della luce sulle varie superfici.

Un’analisi che influenzerà e non poco gli impressionisti, a cominciare da Monet.

Questi, nelle diverse raffigurazioni della sua Cattedrale di Rouen, farà suo l’insegnamento di Courbet.

Chiude la mostra “Courbet e la natura” l’ultima sezione, dedicata al tema della caccia.

Il pittore nativo di Ornans aveva per l’arte venatoria una vera e propria passione, praticata fin da bambino nei frondosi boschi della Franca Contea.

Emblematico di questo periodo è il suggestivo Volpe nella neve del 1860.

Questo olio su tela raffigura una volpe che ha appena ucciso un piccolo topo, il cui sangue irrora la bianca neve.

Un’opera che consacra una frase che l’artista amava ripetere: «Il bello è nella natura.»

Nella Volpe nella neve Courbet rese al meglio il contrasto fra il rossiccio manto dell’animale e la candida neve.

Per dipingere quest’ultima usò la spatola e, ricorse non solo al bianco ma anche a colori quali il blu e il nero.

Per la volpe, invece, utilizzò il pennello.

Il merito maggiore della mostra “Courbet e la natura” è quello di presentare uno dei padri del rinnovamento pittorico dell’Ottocento in una veste meno nota ma originale.

Non il pittore famoso per i suoi nudi femminili, fra cui il celeberrimo L’Origine del mondo, ma quello stregato dalla bellezza del paesaggio.

Un rapporto fecondo, come indicato dallo storico dell’arte, Vasilij Gusella, «tra la sua arte e l’ispirazione derivante dal confronto con la natura.»  

Maurizio Carvigno

Spesso il mal di vivere ho incontrato: il malessere nell’indie italiano

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Eugenio Montale aveva spesso incontrato il mal di vivere nel “rivo strozzato che gorgoglia, nell’accartocciarsi della foglia, nel cavallo stramazzato”. Era il lontano 1925 quando è stata pubblicata Ossi di seppia, la raccolta di poesie dell’autore genovese che contiene Spesso il male di vivere ho incontrato.

Novantatré anni dopo, in un contesto sociale, politico e culturale completamente diverso, il male di vivere non è affatto scomparso e diventa anzi una tematica ricorrente nelle canzoni indie italiane.

A volte il malessere prende le vesti dell’insofferenza nei confronti di una generazione più adulta che non comprende la difficile condizione esistenziale dei giovani d’oggi; altre volte assume le sembianze della solitudine come stato mentale e dell’insonnia come stato di fatto; a volte è il risultato del disorientamento in un mondo in cui è difficile trovare il posto giusto per il proprio “io”.

Ed ecco quindi dieci brani per abbandonarci al male di vivere dei giorni nostri, partendo dai Canova!

Vita sociale – Canova

Malgrado passi le giornate da solo
E passa anche il silenzio
Ma lo sento parlare
Vorrei morire, vorrei morire
Anche se fuori c’è il sole
E mando a puttane la mia vita sociale
E sento che sbadiglia pure il cane
Vorrei morire, vorrei morire
Anche se per un giorno solo

Tutta la vita – Gazzelle

È quasi sera e mi fumo un’altra sigaretta
Mi sento solo come una goccia fuori la finestra
E cerco nel frigo un ricordo buono da mangiare
E nel pianoforte un respiro da dimenticare

Frosinone – Calcutta

Mangio la pizza e sono il solo sveglio in tutta la città
Bevo un bicchiere per pensare al meglio
Per rivivere lo stesso sbaglio
A mezzanotte ne ho commessi un paio
Che ridere che fa
Mangio la pizza e sono il solo sveglio in tutta la città

Stai tranquillo – Ex Otago

Scusa
Non riesco a stare fermo
Ma per favore
Non mi dire stai tranquillo
Perché tranquillo non sono
Perché se cerco e non trovo
Io mi agito oh oh

La legge di Murphy – Cimini

Chi da solo si spara, chi non trova lavoro, chi si perde per strada
Chi non sa cosa dire, chi non sa come va a finire
O forse non vuole capire

Sopra letti di gomma
Sulle sedie in corallo
Sotto il cielo d’inverno
Nelle piste da ballo
Non ho ancora capito qual è il posto migliore per me

Coez – Dramma nero

Ti è mai capitato di startene a letto
Non riuscire a dormire nella tua metà
Ti sarà successo, girare depresso
In macchina solo per la tua città
Io non so più chi sono
C’è qualcosa di me che mi porta lontano
Ma lontano da che?
Io non so più chi sono
C’è qualcosa di me che mi porta lontano
Ma lontano da me

Altrove – Eugenio in via di Gioia

Devi essere contento
Devi autocompiacerti
E avere stima di te
Mostrare tutto quel che fai
Aggiornarti, evolverti
E correre sempre
Affossare gli altri con forza
E senza sporcarti le mani

Disperato – Thegiornalisti

Disperato me ne vado in giro per la città
Con gli occhiali scuri
Di domenica, quando la gente è a tavola già
Io cerco
Di non buttarmi via

https://www.youtube.com/watch?v=EZ-aj3ZtmNQ

Quando ho incontrato te – Cosmo

Guardo dentro di me o forse no
Quanto è borghese tutto questo, mi vergogno un po’
Non so più come sto, chi vincerà
Né come stavo quando mamma ha lasciato papà
Ciò che è sepolto in me ritorna su
Speriamo spunti fuori qualche bel ricordo

I giovani di oggi – Ex-Otago

Oh, se i giovani d’oggi valgono poco
Gli anziani cosa ci hanno lasciato?
La Salerno Reggio-Calabria, gli Esselunga e Miss Italia
Lasciateci sbagliare seguendo le nostre visioni
E scoprirete che abbiamo qualcosa, qualcosa da urlare, qualcosa da urlare
Dentro i bar o sui metrò, in coda alle poste e in cima a un monte
Nei fast food, nelle auto blu, in parlamento e in ogni momento
Ti è mai capitato di sentire pronunciare questa frase
I giovani d’oggi non valgono un cazzo

Valeria de Bari

E se la vostra voglia di indie italiano non è finita potete ascoltare la nostra playlist per ex o quella dedicata al sesso.

Sesso ed erotismo ai tempi dell’indie italiano

Palmina – amara terra mia. Il coraggio di una ragazzina contro l’orrore degli adulti

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Palmina – amara terra mia di Giovanni Gentile, in scena fino a domenica 4 novembre al teatro Kopò, è uno di quegli spettacoli che non si può perdere. Il regista pugliese, ancora una volta, assesta un pugno in faccia alla nostra ipocrisia di ben pensanti. Ancora una volta Gentile racconta la cronaca, specie quella più taciuta, attraverso la magia del teatro.

Del dramma di Palmina Martinelli sentii parlare per la prima volta molti anni fa.
Era il 1989 e a raccontare della morte di una ragazzina originaria di Fasano, provincia di Brindisi, era Corrado Augias con la trasmissione Telefono Giallo, uno dei migliori programmi del giornalista romano.
Un fatto di una crudeltà indicibile che mi sconvolse per l’atrocità della morte di Palmina e per l’assurda vicenda processuale.

E’ l’11 novembre del 1981 quando Antonio Martinelli rientrando in casa trova sua sorella Palmina avvolta dal fuoco.

La sorella è nel bagno, accovacciata sul piatto doccia nel disperato tentativo di spegnere il fuoco che la sta divorando ma quel giorno a Fasano non c’è acqua.

Antonio prova a fare qualcosa, tenta di spegnere le fiamme che bruciano il corpo di Palmina. Chiede aiuto, chiama i soccorsi ma le conseguenze sono comunque drammatiche.

All’ospedale di Bari accertano che la ragazzina, ha solo quattordici anni, ha riportato ustione terribili, che interessano il 70% del suo corpo.

Morirà ventidue giorni dopo, il 2 dicembre 1981, alla fine di un’estenuante, terribile agonia. Palmina, però, fa in tempo a parlare.

Al fratello, ai medici, ai carabinieri e specialmente al giudice Nicola Magrone, racconta quello che le è successo e fa i nomi dei suoi carnefici.
Le parole pronunciate con un filo di voce dal suo letto d’ospedale sono precise, circostanziate, registrate.
«Entrarono Giovanni ed Enrico (si tratta di Enrico Bernardi e Giovanni Costantini ndr) e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono in bagno, mi tappano gli occhi, mi mettono lo spirito e mi infiammano.»

Palmina Martinelli, sesta di undici figli, ha una testa piena di capelli neri, lunghi e irrequieti come l’adolescenza, come la sua voglia di vivere.
Nonostante sia poco più che una bambina ha il coraggio di dire no a un sistema che la vuole una schiava sessuale, un corpo da sfruttare per “regalare” piacere a dei comuni mostri.

Ma a quello schifo, Palmina si ribella. Lei “la vita” non la vuole fare, vuole correre ed essere felice.

La prostituzione di giovani ragazze non è purtroppo una novità nel paese di Fasano e ha già  toccato anche la stessa famiglia di Palmina.

L’11 novembre mani rimaste ancora anonime la strappano per sempre alla vita.

Ad oggi  la giustizia non ha dato un nome e un volto agli assassini di Palmina Martinelli.
Le indagini, condotte dal PM Magrone, dopo anni di processi, si concludono nel 1989 quando la Suprema Corte di Cassazione assolve i due imputati.
La motivazione lascia esterrefatti: insussistenza del fatto.

A quel verdetto Mina, la sorella di Palmina, non crede.

Per lei è impossibile che sua sorella, una ragazza così vitale, si sia data fuoco, oltretutto senza un vero e proprio motivo.
La verità per lei è un’altra e va cercata e finalmente trovata. Per questo Mina presenta, nell’ottobre del 2012, un ricorso per riaprire il caso. Alla base della richiesta, tra l’altro, la perizia del medico legale che dimostra come la ragazzina non abbia potuto darsi fuoco.
Lo aveva fatto qualcun altro.
La pervicacia di Mina trova parziale giustizia. Il 30 marzo 2016 la Cassazione stabilisce che la Procura di Bari debba riaprire il caso.
Non si tratta, dunque, di suicidio ma di omicidio, anche se i responsabili sono ancora senza un nome.
Il dramma di una ragazzina che voleva solo vivere e correre incontro al futuro, è l’essenza dello splendido spettacolo di Giovanni Gentile, Palmina – amara terra mia.
Già autore, fra gli altri, di spettacoli come Denuncio tutti e Chi ha paura di Aldo Moro, Gentile in questo lavoro, in scena al teatro Kopò di Roma fino al 4 novembre, fa ancora una volta vibrare i polsi al pubblico in sala.
Prodotto da Compagnia Teatro Prisma di Bari, Palmina – amara terra mia ha vinto il premio come Miglior Spettacolo Teatri d’Inverno 2017, oltre che la nomination come Miglior Drammaturgia al Roma Fringe Festival 2016, raccogliendo in ogni luogo dove è stato rappresentato unanimi consensi.
Uno spettacolo che lascia il segno e che ha cambiato la vita allo stesso regista, come dichiarato da Gentile a Culturamente in una recente intervista.

Per scrivere Palmina – amara terra mia, Giovanni Gentile ha fatto davvero di tutto!

«Ho cercato di intrufolarmi negli archivi del Tribunale di Bari, ho rotto le scatole ai Carabinieri per farmi accompagnare dal Procuratore a chiedere permessi vari, che ovviamente mi ha negato. Per scrivere Palmina. Amara terra mia, ho davvero rischiato la denuncia
Sul palco del Teatro Kopo, Barbara Grilli, come in altri spettacoli di Gentile, domina la scena in modo straordinario, con una bravura e una disinvoltura impressionanti.

Barbara ha la straordinaria capacità di recitare da sola senza esserlo. Cattura l’attenzione di ogni spettatore, coinvolgendolo come pochi attori sanno davvero fare.

Vi conduce con mano ferma nella Fasano di quegli anni, dilaniata dalla droga, umiliata dalla prostituzione. Vi fa sentire il puzzo di certe case popolari e vi mostra l degrado di certi ambienti sociali.

Barbara, che per questa interpretazione ha vinto il Premio Martucci nel 2016 come migliore attrice, è nata per fare teatro. Anche i suoi silenzi sono pietre che lasciano il segno.

Quando, sulle note di De André, cala il sipario sullo splendido spettacolo di Giovanni Gentile, gli applausi sono scroscianti.

Rimane di questa serata una palpabile emozione e la consapevolezza che quella ragazzina dovrà prima o poi avere giustizia per un fatto mostruoso che, nel corso di quegli anni Ottanta, fu assurdamente derubricato a suicidio.
Dal teatro Kopo, a cui va il merito di aver accolto un testo così coraggioso che meriterebbe anche altri palcoscenici, Barbara Grilli, Giovanni Gentile e soprattutto Palmina chiamano in causa il mondo degli adulti, uno ad uno, ugualmente coinvolti, lo stesso responsabili.
A queste accuse di correità, come lo stesso regista ricorda, non si può che «rispondere se non cercando di dare loro una eco nazionale» e il teatro, ne siamo certi, è un megafono fortissimo.
Palmina – amara terra mia, scuote coscienze assopite, urlando con la forza delle parole, una delle tante ingiustizie della nostra storia patria.
Parole forti e coraggiose come quelle che la piccola Palmina scrisse alla madre nella sua ultima lettera:

«mamma, e tu che fai? Quando mi insultano, quando mio cognato mi picchia, quando papà mi chiude in casa.» 

 

Maurizio Carvigno