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L’insostenibile pesantezza del precariato nella Napoli di Alessio Forgione

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“Napoli mon amour” è l’esordio narrativo di Alessio Forgione. Un’istantanea sul precariato lavorativo ed esistenziale di cui avvertiamo l’essenza. E che disturba nella sua urgenza.

Ad Alessio Forgione è bastato un attimo d’ispirazione fortuita per partorire in nuce uno dei titoli migliori dell’anno che volge a termine. Lo ha fatto in sordina, appuntando un’idea balenatagli in sonno e in veglia, in quello spazio del “tra” che caratterizza la vita del protagonista. E un po’ anche la sua.

La componente autobiografica del testo del resto c’è, si avverte, e Forgione non la ridimensiona nemmeno più nelle interviste che ruotano sempre intorno agli stessi temi. È poderosa e sfumata nei contorni, capace di attraversare i dettagli di un’esistenza ferma, soffocata. Nei “Detti memorabili di Filippo Ottonieri” Leopardi mette in bocca al suo alter-ego la massima secondo cui un buono scrittore deve parlare innanzitutto di se stesso. Non c’è altro modo, infatti, di rappresentare «le cose altrui se non parlando delle proprie», giacché l’uomo ravvisa i propri tormenti nelle storie di un altro, piuttosto che nel suo animo. È una questione di minor resistenza, di approccio non condizionato.

Ciò che Forgione fa in “Napoli mon amour” è pericolosamente vicino a quanto raccomandato nel memorabile detto. Pericoloso perché scoperchia una realtà che è sotto gli occhi di tutti.

Perché dà voce a paure inespresse che si vestono di sicurezza. Perché attribuisce un nome e un volto a un campione di umanità “diversa” che oggi – forse – è un po’ meno altra e decisamente più nostra.

 

NNEditore
Alessio Forgione
Fonte: NNEDITORE

 

Non è certo un caso, allora, la scelta di NNEditore di pubblicare il testo nella serie Innocenti, per ricordarci come, in una storia che si ripete sempre uguale, siano sempre i meno “corrotti” ad avere la peggio. Lo aveva detto Pasolini, con quei Ragazzi di vita che corrono nel sole ignorando la sorte di sacrificio o sottomissione che li attende. E lo ribadisce adesso Alessio Forgione, tramite la caratterizzazione di un personaggio fuori dal tempo che incarna tutte le paure di una generazione frustrata.

Amoresano – questo il suo nome o meglio, il cognome – è un trentenne con due lauree all’attivo e un passato da marinaio sulle grandi navi. Gli unici soldi che ha se li è guadagnati così, lontano da casa, senza provare nostalgia, in mezzo a quel mare che solo riesce a calmarlo. Come il pensiero di Procida insieme all’amico Russo. Come la spiaggia raggiunta da piccolo in un ricordo fantastico. Il mare che dai surrealisti ad Adorno passando per la psicoanalisi è ritorno a uno stato di primigenia felicità.

Vita allo stato puro, l’unica possibile per non soffocare nella polvere di un Paese vecchio come le scartoffie burocratiche che si porta dietro.

Ma, Anna Maria Ortese docet, il mare ancora oggi non bagna Napoli. Tantomeno la Napoli di Amoresano, che – come Alessio Forgione – si ritrova umiliato in un seminterrato a discutere se vendere portachiavi e azalee o lavorare in un call center.

E allora tanto vale aspettare ancora un po’, tanto uno con due lauree qualcosa di appagante dovrà pur trovarla. Nel frattempo ci sono le birre, scolate di bar in bar insieme a Russo e contando i soldi. Ci sono i pranzi di mamma, preparati con amore senza mai una parola fuori posto, solo un timido «Che fai? Stai cercando?». Di tanto in tanto, così, senza disturbare. E poi c’è il Napoli di Sarri, con Lorenzo Insigne che per Amoresano è un «cazzo di eroe romantico», uno di quelli che non è di questo mondo.

Come lui, del resto, che al sistema Italia sente di non appartenere e che ne è vittima e in fondo un po’ complice. Lui che come la città non sa fuggire da se stesso, perché si ama e si odia in una misura tale che l’assuefazione e il riscatto finiscono per confondersi e anestetizzarsi l’un l’altro.

 

NNEditore
Napoli

Amoresano non ha più impulsi, rimane in una zona di comfort che gli è stretta e scomoda ma che in fondo regala sicurezza. Nell’attesa del dopo, nel rimandare a domani. Fino a che non arriva l’amore a sconvolgere tutto.

È un tornado che porta come sempre un nome di «femmina», Lola, che poi è Nina, ma sceglie la maschera nabokoviana per presentarsi a lui. E già questo non promette nulla di buono, perché si sa quali conseguenze ha su Humbert Humbert la passione per Lolita. Ma Amoresano non se ne cura. Proprio lui che scrive e divora libri tanto da citare “La bella estate” in una conversazione da rimorchio al bar. Si fa trascinare e dopo una parentesi in cui tutto sembra possibile, finanche la felicità, la sua esistenza torna al punto di partenza, solo più piatta, e ancor più spezzata.

È una vita paralizzata dall’urgenza di qualcosa che si desidera ma a cui non si riesce a dare un volto. Sospesa – come dicevamo – nello spazio del “tra”: tra le illusioni, tra i sogni, tra il bene e il male che non si conciliano mai.

È la vita di Amoresano e di Alessio Forgione, così come quella di tanti giovani cresciuti a speranze e convinzione che bastasse una laurea a garantirsi un futuro stabile nel proprio Paese. Rispetto al quale partire e restare rappresentano due facce complementari di un coraggio misto ad angoscia.

È su questa drammatica presa di coscienza che Alessio Forgione costruisce le basi di un’opera che in 223 pagine ci mette dinnanzi a un disturbante quadro esistenziale e umano. Lo fa con una scrittura cruda, asciutta, fatta di frasi brevi e taglienti come la lama di un rasoio. E il tutto, semplicemente, nella maggiore sincerità possibile. È per questo che Amoresano è lui e noi, in quella paralisi da urgenza del “tutto” che viene spazzata via da una realtà che non sa rispondere a questo. E nemmeno si sforza di farlo.

La quarta di copertina del volume recita che «Questo libro […] è per chi ha capito l’immensità blu di perdere tutto, in un solo momento, come lasciare un bagaglio su un treno in partenza». Ma questo libro è anche altro. È realtà cruda, irrimediabile evidenza per chi, parafrasando Tondelli, voleva tutto, e si è sempre dovuto accontentare di qualcosa.

 

Ginevra Amadio

Atypical: le difficoltà dell’autismo raccontate in una serie tv

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Sam ha diciotto anni ed è autistico. Atypical è la serie tv di Netflix che racconta con delicatezza e leggerezza il suo modo di affrontare l’adolescenza.

Da quando Netflix è arrivato in Italia, di certo qualcosa è cambiato. Con l’arrivo del più famoso servizio di streaming legale l’offerta di serie tv disponibili è aumentata a dismisura. È molto probabile che la maggior parte di noi perda più tempo a sceglie cosa guardare, invece che a guardare realmente qualcosa.

In questo mare di contenuti alcuni riescono a spiccare rispetto agli altri. Tra questi rientra senza dubbio Atypical, la serie tv targata Netflix giunta alla sua seconda stagione, che racconta la normalità dell’autismo.

Atypical segue le vicende di Samuel Gardner (Keir Gilchrist), un ragazzo autistico di 18 anni. Sam deve fare i conti con i drammi adolescenziali che ogni ragazzo della sua età è costretto ad affrontare. Le prime cotte, il liceo, il rapporto con i compagni di scuola, la scelta del college. Tutto però sembra più difficile quando si è un adolescente autistico.

I genitori di Sam, Elsa (Jennifer Jason Leigh) e Doug (Michael Rapaport), hanno iniziato a capire che qualcosa non andava quando Sam ha cominciato ad avere difficoltà a rapportarsi con i suoi pari. Dopo innumerevoli visite mediche è arrivata la diagnosi: Sam è autistico.

Senza dubbio una notizia del genere coglierebbe impreparato qualsiasi genitore, e se da una parte Elsa si documenta fino allo sfinimento per essere una perfetta mamma di un bambino autistico, Doug ha molte difficoltà ad accettare la cosa.

In questo quadro familiare si inserisce quello che a mio parere è uno dei personaggi più belli della serie: Casey. Lei è la sorella minore di Sam, la piccola di casa che solitamente dovrebbe catalizzare le attenzioni di tutti. In realtà, Casey (Brigette Lundy-Paine) diventa il punto di forza di Sam. È sempre pronta a sostenerlo quando c’è n’è bisogno, a prenderlo in giro per stemperare la situazione, a mettersi da parte per far vivere al meglio suo fratello. Casey è la sorella che tutti vorrebbero avere.

Atypical serie tv Netflix
Sam e Casey in una scena della seconda stagione

 

Il messaggio più forte che Atypical riesce a trasmettere è che un soggetto autistico non deve per forza essere trattato con i guanti bianchi o necessariamente etichettato come strano o diverso.

Sam è un ragazzo timoroso dei cambiamenti, spaventato all’idea di lasciare la casa in cui è cresciuto per diventare indipendente; ma chi non lo sarebbe alla sua età?

Allo stesso tempo Sam è un ragazzo determinato e intelligente, che coltiva le sue passioni, che è curioso di capire come funziona il mondo.

In Atypical, il racconto dell’autismo e delle difficoltà legate a questo disturbo vengono narrate con estrema delicatezza e inserite alla perfezione nel racconto della quotidianità di Sam. Ogni giorno c’è una nuova sfida da affrontare per lui e qualcosa di nuovo da imparare.

Episodio dopo episodio capiamo che Sam Gardner non è il ragazzo strano e autistico che gira per i corridoi della scuola sempre con le cuffie alle orecchie e che parla ininterrottamente dei suoi amati pinguini. Sam è solo Sam.

 

Simona Specchio 

The Walking Dead 9×03-04: l’inizio della fine (di Rick)

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La nona stagione di The Walking Dead è iniziata come un kumbaya, ma tutti i fan sapevano perfettamente che sarebbe stata l’ultima di Andrew Lincoln. Nessuno spoiler, quindi, nel dire che ci siamo: Rick sta per lasciarci.

Gli episodi che precedono questo doloroso addio, nella fattispecie il terzo e il quarto, sono concentrati sul suo ruolo di essere umano prima che di leader. Mentre Maggie e Daryl tramano alle sue spalle per organizzare l’omicidio di Negan, Rick si rivela ancora una volta l’uomo che è: il padre, il fratello, l’amico, il compagno affettuoso. Colui che non hai mai chiesto di essere seguito e che sempre è stato seguito da tutti come un pastore.

Perché, vi chiederete, ma la risposta è molto semplice: essere leader non significa comandare, significa pensare al bene comune mettendo in secondo piano l’interesse del singolo. Significa lasciare spazio agli altri, esaltare le virtù di ogni componente del gruppo e creare una famiglia laddove non esistono legami di sangue.

Rick ha creato un futuro dal nulla, trascinando con sé per nove stagioni tutti quelli che ha incontrato sulla sua strada. Come tutti gli esseri umani ha palesato le sue nevrosi, i suoi dolori e i suoi punti deboli. Ma come pochi esseri umani ha saputo empatizzare, mettersi in discussione ed è stato sempre e comunque un grande eroe.

Questa doverosa e accorata premessa è imprescindibile arrivati a questo punto. Punto in cui, nonostante le trame dei suoi alleati, Rick si fa carico di deviare da solo un’orda di zombie che rischia di attaccare i suoi. Nel frattempo Maggie è ad Alexandria al cospetto di Michonne: vuole uccidere Negan.

Purtroppo Maggie come leader ha fallito nel momento in cui non ha saputo mettere da parte le proprie vendette personali. Negan meriterebbe la morte, forse è vero, ma cosa si risolverà così? Ogni vita conta, afferma Rick, in un mondo dove la lotta primaria è quella degli esseri umani contro i morti viventi.

Quale scenario si prospetta quindi di fronte ai nostri occhi? Jadis ci lascia intuire che ci sono altre persone, altri accampamenti, e probabilmente porterà Gabriel con sé come ostaggio. Michonne viene dipinta come la mamma, la donna in carriera che sta riscrivendo le leggi della civiltà, ma che di notte si alza e va a fare le ronde, un po’ come faceva Buffy nella quinta stagione quando era insoddisfatta della vita “da casalinga” con Riley (i fan della serie ricorderanno…). La guerriera che è in lei e che Negan scorge molto bene non dorme affatto e sta per riemergere. Sempre che non sia rimasta incinta…

L’unica leale, alla fine dei giochi, è la buona vecchia Carol. Sempre sincera, anche quando in disaccordo. Sempre garbata anche nell’andarsene. E per lei il Santuario non ha chance di redenzione. Interessante vedere come quando non ci sono nemici esterni da combattere, le lotte siano sempre intestine. L’uomo e le sue vendette, l’uomo e le sue debolezze. Questa nona stagione ha messo ben in risalto l’umanità di persone che hanno vissuto per molto tempo all’ultimo respiro, agendo d’impulso, senza porsi troppi quesiti sulla vita e la morte, perché la morte è diventata una costante quotidiana.

Rick ha cambiato tutto questo, ha fatto la differenza costruendo le basi di un futuro che inneggia a una nuova civiltà. Come sarà, quindi, questo mondo senza di lui? Avremo a capo due donne, Maggie contro Michonne?

Lasciamo questi quesiti sospesi, in attesa del tremendo quinto episodio in cui dovremmo dire addio per sempre all’uomo che ha reso The Walking Dead una delle serie tv più amate, nei suoi alti e bassi, dell’ultimo decennio.

Alessia Pizzi

The Walking Dead torna (inaspettatamente) a stupire con la nona stagione

Divertirsi con l’arte: ora si può!

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È finalmente arrivata la nuova app di Google, Art & Culture dedicata all’arte e alla cultura!

La nuova app di Google Art & Culture è finalmente disponibile sui sistemi operativi Android e iTunes.

Se ne sentiva il bisogno? Sicuramente saremmo vissuti tranquillamente senza, così come però saremmo sopravvissuti anche senza l’avvento di What’s app o di Instagram! In questo breve articolo vi spieghiamo perché quest’app è molto interessante e come sfruttarla al meglio!

Google Art & Culture consente di avvicinare il mondo dell’arte e della cultura. Tutto a portata di smartphone!

In che modo? Anzitutto con la prima sezione dedicata alla “conservazione” del passato. Al suo interno, troverete interessanti inserti dedicati alla questione della preservazione dei beni culturali, dalle operazioni per la tutela del patrimonio artistico alle nuove tecnologie messa a disposizione delle arti.

Una prima sezione informativa in cui è possibile attingere a varie notizie più “di nicchia” o rintracciabili solamente dagli addetti ai lavori.

Segue poi una sezione più ludica, perfetta per chi con l’arte fa fatica a familiarizzare: Art Selfie.

  1. Scattatevi un selfie con l’app.
  2. Il sistema elaborerà i vostri tratti somatici
  3. Sarete associati ad un ritratto!

Ne vedrete delle belle!

Segue la sezione dedicata ai grandi musei.

Una passeggiata tridimensionale all’interno dei maggiori musei: dagli Uffizi al Louvre. Potrete visitare le collezioni della National Gallery o del Whitney Museum of American art!

Non sarà come visitarli di persona…ci mancherebbe! Lo scopo di questa app non è certo quella di incentivare l’addivanamento professionista! Tuttavia è interessante poter avere all’interno di un’unica applicazione accesso a informazioni relativi a musei, gallerie, centri culturali raggruppati per area geografica.

Perché dovresti avere sul tuo telefono l’ennesima app inutile? Perché inutile non lo è! Puoi giocarci, informarti, fare considerazioni sui futuri viaggi e… perché no! Prospettare visite verso mete mai prese in considerazione prima.

Un consiglio: scaricatela. È gratis.

Serena Vissani

“La musica ti fa librare nell’aria.” Intervista al M° Massimiliano Sinceri

Anni fa Andrea Bocelli cantava “Vivo per lei” dedicando quel pezzo al suo grande amore: la musica. Per il M° Massimiliano Sinceri la musica è da sempre la sua vita. Lo abbiamo intervistato per conoscere il suo mondo fatto di note.

La vita di Massimiliano Sinceri è la musica.
Raramente ho conosciuto una persona che abbia una passione così forte e alla quale dedichi tutto sé stesso.
Uno di questi è Massimiliano Sinceri, uno straordinario musicista ma, prima di tutto, un amico.
La musica è per Massimiliano una ragione di vita, fin dalla tenera età.
Dopo aver conseguito il diploma di pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica “L. Refice” di Frosinone sotto la guida del M° Maria Lettiero, Massimiliano ha continuato a studiare perfezionandosi costantemente.
Al Diploma di Laurea in Direzione d’Orchestra, conseguito presso il Conservatorio Statale di Musica “L. Refice” di Frosinone sotto la guida del M° Giorgio Proietti con la votazione di 110 e lode, si è aggiunto il Master Alto Perfezionamento in Direzione d’Orchestra presso l’Accademia Musicale Pescarese sotto la guida del M° Donato Renzetti e del M° Dario Lucantoni.

Non contento Massimiliano Sinceri ha anche conseguito il Diploma di Strumentazione per Orchestra di Fiati (ex Strumentazione per Banda) presso il Conservatorio di Musica “L. Refice” di Frosinone;

Oggi, a un passo dai fatidici quaranta, Massimiliano Sinceri vanta un curriculum musicale incredibile, che riempirebbe più di una pagina.

Eccelso pianista, vanta concerti in contesti prestigiosi come, ad esempio le “Scuderie Aldobrandini” di Frascati come solista nell’anno 2000, eseguendo brani di Beethoven e Chopin, o presso la residenza privata dei signori Hassan in Roma alla presenza dell’Ambasciatore d’Israele Meir, del Ministro degli Esteri Frattini, oltre che di altri politici nazionali e internazionali, con un repertorio che ha svariato da Chopin a Mozart, passando per Beethoven, Liszt, Schumann, Schubert e Debussy.

Non solo la carriera da solista ma anche quella da direttore d’orchestra che lo ha portato a girare il mondo dirigendo musicisti di tutte le latitudini.

Dall’Orchestra Sinfonica di Stato del Teatro dell’Opera “Megaro” di Tessalonica a quella Nazionale Algerina, a cui si aggiunge, dal 2001, la direzione del Coro Polifonico della Polizia Locale di Roma Capitale con cui si è esibito in innumerevoli manifestazioni sacre e profane su tutto il territorio di Roma Capitale e su tutto il territorio nazionale.
Abbiamo incontrato Massimiliano per parlare di musica e non solo.

Quando è nata la passione per la musica?

Da piccolo, tra gli 8 e i 10 anni.
Ricordo che una volta in un sabato di festa in cui non c’era scuola mi svegliai al mattino con l’idea di insegnare la musica agli altri bambini del palazzo in cui abitavo.

Mi preparai e attaccai sulla porta un foglio di carta colorato in cui dicevo che avrei dato lezioni di musica gratis ai miei compagni di gioco.
Il bello è che il tutto si limitava soltanto alla lettura delle note sul pentagramma, nulla di più. Eppure ebbi successo e nel giro di qualche ora i miei compagni erano lì con me ad imparare a leggere il rigo musicale.

Poi quando iniziai le scuole medie ebbi la fortuna di trovare due ottimi insegnanti di musica che mi stimolarono e mi trasmisero la curiosità e l’interesse per iniziarmi a questa arte.
La prima fu una flautista – ero l’unico della classe e della scuola che suonava il flauto dolce di legno (odiavo quello in plastica) ed avevo imparato da solo seguendo qualche suo consiglio.
Mio padre decise allora che avrei dovuto continuare lo studio del flauto ed avrebbe voluto che studiassi addirittura con il grande Severino Gazzelloni.
L’altro insegnante fu, invece, un contrabbassista e mi trasmise l’interesse per la teoria musicale e per la storia della musica e mi spronò ad imparare anche uno strumento a tastiera.
Quando mio padre morì scattò la necessità ed il desiderio di rinascere e tirare fuori me stesso e fu lì che in una scuola di musica pomeridiana conobbi la mia insegnante di pianoforte e la mia strada. E nel tempo si sono susseguiti i corsi accademici, i diplomi, i master e via dicendo.

Puoi spiegarci cosa si prova quando si dirige un’orchestra?

Bella domanda. Dentro di me vi è uno scoppio incredibile di emozioni. Ci si sente avvolti dai vari suoni prodotti dagli strumenti e trascinati come in un vortice che solletica i sensi e fa vibrare tutto e ti senti come se i tuoi piedi non toccassero più terra.
E’ il potere della Musica quello di trasportarti lontano e farti anche librare nell’aria. Bisogna però che si resti con i piedi in terra, altrimenti se ci si lascia troppo inebriare si rischia di mandare tutto in fumo.

La presenza del Direttore per un’orchestra è cosa fondamentale.

Tutti i musicisti percepiscono la presenza o l’assenza del Maestro e suonano a seconda se lui è o non è lì con loro.

Tra il Direttore e l’orchestra si deve creare una profonda sintonia affinché il risultato ottenga poi enormi vantaggi.

La soddisfazione più bella in questi anni di carriera?

L’apprezzamento del pubblico e di molti colleghi musicisti. Significa che hai studiato e lavorato bene.
Adoro sempre, soprattutto quando finisco i concerti all’estero, vedere i giovani, tra cui anche bambini, venire da me per congratularsi e chiedere un autografo, una foto ricordo o fare domande di musica. Mi si riempie il cuore quando i ragazzi si interessano a quello che faccio e si incuriosiscono facendomi domande sulla mia attività, sulla musica.

E’ una cosa che noto molto di più all’estero che non in Italia.

Fuori dall’Italia ho già insegnato e tenuto Master nei Conservatori locali, in Italia no. Sono appena tornato da una tournée in Algeria e il calore dimostratomi dal pubblico locale mi ha veramente entusiasmato e spronato a fare sempre di più.

 

Si dice che un musicista non smetta mai di studiare. Quante ore dedichi alla musica?

Quando facevo soltanto il pianista e non avevo ancora iniziato a lavorare stavo anche 10-12 ore al giorno sul pianoforte.

E i risultati si vedevano. Poi le cose sono cambiate.

Ho dovuto riorganizzare la mia vita finché sono arrivati gli altri studi e il tempo per la musica, seppur corposo, si è dovuto suddividere per le varie attività: strumentista, compositore, direttore.
Diciamo che ormai, metà giornata è dedicata alla musica e metà al lavoro quando c’è.

Il fatto che un musicista non smetta mai di studiare non è un detto. E’ cruda e dura realtà.

Ai ragazzi che frequentano i conservatori o a tutta quella schiera di musicanti o musicisti che pensano di aver terminato gli studi avendo strappato un misero diplomino o avendo sostenuto un solo esame e credono di essere arrivati alla fine degli studi, ripeto sempre: “Miei cari, non avete capito niente! E’ da adesso che iniziate veramente a studiare!”

Tra le mille attività sei da anni anche un agente della Polizia locale di Roma. Come concili questa professione con l’attività musicale?

In realtà ho voluto io conciliare la mia prima e vera attività con questa. Sin da subito, appena assunto, sono stato nominato Maestro Direttore del Coro Polifonico della Polizia Locale, una attività extra-lavorativa che riappariva nuovamente nel panorama della Polizia Municipale dell’epoca dopo quasi 30 anni.
Ebbene sì, negli anni ’70 esisteva un Coro dei Vigili Urbani. Il sottoscritto lo ha rimesso in piedi e quest’anno festeggia i 19 anni di rinascita.
Oltre al coro poi, ho collaborato spesso con colleghi cantanti e musicisti della Banda del Corpo e, chissà che in futuro non riesca anche a raggiungere il podio della Banda Musicale. Vedremo.

È più facile dirigere il traffico caotico di Roma o un’orchestra?

Ora ti faccio ridere. Appena entrato nel Corpo ero giovincello – avevo 21 anni – c’era un caro collega in Centrale Operativa, ora defunto, che ogni volta che saltava un semaforo in strada ad un incrocio chiamava me dicendo: “Massimilià! A te piace dirigere! Vai un po’ lì a divertirti!” E io andavo.
Devo dire che mi piaceva, ma non era assolutamente esaltante come l’orchestra. Sicuramente gli strumentisti sono assai più disciplinati degli automobilisti italiani.
Pensa che lo stesso Maestro Muti passeggiando una volta per Via del Corso si imbatté in un vigile – mi pare a Piazza Venezia – che, forse alle prime esperienze, era un po’ impacciato nel dirigere il traffico. lo osservò e quando si risolse l’ingorgo gli si avvicinò dicendogli:
“Stia rilassato! Pensi ad una grande orchestra!” e se ne andò.

A pochi giorni dal tuo quarantesimo compleanno, quale regalo vorresti ricevere?

Tante cose. Mi piacerebbe assai potermi dedicare interamente al mio mestiere di Musicista.
Se non altro vorrei poter continuare a suonare e dirigere finché vivrò e trasmettere agli altri grandi emozioni, oltre a quello che ho imparato.
Mi piacerebbe poter vivere in un’Italia, patria delle arti, in cui seriamente il sistema educativo nazionale ripristini sin dalla tenera età lo studio serio della Musica e stimoli la nascita, la crescita ed il mantenimento di nuovi talenti.
E’ piuttosto frustrante vedere come in Italia la nostra categoria sia malamente bistrattata ed affossata mentre all’estero diviene il fiore all’occhiello di questo o quel paese.
Basta con il solito meccanismo del produciamo e poi svendiamo agli altri! Coltiviamo e raccogliamo i frutti!
Questo sarebbe un regalo, forse utopico, che amerei ricevere.

Te lo auguro davvero Massimiliano, perché te lo meriti.

 

Maurizio Carvigno

Grey’s Anatomy 15×05: cercasi angelo custode

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L’episodio 5 di Grey’s Anatomy 15 in pochissime parole:

  1. Meredith stalkera Teddy
  2. Amelia è diventata un mamminetor
  3. Avery ha un’illuminazione mistica
  4. S.O.S Bailey
  5. De Luca, Link e Webber cantano Kumbaya

Ma andiamo per ordine, perché alcune dinamiche psicologiche meritano davvero di essere approfondite il più possibile. Del resto, nel corso degli anni, Grey’s Anatomy ci ha viziato con tutti i suoi cavilli emotivi e non sembra davvero voler terminare questa tradizione. Il titolo, Everyday Angel, già lascia intuire che per ognuno esiste un angelo custode, più o meno palese.

L’episodio ha come cornice narrativa lo sfogo di Teddy a casa di Meredith.

Da brava maniaca del controllo la nostra super dottoressa intercetta la Altman per farle capire che deve dire a Owen della gravidanza. Nel frattempo Amelia, ignara di tutto, continua a giocare alla famiglia con Owen, o meglio a fare l’angelo custode di Betty e Leo. E mi dispiacerebbe davvero molto se questa coppia ritrovata si rovinasse con la gravidanza in arrivo. Tradotto: Owen si fa prendere dallo spirito del cavaliere errante che deve seguire la madre del proprio figlio …in Germania. Il piccolo Leo, del resto, prima o poi se andrà con la sua mamma, e cosa resterà al nostro militare dal cuore tenero? In questo caso l’angelo (impiccione) è Meredith, che sta cercando di fare il bene di tutti, specialmente del bambino in arrivo, che non dovrebbe crescere senza un padre.

Nel frattempo Avery torna in città con un caso pro bono: salvare un bambino con un tumore alle scapole. Jackson, tra un’epifania e l’altra, cerca di riappacificarsi con Maggie, ci riesce, ma comunque si intuisce che nella sua mente si sta muovendo qualcosa. Lei anche è parecchio turbata, ed è la matchmaker a farle prendere atto della questione. In questo caso Jackson è l’angelo per il padre del bambino malato, mentre la matchmaker lo è per Maggie.

Focus sulla Bailey, molto importante. Ha finalmente capito che la sua fonte di stress non è la carriera da boss supremo, ma la professione del marito, che da quando fa il pompiere non la fa vivere serena. Coppia che scoppia?

Sicuramente Jo, con la sua solita superficialità, non riesce a essere l’angelo di Miranda, proponendole come soluzione al suo evidente turbamento un bel luogo comune: ma voi vi adorate, siete la coppia perfetta. Se si potesse silenziare questa donna, davvero, sarebbe una gran cosa. Infatti, Miranda cosa fa? Dopo queste parole assolutamente prive di profondità rispetto alla situazione, si alza e se ne va (e come darle torto).

Anche De Luca inizia ad avere nuovi spazi nella serie, come medico e non solo. La scena in cui suona la chitarra con Link mentre Webber canta al pub è proprio quello che vi accennavo a inizio stagione: la nascita di un nuovo trio.  Patetico, posso dirlo, lo sfogo di Alex sul povero Link. Prendersela con lui per non essere intervenuto quando Brooke conobbe l’ex marito violento Paul. Ma cosa ne poteva sapere? E soprattutto, perché partire in quarta con l’odio e il pregiudizio verso una persona quando non si sa nulla di quest’ultima? Alex resta quel è, un impulsivo iperprotettivo. Jo, d’altro canto, continua a risultare davvero insopportabile nella sua inutilità. Sembra un gatto che fa miao miao dalla mattina alla sera per ricevere attenzioni.

Che dire, un episodio sicuramente di passaggio, ma comunque interessante. E scusate l’amarezza ma ci sono alcuni personaggi da sopprimere.

SHONDA, VIENI A ME!

Alessia Pizzi

Grey’s Anatomy 15×03-04: seduzione significa dipendenza?

I Miserabili: Victor Hugo apre il sipario del Teatro Quirino

Dalle viscere del romanzo al teatro. Il capolavoro letterario con Valentina Violo e Franco Branciaroli

Se Victor Hugo, dall’alto della sua geniale megalomania, avesse assistito a questa trasposizione teatrale, avrebbe con certezza affermato che lo spettacolo è ben fatto perché la sua è una grande opera.

Come dare torto a colui che ha dato vita ad una delle più grandi epopee del XIX secolo.

Pubblicato nel 1862, I Miserabili possiede una trama articolata, avvincente e viene definito romanzo storico proprio perché narra quelle che sono le grandi vicissitudini che hanno caratterizzato l’Ottocento francese.

Cinque tomi ove poter camminare attraverso gli anni che vanno dal 1815 al 1833, tra i drammi sociali e le tensioni di una Francia post – Restaurazione, fino a giungere alla rivolta antimonarchica.

È in questo quadro che si aggiungono le riflessioni di natura etica sui protagonisti di questa storia, i peccati e le redenzioni di tutti i disgraziati usciti miseramente dalle guerre napoleoniche.

Scrivere per il teatro. Dal testo al palcoscenico

La transcodificazione e l’adattamento de I Miserabili ad opera di Luca Doninelli, con la regia di Franco Però,  non è solo un audace tentativo di trasposizione teatrale.

Ciò che si evince chiaramente da questo spettacolo è proprio il passaggio da una realtà orizzontale, quella del romanzo, ad una realtà verticale.

La messa in scena più che nella storia sembra voglia viaggiare nel suo significato profondo, nella natura simbolica che il romanzo contiene, considerando i limiti e le evidenti difficoltà dell’impresa.

Il mito di Jean Valjean e la ricerca del bene

Jean Valjean, ex galeotto, fondamentalmente buono e condannato per un reato insignificante al bagno penale, è qui interpretato magistralmente da Franco Branciaroli.

La sua presenza  misteriosa e la fisicità possente dominano la scena.

Il protagonista a teatro incarna alla perfezione i tratti di questo eroe che rappresenta il popolo, il santo o, se vogliamo, l’immagine cristologica che Victor Hugo partorisce per il mondo letterario e che viene donata nuovamente al pubblico sotto un’altra forma.

Per una cattiva azione, Jean, viene ripagato con il bene e da quel momento trova la via per il riscatto.

Il personaggio, dalla psciologia complessa, segue un percorso di continua spogliazione, di annullamento e redenzione per amor del bene.

La donazione totale di sé lo accompagnerà per tutta la vita, fino all’ultimo si, quello di rinuncia alla piccola Cosette, ormai giovane donna innamorata di Marius.

Entrare nel testo: amare la penna e coglierne i misteri

I Miserabili, riadattato da Doninelli, è un’analisi dettata da amorosa affiliazione al testo originale.

È il cammino di questo eroe tra i livelli più alti e quelli più bassi dell’umanità; il percorso da miserabile tra i miserabili.

È il suo incontro con Fantine (Ester Galazzi) e la promessa di prendersi cura di Cosette (Romina Colbasso) come figlia.

È la sfida contro gli avidi Thenardier e l’amore incondizionato di Eponine (Valentina Violo) per Marius (Filippo Borghi).

È il desiderio di riscatto di un popolo in rivolta.

È la lotta interiore di Javert (Francesco Migliaccio), acerrimo nemico di Jean Valjean,  portavoce di una giustizia senza senso, un castello di sabbia che crolla dinanzi al bene.

Le millecinquecento pagine di questa opera monumentale si lasciano sfogliare di scena in scena durante questo spettacolo.

L’idea dello scenografo, Domenico Franchi, di introdurre pannelli mobili, macchine sceniche simili ai periaktoi del teatro greco, regala dinamicità a questo mondo che si disloca sul palcoscenico.

Lo spettacolo gioca in maniera spasmòdica con luci ed ombre, quelle che lo stesso Hugo prova a descrivere nel grande testo e che raccontano la vita.

L’eredità di Victor Hugo

Il tentativo di confezionare per il teatro un pacco regalo adatto al suo pubblico risulta avere un grande successo.

Questo spettacolo, forse senza saperlo, attualizza il tema con delicatezza ed umiltà e, seppur in maniera differente, tramanda la stessa eredità dello scrittore:

«Il destino e in particolare la vita, il tempo e in particolare il secolo, l’uomo e in particolare il popolo, Dio e in particolare il mondo, ecco quello che ho cercato di mettere in quel libro»

Se dunque il romanzo rappresenta il desiderio di un uomo di capire quale è il nesso reale che lo riconduce al tutto, I Miserabili, in scena al Quirino fino al 4 novembre, se ne fa portavoce, ci riconduce all’essenza  delle cose, alla nostra condizione di esseri umani e al momento storico che viviamo.

Un nuovo paio di occhiali, insomma, una nuova forma di scrutatio della realtà che sa di ricerca e sperimentazione e, più di ogni altra cosa, sa di cultura e bellezza.

Maria Grazia Berretta

Andy McKee in concerto al CrossRoads di Roma

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Il chitarrista acustico Andy McKee ha portato la sua bravura e le sue melodie sul palco del CrossRoads regalando al pubblico una serata magica

Si è esibito lo scorso 28 settembre sul palco del CrossRoads live Club, Andy Mckee. Il chitarrista statunitense è uno tra i maggiori artisti di riferimento per gli amanti della chitarra acustica fingerstyle. La serata è stata aperta dal concerto di Mario Romano, un bravissimo  chitarrista acustico romano. Romano ha introdotto  il chitarrista statunitense, suonando alcuni dei suoi brani acustici.

Un concerto cominciato nel migliore dei modi

Dopo l’apertura è venuto il momento dell’atteso Andy Mckee e del suo concerto di cui vi avevamo già parlato in questo articolo. Salito sul palco, ha imbracciato la chitarra e ha iniziato a suonare, in un contesto intimo quale è questo pub.

La serata si è aperta con un suo brano Common Groundal quale hanno fatto seguito brani dal tutto il suo repertorio incluse alcune cover. Andy Mckee è un tipo che parla poco sul palco, si è lanciato nei saluti dopo il primo brano e in qualche spiegazione di canzone come prima She, quando ha raccontato l’aneddoto della ragazza che ha conosciuto e che poi è divenuta sua moglie, alla quale è dedicato il brano.

fingerpicking
Il chitarrista Andy McKee

 Un chitarrista che ha subito molte influenze musicali

Molte sono state le cover suonate nella serata, prodotte durante la sua discografia. Immancabile la cover di Africa dei Toto, ma anche brani di chitarristi acustici che lo hanno ispirato e con i quali ha  collaborato. Ai suoi brani sono seguiti in un alternarsi di melodie brani cover come Ragamuffin di Michel Hedges ma anche Tight Trite Night del suo amico e compositore acustico Don Ross.

Molte influenze che confluiscono in un unico sound

Perché la bravura di Andy Mckee sta proprio nel saper trasformare musiche di tutti i generi in una melodiosa composizione acustica. Sue sono anche cover di musicisti apparentemente lontani da lui come i Tears For Fears o gruppi metal che ha ascoltato fin da piccolo.

Un bel concerto è tale anche grazie a chi lo ospita

Un concerto suggestivo, reso tale grazie al CrossRoads Live Club. Si tratta di un luogo dove ascoltare ottima musica e dove è possibile bere birra e mangiare piatti della casa. Questa combinazione di elementi ha permesso di vivere una serata magnifica. L’atmosfera intima ha permesso di stringere la mano e fare una foto con l’artista presente nel suo stand promozionale a ridosso del’uscita subito dopo il concerto. Cose dell’altro mondo? No, in posti come questi è quotidianità!

Tommaso Fossella

Halloween: playlist 2021 per la notte più spaventosa dell’anno

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Si avvicina la notte più spaventosa dell’anno, quella in cui il regno dei morti entra in contatto con quello dei vivi, quella in cui i mondi ultraterreni incrociano la realtà: Halloween!

Siamo stati al Festival del cinema di Roma per recensire Halloween diretto da David Gordon Green e vi abbiamo proposto i film horror più belli di sempre. Ma per entrare nello spirito giusto della notte del 31 ottobre non poteva mancare la colonna sonora dedicata ad Halloween. Eccola qui!

La playlist per Halloween 2021

Hells bells – ACDC

Hell’s bells, Satan’s comin’ to you
Hell’s bells, he’s ringing them now
Hell’s bells, the temperature’s high
Hell’s bells, across the sky
Hell’s bells, they’re takin’ you down
Hell’s bells, they’re draggin’ you around
Hell’s bells, gonna split the night
Hell’s bells, there’s no way to fight, yeah

Sympathy for the Devil – The Rolling Stones

If you meet me, have some courtesy
Have some sympathy, and some taste
Use all your well-learned politesse
Or I’ll lay your soul to waste

 

Halloween Theme – John Carpenter

https://www.youtube.com/watch?v=VLFx30Ijiq0

This Is Halloween – Danny Elfman

Well you see now, quite simply
That’s all that they do,
Making one unique holiday
Especially for you
But once, a calamity ever so great
Occured when two holidays met by mistake

 

https://www.youtube.com/watch?v=wsumEnI5O2k

Thriller – Michael Jackson

It’s close to midnight
Something evil’s lurking from the dark
Under the moonlight
You see a sight that almost stops your heart
You try to scream
But terror takes the sound before you make it
You start to freeze
As horror looks you right between your eyes
You’re paralyzed

Halloween – The Misfits

This day anything goes
Burning bodies hanging from poles
I remember Halloween

Halloween, Halloween, Halloween, Halloween
Candy apples and razor blades
Little dead are soon in graves
I remember Halloween

Tabular bells – Mike Oldfield

Profondo rosso – Goblin

 

Time Warp  – Richard O’Brien

Spooky Scary Skeletons – The Living Tombstone

Spooky scary skeletons
Send shivers down your spine
Shrieking skulls will shock your soul
Seal your doom tonight
Spooky scary skeletons
Speak with such a screech
You’ll shake and shudder in surprise
When you hear these zombies shriek

Valeria de Bari

Film horror per Halloween 2021: consigli anche per i fifoni

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Quando una comitiva di amici si riunisce, si sa che la parte più complicata è la scelta del film.

C’è chi non sopporta quell’attore, chi dice che tanto si addormenta e chi vuole vedere proprio quel film (che magari conosce a memoria) e cerca di convincere tutti. Ad Halloween diventa tutto più complicato. Il tema della festa richiederebbe la visione di un film horror, ma non tutti sono fan del genere. Alcuni non riescono proprio a guardarli. In effetti, per quanto un libro ti possa spaventare, le immagini cinematografiche ti proiettano all’interno della storia, con tutte le conseguenze emotive del caso. Si vive l’ansia nei momenti di suspense e si salta di paura per il colpo di scena. Per alcune persone questi film hanno una funzione catartica. Altre ne fanno a meno volentieri.

Ma tornando alla nostra serata di Halloween. Mettiamo che un gruppo di amici si riunisca in casa per mangiare una pizza, fare quattro chiacchiere e guardare un film.

Quale film scegliere per Halloween? Chi accontentare? I temerari o i paurosi?

Noi culturini non possiamo scegliere per il gruppo… ma possiamo spaziare tra i suggerimenti in modo da non farvi mancare la possibilità di scelta.

Scream

Se volete un film che sia horror, ma il cui ricordo non vi tenga svegli per notti intere, vedete Scream.

Film cult di Wes Craven, è un ottimo compromesso tra coloro che amano il genere e coloro che hanno la pelle d’oca solo a sentir parlare di orrore. Parlo per esperienza. Non mi piacciono i film splatter, non mi piace l’ansia da suspense, ma Scream è uno dei miei film preferiti. Sarà anche per la forte componente metacinematografica. Infatti, grazie alla presenza di personaggi cinefili, vengono annunciate le “regole” dell’horror che si riscontrano nel modus operandi di un killer seriale che terrorizza la cittadina di Woodsboro.

Dalla serie dei film di Craven sono nati poi gli Scary MoviesPensateci: dopo il momento di terrore, un film per alleggerire l’atmosfera (e farvi uscire fuori di casa senza paura di essere assaliti nel parcheggio) potrebbe essere l’ideale!

IT 1990 o il Remake?

Per i gruppi che, invece, vogliono morire di paura, la nostra Alessandra propone un grande classico del genere horror: IT.

“Il film che nella notte di Halloween non potete assolutamente perdere è IT, la versione originale, diretta da Tommy Lee Wallace del 1990, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Sono passati tanti anni, ma una pellicola così da brivido, ancora non l’hanno inventata. Nella vita di tutti, infatti, ci sono sempre presenze che ricordiamo da più piccoli, che ci hanno terrificato. Lo volete anche voi un palloncino?”. Nell’articolo qui sotto ci sono le recensioni della versione 1990 e del Remake degli anni Duemila.

Film per fifoni

Se, invece, siete un branco di fifoni, la risposta è nei film di Tim Burton… o in quelli di animazione. Ambra ci dà qualche titolo.

“Ad Halloween, come a Natale, il film di rito è Nightmare before Christmas! È un film bellissimo, in cui si racconta quanto sia bello integrare qualcosa di diverso e allo stesso tempo essere se stessi. Nightmare before Christmas rappresenta il passaggio da Halloween al Natale, con i colori che cambiano non solo nelle decorazioni ma anche nello Spirito: dalla paura del buio che diventa sempre più lungo nelle giornate, alla gioia delle luci colorate che ci illuminano la strada e il cuore.

Se siete dei grandissimi fan di Tim Burton, perché limitarsi ad un solo film? Frankenweenie, La sposa cadavere sono altri due titoli che potrebbero fare al caso vostro nella giornata del “Dolcetto o scherzetto?”. Non vi bastano o volete qualcosa di diverso? Altri film di animazione che vi suggerisco sono dello Studio Ghibli: Kiki consegne a domicilio, La Città incantata, Nausicaä della Valle del vento  e Principessa Mononoke sono quelli più a tema per questa giornata da brivido!”.

Halloween 2018, il sequel

E per quelli che non vogliono stare a casa, ma hanno voglia di andare al cinema, non possiamo che dirvi: andate a vedere Halloween!

Il film sequel della celeberrima pellicola di John Carpenter, vede tornare in scena, dopo 40 anni, i due attori che presero parte al film del ’78: Jamie Lee Curtis e Nick Castel. Chi ama questo tipo di film, non può assolutamente perderseli!

Infine, se questi consigli non vi soddisfano, potete sempre scegliere un pilot di una serie tv da guardare. Abbiamo qualche consiglio anche riguardo a questo!

I film horror più belli di sempre

Sicuramente il panorama del genere horror è ricco anche di classici: i cosiddetti cult, quelli che ognuno dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. Eccoli elencati in questo articolo!

Warner Bros e gli Horror Maniacs

Serie tv per Halloween

Fate la vostra scelta… e buon Halloween a tutti!

Federica Crisci

Grazie alla partecipazione di Ambra Martino e Alessandra Santini.

Libri horror da leggere, non solo ad Halloween

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È arrivato quel giorno dell’anno in cui vogliamo spaventare ed essere spaventati. Ebbene sì, siamo ad Halloween!

Cosa leggere ad Halloween?

Per entrare meglio nell’atmosfera di terrore che deve caratterizzare il 31 ottobre, vi abbiamo somministrato alcune pillole culturali da brivido. Sono usciti infusi d’arte a tema e anche consigli su quali serie tv vedere o recuperare in questo periodo. E di certo non ci fermeremo oggi! Preparatevi a leggere quali canzoni ascoltare durante la giornata e quale film proporre agli amici con cui vi vedrete stasera. Ma, per ora, vogliamo dedicarci a chi ha voglia di leggere racconti da brivido oggi o nelle prossime serate. Mi raccomando, però: non aprite questi libri prima di andare a dormire. O se volete proprio farlo, sarà a vostro rischio e pericolo!

I consigli libreschi, sembra quasi inutile dirlo, vi sono offerti da alcuni culturini.

Dieci piccoli indiani

Iniziamo con un grandissimo classico: Dieci piccoli indiani. La nostra Alessia vi spiega perché è il libro giusto per Halloween.

“Cosa c’è di più spaventoso di trovarsi con dei perfetti sconosciuti intrappolati in una piccola isola al largo della costa del Devon ed essere minacciati per aver compiuto nefandezze e atti criminosi da una voce misteriosa? Non sarà Halloween a tenerci con il fiato sospeso bensì Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Un’opera spiazzante, sia per il 1939 che per il 2018, che si colloca tra i capolavori assoluti del genere giallo. Il romanzo è avanguardia pura. Difatti per la prima volta troviamo la scabrosità delle morti sequenziali, escamotage che diverrà tipico nei film dell’orrore contemporanei. Quindi lungi dal proclamare la fatidica frase “dividiamoci” in luoghi angusti e potenzialmente pericolosi dove si aggira un vendicatore.”

Racconti horror per Halloween

Stefania ha pensato di proporvi un racconto breve da leggere durante la giornata e qualche libro a cui dedicare il vostro week-end.

“La sera del 31 ottobre volete dedicarvi ad una lettura seduti comodamente sul divano? Potreste provare con L’uomo di sabbia, racconto da vero brivido del maestro del fantastico, E.T.A. Hoffman. Costruito come uno scambio di lettere tra il protagonista Nathanael, la sua fidanzata e il fratello di lei, poi si sviluppa in una narrazione di un terzo. Vi troverete gli incubi di un adulto, che trovano origine nella sua infanzia. Avrete terrore dello spaventoso Coppelius, avvocato alchimista che ricatta il padre del protagonista e perseguita quest’ultimo anche da giovane adulto. Ma ciò che vi farà davvero rabbrividire sarà Olimpia, la ragazza per cui Nathanael perde la testa: bellissima, misteriosa, algida, quasi da non essere viva.

Se, invece, cercate una lettura più lunga che vi tenga compagnia per l’intero ponte di Ognissanti, il suggerimento migliore è un romanzo di Shirley Jackson. Scrittrice statunitense che ha ispirato anche il genio Stephen King, è l’autrice di L’incubo di Hill House, da cui è tratta anche la serie Tv Netiflix Hill House. Ma, se non amate le storie di fantasmi, potreste anche scegliere Abbiamo sempre vissuto nel castello, storia di due sorelle, della morte misteriosa della loro famiglia e dei pregiudizi della provincia americana negli anni ’50-’60″.

Suggeriamo anche il racconto breve inedito per Halloween scritto dalla nostra Serena Garofalo.

libri horror

Dracula di Bram Stocker

Serena si rivolge a tutti gli appassionati di vampiri e avanza la proposta di un grande classico: Dracula di Bram Stocker.

“Un romanzo epistolare, che narra della vicenda del vampiro per eccellenza. Superstizioni, suspance e colpi di scena… questi gli ingredienti di un’opera avvincente ed affascinate. Non solo Dracula è stato un capolavoro induscusso della letteratura mondiale, ma è stato anche lo spunto per la nascita di diverse opere cinematografiche e teatrali. Tra i tanti film che ne sono stati tratti, degni di nota sono quello di Francis Ford Coppola e quello del 1979 con Laurence Oliver nei panni di Van Helsing. A teatro, è stato prodotto nel 2006 da David Zard lo spettacolo Dracula Opera Rock, interpretato dal grandissimo Vittorio Matteucci“.

Il podcast di Francesco Fario sul libro

Edgar Allan Poe e Stephen King

E parlando di grandi classici, non possiamo non nominare il maestro del terrore e del brivido per eccellenza: Edgar Allan Poe.

Autore di capolavori come Il pozzo e il pendolo o Il cuore rivelatore, Poe sa come tenere il lettore incollato alla pagina. Riga dopo riga, cresce la sensazione di inquietudine fino a quando non si arriva alle battute finali accorgendosi di essere rimasti senza fiato. E di avere la pelle d’oca. I suoi racconti parlano di morte, di sepolture precoci, di situazioni inspiegabili. È l’autore del perturbante. L’ideale per chi abbia voglia di una lettura veloce e sconcertante.

Altrimenti, per chi abbia voglia di qualcosa di più moderno, date una chance a Il gioco di Gerald di Stephen King. Jessie e il marito Gerald decidono di trascorrere il week-end nella loro casa sul lago (isolata) e di provare un gioco erotico. Jessie si lascia ammanettare alla testiera del letto, ma non gradisce il comportamento di Gerald, tanto da sferrargli un calcio per allontanarlo, provocandogli un infarto e la morte. La donna si renderà conto di essere incatenata e che intorno non c’è nessuno che possa aiutarla. Mentre Jessie, in preda all’angoscia, rivive episodi inquietanti della sua infanzia, qualcosa (o qualcuno) si muove nella casa… ma il suo aspetto appare a Jessie tutt’altro che amichevole. Un romanzo che si lascerà divorare nonostante il numero cospicuo di pagine. Vi farà immergere nella lettura in modo così profondo da farvi sobbalzare se qualcuno dovesse chiamarvi. Parlo per esperienza.

Ma di Stephen King vi consiglio anche il libro letto con i nostri Postumi Letterari: Later. L’ultima fatica di King racconta di un bambino in grado di vedere i morti subito dopo la loro dipartita. Questo gli procurerà non pochi problemi. Uomini con facce mozzate, persone incidentale, storie di violenza e di dipendenza… ottimo per Halloween, non trovate?

La cena dei mostri

Vi siete mai chiesti se esistono ristoranti stellati per mostri? Ovviamente sì e grazie al libro La cena dei mostri, scritto da Meritxell Martí e Xavier Salomó ed edito dalla casa editrice Ideeali, potrete scoprire le portate da incubo servite ai personaggi più cattivi della storia. Al lupo cattivo ad esempio faranno venire l’acquolina con delle crocchette della nonna, un assortimento di piedini di maialino e corna croccanti inzuppate in yogurt di capra biologico. Un libro in grado di conquistare bambini e genitori dai 5 anni in su.

Mister Black

Il libro racconta di un vampiro chiamato Mister Black che vive su un’isola abitata da mostri e streghe. Apparentemente Mister Black è un vampiro modello dal lungo mantello nero, che vive in una casa cupa e tetra e che ha due perfetti canini affilati pronti a mordere.Quando si apre la porta di casa però, è una grande sorpresa: ogni cosa è rosa! Amare il rosa non è un fatto puramente estetico per lui ma è soprattutto un modo di essere se stesso e di sentire. Mister Black è un vampiro sensibile e dal grande cuore, fan numero uno dei Barbapapà e che non farebbe paura a nessuno. Ma questo segreto è all’oscuro di tutti gli abitanti dell’isola fin quando un giorno, in preda ad un acquisto compulsivo, la sua vita lo costringe ad uscire di casa.

Un libro che è stato pubblicato nel mese più pauroso dell’anno e che resta un inno alla libertà d’espressione. Una storia che promuove il coraggio di essere se stessi, di mostrare le proprie inclinazioni e di andare oltre ogni stereotipo e modello culturale imposto dalla società.

E dunque… che cosa sceglierete per questo Halloween?

Federica Crisci

Grazie alla collaborazione di: Alessia Aleo, Stefania Fiducia, Serena Vissani, Giulia Tiddens, Francesca Sorge,

BookClub

Se vuoi seguire il nostro bookclub I Postumi Letterari leggi il calendario mese per mese!

Tully e First Reformed arrivano in home video

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Il mese di ottobre si conclude con due uscite interessanti in dvd: Tully e First Reformed arrivano in home video.

Grazie alla Universal Pictures Italia, che ci ha spedito entrambi i dvd per l’occasione, non possiamo che consigliarvi l’acquisto. Siamo in presenza, come avrete capito, di due ottimi film oltre che due ottime edizioni per voi collezionisti di dvd.

Per primo, Tully è la nuova commedia dal regista candidato all’Oscar Jason Reitman (Tra le nuvole) e della sceneggiatrice premio Oscar  Diablo Cody (Juno). I due collaborano insieme per la terza volta, ed il risultato è nuovamente notevole. Nel film, Marlo (l’attrice premio Oscar  Charlize Theron), madre di tre figli di cui uno appena nato, su consiglio del fratello (Mark Duplass) assume una tata per la notte. Titubante all’inizio per via della stravaganza della ragazza, col tempo Marlo stringe un legame unico con la giovane, premurosa, sorprendente e a volte provocatoria bambinaia di nome Tully (Mackenzie Davis).

Poi, First Reformed è il nuovo film scritto e diretto da Paul Schrader. Noi lo abbiamo visto lo scorso anno al Festival di Venezia, quando fu presentato in anteprima mondiale, e il giudizio è confermato: siamo in presenza di un film interessante che pone tanti quesiti e riflessioni. La vicenda di un prete in crisi interiore, e di fede, la cui vita viene travolta dalla conoscenza della vedova di un attivista dei diritti dell’ambiente. Nel tormento del film si erge la performance di Ethan Hawke, probabilmente la sua migliore in carriera.

Entrambi i dvd presentano una ampia scelte di lingue e sottotitoli, oltre ad un impeccabile audio in Dolby Digital 5.1. I contenuti speciali arricchiscono l’offerta, invogliando non solo i fans dei registi, ma ogni appassionati ad aggiungere questi due titoli alla propria bacheca.

Il mese dell’ottobre in home video non poteva chiudersi con scelte migliori di queste.

Emanuele D’Aniello

Le migliori serie tv horror, anche per Halloween

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Halloween è alle porte. Ma come creare quell’atmosfera da incubo ideale per rendere la notte del 31 da brivido? Ma con una dose quotidiana di cultura dell’orrore, ovviamente!

E i vostri migliori spacciatori, ormai dovreste saperlo, siamo noi di CulturaMente. In questi giorni vogliamo darvi dei consigli su storie da leggere, film e serie TV da vedere per entrare in quello scary mood che tutti ci aspettiamo di vivere ad Halloween. E per tutti quelli che sono scettici riguardo a questa festa o che non hanno voglia di festeggiarla, date comunque una possibilità a questi suggerimenti. In fondo, un po’ di adrenalina fa sempre bene.

Le serie tv horror più belle per Halloween

Le terrificanti avventure di Sabrina

Qualche giorno fa vi abbiamo parlato di Sabrina, una nuova serie ora disponibile su Netflix. Ritorna in tv, in una veste del tutto nuova e terrificante, l’amatissima Sabrina Spellman. È la scelta giusta per chi ama le novità e le rivisitazioni. E non lasciate che la memoria di Sabrina vita da strega vi tragga in inganno: ci sarà poco da ridere e molto da avere paura!

True Blood

Ma se tra le vostre creature della notte preferite non ci sono le streghe, ma i vampiri, allora la serie televisiva perfetta per Halloween è True Blood.

Prodotta dall’HBO (e sappiamo tutti che questo significa sesso e sangue) e tratta dai libri di Charlaine Harris, questa serie composta da sette stagioni è ambientata in un mondo in cui i vampiri sono usciti allo scoperto e, grazie a del sangue sintetico, provano a convivere con gli esseri umani piuttosto che nutrirsi di loro. Ma questa convivenza sarà tutt’altro che semplice. La giovane Sookie, una cameriera da sempre in grado di leggere nella mente delle persone, conosce il vampiro Bill e ne è irrimediabilmente attratta. A suo rischio e pericolo. C’è tanto sangue, tanta passione, tanto modo di emozionarsi, ma anche di spaventarsi.

Scream Queens

Francesca, invece, ha altri due suggerimenti per voi: Scream Queens

“Se non siete proprio dei cuor di leone o semplicemente se siete stufi dei soliti horror, Scream Queens potrebbe fare al caso vostro. Si tratta di una serie che parodizza il genere e i suoi cliché, con una trama misteriosa e allo stesso tempo demenziale. La seconda stagione, inoltre, ruota tutta intorno a un tragico episodio avvenuto la notte di Halloween del 1985. Degna di nota la presenza nel cast di Emma Roberts, nipote della più celebre Julia Roberts,e di Billie Lourd, figlia di Carrie Fisher ossia l’amata principessa Leila di Star Wars. Guest star della prima stagione: Ariana Grande“.

Stranger Things

“Halloween potrebbe essere anche il momento giusto per una maratona di Stranger Things in attesa della prossima stagione. La serie, che ha raggiunto subito un enorme successo, omaggia i film di fantascienza degli anni ’80. Un cast di piccoli attori talentuosi, a cui si aggiunge la grande Winona Ryder, e una trama avvincente catturano spettatori di ogni età. E poi le atmosfere cupe e inquietanti del sottosopra sono perfette per la notte più spaventosa dell’anno!”.

Il trono di spade

Secondo Ambra, questo è il periodo perfetto per una maratona de Il trono di spade. D’altra parte, ad aprile arriverà l’ultima stagione e bisogna prepararsi “all’arrivo dell’inverno”.

“Per questo Halloween consiglio una (super) maratona del Trono di Spade! La serie è arrivata alla settima stagione ma ha tutte le carte in regola per essere guardata ad Halloween: scene splatter, thriller, horror ci accompagnano fin dalla prima puntata, anche con una buona dose di pornografia. Sapevate infatti che molte attrici scelte per Game of Thrones hanno recitato nei porno? Se non avete visto ancor questa serie famosissima è il momento giusto per iniziare: sicuramente riuscirete a finirla prima che cominci l’ottava stagione nel 2019!”.

The Alienist

“Se siete abbonati, non potete perdere la serie originale Netflix The Alienist! Uscita quest’anno, ha riscosso un notevole successo, tanto da essere stata confermata la seconda stagione. La serie, divisa in 10 episodi, narra le ricerche investigative di un alienista che cerca di risolvere degli omicidi misteriosi ricostruendo il profilo dell’assassino attraverso le primissime nozioni di psicologia di quegli anni. Il termine “alienista” infatti è come venivano definiti all’inizio del secolo scorso figure come gli psichiatri e gli psicologi!”.

Le regole del delitto

E per coloro che non amano troppo il sangue o i brividi, ma sono più propensi a vedere thriller, Alessia ha il consiglio perfetto per voi!

“In attesa che le piccole pesti vengano a bussare alle vostre porte con la fatidica domanda “dolcetto o scherzetto?!” uno dei nostri consigli per ingannare l’attesa è guardare la serie tv Le regole del delitto perfetto. È un thriller giudiziario in cui la protagonista, la professoressa Annalise Keating, impersonata dal premio Oscar Viola Davis, è impegnata su un proscenio di bugie, intrighi e scomparse. Evidente la mano di Shonda Rhimes sull’avviluppata trama della pellicola, ricca di colpi di scena”.

Cruel Summer

Non fatevi ingannare dal titolo, perché le vicende di questa serie tv si sviluppano in estate, certamente, ma anche in autunno e in inverno (in una puntata siamo proprio ad Halloween). Inoltre si tratta di uno psyco-teen-drama, come l’ho definito nella mia recensione, dalle tinte dark e dall’umore cupo perfetto per la serata più spaventosa dell’anno. Non siete tutti curiosi si scoprire cosa è successo a Kate Wallis, la ragazza più popolare della scuola che scompare nel nulla? 

Clickbait

Questa è una serie tv Netflix al cardiopalma, che svela le spaventose conseguenza che può avere un uso distorto della tecnologia. La vicenda ha inizio nel momento in cui su internet viene caricato un video/clickbait in cui un uomo mostra un cartello su cui ha scritto: “Io abuso delle donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò”. Le visualizzazioni del video si moltiplicano di secondo in secondo e con esse l’ansia dello spettatore. Se avete voglia di sensazioni forti è la serie giusta!

Insomma. gli spunti non mancano… non vi resta che scegliere e godervi la vostra visione da incubo!!!

Federica Crisci

Grazie alla collaborazione di: Alessia Aleo, Ambra Martino, Francesca Papa e Valeria de Bari

Spiegazione del quadro “Il Grande caprone di Goya”

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Il 31 ottobre è alle porte e domani in tutto il mondo gli spiriti maligni emergeranno dalle tenebre per celebrare i loro macabri rituali.

Francisco Goya sicuramente non conosceva Halloween ma visse in un’epoca vittima delle credenze popolari in cui questi mostri non appartenevano solo all’immaginazione.

Vi abbiamo messo paura?

Streghe, capre diaboliche, esseri abominevoli, come partoriti da un terribile incubo, divennero i mostruosi protagonisti dell’arte romantica. In Spagna fu soprattutto Goya a eleggerli come soggetti privilegiati per un’aristocrazia colta e superstiziosa che iniziò a commissionare vere e proprie serie di dipinti raccapriccianti. Brrrrrrr… che brividi!

L’Infuso d’arte di oggi è “Il grande caprone” un dipinto olio su tela realizzato dall’artista spagnolo tra il 1797-1798 e conservato al museo El Prado di Madrid. L’opera fa parte di un ciclo di otto tele che vennero commissionate a Goya dai duchi di Osuna, tutte ispirate a scene di stregoneria e satanismo.

Il quadro è visionabile qui.

Cosa vediamo raffigurato nell’opera?

Il demonio viene ritratto dal pintor sopra un ammasso roccioso mentre circondato da un gruppo di donne attende di ricevere degli innocenti come vittime sacrificali. Satana assume nel dipinto la tradizionale fisionomia di un caprone dal pelo scuro, con gli infernali occhi gialli e le robuste corna sul capo.

Le streghe, disposte a cerchio, sembrano osservare l’orribile figura con sguardo assorto e rapito, quasi animalesco, lasciando emergere dai volti tutta la loro esasperata disumanità. Goya le rappresenta infatti con espressioni grottesche e deformi raffigurando in questo modo la parte più oscura e nascosta dell’animo umano.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

Il Grande caprone di Goya è una delle opere più conosciute del maestro spagnolo. L’artista dipinse un raccapricciante episodio di credulità popolare per denunciare quelle terribili usanze ancora diffuse nella sua epoca. Notiamo infatti due bambini offerti come sacrificio, uno in carne e l’altro scheletrico, attraverso cui il pittore voleva denunciare le assurde superstizioni che infettavano come malattie ogni classe sociale.

Goya rappresentò questa riunione di streghe come una sorta di scena allegorica. Quello che in realtà vediamo è ciò che avviene nello stesso animo umano, dove spesso il lato mostruoso convive con la parte migliore del nostro essere divenendo un vero e proprio specchio in cui riflettere fino ai più intimi conflitti esistenziali.

Penetriamo la sottile linea magica che ci separa dalla terribile storia che vediamo di fronte i nostri occhi atterriti. Vediamo che il male non è più incarnato dal diavolo ma dalle stesse partecipanti alla riunione satanica. Se guardiamo i loro volti capiamo che sono loro i veri demoni della raffigurazione con le loro espressioni contorte, disperate e la gestualità animalesca divenendo la personificazione di ciò che fa parte inevitabilmente dell’essere umano.

Due parole sullo stile…

Goya in questo dipinto rappresenta con grande brutalità un mostruoso verosimile mettendo lo spettatore a confronto con una realtà che potrebbe essere possibile in un mondo schiavo delle sue superstizioni. Ci immergiamo in una scena illuminata da una luna resa dal pittore attraverso il sublime utilizzo di un giallo inquietante, la quale stagliandosi alla sinistra del cielo dona all’opera una grande carica orrifica.

Anche per oggi il nostro infuso d’arte è terminato! Se siete rimasti terrorizzati vi invitiamo a rilassare i nervi con la nostra ultima pillola che troverete a questo link. Buon Halloween a tutti!

Martina Patrizi

Greg Howe infiamma il palco romano del CrossRoads

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Si è svolto lo scorso 10 ottobre il concerto del virtuoso chitarrista Greg Howe a Roma, in uno dei palchi più importanti della capitale: il CrossRoads Live Club.

 È stata una serata molto attesa, per gli amanti della sei corde. Greg Howe, infatti, mancava a Roma da ormai dieci anni. Ad aprire la serata è stata la band Alessandro Benvenuti Trio. La band ha scaldato il pubblico  con dell’ottima fusion e del virtuosismo strumentale degno di nota. Insieme a lui sul palco sono saliti Pino Saracini al basso e  Lucrezio de Seta alla batteria.

Puntuale è salito sul palco Greg Howe tra gli applausi del pubblico, ha imbracciato la chitarra e con l’ausilio di due ottimi musicisti come Ernst Tribbs al basso e l’italianissimo Gianluca Palmieri alla batteria, ha iniziato. I wonder, brano di apertura, tratto dal suo ultimo lavoro Wheelhouse, nono album da studio, che sta riscuotendo enorme successo. Con questo lavoro il chitarrista statunitense si conferma come uno tra migliori chitarristi fusion del momento.

Greg Howe - crossroads live club
                                                               Greg Howe

Il chitarrista americano, che per l’occasione si è esibito sul palco esclusivamente come una chitarra la sua Kielsen GH3 signature model.

Il concerto è proseguito in grande stile tra mille note e ritmi. Il chitarrista (qui la sua pagina fb per chi non lo conoscesse) con il suo trio ha infatti suonato brani da tutto il suo repertorio come Tempest Pulse, sempre dal suo nuovo album o Proto-Cosmos una cover di uno dei chitarristi che più lo hanno influenzato, Allan Holdsworth. C’è stato spazio, ovviamente, anche per dei vecchi successi come On Sail tratta dall’album Parallax. Un momento particolare è stato quando Greg Howe ha eseguito uno dei suoi brani solo per chitarra. Un assolo è stato concesso anche al bravissimo Gianluca Palmieri che si è esibito in un assolo di batteria di quasi cinque minuti. Poi sul finale di questo far inserire il resto del band che ha chiuso insieme il brano iniziandone uno nuovo subito dopo.

Greg Howe con le sue doti ha riempito la serata di colori musicali di ogni genere creando un arcobaleno sonoro unico. Lui e la sua chitarra hanno tenuto fermi gli spettatori per oltre un’ ora e mezza. Ovviamente, come sempre al CrossRoads Live Club, è possibile incontrare gli artisti, per una foto e un autografo.

Tommaso Fossella

Se la Strada Potesse Parlare, non parlerebbe così

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Se la Strada Potesse Parlare non è, purtroppo, il nuovo film di Barry Jenkins, ma il primo film di James Baldwin.

In questo assunto paradossale c’è tutta la contraddizione problematica di questo film. Jenkins, che dopo il successo di Moonlight poteva realizzare davvero tutto, ha deciso di portare al cinema un romanzo fondamentale di James Baldwin, l’intellettuale di riferimento della società afroamericana del secolo scorso. Seppur poco noto in Italia, il ruolo di Baldwin nel mondo afroamericano e la sua forte voce sono così importanti che Jenkins si è trovato immediatamente in soggezione. La sua non è solo sconfinata ammirazione, ma autentica paura di trasgredire lo spirito del suo idolo.

Parliamo dopotutto del primo adattamento di un lavoro di Baldwin, ed il peso di questa enorme responsabilità si sente tutto nel film.

L’assoluta e piena fedeltà al romanzo originale – ultimissima scena esclusa – è indubbiamente il grande problema di Se la Strada Potesse Parlare. Il film mischia storia d’amore a conflitti sociali nella Harlem degli anni ’70, ma Jenkins non riesce mai a coniugare le due anime del racconto, intrappolato nella paura di mancare di rispetto alle parole di Baldwin.

Perlomeno, Jenkins si conferma un regista formalmente magistrale. Il suo uso dei primi piani, la sua abilità nel creare e sfruttare una distinguibile paletta cromatica che caratterizzi il suo lirismo visivo, c’è tutto. Qui a mancare, semmai, è la capacità iniziale di creare un’opera che sia coerente e non solo la somma delle sue parti.

La grandezza di Moonlight era quella di creare prima un mood, in cui rinchiudere l’emozione dello spettatore, e solo dopo una storia. Con incredibile tenerezza, così facendo l’intimità diventava pian piano universalità. Adesso con Se la Strada Potesse Parlare accade l’esatto opposto: il racconto, la storia di Baldwin ha la precedenza sullo stato d’animo, che deve essere creato dalla trama, e di conseguenza non arriva mai a realizzare il salto nella vera empatia.

Jenkins è troppo preoccupato a portare in vita le pagine del libro, e così invece di un sentimento che procede e cresce organico, abbiamo continuamente degli stop nella narrazione, delle microsequenze che interrompono lo scorrere fluido del mood del film. Con un po’ più di coraggio sarebbe state tagliate. Così non è stato, purtroppo.

Jenkins riporta la lezione di Baldwin alla sua comunità di oggi, infondendo il messaggio di speranza e spirito d’unione. Questo è innegabile. Ma rimane anche la constatazione che l’impatto sarebbe stato addirittura più forte se l’approccio al materiale fosse stato meno riverente e più cinematografico.

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Emanuele D’Aniello

Picasso a Milano 2018: questa mostra è una metamorfosi

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Aperta dal 18 ottobre, Picasso Metamorfosi è l’evento del 2018 per palazzo Reale. In una sola sede, 200 opere tra quelle del maestro cubista a pezzi greci e romani. Un connubio prezioso

Mostra Picasso Milano è il nome del sito web che lancia la più importante iniziativa di palazzo Reale del 2018. Picasso Metamorfosi è il titolo della rassegna, aperta dal 18 ottobre e tanto attesa che, prima dell’inaugurazione, contava 90 mila prenotazioni. Si prospettano code all’ingresso, per un’esposizione che evoca tanti ricordi: proprio a palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, i milanesi videro Guernica, nel 1953. Picasso fu poi esposto a Milano nel 2001 e nel 2012 ma, per il grande pubblico, non passa mai di moda. La novità del 2018 è un allestimento tematico: insieme ai dipinti e disegni di Picasso sono proposte opere di arte antica di soggetti mitologici, dai quali l’artista prese ispirazione. La mostra Picasso Milano farà felici gli amanti dell’arte contemporanea e gli estimatori della classicità, con pezzi che vengono da Louvre, museo archeologico di Napoli e diverse collezioni internazionali.

Un nuovo modo di intendere le mostre

Mai come in queste occasioni, la cura dell’allestimento gioca un ruolo importante. Rileggere l’artista spagnolo sotto il profilo delle sue fonti classiche significa portare, in una sola sede, opere differenti: i dipinti e le acqueforti dell’artista, idoli, rilievi, placche votive, vasi e statue antiche. Una mostra così eclettica si visita senza difficoltà, seguendo il filo tematico delle sezioni e leggendo le citazioni del maestro sulle pareti. Le opere con il maggiore impatto sul pubblico restano i dipinti: opere come Il bacio, presente in più versioni, L’abbraccio, i tanti Nudi, Donna seduta. Le opere su carta di Picasso sono numerose e, spesso, tradiscono la grande ispirazione della classicità nelle pose e nella raffigurazione dei corpi. Non manca la ceramica di Picasso, accanto ai vasi greci a figure nere; ci sono le sculture, in dialogo con le statuette votive.

Picasso-Méditerranée

Siamo abituati a pensare a Picasso come a un innovatore, tra gli artisti delle avanguardie del Novecento: in pochi pensano, però, quanto l’autore si sia ispirato alla tradizione per reinterpretarla. Egli stesso affermava: “Tutto ciò che è conservato nei musei è seduzione”. Raccogliendo le opere con temi classici, nei soggetti o in qualche aspetto dello stile, questa mostra rende evidente un rapporto strettissimo tra Picasso e la mitologia. Scopriamo dunque la suggestione per il Minotauro, il fascino malcelato per la figura monstrum, metà uomo e metà animale; rivediamo i corpi leggeri e sottili dei vasi antichi nelle sculture filiformi, quasi come sarà per Giacometti; ritroviamo il mistero dei corpi trasformati nella metamorfosi.
La mostra Picasso Milano è la tappa milanese della rassegna europea Picasso-Méditerranée. Curata da Pascale Picard, in Italia giunge grazie a Comune di Milano e MondoMostre Skira. La mostra si visita sino al 17 febbraio e ha un articolato progetto didattico per bambini, adolescenti e adulti.

Info:

www.adartem.it

Claudia Silivestro

Capernaum, senza il vizio della speranza

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La visione di Capernaum mi ha convinto di una cosa: il Neorealismo italiano rimane insuperabile.

Inutile fare paragoni, naturalmente, ma la nuova opera della regista libanese Nadine Labaki, che nulla ha a che vedere con i suoi film precedenti intrisi di ironia e dinamismo, è davvero un film neorealista. Aderisce a quei criteri Capernaum perché utilizza attori non professionisti e mostra la miseria umana, sociale e urbana dei suoi luoghi. Però ecco il punto: la miseria, in un film come Capernaum, è tutto.

I nostri bellissimi film neorealisti avevano un enorme cuore, e soprattutto la consapevolezza di non dover sfruttare il degrado circostante. Era uno sfondo, inevitabile e potente, ma raramente era la storia principale: i grandi del neorealismo raccontavano la miseria, non la mostravano e basta, inserendola in un contesto veramente e puramente cinematografico. Insomma, costruivano una storia attorno a quegli elementi.

Forse, uno dei motivi è che il dramma del dopoguerra italiano apparivano fin da subito, per quanto devastante e tragico, fortunatamente momentaneo. I creatori del neorealismo vivevano la miseria ma ne erano al di fuori e, soprattutto, erano consapevoli che prima o poi il paese ne sarebbe uscito. Il Neorealismo raccontava la verità, la vita vera, ma al tempo stesso creando grande cinema e un messaggio didattico.

La differenza con Nadine Labaki è lampante. Nelle zone che conosce, la miseria è uno stato permanente. La povertà è un dato di fatto assodato e inscindibile. Quello di Capernaum, pertanto, non è vero Neorealismo, ma un realismo sociale che si nutre di se stesso, e non può fare altrimenti.

Più che un problema, questo è un limite, che impedisce a Capernaum di alzare la qualità. Siamo in presenza di un buon film, ma poteva essere un grande film.

Che sia buono, come detto, è innegabile. Labaki gira con mano sicura una vicenda dai contorni singolari – un dodicenne fa causa ai propri genitori per averlo messo al mondo e quindi fatto vivere in uno stato di povertà assoluta – ed è certamente l’artefice primaria di alcune tra le migliori interpretazioni mai viste da attori bambini (non professionisti, oltretutto).

Il film colpisce dritto al punto, indubbiamente, e oltre alla denuncia di un paese abbandonato alla propria miseria, riesce addirittura a diventare il character study di un bambino costretto a diventare adulto. Tutto ciò senza cedimenti troppo melodrammatici, perché quello che si vede è reale, e con paradossalmente un buon ritmo. Forse, la sorpresa migliore di Capernaum è che, per un essere un film simile, non annoia mai.

Che però non sia un grande film, è un peccato. Soprattutto nella seconda parte, si insinua una certa ripetitività nelle disavventure del giovane protagonista. Tutto vero e drammatico, per carità, ma anche poco cinematografico. Rimane emotivamente potente, ma l’efficacia a tratti si ingolfa.

Dopotutto, è un film che per sua natura non può che far leva sul pietismo. Una storia su un bambino poverissimo circondato da disgrazie personali e povertà estrema non può che essere empatica. Un film manipolatore non perché voglia esserlo, ma perché nasce così: se non ti commuovi, c’è qualcosa che non va. E tale pregiudizio emotivo, al cinema, non va mai bene.

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Emanuele D’Aniello

Teatro Traiano: la nuova stagione riparte col botto

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Il teatro Traiano annuncia la nuova, grande stagione 2018-2019: dieci titoli che rendono davvero appetibile (e imperdibile) un appuntamento ormai consolidato, grazie anche alla collaborazione tra il comune di Civitavecchia e ATCL – Associazione Teatrale fra i comuni del Lazio.

Si comincia il 24 e il 25 novembre con Le Signorine di Gianni Clementi, per la regia di Pierpaolo Sepe: due straordinarie attrici, Isa Danieli e Giuliana De Sio, interpretano due sorelle costrette ad una faticosa convivenza.

Un tragico quotidiano, ambientato tra i vicoli di Napoli, che la bravura delle due attrici trasforma in esilaranti battibecchi.

Il 22 e il 23 dicembre Lello Arena porta invece in scena una delle commedie più belle della tradizione Napoletana, Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta, per la regia di Luciano Melchionna.

“In un pianeta dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri: non ci resta che… ridere. E qui Lello Arena giunge perfetto erede di quella maschera tra le maschere che appartenne ad Eduardo e ai suoi epigoni”.

Il 5 e il 6 gennaio è la volta di After Miss Jiulie, trasposizione moderna del classico di August Strindberg, regia di Giampiero Solari, con Gabriella Pession e Lino Guanciale.

Temi centrali dell’opera sono i rapporti fra classi, l’emancipazione femminile e la liberazione sessuale, visti attraverso le vicende di Miss Julie, figlia dell’alta società inglese, che cerca di sfuggire ad una vita di agi e ipocrisie.

Si prosegue il 26 e il 27 gennaio con Cognate – Cena in Famiglia di Éric Assous per la regia di Piergiorgio Piccoli con Anna Valle. Durante una cena tra fratelli e rispettive consorti, una donna seducente, invitata a sorpresa, metterà a nudo le ipocrisie e bugie di una famiglia solo apparentemente unita.

Michela Andreozzi, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta sono le assolute protagoniste di Figlie di Eva, in scena il 2 2 e il 3 febbraio, regia di Massimiliano Vado. Tre donne, diversissime tra loro, si coalizzano per vendicarsi di un uomo potente e prevaricatore.

La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni, portata in scena quarant’anni fa da un grandissimo Gigi Proietti, sarà al Teatro Traiano il 16 e il 17 febbraio, con la regia di Giancarlo Fares.

Giorgio Tirabassi interpreta Gaetanaccio, burattinaio in difficoltà, in una commedia musicale che mescola ironia e leggerezza a temi decisamente più impegnati.

Si prosegue con Carlo Buccirosso, regista e interprete, insieme a Maria Nazionale, di una scanzonata commedia degli equivoci, Il Pomo della discordia, in scena il 2 e il 3 marzo: un padre che fatica ad accettare l’omosessualità del figlio in un esilarante affresco di una normale famiglia benestante italiana.

Il 9 e il 10 marzo è la volta di Michele Placido ed Anna Bonaiuto, irresistibili protagonisti di Piccoli Crimini Coniugali, adattamento dell’omonima pièce teatrale di Éric-Emmanuel Schmitt.

Un veloce e dinamico confronto verbale di una coppia come tante, Gilles e Lisa, la cui quotidianità viene messa alla prova nel più feroce dei modi, complice un incidente domestico.

Non si uccidono così anche i cavalli?, tratto dal romanzo di Horace McCoy, con la regia di Giancarlo Fares, protagonista Giuseppe Zeno.

Un musical in cui ballo e dramma si incontrano: in una estenuante gara di ballo, con il solo scopo di poter essere notati da registi e produttori, una variegata umanità si presenta agli occhi dello spettatore, con tutto un bagaglio di sogni e speranze.

Ultimo spettacolo della stagione, il 6 e il 7 aprile, uno struggente dramma ferocemente attualee, Il Padre, di Florian Zeller, regia di Piero Maccarinelli, con un intenso Alessandro Haber e una bravissima Lucrezia Lante Delle Rovere.

L’avanzare della demenza senile di un padre e l’ineluttabile disgregazione di una famiglia raccontati con leggere ironia e delicatezza.

Ma la stagione teatrale non si esaurisce con questi dieci imperdibili appuntamenti. Da ricordare le interessanti rassegne Teatro d’Autore a cura di Davide Tassi e Traiano Ridens a cura di Enrico Maria Falconi che saranno presentate al pubblico più avanti.

Chiara Amati

Il Gattopardo. “Il” romanzo del Novecento italiano

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Ricorre il 60° anniversario della pubblicazione de Il gattopardo, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, edito da Feltrinelli Editore. Il Gattopardo, romanzo del principe Tomasi di Lampedusa, spegne oggi le 60 candeline. Opera di grande valore artistico, costituisce uno dei casi editoriali più noti della storia dell’editoria italiana del ‘900. Rifiutato per due volte da Vittorini, apprezzato da Moravia, il manoscritto andrà in stampa nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore.

Vincitore del premio strega nel 1959, Il Gattopardo sarà oggetto di una grande discussione da parte della critica letteraria italiana. Che cosa ci faceva un romanzo di stampo ottocentesco in un Italia post-bellica? Conosciamo bene le figure predominanti di quel periodo storico: da Vittorini a Pavese, da Lukàcs a Sciascia. Su tutto il fronte, la cultura era di carattere progressista.

“Il Gattopardo” di Visconti, paradigma dell’umana decadenza

Da dove è sbucato allora Il Gattopardo?

Sarebbe banale definire l’opera come un romanzo nostalgico scritto da un uomo che è rimasto ancorato ad una Sicilia che ormai non c’è più. Certo, l’affinità che lega l’autore al protagonista, il principe Fabrizio Salina, potrebbe indurre il sospetto di un romanzo memorialistico, ma sarebbe un approccio a dir poco superficiale.

Nel 2013 è uscito, sempre per i tipi di Feltrinelli Editore, il saggio Operazione Gattopardo, di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice. Un saggio molto importante perché affronta tutta la questione che ha riguardato il libro, dalla stesura fino alla realizzazione del film di Luchino Visconti. Ne consigliamo la lettura per chi è interessato ad un’analisi puntale del caso Gattopardo.

Tre sono i temi essenziali de Il Gattopardo.

Il primo tema è senza dubbio quello del “trasformismo“, perfettamente identificato nel giovane nipote del principe, Tancredi Falconieri.

“Perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi”.

Personaggio non lontano da Consalvo Uzeda de I Viceré di De Roberto, Tancredi è un uomo ambizioso che intende mantenere il ruolo di prestigio che i suoi natali gli hanno conferito, tradendo solo apparentemente la classe sociale a cui appartiene. Il principe Falconieri è il trionfo dell’immobilismo politico e sociale che sfilerà dinanzi agli occhi del principe Salina.

Salina capirà suo nipote e non lo biasimerà mai, anzi, al contrario, finanzierà economicamente le sue iniziative, ma non lo appoggerà. Siamo al secondo importante nucleo tematico del romanzo: il rifiuto etico del trasformismo. Quando un funzionario del nuovo governo sabaudo, Chevalley, scende in Sicilia per offrire al principe un posto nel nuovo senato, Salina rifiuta. Nel discorso dell’aristocratico, non c’è né apologia del trasformismo né rimpianto per il passato, ma una semplice decisione di rimanere dalla parte dei vinti.

L’ultimo tema del romanzo è l’esistenza della verità. “Alla verità ufficiale, cento anni dopo Lampedusa oppone questo romanzo che nasconde – […] – la verità della sua classe perdente, seppellita sotto le palate di terra che il tempo e i tanti Sedara hanno lasciato cadere” (Anile e Giannice, Operazione Gattopardo, Feltrinelli 2013).

Potremmo continuare ore parlando di questo romanzo, delle sue sottili tematiche, della bellezza della prosa o del dibattito nato in seguito alla sua pubblicazione. Ma non vogliamo annoiarvi con questo nostro articolo. Oggi ricorrono i 60 anni dalla pubblicazione del romanzo e abbiamo semplicemente voluto omaggiare  quello che può essere considerato il capolavoro del ‘900 italiano.

Serena Vissani

Quello scoglio di terra chiamato Lampedusa. L’Abisso di Davide Enia

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Davide Enia porta a teatro L’Abisso, uno spettacolo necessario a cui risponde un pubblico che ha bisogno di umanità.

Solo due sedie nell’immensa area del palcoscenico della sala A del teatro India. Solo due corpi, quello di Davide Enia, drammaturgo, regista e attore, e quello di Giulio Barocchieri, chitarrista.
Non serve nient’altro perché L’Abisso è una storia che va ascoltata, che costringe lo spettatore a una pratica antica e umana ma oramai in disuso in questi tempi selvaggi, in questi anni in cui la parola è stata svuotata della pluralità di senso e dei mondi che abitano in lei da millenni.

Una scrittura sensibile e delicata quella de L’abisso, non a caso Appunti per un naufragio, il romanzo dell’autore da cui è tratto lo spettacolo, è vincitore del premio Mondello 2018.

Enia racconta i suoi anni a Lampedusa, in quella terra di frontiera dove le persone “si portano dentro un intero camposanto”, e lo fa attraverso un teatro di narrazione che non spettacolarizza la tragedia degli uomini risucchiati dal mare.

No, perché Enia più che parlare di migranti, racconta della vita e della morte incrociando la sua esperienza personale, quella del padre e dello zio, con quella degli esseri umani che hanno conosciuto il naufragio, che hanno incontrato più volte la morte e che hanno ogni piega del cuore e tutti i gangli del cervello segnati da un trauma irrecuperabile.

Enia va oltre i confini della narrazione e della messa in scena per calpestare un terreno che frana di continuo nelle nostre coscienze: il territorio della responsabilità civile. Proprio così, perché lo spettatore si ritrova nelle orecchie e nel corpo una testimonianza che non gli consente più di rifugiarsi dietro l’appagante vigliaccheria dell’ignoranza.
Ha nelle mani la prova che il bene è la sfida di chi sa che il mondo appartiene al male e per questo decide di mettersi in gioco per cambiare le cose, entrando violentemente nella Storia.
Nella Storia ci entrano tutti quelli che abitano quello scoglio di terra emerso dalle acque, Lampedusa, dove il cielo sembra franarti addosso: i pescatori, i volontari, la guardia costiera, i sommozzatori, i coraggiosi che non hanno mai dimenticato, nemmeno per un istante, “che abbiamo tutti le ossa bianche”.

teatro india romaUna messa in scena che fonde diversi registri e linguaggi teatrali, Enia si muove sul palco con una mimica potente e universale, intona i canti dei pescatori che si trasformano in preghiere per scatenarsi in un cunto che risuona coma un mantra, in cui le parole sbattono e le sillabe si rompono.

Un racconto fatto in punta di piedi ma con una potenza che sconquassa, e che acquista maggiore forza attraverso la musica nata dalle dita di Giulio Barocchi, suoni che si distorcono, che raccontano il non detto, dando voce al trauma e quindi all’inesprimibile.

L’Abisso è uno spettacolo che spoglia il teatro di tutti gli strati che nel tempo si sono accumulati sopra di esso, per recuperare le radici civili di quest’arte: tenere insieme una comunità, educarla alla Bellezza e all’Umanità.
Un sostantivo impopolare quest’ultimo, abolito insieme al concetto che rappresenta e trasformato anche in una colpa da quando la disumanità è diventata legge.

Ogni spostamento, ogni migrazione, ogni viaggio è una dimensione di speranza che merita di vivere e soprattutto di risorgere, come accade a quel ragazzo che sulle rive di Lampedusa si riprende e “vomita il mare” per tornare a nascere ancora una volta.

Diletta Maurizi

La musica e il suo linguaggio: il grande successo dei BTS

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Sono quattro le città europee che hanno ospitato il Love Yourself World Tour della band K-pop BTS.

Per la prima volta da quando fanno musica, i sette ragazzi provenienti dalla Corea del Sud si sono esibiti nel Vecchio Continente. Londra, Amsterdam, Parigi e Berlino sono state le protagoniste di sette serate (tutte sold-out!) che hanno visto radunarsi migliaia di ARMY, i fedelissimi fan della band. I concerti dei BTS sono dei veri e propri spettacoli: due ore e mezza di canzoni, di coreografie eseguite con straordinaria coordinazione e di effetti speciali (luci, giochi di fuoco, bolle di sapone, coriandoli). Sono salutati dal pubblico con lacrime, grida e con tanti cartelloni con sopra la stessa scritta in coreano.BTS album

Il fiore dei BTS è sbocciato nel cuore degli ARMY.

bts album

Ma chi sono questi ragazzi coreani capaci di entusiasmare così tante persone? Lasciateci presentarveli.

I BTS sono attualmente la boy band K-pop più conosciuta al mondo, composta da artisti giovanissimi tra i 26 e i 21 anni: RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jungkook. Dal 2013, anno del loro debutto, i BTS hanno collezionato molti riconoscimenti non solo in Corea del Sud, ma anche in America. Per due anni consecutivi, infatti, hanno ottenuto il premio “Top Social Artist” ai Billboard Music Awards. Sono il primo gruppo K-pop ad ottenere questa vincita. Così come il loro singolo Fake Love, uscito lo scorso maggio, è la prima canzone non in lingua inglese a posizionarsi al primo posto nella classifica Billboard200 dopo ben 12 anni.

Questi traguardi hanno portato grande successo alla band al di fuori della loro nazione di origine. Grazie al loro lavoro, la cultura coreana ha avuto l’opportunità di farsi conoscere e apprezzare e per questo riceveranno il 24 ottobre l’Ordine al Merito Culturale durante la cerimonia dei “Korean Popular Culture & Arts Awards 2018”.

L’acronimo BTS sta per “Bangtan Sonyeondan“, che in italiano può tradursi come “boyscout a prova di proiettile”.

Non è un nome accattivante, ma fu scelto dal CEO della loro casa discografica, la BigHit Entertainment, che aveva un progetto specifico per questi ragazzi: formare una band che rappresentasse le nuove generazioni, proteggendole dai pregiudizi e dalle oppressioni della società come un giubbotto antiproiettile ripara dai colpi di pistola.

Dopo cinque anni di attività, è impossibile non accorgersi di come i BTS abbiano fatto onore al loro nome.

Negli anni con le loro canzoni e azioni hanno cercato di parlare di temi che in Corea sono tabù come, ad esempio, la salute mentale. Alcuni dei loro testi sono critici nei confronti della società in cui vivono come Silver Spoon che mette in discussione la distinzione tra ricchi e poveri e l’erronea convinzione che se una persona nasce povera debba rimanere per forza tale. N.O critica il sistema scolastico, mentre No More Dream, loro canzone di debutto, incoraggia i giovani a seguire i loro sogni e a non diventare ciò che la società vuole.

I BTS diffondono anche molta speranza con i loro testi, cercando di essere d’aiuto a tutti coloro che stanno affrontando momenti difficili e hanno bisogno di qualcuno che li comprenda.

Infatti, i tre album più recenti dei BTS racchiudono un messaggio importante: Love Yourself, ama te stesso. Un concetto che, nell’ultimo anno, i BTS hanno voluto diffondere con determinazione, raccontando dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Dall’amore per gli altri che ti fa sorridere e stare bene, argomento del mini album Love Youself: Her, all’amore che invece ti porta a sacrificare te stesso fingendo di essere qualcun altro per rendere felice l’altra persona, tema di Love Yourself: Taer. L’ultimo album della serie, uscito ad agosto, Love Yoruself: Answer parla dell’amore più importante di tutti: quello verso se stessi, senza il quale non saremo mai capaci di amare veramente gli altri.

Portando avanti il messaggio dell’amare se stessi, nell’ottobre dello scorso anno i BTS hanno lanciato la campagna “Love Myself” insieme ad #ENDViolence di UNICEF Korea per raccogliere fondi da destinare ai giovani che in tutto il mondo subiscono abusi o violenze, fisiche o psicologiche.

Grazie al loro contribuito, lo scorso mese i ragazzi sono stati invitati a partecipare all’Assemblea Generale dell’ONU. Il leader della band, RM (nome d’arte di Kim Namjoon) ha tenuto un bellissimo discorso nel quale ha esortato i giovani a parlare di loro stessi, a non rimanere in silenzio, a non soffocare la propria personalità, desideri e opinioni per essere accettati dagli altri. Bisogna accettarsi per come si è, e riconoscersi come esseri umani che possono commettere degli errori.

bts album

I primi anni di carriera dei BTS non sono stati semplici.

Debuttando con una casa discografica non tra le più importanti e ricche in Corea, sono spesso stati considerati senza speranze e molto criticati. Eppure la BigHit e i BTS stessi hanno avuto fiducia in quello che era il loro progetto, nelle loro capacità e alla fine sono riusciti ad arrivare dove nessuno all’inizio li avrebbe mai immaginati. La chiave del loro successo non sta nella loro bellezza, nelle loro canzoni orecchiabili o nelle coreografie coinvolgenti. I BTS sono ragazzi che credono fermamente in quello che fanno, che lavorano sodo ogni giorno, che scrivono i loro testi spaziando tra diversi generi. Piacciono perché sono genuini, sinceri e perché i messaggi che vogliono diffondere con le loro canzoni portano conforto alle persone. Non sono una boy band per ragazzine, ma chiunque può riconoscersi nella loro musica.

Ci si può chiedere come si faccia ad ascoltarli se le canzoni sono tutte in coreano.

La risposta è semplice: la musica ha un linguaggio tutto suo. È in grado di trasmettere emozioni, è usata dagli stessi artisti per esprimere un loro stato d’animo. Non c’è bisogno di conoscere una lingua quando si tratta di musica. Non esiste musica brutta, bella, per giovani, per vecchi, per ragazze o ragazzi. La musica è universale. Non ci sono barriere di nessun genere e questo è uno degli altri temi che i BTS stanno portando con loro e stanno diffondendo nel mondo.

Micaela Crisci

LibrOsteria: libri, cicheti e un’ombra de vin

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Libri, vino e stuzzichini alla veneta: vi presentiamo LibrOsteria, il locale alternativo a Padova che sa di buona cultura.

I libri, fortunatamente, sono la passione di molte persone. Gli occhi incontrano la traccia d’inchiostro, si muovono veloci da sinistra a destra partendo dall’alto, con un movimento che si arresta solo una volta giunti a quel FINE sempre pronto a sorprenderci, nel suo solito mezzanino.

Ed è bello quando alla lettura si unisce la piacevolezza e la genuinità di un certo gusto, così caldo e accogliente, che scivola veloce senza invadenza. Vi starete chiedendo quale sia la parola magica per vivere le meraviglie di questo locale alternativo a Padova. Sappiate che in LibrOsteria tutto quel che basta fare è sedersi al bancone dopo aver salutato e dire: “Oste, dammi un buon libro!” 

Nata a luglio 2018, la LibrOsteria, nuovo locale alternativo a Padova aperto dal martedì alla domenica fino a mezzanotte, ha portato in via Savonarola l’esperienza di 10 anni di Spritz Letterario, una ventata di novità in fatto di libri e tanto buon vino da unire ad una sana cultura. Abbiamo sfidato il traffico padovano per chiacchierare di libri e fare cin cin con Marianna Bonelli, creatrice e anima della LibrOsteria.

Dopo quanti Spritz nasce LibrOsteria?

Dopo 10 anni di Spritz, ma non è la prima esperienza. Abbiamo già aperto il Galla Caffè a Vicenza, dove aveva sede lo Spritz Letterario.

Quando si pensa ad un caffè letterario, si pensa a qualcosa di austero. Qui avete unito la genuinità e la leggerezza di una sana cultura alla piacevolezza di un bicchiere di vino, direi una cultura fatta per stare insieme.

Non abbiamo paura delle parole, che ricordano lo stare insieme. L’osteria è dove si passa del tempo bevendo “un’ombra” (= bicchiere di vino) e si sta all’ombra per stare al fresco dal troppo caldo della vita e dei suoi ritmi. Qui abbiamo un sacco di libri. Usati, gratuiti, da 1 a 5 euro, nuovi, facciamo presentazioni, sempre tutto all’ombra “dell’ombra de vin”.

Leggevo, in alcune intervista, che avete anche autori particolari, una è anche una tua amica personale. 

Questo è ancora un No comment! Per chi vuole conoscerla, un giro di scaffale qui in LibrOsteria.

Dove ti vedi tra 10 anni? In giro a portare il verbo della LibrOsteria?

Penso che il tuo sia un refuso. Io mi vedo in giro a portare il Vermut, sicuramente (risatina davanti ad uno Spritz) Se il tempo me lo concederà, sì. Mi auguro di continuare a portare a tutti la mia passione letteraria.

Se avete voglia di qualcosa di nuovo, di un locale alternativo a Padova dove passare una serata in compagnia, mangiare qualcosina assieme a qualcuno di davvero appassionato di vino e di libri, allora non perdete occasione di fare un salto da Marianna e dal suo staff per un aperitivo e per scoprire tanti titoli che non vi sareste aspettati.

 

Laura Padoan

 Maniac è la storia di un’amicizia oltre i confini dell’inconscio

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La mini serie Tv Maniac è un viaggio tra le fragilità umane.

Maniac è sviluppato in dieci puntate da 40 minuti circa ciascuna disponibili su Netflix e con un cast d’eccezione: Emma Stone, Jonah Hill e Justin Theroux.

Avventurarsi nella visione di questa  nuova serie originale creata da Patrick Somerville, diretta da Cary Joji Fukunaga comporta un’analisi introspettiva per ognuno di noi.

Difatti i protagonisti si trovano a vivere in quello che potremmo definire come una contemporaneità parallela. È un mondo in un tempo molto simile al quello dei giorni nostri.

Maniac racconta la storia di Annie Landsberg e Owen Milgrim.

Entrambi hanno alle spalle una vita difficile, costellata di pesanti traumi.

Eventi che hanno segnato le loro vite in maniera negativa rendendoli insicuri e problematici. Perché, come accade nella realtà, un evento traumatico può fortificarti o drasticamente cambiare il tuo modo di essere consegnandoti ad una parabola discendente, senza apparente ritorno.

 I protagonisti si troveranno ad essere coinvolti in un misterioso esperimento farmaceutico alla ricerca di risposte.

Annie è delusa, ha perso il controllo della sua vita. È tormentata dal rapporto con la madre e la sorella, dal senso della perdita e dalla depressione del padre. Owen è affetto da schizofrenia.

Entrambi si vedono senza speranze e ripongono una pseudo fiducia nella cura sperimentale del Dr. James K. Mantleray.

Cercano di provare il tutto per tutto.

D’altronde come proclamato dalla madre del Dr. Mantleray, anch’essa figura complessa e fondamentale per lo svolgimento della trama, “Tutti si possono aggiustare.”

Non vi fate trarre in inganno dalla lentezza della prima puntata. Le successive cominceranno a scivolare più velocemente e lo spettatore finalmente capirà le complessità dell’animo umano.

Verranno snocciolate le vite dei protagonisti e rivelati i reali disturbi di ognuno.

Dalla quarta, a mio parere, tutto sarà più chiaro e deciderete di non mollare fino al finale di stagione.

Il percorso sperimentale, in tre giorni e tre pillole, di Annie e Owen e altri sconosciuti pazienti presso l’istituto Neberdine Pharmaceutical e Biotech cambierà definitivamente le loro vite.

Non perché questo processo scientifico si sia dimostrato risolutivo come ambiziosamente proclamato bensì perché il destino è una beffarda variabile che nessuna esperienza rigorosa e ripetibile può rendere zero.

La disconnessione del computer GRTA e la conseguente perdita delle connessioni create è l’esatto opposto dell’umana e reale connessione cosmica istaurata dai due soggetti. Le psicosi di Annie e Owen probabilmente non svaniranno ma non verranno affrontate nelle loro solitudini ma fianco a fianco senza paura di essere giudicati per la loro diversità.

Alessia Aleo