Lost in Translation, l’amore in un sussurro

lost in translation

“Più conosci te stesso e sai quello che vuoi, meno ti lasci travolgere dagli eventi”

Titolo: Lost in Translation
Regista: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Cast Principale: Bill Murray, Scarlett Johansson
Nazione: USA
Anno: 2002
Una sotto categoria ben precisa dei cosiddetti film d’amore – anche se il film in questione di Sofia Coppola non è propriamente un film d’amore, e arriveremo al motivo tra poco – è quella in cui trionfa il non detto sul consumato, in cui la relazione platonica è più squassante del desiderio stesso, in cui il romanticismo è puro e non si banalizza.
 
Lost in Translation è un trionfo di tutto questo, del rapporto sfiorato, del non detto e della storia di due anime perdute che si trovano e riescono a vivere solo in contatto l’una con l’altra. E’ un film che, in così pochi anni, grazie anche agli interpreti e al finale, ha già lasciato un segno profondo nel cuore di milioni di appassionati.
Il titolo ci aiuta già a capire il mood del film: due americani “persi” a Tokyo, in cui la difficoltà di comunicazione impedisce qualsiasi cosa, diventano fantasmi messi giocoforza faccia a faccia con la propria solitudine interiore. Ma naturalmente il titolo è un gioco di parole sofisticato per una solitudine più esistenziale ed assoluta, e Tokyo diventa il simbolo del mondo tecnologico, dell’odierna metropoli in cui tutto si esaurisce, tutto si perde e non c’è mai tempo o modo per godere davvero l’attimo. A perdersi nello scorrere della vita sono soprattutto i rapporti umani. Charlotte e Bob si incontrano per motivi diversi: lei è in Giappone ad accompagnare il fidanzato fotografo, lui è un attore in declino che prova ad alzare qualche soldo con scadenti pubblicità. Lei è molto giovane, lui un maturo adulto. Eppure, si incontrano.
Il bello del rapporto platonico, o meglio, il bello della relazione che il film crea, è la sua esistenza solo e soltanto in questo ambiente e in questo frangente, eppure così potente da far dimenticare tutto il resto. In qualsiasi altra parte del mondo, in qualsiasi altro momento, Bob e Charlotte non solo non si sarebbero mai incontrati, ma se si fossero incrociati non sarebbe mai scattata quella particolare scintilla che ora li unisce. Il cinema ha la capacità di fermare il tempo, e renderlo unico e fondamentale, come nessun altro medium artistico sa fare. Bob e Charlotte non sono fatti l’uno per l’altra e non hanno cose in comune che li uniscono, è piuttosto evidente e il film non lo nega, eppure per un’ora e mezza sono la coppia più perfetta nell’intero universo.
 

Qui entra in gioco il vero romanticismo. Se Bob e Charlotte avessero consumato un rapporto fugace, o anche solo un bacio esageratamente passionale, o persino dichiarati semplicemente qualcosa di esplicito, il rapporto sarebbe risultato un po’ più semplice, un po’ più banale. Invece i due rimangono due satelliti paralleli che girano intorno allo stesso pianeta senza mai toccarsi: nella perdita del tempo, nella perdita della vita stessa, in quella mancanza di comunicazione e alienazione che milioni di film hanno trattato, Lost in Translation cattura con una leggerezza e potenza disarmante quelle impercettibili sfumature che facciamo fatica a comprendere nel rapporto romantico.

Quale è quel gradino che manca sempre all’essere umano per comprendere l’altro?

Forse, anzi sicuramente, non lo scopriremo mai, e non sarà certo un film ora a dircelo, ma il cinema può ricordarci che comunque, oltre ogni difficoltà e incomunicabilità, due anime possono ancora attrarsi: la loro non è solo amicizia, e non è nemmeno solo amore, ma un qualcosa di più grande ed ineffabile, quello stato d’animo così unico ed irraggiungibile in cui si sta davvero bene solo in compagnia l’uno dell’altro, come se tutto il resto del mondo non esistesse.

Pur col rischio di insistere nella ripetizione, è doveroso ribadire che nella sua semplicità Sofia Coppola ha realizzato un rapporto complesso a dismisura, una tavolozza di emozioni dalla quale risalta la dolcezza del viso di una giovane Scarlett Johansson e l’intraprendente vacuità di un Bill Murray oltre la perfezione. Lost in Translation è il ritratto dell’insoddisfazione che viviamo, e dell’incapacità di comprenderne i motivi ed afferrarla, ma al tempo stesso è anche la soluzione evidente: la forza del rapporto umano puro, di qualunque natura esso sia. E quindi, nella confusione di una megalopoli, tra milioni di persone che camminano senza nemmeno guardarsi in faccia un nanosecondo, ci si può ancora incontrare e ritrovarsi come calamitati da una forza magnetica sconosciuta, abbracciarsi, dirsi qualcosa – che naturalmente deve rimanere un segreto tra gli interessati – e lasciarsi andare alla lacrime o ad un bel sorriso. Questa è la nostra salvezza.

 

3 buoni motivi per vedere il film:
– Bill Murray naturalmente, e tutte le sue esilaranti scene in cui gira la pubblicità per il Suntory.
– L’innocenza di Scarlett Johansson, prima di diventare l’icon sexy che tutti conosciamo.
– Le scenografie naturali di Tokyo, quella metropoli così dispersiva e così simbolica per lo stato d’animo dei protagonisti.

 

Quando vedere il film?
– Una sera d’inverno, con molta calma, rigorosamente da soli, e paradossalmente anche dopo una brutta giornata.

 

Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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