“Imagine”. Dell’immortalità dell’amore e della musica

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Immagina… un uomo e una donna.

Immagina… un amore.

Immagina.

Lui, star british pop con l’occhio ceruleo e i basettoni. Lei, artista minuta e allo stesso tempo intrisa di fascino orientale carnoso e algido. John Lennon  Yoko Ono

Yoko, John, Yoko, John, due semplici nomi che insieme hanno segnato la storia. Imagine è un docufilm del 1972 da loro diretto e interpretato (nelle sale italiane grazie a Nexo Digital dall’8 al 10 ottobre 2018), che esprime perfettamente la criticatissima simbiosi della coppia e, allo stesso tempo, i messaggi per cui si è battuta negli anni.

L’empatia, la naturalezza, la semplicità, se vogliamo, vengono espressi in questo film, che alla fine è fatto d’amore e di musica. Non saprei nemmeno dirvi se mi è piaciuto o meno, sicuramente è caratterizzato da molte immagini e grandi silenzi. Le parole sono poche e tanto spazio viene naturalmente dato alle canzoni.

Giochi, baci, fotografie, ma soprattutto John che imbraccia la chitarra e intona In the middle of the night I call your name, oh Yoko, my love will turn you on. La compagna, sdraiata accanto a lui, canticchia con la sua vocina da eterna bambina.

Durante tutta la pellicola, mentre li vedevo amarsi in un modo così – passatemi il termine – semplicemente architettonico, non facevo altro che pensare alla terribile morte di John Lennon. Yoko Ono era presente quando fu ucciso. Allora mi sono chiesta cosa resta di questo amore. O meglio, cosa resta della vita quando ti viene strappato un amore così sotto agli occhi. E poi ancora mi sono detta che vale davvero la pena vivere ogni momento con anima vergine, circondarsi di persone che nel bene e nel male ti fanno sentire vivo. Perché di questa vita non ci resta nulla se non questi attimi di baci e arte, di note scordate appiccicate su un letto.

È l’amore degli sguardi struccati, degli abbracci sulle panchine, di una partita a scacchi dove alla fine ti mangi le pedine perché non ti importa di vincere, ma solo di giocare. Giocare tra gli alberi, le piante, giocare con la fama imperitura che ti sei guadagnato ma che, senza chi ami al tuo fianco, vale meno di niente. Giocare alla vita col tuo compagno di giochi.

Yoko, John, Yoko, John. Si chiamano gli amanti mentre si corrono incontro sulla sabbia che mangia le loro scritte d’amore, Yoko Loves John, John Loves Yoko.

Questa scena mi ha ricordato l’Antonio e Cleopatra visto poco tempo fa al Macro Testaccio: anche nello spettacolo del regista portoghese Tiago Rodrigues i due amanti non facevano che chiamarsi per nome in una cantilena senza fine. Cos’è l’amore, alla fine, se non due nomi che si rincorrono. Due nomi che in realtà non hanno significato alcuno e che la vita unisce per caso, o meglio per occasione.

Non esistono amori senza ombre, né è importante la loro durata, forse. Nel caso di Yoko e John, l’onda del mare si è portata via la scritta, ma la storia resta impressa nel cuore di milioni di fan e, ovviamente, di chi l’ha vissuta.

Alessia Pizzi

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