Tutti Lo Sanno, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo

Tutti Lo Sanno

Ogni film di Asghar Farhadi, se andiamo a stringere nell’essenza, potrebbe essere una soap opera.

L’autore iraniano non si è mai vergognato di partire da situazioni spesso semplici e comuni, come un nucleo famigliare intriso di verità non dette. Tutte le sue storie partono dalla stessa premessa, poi accade un evento che scoperchia tutta la fragile e formale sovrastruttura che c’era sopra. La differenza, ovviamente, da chi rimane alla semplice soap opera, ai sentimenti urlati e sbattuti in faccia, è la fenomenale capacità di Farhadi nello scrivere ragnatele di animi e mosaici di segreti. Un talento fuori dal comune che si abbina perfettamente alla sua provenienza iraniana, che infonde alle storie quelle problematiche sociali decisive per il salto di qualità.

Pare normale, pertanto, che spostandosi in Spagna, parlando un’altra lingua, affidandosi ad un altro ambiente, un po’ di quella ricetta magica si perda. Non stupisce che si perda Farhadi stesso, ogni tanto, in certi cliché spagnoli, come le feste e il vino, in tipiche riprese da cartolina da “regista straniero”. Forse anche per questo Tutti Lo Sanno è un film buono, godibile, ma non riuscito al 100%: manca la costruzione perfetta, manca quel senso di impotenza di fronte alla società che lascia sgomenti, manca l’asprezza di una moralità soffocata. Nella bellissima e assolata Spagna, nella libera Spagna molto più democratica e aperta dell’Iran, Farhadi cerca altre cose, si abbandona troppo ai dettami del genere – il giallo – e mette in secondo piano le sue qualità.

Quello che più funziona di Tutti Lo Sanno è il lungo prologo e la tesa parte finale. Ma la parte centrale, farraginosa e prevedibile, è troppo legata ai meccanismi di genere che chiunque, non solo Farhadi, avrebbero potuto realizzare.

Il talento di Farhadi lo vediamo fuori dalla costruzione della semplicistica trama. Lo vediamo nel lungo prologo di mezz’ora, ad esempio. Quando nel ritrarre un matrimonio paesano, le sue preparazioni ed i suoi festeggiamenti, gira con spirito anarchico e dinamico costruendo una vasta galleria di umanità. Chi ha il sorriso vero, chi lo ha finto, chi tiene nascosto qualcosa e chi vorrebbe dire qualcosa, questi sono i suoi personaggi. Tutto ribolle e pare sempre sul punto di esplodere, sopito dall’allegria ma non addormentato.

E rivediamo il suo talento nell’atto finale. Quando, una volta svelato il colpo di scena alla base di tutto – la cui forza, paradossalmente, è proprio quella di non essere sorprendente ma essere prevedibile, come suggerisce il titolo del film stesso – Farhadi torna a scavare nella psicologia morale dei suoi protgonisti. Non prende mai parte, mai posizione, non affida ragione o torto, ma esamina le relazioni personali inevitabilmente danneggiate dal tempo e dalle bugie.

Probabilmente il suo meglio Tutti Lo Sanno lo dimostra proprio quando deve ricostruirlo il tempo non visto nel film. Scavando nel passato, facendo tornare a galla dissapori legati alle condizioni di classe e al denaro, Farhadi sostituisce il respiro politico dei suoi film iraniani con un clima di ingiustizia figlia della crisi economica, quasi ovvio considerando il contesto europeo.

Questo è, indubbiamente, il Farhadi migliore. Quello che spoglia le sue due star di ogni formalità, lasciando che esca fuori la profondità di Penelope Cruz e il carisma di Javier Bardem. Quello che esplora i conflitti inossidabili del tempo, incrostati in errori che non si possono più correggere e tumulti morali che non si possono spegnere. Drammi intimi che diventano thriller dei sentimenti, dei dubbi, di fitti rancori pregni di suspense emotiva.

Non è il miglior Farhadi quello che si lascia andare al giallo semplice, all’indagine semplice, a meccanismi rodati quanto stanchi. Ad un certo punto il film va avanti col pilota automatico, un grande peccato perché gli strumenti per fare grande cinema erano lì a disposizione.

Ci godiamo comunque Tutti Lo Sanno perché rimane un film godibile, teso, che non annoia e ha sprazzi di buone idee. Ma da Farhadi, onestamente, vogliamo sempre il meglio.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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