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Robin Hood, l’origine della leggenda sbagliata

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Robin Hood è stato mostrato e raccontato al cinema in decine di film e decine di modi. In tutte le sale, in vari generi, con tanti toni. Considerando ciò, è giusto che un nuovo film sul soggetto – per quanto ci sarebbe chiedersi perché realizzarlo in principio – cambi ancora, elabori ancora, cerchi ancora strade nuove.

E questo nuovo Robin Hood nell’anno del Signore 2018 una versione nuova la racconta sicuramente. Solo che racconta quella sbagliata.

Perché ogni rielaborazione e film precedente, per quanto diversi e singolari, avevano sempre mantenuto una chiara bussola al centro della storia: non cambiare mai lo spirito. Il personaggio è quello, la vicenda è quella, il tema è quello, si cambia ciò che attorno e come si racconta la storia, non si cambia lo spirito. Questo nuovo film invece fa l’esattamente l’opposto e finisce per essere, oltre che un pessimo film, anche un film che non ci mostra mai il vero Robin Hood.

Questa versione di Otto Bathurst, un onesto mestierante tv prestato qui al cinema senza alcuna pretesa o pallida ombra d’autorialità, è semplicemente una accozzaglia di idee, già viste e sentite, filtrate attraverso l’estetica del cinema action da blockbuster contemporaneo. Tra continui slow motion, esplosioni totalmente fuori contesto, e combattimenti ridicoli, pare letteralmente di essere da un’altra parte.

E forse, peccato più grande, anche tutti coloro coinvolti nella realizzazione del film vorrebbero essere da un’altra parte. Sicuramente non a fare un film di Robin Hood, questo è lampante. Non solo il nome del fuorilegge non viene mai menzionato, ma sostituito da un generico “The Hood”, ma la sua figura è rozzamente inglobata in quella di un qualsiasi vigilante mascherato visto e rivisto.

Robin, vestito inspiegabilmente da ninja, va in giro la notte, ha una doppia identità, ha un aiutante più grande e acquisisce i suoi talenti dopo una dura fase di allenamento. Se qualcuno sta pensando a Batman, avete capito tutto (purtroppo).

Manca completamente il senso d’avventura tipico di questi racconti, sostituito da un generico bisogno di esplosioni e azione. Una scelta che non si potrebbe perdonare nemmeno se fosse azione un minimo avvincente. Figuriamoci quando, ed è il nostro caso appunto, il film è girato in maniera talmente sciatta, banale e artigianale da far invidia all’Asylum.

La letterale bruttezza estetica di questo film non fa passare in secondo piano, pertanto, anche la scelta stilistica degli anacronismi. Non è il primo film del genere che cerca un tocco steampunk, e non sarà l’ultimo. Ma, va ribadito nuovamente, la messa in scena di tali anacronismi rasenta il pacchiano.

Dalle Crociate mostrate come una battaglia nell’odierno Iraq, ad una rivolta popolare che pare uscire fuori da una protesta dei Black Block, passando per una festa medievale al ritmo di musica da discoteca, tutte le buone idee che avrebbero reso questa trasposizione originale sono distrutte dalla totale approssimazione stilistica. E, soprattutto, non viene mai dato un senso per la scelta di tali anacronismi.

Non c’è il senso, non c’è un minimo approfondimento della vicenda o dei personaggi, perché la regia è più interessata all’ennesima slow motion. Non aiuta un cast di volti inespressivi (Taron Egerton, Eve Hewson, Jamie Dornan sono agghiaccianti) e ruoli terribili affidati ai veterani (Jamie Foxx, Ben Mendelsohn).

Perlomeno, questo Robin Hood un traguardo lo raggiunge. Quello di essere probabilmente il peggior film mai visto su questo soggetto.

A pensarci è quasi un bene che il nome Robin Hood non sia mai pronunciato. Almeno possiamo far finta di non associarlo a quel racconto e provare a rimuoverlo in fretta dalla nostra memoria. E quindi approcciarci al prossimo, inevitabile film su Robin Hood con buon animo. Sperando che lo spirito della foresta di Sherwood rimanga intatto.

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Emanuele D’Aniello

Rave nel bosco incantato: il sogno più bello di Shakespeare

Dal 15 al 22 novembre presso il Teatro Studio Eleonora Duse, in scena Un sogno nella notte di Mezzestate.

Direttamente dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, la commedia più nota di William Shakespeare si trasforma in un saggio di diploma che conclude e celebra il percorso dell’allievo regista Tommaso Capodanno.

Una scelta ardua, di quelle che solo i giovani coraggiosi e curiosi sono in grado di fare.

Un testo più volte rivisitato malgrado la complessità, la cui messa in scena, in questo caso più di altre, sembra non tenti stravolgere del tutto l’opera shakespeariana.

Ciò che piuttosto si evince è il desiderio profondo di comprendere ed interiorizzare un capolavoro per poi ridarlo al mondo con la freschezza e la libertà innovativa che solo un giovanissimo appassionato può possedere.

I giovani: gli attori che muovono la scena

Un sogno nella notte di Mezzestate è uno spettacolo in cui la scena non esiste e, allo stesso tempo, è piena.

Giochi di luci psichedeliche illuminano l’ambiente fatto di fisicità e movimento costante.

Le fate conquistano il loro posto. Il bosco incantato si anima e danza spasmodicamente come in un rave rivelando i segreti degli amanti, vittime della notte che intreccia le loro esistenze.

Fatti e misfatti si incastrano così come i ruoli che si sdoppiano e mutano secondo leggi misteriose e giochi di potere.

14 giovanissimi interpreti impongono la loro figura sul palco fungendo tutti da protagonisti: Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Nicoletta Cefaly, Simone Chiacchiararelli, Carolina Ellero, Marco Fasciana.

Ed ancora Lorenzo Guadalupi, Domenico Luca, Marco Valerio Montesano, Tommaso Paolucci, Francesco Vittorio Pellegrino, Francesco Pietrella, Rebecca Sisti, Aron Tewelde.

Sono loro i tasselli imperdibili di un’opera che si fa largo nella modernità e rompe i silenzi, i tabù.

Dal testo originale alla traduzione: la rima, chiave di ironia

La traduzione innovativa del testo di William Shakespeare, ad opera di Tomasso Capodanno e Matilde D’Accardi, resta comunque fedele al contenuto e all’ironia che in rima riecheggia ed ammalia i sensi.

Un mondo magico in cui la linea di confine tra l’ orfico e la realtà appare sottile e all’interno del quale la vera lotta è quella contro le leggi che lo governano.

Definito Inno alla femminilità, questo spettacolo è frutto di un’ urgenza espressiva in cui la sessualità diventa, nel sogno e nella realtà, il motore indiscusso.

La rigidità di Teseo assume i tratti femminili di Titania durante la notte.

Ippolita e la sua sottomessa figura, al contempo, vestiranno i panni del grande e potente Oberon.

Il folletto Puck acuisce la sua simpatica presenza fatta di due persone in una e due voci sovrapposte che in maniera insolente e diretta giungono al pubblico come una eco potente, portatrice di messaggi.

Un’ inno al doppio che è in ognuno di noi, alla forza che viene dalla debolezza e alla stessa fragilità che, seppur sostantivo femminile, appartiene a ciascun essere umano in maniera indistinta.

Il giovane regista tende evidentemente all’ esaltazione di questa follia, della poesia e di un’ immaqginazione che consente all’uomo di viaggiare pur stando fermo.

Uno spettacolo di lotte interiori ed esteriori che indossa maschere dai colori caldi e poco più.

Nulla qui è lasciato al caso: amanti, fate, spiritelli, fiori incantati, uomini che governano le leggi del giorno e della notte, simpatici e scanzonati artigiani sull’orlo di una crisi di nervi durante le prove di uno spettacolo teatrale.

La continuità che genera conoscenza e passione

Nulla distorce le volontà del più grande drammaturgo inglese, eppure, ciò che cambia sono i tempi. Ciò che cambia è lo sguardo dello spettatore che nel 2018, è in grado di vedere con nuova luce un pezzo di storia teatrale e trarne nuovi significati.

Un sogno nella notte di Mezzestate è la ricerca, il desiderio di scoperta ancor vivo in quei giovani che in molti definiscono, ingiustamente, smarriti.

È la volontà di essere teatro vero e di comprendere come la sperimentazione sia la strada migliore per crescere, per vivere.

È la voglia di appropriarsi della meraviglia nascosta in un testo con quella leggerezza che non è sinonimo di superficialità ma di passione libera.

È, in fin dei conti, il sogno più bello che Shakespeare potesse fare perché la continuità genera conoscenza e la conoscenza, si sa, cambia il mondo.

Maria Grazia Berretta

 

Grey’s Anatomy: la tempesta perfetta soffia via gli altarini

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Con l’episodio numero otto, Blowin’ in the wind, è proprio il caso di dire che è arrivata la tempesta.

Il forte vento che si abbatte su Seattle soffia via tutti gli altarini che fino ad ora ci hanno tenuti legati alla sedia: Teddy rivela ad Owen di essere incinta, Meredith rivela a Maggie che la mamma di Jackson è malata.

Ho poco da dire su Teddy, a parte il fatto che non mi piace molto. Alla fine dei giochi decide di dire all’amico la verità sulla sua gravidanza dopo aver concluso un’operazione chirurgica. Invece stavolta ho molto apprezzato l’algida Meredith per il suo pragmatismo: mentre la sorellastra continua a lagnarsi senza chiarirsi col fidanzato, le fa gentilmente notare che lui avrà bisogno di lei a prescindere. Come sempre, ubi maior minor cessat.

E proprio di Meredith vorrei continuare parlare, visto che finalmente l’iceberg si sta sciogliendo.

Mentre la nostra vedova in lutto dice a Link che possono cenare insieme, De Luca parte in quarta, la prende in disparte e le fa percepire che tra loro c’è qualcosa. Le due scene ci lasciano subito intuire che la cena con l’ortopedico è molto meccanica, sulla base di un feeling pari a zero (della serie, proviamoci!), mentre negli istanti in cui Meredith e Andrew si trovano da soli nella stanza, a due passi, si inizia a percepire il desiderio.

Una scena molto bella, delicata e intensa, che non mi ha fatto per nulla rimpiangere Derek. Sarei felice di vedere Meredith nuovamente innamorata, o quantomeno presa!

Assolutamente insignificanti i momenti da sepolti in casa di Jo e Alex: più la stagione va avanti più si percepisce che questi due personaggi ruotano solo attorno a loro stessi. Ok si sono sposati, ok sono innamorati, ok tutto. Ma Jo è totalmente inutile nella serie e Alex si è rivelato un pessimo capo. Non a caso, indovinate chi prende in mano la situazione durante la tempesta? Ovviamente Miranda Bailey, che torna a splendere nel suo ruolo di leader, mentre si prende un anno sabbatico da Warren perché le genera troppa ansia. Qui è Webber a farle notare che ha bisogno di aiuto, perché non si può allontanare un marito per la sua professione.

Piccolo focus su Amelia, che è diventata davvero una brava madre. Si meriterebbe anche lei un lieto fine… bisogna vedere se Owen sarà in grado di darglielo dopo la temibile rivelazione. Merita un commento anche il goffo Schmitt che rimette a posto il saccente Nico Kim: quest’ultimo sostiene con arroganza di non voler vivere il coming out dello specializzando, che però controbatte con una risposta molto tenera. Semplicemente, avendo vissuto una vita da nerd, non aveva capito di essere davvero gay finché Kim non lo ha baciato. Da quel momento i due vengono travolti da una vera e propria tempesta di desiderio.

Infine, si apre un grande scenario su Richard e Jackson: saranno loro a dover affrontare la grande sfida di Catherine e questa malattia a mio avviso scremerà tutto ciò che non serve. Come la tempesta porta via tutti i silenzi accumulati sino ad ora, questo momento difficile metterà in luce tutte le priorità, anche a livello affettivo. Maggie sarà in grado di essere una vera spalla per Jackson?

Il mid season finale ci lascia davvero col fiato sospeso e ci fa maledire queste eterne pause tra gli episodi.

Grey’s Anatomy e la mappa per uscire dalla comfort zone

Alessia Pizzi

 

Immagine in evidenza: https://www.facebook.com/meredithgreysource

Al teatro Eliseo Karl Marx finisce sotto processo

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Avete mai immaginato di poter giudicare la storia e i suoi protagonisti? Un gioco affascinante che da diversi anni è davvero possibile grazie a Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia. A finire sotto torchio, questa volta, è Karl Marx. Fu solo un grande maÎtre à penser o il mandante morale di massacri perpetrati in ossequio alle sue idee? Sarà giudicato colpevole o innocente?

Giunto all’undicesima edizione, Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia, è uno di quegli appuntamenti ormai imperdibili.

Un format collaudato da anni di ripetuti e crescenti successi che porta sul palcoscenico del Teatro Eliseo nientemeno che la storia, da sempre croce e delizia di milioni di studenti.

Una disciplina che, nonostante mostri qualche ruga di una vita millenaria, emana sempre un fascino irresistibile.

Ideato e curato da Elisa Greco, in partnership con Anima per il sociale nei valori dell’impresa, (nell’ambito delle iniziative organizzate da Unindustria per la XVII Settimana della Cultura di impresa di Confindustria), Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia negli anni scorsi ha portato alla sbarra imputati illustri.

Rigorosamente a braccio, magistrati, avvocati, personalità della cultura e della società civile, danno vita ad un dibattimento processuale, intorno a un personaggio che ha fatto storia.

Tony Blair, Napoleone, Fidel Castro, Albert Einstein, Oriana Fallaci. Ma anche Bettino Craxi, Lina Merlin, Adriano Olivetti, Giuseppe Garibaldi, Lady Diana, sono solo alcuni nomi fra quelli di decine di personaggi celebri processati in questi anni.

Ad emettere “l’ardua sentenza” è sempre e solo il pubblico in sala.

Dopo aver ascoltato gli imputati, la difesa, l’accusa e i testi, il pubblico emette l’inappellabile verdetto, non sempre scontato!.

Il primo dei quattro appuntamenti di questa nuova edizione è andato in scena lo scorso 12 novembre. Sul palco del Teatro Eliseo di Roma, che quest’anno ha spento le fatidiche cento candeline, è salito Karl Marx.

Interpretato dal sociologo Domenico De Masi, il filosofo nativo di Treviri, di cui quest’anno ricorrono i duecento anni dalla nascita, è stato il protagonista di un dibattimento che ha messo sotto accusa non solo le sue idee ma anche la sua stessa vita.

Da una parte l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero, la bravissima Fiammetta Palmieri, nella vita di tutti i giorni magistrato in servizio presso la segreteria del CSM.

Dall’altra la difesa, personificata dal Presidente emerito della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti, non proprio uno qualsiasi quanto a comunismo e teorie marxiste.

Inequivocabili le accuse mosse a Marx: distruzione dello stato e istigazione alla violenza.

A dire dell’accusa l’autore del “Il Capitale” avrebbe con le sue idee, pur riconosciute come rivoluzionarie e in origine nobili, non solo promosso l’estinzione dello stato ma anche innescato quelle violenze che, in nome di un’ideologia, insanguineranno buona parte del Novecento.

Non meno efficace l’arringa della difesa.

L’ex presidente della Camera dei Deputati ha ribattuto con veemenza, conoscenza e ironia alle accuse della PM, cercando di smontare quell’impalcatura a partire dagli stessi capi di imputazione.

Per la difesa a finire alla sbarra non dovrebbe essere Marx ma, semmai, Lenin o ancor di più Stalin. Perché il filosofo tedesco non ha mai sostenuto teorie quali la distruzione dello stato e tanto meno può essere accusato di aver fomentato con le sue rivoluzionarie idee gli eccidi futuri.

È come, ha esclamato enfaticamente Bertinotti,  «se si volesse processare Gesù per gli orrori compiuti dai crociati o per altre pagine non certo edificanti del Cristianesimo.»

Un paragone suggestivo, incapace però di intimidire la PM che, come il più bravo dei maghi, quando l’assoluzione di Marx sembra ormai scontata, estrae dal cilindro il bianco coniglio.

Prima porta a conoscenza della giuria l’esistenza di un figlio illegittimo, avuto dalla governante, che il filosofo non riconobbe mai; poi sottolinea l’irresponsabile scelta di Marx di condurre una vita di stenti, coinvolgendo in ciò anche la moglie e la numerosa prole, nonostante provenisse da una ricca famiglia borghese.

A sostegno dell’accusa anche due validi testi, un imprenditore, interpretato da Giovanni Lo Storto (il direttore generale della Luis “Guido Carli”) e una corrispondente di un giornale da Mosca, la giornalista Annalisa Chirico.

In mezzo al fuoco nemico, Marx.

Questi con pacatezza ma senza remissività, si è difeso da ogni accusa, negando di essere il mandante delle future violenze perpetrate dal comunismo.

Ma il filosofo ha anche reagito agli attacchi sulla sfera privata.

L’aver scelto una vita di indigenza è stata semplicemente una necessità, dettata dalla volontà di essere nonostante tutto coerente.

Mai avrebbe potuto vivere una vita agiata e, al tempo stesso, battersi per i diritti dei più poveri e indifesi.

Una scelta di dignità, di rispetto.

A sostenere questa linea due testi d’eccezione, la stessa moglie di Marx, interpretata dalla giornalista Elisa Anzaldo e l’amico di sempre, Friedrich Engels che sostenne economicamente per tutta la vita Marx, condividendo ogni singola scelta.

Nei panni di Engels Federico Geremicca, firma di punta del quotidiano “La Stampa”.

Alla fine di un dibattimento, perfettamente gestito dalla Presidente della Corte, la serafica Augusta Iannini, (nella vita Vice Presidente dell’Autorità Garante della Protezione dei dati personali), giunge il momento più atteso della serata.

Il pubblico in sala, fra cui per fortuna tantissimi studenti, vota.

A disposizione due cartoncini. Uno blu, per l’innocenza, l’altro rosso, per l’inappellabile colpevolezza.

Alla fine la “giuria popolare” ha assolto e a larga maggioranza il filosofo tedesco.

Karl Marx è innocente.

La sensazione più vivida che rimane di questa bella serata è che la storia, se raccontata in modo originale e accattivante, può essere ancora il libro più bello da leggere, un testo sempre nuovo e ogni volta sorprendente.

Complimenti alla curatrice Elisa Greco ma anche a tutti coloro che si sono spesi e si spenderanno nei successivi appuntamenti.

Sì perché Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia prevede altri tre imperdibili appuntamenti.

Il 5 dicembre ad essere processati saranno Ovidio e Augusto. L’11 febbraio sarà la volta di Evita Peron.

Il 25 marzo infine, ultimo appuntamento di questa edizione, a finire davanti al banco della giuria sarà Maximilien De Robespierre.

E allora non rimane che andare all’Eliseo e provare il brivido di processare la storia.

 

Maurizio Carvigno

I Medici 2 e la congiura dei finali delle serie tv

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Era stato annunciato che sarebbe stata una puntata dura da guardare.

Il finale cruento dello scorso episodio era un chiaro preludio. Nella pubblicità della Rai si vedeva l’urlo di Lucrezia Tornabuoi e un pugnale colpire Giuliano. I canali social ufficiali della serie tv Medici non lasciavano molti dubbi. E poi qualche tempo fa, nella puntata dedicata alla Cappella Sistina, Alberto Angela, parlando della congiura dei Pazzi, aveva mostrando in anteprima delle scene del telefilm. Proprio le scene dell’aggressione ai fratelli Medici! (E con questo, abbiamo appurato che Alberto Angela è l’unico uomo che può fare spoiler senza essere linciato!).

D’altra parte, la storia non può essere riscritta. Giuliano doveva morire il 26 aprile 1478. E noi dovevamo disperarci davanti la televisione.

Perché non importa quanto uno se l’aspettasse, la scena della congiura ha fatto male. Questo perché è stata girata e montata veramente bene. C’è un episodio intero che prepara gli spettatori alla tragedia. Per 50 minuti osserviamo i Pazzi cercare un modo per far morire contemporaneamente Lorenzo e Giuliano. Li vediamo coinvolgere loschi figuri, manovrare il Papa, organizzare cene, far uccidere uomini innocenti. Ogni volta con la sensazione che si stia solo rimandando l’inevitabile.

E per 50 minuti vediamo Giuliano desiderare la morte. Lo ascoltiamo dire che non c’è più nulla per cui valga la pena vivere, avvertendo (o sapendo) che presto il suo desiderio sarà esaudito. Abbiamo anche l’occasione di vederlo rinsavire (ovviamente) e scegliere di stare meglio per guadagnarsi il Paradiso e raggiungere così la sua Simonetta. Così la nostra stretta al cuore si fa più stretta.

Guardiamo la messa e abbiamo le palpitazioni.

Il cardinale alza l’ostia, vediamo i coltelli, sentiamo l’urlo di Lucrezia, la musica concitata… ed è subito una nona puntata di Game of Thrones. Siamo lì con le lacrime agli occhi a gridare: “No!”, “Oddio!”, “Bastardi”. E alla fine della puntata, anche se si parla di Primavera e di rinascita, ci sentiamo un bel po’ scossi e tristi.

La scena della congiura è resa e girata veramente bene. Finalmente i rallenty hanno una ragione espressiva (quasi tutti esagerati e inutili quelli presenti prima). I momenti dell’uccisione di Giuliano sembrano quasi un quadro. Uno di quelli che raccontano il martirio di alcuni apostoli o santi. Anche il modo in cui Giuliano passa a Lorenzo il proprio pugnale è un’immagine molto forte. Belle le interpretazioni, bello il montaggio delle scene che contribuisce a dare il senso del caos che un evento del genere doveva aver provocato.

I Medici 2Dallo schermo della tv arriva tutta l’aggressività di quell’atto.

La violenza è tale che sentiamo il senso di colpa provato da Lorenzo. E si capisce perfettamente la sua reazione così forte, così contraria a tutto quello che lui stesso ha predicato durante la stagione. I Medici ci dimostrano come, dopo un crimine feroce e destabilizzante, sia naturale andare alla ricerca della “giustizia” che quasi mai è pacifica. Quanto è semplice desiderare la vendetta. Il senso di umanità e la ragione vengono sempre dopo. Le parole di Contessina le sentiamo, ma non riusciamo ad accettarle pienamente. Esattamente come fa Lorenzo.

In questo senso, non possiamo che dare ragione a Jacopo Pazzi quando afferma:

Io perdo quel poco che mi rimane da vivere, ma tu hai perso tutto ciò per cui hai combattuto. Hai perso la tua anima.

I tentativi di essere un uomo migliore del nonno e del padre, vanno in fumo. Neanche più la bellezza dell’arte e la filosofia con cui è cresciuto sono sufficienti a placare il dolore per la morte del proprio fratello. Perché un fratello è parte della propria identità e nel momento in cui te lo strappano via è come se si perdesse una parte di se stessi. Eppure, per quanto comprensibile, la vendetta non è mai la risposta. Di certo non lo è per il Lorenzo che abbiamo imparato a conoscere. Non lo è per chi, come Botticelli, crede nella vita e nelle sue possibilità. Ed ecco perché è proprio dalla morte che si ricomincia. È proprio dal dolore che rinasce l’arte, quindi la vita.

E che pensare di Gugliemo Pazzi? Fino a che punto era ignaro di quello che sarebbe successo? E perché ha bruciato la lettera di Francesco? Questi dubbi ci accompagnano fino alla fine e anche se all’inizio era un personaggio che stimavamo, ora non possiamo che essere arrabbiati con lui perché era l’unico che avrebbe potuto mettere in guardia Lorenzo. L’esilio, pur causando un’ulteriore separazione della famiglia, appare la soluzione più lucida e ragionevole.

Quando parte la canzone di Skin la tristezza per ciò che è successo si mescola alla consapevolezza di essere davanti al finale. Ma esattamente come siamo ristorati dalla visione della Primavera (realmente iniziata nel 1478), così possiamo consolarci del fatto che la terza stagione è già in fase di riprese.

I Medici si confermano un prodotto televisivo in grado di intrattenere ed emozionare il pubblico in maniera alle volte sorprendente.

E anche per quest’ultima puntata (anche se tragica), noi abbiamo cercato di sdrammatizzare un po’.

Federica Crisci e Francesca Papa

A Head Full of Dreams: l’ascesa dei Coldplay in un film

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Si aspettava un dvd live dei Coldplay da ottobre 2017. L’attesa è durata più del previsto, ma ne è valsa decisamente la pena.

Coldplay: A Head Full of Dreams non è soltanto un film per i fan più sfegatati alla ricerca di notizie inedite riguardanti i propri idoli. È uno spettacolo che documenta le esperienze particolari della band, ma che allo stesso tempo è in grado di parlare direttamente alla nostra interiorità. E lo fa in modo semplice e universale come solo le grandi opere riescono a fare.

Attraverso la storia dei Coldplay, Mat Whitecross racconta una sorta di favola contemporanea, in cui i protagonisti, pur tra le difficoltà, riescono a raggiungere il lieto fine (che fine, in realtà, non è. O almeno lo speriamo!). L’ascesa al successo, benché repentina, è stata graduale e faticosa. Le immagini ci presentano i protagonisti non come dei supereroi, come a volte si tenderebbe a credere, ma come dei comunissimi ragazzi inglesi, che mantengono la loro genuinità e la loro umiltà anche all’apice della fama.

Di film e documentari sulle band famose ce ne sono tanti, ma questo è davvero unico.

Innanzitutto perché il regista Mat Whitecross è amico dai tempi dell’università dei quattro membri dei Coldplay. Pare addirittura che il cantante Chris Martin si sia rifiutato di vedere il film (ebbene sì anche lui odia vedersi in video come noi comuni mortali!), dandogli piena fiducia riguardo al materiale da inserire. L’immediata impressione che si ha guardando A Head Full of Dreams è di un prodotto “fatto in casa”. Non nel senso della qualità tecnica, impeccabile, ma dei contenuti.

A Head Full of DreamsProprio questa lunga amicizia tra i Coldplay e Whitecross ha permesso, infatti, di avere a disposizione delle immagini altrimenti introvabili. Oggi è normale fare video anche agli eventi più banali della nostra vita grazie allo smartphone che abbiamo sempre a portata di mano. Ma 20 anni fa? Solo un aspirante regista che portava ovunque con sé la sua videocamera poteva farlo.

Vediamo così Chris, John, Will e Guy non ancora ventenni giocare tra di loro su un vagone del treno. Potrebbe essere tranquillamente una scena di quattro universitari pendolari della Roma-Nettuno. Poi ci sono gli scorci all’interno delle camere in cui alloggiavano, le feste tra coinquilini dove si iniziano a vedere le chitarre… Proprio in quello studentato nasce l’idea della band.

Il primo nome, terribile, è Starfish. Coldplay arriva poco dopo, rubando un’alternativa scartata da un’altra band (immaginate i rimorsi di quest’ultima!).

Abbiamo le riprese, sgranatissime, del loro primo concerto in un pub a Camden e del secondo, dove addirittura rimangono senza batteria e tengono il ritmo usando i piedi. Il prezzo dell’evento? Solamente 4 sterline. Possiamo così ascoltare brani come Brothers and Sisters, Ode to the Deodorant e Such a Rush, oggi conosciuti solo dai fan più fedeli.

Viene dato anche il giusto spazio a Phil Harvey, amico d’infanzia di Chris Martin, che abbandona l’università per essere il loro primo manager. Oggi riveste il ruolo di direttore creativo ed è considerato dagli stessi Coldplay il quinto membro della band.

E poi c’è quella dichiarazione di Chris, poco più che ventenne, con un abbigliamento improbabile e l’apparecchio ai denti. Ricordatevi di noi perché tra quattro anni saremo famosi. Quella che oggi appare come una profezia non è altro che la testimonianza dell’incredibile ottimismo, della forza d’animo che caratterizza il frontman dei Coldplay.

Eppure anche loro fanno i conti con la difficile realtà quotidiana.

Non parliamo dei grandi eccessi, dimenticate lo stereotipo della star sesso, droga e rock & roll. Nella storia della loro carriera ci sono i problemi che abbiamo tutti: liti, crisi, lutti, divorzi. Difficoltà della vita che solo avendo accanto le persone giuste si riesce ad affrontare e a superare. Ed è proprio questo il nodo centrale di tutto il film. La profonda amicizia, la stima, l’affetto che lega i componenti della band. Il sostegno reciproco e la lucida consapevolezza che ognuno senza gli altri non sarebbe nulla.

A Head Full of Dreams
coldplay.com

Sebbene Chris sia indubbiamente il più creativo, il più esuberante, sebbene sia il frontman e pertanto oggetto principale dell’attenzione dei media, non si è mai sentito al di sopra dei suoi compagni. Non sono una band, non sono amici, sono una famiglia. È questa la loro forza, il semplice e geniale segreto del loro successo.

Così come l’album omonimo, A Head Full of Dreams è un inno all’amore, ai sogni, alla vita.

Durante la visione ci sono momenti toccanti e commoventi, come quando si fa riferimento alla perdita della madre di Will. L’emozione è poi incontenibile quando si passa alle immagini dell’ultimo tour, in particolare quelle della tappa milanese del luglio 2017, contenute nei 10 minuti extra della proiezione cinematografica. È incredibile pensare di essere stati lì, tra quelle migliaia di puntini colorati sugli spalti dello stadio. Viene la pelle d’oca, sul serio.

Anteprime assolute e duetti inattesi: i Coldplay tornano in Italia in grande stile

Non mancano, però, i momenti più leggeri e divertenti in cui tutta la band si mostra capace di una grande autoironia. Gli scherzi tra vecchi amici, le battute per alleggerire la tensione, il nonsense dopo ore e ore di registrazione. È impossibile non essere coinvolti in tutto questo, sembra quasi di conoscerli personalmente, ormai.

Quello che rimane quando le luci della sala si riaccendono è una felicità profonda e un senso di piacevole ottimismo. Perché si ha la convinzione che finché esisteranno la musica e l’amicizia non saremo mai soli e mai troppo deboli. A prescindere dai dischi venduti, dai premi e dai soldi guadagnati, è questa la morale della favola Coldplay.

“Ci siamo dentro insieme. Siamo un’unica grande band. Tutto è possibile, se non vi arrendete mai e credete all’amore.”

Coldplay: A Head Full of Dreams è stato proiettato il 14 novembre in oltre 200 sale in tutto il mondo. L’Italia è stato il quarto paese per numero di spettatori, precedendo gli Stati Uniti e la Francia. Per chi si fosse perso l’appuntamento al cinema, il film sarà disponibile su Amazon Prime Video Italia dal 21 novembre. Il 7 dicembre uscirà invece la versione in dvd insieme al cd del live. Insomma, in un modo o nell’altro, vedetelo: non ve ne pentirete!

Francesca Papa

Ezio Bosso con THE ROOTS rende omaggio alle proprie radici

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Un lavoro che scava in fondo, fino alle radici di Ezio Bosso

In THE ROOTS (A Tale of Sonata) è condensata molta emotività musicale del maestro Ezio Bosso. È un viaggio tra i sentimenti, le emozioni che le influenze musicali hanno segnato nel percorso del compositore e maestro d’orchestra. Questo album, racchiude: il passato le radici, quelle della musica classica che ha formato il maestro; il presente, lo sguardo che rivolge alla musica contemporanea e l’interpretazione che è la vera novità e quindi il futuro. musica da camera

Il lavoro che viene presentato come un album cameristico, e che in effetti se volessimo uscire un po’ scherzosamente dalla rigida tassonomia della musica classica, questo è un album da ascoltare in camera e in assoluto silenzio. È un disco che può trasportare l’ascoltatore, attraverso un vortice di emozioni sonore, in dimensioni sconosciute ai più. Ma è proprio qui che si vede la grandezza del maestro Bosso, nel comporre un album che prende spunto dalle radici, appunto, della musica classica ma che risulta piacevolmente ascoltabile da chiunque, anche da coloro i quali non sono avvezzi a queste sonorità.

L’elaborazione e l’interpretazione che il maestro fa dei brani a cui si ispira è un discorso musicale per tutti. Nel disco infatti, il maestro suona il pianoforte accompagnato da uno dei suoi più grandi amici e musicisti di sempre il violoncellista Relja Lukic, che ha saputo interpretare alla perfezione le intenzioni del maestro Ezio Bosso, restituendo agli ascoltatori la sensazioni di due strumenti che amoreggiano leggiadramente nell’aria, schivandosi e sfiorandosi di volta in volta in alternanza a momenti di intensi abbracci e scambi d’affetto sonoro, che fanno vivere a chi li ascolta emozioni intense e profonde. Tutto ciò avviene in un susseguirsi di trascinamenti di stati d’animo musicali che si alternano per tutto lo scorrere dei brani.

musica da camera
Il maestro Ezio Bosso (Photo by Guido Harari).

Un disco che vale molto più del suo prezzo

The Roots (A Tale Sonata) molto probabilmente sarà l’ultimo album che lo vedrà come compositore, in quanto, come da lui dichiarato, la fatica sta prendendo il sopravvento. È un lavoro che per vedere la luce ha impiegato tre anni, ma che probabilmente ha sempre coltivato dentro di sé. Il risultato finale è un disco di undici tracce che riprende Bach, Beethoven ma anche compositori moderni come Arvo Pärt, che viene ripreso in Fratres una composizione del 1977.  C’è spazio anche per delle dediche speciali Dreaming Tears In A Crystal Cage, brano dedicato a John Cage. Immancabile, quella che forse è la prima radice musicale del maestro, La sonata al chiaro di luna, brano che “mi fatto diventare un musicista; ancora bambino, andai di nascosto dai genitori ad acquistarne la partitura”.

Nasciamo per diventare qualcosa, ma non dobbiamo mai scordarci chi siamo

Radici che poi diventano alberi e si liberano nell’aria. Questa è la sensazione di libertà che tutti i brani arrivati ad un certo punto, restituiscono. Come dichiara lo stesso Ezio Bosso: “Prima o poi c’è un momento nella vita in cui iniziamo a riflettere intensamente sulle nostre radici. Spesso coincide con la perdita di una radice per noi essenziale, ad esempio la scomparsa di un genitore, come è successo a me. È mancato mio padre, e la sua mancanza mi ha fatto pensare alle mie radici. Mi sono quindi fermato a riflettere: ma cosa sono le nostre radici? Senza dubbio qualcosa di meraviglioso. Da ragazzi pensiamo siano un ostacolo; crescendo intuiamo invece che sono proprio loro a renderci indipendenti”.

Il disco, che presentiamo oggi nella sezione musica, è stato registrato all’Auditorium Giovanni Arvedi di Cremona con la collaborazione di un grande tecnico del suono quale è Michael Seberich e l’ottima qualità del suono è sicuramente un aspetto che risalta subito all’ascolto.

Speriamo quindi, che questo non sia veramente l’ultimo dei lavori del maestro in qualità di compositore e esecutore, anche se comprendiamo benissimo le sue difficoltà. Noi possiamo solo che ringraziarlo per tutta la bellezza che ci ha donato e, ci auguriamo, ci possa donare ancora in qualsiasi veste.

Tommaso Fossella

Guido Reni, i Barberini e i Corsini: finalmente una mostra interamente dedicata a loro

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Guido Reni: i Barberini e i Corsini in mostra per raccontare il capolavoro  dell’arte italiana

Arriva una mostra molto attesa: Guido Reni e la storia dei Barberini e dei Corsini. Dal 16 novembre 2018 al 17 febbario 2019 presso la Galleria Corsini a Roma si terrà la mostra Guido Reni, I Barberini e i Corsini. Storia e fortuna di un capolavoro, a cura di Stefano Pierguidi.

L’intera esposiziona ruota intorno a uno dei quadri, considerato da sempre, il fulcro dell’intera collezione delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma: la Visione di sant’Andrea Corsini di Guido Reni. 

Quest’opera risale al 1629 e fu commissionata dai Corsini per la canonizzazione del santo, vissuto nel Trecento, avvenuta durante il pontificato di Urbano VIII Barberini.

Il capolavoro di Reni è sito oggi agli Uffizi e fu ospitato sino al 1936, quando poi passò ai Corsini di Firenze.

Le opere presenti in mostra, presso la Galleria Barberini, via della Lungara 10, Roma.

Nella mostra viene confrontato con diverse opere: sia la replica del 1732 di Agostino Masucci, presente in via della Lungara, sia con il dipinto del santo dipinto, però, in altre scene, opera di Guido Reni e conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna.

L’arte di Guido Reni (principalmente olio su tela), caratterizzata dalla sua attenzione all’Antico e con un certo rimando a Raffaello, ma ancora al Bernini e ricordando una sorta di naturalismo del Caravaggio, viene messo a confronto con l’opera sperimentale del Masucci, che replicherà il soggetto con la tecnica del mosaico.

Un’altra opera significativa all’interno della mostra è il Putto dormiente del 1629 di Guido Reni, che arriva direttamente da Palazzo Barberini. Quest’ultima opera rappresenta un affresco staccato dal muro e ancora provvisto della propria cornice, fatta eseguire appositamente dal cardinale Francesco Barberini.

Una mostra davvero emozionante se volete ritrovarvi immersi nel piacere del passato e provare un mix di intense sensazioni: dal gusto dell’estetica, all’ammirazione dell’arte antica del Seicento.

Per info sulla mostra:

GALLERIA CORSINI
via della Lungara, 10 – 00165
Roma, Italia
tel +39 06 68802323
mappa

ORARI
mercoledì – lunedì 8.30 – 19.00
La biglietteria chiude alle 18.30

GIORNI DI CHIUSURA
Il martedì, 25 Dicembre, 1° Gennaio

INGRESSO
Palazzo Barberini + Galleria Corsini
Intero 12 €
Ridotto 6 €

Alessandra Santini

Rape rosse bucate: ma davvero la diversità non esiste?

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“La diversità non esiste” è il messaggio di “Rape rosse bucate”. Suona un po’ come una contraddizione se guardiamo al contesto attuale in cui viviamo…

La commedia “Rape rosse bucate”, in verità “anticommedia”, come viene scritto sulla locandina stessa, sarà al Teatro San Genesio di Roma fino al 18 novembre.

Lo spettacolo, messo in scena dalla Compagnia teatrale “Sogni di scena” risuona un po’ alle orecchie dello spettatore come un eco che porta con sé reminiscenze proprie del teatro dell’assurdo. Quest’ultimo, nato nel secondo dopoguerra, vuole rappresentare l’alienazione dell’uomo contemporaneo, la sua estraniazione rispetto al mondo in cui si trova. E “Rape rosse bucate” in modo ironico, delirante, a tratti surreale ed esasperato, mette in scena la società di oggi. Mette al centro l’essere umano con tutte le sue nevrosi. Sta allo spettatore porsi delle domande, senza per forza darsi delle risposte o cercare un’unica verità.

La scena si apre con un ballo rock anni “50, ed i personaggi appaiono subito caricaturali. I loro costumi sono pomposi (quasi carnevaleschi), il trucco è pesante (ci ricordano moltissimo i personaggi alla Tim Burton della “Sposa Cadavere”), i caratteri dei vari personaggi sono portati all’estremo. La scenografia è caratterizzata interamente da colori molto vivaci, quasi fluorescenti, e a spiccare è il rosso. Quel rosso che riprende il titolo della commedia, il rosso delle rape bucate. A più riprese, nel corso della messa in scena, vengono citate come ingrediente di bevande fumeggianti e dal gusto prelibato. Il rosso è il colore vivo per eccellenza: è il colore dell’amore ma è anche il colore del sangue. Porta con sé quindi elementi diametralmente opposti. Oltre al rosso che domina le pareti ed oltre a tutta la scenografia, anche gli arredi risultano anticonvenzionali. I quadri, ad esempio, non presentano raffigurazioni. Appese, soltanto le cornici.

Il primo atto immerge il pubblico in un luogo totalmente onirico, dove il tempo sembra essersi dilatato…E’ “La Rocca”…

teatro dell'assurdo
Lo spettacolo “Rape rosse bucate” è ironico, paradossale, mette in scena i fantasmi della società contemporanea.

I personaggi non hanno cognizione del tempo, e trascinano in questo turbine di nonsense anche lo spettatore, con un susseguirsi di dialoghi incoerenti e decisamente paradossali. Ci sono la moglie cadavere, la vedova allegra, il malato immaginario, il colonnello (che ha sempre una soluzione e va a caccia di zanzare), il morto depresso, il frate giocherellone, il maggiordomo “Goblin” (leggendaria figura folkloristica di alcuni paesi, solitamente appartenente al genere fantasy), il notaio nevrotico. A pensarci bene tutti questi personaggi calcano le manie, le angosce dell’essere umano. Sono diversi i temi che emergono: la paura della solitudine, il perfezionismo esasperato, la paura di morire… e non solo.

Tutti questi temi, tuttavia, non sono affrontati in maniera pesante o banale, bensì in un modo ironico e dissacrante, attraverso dei dialoghi totalmente capovolti.

“Vorrei tanto una bevanda bollente, visto il caldo afoso di questi giorni”, è solo una delle tante frasi assurde che vengono ripetute nel corso dei dialoghi. Difficile seguire i discorsi, quasi inutile cercare una logica o una qualche coerenza. E’ però nell’assurdità dei dialoghi che lo spettatore riesce a “centrarsi”. Sembra un paradosso, ma se ci pensiamo bene non lo è. Viviamo in schemi predefiniti, seguiamo in maniera quasi robotica le nostre routine quotidiane. Ma se solo per un attimo provassimo a vedere il mondo con altri occhi? Se solo per un momento facessimo il contrario di quello che facciamo abitualmente? Ci sembrerebbe davvero tutto così “strano”; “a-normale”?

La trama dello spettacolo “Rape rosse bucate” gira attorno a queste domande, e soprattutto ci fa riflettere sul significato nascosto che si cela dietro la parola “diversità”.

Il secondo atto rappresenta l’incontro tra due mondi opposti.

teatro dell’assurdo
L’incontro tra due mondi opposti.

Entrano in scena i cosiddetti “normali”, una coppia formata da un giovane uomo “Mario Rossi” (e qui scatta subito la consuetudine di un uomo “qualunque”) e sua moglie “Anna”. La coppia è il riflesso della consuetudine (quella del pranzo della domenica, quella della casa splendidamente pulita, quella che “quando c’è un temporale ci vuole l’ombrello, ma anche l’impermeabile e gli stivali da pioggia”). Dall’altra parte, invece, gli “anormali“, una sorta di famiglia Addams nostrana.

Il divario tra i due mondi è netto. Nulla sembra far presagire che il finale può cambiare e che non per forza la diversità è sinonimo di rifiuto e mancanza di dialogo.

La conclusione dello spettacolo, infatti, senza svelare troppo, è decisamente inaspettata. La regista Emilia Miscio con tutta la compagnia di attori hanno saputo ben rappresentare i fantasmi che tormentano la società di oggi.

“Rape rosse bucate” è uno spettacolo che fa sicuramente riflettere sul significato dell’Altro, sul rispetto della libertà dell’Altro, e sul concetto di accoglienza. La regia lo fa senza cadere nel retorico e senza troppi giri di parole. Semplicemente.

 

Serena Cospito

10 Canzoni su Milano: la playlist che racconta la città

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Milano è una città dai mille volti: fredda e romantica, misteriosa e sfacciata, europea e italiana. E sono tantissimi gli artisti che si sono ispirati a questa città e che l’hanno raccontata in musica. Quando si pensa alle canzoni su Milano la prima che viene in mente è Oh mia bela Madunina, brano storico composto nel 1934 da Giovanni D’Anzi. Di seguito proponiamo una playlist “aggiornata” con 10 canzoni che raccontano Milano, una musa intramontabile nel bene e nel male.

La playlist su Milano

Milano – Calcutta

E scusa io non voglio fare male
E scusa io lo so che tu stai bene
Ma Milano è un ospedale 
E io stasera torno giù e ritorno a respirare

Milano – Lucio Dalla

Milano che quando piange
piange davvero
Milano Carabinieri Polizia
che guardano sereni
chiudi gli occhi e voli via

Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco
e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica
Milano che fatica

Milano Milano – Articolo 31

Sei troppo bella per dirti addio
Tu chiami e poi
Noi tutti ubbidiamo e tra chi nomina il tuo nome invano
Ci sono anch’io
Milano Milano
Milano quando sono lontano voglio tornare, Milano quando ci sono voglio scappare
Il cielo un foglio di rame
per la vivace attività industriale
L’industriale si droga poi vota chi dice che la droga fa male

Ipocrisia nuda come modelle sul cartellone dei saldi fuori stagione in Montenapoleone

Bambini sniffano colla alla stazione centrale e Piazza Affari tracolla

Il duomo di notte – Alberto Fortis

Piroette di sabbia e le guglie del Duomo
differenza tra pietra e le voglie di un uomo
che ha per vita una gabbia
liberata dal sesso, gonfia di verità
partorita con gioia nel lontano ricordo
con le doglie sincere di una maternità
che alla luce, di notte, nella piazza e con rabbia
ha donato, confusa, il suo figlio balordo.

Il ragazzo della via Gluck – Adriano Celentano

Mio caro amico, disse
Qui sono nato
In questa strada
Ora lascio il mio cuore
Ma come fai a non capire
È una fortuna, per voi che restate
A piedi nudi a giocare nei prati
Mentre là in centro respiro il cemento
Ma verrà un giorno che ritornerò
Ancora qui
E sentirò l’amico treno
Che fischia così

Luci a San Siro – Roberto Vecchioni

Milano mia portami via
fa tanto freddo e schifo e non ne posso più
facciamo un cambio prenditi pure quel po’ di soldi
quel po’ di celebrità
ma dammi indietro la mia seicento
i miei vent’anni ed una ragazza che tu sai
Milano scusa stavo scherzando
luci a San Siro non ne accenderanno più.

Porta Romana – Gaber

Porta romana bella porta romana
È già passato un anno da quella sera
Un bacio dato in fretta
Sotto un portone
Porta romana bella porta romana
In un cortile largo e fatto a sassi
Io fischio
Tu t’affacci alla ringhiera
Poi scendi e il pomeriggio è tutto nostro

Expo – Canova

Ci siamo lasciati per otto volte
Ci siamo messi insieme altrettante
Ma non contavamo le stelle
Perché le stelle sono per gli sfigati
Ci siamo lamentati di motel sgangherati
Di Milano col Carnevale

Città mostro di vestiti – L’officina della Camomilla

Brera è sepolta di tramonti
luccica strana e sprofonda nei fiori oscuri
e nei fiori chiari
nei super-spacci alimentari
e intanto scoppiano le edicole e i licei sono zeppi di lucertole e io sputo dalla finestra

Milano – Alex Britti

In un giorno come tanti, con il traffico nel centro
Con 2 suore che camminano vicine in una piazza, con un grande monumento, con l’America nei bar
Con la moda sempre in festa, con la gente che lavora sempre troppo
E una strana atmosfera di conquista
Con i taxi sempre un po’ incazzati
E i turisti anche loro un po’ di fretta
Con sempre quella strana voglia di andar via perché altrove
Forse, c’è qualcuno che ci aspetta
È milano, con i suoi 1.000 dialetti
Con le settimane lunghe e con gli uffici
Con le abbronzature a 100.000 watt
E con la vita appesa a 1.000 sacrifici

Valeria de Bari

Il mito di Marcello Mastroianni in mostra a Roma

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La classe, la bellezza, la dolcezza, la capacità unica di interpretare ogni volta personaggi diversi fra loro con la naturalezza che solo i grandissimi attori hanno. In una solo parola Marcello Mastroianni, e Roma, la sua città adottiva, lo ricorda con una mostra tutta da vedere.

 

Inaugurata lo scorso 26 ottobre la mostra “Marcello Mastroianni” al Museo dell’Ara Pacis di Roma, rappresenta un tributo imperdibile a uno dei più grandi attori di sempre.

Un uomo che con la sua «silhouette così discreta – come disse una volta Mario Monicelli –  senza parole inutili, così auto ironica, ha portato nel mondo intero un’idea della nostra civiltà, della nostra cultura, che ben pochi altri hanno saputo offrire con la stessa eleganza.»

Roma, dopo l’omaggio alla grandissima Monica Vitti, tributa un lungo, infinito applauso a una delle pietre miliari del nostro cinema, a quel Marcello Mastroianni, (all’anagrafe Marcello Vincenzo Domenico Mastrojanni), che tutto il mondo ha amato.

La mostra, curata da Gian Luca Farinelli, ha un titolo icastico ma bellissimo: Marcello Mastroianni.

In fin dei conti i “grandi” hanno bisogno solo del loro nome, al massimo del cognome e nulla di più, perché ogni aggettivo risulterebbe pleonastico.

La mostra è suddivisa in tredici sezioni, capitoli di una storia irripetibile, ricostruita attraverso fotografie, testimonianze, video, recensioni, originali dei copioni dei suoi film, oggetti e preziosi cimeli.

Al centro di tutto sempre e solo lui, quel “Marcelo”, come lo appellava Anita Ekberg, immersa nella Fontana di Trevi nel celebre film La Dolce Vita, che avrebbe voluto fare l’architetto.

«Un architetto -amava ripetere Mastroianni- realizza cose solide che rimangono mentre di un attore rimangono delle ombre, delle ombre cinesi.»

Ombre meravigliose quelle disseminate da Mastroianni che del cinema, di quella scatola dei sogni si innamorò fin da piccolo.

«Mi sono nutrito di cinematografo e con me tutta la mia generazione.»

Perché Marcello, come i suoi coetanei, nel buio della sala, mentre girava un ronzante proiettore, semplicemente sognava.

Inseguiva con la fantasia i grandi miti americani come  Gary Cooper o Clarke Gable, appassionandosi, però, anche ad attori più difficili, meno popolari come Jean Gabin e Louis Jouvet, espressioni di quel cinema francese decisamente più impegnato.

Non solo il cinema ma anche il teatro, che lo vide entrare «dalla porta d’oro» con il grande Luchino Visconti, una pagina meno conosciuta della carriera.

Ma anche e naturalmente la famiglia, la base di partenza nella vita di Marcello Mastroianni.

Fili di un’unica, straordinaria trama, intrecciata con un ardore non comune.

Profili di una personalità complessa che questa rassegna ci restituisce appieno, con venature di nostalgia e di tenera intimità.

Nulla rimane intentato nella bella mostra “Marcello Mastroianni” che rimarrà aperta fino al 17 febbraio 2019 e che narra Marcello attraverso la sua stessa voce.

Perché a condurre per mano il visitatore nelle diverse sale in cui si articola la rassegna, è lo stesso attore e il racconto soave di sé che lasciò come ultima, splendida eredità.

Stiamo parlando del bellissimo docufilm Mi ricordo, sì, io mi ricordo che la regista Anna Maria Tatò, ultima moglie di Mastroianni, girò nel 1996 e che fu presentato nel maggio dell’anno successivo al Festival di Cannes fra l’entusiasmo generale di critica e pubblico.

Un mastice che tiene uniti ogni tassello di questa mostra, che regala continui colpi di scena.

Si ride con la celebre scena della pasta e ceci nell’indimenticabile I Soliti ignoti, di cui quest’anno ricorrono i sessant’anni; ci si commuove per Una Giornata particolare di Ettore Scola con Sofia Loren con cui l’attore, recitò in diversi film, dando vita alla coppia più straordinaria di tutto il cinema italiano.

Non poteva mancare, nella mostra allestita negli spazi museali sottostanti all’Ara Pacis, una delle pagine più importanti e significative della carriera di Mastroianni: Federico Fellini che Marcello incontrò per la prima volta a Fregene, nel 1959, per parlare di un nuovo film: La Dolce Vita.

L’attore, per darsi un certo contegno e volendo dimostrare di essere avvezzo a quelle situazioni, chiese al regista di poter leggere il soggetto del film.

Ennio Flaiano, uno degli sceneggiatori, passò a Mastroianni una cartelletta gialla all’interno della quale Mastroianni trovò un disegno di Fellini, piuttosto singolare.

«Si vedeva -raccontò Mastroianni – un uomo che nuotava pigramente in mezzo a grandi sirene, giganteschi, procaci. Guardai Fellini a lungo e dissi “molto interessante”, in realtà non avevo capito niente. Ma avevo l’impressione che non avrei dovuto preoccuparmi, sentivo già che era nata la nostra intesa.»

Pensare che Il produttore Dino De Laurentis avrebbe volto, nella parte che fu poi di Marcello, niente di meno che Paul Newman; ma Fellini si oppose e pretese Mastroianni.

Il successo mondiale avuto con La Dolce vita avrebbe potuto travolgere Mastroianni; lui, però, seppe cambiare e reinventarsi, consapevole del ruolo di attore.

A chi gli chiedeva con insistenza qualcosa sulla recitazione, spontaneamente ripeteva:

«Credo debba esserci sempre il distacco tra l’attore e il personaggio che interpreta. Anzi, bisogna che ci sia sempre un occhio che ammicchi ironico, come a dire: oh, non la menare tanto, ricordati che stai facendo una recita, non è che stai vivendo questo personaggio.»

Si esce dalla mostra “Marcello Mastroianni”, attraversando una sua fotografia in cui ci saluta sorridendo,  con la netta sensazione che forse la vita non ci regalerà più un simile grande attore, capace di recitare il vero.

 

Informazioni

Museo dell’Ara Pacis, Spazio espositivo Ara Pacis, via di Ripetta 180, Roma.

Dal 26 ottobre al 17 febbraio 2019
Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima).
24 e 31 dicembre 9.30-14.00
Chiuso il 25 dicembre e l’1 gennaio

Maurizio Carvigno

Può un tacco 12 mascherare le nostre nevrosi?

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Grande inizio di stagione al Teatro Le Muse di Ancona, con Bella Figura di Yasmina Reza che resterà in scena fino al 18 Novembre. 

Anche quest’anno, Marche Teatro non ci ha risparmiato uno scoppiettante inizio di stagione al Teatro Le Muse con uno spettacolo drammaticamente intenso. Il testo di Yasmina Reza porta in scena una non-storia, una vicenda apparentemente non-sense in cui l’inizio non è un vero e proprio inizio e la conclusione altrettanto. Teatro delle Muse

Meraviglia che la prima battuta venga pronunciata a sipario non ancora quasi aperto, al punto tale che l’impressione è quella di esser passati per sbaglio fuori da una finestra aperta e di essersi fermati ad origliare. Nessuno ci ha aspettato, perché nessuno sapeva saremmo passati. Il palco del Teatro Le Muse è lo spioncino di una porta chiusa, lo scorcio di un muretto dal quale spiamo la vita dei protagonisti.

Sono le fragilità dei personaggi a colorare la scena

Le piccole criticità della vicenda sono funzionali a mettere in luce problemi e nevrosi dei singoli personaggi. Non c’è desiderio di aiuto o di superamento del dolore. Ciascuno si crogiola nella propria infelicità con profonda superficialità. Dietro al sarcasmo, al cinismo, al ritmo di certe battute che strappano il riso allo spettatore si cela l’amara consapevolezza di una condizione irreversibile.

Yvonne e la verità camuffata

All’inafferrabile ricerca di certezze dei quattro personaggi più giovani, si contrappone Yvonne, a cui gli anni hanno conferito il dono di una saggia leggerezza.

C’è lucidità dietro alle dimenticanze della donna. Vediamo desiderio di oblio, dietro alla ricerca costante di farmaci da assumere. Scorgiamo alla fine, qualche perla di verità di pirandelliana memoria dietro ai suoi aforismi lanciati nel bel mezzo dei discorsi altrui.

Fragilità, paura e bisogno di conferme: Anna Foglietta

Anna Foglietta nei panni di Andrea, con i suoi tacchi e la gonna corta, cavalca il palco lasciando disorientato lo spettatore con i suoi sbalzi di umore. Alternando momenti di amara lucidità a isterismo puro, quello di Andrea è il personaggio che più illustra il dramma continuo e irrisolvibile che è la vita. Una donna che cerca in una gonna corta e nei tacchi a spillo di essere ancora piacente, di attirare ancora l’ardore del suo amante. Si illude che questo basti, che questo LE basti, ma in cuor suo sa che tutto questo non sarà sufficiente.

Ha ragione mia figlia” – dice Andrea, riferendosi ai rimproveri di sua figlia circa il suo abbigliamento. E lei lo sa.

Una spettacolo intenso, bello e intriso di un’amara verità.

Serena Vissani

Grey’s Anatomy e la mappa per uscire dalla comfort zone

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Qualcuno ha una mappa? è il titolo originale dell’episodio numero sette della quindicesima stagione di Grey’s Anatomy, che continua a stupire con innumerevoli tocchi al cuore.

Conosciamo Shonda, tutti i fan ormai sanno che non devono mai legarsi a nessuno: arriva in questa puntata la tragica notizia su Catherine, la moglie di Richard, che convoca in gran segreto Meredith e Tom per diagnosticarle un grave tumore spinale che non può essere curato con chemio e radioterapie. Ancora una volta questa donna si rivela essere un vero terremoto: è lei a confortare i due medici amici chiedendo loro di fare il possibile per aiutarla a vincere la malattia, mentre i due risultano visibilmente turbati.

Nel frattempo Richard perde un’amica infermiera in ospedale e si reca in un locale dove servono tanti bicchieri quanti anni da astemio hai conquistato. Preso da un raptus d’ira, impugna una mazza da baseball e inizia a distruggere tutte le bottiglie di alcolici nel locale per poi essere arrestato, proprio nel momento in cui Catherine lo chiama per dirgli della malattia.

Il focus sulla famiglia Avery, però, non finisce qui.

Maggie apprende che Jackson ha conosciuto un’altra donna durante la sua fuga mistica nel monastero. In preda alla gelosia, la cardiochirurga inizia a fare al compagno il terzo grado visto che il messaggio che lampeggia sul suo cellulare è un “mi manchi” seguito da tanti cuoricini (chi odia l’era digitale alzi la mano!). Jackson spiega che è solo una persona con cui si è trovato bene a parlare del suo dolore e Maggie non capisce perché non l’ha potuto fare anche con lei. A questo punto arriva il bello, o il brutto, o forse la vera tragedia di questo episodio.

Maggie chiede a Jackson di aprirsi con lei. Lui, candidamente, le dice che ogni tanto parla con April e che non si spiega come sia possibile che proprio ora che lei è felicemente sposata con Matthew, lui abbia compreso la sua fede, unica cosa che li ha sempre tenuti separati.

La ragazza a quel punto si alza e se ne va lasciando Jackson da solo. Ora, non dico che la frase sia stata delle più eleganti e sensibili della storia, ma quantomeno era sincera. Le ipotesi a quel punto potevano essere due: o Jackson non è sincero con se stesso circa i sentimenti che prova per Maggie e April, oppure bisogna constatare il fatto che ha alle spalle una grande storia d’amore con una donna che è anche la madre di sua figlia.

Essere legati a una persona e farsi delle domande è più che legittimo. Questo non significa amarla ancora, a maggior ragione perché Jackson, mentre si confida, dice a Maggie di amarla e non sembra affatto dubbioso. Non è mai sembrato indeciso su questo in realtà (a differenza di come fece con Stephanie, quando era palesemente ancora innamorato di April e infatti poi la rapì all’altare).

Parlare con persone al di fuori della coppia non è reato e nemmeno parlare con la ex. L’unico problema sorge forse quando non si parla nella coppia stessa: in quel momento Maggie si è sentita messa da parte, ma anche quando ha affermato di voler essere “testata” a riguardo, non ha saputo reggere il confronto a causa delle sue immense insicurezze a livello relazionale. Lei stessa ha ammesso di essere stata sempre la prima in tutto a livello professionale, ma di sentirsi molto indietro nei rapporti con le persone.

Ed ecco, quindi, che di fronte alla tragedia umana della malattia, dove Catherine si dimostra una grande donna all’ennesima potenza, sembra davvero molto idiota la fuga di Maggie di fronte alle confidenze di Jackson. Purtroppo l’insicurezza delle persone è un’arma a doppio taglio, per se stessi e per gli altri. E sicuramente può fare molti danni in momenti in cui l’equilibrio è precario. Qualcuno ha una mappa, insomma? Per la vita, per il cuore.

Comprendo a fondo la reazione di Maggie e le sue paure, e penso condividerete con me anche l’odio nei confronti delle maledette chat, ma, se volete sapere la mia, per quanto abbia amato la coppia Jackson – April, non credo che ci siano doppi fini in queste conversazioni. È solo una questione di sentirsi compresi. E forse è arrivato per Maggie il momento di lasciar entrare qualcuno nel suo cuore, anche a costo della propria comfort zone. Sarà forse la malattia di Catherine a sciogliere tutti i nodi?

Alessia Pizzi

Grey’s Anatomy 15×05: cercasi angelo custode

Dizionario appassionato di Napoli: un libro tra storia, mito e tradizione

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Dizionario appassionato di Napoli è l’ambiziosa opera di un intellettuale francese di origini italiane, Jean-Noël Schifano, già autore di saggi e romanzi ambientati nella città partenopea, e traduttore in Francia dei testi di Umberto Eco, Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Italo Svevo e Alberto Savinio.

Schifano ha deciso di esporre dalla a alla zeta i motivi per cui è da sempre innamorato di Napoli, della sua storia millenaria scolpita in ogni pietra e della sua forte identità marchiata a fuoco nei cuori dei suoi abitanti. Una città unica al mondo, che lo scrittore celebra attraverso il racconto di eventi storici, di aneddoti letterari e di piccole curiosità che arricchisce con la sua visione personale e con i suoi ricordi di vita. Storia di una città che l’elegante prosa di Schifano trasforma in luogo mitico, il cui glorioso passato si intreccia al complicato presente in un’opera intrisa di cultura e passione.

«[…] La vita è lì, la vita di Napoli nel suo potente specchio. Questi personaggi che schizzano fuori dalla creta e dalle tele che vedete parlare, gridare, chiamare il passante, abbuffarsi, sedurre, supplicare, mendicare, urlare dalle risate, recitare la commedia, mercanteggiare, russare sazi contro un pezzo di muro romano, ancheggiare al richiamo del tamburello nella grotta riversante il suo abbondante cibo, è il ventre avido e generoso di Napoli che si apre ai vostri occhi, è la scena oscena di Napoli che vi salta al collo».

Dizionario appassionato di Napoli di Jean-Noël Schifano si apre con la voce “Averno”, suggestivo lago vulcanico sito nel comune di Pozzuoli, ma anche soglia degli inferi che Enea attraversò insieme alla Sibilla cumana per raggiungere l’Ade. Nel combinare l’epica con la particolare geografia campana e con riflessioni audaci e colte, lo scrittore dimostra subito tutta la potenza di un’opera che apre la mente e il cuore del lettore curioso di scoprire quanto è possibile scavare nell’identità e nella storia di una città;

«Approdando a Napoli dagli inferi, situati dietro Posillipo e la tomba di Virgilio, laggiù, nei Campi Flegrei, mi metto nella situazione ideale di colui che sa e a cui Napoli, dopo lustri di corpo a corpo, ha affidato dei segreti, ha messo e tolto le sue maschere, ha rivelato nella sua carne e nelle sue pietre l’opera lirica della sua esistenza […]».

Pubblicato dalla casa editrice francese Plon nel 2007 e poi portato in Italia grazie a un’operazione di crowdfunding, Dizionario appassionato di Napoli diventa anche un’occasione per contestare i pregiudizi su una città che ha ispirato grandi opere d’arte e di letteratura, e che ha dato i natali o ha amorevolmente ospitato personaggi d’eccellenza.

Schifano celebra l’esistenza di un popolo, da lui chiamata barocco esistenziale, vissuta in una città fondata nel VII secolo a.C. dai greci venuti dall’isola di Rodi, dediti al culto della sirena Partenope. E lo fa ripercorrendo le sue memorie, mescolandole alla Storia, al mito e alla tradizione. Dal punto di vista della sua personale esperienza con la città partenopea, lo scrittore rivela l’unicità di un luogo intriso di passione e di fierezza, che non si è fatto piegare da chi ha cercato di imbrigliarlo, che ha accolto ogni diversità con rispetto, e la cui identità si riflette da sempre in un popolo singolare e in perenne movimento:

«Quando dopo tremila anni le carni si fanno pietre viventi di una Città, quando una civiltà fa vivere, per essere sé stessa, tutte le civiltà contradditorie che la compongono, quando la storia di ciascuno circola nella Storia di tutti, siamo nel cuore del barocco esistenziale, come Napoli lo vive, come noi lo viviamo a immagine di Napoli […]. Il dizionario è un’opera maestosa, estremamente accurata dal punto di vista storico e culturale, illuminata dalla sapienza e dalle memorie di un’intellettuale che riesce a far innamorare il lettore di una città che in pochi hanno davvero compreso nel profondo, e che Jean-Noël Schifano definisce come «una Pompei che non è mai stata seppellita».

TRAMA.

Dizionario appassionato di Napoli di Jean-Noël Schifano è arrivato in Italia grazie a “SosPartenope”, un progetto di crowdfunding che il portale di cultura e casa editrice Ilmondodisuk ha lanciato, prima dalla piattaforma Derev e poi da Meridonare della Fondazione Banco di Napoli, con l’obiettivo di tradurre e pubblicare il Dictionnaire amoureux de Naples, edito in Francia da Éditions Plon. Per sostenere il progetto, più di un centinaio di artisti italiani e stranieri hanno donato le loro opere per una mostra (SosPartenope, 100 artisti per il libro della città) organizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ed esposta prima a Castel dell’Ovo, poi nella chiesa di San Giovanni Maggiore e, infine, all’interno del palazzo La Bulla. Dizionario appassionato di Napoli rivela nelle ventisei lettere dell’alfabeto il passato e il presente di una città unica nel suo genere, spaziando da eventi storici e culturali a ricordi personali dello scrittore, restituendo un ritratto di Napoli con le sue luci e le sue ombre, con le sue eccellenze e le sue contraddizioni, capace di smantellare gli stereotipi su una metropoli troppo spesso e troppo a lungo etichettata solo come covo del malaffare.

BIOGRAFIA.

Jean-Noël Schifano è uno scrittore, traduttore, editore e operatore culturale francese. Dal 1972 al 1982 ha insegnato nelle Università di Pescara, Napoli (Istituto Orientale), Cosenza e Salerno. Dal 1970 ha partecipato a numerose conferenze e dibattiti presso varie istituzioni italiane e internazionali, tra cui il Parlamento Europeo a Strasburgo. Ha scritto su giornali e riviste italiane e francesi: il Mattino, Le Monde, Senso, Ulysse, Enciclopedia Universalis, Globe. Ha scritto in qualità di critico d’arte su L’Oeil e Maison et Jardin. È stato editore per Editions Flammarion, Fayard e attualmente presso Gallimard. È stato co-creatore del premio Elsa Morante e creatore del premio Domenico Rea. Dal 1992 al 1998 è stato direttore dell’Istituto Francese di Napoli, il Grenoble, organizzando più di duecento mostre, tra le quali le personali degli artisti Topor, Ben, Velickovic, Esposito, Tatafiore, Cueco, Fromanger, Longobardi, Pignon-Ernest, Boltanski, Giorda, Combas. Ha tradotto in francese le opere di Umberto Eco, Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Italo Svevo, Alberto Savinio e molti altri. Dal 1981 ha scritto e pubblicato con Gallimard saggi, racconti e romanzi che hanno come tema principale Napoli: Chroniques Napolitaines, La danse des ardents ou le vie de Masaniello, L’education anatomique, Everybody is a star, Suite Napolitaine e Sous le soleil de Naples, poi tradotti in Italia, Grecia, Romania, Brasile e Giappone. Nel 1994 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Napoli.

EVENTI.

– Giovedì 6 dicembre 2018 dalle 15.30 alle 18.00 presso Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Interverranno la scrittrice e conduttrice Antonella Del Giudice, l’editrice Donatella Gallone e il prof. Alvio Patierno, che ha coordinato la traduzione del volume realizzata assieme alle francesiste del Suor Orsola Benincasa. Ai loro interventi, l’attrice Tina Femiano affiancherà la lettura di alcuni brani tratti dall’opera.

– Venerdì 7 dicembre 2018 alle 17.00 presso Fondazione Premio Napoli (Palazzo Reale, piazza del Plebiscito, 1). Introdurrà l’incontro il presidente della Fondazione Premio Napoli, Domenico Ciruzzi, e interverrà il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli. Letture di Antonella Stefanucci.

 

Contatti

https://www.ilmondodisuk.com/

IL TACCUINO UFFICIO STAMPA

Via Silvagni 29 – 401387 Bologna

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Mail: iltaccuinoufficiostampa@gmail.com

Un cadavere è sempre ingombrante parola di Nestor Burma

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Tra i libri gialli le opere di Léo Malet sono senza tempo.

Nonostante i romanzi siano state scritti il secolo scorso riescono ad avere un potere attualizzante non da poco.
In libreria dal 15 Novembre il detective anarchico più famoso di Parigi torna a far capolino con una nuova avventura inedita «Nestor Burma e il mostro».
In attesa di conoscer il nuovo pantano di intrighi volgiamo uno sguardo al passato.
Gli amanti del genere non avranno perso sicuramente la possibilità di leggere
“Il Cadavere Ingombrante” ormai penultimo capitolo della saga edito da Fazi.

Nestor Burma ha il poter di trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato ed è forse questo il segreto delle sue geniali intuizioni. Folgorazioni che lo portano alla risoluzione dei casi senza l’assenza di colpi di scena.

Un dispiegarsi lento di situazioni e talvolta imbarazzanti incontri.

Un delitto da subito etichettato come omicidio/suicidio si rivelerà solo la punta dell’iceberg.
La curiosità di Nestor e le “solite” fortuite cause evidenzieranno intricati legami.
Charles Désiris (la vittima) era un inventore che, tempo prima, era stato licenziato dalla fabbrica di automobili dove lavorava. E sempre il beffardo fato porterà Burma ad investigare sulla sosia della bionda attrice Dany Darnys, timorosa di perdere la sua dignità ed identità professionalità, e portarlo dritto in un nobiliare alloggio abitato da un gruppo di maîtresse.
Residenza che si rivelerà il punto di snodo per cercare di districare l’aggrovigliata matassa di incontri e scontri, interessi e passioni. Difatti, la donna dell’indagine privata si scopre proprio essere l’ex amante del geniale e sottovalutato Charles Désiris.

La protagonista velata poi è sempre Parigi. Città che come una donna riesce ad avere sfumature affascinanti a seconda del punto di vista. La città romantica di giorno che di notte diventa misteriosa e carismatica sarà il proscenio per la serie di eventi macabri portati alla luce dall’uomo senza regole per eccellenza Nestor Burma.

Alessia Aleo

“Il fu Mattia Pascal” di Pirandello adattato per il teatro da Daniele Pecci

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Ha debuttato al Teatro Quirino di Roma il 6 novembre scorso l’adattamento teatrale di Daniele Pecci de “Il fu Mattia Pascal” con la regia di Guglielmo Ferro.

“Il fu Mattia Pascal” è, come tutti sappiamo, un capolavoro della letteratura italiana. Sicuramente è tra i romanzi più amati di Luigi Pirandello, tra i più emblematici della sua poetica. Non è certo un’opera nata per il teatro. Tuttavia, questo di Daniele Pecci, al Teatro Quirino di Roma fino al 18 novembre non è il primo adattamento teatrale a calcare le scene.

Questa è una premessa importante, per me, vista l’oggettiva difficoltà di portare in scena un testo che è un romanzo e nasce per essere letto. Daniele Pecci, infatti, ha dato miglior prova delle sue capacità con gli adattamenti dell’Enrico V e dell’Amleto di Shakespeare.

La trama è nota. Mattia Pascal (interpretato dallo stesso Daniele Pecci) vive a Miragno, immaginario paese della Liguria. Il padre gli ha lasciato una discreta eredità, che presto va in fumo per colpa dell’amministratore, Batta Malagna (Adriano Giraldi). Per vendicarsi, Mattia ne compromette la nipote Romilda, che poi è costretto a sposare. Si ritrova anche a convivere con la suocera, che lo disprezza. La vita familiare è un inferno e l’impiego è umiliante. In occasione di un viaggio a Montecarlo vince un’enorme somma di denaro e legge per caso su un giornale della sua presunta morte.

Mattia Pascal ha finalmente la possibilità di cambiare vita. Prende il nome di Adriano Melis e comincia a viaggiare.

Si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor Paleari. S’innamora della figlia di lui, Adriana (Marzia Postogna), e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco cognato Terenzio. Ma si accorge che la nuova identità fittizia non gli consente di sposarsi, né di denunciare Terenzio, perché Adriano Meis per l’anagrafe non esiste. Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Tornato a Miragno dopo due anni nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina. Non gli resta che chiudersi in biblioteca a scrivere la sua storia.

Lo spettacolo si apre proprio con Mattia Pascal nella biblioteca, dopo il suo rientro a Miragno. Ripercorre le proprie vicissitudini insieme a Don Eligio (Rosario Coppolino) ,un prete con cui si occupa della biblioteca.

Sono molto belle le scenografie di Salvo Manciagli: altissime e imponenti librerie all’interno di una biblioteca. Gli scaffali si muovono per modificare le quinte a seconda del momento che si sta mettendo in scena.

L’adattamento di Daniele Pecci punta all’essenziale del racconto, come la regia di Guglielmo Ferro.

Lo spettacolo, infatti, è strutturato come un racconto della vita del protagonista. Alla narrazione di Mattia Pascal  e don Eligio si alternano scene dialogate.

I dialoghi tra i personaggi sono pochi e lo spettacolo, non è molto dinamico. Soprattutto all’inizio, Il personaggio di Don Eligio è l’unico che dà ritmo ai dialoghi con battute che alleggeriscono il tono drammatico della recitazione di Daniele Pecci, nel ruolo di Mattia Pascal.

Pecci, infatti, interpreta Mattia Pascal in modo molto intenso. Scandisce ogni sua battuta permeandola di sofferenza.

L’adattamento di Pecci e la regia di Guglielmo Ferro sono volutamente tese  all’essenzialità del messaggio drammaturgico. Coerentemente, quindi, si è scelta una recitazione lineare al protagonista ma anche agli personaggi,. Questi sono tutti davvero secondari, rispetto a Mattia/Adriano. Tuttavia, come il protagonista, anche loro sono traditi e traditori, vittime e carnefici a seconda del momento della vita.

Ma il personaggio di Don Eligio forse è quello più utile all’adattamento. Interpreta il ruolo di grillo parlante. Con l’ausilio dei dialoghi con lui, Mattia Pascal riuscirà a vedere la propria vita sotto una luce diversa. La conclusione a cui giungono, quindi, sia il protagonista che il pubblico è che si può fuggire, si può cambiare nome e identità. Ma ciò non allontanerà  mai del tutto sofferenze e frustrazioni.  Non cancellerà mai del tutto le azioni egoiste, opportuniste o malvagie. Non si sfugge mai davvero a se stessi.

Stefania Fiducia

 

 

I Vini Naturali Artigianali protagonisti anche quest’anno a VAN 2018

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La Città dell’altra economia ha ospitato ancora una volta i V.A.N. una delle realtà più attive nel mondo delle vinificazioni naturali.

Appuntamento ormai consueto ed atteso dai moltissimi appassionati votati alla viticultura naturale. Non sono poi molte le degustazioni in calendario dedicate a questa tipologia di vini, ragion per cui l’evento ottiene ogni anno un consenso sempre più allargato.

Un appuntamento atteso tutto l’anno.

Ma le motivazioni del successo di V.A.N. Vignaioli Artigianali Naturali a Roma, sono dovute anche al fatto che ogni anno gli estimatori di questi vini sono in aumento. Un mondo in continua evoluzione in cui l’appuntamento che si svolge presso la città dell’Altra Economia a Testaccio, rappresenta qualcosa di più che una semplice degustazione.

Il V.A.N. è l’evento centrale di un dibattito che travalica gli spazi dell’ex mattatoio per spostarsi nelle enoteche romane. Molte di queste infatti, durante la settimana che precede l’evento organizzano degustazioni a tema. Micro appuntamenti con la presenza dei produttori per meglio approfondire i temi della vinificazione artigianale e naturale. Del resto questa è forse la discussione più grande intorno al mondo del vino negli ultimi anni, capace di animare gli enoappassionati addirittura più delle questioni sulla mineralità.

Due giorni per fare ilpunto sullo stato dell’arte dei vini naturali.

Per questo motivo V.A.N. si presenta anche come un osservatorio da cui misurare gli sviluppi, le tendenze e la crescita nel corso degli anni, per quanto riguarda vini e vinificatori dediti al naturale. C’è da dire sicuramente che molti progressi sono stati fatti dagli esordi della vinificazione in naturale. Si è passanti da estremismi a volte fini a se stessi ad una cultura vera e propria che supera la staticità delle etichettature.

L’esigenza del valore ha superato quella delle etichette.

Attualmente chi si appassiona a questa tipologia di vini, lo fa certamente per i valori di qualità e contenuti. Sia dal punto di vista delle produzioni, che delle esperienze intrinsecamente legate al mondo contadino tradizionale che questi vini rappresentano. Chi cerca un vino naturale oggi non cerca più una definizione o un’etichetta per differenziarsi, ma un prodotto capace di soddisfare il proprio palato attraverso percorsi gustativi, differenti e alternativi a quelli delle grandi produzioni.

Un protocollo chiaro per impegnarsi verso il consumatore.

Sono anche i produttori stessi ad aver abbandonato la crociata del sottolineare a tutti i costi la menzione “Naturale”. Una bandiera che vista la qualità raggiunta in molti casi, non serve più a giustificare gli eventuali aspetti negativi dei loro vini. I V.A.N. come sottolineano nel loro manifesto, aderiscono ad un protocollo che garantisce il consumatore: “i nostri vini sono ottenuti da uve da agricoltura biologica o biodinamica anche autocertificata, raccolte manualmente, prodotti unicamente da fermentazioni spontanee (senza lieviti o batteri aggiunti) con un contenuto in solforosa totale all’imbottigliamento di max 40 mg/l, indipendentemente dal tenore di zuccheri residui. Vini ottenuti senza l’aggiunta di alcun additivo o coadiuvante enologico in vinificazione, maturazione e affinamento e senza trattamenti fisici brutali e in filtrazione tangenziale, pastorizzazione, criovinificazione o termovinificazione, filtrazione sterilizzante, ecc.”.

Valore aggiunto dell’evento è stata come sempre la possibilità dell’acquisto direttamente in loco e dal produttore. Comprare un vino dalle mani di chi lo ha fatto e dopo che te lo ha spiegato, non è la stessa cosa di prendere una bottiglia dallo scaffale. Si crea un rapporto diretto che ricalca quello arcaico con il contadino, in essere fino all’avvento dei moderni sistemi di commercio. Cosa non da poco per un appassionato.

Tra i banchi d’assaggio una grandissima varietà.

Nell’escursione tra i banchi d’assaggio tante cose interessanti, tante storie di produzioni, territori, clima e tradizioni popolari. Molti vini buoni e altrettanti in grado di alimentare discussioni infinite sul concetto di qualità o meno. Molti campioni assoluti, che non hanno bisogno di etichette per aumentare il loro valore. È il caso di ‘Nzemmula di Bruno Ferrara Sardo, da Nerello Mascalese e Nerello Mantellato. Tra le migliori espressioni in assoluto della viticultura etnea.

Come anche quelle di Mario Gatta con i suoi metodo classico eccezionali. Frutto di una lavorazione che si ribella alle scadenze del tempo, per divienire uno stile di vita nei 10 anni di affinamento sulle fecce fini del suo Era, di grande finezza ed eleganza. Caratteristiche che tra gli spumanti ritroviamo anche nella verticalità dei metodo classico di Cherubini. Viticoltore del Bresciano al confine con il territorio della Franciacorta, che con i suoi “dosaggio zero” duella con questi ultimi senza indietreggiare di un solo passo.

L’Italia rappresentata da nord a sud.

Tanti prodotti diversi tra loro ma uniti dal filo dell’autenticità, come quelli del Piemontese Saccoletto che vinifica gli autoctoni del Monferrato. I suoi vini di anno in anno sviluppano il loro carattere anche in maniera diversa, ma sempre aderenti ad uno stile senza fronzoli votato all’essenzialità e alla pienezza del sorso. Ottima espressione del Monferrato anche quella di Vinicea con la Barbera e gli altri autoctoni. Tra questi anche il Grignolino vitigno in risalita di consensi negli ultimi anni.

Tenuta Belvedere invece tiene sempre alta la bandiera dell’Oltrepò Pavese, territorio mai abbastanza considerato. Compito che per la Calabria è assolto egregiamente da Lucà con i suoi Marasà. Taglio di Nerello Calabrese e Gaglioppo per il rosso, Mantonico e Guardavalle per il bianco.

Anche Spagna e Slovenia hanno partecipato all’evento.

Dall’estero oltre ai vini Sloveni di Vina Čotar, quasi un oggetto di culto per gli appassionati del genere naturale, da registrare il grande interesse destato dal banco che ospitava le aziende Spagnole. Tra i vini iberici alcune perle come il Colleita n°5 bianco, prodotto da piccoli vigneti autoctoni o lo strepitoso Rosso Vinos Ambiz, dell’Azienda omonima.

Di questa anche l’Alba Bianco da vitigno Albillo Real, ottenuto attraverso vinificazione in anfora. Etichetta stupenda certamente la più bella di tutte. Un vino per cui in molti casi si utilizzano bottiglie riciclate e, tappi che provengono da una piantagione sostenibile di sughero in provincia di Salamanca. Insomma una vera e propria icona rappresentativa degli albori della viticultura naturale. Coerente anche nel gusto però, capace di dividere nettamente chi lo assaggia e di provocare interminabili discussioni sulla filosofia di questo genere di produzioni.

La viticoltura del Lazio che avanza a grandi passi.

Tornando tra i confini nazionali ottimi i vini Molisani di Vinica con la Tintilia sugli scudi, come anche quelli di Raína in Umbria, in particolar modo i rossi. Il Lazio merita un discorso a parte, perché il fermento del mondo enoico a tutto tondo negli ultimi anni, sta producendo ottimi vini in generale che si distinguono anche per questa tipologia. Ne sono esempio chiaro i produttori in pista già da un po’, come Ribelà , oppure il duo Riccardi Reale, specialisti del Cesanese in quel di Olevano Romano.

Anche il nuovo che avanza però non è da meno, come testimonia Marco Colicchio con la sua Malvasia Puntinata. Oppure l’Azienda D.S. Bio con i suoi vini tra cui Arcaro ottenuto da vitigno Maturano.  Un autoctono del frusinate allevato ancora con l’antico sistema della vite ad alberata maritata all’ulivo.

La sensazione che si respira alla fine di questa due giorni, è che l’utilizzo del termine “naturale” serva sempre meno a costruire barriere tra gli appassionati, mentre lentamente concorra a costruire un ponte condiviso verso la qualità.

Bruno Fulco

Torna al cinema la storia più emozionante di Natale: Il Grinch

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Come ogni anno arriva il Natale, le città si riempiono di luminarie e decorazioni e la gente si divide in chi adora follemente tutto ciò e chi lo tollera malapena.

Le persone appartenenti alla categoria, come la sottoscritta, fanno quasi difficoltà ad accettare e capire gli altri e ogni anno si crogiolano con film e playlist natalizi.

Ma la seconda categoria? Chi è il loro spirito guida? Oltre all’avaro Scrooge, il personaggio più famoso per odiare è il Grinch.

Inventato dal fumettista Dr. Seuss, già rappresentato in un film di animazione del ‘66 e nel celeberrimo film di Ron Howard interpretato da Jim Carrey, il Grinch tornerà al cinema in una veste nuova (ma sempre verde) il 29 Novembre!

Il film, come tutti quelli prodotti da Illumination, è davvero molto divertente e carino. È ricco di gag per divertire lo spettatore tra un frammezzo e l’altro mentre la storia procede.

Io ho riconosciuto me stessa in una di queste e ho riso davvero di gusto.

La storia la conosciamo tutti, idem l’evoluzione dei personaggi. In questa versione però ci sono delle piccole differenze che ho notato con piacere… Quella che mi ho apprezzato di più riguarda la tenera bimba che aiuterà il cuore del Grinch a diventare due taglie più grande.

La piccola Cindy Lou ha meno l’aria da bimba innocente che vive nel suo mondo di dolcezza e spensieratezza: è una piccola abitante di Chistaqua energica, grintosa, impavida ma dal cuore grande e buono!

Quello che importa di più del film sono i messaggi che vuole trasmettere.

Come ha detto Alessandro Gassmann, che ha doppiato il verde protagonista, il Grinch è bello perché “è la storia di un diverso che viene accettato, è una storia di inclusione”.

La lezione che si impara da questo film è di accettare anche ciò che non possiamo avere o che non abbiamo. Solo perché in quel momento è così non vuol dire che la cosa sarà uguale per sempre. Odiare non aiuta, ci allontana da ciò che vorremmo, ci isola e ci ferisce più di tutto il resto.

Vedendo Il Grinch scopriamo che il Natale non è regali, lucine luminose, dolci e canti gioiosi, è qualcosa di magico, una felicità antica che portiamo dentro di noi. Ci scalda il petto, ci rende allegri, ci unisce e riempie i nostri cuori di bei ricordi.

La storia creata in background su di lui è senza dubbio di effetto. Chiunque si è ritrovato in una situazione analoga al Grinch, a tutti è capitato di non poter avere qualcosa e ha provato rabbia e infine odio. È impossibile non provare empatia per questo cattivo.

A me è piaciuto molto di più il doppiaggio originale, con la voce di Benedict Cumberbatch, rispetto a quello italiano con Alessandro Gassmann, che è stato molto bravo ma come ha detto lui stesso, la voce di Cumberbatch è più pulita e più metallica rispetto alla sua. Gassmann ha dato la sua interpretazione al personaggio, ispirandosi anche all’attore inglese.

Tuttavia mi sembra che nel doppiaggio originale abbiano dato più carattere e personalità ai personaggi.

La grafica, seppur non molto sviluppata nell’aspetto, è stata molto accurata nelle scenografie e nei paesaggi. In particolare mi hanno colpito molto le luminarie sparse per la città e sulle case: sembrano proprio vere, al punto che vi capiterà spesso di chiedervi durante il film “Perché non sono lì anche io?”.

Ah ma solo se appartenete alla sopra citata prima categoria!

 

Ambra Martino

Premiata Forneria Marconi: la musica, quella vera

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La storica band italiana sarà in concerto dal 2019. L’ultimo cd, TVB The very best, è solo l’ultima tappa di una ricerca che non si è mai fermata

Premiata Forneria Marconi torna nei negozi di dischi con il cofanetto TVB-The Very Best, raccolta completa e rimasterizzata in 4 cd. In contemporanea, la band ha annunciato un nuovo tour di concerti in Italia: PFM canta De André- Anniversary da marzo a maggio 2019. Chi ricorda Premiata Forneria Marconi come il gruppo musicale progressive degli anni Settanta deve ricredersi: la Pfm è sempre stata qui. Come i musicisti che, da giovani, “amano la musica e pensano di volerla fare per sempre”, con le parole di Franz Di Cioccio e Patrick Djivas in conferenza stampa. “Lo sguardo mio e di Patrick è sempre orientato al futuro, con la voglia di essere contemporanei in tutte le epoche, perché crediamo che l’arte debba nutrirsi di esperimenti, di novità, di circostanze e non di consuetudine”. Ancora: “nel cd ci sono i brani della nostra storia, ma non aspettatevi che siano suonati sempre allo stesso modo. Noi cambiamo sempre, siamo fatti così”.

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Dal libretto del cd, Premiata Forneria Marconi con Fabrizio De Andrè

Premiata Forneria Marconi: un successo che si ripete

Si conferma un periodo d’oro per il gruppo che il 13 settembre ha vinto il premio come Band internazionale dell’anno al Prog Music Awards Uk 2018. Premiata Forneria Marconi, del resto, era già uscita nell’ottobre 2017 con il disco Emotional Tattoos.
TVB-The very best, per Sony Music, è un cofanetto in formato hardcoverbook con 4 cd e un libretto di 60 pagine, quasi un amarcord per chi ama il gruppo. Si leggono interviste, fotografie, commenti di Franz di Cioccio e Patrick Djivas. I testi sono raccolti da Sandro Neri, le foto sono coordinate da Guido Harari. C’è la Premiata Forneria Marconi, con il suo stile: “La parola successo è un participio passato: indica qualcosa che è già accaduto”, hanno detto i musicisti. “Noi non abbiamo mai fatto un disco uguale al precedente e anche questa raccolta è diversa”.

Omaggio a De André: i concerti del 2019

Premiata Forneria Marconi salirà a bordo della Cruise to the Edge, l’evento musicale che partirà a febbraio 2019 da Tampa, in Florida e farà tappa a Key West e Cozumel. Pfm è il solo gruppo italiano che parteciperà all’evento, insieme a band internazionali della musica progressive, capitanate dagli Yes.
In Italia, Pfm sarà in tour per cantare Fabrizio De Andrè, in ricordo del sodalizio del 1979 con il cantautore italiano. Sul palco ci saranno anche Fabrizio Premoli, fondatore della Pfm, alla tastiera e Michele Ascolese, già chitarrista del grande Faber. Il tour è organizzato da D&D concerti, con il patrocinio morale della Fondazione Fabrizio De Andrè. Sono previste 22 date, la prima il 12 marzo a Bologna, al teatro Europa e l’ultima il 6 maggio a Milano, al teatro Dal Verme. Le città del tour sono anche Ancona, Udine, Schio e Venezia, Martina Franca, Legnano, Cremona, Genova, Firenze e ancora Avezzano in provincia dell’Aquila, Brindisi, Corato in provincia di Bari, Pescara, Roma, Torino, San Benedetto del Tronto, Brescia, Catania.

Informazioni e biglietti: www.pfmworld.it

Claudia Silivestro

The Walking Dead: E vissero tutti felici…. AH NO!

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Puntata assolutamente di transizione la numero sei, Chi sei adesso?, in cui veniamo catapultati nell’Universo senza Rick Grimes.

Sono passati alcuni anni dalla sparizione dell’eroe e ad Alexandria le cose vanno piuttosto bene. Come vi dicevo nella precedente recensione questa uscita di scena consente un approfondimento su altri personaggi, come ad esempio Rosita (a mio avviso sempre molto sottovalutata), Gabriel e Eugene. In questo caso possiamo proprio rievocare Renato Zero con un bel IL TRIANGOLO NO! Visto che Rosita se la fa col prete e al nerd la cosa non va proprio giù… MA! Non è detta l’ultima parola.

Nel frattempo Michonne ha cresciuto Judith, che la chiama mamma, e il figlio di lei e Rick. Come ci aspettavamo è rimasta incinta nell’episodio in cui la coppia parlava del futuro. Ormai la nostra eroina risorta è la guardia della città e non sembra stare proprio benissimo dopo la scomparsa del suo compagno. La troviamo anche a parlare da sola in qualche scena.

La piccola Grimes, invece, avrà sì e no 10 anni e argomenta come una di 30. Ha degli scambi con Negan che fanno rabbrividire per la sua precocissima lucidità. Ma non dobbiamo restare troppo scioccati dal cinismo di questi bambini cresciuti in un mondo di terrore. Del resto saper impugnare una spada e aver compreso che per sopravvivere bisogna lottare in tenera età, sicuramente dà input al cervello molto differenti da quelli a cui siamo abituati oggi nel mondo occidentale.

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È proprio Judith ad accogliere nella città dei forestieri, tra cui un ex detenuta, un maestro di musica, un liceale e una giornalista muta. Entra quindi nel telefilm il linguaggio dei segni.

Con l’arrivo di queste personalità scopriamo che in città c’è un vero e proprio consiglio democratico per stabilire come procedere e intuiamo anche che le comunità tra loro non sono proprio così unite. Probabilmente Maggie ha preso la sua strada con la legge del taglione… Ma ancora non possiamo saperlo visto che è totalmente assente da questo episodio.

Carol (con un improponibile taglio di capelli che la invecchia precocemente) continua a stare con Ezekiel: insieme hanno cresciuto il non-più-tanto-piccolo Henry, che, azionato in modalità CARL inizia subito a mettere nei guai la sua madre adottiva.

Dulcis in fundo Daryl, che dopo la sparizione di Rick sembra essere diventato una specie di barbone che vaga nelle foreste. Insomma, l’ha presa bene! Ma del resto, come biasimarlo? Ha passato gli ultimi episodi con lui a dargli addosso, finché Rick non si sacrificato per l’ennesima volta in nome del bene comune. Per dirla alla BattistiTu chiamalo se vuoiSENSO DI COLPA.

In questo episodio vogliono farci credere che gli zombie si stanno evolvendo, che forse stanno iniziando a parlare, ma in realtà ci aspetta qualcosa di differente e forse chi ha letto il fumetto ha già capito che cosa. Attendiamo con ansia il settimo episodio per capire chi sarà il nemico da sconfiggere in questa nona stagione.

 

Alessia Pizzi

Ritorno al Futuro con The Walking Dead: una nona stagione sensazionale

Lo Schiaccianoci e i quattro Regni: la Walt Disney ha superato se stessa

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Volate in un Natale del passato, nell’Ottocento, per sconfigggere un nemico in un compagnia di uno Schiaccianoci!

Fare un film ispirato all’opera di un rinomato compositore, con le musiche di quella stessa opera, non è facile, e il rischio di fare un flop è alto.

Quando mesi fa vidi il primo trailer di Lo schiaccianoci e i quattro Regni ero rimasta un po’ delusa vedendo svariati colori accesi e pochi colori “natalizi”. Dunque ero un po’ scettica all’inizio e se sono andata a vederlo al cinema è stato sia per la curiosità, sia per la mia passione per Tchaikovsky… e non sono mai stata più felice di mettere da parte un pregiudizio!

Ammetto di essere stata un po’ diffidente quando il film è cominciato, poiché ho già visto alcun film e cartoni animati ispirati allo Schiaccianoci (sì, anche quello di Barbie!), ma ben presto mi sono liberata di questi pensieri.

Il film è molto coinvolgente emotivamente.

Vivere il primo Natale senza una persona che amiamo, ancor di più se si condivideva la passione per questa festività, è difficile. Si soffre per la mancanza di questa persona e anche per l’aspetto che assume all’improvviso il Natale: d’un tratto ci sembra vuoto e privo della gioia che era solito portare.

Il merito è stato senza dubbio del cast magnifico e della giovanissima Mackenzie Foy che, a mio parere, ha saputo ben rappresentare le emozioni provate dalla giovane Clara, come la rabbia e il risentimento.

Lo schiaccianoci e i quattro Regni non segue la trama dell’opera originale, ma ha subito una rivisitazione che non sminuisce in alcun modo la bellezza dello schiaccianoci!

Ha invece esaltato la bellezza della danza classica e del balletto, ricordando  che possono divertire ed entusiasmare invece che annoiare, come si pensa comunemente.

L’unica piccola pecca per me è stata la morale che ho trovato un po’ banale: si ripete il bisogno di accettarsi e credere in se stessi. È anche vero che è il chiodo su cui batte sempre la Disney in quasi tutti i suoi film, e che è sempre bene ricordare alle persone di avere fiducia in se stesse!

La Walt Disney si è superata con questo film!

Le scenografie e grafica si confondono creando effetti bellissimi, in particolar modo nella scena del balletto dato in onore di Clara.

Il trucco e i costumi sono stati eccezionali e molto creativi. I personaggi avevano i tratti caratteristici dei vecchi giocattoli su di loro, come le gote rosse e i capelli dipinti. Per i costumi hanno preso spunto dai periodi storici in cui sono rappresentate molte fiabe, ad esempio il Medioevo e il Settecento, oltre che quelli del periodo storico in cui si svolge Lo Schiaccianoci.

Mi auguro che ricevano una nomination agli Oscar e che la vincano, perché sarebbe un premio meritatissimo!

Ne Lo Schiaccianoci e i quattro Regni non ho potuto fare a meno di notare un tributo al noto film della Walt Disney “Fantasia”, ad esempio nella posizione elevata del Maestro rispetto all’orchestra.

Al termine del film, i titoli di coda sono accompagnati da una battle tra danza cassica e danza moderna sulle note di Tchaikovsky. È stata talmente bella e coinvolgente che alla fine stavo per applaudire! Poi mi sono ricordata di trovarmi in un cinema e ho scampato la fgura da scema esaltata.

In conclusione: se amate la danza, la musica classica, il Natale e gli effetti di scena, dai costumi alle luci e dalla grafica al trucco, non potete perdere Lo Schiaccianoci e i quattro Regni!

 

 

Ambra Martino

Il romanticismo russo di Sergej Rachmaninoff e Pyotr Ilyich Tchaikovsky all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha offerto una spettacolare esecuzione della magica arte di Sergej Rachmaninoff e Pyotr Ilyich Tchaikovsky

Non accade spesso ormai di uscire da teatri o sale di concerto appagati completamente. Ma il potere della grande musica, delle grandi orchestre, esecutori e della bellezza e grandezza assoluta di artisti come Sergej Rachmaninoff e Pyotr Ilyich Tchaikovsky riesce sempre a colpire.

La sera del 10 novembre 2018, in una Sala Santa Cecilia gremita, si è fatta arte al 100%.

Il programma prevedeva l’esecuzione di brani musicali della grande tradizione russa. L’Orchestra Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si è presentata subito in grande forma con l’ouverture dal Ruslan e Ludmilla di Mikhail Glinka. Si tratta di un brano allegro, frizzante, vivace, pieno di brio rossiniano.

La perla della serata, complici uno straordinario Antonio Pappano sul podio ed il ventisettenne Daniil Trifonov al pianoforte, è stata l’esecuzione del Concerto per pianoforte ed orchestra n.3 op.30 di Sergej Rachmaninoff. I tre movimenti di questo brano risplendono della grande tradizione sinfonica russa, del grande senso della melodia tipico dell’Europa dell’Est. Sergej Rachmaninoff è un compositore tardoromantico. La sua musica è emozione pura. Nonostante la sua giovane età, Daniil Trifonov ha un fuoco nelle vene straordinario ma anche una tecnica irreprensibile. Il giovane pianista è stato capace di sottolineare le mie sfumature espressive di questo brano, considerato una delle vette della letteratura pianistica di tutti i tempi, reso celeberrimo nel 1996 dal film Shine con Geoffrey Rush.

Tchaikovsky, musicista del destino

Nella seconda parte del nostro concerto la nostra orchestra è eseguito la Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Un’opera complessa, drammatica, sottolineante il destino ed il fato umano. La fanfara degli ottoni iniziali, rappresenta il fato, ossia “quella forza nefasta che impedisce al nostro slancio verso la felicità di raggiungere il suo scopo“, così come egli scrisse in una lettera all’amica Nadežda von Meck, mecenate russa e dedicataria dell’opera (lettera riportata nel programma di sala, estratta dal testo Ciaikovskij. Un autoritratto di Alexandra Orlova).

 

Il tragico destino di un uomo

Il brano è un omaggio al destino tragico dell’uomo Tchaikovsky (riguardo soprattutto la travagliata vicenda legata alla sua omosessualità). A seguito del fato, nell’Andantino emerge la malinconia, quel sentimento “che si presenta la sera, quando siedi solo, stanco del lavoro, prendi un libro, ma ti cade dalle mani“. Man mano si va verso una felicità. Una felicità che, se non trovata in sé, va trovata negli altri. L’Allegro con fuoco è “un quadro di una celebrazione popolare in un giorno di festa“, ma ecco che il destino “torna di nuovo a ricordarti che esiste“. Il brano termina con un finale allegro, perché “esistono gioie semplici ma potenti” e “si può vivere“.

La grande esecuzione dell’orchestra e del suo direttore stabile ha messo in luce la complessità del brano. Pyotr Ilyich Tchaikovsky scrive un tema che identifica come il fato (particolare già prodotto da Ludwig van Beethoven per l’incipit della Quinta Sinfonia, il celebre passaggio sol-sol-sol-mi bemolle, il “destino che bussa alla porta“), affidato al suono squillante degli ottoni. La sinfonia è una straordinaria esplosione di lirismo e drammaticità.

Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Questi ed altri brani saranno portati in una grande tournée che fino a fine novembre vedrà la nostra orchestra ed i due grandi artisti protagonisti in alcune delle grandi sale di concerto in Estremo Oriente.

Buon viaggio, sempre nel segno della musica.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualiniwww.santacecilia.it – prese dalla Pagina Facebook Accademia Nazionale di Santa Cecilia)

 

Cani, teatro e amore: come creare uno spettacolo di successo

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Quando si fa un adattamento, c’è sempre il rischio di creare una brutta copia dell’originale.

La mancata fedeltà all’opera di partenza può essere vista come un oltraggio. Tuttavia, bisogna ricordare che ogni tipologia artistica ha un codice specifico attraverso cui comunicare un messaggio. Teatro e cinema sono due forme d’arte che combinano insieme più codici per raccontare una storia o un’idea. Immagini, suoni e parole contribuiscono insieme alla costruzione del significato generale e alla creazione di una risposta emotiva nello spettatore. Proprio perché hanno codici in comune, teatro e cinema sono tra loro imparentati e non è raro vedere un’opera teatrale debuttare sul grande schermo o viceversa.

E tra i tanti scambi, non poteva non arrivare in teatro un film che parla di uno dei suoi grandi protagonisti.

Stiamo parlando, ovviamente di Shakespeare in love. A tre anni dal debutto nei teatri londinesi, l’adattamento teatrale del film di John Madden, curato dallo sceneggiatore Lee Hall, arriva finalmente in Italia. Dopo la prima all’arena di Verona quest’estate e dopo essere stato ospite nella Capitale fino al 18 novembre, lo spettacolo inizierà il proprio tour in varie città della penisola. Sarà a Napoli, Torino, Padova, Reggio Calabria, Catania, Jesi e Pesaro.

Teatro Brancaccio Roma
William Shakespeare e Viola De Lesseps

 

La storia è la stessa che abbiamo imparato a conoscere e amare. Un giovanissimo Shakespeare è alla ricerca di ispirazione per scrivere una commedia teatrale. Viola De Lesseps è una giovane di famiglia ricca, promessa in sposa a Lord  Wessex che ha però altre aspirazioni. Il suo sogno è quello di recitare, di vivere in maniera avventurosa e un amore vero. Il loro incontro cambierà l’esistenza di entrambi: Viola potrà realizzare anche solo per una volta il suo desiderio di calcare il palcoscenico. Shakespeare, invece, darà vita l’opera più importante della sua carriera, Romeo e Giulietta.

Questa volta, però, la storia si svolge su un vero palco teatrale.

Accade così che un racconto che celebra il teatro come fonte di vita, arriva a casa. Convivono sullo stesso palco una messa in scena classica e una contemporanea. Accanto alle strutture architettoniche, ci sono delle proiezioni video. Da una parte abbiamo il famoso balcone (che richiama il Globe), una pedana girevole, porte di grande dimensione usate come sipario. Dall’altra immagini che, proiettate sullo sfondo, arricchiscono la scena. Si celebra così l’evoluzione del teatro che da secoli accompagna e allieta la vita degli esseri umani su tutto il pianeta.

Teatro Brancaccio Roma
William Shakespeare e i suoi attori

Shakespeare in love è una celebrazione del teatro. Recitare dà modo di sfogare le proprie emozioni trasmettendole ad altre persone. La rappresentazione della vita sul palcoscenico, anche se finta, ha un’intensità e un valore che riescono a superare la realtà. Tutto è più conciso, sintetico, concreto nello spazio scenico. Tutto assume un significato, un senso, un equilibrio che aiuta a rendere la vita più comprensibile, quindi più vivibile.

Il film ha avuto un grandissimo successo anche grazie alle grandiose interpretazioni dei due protagonisti:  Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes.

Nel teatro italiano ci sono Lucia Lavia e Marco De Gaudio. Entrambi si dimostrano all’altezza dei rispettivi cinematografici. Lui, oltre a ricordare fisicamente Fiennes, riesce a raccontare il tormento di un poeta che ha difficoltà nell’esprimersi in maniera non banale, equilibrando bene il tono comico con quello più tragico. Lucia Lavia rende Viola un’eroina portatrice di modernità ma anche di un femminismo ante litteram. Convince altresì la sua interpretazione di Thomas Kent, l’alter ego maschile di Viola. I passaggi da un personaggio all’altro sono rapidi e continui: “Il cambio di costume più veloce”, dichiara Lavia, “è di 25 secondi”. L’affiatamento tra i due interpreti è evidente ed è grazie a questo che la storia d’amore diventa credibile ed emozionante. Molto bravi anche gli altri interpreti dello spettacolo. Una menzione speciale va fatta per Gulliver, il cagnolino Macchia. La sua entrata in scena è assolutamente indimenticabile!

Teatro Brancaccio Roma
Gulliver alias Macchia: come non amarlo?

Meravigliosi i costumi di scena colorati e vivaci che contribuiscono a creare l’atmosfera elisabettiana. Atmosfera resa ancor più suggestiva dai cori a più voci e dalla musica dal vivo eseguita dagli stessi attori. Tra gli strumenti suonati, alcune chitarre, un flauto traverso, un violoncello e anche un ukulele. Il tutto, unito alle celebri e bellissime liriche del Bardo, non può che coinvolgere lo spettatore e affascinarlo.

Lo spettacolo si discosta di poco dal film a livello di storia. Tuttavia, il tono del finale è più leggero, più ottimistico. Si punta sull’idea che entrambi i protagonisti abbiano raggiunto il proprio obiettivo. Anche se la loro storia non avrà futuro, entrambi sono riusciti a essere ciò che desideravano, grazie al loro amore e all’amore per il teatro.

Shakespeare in love è bello, emozionante e intenso. Uno spettacolo che fa sognare e, a tratti, commuovere, ma che fa anche ridere parecchio. Se avete visto e amato il film, non potete perdervelo. Se non lo avete fatto… idem!

Federica Crisci e Francesca Papa

 

Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald, e tu da che parte stai?

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Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald, uscirà nelle sale italiane il 15 novembre del 2018.

Il film sarà distribuito in tutto il mondo in 2D e 3D nei cinema selezionati e IMAX dalla Warner Bros. Pictures.

Una volta nelle sale potremo nuovamente entrare nuovamente nel magico Wizarding World.

Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald è difatti il secondo capitolo della saga magica con protagonista il magizoologo Newt Scamander, scritto dalla creatrice di Harry Potter, J.K. Rowling.

La lotta tra il bene e il male campeggia nei secoli passati e futuri e tra mondi paralleli. È il tema principale del film ed inevitabilmente fa da eco alle storie concepite, già conosciute ai più, dalla genialità della Rowling. Un’argomentazione universale che può essere applicata al mondo magico e al nostro con estrema facilità.

Ci troviamo infatti difronte il bianco e il nero, il buio e la luce. L’incipit, della storia accennata nella saga potteriana, dell’incontro/scontro tra i due più potenti maghi Gellert Grindelwald e Albus Silente.

Animali Fantastici: I Crimini di GrindelwaldIl concetto di male è polisemico.

Grindelwald è un incredibile ammaliatore.

Dopo la sua riuscita fuga attuerà il suo piano d’azione per convertire seguaci in suo favore. Non userà la forza per portare i maghi dalla sua parte ma le parole. Perché le parole sono le armi più potenti. Sarà persuasivo nel suo argomentare come i maghi siano superiori rispetto agli umani. Di conseguenza ad incitare i suoi “uditori” per avere il ruolo di predominio che spetta loro. Per non vivere più in un mondo parallelo e segreto ed uscire allo scoperto, senza paura. Complice l’insofferenza per quel contesto di vita saranno numerosi coloro che sceglieranno di seguirlo. Anche alcuni personaggi inaspettati, stanchi di non poter professare il proprio amore alla luce del sole.

Un immenso Johnny Depp, interprete di questo personaggio quasi di burtoniana memoria, ipnotizza con la sua placida gestualità e il suo tono che enfatizza il sotto testo delle parole.

Grindelwald un affascinante sobillatore delle masse il cui obiettivo è far credere veramente che il suo pensiero sia giusto. Il suo modo di concepire i progetti futuri come l’unico modo possibile per ottenere l’armonia. Armonia che si può raggiungere esclusivamente attraverso il dominio del mondo magico, secondo i suoi principi.

E se la sua visione del mondo fosse corretta?

Il filo conduttore della “scelta”, schierarsi da una parte oppure no, è una tappa obbligatoria che porterà alla necessità di prendere posizione anche per un outsider come Newt Scamander. Il magizoologo al quale era stata vietata la possibilità di viaggiare a livello internazionale dopo gli eventi del primo capitolo della saga verrà contattato da un suo vecchio professore di Hogwarts: Albus Silente.

Animali Fantastici: I Crimini di GrindelwaldSi troverà rivestito di un importante ruolo.

Silente e Grindelwald si sono incontrati quando erano molto giovani. Hanno un segreto comune. Hanno condiviso gioie e dolori. Entrambi hanno condiviso un’ideologia comune su come il mondo dovrebbe funzionare ed essere migliore. Era un legame fraterno ma alla fine si sono divisi. Nella pellicola è subito palpabile il rimpianto da parte di Silente per quel che è divento Grindewald, tuttavia è impossibilitato a fermarlo personalmente.

Jude Law, l’interprete del giovane Silente, riesce a regalare una luce speciale a questo personaggio. Un’aura di sacralità “quasi papale”.

La natura umana è una realtà complessa; è un’aggrovigliata trama di finitudine e di colpa, desiderio di perfezione e verità infinita ed insieme passione e violenza. Non è facile individuare il male nella sua realtà oggettiva e scegliere correttamente da che parte stare.

Ovviamente, non potevano mancare gli animali fantastici.

A far compagnia al giovane Scamander non mancherà l’affezionato Asticello a forma di rametto, il piccolo Pickett e lo Snaso.

Il giovane scienziato entrerà in contatto con nuove creature come il feroce felino Zouwu, l’acquatica creatura Kelpie e gli spaventosi Thestral.

 Animali Fantastici: I Crimini di Grindelwald due ore e 15 minuti di fitti intrighi che aprono metaforicamente le pagine del prossimo capitolo.

Alessia Aleo