Storytelling da Omero a Chiara Ferragni: e se vivessimo la vita invece di raccontarla?

letteratura greca

C’è stato un tempo in cui gli aedi cantavano ai banchetti e i rapsodi intrecciavano versi raccontando grandi gesta. Il tempo della memoria, della parola ritmata. Un tempo che ci racconta Omero, se questo fu davvero il suo nome, in quei compendi di vita antica noti come Iliade e Odissea. L’epica immerge la fantasia del lettore in un mondo dove gli déi giocano con i mortali e i mortali inseguono la gloria per diventare eroi, noncuranti dei pericoli che dovranno affrontare.

Se c’è guerra vuol dire che Ares è nei paraggi, se c’è amore Eros deve aver scagliato la sua freccia.

Anche per i lirici la poesia era un momento di unione, basti pensare a Saffo e alle sue allieve che invocano Afrodite, celebrate ancora nei simposi di epoca classica, in cui si raggiunge la massima espressione dell’esperienza di gruppo col teatro. Un teatro tragico e comico, catartico e riflessivo, ma che come l’epica sa ancora immergere gli spettatori contemporanei nell’atemporalità dei suoi valori.

È l’età ellenistica a dare il via alla scrittura privata, alla nascita del libro. È grazie alla meticolosità dei filologi alessandrini se oggi possiamo apprezzare la letteratura greca in forma scritta, perché la tradizione orale è vittima della debolezza umana, mentre quella scritta riposa nell’immortalità del supporto che la conserva. La scrittura è quindi preziosa per conservare. Per tutti i secoli successivi ha conservato, diffondendosi con la stampa, pensieri, storie, sentimenti. Ha raccontato l’essere umano in tutta la sua completezza.

Il Ventunesimo secolo è quello in cui si scrive di più. Forse anche quello in cui si scrive peggio. E non solo perché la scrittura è diventata il nuovo modo per esprimersi via chat con lo slang digitale (cmq, xkè, ecc.), ma anche perché la scrittura è diventata la nuova oralità, supportata dalla fotografia.

Nella nuova identità 3.0 le nostre immagini di vita (possibilmente quelle in cui sembriamo più perfetti possibili tra un filtro e una photoshoppata) sono la nostra vetrina. Ogni manichino chiaramente ha una didascalia esplicativa, cioè il nostro commento a quella foto, nonché il prezzo, quello della “felicità”.

Chiaramente la dimensione social non è solo fatta di ostentazioni del benessere, ma anche del malessere. Delusione, tristezza, rabbia, tutti i sentimenti privati vengono scritti in bacheca, la vetrina dell’anima. Mi piace, commenti, condivisioni. Quanta approvazione e supporto nel bene e nel male. È reale empatia quella degli altri, è reale odio?

Guardo i profili vetrina e percepisco la nostra immensa solitudine. Quella paura del vuoto e del silenzio che ha trasformato la scrittura in una oralità malata. Un diario segreto pubblico a cui tutti possono aggiungere delle glosse a margine, i loro commenti, i loro giudizi, la loro approvazione o disapprovazione.

Prima se amavi lo sussurravi nell’orecchio, ora fai la storia su Instagram.

Prima filmare, fotografare e raccontare la vita era privilegio del giornalista, che magari raccontava qualcosa di sconosciuto e suggeriva delle riflessioni. Ora, in questa overdose del banale, cosa ha davvero senso, cos’è reale, se per darti la forza di vivere, la forza di sentirlo, lo devi scrivere sui social? E mi chiedo, se fossi attratto da quello che non è considerato “normale” dalla società, lo esporresti sui social? Perché Chiara Ferragni deve mettere in vetrina suo figlio appena nato e non si fotografa quando sta cacando? Perché il bambino è una cosa bella, sottolineo, una cosa. La cacca no. Ma del resto anche in Omero sesso e cibo erano tabù, sono solo cambiati i tempi.

Poi c’è anche chi come Shannen Doherty si fa vedere mentre fa la chemioterapia, per dare forza dice, per sensibilizzare. E quando vedo quelle immagini di dolore penso che qualche dito è passato veloce da un piatto gustoso o un outfit del giorno a quella foto. Come quando su Tinder scorri le foto del papabile partito in modalità album della Panini. Ce l’ho, mi manca, ce l’ho mi manca.

Guardo e mi dico, non fare come Catone che non voleva i Greci a Roma per paura che disintegrassero il Mos Maiorum. Guardo e mi chiedo cosa resta dell’esperienza umana, della gioia e del dolore silenziosi.

Parole, parole, parole, identità fisse, ruoli predefiniti. Io sono questo bel pacchetto e faccio tante cose, mi dite se vi piace? Ditemi CHE vi piace. Ed è subito omologazione. Paura del diverso, dove diverso è l’azione “scorretta”. Mania del controllo. Un controllo che non esisterà mai e che ci fa vivere di attacchi di panico. Quel dio Pan, che spaventava le ninfe nei boschi, e che se solo avessimo il coraggio di accoglierlo, invece che di sedarlo, potrebbe indicarci la via per una vita autentica, fatta di gioia ma anche di merda. Perché alla fine serve pure quella.

Invece, in questa confusione di oralità scritta, sembra di vedere le chiacchiere scorrere sotto i nostri occhi in ogni momento, e veniamo privati della facoltà di scappare dal bar dove le comari di paese chiacchieravano dei fatti di tutti, perché le comari ci inseguono dovunque ci sia un po’ di campo. E il rumore ci distoglie dalla vera essenza. E mentre parliamo stiamo perdendo un po’ di vita, forse oggi più da vivere e meno da raccontare.

Alessia Pizzi

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