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Preparate gli occhi: arriva Raffaello in mostra a Roma

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Presentata alla stampa Raffaello 1520 – 1483. Tutto il suo genio in mostra a Roma dal 5 marzo

Cinquecento anni fa moriva prematuramente. La sua scomparsa scuote alle fondamenta il mondo della cultura e dell’arte. Così come la sua figura ne influenzerà per sempre le vicende, potendo vantare una fortuna inesauribile. Quello del 2020 è dunque un anniversario la cui importanza andava assolutamente sancita. Parliamo di Raffaello e della mostra a lui dedicata che si terrà a Roma. Tra le tante città candidate ad ospitarla, infatti, è stata scelta la Capitale. L’onore di farle da cornice toccherà alle Scuderie del Quirinale.

Cosa dicono gli organizzatori

È un soddisfattissimo Mario De Simoni, Presidente e A.D. Ales del prestigioso spazio espositivo, quello che accoglie a Roma i giornalisti in occasione della conferenza stampa per presentare la mostra su Raffaello. Con lui, nella Sala della Crociera presso il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, c’è Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi. Infine i due curatori: Matteo Lafranconi, direttore delle Scuderie del Quirinale, e Maria Faietti. L’esibizione presenta una sfida sin dal titolo: Raffaello 1520 – 1483. L’idea è quella di partire dalla scomparsa dell’artista, ripercorrendone a ritroso la sua produzione fino alle origini. Un’occasione per esibire sì i grandi capolavori ma pure rivelare aspetti meno noti ai più e ugualmente importanti.

raffaello mostra roma scuderie del quirinale
San Giovanni Battista
St. John Baptiste
1518
olio su tavola
Firenze, Galleria degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture
Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi – Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

Una grandiosa esposizione sul pittore urbinate

Con oltre 200 opere, la mostra è già celebrata come la più esaustiva mai realizzata su Raffaello Sanzio. 120 sue creazioni – o riconducibili a sue ideazioni – tra dipinti, disegni, cartoni, arazzi e progetti architettonici. A cui aggiungere opere di contesto e confronto: sculture e manufatti d’epoca, codici, documenti ed altissime espressioni d’arte applicata. Non poteva essere altrimenti, visti gli importanti prestiti tra cui spiccano quelli provenienti da: Gallerie degli Uffizi, Musei Vaticani, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Musée du Louvre, Museo Nacional del Prado, National Gallery di Londra. Mario De Simoni sottolinea, tra le altre cose, l’importanza della scelta di Roma: la città che lo ha consacrato. Eike Schmidt fa notare come dal capoluogo toscano non si siano mai state concesse così tante opere del Sanzio. Una sinergia tra centri d’arte che punta a far sì che i visitatori degli Uffizi e della Galleria Palatina in Palazzo Pitti nei giorni della mostra Raffaello 1520 – 1483 usufruiscano di uno sconto del 33% sul biglietto della mostra capitolina.

La parola ai curatori

Matteo Lafranconi si sofferma sulla morte precoce dell’artista, che ne ha di fatto interrotto l’accellerazione della creatività. Non esiste un tardo Raffaello, perché non ha fatto in tempo a divenirlo. L’idea di un percorso invertito, a partire dalla morte e con tanto di riproduzione della tomba, è una sorta di verifica a posteriori del suo talento. Mentre la scelta di essere seppellito nel Pantheon è desiderio simbolico di venir incastonato in un gioiello antico. Maria Faietti paragona l’impegno corale alla realizzazione della mostra di Roma al metodo di lavoro di Raffaello. Un riferimento alla sua capacità di lavorare bene con tutti, supervisionando personalmente l’insieme. Ed è questa tensione verso l’armonia che la curatrice vuol mettere al centro del messaggio che l’artista può e deve comunicare alle generazioni attuali. Citando l’affresco Scuola di Atene: la summa di diverse culture rappresentate da pensatori che, secondo il principio del dialogo filosofico, si confrontano. Ma anche la pax philosophica auspicata da Eugenio Garin, ritenuta premessa di ogni altro tipo di pace.

Lo scontro su Leone X

In conferenza stampa è stato dato ampio risalto al lavoro di restauro, svolto dall’Opificio delle Opere Dure e grazie al contributo di Lottomatica, sul Ritratto di papa Leone X con i cugini cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi. Un’operazione rimarcata da Marco Ciatti, direttore del rinomato istituto di restauro di Firenze, e salutata come uno tra i più importanti risultati scientifici della mostra. Tanto da poter annunciare che il pubblico ammirerà “colori mai visti”. Il giorno dopo scoppia il caso: il Comitato scientifico degli Uffizi si dimette in blocco. Il motivo? Il ritratto era stato giudicato inamovibile. Una definizione riservata a tutte quelle opere particolarmente fragili o dal carattere fortemente identitario, come quella di cui si parla, la cui lista era stata proposta dallo stesso direttore del museo fiorentino e approvata.

raffaello mostra roma scuderie del quirinale
Ritratto di Leone X tra i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi
Portrait of Pope Leone X
1518-1519
olio su tavola
Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gallerie delle Statue e delle Pitture
Il restauro dell’opera è stato possibile grazie al sostegno di Lottomatica Holding
Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi – Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

La replica e le motivazioni

Eike Schmidt dichiara che la mostra su Raffaello non poteva fare a meno di questo dipinto. Specie considerando che, dopo un così attento restauro, gode di ottima salute. Dello stesso avviso il Comitato scientifico delle Scuderie del Quirinale. Anche perché si tratta della raffigurazione dello stesso papa che aveva incaricato Raffaello di realizzare una pianta dell’Antica Roma. Concedendogli il titolo di prefetto dei marmi. Un momento cruciale della sua carriera, testimoniato da tutta una serie di reperti riuniti per l’occasione. Da mettere, inoltre, in relazione con lo splendido ritratto di Baldassarre Castiglione, arrivato dal Louvre. Fu, infatti, proprio il letterato rinascimentale, insieme all’artista di Urbino, il mittente di una lettera a Leone X. La missiva – in esposizione – può considerarsi il fondamento del concetto di tutela del patrimonio culturale così come sarà poi sancito dall’articolo 9 della Costituzione. In ogni caso, il dipinto in questione è già arrivato a Roma.

Successo annunciato e opere principali

La mostra di Raffaello a Roma, nonostante lo spettro di una possibile chiusura temporanea in ottemperanza alle decisioni riguardo l’epidemia Coronavirus, ha già ricevuto settantamila prenotazioni. Un trend che non accenna a rallentare: finora non si registrazione disdette. E non potrebbe essere altrimenti. Si tratta di un’occasione unica di vedere riuniti insieme capolavori della levatura del San Giovanni Battista, delle numerosissime e deliziose Madonne, da quella della Rosa a quella Tempi. E ancora ritratti di uomini illustri e delicatissimi disegni. Per non parlare dell’incontro tra due leggendarie bellezze quali la Fornarina e la Velata. Infine l’iconico autoritratto. Non c’è che da preparare gli occhi in attesa del 5 marzo.

raffaello mostra roma scuderie del quirinale
Autoritratto
Self portrait
1506-1508
olio su tavola di pioppo
Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture
Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi – Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Cavallo dell’antico gruppo dei Dioscuri sul colle del Quirinale (Particolare)
Horse of hold group of Dioscuri on Quirinale hill
1513 circa
pietra rossa, penna e inchiostro
Washington, D.C., National Gallery of Art
© National Gallery of Art, Washington

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La Partita, periferia e calcio legate dalla maledizione

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Non c’è niente da fare, i film di genere sportivo, o comunque quelli che usano lo sport come metafora, sono sempre i migliori. Per fortuna del cinema italiano indipendente, che ad alcuni pare addirittura strano esista, La Partita conferma questo infallibile assioma.

Non è certamente un film sportivo nella concezione e nella finalità questa opera prima di Francesco Carnesecchi. Tratto da un suo precedente cortometraggio, il regista con La Partita racconta una storia maledetta di periferia e sport inquinata dalla bassezza umana. Sport che, ovviamente, si deve leggere come “calcio”, perché lo sport in generale è il linguaggio più universale che ci sia, ma se siamo in Italia – e in particolare Roma – non può che essere il calcio il centro gravitazionale.

Dopotutto, chissà a quanti è mai capitato di imbattersi nelle partite giocate, spesso da ragazzini, nei campetti di periferia. Coinvolti direttamente, o come semplici spettatori di passaggio, tutti sanno che i tornei calcistici tra ragazzi in quei campetti in terra sono quanto più vicino ci sia ad un Inferno in terra: urla, falli, risse, genitori che scalpitano e perdono ogni freno inibitorio, crescita personale e di gruppo attraverso lo sport che viene azzerata e trasformata nella necessità impellente di affermazione e rivincita contro la vita.

Un microcosmo surreale che La Partita ripropone fedelmente e con tremenda efficacia. Con questo primo fondamentale passaggio, ovvero spogliare la rappresentazione di una partita tra ragazzi di ogni possibile romanticismo, morale, epica e leggerezza (non siamo dalle parti di Fuga per la vittoria, per intenderci), il film stabilisce un filo conduttore, tesissimo e drammatico, tra l’esterno e l’interno del campo di gioco.

La gara di calcio è essenzialmente un pretesto, perché a La Partita interessa raccontare una galleria di personaggi uniti dalla dimensione tragica. E, soprattutto, dalla capacità di scavarsi, sempre da soli, una fossa via via sempre più enorme.

Con una regia vibrante e sostenuta, seppur talvolta vittima di qualche cliché narrativo, specialmente nella costruzione di un paio di personaggi caricaturali, La Partita esplora senza filtri la disperazione della periferia italiana, mondo a parte nel quale frustrazione e difficoltà esplodono in rabbia e violenza. Sembra un’equazione scontata, ma non è così, perché la bravura del film è quella di esasperare i momenti decisivi e creare un’atmosfera nella quale le scelte umane non possono tendere al positivo.

E allora è proprio in quel campetto di terra, nel sogno di cambiare e crescere, di diventare verde, che La Partita racchiude un simbolismo fatalista. Quel campo di terra classico di periferia, simbolo di valori sportivi in via d’estinzione, che non riesce a cambiare. Se non attraverso il dolore, l’incomunicabilità, l’odio, la rabbia.

Tirare un rigore, segnare o sbagliare, è la metafora perfetta dell’attimo semplicissimo in cui una scelta giusta o sbagliata può cambiare tutta una vita.

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Emanuele D’Aniello

Coronavirus: non tutti i mali vengono per nuocere se l’Italia si apre all’e-learning

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Coronavirus, ormai non si parla d’altro. Supermercati vuoti, treni sospesi, regioni sigillate, mascherine ovunque, amuchine esaurite.

Sembra una poesia crepuscolare, mentre è solo un sintetico racconto della psicosi di massa che stiamo vivendo.

L’amore ai tempi del Coronavirus, scrivono le mie amiche sulle loro bacheche di Facebook, riecheggiando un Gabriel García Márquez mentre loro sono a Roma e i compagni al Nord d’Italia.

Personalmente non sono solita vivere nel panico, tanto che a Carnevale ho comprato una corona dal cinese per travestirmi da Coronavirus. Forse sono solo incosciente, forse vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, anche stavolta.

Arriva da poche ore infatti la conferma del ritiro del decreto Fioramonti, che – per farla breve – chiudeva le lauree telematiche in psicologia e scienze della formazione. La querelle sul diritto allo studio mi ha abbastanza colpita in questi mesi: per l’ennesima volta ho letto commenti sui social network carichi di odio e ignoranza contro qualcosa che nemmeno si conosce così bene. Come spesso accade, infatti, l’ignoto è facilmente giudicabile.

E quindi le lauree online sono per gli scansafatiche, per chi non ha voglia di fare nulla, sono lauree “facili”.

Poi però arriva il Coronavirus e le scuole chiudono a tempo indeterminato. Il MIUR, giustamente, si attiva con l’homeschooling ed ecco che anche i normali diventano diversi. Tutti dovranno studiare online, tutti saranno studenti di serie B, quindi?

Perché in questi mesi, oltre a leggere commenti retrogradi, ho letto anche le storie di tante persone che hanno trovato nella laurea online una possibilità di vivere, di combattere, di realizzare i propri sogni.

Ho letto storie di mamme che non hanno tempo e studiano di notte, di persone disabili che non possono spostarsi, di gente che non può permettersi un trasferimento, di malati che girano con il libro sottobraccio in ospedale.

Tutte persone che mandano a farsi benedire lo stereotipo dello “scansafatiche” e dimostrano al mondo che i desideri sono importanti, ma soprattutto perseguibili nonostante le avversità, se i mezzi ce lo consentono.

Senza contare che ci sono tante persone che studiano nelle università tradizionali da non frequentanti (come ho fatto anche io praticamente per i primi tre anni), e tante altre che ci mettono dieci anni per laurearsi perché forzati dalle aspettative familiari o spinti dalla corsa al “pezzo di carta” che sembra così imprescindibile. Però l’importante è uscire da un’università tradizionale, eh… Non importa COME.

Nel mondo l’e-learning è una pratica ampiamente affermata, mentre l’Italia storce ancora il naso. Ma se ai commenti degli haters siamo abituati, cosa dovremmo pensare quando decisioni così arretrate arrivano dall’alto?

Forse che la politica è davvero lo specchio di un Paese retrogrado, perché composto da menti retrograde. Grazie al cielo, però, col ritiro del decreto si intravede un po’ di luce alla fine del tunnel.

In questi mesi si sono fatti avanti con lettere e movimenti sui social networks gli studenti, le università online e moltissime associazioni proprio per far capire che questa mossa era davvero anacronistica (per usare un eufemismo).

Sembra fatto apposta: ora il decreto viene ritirato e tutta l’Italia è sigillata in casa, in preda all’homeschooling.

Non ci resta che sfornare studenti di serie B, quindi, se sopravviveranno al virus… naturalmente. O almeno questo è quello che avrebbe pensato l’italiano medio prima dell’effetto Corona. Ma sì sa… la necessità fa virtù e di fronte all’apocalisse va bene tutto: pure una laurea online (o un diploma, si fa per dire).

Alessia Pizzi

The Grudge: il reboot è un horror da paura!

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Finalmente un horror che fa paura! Il reboot di un classico dell’horror, il “Ju-On: The Grudge” di Takashi Shimizu, arriva al cinema.

Se siete amanti dell’horror, se avete amato “The Ring” e tutta la saga successiva del genere giapponese più terrificante di tutti i tempi, ho l’ufficiale piacere di annunciarvi che: ci risiamo! Finalmente possiamo parlare di un film horror da paura!

Bello, coinvolgente, con una storia che si rivela piano piano, anzi in realtà sono più storie che si srotolano all’interno della vicenda narrata e raccontata egregiamente da Sam Raimi, un nome che per i veri esperti di brividi non sarà nuovo e rappresenterà, come al solito una garanzia.

Straconfermate le aspettative, che già dal trailer ci facevano presagire tantissimi jumpscare.

Già dalla prima scena del film, mentre la protagonista è in macchina si percepisce quell’aria di terrore, del “Ecco sta per succedere qualcosa di orribile“… ed in effetti sarà proprio così per l’intero film.

Succederanno di continuo cose indescrivibili. Se, come me, siete alla ricerca continua del film horror di tutti i tempi, devo dire che questo quarto episodio di “The Grudge”, narrato e sceneggiato abilmente ci va proprio vicino.

Il regista è Nicolas Pesce. Anche il cast di attori, pur non esagerando, è ricco di volti noti all’horror, prima su tutte, la straordinaria interpretazione di Lin Shayne (famosa dai tempi di Nightmare on Elm Street), che conosco così bene che ormai a me a tratti, fa anche un po’ sorridere, oltre che terrificarmi ogni volta con la sua spiritata risata.

TRAMA:

Mandy, poliziotta in servizio in una cittadina americana impegnata nelle indagini di un misterioso caso, si ritrova a visitare un’inquietante abitazione vittima di maledizione. La casa è infatti abitata da un fantasma vendicativo che punisce chi vi accede con una morte violenta.

Trailer ufficiale del film The Grudge

Scheda tecnica:

Regista: Nicolas Pesce
Genere: Horror
Anno: 2020
Paese: USA, Canada
Durata: 94 min
Attori: Andrea Riseborough, William Sadler, Tara Westwood, Jhon Cho, Lin Shayne
Data di uscita italiana: 2020 (uscita rinviata da definire)
Produttori: Sam Raimi, Robert Tapert, Takashige Ichise
Distribuzione: Sony Pictures Italia / Warner Bros. Italia

L’uscita del film prevista per giovedì 27 febbraio 2020 nelle sale italiane è stata rinviata a data da destinarsi, causa coronavirus.

Alessandra Santini

Better Call Saul 5×01/5×02, tre facce della stessa medaglia

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È passato un anno e mezzo dal finale della scorsa stagione di Better Call Saul, eppure la serie, al suo ritorno con un doppio episodio, non mostra minimamente ruggine.

Anzi, se possibile, col traguardo finalmente in vista (questa è ufficialmente la penultima stagione), la serie non nasconde più la sua natura.

Ci eravamo lasciati, dopotutto, con l’arrivo di Saul Goodman. In parole e fatti. La trasformazione di Jimmy in Saul è sempre stata l’anima della serie, e per quanto molti fan volessero vedere presto l’avvocato senza scrupoli, era comunque doloroso veder sparire quel Jimmy alla cui sfortuna ci eravamo tanto affezionati.

Adesso, abbiamo un 50 e 50 tra le due anime, si potrebbe dire.

Da un lato c’è ancora Jimmy, con quel suo senso di inferiorità e quella sua voglia di fare del bene a chi gli è vicino che tanto ci ha conquistato nelle stagioni passate. Jimmy è il cuore che muove tutto, che se potesse farebbe le cose con buonsenso, con occhio verso i più indifesi. Ma ormai ha fatto il passo più lungo della gamba, e non può tornare indietro. Anzi, non vuole tornare indietro, perché la sua trasformazione è prima di tutto una scelta volontaria, non dimentichiamolo. Figlia degli eventi, certamente, figlia della cattiveria di Chuck e del disprezzo dei colleghi. Ma scelta seguita, pianificata e completamente abbracciata da Jimmy.

Dall’altro lato, quindi, c’è Saul. Le due anime però non convivono una di fianco all’altro, ma una sopra l’altra, se mi passate l’immagine figurata. Se Jimmy è il cuore, Saul è la corazza esterna. Non solo perché, tra le due anime, diventa la più appariscente, con le camicie colorate, la pettinatura assurda e la parlantina accelerata. Ma soprattutto perché Jimmy proprio di una corazza aveva bisogno, un’armatura che gli permettesse di schivare i proiettili di chi non lo sopporta e dargli coraggio di affrontare i problemi. Affrontarli però con sotterfugi, trucchetti scorretti, perché Saul è pur sempre la corazza sbagliata, quella di cui ha bisogno, ma che alla lunga, come sappiamo, lo porterà alla deriva.

E se già adesso porta alla deriva tutti coloro con cui entra a contatto, a cominciare da Kim, pian piano sappiamo benissimo cancellerà tutto ciò che rimane di Jimmy, come quel bellissimo simbolismo delle camicie colorate nell’armadio di casa che, pian piano, invadono e prendono tutto lo spazio riservato a Kim.

Eppure, Jimmy è un personaggio così perfetto che non può sparire senza lasciare traccia. Il Jimmy impaurito ma combattivo, debole ma deciso, lo ritroviamo nel Gene Takovic dei flash forward in bianco e nero.

Jimmy McGill. Saul Goodman. Gene Takovic. Tre anime, uno stesso personaggio. Tre modi di complicarsi la vita, ma la stessa volontà battagliera di sopravvivere ad ogni costo. Quel flash forward certamente, col finale sempre più vicino, diventerà ancora più importante. Ma i semi di Gene Takovic, la sua paura e la sua rabbiosa voglia di non abbassare la testa, sono già tutti visibili negli altri due caratteri. Davvero non lascia nulla al caso Better Call Saul, e con i suoi tempi meticolosi e ritmi compassati costruisce ogni singola sfumatura psicologica. Per questo la ricompensa degli spettatori è sempre enorme quando arriva.

La serie è tornata con due episodi largamente introduttivi, nei quali la storia deve ancora partire e Jimmy/Saul ha deciso che strada prendere ma non cosa essere. Eppure, per due episodi introduttivi c’è già tantissimo. Pensate allora quando arriveranno gli episodi più belli e riusciti. Insomma, Better Call Saul ci è mancata e fortunatamente ora è tornata.

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Emanuele D’Aniello

“Il tallone di Achille”, 15 racconti noir da non perdere

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I libri gialli riescono sempre a svelare il lato più oscuro dell’uomo. Manifestano senza vergogna l’acerba cattiveria soppressa, talvolta, dalla società.

Se trovare il tempo per leggere è un vostro cruccio e non riuscite a sprofondare nel mondo criminale la formula proposta da “Golem Edizioni” può fare a caso vostro.

L’antologia “Il tallone di Achille” è composta da quindici racconti noir. Uno al giorno. Tempo di lettura dai 10 ai 20 minuti.

I benefici della lettura quotidiani sono rinomati. Sta a noi riuscire ad organizzarci e migliorare così la qualità della nostra vita.

Si può vivere nei panni di altri, senza fatica alcuna, puoi essere il buono o il cattivo. Correre sul filo della fantasia grazia alla suspense e alla tensione narrativa data dal delitto e dagli enigmi che si snocciolano tra le righe. Si gioca con le supposizioni e le soluzioni: un rompicapo intrigante.

In virtù di queste premesse posso affermare che i racconti gialli presenti in questa antologia, a cura di Massimo Tallone, riescono nel loro intento primordiale nonostante la brevità.

Inizialmente, essendo molto brevi i racconti, ero un po’ diffidente. Tuttavia riescono a pieno titolo ad avere le peculiarità del giallo.

Tra i quindici sono due i racconti che ho preferito.

La protagonista raccontata in prima persona da Ferdinando Salamino in “Sangue Bianco” è di una magnificenza cinica disarmante. Una rivelazione, pagina dopo pagina, che ti induce a correre verso la fine.

Con il Commissario Vanedda, invece, ho avuto la percezione di respirare l’aria della Mia Terra, la Sicilia. L’utilizzo di termini dialettali sono di camilleriana memoria. La storia, nella sua semplicità, è suggestiva. Riesce inoltre ad aprire un amaro spunto di riflessione sul concetto di comunità isolana e sulla vita di quelli che potremmo definire gli “invisibili”.

L’antologia “Il tallone di Achille” con le sue narrazioni oltre a “sperimentare” la consapevolezza del lato oscuro degli individui ci porta anche a viaggiare. Dal Piemonte al Veneto, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia un unico filo conduttore: il peccato e la passione.

Inoltre, menzione d’obbligo, l’8% del ricavato vendite viene devoluto all’AIRC.

Dal male può nascere il Bene.

Alessia Aleo

“Giusto la fine del mondo”: come ti rappresento l’incomunicabilità familiare

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Anna Bonaiuto è tra i protagonisti a teatro di “Giusto la fine del mondo” di Jean- Luc Lagarce, al Piccolo Eliseo fino al 1° marzo.

Giusto la fine del mondo”, con Anna Bonaiuto, è un dramma scritto da Jean-Luc Lagarce, l’autore attualmente più rappresentato in Francia, con Molière e Shakespeare. Fino al 1° marzo 2020 sarà in scena al Piccolo Eliseo di Roma, con la regia raffinata di Francesco Frangipane.

La storia racconta di Louis (il bravissimo Alessandro Tedeschi) che, dopo dodici anni di (volontario?) allontanamento dalla sua famiglia, una domenica decide di andarla a trovare. Deve comunicare una notizia di portata deflagrante: è molto malato e sta per morire. 

La trama si intreccia con la biografia dell’autore Lagarce, morto di Aids a 38 anni. Eppure il tema di “Giusto la fine del mondo” non è la malattia, né la morte.

Si resta appesi in attesa di capire cosa è successo a Louis, cosa lo ha separato da sua madre e dai suoi fratelli, cosa lo sta portando alla morte.

Le belle scene di Francesco Ghisu ci introducono subito in un salotto borghese. A fare da sipario ci sono delle persiane veneziane, che proteggono le finestre della casa. Da queste Louis guarda da fuori i suoi familiari, che si preparano al suo arrivo in una casa dal design nordico.

È un testo molto intenso quello portato in scena dal regista Francesco Frangipane, con un piccolo cast di ottimi interpreti. 

Innanzitutto, Anna Bonaiuto interpreta con la sua solita classe la madre vedova di Louis. Ricorda con nostalgia le domeniche del passato, quando i figli erano bambini e si trascorrevano giornate in gita. Sembra più preoccupata per il figlio Antoine, per i suoi sentimenti rispetto al fratello Louis. Ma si percepisce il suo dolore, di madre che ha visto un figlio separarsi da lei.

All’altezza di Anna Bonaiuto e della sua recitazione naturalissima è sicuramente Barbara Ronchi (già vista ne “Gli sdraiati“, “Fai bei sogni“, “Imma Tataranni“) che interpreta Catherine, moglie di Antoine. Meno convincente è l’interpretazione di Angela Curri, nel ruolo di Suzanne, sorella di Louis ed Antoine.

D’altronde, la difficoltà del testo di “Giusto la fine del mondo” è pari alla sua intensità. È composto più da monologhi che da dialoghi e ciò sembra aver messo in difficoltà alcuni attori, che hanno dato il meglio, invece, proprio nello scambio di battute con gli altri interpreti.

L’assenza pluriennale di Louis nella vita di sua madre, sua sorella e suo fratello sembra essere il tema della pièce. In una continua tensione drammaturgica il pubblico si chiede il motivo originale della separazione dalla famiglia. Ci si chiede, dalle reazioni dei familiari, se la separazione potesse essere perdonata o, almeno, giustificata. L’assenza di chi si è allontanato e la presenza di chi è rimasto sono due fardelli, uno sulle spalle di Luis, l’altro di Antoine. Entrambi portati con un miscuglio di senso di colpa e senso di inadeguatezza.

Il non detto aleggia nelle conversazioni tra i personaggi, che, appunto, non sono mai dialoghi, ma sempre monologhi: Catherine parla a Louis; Suzanne parla a Louis; la madre parla a tutti, poi a Louis. 

Louis non interagisce mai, forse perché non riesce o non sa replicare a quanto gli dicono. Resta in ascolto, ma poi, quando parla lui, lo fa in disparte, fuori dalla casa, al pubblico. 

Da qui capiamo che, mentre per i suoi familiari la separazione ha significato un allontanamento doloroso da Louis, pur mantenendo un contatto emotivo con lui, per quest’ultimo sembra essersi trasformata in un annullamento del rapporto con loro.

Egli torna a casa perché si sveglia con un pensiero: i suoi hanno smesso di amarlo, poiché non lo riescono a raggiungere, rinunciano a lui. Lo amano da vivo come avrebbero dovuto amarlo da morto. Ma sembra quasi che sia lui ad essersi reso irraggiungibile, fino alla fine.

L’unico con cui davvero parla e quasi si confronta, con cui cerca il contatto anche fisico è Antoine, il suo “antagonista” o la sua nemesi, per certi versi. È lo scambio più emozionante, così come è il personaggio di Antoine quello che davvero emoziona, grazie naturalmente, non solo al testo di Lagarce, ma anche alla bravura di Vincenzo De Michele.

Il resto di “Giusto la fine del mondo” è un trionfo dell’incomunicabilità, tipico di tantissimi rapporti familiari. La domenica insieme, anche quando ci si ritrova dopo anni, anche quando si aspetta con trepidazione quel momento, anche quando si deve dire qualcosa di importante, resta tutto non detto.

In “Giusto la fine del mondo” c’è tutto questo. Il dialogo è un flusso di parole unidirezionale che ha il solo scopo di riempire il vuoto e affrontare la paura del silenzio. In lunghi flussi emotivi ogni personaggio vomita – in maniera più o meno diretta o aggressiva – le proprie frustrazioni e insoddisfazioni.

Per questo forse è uno spettacolo che non commuove, nonostante la sua drammaticità e la bravura degli interpreti. Emoziona, ma non commuove, come certe riunioni familiari.

Stefania Fiducia

Foto di Manuela Giusto

“Storia del nuovo cognome”: scoppia la rivalità

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“Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire”

Così scriveva Dante giunto nel cerchio dei lussuriosi. Così ci sentiamo noi dopo aver visto gli ultimi episodi – “Scancellare” e “Il bacio” – di Storia del nuovo cognome andati in onda la settimana scorsa.

Sembra che il rapporto d’amicizia tra Lila (Gaia Girace) e Lenù (Margherita Mazzucco) stia davvero arrivando a un punto di svolta. L’amicizia tra le due non è mai stata semplice, né l’ideale a cui tutti pensano quando si parla di rapporti del genere. Eppure da ora assume le caratteristiche di una vera e propria rivalità.

Ciò che rischia di alterare per sempre l’equilibrio tra le due è l’amore.

La più classica delle motivazioni. Due amiche adolescenti che condividono la stessa passione per un ragazzo, in questo caso Nino Sarratore di cui Elena è innamorata da quando era bambina. Il giovane, che da subito si mostra molto ambivalente sia nei confronti dell’una che dell’altra ragazza, è però solo un pretesto per accendere i toni tra Lila e Lenù. Potremmo definirlo come l’attentato al Granduca Francesco Ferdinando, causa scatenante della Prima Guerra Mondiale, ma le ragioni vanno ricercate anche altrove.

E, forse, il motivo principale di questo contrasto tra le due amiche è la “genialità” che compare nel famoso titolo. Chi è l’amica geniale? Quella che ha studiato o quella che dimostra di riuscire anche se non frequenta più la scuola? È quella che fa la parte della confidente nonostante tutto o quella che vede le cose come sono davvero?

Lila ricomincia a leggere e a informarsi per fare colpo su Nino. E questo preoccupa Elena che scarica la sua frustrazione nei rimproveri all’amica per non averle chiesto il permesso di prendere i suoi libri, non realizzando che il problema è altrove. Entrambe cercano di essere speciali. Sono nate tutte e due nel rione, nella povertà, in un mondo piccolo e dimesso. Sia Lila che Lenù vorrebbero emergere. La prima lo sente istintivamente, la seconda lo ha fatto inizialmente solo per imitazione dell’amica. Ora la cosa difficile sarà cercare di capire come e se possono essere geniali entrambe senza ostacolarsi a vicenda.

Un momento di scontro molto forte è quello che segue la festa a casa della professoressa Galiani.

Durante il viaggio d’andata, la voce fuori campo ci svela i pensieri di Lenù. Pensieri egoisti, se vogliamo, ma realistici e in qualche modo condivisibili. Le insicurezze di Elena le provocano il timore di venire oscurata dal fulgore della sua amica e di apparire agli occhi della Galiani soltanto una sua ombra sbiadita. D’altra parte, Lila è così imprevedibile che potrebbe, con un linguaggio eccessivamente triviale o un comportamento inadeguato, creare imbarazzo e vergogna per Lenù.

E invece non accade nulla di tutto questo. Lila rimane in disparte per tutta la serata, è quasi invisibile agli occhi degli altri invitati. La ragazza osserva gli ambienti e le persone che lei stessa avrebbe potuto frequentare ma che le contingenze della vita le hanno negato. Per la prima volta si sente messa in ombra da Lenù. Così, divisa tra la gelosia e il disgusto per quel mondo borghese ricco di nozioni ma povero di vere idee, inizia a denigrare pesantemente la sua amica. Lila non è un tipo che sopporta in silenzio. Aggredisce. Nella scena del ritorno in macchina, esce fuori il lato bestiale del personaggio che arriva a canzonare l’amica con dei veri e propri versi. È l’animale ferito che attacca. Le rinfaccia l’unica cosa che lei ha a differenza di Lenù: un uomo al suo fianco. Lila arriva a usare Stefano, un uomo che disprezza, per colpire Elena su un punto debole. Lenù non si difende perché troppo dipendente dal giudizio della sua amica e di chiunque la circondi. 

È un momento molto forte da guardare raccontato, come sempre, in maniera magistrale dalla potenza delle inquadrature e dalla bravura delle interpreti.

Aspettiamo stasera per vedere come si evolverà il tutto.

Il personaggio di Lila viene fuori dopo questi due episodi in maniera preponderante.

Lila si confessa a Elena e dice di non essere una persona di cui ci si può fidare. È una perfezionista, una che vuole risultare sempre la migliore in tutto, sia nel bene (lo studio), che nel male (l’imbroglio in salumeria). Lila è forza, energia che si colora ogni volta di chiaro o di scuro. È un personaggio con cui è difficile entrare in empatia, ma allo stesso tempo ti affascina. Il suo magnetismo, reso magistralmente dalla penna della Ferrante, e ancora più ipnotico in televisione con l’interpretazione di Gaia Girace. La potenza delle immagini cattura l’anima di Lila indugiando sui suoi primi piani, sui suoi sguardi, sui suoi gesti.

Storia del nuovo cognome si conferma una grande serie tv. L’amica geniale 2 è un successo!

Merito non solo della solida sceneggiatura che c’è dietro, dei personaggi ben costruiti, ma anche dell’attenzione e della cura con cui tutta la storia viene raccontata. Non ci resta che vedere che cosa succederà.

Federica Crisci e Francesca Papa

Arancia meccanica e quell’eterna spinta antisociale, tra cronaca e denuncia

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“Un po’ di vita, qualche risata e una scorpacciata di ultraviolenza”

Titolo originale: A Clockwork Orange
Regista: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Stanley Kubrick
Cast Principale: Malcolm McDowell, Patrick Magee, Anthony Sharp, James Marcus, Warren Clarke, Michael Bates, Margaret Tyzack, Michael Tarn
Nazione: USA, Regno Unito
Anno: 1971

Non tutti i film ci raccontano belle storie. Alcune ci rendono il cuore leggero e ci fanno credere (o ci illudono) che esista il grande amore; o ci narrano vicende di grandi personaggi. Talvolta ci raccontano delle belle favole oppure rendono l’anima leggera grazie a una spontanea risata. Altre volte, invece, i film ci mettono in guardia. Ci narrano vicende e possibili eventi che, in un eventuale futuro distopico, potrebbero accadere. Come sempre le fonti sono tante! C’è chi si inventa qualcosa di originale e chi prende spunto dalla letteratura. È proprio di quest’ultima categoria che appartiene il celebre Arancia meccanica di Stanley Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Il film distopico ci racconta, in un futuro imprecisato, la storia di Alex DeLarge (McDowell), un giovane della periferia londinese.

Figlio di una famiglia operaia, Alex è il capo di una banda nota come “I Drughi”, che passano le sere e le notti alternando varie attività, quali derubare, stuprare, bere del latte rinforzato con droghe mescaline e praticare “l’ultra-violenza”. La famiglia è assente, la scuola è praticamente un hobby. Lui esiste solo in quanto “drugo”, cosciente della sua potenza e della sua prepotente superiorità. Altra sua passione è la musica classica, che lo porta a fantasticare e superare ancora di più i confini, dandogli carica ed energia.

Dopo un colpo fallito, Alex si trova abbandonato dai suoi amici e viene arrestato.

Pur di uscire prima dalla prigione, il drugo accetta di far parte di un progetto governativo sperimentale, che gli ridurrebbe di molti anni la pena. Il progetto però consiste nel privare il condannato del libero arbitrio, con il risultato di fermare non solo gli istinti violenti del soggetto, ma d’impedirgli anche di reagire anche in caso di difesa: il trattamento lo rende quindi impotente di fronte a tutto.

Uscito dal carcere, Alex torna nella società. Le cose però non sono come i governanti s’aspettavano.

Il ragazzo viene cacciato dalla famiglia; riceve vendette sia da parte dei suoi ex drughi, ora diventati poliziotti, sia da altri che hanno subito la sua violenza. In questo caos, Alex rimane anche vittima di un complotto governativo, in cui partecipa anche un uomo che, per Alex, ha perso la moglie e l’uso delle gambe. Alex infine riuscirà ad avere la meglio, ma sarà veramente il male minore?

Tra i film distopici, Arancia meccanica è sicuramente il più celebre e il più crudo; un manuale cinematografico da vedere.

Ci mostra quanto la società sia molto più crudele e violenta di ogni singolo soggetto, ora come un tempo e come un giorno resterà. L’universo futuristico, la lingua inventata da Burgess usata nel film (il cosiddetto “nadsat”) e la denuncia del mondo si prestano facilmente all’esigenza di nuovo e alla sete di tecnica che aveva Stanley Kubrick.

film distopici

In quest’universo, tutto si muove attraverso il caos e l’assenza di regole. Un’infinita anarchia, dove, insieme alla violenza dei drughi, il grandangolo regna; e all’invadenza della società, si unisce un’estetica pop, che si dilata nell’arredamento e nei costumi.

Una distopia che rompe gli schemi e che permette ai governanti di decidere il destino dei cittadini. Nello stesso modo, il regista ci fa capire le cose dal punto di vista di Alex, tanto vittima quanto carnefice. In fondo non siamo tutti così? Il suo messaggio arriva, togliendogli qualsiasi ambiguità, ma lasciandogli quella forma ambivalente.

Tre motivi per vedere il film:

  • Malcom McDowell, che, per questa parte, venne inserito nel 2003 dall’American Film Institute, nel 12° posto dei “più grandi cattivi” del Cinema.
  • Ammirare la profonda contaminazione tra stile letterario, filmico e artistico.
  • La colonna sonora, dall’armonia classica e dal gusto contemporaneo, che ben evidenzia lo spirito di Kubrick.

Quando vedere il film:

Di pomeriggio. È lungo e soprattutto può far voler voglia di vedere qualcosa di più leggero. Bisogna vederlo e non solo ascoltarlo: ogni immagine ha un perché.

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Pupi Avati e la fragilità umana in “Fratelli e sorelle”

Francesco Fario

Si ritiene che le immagini, nella presente recensione, relative al film, protette da copyright, possano essere riprodotte su CulturaMente, limitatamente alle voci che riguardano direttamente la persona, in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», o per mere finalità illustrative e per fini non commerciali, e in quanto la presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». In osservanza del comma 3, deve sempre essere presente la «menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta». Queste immagini non possono essere utilizzate per altri scopi senza il previo assenso del titolare dei diritti.

Romeo e Giulietta: in scena al Teatro Ghione di Roma

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Una bellissima reinterpretazione di Romeo in Giulietta in scena al Teatro Ghione di Roma

E voi cosa avete scelto di fare nella giornata di San Valentino? Come avete deciso di trascorrere il giorno più romantico dell’anno? Quest’anno io ho deciso di portare  CulturaMente al Teatro Ghione di Roma per una rappresentazione davvero originale di “Romeo e Giulietta“. Una rivisitazione per la regia di Selene Gandini del tutto nuova, finalmente con degli attori davvero in gamba, giovani e freschi.

Giulietta, che nell’opera di Shakespeare è un’adolescente ha soli 14 anni, proprio come nel testo originale.

Gli attori sono Agostina Magnosi, Federico Occhipinti, Fabrizio Raggi, Marta Nuti, Matteo Fiori, Francesco Buttironi, Andrea Amato, Caterina Gramaglia, Marco Usai, Elvira Scalzi, Luca Alfonsi, Marinella Giraldi, Filippo Lemma.

I giovani protagonisti e gli antagonisti sono in grado di riportare sul palco una visione del tutto nuova di Romeo e Giulietta, la storia d’amore più letta e probabilmente più amata di tutti i tempi.

La città di Verona fa da sfondo ad una tragedia, raccontata con tutti i momenti più salienti, riportati in scena. Racchiusi in questa città ci sono tutti i sentimenti che provano i due protagonisti e che per via di alcune costrizioni, sociali e familiari, non possono e non riescono a far uscire. Romeo e Giulietta non sono liberi di amarsi e di consumare la propria passione.

È questo che genera la principale sofferenza da parte dello spettatore che assiste alla rappresentazione teatrale.

Foto dello spettacolo Romeo e Giulietta, in scena al Teatro Ghione di Roma dal 13 al 16 febbraio 2020.

Non c’è stata una divisione dell’opera in due atti, ma il tempo scorre piacevolmente in questa giornata del 14 febbraio, tutta dedicata all’amore.

In sala ci sono anche alcuni bambini che guardano e ammirano le scene più romantiche, facendo il tifo per Giulietta; a volte si spaventano anche un po’ per le scene più crude, come quella in cui il padre di Giulietta la scaraventa letteralmente a terra sul palco.

La scenografia e i costumi sono molto originali e accompagnano balletti e canti dei nostri protagonisti, che non solo hanno una bella voce, ma la sanno usare e ci sanno anche a tratti, divertire.

Un mix tra risate e commozione del tutto piacevole. Un finale davvero emozionante.

L’opera è andata in scena dal 13 al 16 febbraio al Teatro Ghione di Roma, ma ora c’è già in programma un nuovo spettacolo:

“Casa di Frontiera”, dal 20 febbraio al 1 marzo. Per maggiori info, orari di programmazione e costi dei biglietti, vi lasciamo il link del teatro qui di seguito: cliccate.

Foto a cura dell’Ufficio stampa Teatro Ghione Roma

Articolo di Alessandra Santini

The King, l’Enrico V di Shakespeare secondo Netflix

“Ero una brava bambina, poi sono guarita”: il girlpower in un libro tutto rosa

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Le gazze ladre sono attirate dagli oggetti che luccicano. Io da quelli rosa, meglio se rosa shocking. E visto che il colore dei miei capelli non mi consente di indossare questa tonalità, forse inconsciamente sfogo questo desiderio frustrato acquistando oggetti di questo colore, tra cui i libri.

Mi aggiravo per la fiera Più Libri Più Liberi, quando sono stata attirata dalla copertina (rosa shocking, appunto) del libricino pubblicato da Do It Human.

Devo ammettere, però, che non è solo il colore ad avermi attirato. Il titolo del libro di Elena Cosentino non poteva non colpirmi:

“Ero una brava bambina, poi sono guarita – Guida alla sopravvivenza per donne intelligenti e incasinate”.

Eh sì, mi sono sentita presa in causa, lo ammetto. Perché la sindrome della “brava bambina” ad un certo punto l’ho voluta proprio sradicare dalla mia vita, in tutte le sfumature inconsce in cui poteva avere affondato le sue radici nella mia testa, quando gridava al mio cuore che le sue scelte erano “inopportune”.

Ad un certo punto ho iniziato a guarire, ma naturalmente sono ancora incasinata (e implicitamente molto intelligente), per cui diretta buyer persona di questo libro! Che infatti ho acquistato e letto con molto piacere in un periodo della mia vita in cui non riuscivo a leggere più niente.

Con ironia, leggerezza e la giusta schiettezza (che serve in questo mondo di apparenze), Elena Cosentino passa al crivello tutti gli stati emozionali della donna: dai rapporti famigliari alle relazioni sentimentali/amicali, dal lavoro agli hobby, senza tralasciare naturalmente uno dei focus primari dell’essere femminile, il corpo.

Vi invito a leggere questo libro. Perché è rosa e nel mondo serve un po’ di rosa. Perché è sincero e coraggioso come poche cose nella vita ormai. E perché vi suggerirà una serie di esercizi interessanti che vi aiuteranno a fare chiarezza con voi stesse.

A volte basta ricordare il nostro sorriso da bambine per raccontarci quei sogni che abbiamo seppellito sotto al tappeto della quotidianità. Ebbene, questo libro è un memorandum importante, specialmente se a volte vi sentite un po’ demotivate e vorreste semplicemente scoprire cosa può rendervi davvero felici.

E se lo volessero leggere anche gli uomini…non sarebbe poi così male!

Alessia Pizzi

“Click Days”: l’Unicusano premia le matricole con 60 borse di studio per quasi un milione di euro

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“Click Days”: l’Unicusano premia le matricole con 60 borse di studio per un totale di un milione di euro

I diplomandi delle scuole superiori di Roma e provincia avranno tempo fino al 28 febbraio per ottenere una borsa di studio che permetterà loro di frequentare gratis uno dei cinque corsi di laurea proposti dall’ateneo

Sessanta borse di studio “Click Days” del valore di 18 mila euro ciascuna. Grazie all’iniziativa dell’Università Niccolò Cusano, i diplomandi delle scuole di Roma e provincia avranno la ghiotta occasione di studiare gratuitamente in uno dei cinque corsi di laurea proposti dall’anno accademico 2020/21. Corsi di laurea che abbracciano le facoltà di Economia, Giurisprudenza, Scienze Politiche, Ingegneria e Psicologia.

A beneficiarne saranno i primi sessanta studenti idonei che avranno inviato la richiesta via Pec a partire dalle ore 16.00 del 17 febbraio fino alle ore 24.00 del 28 febbraio all’indirizzo di posta elettronica orientamento@pec.unicusano.it. È dal 2014 che l’ateneo telematico incoraggia i giovani a proseguire nel proprio percorso di studi, arrivando a erogare nei sei anni 360 borse “Click Days” a copertura totale delle rette universitarie. Un investimento che oggi ammonta a 6.480.000 euro per la formazione dei giovani diplomati.

Un premio che, però, i vincitori dovranno dimostrare di meritare “sul campo”, rispettando alcuni obblighi imposti dall’università. Per ogni materia d’esame, dovranno impegnarsi a: seguire le lezioni in aula integrandole sulla piattaforma online; partecipare ai corsi di inglese e di un’altra lingua secondo quanto stabilito da calendario; frequentare attivamente a convegni, workshop e seminari su tematiche di attualità; organizzare incontri per diffondere messaggi positivi sull’importanza di frequentare l’università e conseguire una laurea, orientando le persone verso una facoltà.

I Comuni della provincia di Roma interessati dall’iniziativa “Click Days” di Unicusano sono: Fiumicino, Ciampino, Fonte Nuova, Formello, Riano, Sacrofano, Monterotondo, Mentana, Frascati, Castelnuovo di Porto, Marino, Grottaferrata, Morlupo, Albano Laziale, Capena, Castel

Gandolfo, Pomezia, Campagnano di Roma, Guidonia Montecelio, Monte Porzio Catone, Anguillara Sabazia, Ariccia, Fiano Romano.

“Con queste borse di studio vogliamo dare la possibilità agli studenti di coltivare il proprio talento e di non rinunciare ad andare avanti nel proprio percorso di formazione – spiega Alessia Scarfì, responsabile del progetto Click Days – In questi anni abbiamo permesso a tanti giovani meritevoli di laurearsi ed entrare nel mondo del lavoro con una preparazione solida e ottime prospettive di crescita”.

Fender Stratocaster Day a Roma: l’appuntamento imperdibile da Your Music

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Sabato 22 Febbraio, alle ore 15:00, da Your Music si terrà il Fender Stratocaster Day in collaborazione con Fender.

Fender Stratocaster nello shop di Your Music:

Sarà l’occasione per scoprire i nuovi modelli Player, Vintera, Performer, Professional, Original, Ultra e Custom shop e tanti aneddoti interessanti che rendono la Fender Stratocaster una chitarra unica.

Anzi, la “chitarra per eccellenza”. Con queste parole viene descritta questo celeberrimo gioiello sul blog di YourMusic, negozio musicale sito presso Quattro Venti (Roma), in cui è possibile trovare i modelli più ricercati di Fender, come anche le ultime novità.

https://www.yourmusic.it/site/2020/02/14/fender-stratocaster-day-sabato-22-febbraio/

Nata nel 1954 come evoluzione della Telecaster, uscita qualche anno prima, la Fender Stratocaster, frutto del genio di Leo Fender, fu la prima chitarra elettrica solid body della storia prodotta su larga scala, ma soprattutto fu subito un grande successo. Nel corso degli anni moltissimi musicisti la sfoggiarono sia nel Nuovo che nel Vecchio Continente.

Tra i tanti la sfoggiò Holly Buddy dei Crickets, che purtroppo morì molto giovane; tuttavia, tale sventura rese la “sua” chitarra (appunto la Stratocaster) leggenda insieme a lui.

Sono trascorsi molti anni dalla sua nascita, e molti sono stati i musicisti che l’hanno amata, cercata e suonata: ma cosa rende Fender ancora oggi un leader del settore? E soprattutto, cos’hanno le sue chitarre di così magico? Se vuoi scoprirlo non ti resta che partecipare al Fender Stratocaster Day di YourMusic!

Digitale terrestre: come cambia la TV

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La questione è ormai nota e già sono tanti gli italiani preoccupati per i cambiamenti che si verificheranno nei prossimi mesi. Di fatto dopo il passaggio dalla TV analogica a quella digitale, oggi stiamo vivendo un ulteriore cambiamento: dal digitale terrestre DVB-T al nuovo digitale terrestre DVB-T2. Questo porterà alla necessità di sostituire il decoder per il digitale, o addirittura il televisore.

I tempi del cambiamento
Non preoccupiamoci però anzitempo, visto che questo tipo di migrazione avverrà nel corso dei mesi. Oggi chi ha un decoder per il digitale terrestre tradizionale l’unico problema che si può trovare ad affrontare riguarda la necessità sporadica di risintonizzare alcuni canali. Di fatto infatti tutti i canali televisivi stanno cominciando la migrazione, che comincerà dai canali che trasmettono in HD: in alcune Regioni questi saranno visibili con il nuovo standard già a partire dal 1° settembre 2021. Solo da giugno 2022 invece tutti i canali del digitale terrestre passeranno al nuovo digitale terrestre, lasciando i vecchi calai di fatto liberi. In sostanza, chi in tale data cercherà di guardare la TV con un vecchio decoder non potrà visualizzare nessun canale.

Come funziona
Sin dal 2008, anno in cui anche in Italia è arrivato il digitale terrestre, abbiamo cominciato a comprendere come funziona questa tecnologia. Di fatto la sola antenna non è oggi più sufficiente a mostrarci i canali televisivi disponibili nel nostro Paese. Serve un apposito decoder, che di fatto decodifica il segnale catturato dall’antenna, e lo rende visibile sul televisore. Il nuovo digitale terrestre funziona nel medesimo modo, solo che i vecchi decoder non sono in grado di decodificarlo. In realtà si deve però notare come i televisori di ultima generazione sono, in alcuni casi, in grado di decodificare qualsiasi segnale digitale, sia terrestre, sia satellitare. I decoder e i TV con decoder integrato in grado di farlo devono riportare un apposito bollino, che certifica questa capacità.

Sostituire il TV
Anche se la problematica ci dovrà far preoccupare solo a partire dal 2021, è importante notare che già oggi è possibile sostituire il decoder, o il TV con decoder integrato, munendosi di un dispositivo in grado di farci visualizzare sia i canali oggi già disponibili, sia il segnale del nuovo digitale terrestre. Conviene anche ricordare che il governo ha stanziato un bonus di 50 euro per ogni famiglia italiana, volto proprio all’acquisto di nuovi dispositivi, atti alla visione del digitale terrestre DVB-T2. Quindi chi lo desidera può approfittare sin da subito di questa opportunità, visto che le nuove apparecchiature, già disponibili in commercio, consentono di vedere al meglio i canali oggi, e lo faranno anche dopo il giugno 2022.

Chi ha un televisore nuovo
Lo standard DVB-T2 non è una novità dell’ultimo secondo, quindi è possibile che alcune famiglie già oggi possiedano un televisore con decoder già adatto a decodificare tale segnale. Per comprenderlo è necessario verificare che sia presente un preciso logo; se tale logo è presente, questo significa che l’apparecchiatura a disposizione ci permette di vedere diverse versioni del digitale terrestre. A partire dal 13 gennaio 2020 sono stati attivati appositi canali di test, chi li visualizza perfettamente possiede già un decoder adatto alla nuova tecnologia.

Formentera, l’isola più seducente del Mediterraneo

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Formentera, un fazzoletto di terra immerso nel blu del Mar Mediterraneo, è uno di quei posti che ti strega al primo sguardo. Rinomata per le sue spiagge caraibiche e la sua atmosfera hippy, l’isola attrae a sé ogni anno migliaia di turisti. Sarà grazie alle sue stradine sterrate che conducono al mare e a quell’aria scanzonata di altri tempi, ma l’isola esercita un fascino paragonabile al canto delle sirene nell’Odissea. Si dice infatti che, una volta visitata Formentera non se ne possa più fare a meno…

Es Pujols, il centro turistico per eccellenza, è uno dei luoghi migliori dove cercare casa e fare “base” per la propria vacanza. Oppure, se amate una vita più solitaria e desiderate stare a contatto con la natura, località come Sant Francesc e Sant Ferran ben si adeguano a questa esigenza. Nei loro dintorni sono spesso presenti deliziose case di campagna immerse nella macchia mediterranea. 

Le spiagge dell’isola, sparse in diversi punti, ma con un’alta concentrazione nella zona di Migjorn, sono tutte caratterizzate da sabbia fine e da un mare degno di una cartolina.

Sono infatti le numerose sfumature di azzurro, blu e turchese che si impossesseranno di voi per sempre. Credete sia esagerato?

Formentera per molti rappresenta uno stile di vita, un “buen retiro” ove rigenerarsi e staccare la spina dallo stress della vita quotidiana. C’è chi la elegge come seconda casa, tanto da ritornarci ogni anno e per periodi di tempo sempre più lunghi.

Effettivamente, così isolata e così piccolina, l’isola sembra essersi fermata a decine e decine di anni fa… Qui tutto ancora scorre lento e gli abitanti hanno saputo ben preservare il paesaggio rurale della loro terra. Non troverete mai mostri di cemento o bizzarri hotel sulle spiagge.

Il periodo migliore per visitare l’isola è quello che va da aprile ad ottobre. Complice il suo clima mite, che non fa mai registrare temperature rigide neppure in inverno, Formentera si rivela un’ottima meta sia per una fuga primaverile sia per le vacanze estive.

La primavera, stagione in cui non è possibile fare il bagno a causa dell’acqua ancora molto fredda, è la stagione perfetta per gli amanti delle escursioni e dei trekking. Il Comune di Formentera ha dato vita ad un percorso di 20 circuiti verdi sparsi su tutto il territorio.
Da percorrere a piedi o in bicicletta rappresentano sembra ombra di dubbio il modo migliore per ammirare l’isola e per entrare in contatto con il suo genius loci. Sarà proprio grazie a questi percorsi che potrete scoprire la Formentera più autentica, quella fatta di vigneti e di tenere caprette al pascolo.

Ma è sicuramente l’estate il momento in cui l’isola dà sfoggio di tutta la sua bellezza: immergersi nelle sue acque cristalline e aspettare il tramonto a piedi nudi sulla spiaggia, vi lascerà senza parole. 

Non esiste un luogo consigliato per godersi il mare, ogni punto dell’isola è ricco di un fascino unico.

Il nostro suggerimento è dunque quello di variare spiaggia giorno dopo giorno: non abbiate paura di addentrarvi nelle piccole stradine sterrate e polverose dell’isola…molte di loro conducono direttamente al mare.

La sua eredità hippy rivive invece nei numerosi mercatini artigianali disseminati sull’isola. Il più famoso e pittoresco è quello che si svolge ogni mercoledì e domenica nella località di La Mola.

Questa fiera artigianale è infatti la più grande dell’isola ed incanta per la sua atmosfera. Stravaganti artisti esibiscono i loro manufatti e potrete assistere gratuitamente a performance canore di giovani cantanti autoctoni. Non acquistare almeno un ricordo vi sarà praticamente impossibile.

Un altro mercatino degno di nota è quello serale che si svolge sul lungomare della vivacissima Es Pujols. Ciò che lo rende veramente unico è la presenza del mitico Juan. Quest’uomo, minuto e dalla pelle raggrinzita dal sole, produce instancabilmente bracciali e collane di perline colorate. Eletto a figura “simbolo” dell’isola non vi sarà difficile individuarlo. Il suo piccolo banchetto di colore giallo è infatti il primo della passeggiata.

Se invece siete alla ricerca di un’opera d’arte da esporre a casa vostra, il mercatino di Sant Ferran è il luogo migliore dove acquistare manufatti di artisti locali. Le bancarelle, dislocate nella strada pedonale,sono infatti dei piccoli atelier.

Infine, ma non per ordine di importanza, Formentera è la patria degli aperitivi. Lontana dal caos della vicina Ibiza, l’isola concentra tutto il suo divertimento in questo momento che abbraccia gli ultimi raggi di sole e dà inizio alla sera.

Numerosi sono i chiringuitos dove bere ottimi cocktail aspettando il tramonto e, se dovessimo consigliarne uno…beh saremmo in difficoltà! Possiamo però dirvi che ne esistono per tutti i gusti: da quello spartano in pieno stile hippy a quello più ricercato dove potrete sfoggiare il vostro abito migliore.

La meravigliosa Formentera è un’isola che abbraccia tutti i mondi possibili, ove convivono stili e gusti differenti, ma soprattutto dove la libertà è il sentimento predominante.

Abbandonate dunque ogni pregiudizio e seguite la“buena onda”… buone vacanze a tutti!

Testimonianze della Shoah: il giorno della memoria. Quando saremo noi a parlarne?

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Il 27 gennaio è la data simbolica della fine della Shoah ed è il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’olocausto della Seconda Guerra Mondiale.

Nei giorni successivi a quella giornata e dopo tutti gli interventi dei sopravvissuti alla shoah, tra cui Liliana Segre e membri della comunità ebraica, mi sono posta delle domande.

Perché lasciamo la lotta all’indifferenza e alla discriminazione alle persone anziane? Perché esporre i sopravvissuti al supplizio di rivivere emotivamente quelle sofferenze? Devono essere ancora loro a raccontare quello che è successo a noi che, freddamente, non li ascoltiamo?

Non ci bastano tutte le testimonianze raccolte in 75 anni dai superstiti della shoah proprio il giorno della memoria? Ora tocca a noi agire, raccontare ciò che è successo e prendere posizione. Tocca a noi levare la voce a favore di tutte quelle persone che sono ancora vittime di violenza per la loro etnia, la loro religione, il genere, l’orientamento sessuale.

Come si fa nel clima politico attuale, simile a quello degli anni ’30 del Novecento, a rimanere indifferenti?

Oppure, nei casi peggiori, a denunciare alcune categorie di persone come colpevoli di tutti i mali del mondo?
Indifferenza. La Senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’olocausto, ha descritto per l’edizione 2020 del dizionario Zanichelli cosa sia l’indifferenza. Ne ha parlato anche durante il suo discorso sulla shoah per il giorno della memoria al Parlamento Europeo.

Nessuno di noi dovrebbe essere indifferente a ciò che è stato fatto alle persone di religione ebraica. E neanche a ciò che viene fatto a molte persone ora.
Non bisogna ignorare quei campanelli d’allarme, quei gesti che sono così vicini agli stessi che più di 80 anni fa hanno portato alle leggi razziali.
Dobbiamo prendere posizione anche adesso, schierandoci contro chi alimenta le intolleranze distruttive verso le differenze, chi vede nelle persone fisiche il nemico. Solo perché ha un credo diverso o ama qualcuno del suo stesso sesso o altre ragioni personali che non limitano le libertà altrui.

Prendiamoci noi questa responsabilità di ricordare cosa è stata e che è esistita la shoah il giorno della memoria. Siamo noi ora gli adulti e dovremmo recuperare la staffetta da una generazione che non potrà ancora per altri decenni raccontare cos’è la giornata della memoria e perché esiste.
Cominciamo scegliendo le parole da usare, perché prima di essere ebrei, cristiani, neri, bianchi, etero o gay, siamo persone. Non dobbiamo farci definire prima dalle religioni, dal colore della pelle o altro, definiamoci prima di tutto esseri umani.

Ambra Martino

Crediti foto in evidenza Alexander Voronzow

Pupi Avati e la fragilità umana in “Fratelli e sorelle”

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Rapporti spezzati e instabilità affettiva. La ‘saga’ familiare di Pupi Avati è un ritratto amaro di una società irrimediabilmente in crisi.

Titolo originale: Fratelli e sorelle
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Cast principale: Anna Bonaiuto, Paola Quattrini, Franco Nero, Stefano Accorsi, Luciano Federico, Lino Capolicchio, Kelly Evinston, Barbara Wilder
Nazione: Italia
Anno: 1992

Proseguimento variato di Storia di ragazzi e ragazze (1989), Fratelli e sorelle segna il ritorno di Pupi Avati all’indagine intimistico-esistenziale, condotta a partire da un microcosmo familiare in cui s’iscrive la crisi dei valori di un’epoca. Ambientato in un quieto e anonimo quartiere di St.Louis, il film segue un andamento lineare e volutamente piano, scandito da eventi che si susseguono senza evidenti scossoni, fatta eccezione per il rovesciamento di piani che pur si attua un poco alla volta, con incresciosa armonia.

L’America ‘astratta’ di Pupi Avati

La scelta di narrare la vita e l’accettazione – intima ed esterna – degli immigrati italiani in America, induce Avati a costruire un racconto di opposizioni, primariamente funzionale alla messa in scena degli steccati psico-ideologici dell’(allora) odierna società occidentale. Gli USA di Fratelli e sorelle rispondono del resto a un disegno stereotipato, sorta di proiezione mentale del regista che intende situare le azioni in un Eden consumistico e cannibale, in cui i riferimenti temporali sfuggono perché non necessari a una «ricostruzione astrattamente ideale».

La mitologia americana di Pupi Avati si compone di simboli transgerazionali quale la boxe e il jazz, il cinema e il boogie woogie.

Il Mondo Nuovo sognato negli anni del fascismo si fa qui mezzo per la sospensione di ogni elemento di concretezza, giacché l’interesse dell’autore risiede nello scavo psicologico e non nel realismo descrittivo. A Pupi Avati preme lo studio di una condizione diffusa, ormai ferocemente congelata al di là del tempo e dello spazio. L’anestesia dei sentimenti, il guazzabuglio etico-morale del proprio tempo fa sì che l’America si ponga come luogo ideale della difficoltà di ri-pensarsi, una sorta di proscenio recante le tracce sfumate di miti indotti.

Famiglia e sfaldamento sociale

In questa landa anelata si colloca la storia di una famiglia ridotta alla sfascio ancor prima di ricomporsi fallacemente. Stretta fra la speranza di un futuro migliore e l’ipocrisia malcelata da un’ostentata opulenza. L’arrivo di Gloria (Anna Bonaiuto) con i due figli Matteo (Stefano Accorsi) e Francesco (Luciano Federico) è elemento di disturbo per la posticcia quotidianità di Lea (Paola Quattrini) e Franco (Franco Nero), coppia felice perché fragilmente aggrappata a un equilibrio di facciata. Abbandonata dal marito per una ventenne, Gloria aspira a ricomporre la sua esistenza sotto la protezione della sorella, fiera madre di due giovani avute da una precedente relazione: Lillian (Kelly Evinston) e Gea (Barbara Wilder).

pupi avati
Fratelli e Sorelli © Duea Film – Filmauro

Le coppie oppositive di Pupi Avati

È in questa disposizione iniziale che Pupi Avati colloca le sue coppie oppositive, espedienti fondamentali per dis-velare uno stato di cose in realtà profondamente lontano da divisioni manichee. Alla fragile e scombinata Gloria corrisponde la solida realizzazione di Lea. Francesco e Matteo, diversi sin dall’aspetto, rispondono a un’opposta e stereotipata idea della giovinezza: da un lato la ritrosia e il goffo stare al mondo, dall’altro la presunzione del fascino inesplorato. A Lillian e Gea, com’è ovvio, toccano in sorte le due pervicaci rappresentazioni del femminile: bruttina e scialba la prima, fatale cacciatrice di uomini la seconda.

Rovesciamento di piani

In questo schema rigidamente suddiviso, singoli eventi o riferimenti intervengono a minare le certezze (auto)costruite. Si scopre così che Lea e Franco non fanno l’amore da due anni, con lei costretta a riempire di flirt e scappatelle il vuoto d’affetto scavatosi tra loro. Gloria ritrova apparente serenità tra le braccia di un professore omosessuale che somiglia, nelle fattezze e nei modi, a quell’ex-marito vituperato agli occhi dell’unico figlio (Francesco) che tenta di ricostruire l’armonia familiare, testardo Don Chisciotte cui spetta il compito di svelare la dolcezza della sconfitta.

pupi avati
Fratelli e Sorelli © Duea Film – Filmauro

Francesco come figura-ponte

È sempre lui a mostrare l’ambigua osmosi delle personalità di Lillian e Gea, complici più o meno consapevoli di un destino di seduzione e illusione. Ed è lui che riceve, dopo l’ultima delusione amorosa, il gesto più sincero dell’intera pellicola. Con una pacca sulla spalla, Matteo rivela al fratello tutto l’affetto che non ha saputo dargli e lo esorta – mediante un atto che è tacito stimolo – a rimettere insieme le tessere del disperso mosaico familiare. L’insistenza di Francesco sulla ‘sbandata’ del padre, il suo farsi ponte tra un mondo rigettato e un altro fuggito a forza, lo rendono emblema concreto di una condizione liminare, la stessa in cui si muovono i suoi comprimari, artatamente calati in un contesto che non è il loro.

La crisi di valori

L’ipocrisia filistea di Storia di ragazzi e ragazze si estende, pertanto, dall’«Italietta fascista al microcosmo statunitense attuale» [1] assumendo i contorni di un interrogativo esistenziale, atto a pungolare coscienze assuefatte da ideologie e aspirazioni. Senza indulgere in toni moralistici o cattedratici, Pupi Avati firma una pellicola che non risparmia colpi né dona certezze. La crisi dei valori interpersonali penetra l’intimità, si fa barriera invalicabile e il progressivo congelamento dei rapporti dona al film un impietoso senso di gelo.

Gli interrogativi di Pupi Avati

Vale la pena ostentare certezze e non lasciarsi travolgere da un fisiologico desiderio di aiuto? Ha più senso rinnegare se stessi o scoprirsi fallibili, pur dolorosamente? Alle domande non v’è risposta, se non la semplice suggestione che il regista restituisce. Un suggerimento per imparare a ricucire gli affetti, una sonda profonda sulle debolezze del mondo.

Tre motivi per vedere il film:

  • Tra le migliori pellicole di Pupi Avati, seppur considerato opera minore.
  • Anna Bonaiuto e Franco Nero, splendidi interpreti.
  • La dolcezza di Luciano Federico, un perfetto Francesco.

Quando vedere il film:

Dopo la visione di Storie di ragazzi e ragazze.

Note:

[1] G. Michelone, Fratelli e sorelle di Pupi Avati, in L. Bini (a cura di), Attualità cinematografiche 1992, Milano, Edizioni «Letture», 1992, p. 65.

Ginevra Amadio 

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Orgoglio e pregiudizio: la comicità va in scena

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Dal 13 al 16 Febbraio, andrà in scena al teatro Le Muse di Ancona, lo spettacolo “Orgoglio e Pregiudizio”.

Tratto da uno dei libri di Jane Austen, lo spettacolo riporta in scena l’opera più celebre dell’autrice inglese, insieme alle vicende senza tempo dell’affascinante Mr Darcy e di Elizabeth Bennet.

Appena si apre il sipario, i signori Bennet non deludono: i dialoghi ricalcano fedelmente quello che è l’incipit memorabile di uno dei romanzi più noti di Jane Austen. Allo stesso tempo, le prime battute consentono di identificare subito i connotati che contraddistingueranno lo spettacolo dal romanzo.

Anzitutto, capiamo subito che le tre figlie minori non sono presenti, dal momento in cui si parla esplicitamente di due figlie da maritare. Questo comporta l’eliminazione delle vicende che riguardano il signor Wickham e quindi tutto quello che è lo svolgimento della storia della seconda parte del romanzo. Un taglio necessario, d’altra parte, in quanto sarebbe stato impossibile riportare sul palco il plot per intero.

L’altra immediata considerazione che è possibile fare, riguarda il taglio comico dello spettacolo. I libri di Jane Austen sono connotati da personaggi che senza dubbio pitturano la scena con i colori del comico. Composti come sono di eccessi, di gesti ripetitivi e di contraddizioni, restano quasi sempre sullo sfondo a delineare un’intera panoramica sociale. Prendiamo ad esempio la signora Bennet o Mr Collins: sono due figure senza dubbio comiche, ma se dovessimo pronunciare il primo nome che ci ricorda il romanzo Orgoglio e Pregiudizio di sicuro non diremmo il loro.

Nello spettacolo di Cirillo, invece, la commedia è proprio il linguaggio con cui si decide di trasporre l’opera sul palco teatrale.

Tutti i personaggi subiscono questa trasposizione, sopratutto quelli che tendenzialmente nel romanzo restano più che altro ironici e distaccati. Mi riferisco al sig. Bennet, soprattutto. Ma non manca di questa evoluzione anche il sig. Darcy che, certamente, risulta più simpatico che nelle varie traspozioni cinematrografiche a cui ci siamo abituati nel tempo.

Quella lente di ingrandimento che è il comico, avvicina e deforma al tempo stesso, tocca tutto e racchiude il suo punto massimo in Lady Catherine De Bourgh, che da donna austera e arrogante, diventa un tipo comico a tutti gli effetti, strappando risate a tutta la sala.

Ottimo il cast, che è risciuto a portare a compimento questo obiettivo, con perfette tempistiche e ritmi sempre azzeccati.

L’unica perplessità che ci resta uscendo dal teatro, riguarda il taglio ironico proprio del romanzo. I dialoghi o l’acume di Lizzy Bennet prensenti nel libro qui tendono alla dispersione o ad essere eclissati dal prepotenza comica di certe gag. Beninteso, non mancano le risate in sala, ma cambia completamente l’origine che le provoca. Si percepisce un passaggio netto dall’ironia distaccata dell’autrice inglese alla rappresentazione in chiave comica data dal regista. L’effetto, nel complesso, è quello di un’opera che pretende una sua autonomia dal romanzo, pur prendendone in prestito la vicenda e alcuni dei dialoghi più significativi.

Serena Vissani

 

foto di scena @ Matteo Del Bò

Carlo Verdone e quel Cinema italiano… che dura sempre

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È difficile parlare di Carlo Verdone, così come dei suoi film, senza parlare del Cinema e della sua evoluzione nel corso degli anni.

Nelle sue interpretazioni, nelle sue sceneggiature e anche nelle sue regie, si respira, oltre che un tocco più che personale, anche lo spirito di chi ha respirato la Settima Arte sin da bambino. Suo padre Mario, infatti, era un critico e un saggista cinematografico molto importante e influente: basti pensare che, non solo fu direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma; ma era uno degli “esperti” chiamati a far parte della giuria per l’assegnazione all’ambito premio Oscar.

Con una presenza come quella di Mario, era impossibile che l’esistenza di Carlo fosse distaccata dal mondo cinematografico. Anche lui si diploma al Centro (facendo anche un esame con il padre, che una volta lo bocciò) e nel mentre si laurea in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma, creando un bagaglio culturale non indifferente: studia Manzoni, mentre conosce l’arte di Chaplin, e capisce le tecniche di regia, creando una tesi sul cinema muto alla presenza di Francesca Bertini.

Carlo Verdone però è anche un acuto osservatore e lo dimostra anche in ambiti diversi dallo studio, cioè quelli che lo faranno diventare la personalità che tutti noi conosciamo.

Prima di essere un regista di noti film, Carlo Verdone è stato un attore. Un comico soprattutto, nonché creatore di figure al limite della commedia dell’arte. Le sue prime esperienze sono nell’ambito cabarettistico al termine degli anni ’70. Anni di cambiamento sociale, dove una figura come Carlo, frequentante tanti gli accademici quanto la strada, prende spunto per creare personalità che ritraggono il moderno “uomo medio”, dal coatto al ragioniere saccente, passando per l’eterno bambinone.

La grande svolta di Verdone arriva nel 1980 con Un sacco bello, primo film diretto dal regista romano.

Qui infatti Verdone crea una tecnica tutta sua, poiché tramite la scelta del film a episodi, riesce a mettere su pellicola le vicende tristi ai limiti del patetico di alcuni dei suoi personaggi, con un’ironia dal gusto semplice e efficace, creando una sorta di commedia all’italiana moderna. La certificazione viene data dalla produzione, firmata dal maestro Sergio Leone.

Un film dove però, malgrado ogni storia sia a se, tutti i personaggi si collegano, come in una staffetta, condividendo la scena degli eventi di uno dei tre: si pensi alla macchina di Mario Brega, diretta verso il figlio Ruggero (Verdone), che farà cadere l’olio al timido Leo (sempre Verdone).

Una scelta vincente, che verrà riproposta in altri film, come Bianco, rosso e Verdone (1981) e Grande, grosso e Verdone (2008); e Viaggi di Nozze (1995), sempre firmati Verdone.

Quella di Carlo, però, è una stella destinata solo a salire e a splendere sempre di più. La sua attenzione all’uomo medio lo rende un regista che molti sentono vicino, poiché racconta storie senza troppe fantasie, facendole apparire speciali.

Ci racconta l’ipocrisia del successo, come in Sono pazzo di Iris Blond (1996), Perdiamoci di vista (1994) o C’era un cinese in coma (2000); lo strano rapporto italiano con il lavoro (si pensi a Borotalco dell’82 oppure Acqua e sapone dell’83); passando sempre nei rapporti sentimentali e famigliari, dove ci si conosce ma non si sta mai insieme: Io e mia sorella (1987), Al lupo al lupo (1992), L’amore è eterno finché dura (2004), Il mio miglior nemico (2006) ne danno un esempio.

Nei suoi film, inoltre, Carlo Verdone si accompagna ad altri noti artisti, soprattutto vicini alla città di Roma.

Nota la sua collaborazione con Alberto Sordi in Troppo forte (1986) e il celebre In viaggio con papà (1982), ma solo come attori: collaborazione così forte, anche nell’affrontare il tema dell’italiano comune, che per molti Carlo Verdone è considerato “l’erede naturale” di Sordi.

Enorme spazio viene dato sempre alle attrici. Paola Cortellesi, Stefania Rocca, Laura Morante, Eleonora Giorgi, Anna Bonaiuto, Laura Chiatti, Francesca Negri, Ilenia Pastorelli, Veronica Pivetti, passando per le due storiche compagne di scena quali Margherita Buy e Claudia Gerini; sono solo un esempio delle interpreti che hanno condiviso la scena con Verdone.

Perché i film di Verdone, però, riescono sempre ad attirare tanto pubblico nelle sale cinematografiche? Facile: perché è stato al passo con i tempi.

Da quel genere comico degli anni ’80, si è spostato a temi importanti, come l’ipocondria, il rifiuto verso la società, l’incapacità di ogni individuo di reagire; sempre usando quel tocco di ironia e di semplicità, rendendo tutto semplice e parte della quotidianità.

Un Maestro nel suo genere e anche in altri, visto che è un ottimo batterista e un appassionato di medicina. Una figura che ormai è nell’Olimpo del Cinema e non potrà mai uscirne.

Francesco Fario

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MasterChef Italia 9: tra revival degli anni ’80 e modernismo culinario

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La sesta puntata di MasterChef Italia 9 continua con nuove sfide per gli aspiranti chef

La gara diventa sempre più competitiva e la pressione per i telespettatori è oramai al cardiopalma. Mai lasciarsi ingannare dalle apparenze, ce lo insegna la nostra vita di tutti i giorni, a maggior ragione a MasterChef.

La Mistery Box si apre già con una sorpresa: una scatola fatta interamente da cioccolato. La prova sarà quindi a tema patisserie? Ebbene no! Gli ingredienti nascosti sotto la scatola sono tutti salati: salmone, carne, verdure. La sfida qui è quella di ricreare il proprio, personalissimo, “capriccio salato”, prendendo spunto dai capricci del Pastry Chef Vincenzo Santoro della Pasticceria La Martesana, sue specialissime creazioni stratificate alla perfezione.

Qui la prova non solo ha dato spazio alla creatività ed inventiva dei partecipanti alla sfida, ma è stata anche l’occasione per dimostrare la propria abilità nel gestire il contrasto tra temperatura fredda e calda dei singoli alimenti trattati. Insomma, tutto in modo tale da evitare l’effetto “scioglimento”. Ciascun concorrente inizia con un disegno da un quaderno, con la composizione di ciascuno strano del proprio “capriccio salato”.

masterchef italia 9 puntata 6
 

Nell’Invention Test, il focus è stato sui singoli tagli delle carni con la testimonianza dello Chef argentino Henrique Fogaça, giudice di MasterChef Brasile e massimo esperto in materia. Questa sfida mette duramente alla prova, tra i tanti altri, Giulia, dichiaratamente vegetariana. Il vincitore di questa prova è stato Vincenzo, mentre la prima eliminata è stata Milenys.

La prova in esterna è a tema revival anni ’80. Sempre due le brigate, una blu capitanata da Vincenzo, l’altra rossa, con a capo Francesca. La location è il prestigioso Emporio Armani Ristorante. La sfida è l’occasione per presentare i propri piatti a dieci critici gastronomici. I menù quelli tipici degli anni ’80: pennette salmone e vodka, pasta alla boscaiola, vitello tonnato, filetto al pepe verde.

Pronti poi per il Pressure Test: dove lo slogan è, NO AGLI SCARTI! Chi è stato eliminato questa volta? E’ stata Giada a dover togliersi per sempre il grembiule della cucina di MasterChef.

Maria Serena Cospito

Gli Impressionisti segreti a Roma raccontati da Nexo Digital

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Il successo di Nexo Digital con “La grande arte al cinema” ha ampliato la lista di film presenti a cadenza mensile nelle sale.

Il nuovo appuntamento, in sala fino al 12 Febbraio, è sulla mostra “Impressionisti segreti” a Roma, in esposizione a Palazzo Bonaparte fino all’8 marzo.

In mostra a Roma gli “Impressionisti segreti”

È stato bello vedere per la prima volta Roma, la mia città, essere al centro di un documentario della Nexo su una mostra. Ho “visitato” tante città diverse attraverso i loro documentari e vedere Roma mi ha resa molto orgogliosa.

Sapere che tante persone nel mondo lo vedranno e sogneranno ad occhi aperti la mia Roma, come io ho sognato altri luoghi, mi ha fatta un po’ pavoneggiare interiormente. Roma è una città unica e moltissime persone in tutto il mondo desiderano visitarla. Nonostante i suoi disagi, sono veramente fortunata a vivere qui.

In questo documentario si ripercorre la storia dell’impressionismo, dalla sua nascita alla sua evoluzione.

In esso sono riportate tante testimonianze interessanti delle persone che hanno contribuito alla creazione e realizzazione della mostra. Dal light designer, ad un fotografo, un pittore, la curatrice della  mostra, uno dei collezionisti e una discendente del mercante d’arte che credette negli impressionisti, supportandoli: Claire Durand-Ruel.

Questo movimento ha aperto una breccia nel mondo dell’arte per permettere all’artista di esprimersi liberamente. Tutto ciò che è esistito successivamente è nato grazie a quei pittori che nell’Ottocento sono andati controcorrente e hanno avuto il coraggio di fare quello che volevano.

Nel docufilm sulla mostra “Impressionisti segreti” a Roma viene raccontata l’evoluzione stessa dell’impressionismo negli anni. Il puntinismo o il fauvismo o altri stili, sono nati con lo stesso obiettivo ma si sono trasformati in qualcosa di diverso, seppur apparentemente simili.

Il nome “impressionisti segreti” nasce poiché i quadri sono in esposizione per la prima volta e vengono tutti da collezioni private.

In questa mostra si capisce quanto sia importante il ruolo dei collezionisti e dei mercanti d’arte. Collezionare dipinti però non vuol dire avere un quadro in casa da ammirare e basta. Significa custodirlo, tutelarlo, sottoporlo a controlli per eventuali restauri affinché anche i posteri possano ammirarlo e innamorarsene. Esattamente come hanno fatto tantissime persone fino ad oggi.

Custodire dei dipinti in casa comporta oneri e onori. Bisogna tenere sempre a mente che i quadri sono delicatissimi, sensibili al passare del tempo e ai danni della luce solare.

Come è stato spiegato il movimento impressionista in questo documentario mi è alquanto piaciuto. L’impressionismo non è solo un movimento artistico: è stato, ed è tuttora, di più.
I dipinti rivelano un’introspezione che difficilmente prima era descritta in un quadro. Uno solo è capace di proiettarti all’esterno, verso il paesaggio o la scena rappresentata, e allo stesso tempo interiormente.

L’introspezione non è solo nello spettatore, ma anche nella natura o nelle persone del dipinto. Per esempio, si parla non a caso di «l’occhio di Monet» quando si analizzano i suoi quadri, specialmente le ninfee.

È l’emozione quel tratto del pennello sulla tela, che poi posandosi diventa colore.

Solo nei dipinti dei puntinisti o dei macchiaioli, per citare due esempi, il tratto assume una forma diversa. In esso non c’è l’emozione ma il metodo. Non c’è la fretta di rappresentare la luce in quel preciso momento, benché la luce la rappresentino comunque, ma con la pazienza di un punto per volta.
Il risultato è, in ogni caso, un sentimento ritratto nelle gradazioni della luce. Forse un precursore di questo movimento, prima ancora di Turner, fu proprio Caravaggio.

Ambra Martino

Crediti foto in evidenza: Nexo Digital

Sanremo 2020: Duetti, tra spettacolo e polemiche sulle esibizioni

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La terza serata del Festival di Sanremo dei duetti quest’anno è stata dedicata alle cover, in occasione dei 70 anni della kermesse.

Sanremo 2020: ha vinto Diodato (e non è un’imprecazione)

In questa serata l’orchestra ha votato i 24 big in gara e i loro voti si sono sommati a quelli della giuria demoscopica. Sebbene non abbia condiviso del tutto la classifica, l’ho trovata molto onesta e accurata. In fondo è stata fatta da un’orchestra di professionisti!
Il primo posto di Tosca è stato meritatissimo: è una cantante bravissima, che ha duettato con Silvia Perez Cruz un arrangiamento bello e latino di Piazza Grande. Due talenti che cantano uno dei brani più belli e famosi di Lucio Dalla… una vittoria a mani basse, ma meritatissima.

La serata è durata troppo e forse non sarebbe stato così se ci fossero stati meno sketch ridicoli sul calcio con un Cristiano Ronaldo in platea affetto da paralisi facciale.

L’intervento di Benigni invece è stato più corto delle aspettative.

Ha portato il cantico dei cantici, tratto dalla Bibbia ed ha regalato attimi di soft porn dal palco dell’Ariston a tutta Italia. Dopo la Divina Commedia e la Bibbia, la prossima volta penso che porterà Il Signore degli Anelli, visto che lo appassionano le saghe lunghe.

Quest’anno la serata di Sanremo dedicata ai duetti mi è piaciuta molto meno. Gli arrangiamenti di molte cover non mi hanno entusiasmata molto, tranne veramente pochi artisti.

La tradizione di Sanremo coi duetti è vecchissima e in questa edizione gli unici a non aver fatto un duetto vero e proprio sono stati i Pinguini Tattici Nucleari e Piero Pelù. I Pinguini hanno fatto un medley di sette canzoni famose del Festival accompagnati dall’orchestra. Sembrava lo stesso per Piero Pelù, finché non è “apparso” Little Tony in un filmato originale Rai a duettare con lui.

Due esibizioni hanno avuto risalto più per l’esibizione che per l’esecuzione.

Elettra Lamborghini e Myss Keta hanno cantato insieme in un’esibizione che è stata contemporanea, in cui i ruoli di genere cadono quando una Myss in gessato scambia quasi un bacio saffico con Elettra. Il duetto, seppur non vocalmente perfetto, è rimasto in testa a tante persone. Era la dose di trash che ci voleva in questa serata e loro sono state pazzeske!

Chi ha fatto molto discutere di nuovo è stato Achille Lauro. Si è presentato sul palco accompagnato da Annalisa e vestito e truccato come David Bowie in Life on Mars. Hanno cantato “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini e per tutto il tempo Achille Lauro è stato sempre dietro Annalisa.

Con una sola performance ha mandato un messaggio opposto a quello maldestro e infelice di Amadeus del mese scorso, ha cantato un brano importante della Martini per parlare di quel maschilismo che ha avvelenato Mimì stessa.

Sanremo 2020: moriranno come le “fidanzate di” o forse Amadeus intendeva altro?

E il messaggio più forte l’ha trasmesso vestendosi da Bowie, per rappresentare la fluidità dell’identità di genere e della sessualità.

Il Duca Bianco, infatti, è stato anni fa il primo a portare sulla scena un tipo di uomo che non incarnasse il machismo. Peccato che non tutti l’abbiano capito, come era prevedibile.
Al di là del messaggio, se Achille Lauro avesse fatto queste esibizioni senza un secondo fine, ci sarebbe tanto su cui riflettere. Perché l’associazione con David Bowie, e con Renato Zero, è stata fatta da moltissime persone dopo la prima serata in cui si è mostrato con una tutina di paillettes color platino.

Perciò, oggi chi è che crea realmente i trend? Il pubblico o l’artista? E se fosse il pubblico? Ciò significherebbe che Achille Lauro è la Maria Antonietta che non esclama “Che mangino brioches”, ma che le brioches le lancia direttamente al popolo affamato.

Io apprezzato molto i Pinguini Tattici Nucleari, Tosca, Diodato con Nina Zilli in un’esplosione 24000 baci, Rancore accompagnato da La Rappresentante di Lista e Dardust, e Raphael Gualazzi.

Ambra Martino

Crediti foto in evidenza: Ufficio stampa Rai

Ecco i vincitori del Festival di Sanremo 2020: c’è del “successismo”!

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I vincitori del Festival di Sanremo 2020 quest’anno mettono tutti d’accordo: davvero ben riuscito!

L’anno scorso sono stata molto critica nei confronti del Festival più amato dagli italiani e anche da me. Aspetto tutti gli anni, con grande ansia, le cinque serate di musica. Proprio come me, sono tanti gli italiani che lo fanno per ricordare come cambia la musica nel corso del tempo, per godere e gioire insieme alla propria famiglia, per cantare a squarcia gola la musica del nostro Bel Paese, che ormai non ha quasi più niente di bello…

Insomma per non pensare, ma soprattutto per tornare indietro del tempo.

Festival di Sanremo 2019: tutto truccato? L’Italia è in contrasto con il vincitore

Ero molto delusa dal festival delle mummie, degli scorsi anni, così lo definivo, dei matusalemme. Avevo proprio voglia di una grande ventata di aria fresca, nuova, pulita.

Così è stato. Finalmente quest’ anno sono stata accontentata. Complici tante innovazioni e scelte convincenti avvenute all’interno della Rai, che quest’anno dopo tanto tempo è stata in grado di catapultarci in una nuova dimensione.

Merito dello straordinario Amadeus, che ha condotto insieme al suo amico Fiorello, da ben 35 anni un Festival stupendo.

Si respirava un’aria diversa, davvero di amicizia, nel nome di una promessa, fatta dai due showman agli inizi della propria carriera.

Si erano ripromessi che, qualora fossero riusciti ad arrivare lontano, il Festival lo avrebbero condotto insieme.

Fiorello è un grandissimo one man show, ma nonostante questo era molto emozionato e aveva davvero il terrore del risultato, per questo negli anni precedenti, quando più volte gli era stata proposta la conduzione, aveva sempre rifiutato.

Probabilmente non era pronto, o più semplicemente aveva bisogno della sua spalla destra. Proprio così, perché si può dire che, più che un amico, Fiorello è stato il co-conduttore di questo festival di successo.

Al contrario, il suo compagno di viaggio Amadeus si presentava tranquillo, convinto di fare bene e andare per la propria strada, perché, come più volte egli stesso ha affermato durante le innumerevoli conferenze stampa, confermandolo anche nell’ultima:

“Quando un uomo fa bene il suo lavoro, non ha bisogno di parlare, se non di dimostrare, che quello che sta facendo lo sa fare bene ed è per questo che io ho fatto così. Semplicemente ho fatto bene il mio lavoro, perché ero convinto che così andasse fatto il Festival dei mie sogni e che avevo immaginato da tanto. Per questo sono l’uomo più felice del mondo”.

Devo dire che hai avverato anche il mio di sogno, caro Amadeus. Era da anni che sognavo un festival pieno di musica, di giovani, lontano dalle polemiche, che solo tu hai saputo ignorare e ingoiare con una estrema classe ed eleganza, che nessuno avrebbe saputo usare meglio, quindi: chapeau.

La chiave vincente, secondo me, risiede nella diversità dei due amici, così lontani eppure così supplementari l’uno dall’altro. Uno agitato, l’altro tranquillo, ma pronti a spalleggiarsi nei momenti di difficoltà per creare così, anche un po’ involontariamente, un grande spettacolo pieno di spontaneità.

Le canzoni erano tutte belle, ad eccezione di qualcuna, ma anche queste non possono mai mancare per fare la differenza.

Come ha affermato anche Tosca in una intervista con il grandissimo Vincenzo Mollica:

“Ormai sono tanti anni che partecipo a Sanremo, ma devo dire che l’atmosfera che si respira quest’anno è unica. Credo che sia il festival più bello che io abbia mai fatto”.

La percezione di cui ci parla Tosca, ma anche Piero Pelù, è quella dell’amicizia. Il frontman dei Litfiba si sente parte integrante di un gruppo di amici e completamente a proprio agio. Gabbani, aggiunge che questo è il Festival della condivisione, afferma che sia presente non solo sui social ma che ci sia una vera e propria condivisione tra la gente: “Siamo tutti amici”, dichiara.

Da aggiungere una nota di merito alla spettacolare scenografia, che con i suoi continui giochi di luci e i colori sgargianti, quest’anno è stata in grado di superare se stessa e portare una cornice meravigliosa per questo festival, ricco di innovazioni.

I numeri sono stati molto alti, nella prima serata si raggiunge il 53,3 % di share – anche se io mi aspettavo molto di più – e la seconda serata arriva a superare la prima: si giunge al 53,6%; per non parlare della terza, che anche senza la presenza dello straordinario Fiorello arriva al 54,4%.

Che sia tutto merito della grandiosità e la maestosità della poesia d’amore, ricca di arte e cultura che ci ha splendidamente decantato Roberto Benigni, il nostro orgoglio italiano?

Le Vibrazioni, in gara con  "Dov'è", al secondo posto sul mio personale podio. Foto di Chiara Mirelli, fornita dall'ufficio stampa Parole & Dintorni.

Solo Amadeus poteva essere in grado di abbattere ogni tipo di barriera, proponendo un festival perfetto, corroborato anche da due artisti internazionali, finalmente freschi e davvero di valore: il cantautore britannico, Lewis Capaldi, e la splendida Dua Lipa, che portano finalmente una ventata di brio.

Non si vedono più teste bianche, ma giovani donne, bellissime (sì, perché essere belle non è un difetto, ma un pregio).

Sanremo 2020: moriranno come le “fidanzate di” o forse Amadeus intendeva altro?

Aggiungo bellissime dentro e fuori, perché anche quello non dispiace: dalla straordinaria Sabrina Salerno e i suoi look fantastici, alle due meravigliosi giornaliste di Rai uno, la mia preferita Emma d’Aquino.

Sì, lo ammetto, quando è in tv in diretta al TG1, a volte la lascio parlare e la ammiro incantata, solo per commentare i suoi strepitosi look e le sue giacchette/magliettine in pelle che le calzano a pennello.
La classe, lo stile e la bellezza sono un tutt’ uno nel caso di queste splendide donne, che si acchiappano il Festival e cavalcano il teatro dell’Ariston. In particolare Emma, con un bellissimo monologo sul giornalismo italiano, rapportato alla figura femminile. Mi è piaciuta molto.

Il mio vincitore è Achille Lauro, un artista completo, un ragazzo sensibile, in grado di arricchire il Festival con arte, musica, storia e cultura. Rappresenta davvero un’icona di altri tempi, pur avendo quasi la mia stessa età. Porta sul palco David Bowie, Giotto con la sua rappresentazione di San Francesco. Ci cattura la sua voce, la sua performance, le sue parole, la sua protesta.

Sembra denunciare le ingiustizie, con la classe di qualcuno che però non se la prende con nessuno, se non con tutti. Questa è la sua straordinarietà, particolarità che lo rende il vincitore. Presenza scenica esagerata. Il suo look ha lasciato tutti senza parole.

La performance più straordinaria degli ultimi anni sul palco dell'Ariston, Achille Lauro e Boss Doms si esibiscono a Sanremo 2020, "Me ne frego".

Ed ecco a voi la mia personale classifica dei vincitori di quest’anno, chi secondo me meritava il podio e chi resterà parecchio una hit o tra i più scaricati su Spotify. La mia playlist è già piena.

A proposito: se volete ascoltarci su Spotify con le nostre dosi di musica culturali, vi lascio il link.

La mia classifica:

1. Achille Lauro – Me ne frego

2. Le Vibrazioni – Dov’é

3. Elettra Lamborghini – Musica (Il resto scompare)

4. Junior Cally – No, grazie

5. Rita Pavone – Niente (Resilenza 74)

6. Paolo Jannacci – Voglio parlarti adesso

7. Levante –Tikibombom

8. Diodato – Fai rumore

9. Piero Pelù – Gigante

10. Elodie – Andromeda

11. Irene Grandi – Finalmente io

12. Raphael Gualazzi – Carioca

13. Pinguini Tattici Nucleari – Ringo Starr

14. Francesco Gabbani – Viceversa

15. Marco Masini – Il confronto

16. Enrico Nigiotti – Baciami adesso

17. Michele Zarrillo – Nell’estasi o nel sangue

18. Anastasio – Rosso di rabbia

19. Tosca – Ho amato tutto

20. Alberto Urso –Il sole ad est

21. Riki – Lo sappiamo entrambi

22. Giordana Angi – Come mia madre

23. Rancore – Eden

E come direbbe Fiorello, in questo Festival di Sanremo 2020: c’è del “successismo“!

Volevo dedicare questo mio articolo ad un professionista, un grande signore di tutti i tempi, lo straordinario Vincenzo Mollica, che prendo come esempio e che sarà la mia guida, in questo lavoro. Un giorno spero di diventare brava almeno un quarto di lui e di condurre in modo così eccellente le interviste – sempre con la domanda giusta e mettendo a proprio agio l’artista che ha di fronte – per diventare un grande giornalista come lei. Grazie dei suoi immensi contributi ai quali poter attingere.

Articolo e foto in copertina a cura di Alessandra Santini

“Storia del nuovo cognome” e di un vecchio mondo: L’Amica Geniale torna in tv

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Lila e Lenù sono tornate.
A distanza di oltre un anno dall’uscita della prima stagione, Storia del nuovo cognome è pronta a entusiasmare nuovamente il pubblico di Rai 1. Tratta dal secondo romanzo della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante, la serie con i suoi 8 episodi aggiungerà un tassello in più alla storia delle due amiche provenienti dalla periferia di Napoli.

Una storia che è già ben nota a tutti i lettori e alle lettrici dei libri e di cui i più impazienti hanno avuto un’anticipazione al cinema il 27, 28 e 29 gennaio.

Ora l’attesa è finita per tutti. Dal 10 febbraio siamo di nuovo nel rione con L’Amica Geniale 2.

Un rione che, rispetto alla prima stagione, sta cambiando. Siamo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Siamo nel momento di ripresa economica dell’Italia e la periferia cerca di modernizzarsi. Si aprono negozi, vengono costruite nuove case. Ma pur cambiando aspetto, il rione rimane un luogo di ignoranza, pregiudizio, dove domina incontrastata la logica mafiosa e del patriarcato.

Quello di Storia del nuovo cognome è un mondo claustrofobico, ancora di più che nella prima stagione. Nonostante si guardi al futuro, si rimane attaccati a concezioni vecchie e a uno status quo che azzera l’individualità e svuota di significato qualsiasi tipo di emozione reale. È una società che succhia via la vita e che un personaggio come quello di Lila – rappresentativo della forza vitale più viscerale e più autentica – vede, sente e rifiuta per come può (non facciamo spoiler!).

È un mondo da cui si può uscire solo grazie allo studio. Il sapere è ciò che salva. Andare a scuola, leggere, imparare sono le sole attività che garantiscono la possibilità di emanciparsi. Perché l’unico modo per superare la rigidità e le barriere di una società chiusa è scoprire l’esistenza di alternative. E solo la conoscenza permette di percepire la vita fuori dagli schemi prestabiliti, nel suo dinamismo e nella sua complessità.

Il sapere è ciò che accomuna Lila e Lenù.

Anche se in maniera diversa, visto che la prima ha dovuto smettere di frequentare la scuola e studia da autodidatta mentre la seconda prosegue il suo percorso da liceale. Lila continua a sostenere e a supportare Elena nello studio. Sta vicino alla sua amica geniale, cercando di non farle perdere fiducia in se stessa e di farle dare il massimo. Lenù ha avuto il privilegio e la libertà che a lei sono stati negati e per questo non deve assolutamente sprecare la sua opportunità. In alcuni momenti, sembra quasi riversare i suoi sogni infranti su di lei, in un’ambiguità di sentimenti che proprio in questa fase della storia inizia a sorgere in maniera più evidente.

Dall’altro lato, infatti, anche Elena sviluppa una sorta di gelosia latente nei suoi confronti. Si sente lasciata indietro rispetto alle dinamiche sociali del matrimonio e della famiglia, che hanno reso Lila la signora Carracci.

L’amicizia tra le due ragazze è un legame particolare che è alla base del successo del romanzo. La genialità della Ferrante sta nel fatto che non descrive l’affetto tra Elena e Raffaella in maniera idilliaca. Piuttosto sceglie la verità che non può prescindere dall’insicurezza, dall’egocentrismo, dalla vanità e dall’orgoglio dei personaggi. Le due ragazze sono essenzialmente persone fallaci che agiscono secondo la loro indole, spesso in maniera irragionevole e ferendosi a vicenda.

Nel corso della serie, così come del libro, si arriva ad amare e detestare entrambe le ragazze. Ci sono momenti terribili in cui, da spettatore, non si capisce il perché le due agiscano in un determinato modo, né perché si dicano quelle parole. Tutto si spiega alla luce di un impressionante e dirompente realismo. Lila e Lenù sono personaggi veri che brancolano nell’incertezza della vita come tutti noi e in cui, pertanto, non è difficile riconoscersi.

È una serie televisiva che parla di donne alle donne.

Questo non vuol dire che non sia godibile anche per un pubblico maschile, perché lo è. Ma da donna le sensazioni sono amplificate. Si percepisce sulla pelle che cosa significhi essere oggetto di aspettative sociali che vogliono che si ricoprano dei ruoli ben precisi: quello di moglie e quello di madre.

Bisogna essere conformi a questi ruoli, anche quando il costo è amaro. È una mentalità talmente radicata che gli occhi si chiudono davanti alla violenza e alla bestialità. Si è sordi alle urla e alle provocazioni. Si finge di non vedere e si continua a giocare secondo le regole imposte dalla maschera che si deve indossare. Per Elena e Lila è difficile connettersi con la loro parte femminile. È difficile sentire e riconoscere la propria voce. Mai come nel primo episodio di Storia del nuovo cognome (in una scena che non sveliamo, ma che non faticherete a indovinare) si assiste al maltrattamento e alla degradazione della donna. Non persona, ma oggetto. Non essere umano da considerare, ma da comandare e da cui ottenere tutto ciò che si desidera.

E nonostante stiamo parlando di una società risalente ad oltre 60 anni fa, tutto ciò risulta quanto mai attuale. Formalmente ci siamo liberati del sistema patriarcale, ma la cronaca di tutti i giorni ci insegna che il raggiungimento della completa parità tra uomo e donna è purtroppo ancora lontano.

Ed ecco allora che anche opere letterarie e cinematografiche di questo tipo possono fornire un importante contributo alla lotta. Perché è fondamentale cambiare la mentalità e per farlo l’emancipazione deve essere prima di tutto culturale.

Come è noto, le grandi opere d’arte sono tali perché parlano a tutti indifferentemente e hanno qualcosa da dire in ogni luogo e in ogni tempo. La Ferrante, in questo senso, si è dimostrata negli anni una vera artista, scrivendo dei romanzi dalla voce universale. E il successo di pubblico a livello internazionale (una volta tanto!) lo conferma.

Un’eredità e un compito importante, dunque, quello di trasferire le pagine sulla pellicola. Eppure Saverio Costanzo ci riesce in maniera superba, restituendo nelle immagini l’incisività e la forza evocativa del romanzo.

Il regista riesce a creare delle inquadrature che restituiscono il senso di disgusto, di inquietudine, di soffocamento che le due giovani protagoniste devono provare.

Ancora una volta, la serie L’amica geniale 2 non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni internazionali.

Tutto è curato con grande attenzione al dettaglio. E sebbene la voce della Rohrwacher continui a non essere all’altezza del resto, il livello della recitazione è molto alto. Belle le ambientazioni, bello il modo di raccontare la storia. Non c’è fretta: ci si prende sempre il tempo necessario per far nascere in chi guarda la sensazione che si deve comunicare.

Vedremo cosa succederà nel corso dei prossimi episodi e se la qualità rimarrà intatta.

Federica Crisci e Francesca Papa

Tutte le informazioni su L’Amica Geniale 2

Qual è il cast dell’Amica geniale 2?

Come già nella prima stagione, le due protagoniste adolescenti saranno interpretate dalle giovani Gaia Girace (Lila) e Margherita Mazzucco (Lenù). Torneranno anche altri personaggi come Elvis Esposito e Antonio Gallo (Marcello e Michele Solara), Giovanni Amura e Fabrizio Cottone (Stefano e Alfonso Carracci), Gennaro De Stefano (Rino Cerullo, fratello di Lila). Invece tra le new entry ci saranno Bruno Orlando che interpreterà Franco Mari, amico dell’università di Elena, e Matteo Cecchi nei panni di Pietro Airota, figlio di un accademico.

L’Amica geniale 2 stagione: uscita/ quando esce/ quando va in onda?

La serie è uscita in anteprima con i primi due episodi al cinema il 27, 28 e 29 gennaio. Viene trasmessa su Rai 1 e in streaming su Raiplay a partire da lunedì 10 febbraio. In America si dovrà aspettare il 16 marzo per la messa in onda sul canale HBO.

L’Amica geniale 2: da chi è diretta la fiction?

Anche per la seconda stagione dell’Amica geniale la regia è di Saverio Costanzo. Il terzo e quarto episodio, però, saranno diretti da Alice Rohrwacher, voce narrante della serie.
https://www.culturamente.it/serie-tv/elena-ferrante-lamica-geniale/

Quando è stato rilasciato il trailer ufficiale dell’amica geniale 2?

Il trailer della seconda stagione è stato diffuso lo scorso dicembre da Nexo Digital per promuovere l’anteprima al cinema dei primi due episodi del 27, 28 e 29 gennaio.
https://www.youtube.com/watch?v=c4TmIqCK_SI

Dove si sono svolte le riprese dell’amica geniale 2?

La seconda stagione è stata girata in parte nello stesso set della prima: il Rione Luzzatti ricostruito a Caserta. Ci sono poi scene girate nel centro storico di Napoli, sulla Costiera Amalfitana e a Ischia. L’ultima parte sarà ambientata a Pisa, dove Lenù frequenta l’università.