C’è una fitta nebbia negli episodi 5 e 6 di Babylon Berlin 3: è la nebbia del Nazismo, che avanza sempre più velocemente.
L’indagine sull’omicidio della giovane attrice proseguono, ma questa volta l’attenzione del pubblico è indirizzata verso le vicende di altri personaggi. Primo fra tutti, Katelbach.
Il giornalista, infatti, riceve una serie di visite che fanno capire non solo la veridicità della sua inchiesta, ma anche quanto il suo avversario sia pericoloso. Presso la sede de “Il Tempo”, infatti, un raid punitivo, avente una fascia rossa con una svastica nera in un cerchio bianco, cerca Katelbach per fare, a modo loro, giustizia sulle infamie da lui scritte. Per dare tempo al giornalista di scappare, il direttore della testata viene pestato, dandogli così conferma dello scoop di Katelbach. Come metterlo in prima pagina, visto che l’uomo è scappato con i fogli da salvare?
Ci penserà un altro personaggio “ritornante”, cioè Elisabeth (la proprietaria della pensione dove Katelbach vive, nonché dove viveva Rath). Questa, sentendo la storia dal suo inquilino e vedendo i giovani tornare anche presso la sua abitazione, non solo si presta a trovare un nascondiglio al giornalista, ma anche di fare da corriere e portare i fogli al direttore del quotidiano.
L’avanzata sociale nazionalsocialista, però, non riguarda solo la lotta alla stampa, ma anche la sua invadenza nell’area politico e giudiziarie.
Seguiamo la vicenda di Greta, la quale, dopo aver mentito per salvare suo figlio, riceve una sentenza alquanto spropositata e inattesa. Per aiutarla, Lotte va a chiedere aiuto all’avvocato Litten, famoso per sostenere cause delicate senza un eccessivo compenso: sapremo presto se accetterà. Qui conosciamo inoltre un personaggio che (secondo me) dovremo tenere d’occhio: Marie Louise Segers, chiamata anche Malu.
Questa, giovane dalle idee comuniste e progressiste, è figlia dello stesso generale che, insieme alla signora Nyssen e Wendt e altri conservatori, stanno capendo come riprendere il potere. È qui che Wendt dichiara apertamente che l’unico modo è lasciar fare le camicie brune di Hitler. Occorre che questi creino caos per poi tornare alla normalità attraverso un intervento dell’esercito.
Gli episodi 5 e 6 di Babylon Berlin 3 però ci raccontano anche di altri casi.
Primo fra tutti, si continua a cercare il fantasma nero incappucciato. Inoltre Gereon scopre molte novità sulla lista che il giovane fotografo era riuscito a prelevare dagli archivi della polizia politica: novità che fanno sempre più prevedere che ci sia un sottobosco che lavora in segreto, affinché alcune cose spariscano.
È sempre più evidente, quindi, che la terza stagione di Babylon Berlin stia proseguendo su due linee. Da un lato ci racconta un caso principale, come appunto gli omicidi nel set cinematografico; dall’altro però ci evidenzia il baratro in cui la neonata Germania si sta affacciando, per poi cadere nell’oscurantismo dell’ombra nazista.
After Life, la seconda stagione della tragicommedia di Ricky Gervais in uscita su Netflix il 24 aprile.
Morte, tossicodipendenza, Alzheimer, prostituzione e depressione. Questi sono tra gli argomenti principali trattati dalla serie originale NetflixAfter Life scritta, diretta e interpretata da Ricky Gervais, una tragedia apparente resa leggera dalle straordinarie capacità comiche dell’attore britannico. La fiction, ambientata nella fittizia cittadina di Tambury, percorre le vicende di Tony, cronista del quotidiano locale Tambury Gazette, in seguito alla morte dell’amatissima moglie Lisa. Alle prese con una difficile elaborazione del lutto, il protagonista è tentato dal suicidio e viene fermato solo dal bisogno del suo cane di avere da mangiare. In seguito, Tony pensa di avere un superpotere che gli altri umani non possono avere: può fare quello che vuole senza curarsi delle conseguenze, poiché in caso sarebbe pronto ad attuare il suo piano B, ovvero uccidersi.
Dove eravamo rimasti
Avevamo lasciato il nostro vedovo alle prese con le conseguenze di questa sua nuova visione del mondo e della vita, in cui comprendeva che le sue azioni non ponderate hanno spesso un impatto negativo sulle persone che, nonostante tutto, continuava ad amare. Alla fine della prima stagione, quindi, Tony riesce a trovare nuove motivazioni per continuare a vivere la sua vita e, dopo aver ringraziato tutti coloro che non l’hanno mai abbandonato, chiede all’infermiera che cura il padre malato di Alzheimer di uscire per un appuntamento.
Le novità della seconda stagione
Nei primi episodi della seconda parte della serie, in uscita il 24 aprile, il personaggio interpretato dal comico inglese prosegue su questa nuova direzione, continuando però a non riuscire a dimenticare la defunta moglie. Questo porta inevitabilmente a delle difficoltà ad instaurare una relazione completa con l’infermiera Emma. Inoltre, viene approfondita la situazione del cognato Matt, nonché direttore del Tambury Gazette, il quale deve affrontare una difficile situazione matrimoniale avviata verso il divorzio.
After Life, sia nella prima che nella seconda stagione, ha il pregio di far scoprire una straordinaria umanità nelle persone che ci circondano e di cui spesso ignoriamo l’esistenza. Adottando un nuovo punto di vista, possiamo infatti scoprire che anche chi vive più al margine ha dentro di sé un universo da decifrare se solo ci si sforzasse di conoscerlo. Questa dovrebbe essere la lezione da prendere in esempio da parte di tutti per affrontare, come sta capitando a tutti noi, un momento di difficoltà e provare a superarlo insieme.
Verso un regno, dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno
Titolo originale: Miracolo a Milano Regista: Vittorio De Sica Soggetto: Cesare Zavattini Sceneggiatura: Cesare Zavattini, Vittorio De Sica, Suso Cecchi D’Amico, Mario Chiari, Adolfo Franci Cast Principale: Emma Grammatica, Francesco Golisano, Paolo Stoppa, Brunella Bovo Nazione: Italia Anno: 1951
“Miracolo a Milano” è forse il meno celebrato tra i film del neorealismo italiano, nonostante i suoi autori, Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, siano tra i maestri del genere.
Il film “Miracolo a Milano” è ispirato al romanzo “Totò il buono” di Cesare Zavattini. Lo stesso partecipò alla sceneggiatura insieme al regista, Vittorio De Sica e ad un gruppo di autori destinati a fare la storia del cinema italiano: Cecchi D’Amico, Chiari e Franci.
Quando De Sica decise di trarre un film da “Totò il buono” aveva in mente di dare alla pellicola la struttura tipica della fiaba.
Infatti, “Miracolo a Milano” comincia con la scritta “C’era una volta” e il vagito di un bambino trovato fra i cavoli del suo orto da una signora anziana, Lolotta, interpretata da Emma Grammatica, attrice leggendaria del teatro italiano.
La dolce Lolotta gli dà il nome di Totò e lo cresce amorevolmente, seppure nella povertà, come un figlio, finché non muore.
Dopo una scena di struggente dolcezza, con il piccolo Totò che segue da solo il carro funebre di sua madre per una Milano nebbiosa e triste, lo vediamo entrare in un orfanotrofio e uscirne, nella scena successiva, maggiorenne e sorridente.
Totò (Francesco Golisano) è pronto per tuffarsi nella vita con entusiasmo e voglia di lavorare. Ma siamo a Milano, in pieno dopoguerra, la povertà è inversamente proporzionale al lavoro. Va a vivere in una baraccopoli improvvisata, nella periferia milanese – all’epoca spoglia – tra Città Studi e Lambrate, lungo Via Valvassori Peroni.
Contribuisce al suo “sviluppo” insieme ad una comunità di diseredati, ma mai disperati. Agisce con buone maniere. Vive e propaga i valori a cui è stato educato: solidarietà e non violenza. Empatico, gentile e generoso, non fa che ricordare a tutti che la vita l’è bela.
Già il trailer di “Miracolo a Milano” lo fa intendere:
Da film neorealista a film di genere fantastico il passo è stranamente breve.
In occasione della festa inaugurativa della baraccopoli, si scopre che nel terreno sottostante c’è il petrolio. Ma il fondo è proprietà privata del ricco Mobbi (Guglielmo Barnabò), che inizialmente, in un impeto di fraternità, aveva deciso di lasciar vivere gli occupanti in pace. Ora però il terreno ha un certo valore, quindi chiede alla polizia per farli sgombrare. I baraccati, armati di buona volontà, cercano ii dialogo con Mobbi. Ma non resta loro che resistere allo sgombero, tra la nebbia dei lacrimogeni.
Ed è proprio qui che “Miracolo a Milano” si trasforma da film neorealista a film di genere fantastico.
In aiuto di Totò, infatti, giunge la defunta madre Lolotta, sotto forma di angelo. La donna gli consegna una colomba magica, in grado di realizzare tutti i suoi desideri. La colomba permetterà agli occupanti di resistere alle forze dell’ordine, poi di realizzare i loro semplici desideri, infine di fuggire all’arresto in piazza Duomo.
La prima caratteristica di “Miracolo a Milano” è proprio il fatto che si discosta dai precedenti film neorealisti di De Sica e Zavattini, per questa presenza della magia, del soprannaturale. Il film, infatti, costò molto, per gli effetti speciali made in U.S.A. di Ned Mann.
Ma non mancano gli elementi tipici del neorealismo, a partire dall’estetica suggestiva del bianco e nero di G.R. Aldo (Aldo Graziati). Il celebre direttore della fotografia, con sfumature a tratti impressioniste, disegna una Milano gelida – soprattutto all’inizio – tra la neve e la nebbia, a contrasto con li sorriso pieno di fiducia di Totò che, appena uscito dall’orfanotrofio, riceve freddezza dai passanti sconosciuti, a cui augura sinceramente il buongiorno.
Altro elemento tipico del neorealismo che ritroviamo è l’intervento stesso di Zavattini con la sua “ricchezza di gag comiche, poetiche o poetizzanti”, come le ha definite il critico Morandini.
All’epoca della sua uscita, “Miracolo a Milano” ebbe riconoscimenti importanti, tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1951. Ma in Italia le critiche di stampo “politico” si divisero.
Alla destra non piacque per i risvolti eversivi: i baraccati resistono anche violentemente allo sgombero. Addirittura il titolo provvisorio della pellicola era “I poveri disturbano”.
La sinistra lo giudicò un abbandono del neorealismo da parte di De Sica. In realtà il film denuncia a modo suo la condizione della città di Milano nel secondo dopoguerra, tra crisi abitativa spaventosa e disoccupazione dilagante.
Certo, la caratterizzazione delle classi sociali, i ricchi imprenditori da un lato e i poveri baraccati dall’altra, è un po’ macchiettistica. E il film veicola i principi di eguaglianza tra esseri umani e di fraternità in modo quasi grottesco.
Forse si è voluto rimarcare le differenze e trattare le diseguaglianze sociali in maniera leggera. O, più semplicemente, gli occhi dello spettatore contemporaneo, a quasi 70 anni di distanza, sono più cinici e disincantati.
Di certo, possiamo trovarci uno sguardo molto benevolo verso i poveri della baraccopoli di Lambrate. La loro vita pur nella povertà e nello sconforto è vissuta in pienezza e in modo positivo. Al campo vige un clima di gioia e di rispetto reciproco. Domina l’arte di arrangiarsi e c’è spazio anche per l’amore interrazziale.
“Miracolo a Milano” resta un film da vedere, magari proprio perché segna il passaggio tra il neorealismo e la commedia all’italiana (basti pensare ai film che scriveranno successivamente i suoi sceneggiatori) e merita un posto nella storia del cinema.
Sembra che la bellissima scena finale in cui i baraccati volano a cavallo delle scope rubate ai netturbini di Piazza Duomo abbia ispirato Steven Spielberg per la scena delle biciclette volanti nel film E.T. Ciò dimostra ancora una volta quanto il cinema italiano e quello americano abbiano contribuito insieme a costruire l’immaginario delle ultime generazioni.
Tre motivi per guardarlo:
– perché è uno dei film neorealisti ingiustamente poco considerato;
– la scena, comica e struggente insieme, dei poveri baraccati che, appena svegli, escono dalle capanne, intirizziti, e corrono a scaldarsi sotto l’unico raggio di sole;
– la scena finale con i baraccati che volano sul cielo di Piazza del Duomo a cavallo delle scope rubate ai netturbini.
Quando vedere il film:
Il momento più adatto è quello i cui siete pronti a farvi commuovere ed intenerire.
E a proposito di film a cui non si è dato sempre il giusto riconoscimento, avete letto la precedente puntata del cineforum?
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Sono molte le traduzioni che si possono avere di questo concetto. Tutto dipende, difatti, dal luogo, dal tempo e dai soggetti.
E soprattutto a seguito dell’emergenza pandemica globale, la compagine geopolitica cambierà nuovamente e quando l’epidemia Covid-19 ci farà uscire nuovamente dalle nostre campane di vetro casalinghe, l’affacciarsi verso il mondo ci riserverà numerose sorprese territoriali.
A seguito dei monitoraggi sanitari relativi alla diffusione del Coronavirus da parte delle Nazioni abbiamo assistito alla chiusura totale per la prima volta dei confini.
È stato destabilizzante. La chiusura dello spazio Schengen, il divieto della libera circolazione in Europa sarà sicuramente una delle forti esperienze che ci porteremo dentro, noi figli dell’Europa Unita. Ci porteremo dentro il senso di amarezza del momento in cui il Nord Italia è stato additato come untore.
Non è stato piacevole. Ed io, in senso lato, ho trovato un punto di contatto con il testo che avevo da recensire.
Il virus non conosce confini, non conosce razza, non conosce classi sociali. Ci mette, inesorabilmente, tutti allo stesso piano. I confini territoriali sono una mera convenzione.
Qual è la differenza che passa tra ospite e straniero?
Banalmente tutto dipende da quale parte del confine ci si trova.
Un buon punto di partenza per cercare di offrire una risposta a questo annoso quesito la si può trovare nelle opere di Michel Agier.
Michel Agier è un antropologo francese. È direttore di studi presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi ed è ricercatore presso l’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD).
I suoi studi e le sue ricerche vertono su tematiche come la globalizzazione, i migranti e le frontiere.
“Lo straniero che viene. Ripensare l’ospitalità” edito da Raffaello Cortina Editore attraversa tutte queste grandi tematiche contemporanee. Ed è questa l’opera che mi ha permesso di agganciarmi a nuovi spunti di riflessioni. Ponderazioni che si proiettano soprattutto al dopo Covid-19.
Ma tornando all’analisi testuale di Agier bisogna ripensare l’ospitalità.
Fare dello straniero il mio ospite.
L’accoglienza era un’usanza sacra nell’antica Grecia. È la base della nostra società. Il mondo omerico ci porta a conoscere ξενία. L’ospitalità aveva una valenza positiva. L’Odissea rimane forse una delle opere più suggestive di tutti i tempi. Invece Agier, evidenzia, come con il passare del tempo si sia sviluppata una biforcazione dei significati.
Oggi l’altro non viene più concepito come ospite bensì come intruso. Una minaccia per non si sa bene quale libertà. La cronaca ci ha abituato agli sbarchi dei disperati sulle nostre rive. Ci ha abituato anche alla biforcazione dei modi e degli intenti, da un lato il tormentone “aiutiamoli in casa loro” (cit. italica) dall’altro la possibilità dell’integrazione.
Ospitalità e straniero: Michel Agier li approfondisce nel libro edito da Raffello Cortina Editore.
L’antropologo Agier, nella sua opera, descrive alcuni episodi in cui l’azione di aiuto si è dimostrata avere un effetto contrario. Ad esempio il professor Mannoni nel 2017 fu giudicato per “favoreggiamento del soggiorno e della circolazione di persone in situazione irregolare”. Fu condannato a due mesi di prigione. Cosa aveva fatto? Aveva prestato soccorso. Molte persone al confine delle fredde montagne tra Italia e Francia prestano soccorso ai migranti. Indipendentemente se sia corretto o meno, molte persone salvano altre persone da morte certa. L’ospitalità viene quindi tradotta in questo caso come solidarietà. Appoggio che viene concepito da singole persone piuttosto che da distretti governativi.
Disobbedienza civile che si vede non solo in Italia e in Francia ma anche in Danimarca. Gli “abitanti amichevoli”, così si chiamava il gruppo danese, aiutava i migranti a trovare un riparo e del cibo.
Ma ogni sistema solidale è, purtroppo, una realtà troppo piccola rispetto al numero delle persone bisognose.
Bisogna dunque ripensare l’ospitalità. Affondare il naso nel passato e guardare al futuro.
Si può parlare di “ospitalità universale” citando Immanuel Kant. Per il filosofo Kant siamo cittadini del mondo e la sua utopia era quella di una società-mondo.
“La scoperta dell’unicità ecologica della terra, e della nostra interdipendenza e responsabilità collettiva in tale contesto, può nuovamente, e in modo diverso dell’età dell’Illuminimo, assegnare alla nostra epoca il compito di tradurla in una unicità politica, resa immaginabile dalla fine della Guerra Fredda. A partire da questo problema dell’unificazione planetaria, si sono formate concezioni più o meno entusiastiche, utopiche, felici o inquiete. Gli argomenti non mancano. Il nostro pianeta è un insieme finito che ciascuno può abbracciare e anche vedere nella sua totalità; nessun popolo o luogo ne è escluso. Ha una superficie curva, quindi non potremo mai scappare gli uni dagli altri. E, infine, è un mondo potenzialmente comune (…)” – Michel Agier, Lo straniero che viene – Ripensare l’ospitalità, pag. 105, Raffaello Cortina Editore.
Fino a ieri, effettivamente, non eravamo tutti cittadini del mondo? Si può quindi parlare di diritto naturale di visita. Nell’esperienza ordinaria del mondo non può essere la condizione a fare un punto di differenziazione. Le persone si spostano e con esse circolano idee, pensieri, consapevolezze tecniche. Relazionarci con il prossimo è sempre sinonimo di crescita. Il cimitero del Mediterraneo e delle altre grandi frontiere insormontabili non possono lasciarci indifferenti. Credo che si possa parlare di cosmopolitismo. Se tanto c’era da fare prima, adesso è raddoppiata la necessità di azione da rivolgere verso gli invisibili.
Ma dopo l’emergenza Covid-19 si potrà ancora parlare di confini e di comunità? O semplicemente, il concetto di ospitalità diventerà obsoleto e superato e vivremo per sempre dentro le nostre nicchie?
Il concetto di ospitalità muterà. La mobilitazione sociale sarà necessaria e su più fronti. Differenti realtà si sovrapporranno, sarà allora che ci ritroveremo nuovamente tutti per quello che siamo. L’uomo è un animale sociale, inesorabilmente.
Nitro è un rapper che si distingue per originalità e contenuto, “GarbAge” lo conferma.
Il 6 marzo è uscito Il nuovo Album di Nitro GarbAge, il suo quarto lavoro in studio. Sono passati circa due anni da No Comment, il precedente disco solista, e nel frattempo il rapper ha partecipato a molti brani di successo. Le aspettative per il progetto erano quindi molto alte.
Il disco si apre con la titletrack GarbAge, divisa in due parti. La prima ha una base melodica su pianoforte e un ritornello in inglese, che ricorda come alla fine siamo solo pile d’immondizia. Viviamo tutti nell’epoca della spazzatura. La seconda parte è invece molto più frenetica e diversa anche nella strumentale.
Solo sorrisi preconfezionati giudizi affrettati e parole di fumo ho visto passare già tre papati eppure di santo non ne ho visto uno
Il secondo pezzo si intitola Cicatrici. In questo brano Nitro si mette a nudo e racconta dell’uso di cocaina intorno a lui, con la sostanza descritta in tutti i suoi aspetti peggiori. Un mostro che ti trasforma e ti fa saltare nell’oblio. Subito dopo viene un po’ di autocelebrazione, che non può mancare in un disco hip hop. OKAY?! (feat. Lazza) è la classica canzone tutta rime ad effetto e frecciatine, il rap potente che ci piace.
No privacy / No caption needed (feat. Joan Thiele) coinvolge poi l’ascoltatore su musicalità più soft, e nella stessa direzione viaggia Saturno, il brano più radiofonico di tutti.
Ma nel nuovo album di Nitro “GarbAge” c’è posto anche per i pezzi più impegnati.
Ed è il caso di Avvoltoi(feat. Fabri Fibra). Politica, attualità, corruzione e malaffare, Nitro e Fibra sulla stessa strumentale non risparmiano nessuno. Il ritornello è un crossover tra rap e metal che incontra i gusti dei fan più hardcore, e che catapulta l’ascoltatore in un’atmosfera proibita ed infernale.
Ma ho il vizio di pensare che il giorno del giudizio universale sarei comunque carne da comizio elettorale
GarbAge, album cover.
Dopo arriva il turno di Rap Shit (feat. Tha supreme, Gemitaiz), brano ricco di virtuosismi tecnici. A Tha Supreme, idolo delle nuove generazioni, è affidato il ritornello, mentre Gemitaiz fa una strofa coi cambi di flow di chi vuole sempre dimostrare che se vuole ti manda a casa. Inoltre, per la seconda volta nel disco, alla fine del pezzo la base prende un ritmo diverso.
Wormhole e MURDAMURDA (feat.Ocean Wisdo, Victor Kwality & Ward 21) sono tracce piuttosto oscure che ricordano il Nitro degli inizi, poco orecchiabile ma crudo e diretto. Come non detto (feat. Dani Faiv) si posiziona invece sulla trap più di tendenza. Ottima prova di Dani Faiv, che stupisce per la versatilità. Invece Il premio “tamarrata dell’anno” se lo aggiudica Gostoso (feat. Giaime), su un beat afro trap di quelli che ti fanno venire voglia di ribaltare la cameretta ballando.
Ma in una scena musicale che valorizza sempre di più il rap femminile, poteva mancare una donna? Assolutamente no. Blood (feat Doll Kill) è una hit senza che vuole esserlo: strofe incalzanti ed un ritornello che ti entra in testa e non esce più. Il cerchio si chiude con Rispetto e Libellule, gli ultimi due brani che accompagnano la fine con un mood sperimentale.
In conclusione, “GarbAge” si rivela un progetto davvero azzeccato, variegato nei contenuti ed originale nel suono.
Si nota soprattutto un evoluzione vocale. Nitro i testi li ha sempre saputi scrivere, ma adesso sta imparando ad adattare il timbro alle diverse atmosfere che vuole dare ai pezzi. Questa si chiama maturità artistica. Promosse le collaborazioni, su tutte Fabri Fibra (il solito monumento) e Doll Kill (vera sorpresa). Menzione speciale per le produzioni (Strage, STABBER, Lazza, Yazee, CRVUEL, The Cratez, Low Kidd, Andry The Hitmaker, Kanesh). Ogni strumentale da il suo tocco in più all’interno dell’album.
Un disco che descrive molto bene i tempi attuali. Non per tutti, ma se sei fan di Nitro lo ascolterai per molto tempo.
Voto: 8
Lorenzo Balla
La tua dose di curiosità
Come si chiama Nitro?
Il vero nome di Nitro è Nicola Albera, ed è nato a Vicenza l’11 febbraio 1993.
Quanti album di Nitro sono usciti?
Oltre a GarbAge, Nitro ha fatto uscire 3 dischi solisti: Danger, Suicidol e No Comment. Inoltre ha partecipato ai Machete Mixtape2, 3 e 4, progetti del collettivo Machete a cui appartiene.
Nitro è fidanzato?
Nitro è fidanzato con Mendacia Veritatis, ragazza brasiliana che di mestiere fa la modella (appartiene alla categoria delle suicide girls).
Di cosa parla il brano “Pleasantville”?
Pleasantiville, presente nel disco Suicidol, è uno dei brani più famosi di Nitro. È una canzone d’amore, che cita il film Pleasantville, uscito nel 1998.
Di cosa parla il brano “Rotten”?
Anche Rotten fa parte di Suicidol. Si tratta di una canzone dai toni dissacranti in cui Nitro si sfoga e descrive uno scenario paradossale.
Londra è una città ricca di cose da fare. In primavera inoltrata poi tutto si trasforma. Ma cosa possiamo fare se ci viene chiesto di stare a casa? Nulla, restiamo seduti comodamente perchè sono i musei a venire da noi.
Per voi la recensione della visita virtuale al British Museum.
Siamo una generazione di turisti. Ci piace viaggiare. Sempre pronti col bagaglio alla mano, un biglietto aereo e il naso all’insù, persi nella bellezza. Allora non perdetevi la lista di visite virtuali da vedere.
British Museum: visita virtuale, istruzioni per l’uso
Come molti musei durante questo lock down, anche il British Museum di Londra si è adeguato aprendo le sue porte al mondo intero. Come affermato dal direttore del museo Neil MacGregor: «Ora è possibile rendere la nostra collezione accessibile, esplorabile e fruibile non sono a quelli che la visitano fisicamente, ma anche a tutti coloro che lo fanno attraverso un pc o un dispositivo mobile»
Il tour virtuale è reso possibile grazie alla collaborazione tra il museo e Google Cultural Institute. I turisti virtuali, servendosi di Street View, avranno l’occasione di perlustrare le stanze del museo londinese.
La navigazione è molto semplice. Funziona esattamente come Google Maps in modalità Street View, con la differenza che siete all’interno del museo.
Cosa offre il tour virtuale all’interno del British Museum?
Il tour virtuale rende possibile, inoltre, di osservare da vicino le opere grazie alle fotografie scattate in alta definizione con tecnologia Gigapixel.
Ben 4500 manufatti esposti tra cui la Stele di Rosetta, le Statue del Partenone, il Serpente a due teste, una statua dell’isola di Pasqua e centinaia di mummie egizie.
Per un’esperienza unica non perdete Museum of the World
L’opzione “Museum of the World” è interessante e consente, al turista virtuale, di fare un’esperienza completa ed intelligente. La visualizzazione di opere e manufatti avviene seguendo l’ordine ordine cronologico. Insomma, di certo non si corre il rischio di perdersi qualche passaggio e connessione storica.
Aperto il link che vi abbiamo inserito basta cliccare sullo schermo e scegliere poi uno dei continenti. I pallini colorati indicano i manufatti in ordine temporale. Di fianco sono presenti sezioni da scegliere per argomento.
Un museo per gli appassionati di cultura egizia
Interessante è la numerosa collezione che porta alla luce i tesori prezioni risalenti alla cultura egizia. Ma non solo, il museo pullula di manufatti e opere provenienti da ogni parte del mondo che raccontano la storia di società e culture antiche.
Tra i vari manufatti possiamo trovare la coppa di Sant’Agnese meglio conosciuta come Royal Gold Cup. Realizzata completamente in oro massiccio e decorata con smalti preziosi, rappresenta uno dei “gioielli reali” più spettacolari del Medioevo. Il tema raffigurato sulla coppa narra della vita di Sant’Agnese.
Il manufatto si caratterizza come uno degli esempi meglio riusciti e conservati di basse-taille. Si tratta di una tecnica artigianale particolarmente laboriosa. Il disegno veniva inciso sul mettalo con la tecnica del basso rilievo. Ogni sua singola parte veniva rivestita con uno smalto colorato traslucido, fissato poi sul substrato attraverso fasi di cottura successive.
Angela Patalano
Se non volete perdervi altre visite virtuali vi consiglio l’ultima recensione dei tour virtuali fatta dalla nostra Cristiana
Nonostante il cast da urlo, e la tematica scottante e attuale, credo che Bombshell sia un film completamente alieno per la realtà del pubblico italiano.
Dubito che qui da noi molti conoscano chi sia, e cosa abbia fatto, Roger Ailes. In pochissimi probabilmente conoscono la popolarità, positiva o negativa, di donne quali Megyn Kelly e Gretchen Carlson. Ed è ancora più difficile rendersi conto del peso nella società americana di un network all news come Fox News.
L’altra faccia della medaglia, però, propone elementi che non è difficile far arrivare a chiunque. Un universo maschile dominante e opprimente che sembra preistorico. Il ruolo della donna che lotta per esser vista e rappresentata in modo equo, giusto. Un’inflazione sempre più acuta di influenze reciproche tra politica e mondo delle notizie.
Per quasi due ore Bombshell è in costante equilibrio tra questi due mondi (dopotutto, anche il pubblico americano, che conosce tutto ciò mostrato, potrebbe proprio per questo essere stanco nel vederlo nuovamente al cinema). In equilibrio pure tra la volontà di mostrare e raccontare, in maniera se vogliamo anche legittimamente partigiana, e quella di intrattenere. Fare vero cinema, insomma.
Nel realizzare Bombshell, sembra quasi che gli autori abbiano preso in prestito il motto della stessa Fox News, quel “Fair and Balanced” – equo e bilanciato – che in realtà il network tradisce sempre e spudoratamente.
Il risultato è quello di avere ora, quasi inevitabilmente, un film zoppicante.
Da un lato il film, certamente, riesce a non annoiare mai. Crea una fitta rete di interessi e macchinazioni sempre più intrigante. Riesce ad evitare il didascalico pur raccontando, come detto, una storia puramente americana. E quando la storia invece diventa universale – l’abuso di potere e la visione della donna da parte di uomini di successo – riesce a dare quei colpi necessari di grande efficacia.
Senza dubbio il momento clou, il provino del personaggio di Margot Robbie, unico inventato in tutto il film, di fronte a Roger Ailes, è una mazzata ben assestata. Un momento di grande ribrezzo mostrato senza enfasi, senza sottolineature stonate, toccando le corde giuste dell’indignazione.
Certo, aiuta che sulla scena ci siano interpreti bravissimi. Margot Robbie mostra tutta la sua fragilità, Nicole Kidman il suo carisma, Charlize Theron il suo camaleontismo. Insieme, seppur con sottotrame separate, reggono da sole l’intero film.
Cambiando prospettiva, però, Bombshell è esattamente quello che qualcuno poteva immaginarsi fosse. Un docudramma che cerca di essere cinema senza mai a trovare un guizzo, una spinta creativa, una trovata esaltante. Affronta la materia con spirito di cronaca, col sentore di dover denunciare un fatto, ma non va oltre quello. Pesa la formazione del regista Jay Roach, abituato alla tv e ai film politici da piccolo schermo. Se non ci fosse questo cast, e una buona confezione scenica, Bombshell potrebbe essere benissimo un biopic televisivo come tanti ne vediamo.
La speranza è che almeno raggiunga il suo scopo, quello partigiano per cui è giustamente nato: indignare e combattere.
Lucrezia Borgia di Maria Bellonci, romanzo edito nel 1939, ci racconta la vita di una delle donne più chiacchierate della Storia.
Con Lucrezia Borgia, Maria Bellonci realizza un romanzo, improntato all’insegna dell’accuratezza storica. Non c’è spazio per il dialogo o per la divagazione. Tutto è dettagliatamente raccontato dalla voce narrante con la perizia e l’attaccamento alla fonte propria della ricerca storica.
Alla luce di questa prima considerazione si evince subito l’importanza che assume il contesto storico sul piano della narrazione. Lucrezia è figlia del suo tempo e, in special modo, della propria famiglia, i Borgia famiglia che ha segnato a fuoco quell’epoca a cavallo tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.
Cesare e Lucrezia Borgia: due fratelli al servizio di un papa
A riprova dell’importanza del contesto storico nel quale vive la giovane duchessa, funge la presenza di un altro grande protagonista del romanzo, il Valentino.
In Lucrezia Borgia, infatti, Maria Bellonci analizza minuziosamente l’ascesa e la fine rovinosa di Cesare Borgia. Figlio prediletto di papa Alessandro VI, Cesare si distingue per la sua sete di potere. Cardinale prima e Duca poi, il Valentino (così viene chiamato), mette a soqquadro l’Italia, creando un certo squilibrio all’inizio del XVI secolo.
Parallelamente, Lucrezia, figlia e sorella amatissima, si inserisce all’interno di questa dinamica nepotista, mediante lo strumento del matrimonio. Ricorrendo a lettere e a fonti d’archivio, Maria Bellonci racconta le varie tappe matrimoniali della giovane donna, senza cedere al gusto del pettegolezzo e alla facile calunnia.
Lucrezia Borgia e i suoi figli: un mito da sfatare
Dal suo terzo e ultimo marito, Alfonso d’Este, Lucrezia ebbe ben sette figli. Su questo una curiosità. Lo sapevate che Lucrezia fu la madre del cardinale Ippolito d’Este II, il famoso creatore dell’omonima Villa di Tivoli?
La Bellonci, tuttavia, non manca di dilungarsi sulle gravidanze precedenti. Sono queste, infatti quelle che dettero più scandalo e che più contribuirono a creare nel corso del tempo un’immagine non veritiera di Lucrezia Borgia.
L’autrice sfata il mito di un figlio nato da un rapporto incestuoso. Ricostruisce la vicenda e spiega anche come tale leggenda si sia prodotta,. Sempre con i documenti alla mano, s’intende.
Maria Bellonci non tralascia nemmeno la presenza di un altro bambino, il duca di Bisceglie, nato dal secondo matrimonio di Lucrezia Borgia con Alfonso di Bisceglie, marito ucciso dal fratello di lei.
Maria Bellonci allontana Lucrezia Borgia dall’Opera lirica
Victor Hugo prima e Gaetano Donizetti poi ci hanno abituato all’immagine di una Lucrezia Borgiaavvelenatrice. Fomentando una leggenda sulla famiglia più sanguinaria della storia della Chiesa, l’immagine di Lucrezia risulta spietata esattamente così come lo è quella di suo fratello Cesare.
La ricostruzione che ce ne dà l’autrice è invece molto lontana da tutto questo. Difficile è prendere una posizione, tanto è oggettivo e distante il punto di vista del narratore. Attento, scrupoloso e scientifico, ci consegna la vita di questa donna nella sua complessità.
Lontano dalle chiacchiere, lontano dai pregiudizi, anche a noi non resta che prenderne atto, senza cedere alla lusinga della chiacchiera.
Serena Vissani
Altra curiosità: lo sapete che nella storia sono state tante le donne chiacchierate? Vi lasciamo il link ad un altro esempio del Cinquecento:
Andrea Bocelli, il famoso tenore toscano, con il suo concerto nel Duomo di Milano ha imposto a tutti una riflessione seria sul dramma del Coronavirus.
Può una voce indurci a pensare? Si, soprattutto se si tratta di una voce, in questo caso la voce di Andrea Bocelli, persa in un silenzio assordante.
#MusicForHope: lo dobbiamo gridare tutti. La musica aiuta la speranza, ed è proprio che ha voluto esprimere il tenore toscano nel suo Concerto di Pasqua trasmesso in diretta streaming video sul suo canale YouTube dal Duomo di Milano. Con il solo ausilio dell’organista Emanuele Vianelli, Andrea Bocelli ha impresso la sua voce sul suono del silenzio. La più grande chiesa italiana risuonava spettrale nel suo essere completamente vuota. Da qui è partita la speranza, quella che ci serve nel momento della tragedia del Coronavirus, quella che ha infuso Andrea Bocelli con il suo timbro inconfondibile.
Andrea Bocelli, una voce che arriva a tutti
Dalla zona presbiteriale della cattedrale, da sotto il ciborio di Pellegrino Tibaldi e la Vetrata dell’Apocalisse, la voce del tenore toscano è arrivata a 5.200.000 persone che per mezz’ora hanno potuto viaggiare sulle ali della musica. Essa è stata la grande protagonista di quest’evento. La forza spirituale di brani immortali come il Panis Angelicus di César Franck, l’Ave Maria che Charles Gounod ha composto riadattando il Preludio no. 1 dal I Libro del Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, l’Ave Maria di Pietro Mascagni, riadattamento del celebre “Intermezzo” della Cavalleria Rusticana, ed il Domine Deus dalla Petite Messe Solennelle di Gioacchino Rossini, arrangiati dal maestro Emanuele Vianelli, che accompagnava il tenore seduto all’organo; tutti elementi che, uniti alla voce di Andrea Bocelli (che ha cantato in forma completamente gratuita), hanno saputo farci volare al di sopra di questa tragedia.
Tragedia che è e sarà sempre dentro di noi, con i morti, con i malati, con le persone che lavorano notte e giorno negli ospedali contro un mostro invisibile, e con le immagini che sta lasciando dentro di noi. Immagini apocalittiche come quelle di Piazza San Pietro vuota sotto la pioggia per la Benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco. Immagini angoscianti come quelle della Basilica di San Pietro e la piazza della basilica vuote avvolte nel colore tenebroso della notte della Via Crucis.
In quest’evento ha regnato il silenzio, quello del Duomo di Milano, quello di Piazza della Vittoria a Brescia, quello di Bergamo Alta, quello di Venezia, quello di Parigi con la Tour Eiffel e l’Arc de Triomphe, luoghi fatti vedere durante l’esecuzione; presenze anonime di un’umanità bloccata. Un’inquietudine spettrale e misteriosa, come quella di Piazza Duomo, dove Andrea Bocelli solo ha cantato un meraviglioso brano pieno di speranza, Amazing Grace, nell’arrangiamento di William Ross.
L’immensità e terribilità del duomo, unita alla sua voce, sarà una delle memorie di questa tragedia.
Ma se noi abbiamo una certezza è quella che la musica ci dice qualcosa. E allora diciamo tutti insieme: #MusicForHope.
La Galleria Estense di Modena ed i Musei delle Gallerie Estensi si apriranno a voi con “A casa con gli Este”, una serie di progetti per far conoscere le loro collezioni
La Galleria Estense di Modena ed i Musei delle Gallerie Estensi sono ricchi di storia, di bellezza e d’importanti opere d’arte.
In tempo d’isolamento forzato l’arte non va mai in vacanza. I tesori artistici continuano la loro vita attraverso le visite virtuali. Ecco allora che i Musei delle Gallerie Estensi hanno avviato il progetto “A casa con gli Este“, iniziative digitali per far conoscere questo patrimonio. La Galleria Estense ed il Museo Lapidario Estense di Modena hanno sviluppato un progetto di visite virtuali fatte con acquisizioni a 360° e ricostruzioni 3D sviluppate attraverso Matterport, piattaforma americana usata in campo immobiliare per fotografie HD, tour virtuali e 3D e presentazioni video. Il progetto è frutto della collaborazione tra la Direttrice dei MuseiMartina Bagnoli e la Prof.ssa Rita Cucchiara, direttrice del laboratorio AImagelag della Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
La tecnologia al passo con la cultura
Le visite saranno guidate da operatrici educative del museo ma anche dal personale delle cooperative esterne che in genere collaborano con l’istituto. Le visite per le scuole sono già state calendarizzate, mentre da dopo Pasqua ci saranno delle visite domenicali per tutti, per le quali basterà semplicemente prenotarsi e collegarsi al link che si riceverà via mail. Siete pronti? Basta solo accendere il computer, una buona connessione internet e tanta voglia di ammirare la bellezza. Il tutto partirà dal 14 aprile in poi. È il primo museo italiano che usa questa tecnologia quindi Stay tuned!
Galleria Estense e Bernini
La Galleria Estense di Modena è arte, bellezza e gioia allo stato puro. Istituita nel 1854 da Francesco V d’Austria-Este, essa celebra la gloria della collezione di un casato che ha scritto un pezzo importante della storia d’Europa.
Attraverso lo slideshow di Matterport, seguendo i cerchietti che appaiono sul video, si entrerà nella galleria come per magia, e subito si potrà ammirare il pezzo forte della collezione, il Ritratto di Francesco I d’Este scolpito da Gian Lorenzo Bernini. Grandioso mecenate artistico, desideroso di fare del Ducato di Modena un centro fondamentale della vita culturale e politica italiana, Francesco I chiamò Bernini nel 1651 per il suo ritratto marmoreo. Per l’artista napoletano, che usciva in quel momento da una grave crisi professionale causata da intrighi politici e dal fallace progetto per i campanili di San Pietro, fu una grande occasione.
Il busto è un’opera straordinaria. L’artista riesce a catturare lo sguardo fiero e pieno di orgoglio di un uomo impegnato in un grandioso progetto politico. I boccoli del duca, il colletto della camicia ma soprattutto la veste con il suo lembo svolazzante sono estremamente teatrali. Bernini ricevette un pagamento di 3000 scudi, la stessa identica somma che egli ottenne per la Fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona. Guardarlo da vicino con il computer sarà un’emozione indimenticabile.
Uno sguardo all’arte ferrarese
Nella collezione della Galleria Estense di Modena non manca Cosmè Tura, grande pittore ferrarese del’400. Il meraviglioso Sant’Antonio da Padova, dipinto per il Vescovo di Adria Nicolò di Gurone d’Este, ha una forza muscolare che sembra uscire fuori dalla cornice architettonica dipinta intorno a lui. Eppure Cosmè Tura non rinuncia mai ad una pittura calligrafica, come si può notare nel volto, riccamente decorato.
Due mondi diversi alla Galleria Estense: le sfumature di Correggio…
Antonio Allegri detto il Correggio è un pittore che unisce classico e barocco. Alla Galleria Estense vi è una sua opera particolare: la Madonna Campori. In questa tavola, vi sono solo la Madonna ed il Bambino con un intenso gioco di sguardi.È la “politica degli affetti” di Correggio rappresentata da una pittura stesa con sfumature di stampo leonardesco.
… e la monumentalità del Guercino
Artista seicentesco, la sua Venere, Marte e Amore è una grandiosa tela barocca dal colorismo marcato e corpi massicci. L’arte del Barocco è puro effetto teatrale, come Amore che scocca la freccia verso di noi. Quale miglior modo per essere coinvolti!
Tintoretto e Velázquez, colore allo stato puro
Tintoretto e Velázquez sono maestri dell’uso del colore. Attraverso lo strumento virtuale potremmo vedere le grandiosi pennellate dell’artista spagnolo nel Ritratto di Francesco I d’Este. Eseguito intorno al 1638, la pittura è densa. Il colorismo è vibrante. I particolari, dal volto fiero alla medaglia dell’Ordine del Toson d’Oroappesa alla corazza, sono espressi con grandiosa luminosità. Colore puro si vede anche in Tintoretto, dove la muscolosità delle scene dipinte delle Metamorfosi di Ovidio è resa con un contrasto cromaticostraordinario.
Alla Galleria Estense di Modena si fa musica
Intagliatore, decoratore, calligrafo e musicista, Domenico Galli realizzò per il Duca Francesco II d’Este nel 1691 un violoncello tutto ad intaglio. Tra le fitte trame possiamo anche vedere Orfeo che suona la lira. Che mondo meraviglioso!
Un salto al Museo Lapidario Estense
Oltre alla Galleria Estense, non dimentichiamoci che il progetto virtuale includerà anche il Museo Lapidario Estense. Una passeggiata nel suo cortile è meravigliosa, ma anche la passeggiata virtuale avrà il suo perché. Primo museo pubblico di Modena, racconta la sua storia dalla fondazione come colonia romana dal nome Mutina alle vicende della Modena medievale. Come non rimanere estasiati davanti all’Arca sepolcrale di Pietro della Rocca, insigne medico modenese, qui ritratto insieme a due discepoli ed ai Santi Caterina d’Alessandria e Nicola di Bari?
Full immersion alla Biblioteca Estense Universitaria
Sogno di tutti gli studiosi per le opere di pregio (come la Bibbia di Borso d’Este), la Biblioteca Estense Universitaria è al passo con i tempi. Il progetto Estense Digital Library ormai raccoglie dì più di 7.000 opere del suo patrimonio digitalizzate, come tra l’altro sono i suoi cataloghi.
I Musei delle Gallerie Estensi, con “A casa con gli Este“, stanno percorrendo una strada importante: l’arte disponibile a tutti con un solo click!
Vorrei ringraziare pubblicamente Mike per aver legittimato definitivamente, in questa puntata di Better Call Saul 5×09, le mie recensioni.
Sentire infatti un monologo sulle scelte fatte, e sulle conseguenze di tali scelte, come summa tematica d’arrivo del percorso dei protagonisti, è stato a dir poco gratificante. Chi legge le mie recensioni di questa serie tv da tre anni sa bene quanto, probabilmente ripetendomi anche troppo, ho parlato fino al parossismo di Better Call Saul come di un racconto sulle scelte di vita.
Non che avessi scoperto l’acqua calda, ovviamente, o avessi fatto chissà quale profonda e originale analisi. Ho sempre trovato piuttosto evidente, piuttosto palese, la forza e l’efficace di tale timbro tematico. Era anche ciò che, dopotutto, distingueva questa serie dal progenitore Breaking Bad: qui in Better Call Saul nessuno è costretto o condizionato, tutto operano decisioni, quasi sempre pessime, in piena volontarietà.
Se possibile, ciò toglie anche scuse, e quindi un po’ di pietismo, verso i personaggi. Eppure, nonostante questo, gli vogliamo bene, forse più di prima, forse più di quelli in Breaking Bad. Perché se lì si annidava il male, lo sporco dell’uomo una volta messo spalle al muro, qui in Better Call Saul gli errori sono appunto volontari e sempre, o forse soprattutto per questo, umani. Dire che è facile empatizzare con loro è ormai eufemistico.
Possiamo arrabbiarci con Jimmy, Kim e Mike. Ma in fondo, anche per i loro errori nei quali ci rispecchiamo spesso, gli vogliamo bene.
Quando una serie è così buona, poi, è davvero facile raggiungere la più vasta gamma di spettatori diversi con cui empatizzare. Prendiamo il percorso di Jimmy non in cinque stagioni, ma in sole tre puntate: due episodi fa era una figura esuberante e esplosiva, la settimana scorsa un uomo in lotta fisicamente per la sopravvivenza, stavolta un debole e fragile guscio di essere umano (e si potrebbe quindi, al tempo stesso, esaltare la pazzesca versatilità dimostrata da Bob Odenkirk e accendere ceri sacri affinché vinca tutti i premi possibili). Un personaggio così sfaccettato, e che vive mondi così diversi, trova sempre un pubblico che provi le sue emozioni.
E l’emozione è sempre stata la chiave di Better Call Saul. Non importa cosa o come, questa serie fa sempre provare qualcosa. Stavolta ha trionfato la tensione, quel vertiginoso senso che tutto possa andare malissimo da un momento all’altro. Una scena finale di 15 minuti, tantissimo per gli standard tv, che è volata e ha tenuto incollati allo schermo. Incollati a vedere, come sempre, le decisioni dei personaggi.
E se dobbiamo lanciarci verso il finale di stagione la prossima settimana, non poteva esserci penultimo capitolo migliore di questo.
Unicusano ha sfornato il decalogo che stavate aspettando per passare il tempo in modo costruttivo!
In un momento storico in cui l’e-learning assume un valore tutto nuovo, perché non sfruttarlo per passare il tempo in quarantena? Unicusano è pioniera di un metodo di studio che in Italia è stato per troppo tempo ritenuto di “serie B”, ma che in questo momento storico si sta rivelando davvero efficace per portare avanti il percorso di studi, anche da casa. Tanto che le opinioni su Unicusano sono arrivate anche dalla prestigiosa The Open University, che l’ha definita un modello virtuoso in Italia!
Studio “scolastico” a parte, sono numerosissime le iniziative online gratuite per imparare una lingua nuova oppure rafforzare le proprie conoscenze anche in ambito informatico, digitale o imprenditoriale.
La nuova infografica
di Unicusano, “E-learning, istruzioni
per l’uso”, elenca 10 consigli per
allenare la mente ai tempi del Coronavirus, spaziando dalla formazione alla
cultura, senza dimenticare il divertimento!
Corsi, Guide, Musei Virtuali, Podcast, libri da scaricare
gratuitamente, biblioteche digitali tutte da scoprire: in questi giorni il
corpo è fermo, ma la mente è pronta a viaggiare!
Mens Sana in corpore
sano
Non mancano gli spunti per mantenere anche il corpo in forma
(rigorosamente in casa) grazie all’utilizzo di app speciali, selezionate
appositamente per sgranchirci un po’ in questi giorni: dallo yoga al fitness!
E quando si parla di sport non si può non menzionare la
musica: per questo nell’infografica troverete non solo dei corsi gratuiti per
imparare a suonare uno strumento
musicale online, ma anche una playlist per accompagnare i vostri esercizi o
per rilassarvi nel tempo libero.
E i bambini? Abbiamo pensato anche a loro, segnalandovi alcune attività divertenti e gratuite, come gli audiolibri e le pagine da colorare con tutta la famiglia!
Achille Lauro ed Euripide ci spiegano il genere fluido, con una sfida all’Ariston e alla morale prevalente.
L’anca sporta di lato, gli occhi chiarissimi che gli brillano di trucco, il vestito da donna sfoggiato con sfida; è la prima immagine che viene in mente se oggi si pensa a quella nuova icona che è Achille Lauro – con buona pace di quelli che hanno provato ad appiattirlo come l’ennesimo ragazzino trapper.
Metti il palco più istituzionale di Italia, metti una prima serata e una bipartizione binaria: Lauro, sfilandosi una casacchina nera ricamata d’oro, li mette in crisi in un solo colpo. Polemiche ovvie quando il fumo si dirada, rimane un messaggio a caratteri cubitali. Cito le parole che lui stesso ha scritto nel concludere un post sul suo profilo:
“La condizione primaria per essere umani è essere liberi.”
Achille si fa uomo, si fa donna, e così facendo, sente di creare nient’altro che sé stesso, e ci invita – in maniera provocatoria, certo – a fare lo stesso.
Pensateci: le gambe larghe no, è poco da donna. Ma sicuro tu voglia fare danza classica, se sei un uomo? Modera i termini, chè sei una signorina. Gli stereotipi ci sono dentro così a fondo che spesso ci fanno violenza senza dolore, abituati come siamo a ragionare a compartimenti stagni: rosa o blu.
Siamo molto più preoccupati di rimanere nei binari che di sviluppare le nostre attitudini, sia mai queste sfidassero la morale corrente
Achille Lauro e Penteo
Achille è l’elemento discordante, la crisi potenziale di un sistema e noi abbiamo rischiato di non capirlo. E le conseguenze della non comprensione sarebbero gravissime. Vi racconto una storia, o meglio una storia ce la racconta un tale a caso, un certo Euripide, nelle Baccanti.
C’era una volta, dunque, un giovane dai tratti femminei, i biondi capelli ricciuti che aveva ammaliato Tebe con i suoi modi melliflui e un misterioso culto. Si fa chiamare Dioniso, ePenteo, re di Tebe, comanda che venga arrestato e portato al suo cospetto: come osa uno straniero attentare all’ordine costituito! Quando gli portano il fanciullo, anche Penteo ne subisce il fascino: il re si rende conto che è difficile definirlo e, attratto com’è, sembra dimenticarsi per un attimo che si tratta proprio dello straniero a cui dava la caccia. Spaventato, ordina che venga posto in catene, cercando quasi di rinsavire, di tornare all’ordine: nella notte però le catene, queste costrizioni inutili, si slacciano miracolosamente dal ragazzo che torna ad essere quello che era prima: libero. Penteo, questo ve lo anticipo, nella storia non finisce bene: il suo tentativo nel richiamarsi ad un ordine soffocante, precostituito e innaturale naufraga nella sua morte cruenta.
Essere Dioniso
E’ evidente fuor di metafora cosa questo voglia dire: l’ostentazione della mascolinità o della femminilità ad ogni costo diventa tossica e non ci fa più bene. Mi piace utilizzare particolarmente il termine persona perché implica la libera scelta, senza imporre. Che Achille l’abbia fatto per pubblicità – Me ne Frego ora è disco d’oro – o per vero sentire, d’altra parte, non ha importanza.
Se in questi tempi di pandemia le librerie intese come luoghi fisici, fatte di scaffali, carta e ripiani in legno devono purtroppo restare chiuse, le librerie-comunità, quelle cioè animate da allegre brigate di persone che amano raccontare e raccontarsi storie, sono più che mai aperte e attive.
Lo testimoniano le tante iniziative online di questi giorni, tra cui quella lanciata da Tersite Rossi, collettivo di scrittura nato dal 2010 e specializzato nel genere della narrativa d’inchiesta, che dal 30 al 2 aprile scorsi ha pubblicato e invitato a leggere, col supporto di una rete di librerie indipendenti italiane, il racconto inedito Suonare solo per le piante.
Un “diario del virus ai tempi del virus” in quattro puntate, come lo hanno presentato gli autori, che vuole essere un gesto di solidarietà verso librai e libraie in questi giorni difficili anche per il mondo dell’editoria. E allo stesso tempo un’occasione per riflettere e confrontarci, grazie al potere della letteratura, su quanto ci sta capitando.
Scritto in forma di diario, il racconto ripercorre in effetti, attraverso il punto di vista di un pianista di successo prossimo al concerto della vita, queste ultime convulse settimane passando per i diversi stati d’animo che abbiamo imparato a conoscere: lo scetticismo iniziale di fronte al dilagare della pandemia, il rifiuto di quanto stava accadendo, la paura di sacrificare pezzetti della nostra quotidianità, la consapevolezza che molte delle nostre certezze erano tutt’altro che tali. Fino a un epilogo che con una virata improvvisa e straniante, tra atmosfere alla Stephen King e alla Jean Hegland, ci invita a considerare questi giorni turbolenti con un po’ più di distacco, per quello che di veramente significativo potrebbero, paradossalmente, regalarci: l’occasione di ripartire forse un po’ cambiati, ma migliori di prima. E di scoprire magari, assieme al nostro pianista, che suonare per le piante può essere il migliore dei concerti.
La serie è diventata un fenomeno di culto sia per le tematiche che affronta sia per il linguaggio: il racconto si affida spesso alla tecnologia e ai social esattamente come accade nella realtà delle nostre vite.
Quando esce Skam 4 in Italia?
L’uscita di Skam Italia 4 è prevista per il 15 maggio 2020. Vi proponiamo quindi un riassunto delle stagioni precedenti, ognuna incentrata su un personaggio diverso.
Skam Italia, la trama delle tre stagioni precedenti
Skam Italia
La prima stagione è dedicata al personaggio di Eva, interpretata da Ludovica Martino. Eva è una studentessa del Liceo J.F. Kennedy di Roma, trasferitasi dalla succursale alla sede centrale.
Eva è timida e non ha praticamente vita sociale: le sue uniche compagnie sono il fidanzato Giovanni e Martino, migliore amico di entrambi.
Nel corso della prima stagione Eva vive il classico dramma adolescenziale condito da gelosia, dubbi e sensi di colpa. Fortunatamente sarà sostenuta da delle nuove amiche: Silvia, Federica e Sana.
Skam Italia 2
Martino è il protagonista della seconda stagione. Apparentemente spigliato e spensierato nasconde paure e dubbi sul proprio orientamento sessuale: non è attratto dalle ragazze ed è segretamente innamorato di Giovanni. Durante la seconda stagione incontrerà Niccolò, il ragazzo che gli farà scoprire l’amore.
Skam Italia 3
Eleonora è la protagonista della terza stagione. Bella e molto matura per la sua età si è trasferita al Kennedy da un altro liceo a metà del terzo anno. Fa parte del gruppo di amiche di Eva e, per difendere Silvia, affronta subito a viso aperto Edoardo, il ragazzo più popolare della scuola.
Eleonora è in realtà attratta da lui e tra i due inizierà una relazione che inizialmente, per ovvie ragioni, rimarrà segreta.
Skam Italia 4, ecco il trailer
Sana sarà la protagonista della nuova stagione. Di religione musulmana viene spesso schernita dai suoi compagni di scuola per il suo abbigliamento considerato “fondamentalista”. Brusca, diretta e senza peli sulla lingua è il grillo parlante del gruppo di amiche di Eva.
Cosa succederà a Sana lo scopriremo presto. Stay tuned!
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Parlando in casa dell’attualità che caratterizza la nostra quotidianità ultimamente, è uscita fuori la frase “una serie di sfortunati eventi“, come il celebre film con Jim Carrey.
Mi sono soffermato allora a pensare a questo attore canadese, che durante gli anni ’90 era molto sulla cresta dell’onda e ultimamente lo si vede poco, malgrado abbia dimostrato, durante la sua carriera, di essere un attore molto versatile.
La prima cosa che il mondo ha notato di lui fu la verve comica. Già da liceale, imitava personaggi famosi e la gente rideva per la sua fantastica mimica facciale, così elastica e capace di adeguarsi ad espressioni che, col tempo, non poteva che migliorare: ce ne dà un esempio uno sketch, dove Jim Carrey interpreta alcune scene di Shining, interpretando il personaggio di Jack Nicholson.
Dopo alcune esperienze nell’ambiente cabarettistico, iniziò la sua carriera nel mondo cinematografico con piccoli ruoli.
La prima vera occasione arriva nel 1985, nella commedia Se ti mordo…sei mio, dove interpreta il ruolo di un impacciato studente, che viene sedotto da una donna più matura, che presto scoprirà essere una vampira.
Arrivano così parti in film, drammatici e non, con registi e interpreti importanti.
Da Le ragazze della Terra sono facili (1989), accanto a Geena Davis, Michael Keaton e Jeff Goldblum; a Peggy Sue si è sposata (1986) di Francis Ford Coppola, con Kathleen Turner e Nicholas Cage; fino a Scommessa con la morte (1988) accanto a Clint Eastwood nell’ultima impresa dell’ispettore Callaghan.
Con l’arrivo degli anni ’90, invece, Jim Carrey è interprete di film che ne fanno una stella.
Sono agli delle commedie di Ace Ventura e del primo capitolo di Scemo & più scemo. Sarà il patologico mitomone Fletcher Reede in Bugiardo bugiardo (1997); l’invadente tecnico Chip in Il rompiscatole (1996). Sono anche gli anni delle commedie dal tocco fantasy! Jim Carrey infatti sarà protagonista in The Mask; nonché il perfido e geniale Enigmista/Edward Nigma, nemico di Batman, in Batman forever (1995). L’ilarità e la schizofrenia demenziale coinvolgono una grande fetta di pubblico, che da americano diviene sempre più mondiale.
Jim Carrey, però, non si ferma a film comici
Negli anni ’90 gira un vero e proprio cult, che mostrerà a tutti quanto Jim Carrey non sia solo capace a farci ridere. Nel 1998, infatti, è protagonista in The Truman show, dove è protagonista di un “meta-film”, cioè un film dentro a un film. È la storia del trentenne Truman che scopre che la sua vita altri non è che uno show: un reality dove tutto è finto, compresa l’alternarsi del giorno e della notte, e tutti i suoi affetti non sono che attori di un programma televisivo che lo vede protagonista, suo malgrado, da quando è nato. Una pellicola di straordinario successo, che vale a Jim Carrey il suo primo Golden Globe.
Dopo questo film, Jim Carrey diviene ufficialmente un Attore.
Seguiranno film leggeri, come Io, me & Irene (2000) con Renée Zellweger; Una settimana da Dio (2003) insieme a Morgan Freeman; Dick & Jane (2005) con Tea Leoni e Alec Baldwin; e film dal carattere più cupo e drammatico, come The Majestic (2001) insieme a Martin Landau; Nember 23 (2007); Dark Crimes (2016) e Se mi lasci, ti cancello (2004), dove Jim Carrey insieme a Kate Winslet interpreta una delle più oniriche e romantiche pellicole di tutti i tempi.
Versatile anche nella voce, Jim Carrey è stato protagonista anche in film animati e per il mondo dei bambini. Il primo esempio è del 2000 dove Jim Carrey è Il Grinch, la verde e dispettosa creatura che odia il Natale. Continuerà sia come doppiatore (Ortone e il mondo dei Chi, 2008), sia in film in performance capture, come il fortunato A Christmas Carol (2009), dove l’attore canadese interpreta l’avaro Scrooge e tutti e tre i fantasmi che lo portano verso la retta via.
La vita di Jim però non è stata sempre sorridente.
Mai candidato al Premio Oscar, Jim Carrey ha più volte rimandato i suoi impegni cinematografici, nel corso degli anni, perché vittima di una profonda depressione, che più volte lo ha colpito, nonostante l’enorme successo e la popolarità. Inoltre, nel 2015, viene trovata morta Cathriona White (una delle sue ultime fidanzate), con accanto una scatola di pillole: rotocalchi di pettegolezzo, hanno raccontato che lei e Carrey si erano lasciati da pochi giorni.
Note anche le sue posizioni politiche. Pensiamo alla diatriba, dello scorso anno, tra Jim Carrey e Alessandra Mussolini, riguardo una vignetta pubblicata da Carrey su Piazzale Loreto, che ha generato una serie di “botta e risposta” tra l’attore e l’europarlamentare italiana. Altra nota posizione di Jim carrey è quella contro l’obbligo dei vaccini. Situazioni, quindi, che hanno inserito una delle “maschere di Hollywood” fuori dal contesto cinematografico.
Per molti, infatti, è questo Jim Carrey: una maschera. Una figura che esternamente esprime gioia, felicità e buonumore, ma dentro di sé nasconde un universo grigio, dove solitudine e incomprensione si mischiano a un desiderio di essere semplicemente ciò che si è, quando si vuole.
Quale sarà però il prossimo appuntamento cinematografico insieme all’attore canadese?
Rimandata nelle sale italiane, per via dell’emergenza legata al Coronavirus, l’ultimo film di Jim Carrey è Sonic (2020), dove lo vedremo interpretare il perfido dottor Ivo Robotnik.
Un attore quindi che stupisce e che, sicuramente, continuerà a stupirci, con il suo talento e l’universo che porta con sé.
Misteri sempre più fitti e morale sempre più buia caraterizzano il mondo di Babylon Berlin 3, in particolare negli episodi 3 e 4.
Si aggiunge un terzo omicidio alla lista. Dopo l’elettricista Krempin, ucciso in macchina durante l’interrogatorio di Gereon, un’altra attrice diviene vittima del “fantasma nero incappucciato”: Tilly Brooks, la stessa che aveva dato la descrizione dell’assassino e che aveva testimoniato riguardo una figura scura che si aggirava prima della morte di Betty Winter.
Dopo aver scoperto che il fantasma in realtà è un costime di scena trafugato; le indagini ci mostrano anche che Krempin, così come Tristen Rot, fidanzato della Winter ora scomparso, erano occultisti. Inoltre, l’Armeno è andato a chiedere a Rath di collaborare. Entrambi hanno un punto in comune: il commissario vuole che giustizia sia fatta; lui invece che il film finisca, altrimenti sarà ricoperto di debiti insieme al suo collega Weintraub.
Il caso, quindi, s’infittisce e sembra sempre più collegato al set cinematografico. Gereon e Charlotte ovviamente sono in prima linea, anche se distratti dalle loro vite private.
Il primo prosegue le sedute ipnotiche dal Dr.Schmidt (che altri non è che suo fratello Atto) e fa andare via Helga da casa. Questa va a vivere nel lussuoso appartamento e ricevere un’inaspettata visita. Charlotte invece, continuando la sua lotta nel farsi rispettare come agente di polizia, dentro e fuori dalla centrale, riceve un pacco appartentente a sua madre, che le darà non poco da pensare.
Nel frattempo, proseguono altri eventi che seguitano a mostrarci, come negli episodi 1 e 2, come il nazismo si muova in maniera subdola e codarda nelle vicende politiche e di cronaca, per arrivare al potere.
Rivediamo il giornalista Ketelbach, l’eccentrico ex-inquilino di Rath già apparso nelle precedenti stagioni, ancora interpretato da Karl Markovics. Questa volta è impegnato a cercare di convincere il direttore de “Il Tempo” a pubblicargli un articolo d’inchiesta su una nota compagnia aerea coinvolta nella rinascita della flotta aerea militare (che dopo il Trattato di Versailles, la Germania non poteva avere).
Greta ha dovuto ritrattare tutto nel processo, dando la colpa dell’attentato ai comunisti. Questa infatti ha ricevuto una visita da Wendt che, facendosi portavoce del nuove questore, ha letterlamente requisito il figlio della giovane, ricattandola.
Nel frattempo Nyssen, sempre più convinto che a breve la Borsa collasserà, ha mandato il suo fido braccio destro Wegener, ad indagare su tutti gli investimenti potenzialmente rischiosi e ad informarsi su coloro che potrebbero indebitarsi.
Tante storie che s’incontrano, tanti misteri che vogliono una fine: tante risposte che necessitano ancora tempo per essere date!
“L’amore, cara Gigì, è una cosa bella, un’opera d’arte. E come tale, quindi, è creata da un’artista”
Titolo originale: Gigì Regista: Vincente Minnelli Sceneggiatura: Alan Jay Lerner Cast Principale: Leslie Caron, Louis Jourdan, Hermione Gingold, Maurice Chevalier, Eva Gabor, Isabel Jeans Nazione: USA
Esistono dei film che, malgrado abbiamo avuto molta fortuna appena usciti, nel tempo sono stati dimenticati: tra questi c’è Gigì, musical diretto da Vincente Minnelli, tratto dall’omonimo libro dell’autrice francese Colette.
Film del 1958, Gigì ha una trama abbastanza semplice. Siamo nel 1900. In una Parigi, dove lo sfarzo e la felicità della “belle epoque” si mescolano all’eleganza e al gusto impressionista, cresce Gigì (Caron), figlia di una modesta cantante lirica (che non si vede mai, ma si sente sempre gorgheggiare) e nipote di Madame Alvarez (Gingold), che l’ha cresciuta e vive con loro. La giovane ragazza viene mandata tutte le settimane dalla sua prozia Alicia (Jeans), che le insegna l’elegante vita della cortigiana. Da lei, Gigì mangia piatti prelibati e curiosi, impara a scegliere al tatto un sigaro e a riconoscere dalla vista una pietra preziosa; ma anche quanto la ricchezza sia essenziale per il futuro, così come l’amore.
Disinteressata a tutto questo, poiché non capisce ancora perché gli adulti diano quest’importanza all’amore, Gigì ha un solo divertimento: giocare a carte con Gaston (Jourdan).
Questi è il classico prototipo del gentiluomo annoiato, il quale passa i pomeriggi a casa di Madame Alvarez, appellandola amichevolmente “Mamita”, bevendo camomilla e giocando appunto con Gigì. Perdendo una scommessa, Gaston porta in vacanza al mare con lui Gigì e Mamita, raggiunto anche dallo zio dongiovanni Honorè (Chevalier), il quale ricorda insieme a Mamita quando erano giovani e innamorati.
In questi giorni Gaston e Gigì si frequentano sempre di più. Quando, in uno dei loro pomeriggi, lui la vede ben vestita, inizia a canzonarla e se ne va in malo modo. Accortosi d’essere nel torto, torna sui suoi passi e chiede alla giovane di andare a prendere un the con lui. Mamita però si oppone: un gesto come quello comprometterebbe la reputazione di Gigì. Offeso e vagante per le strade di Parigi, Gaston capisce che in realtà lui si comporta così con la giovane perché innamorato. Gigì lo ricambierà per vivere insieme una vita felice?
Vincitore di 9 Oscar su 9 candidature, il film di Vincente Minelli è una piccola pietra miliare da conoscere.
Già regista di molti musical, molti dei quali girati con la ex-moglie Judy Garland, Vincente Minnelli dirige una pellicola curiosa, soprattutto dal punto di vista tecnico.
Girato in una pellicola da 35 mm, con costumi e scenografie degne dell’Oscar che vinsero, Gigì ci mostra una peculiarità molto interessante della regia di Minnelli: la sua ispirazione all’arte pittorica.
Quanto Renoir c’è nella scena del Maxim’s. Quanto Monet nella luce e nel panorama del Bois de Boulogne.
Inoltre il vedere in macchina e parlare agli spettatori, da parte degli interpreti, rende tutto molto teatrale, coinvolgendo il pubblico come se stesse ammirando veramente tutto dal vivo. Macchina da presa che non stà mai ferma: in questo film, Vincente Minnelli usa soprattutto con movimenti laterali, aiutando chi è in sala a seguire, in tutti i sensi, gli attori.
Curiosità interessante riguada gli interpreti.
Louis Jordan e Leslie Caron sono state delle seconde scelte. Il primo infatti doveva essere interpretato da Dirk Bogarde; mentre la seconda da Audrey Hepburn, che aveva preso i panni di Gigì a teatro Magistrale qui è Chevalier: si diverte e usa la sua esperienza proprio come Honorè, con leggerezza e semplicità. Divertente e dolce (nonché perfetto esempio della gestione della luce in questo film) è la canzone che Chevalier e la Gingold cantano al mare, “ricordando” l’ultimo loro appuntamento.
Tre motivi per vedere il film:
Maurice Chevalier, sorridente e perfetto nella parte (malgrado lo costringono, nonostante egli sia francese, a cantare in inglese a Parigi)
La scenografia e i costumi, entrambi firmati da Cecil Beaton
Isabel Jeans e le sue espressioni di stupore, sdegno e genialità
Quando vedere il film:
Quando si vuole, anche la sera. È un film leggero, dalle musiche non troppo invadenti. Adatto anche ai più giovani.
Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Accingendomi a scrivere questo articolo ripenso alla famosa canzone tratta dal musical di Notre Dame de Paris e la sua musica mi suona in testa. Nella città che è di per sé un capolavoro, non possiamo oggi passeggiarci, non possiamo ammirare i tramonti sull’Arno, né fermarci a cercare l’orizzonte dalla cupola di Santa Maria del Fiore. Tuttavia vi è un modo per entrarvi anche adesso e contemplarne gli splendori senza uscire da casa: la visita virtuale degli Uffizi di Firenze.
Parlami di Firenze / e della Rinascenza / novità di Bramante / e di Stilnovo e Dante…
Notre Dame de Paris
Come entrare nel museo: la visita virtuale degli Uffizi di Firenze
Le Gallerie degli Uffizi (che comprendono non solamente gli Uffizi ma anche Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli), aderendo alla campagna di prevenzione #iorestoacasa, hanno trovato un altro modo di aprire le porte ai visitatori.
Molti sono i musei che, chiusi a causa del coronavirus, sono ora visitabili in maniera virtuale. “L’arte non si ferma,” è stato il verdetto del direttore Eike Schmidt. Questi, nell’aprire anche una pagina Facebook (gli Uffizi hanno già un canale YouTube, un profilo Twitter e una pagina Instagram), ha organizzato un piano d’azione contro la solitudine che è stato chiamato “Uffizi Decameron”. Superfluo spiegare l’associazione tra l’opera di Boccaccio e la situazione che viviamo oggi. Il poeta volle pensare a un tempo in quarantena che non fosse sinonimo di isolamento morale ma, invece, di condivisione di storie e di bellezza. Questo filone di pensiero viene seguito a Firenze tramite il sito internet degli Uffizi e i canali social. Ogni giorno, infatti, sono resi accessibili a tutti dei mini-tour virtuali nelle sale del museo.
Cosa vedere nel tour virtuale?
Sarebbe riduttivo a questo punto limitarvi a recensire il sito internet degli Uffizi in cui si ha modo – soprattutto nella sezione “Ipervisioni” – di scrutare nel dettaglio le opere d’arte, scannerizzate ad alta definizione. Il progetto degli Uffizi è più largo e non si limita al sito. Di giorno in giorno vengono pubblicati anche sui social video e contenuti fotografici che ci consentono di viaggiare all’interno delle Gallerie degli Uffizi.
Il sito internet, d’altra parte, è uno dei pochi siti dedicati a un museo che si può definire eccellente ed è sempre possibile accedervi. Il contenuto è costantemente aggiornato ed è di facile fruizione. Online si trovano, ad esempio, degli audio-percorsi in cui, tramite podcast si può ascoltare il racconto di alcune opere, nonché le registrazioni di conferenze tenutesi nei mesi passati. Inoltre, nella sezione degli archivi digitali, si può prendere visione di un patrimonio di oltre 600.000 immagini.
Attenzione particolare è regalata a Raffaello, che viene ricordato nel cinquecentenario dalla sua morte. Gli Uffizi non hanno mancato di sottolineare il dispiacere per la temporanea sospensione della grande mostra sul pittore urbinate, organizzata a Roma con le Scuderie del Quirinale, che anche noi di CulturaMente abbiamo recensito per voi.
Per coloro i quali erano in possesso di PassePartout annuali potrebbe essere utile sapere che gli Uffizi informano sulla proroga della loro validità per i giorni residui non goduti a causa della situazione attuale di emergenza.
Curiosità della visita virtuale agli Uffizi di Firenze
Da segnalare un curioso e quanto raffinato inno alla primavera: #UffiziSpring. Si tratta di una serie di brevi video che inquadrano un fiore o un frutto in primo piano. L’immagine lentamente sfoca dal primo piano dando risalto allo sfondo in cui vi è, tra i dettagli della “Primavera” di Botticelli, lo stesso fiore, lo stesso frutto inquadrato dal vivo un attimo prima.
Cristiana F Toscano
Se volete visitare anche i Musei Vaticani non vi resta che seguire il nostro Marco Rossi nella sua visita virtuale!
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Ah, se solo quelle distese interminabili di sabbia potessero parlare.
Non ci facciamo spesso caso, ma il deserto del New Mexico è indubbiamente uno dei protagonisti silenziosi dell’universo creato da Vince Gilligan. Soprattutto prima con Breaking Bad, e poi ora con Better Call Saul, si potrebbero tranquillamente estrapolare gli episodi ambientati nel deserto e raccontare con efficacia tutte le tematiche e le introspezioni delle due serie tv.
Appunto, questa affascinante, tesa, nevralgica e straziante puntata di Better Call Saul 5×08 non fa minimamente eccezione.
Qualcuno potrebbe dire che non accade molto. Ma questo, non casualmente, è uno dei leitmotiv costanti. Accade poco per far accadere tantissimo in altro modo. La puntata è di una semplicità disarmante: C’è da fare qualcosa di rischioso nel deserto, che irrimediabilmente va storto, e chi si trova nella situazione deve uscirne sopravvivendo. Una situazione classica da “puntata nel deserto”, che appunto già Breaking Bad ha sperimentato varie volte. Stavolta, questa Better Call Saul 5×08 sembra prendere le sparatorie di “To’hajiilee“, mischiarla al concept del duo costretto a stare insieme di “4 Days Out“, e tira fuori qualcosa di ancora più esacerbante, se possibile. Non è un caso che al timone registico ci sia Gilligan stesso: dirige una puntata a stagione, e ora ha scelto proprio questa.
Jimmy e Mike nel deserto insieme, con tutto ciò che capita loro, non rappresenta solo la strana coppia. Non si cerca la risata per contrasto, che non era l’obiettivo nemmeno per Walt e Jesse nel deserto, ma lì era comunque preventivabile talvolta scappasse. No, ora c’è solo il dramma di due uomini che, di fronte al pericolo da ogni angolo, devono mantenere sangue freddo, liquidi essenziali, e imparare a fidarsi reciprocamente. Soprattutto, devo capire perché fidarsi l’uno dell’altro: entrambi si aprono, entrambi rivelano di avere qualcuno a cui tengono.
Sappiamo quanto quel “qualcuno” di Jimmy sia importante, e quanto sia perciò rischioso. Kim, sempre più in pericolo, ormai ha scelto la strada di mettersi in pericolo da sola. La sua visita in carcere a Lalo, pur se apparentemente tranquilla, è forse il momento più pericoloso per lei nella storia di Better Call Saul. Il brivido per gli spettatori che ora sanno quanto lui sia definitivamente coinvolta.
Sfido a trovare altre serie tv che riescono a parlare di così tante cose, e così bene, con tale semplicità. Che riescono a trasmettere ansia con tale essenzialità. Persino in un prequel, quando conosciamo dove di andrà a parare, la tensione non cala mai. Anche grazie, sempre, al deserto del New Mexico.
La situazione d’emergenza che stiamo vivendo, dovuta al coronavirus, ha portato grandi cambiamenti nelle nostre vite. Uno dei più grandi ha riguardato la scuola, che si è dovuta bruscamente riformare e letteralmente da un giorno all’altro ha dovuto fare i conti con le tecnologie digitali e con la didattica online.
In questo articolo vogliamo concentrarci sul mondo della scuola secondaria. A tal proposito diremo che i professori hanno già tanto discusso del cambiamento, considerando che molti di loro – quelli che hanno più anni di lavoro alle spalle – hanno trovato estremamente complicato il meccanismo digitale che ovviamente (datasi la velocità di reazione all’emergenza) non è stato loro spiegato o introdotto in nessun modo. Poco, però, si è chiesto invece sulle opinioni dei ragazzi, quelli più grandi. Questo perché si suppone che la tecnologia e il mondo online sia il loro pane quotidinano e che, quindi, non abbiano riscontrato alcun problema. Ma è così?
Tralasciando ciò che la didattica online forzata toglie alla scuola di più importante, e cioè i rapporti umani, trascriviamo il parere di Giulia Brilli (17 anni), portavoce degli studenti di un liceo classico pugliese.
Indice
I problemi della didattica online
Un primo poblema fondamentale della didattica a distanza è la mancanza di rispetto di alcuni professori. Una mancanza di rispetto che talvolta si rivolge anche ad altri professori. Ognuno di noi studenti si ritrova a relazionarsi, in questi giorni, con alcuni docenti che che non solo non capiscono le esigenze e i limiti dei propri alunni in questa situazione ma spesso le ignorano totalmente.
Ci sono, per esempio, professori che pretendono di fare tutte le ore della settimana che avevano a disposizione quando si andava fisicamente a scuola… ma questo non è fattibile. Nonostante i messaggi del Ministero dell’Istruzione e la nuove regolamentazioni interne dettate dai dirigenti scolastici, ci obbligano a stare per 5-6 ore di seguito di fronte allo schermo di un computer. A questo si aggiunge il fatto che poi, nel pomeriggio, ci sono i compiti da svolgersi al computer ugualmente. A cosa porta questo? Mal di testa, bruciore agli occhi, stanchezza e continua possibilità di distrazione. Senza contare che alcuni docenti vorrebbero fare lezione anche nelle vacanze di Pasqua!
Capita che le consegne vengano date dai docenti a qualsiasi ora, anche alle 22:00. È inaccettabile che i professori si prendano la libertà di seppellirci di consegne quando più li aggrada. Inoltre la mole di compiti è aumentata notevolmente. È un abuso di potere vero e proprio.
Ci sono docenti che, non fidandosi dell’attenzione dei propri alunni, chiedono loro (contro ogni norma) di tenere contantemente accesa la webcam per controllare visivamente i propri studenti. Questa è una violazione delle norme sulla privacy.
I mezzi di studio da casa
Molti ragazzi hanno problemi anche con i mezzi con cui far lezione: spesso non hanno un computer, o lo devono condividere con gli altri famigliari in casa, oppure, ancora, non hanno una connessione abbastanza potente.
C’è da dire che ci sono state delle iniziative in merito, per tentare di risolvere il problema, ma ovviamente non si sopperisce totalmente al disagio: nella penisola il 14% degli studenti non può fare lezione, 21% al Sud, dati Istat.
Secondo noi studenti questo è il risultato di anni di disimpegno e disattenzione verso la scuola: le pensioni, le tasse, le strade sono i temi che hanno occupato la politica, ma la scuola mai.
Tutti non utilizziamo al massimo i mezzi di cui disponiamo per ignoranza, molte funzionalità non sono a conoscenza né nostra né dei docenti. Un esempio è la sezione moduli di G-Suite (una piattaforma google). Ma c’è chi ha problemi più semplici, come l’assegnare i compiti con Classroom, o il non saper convertire un file Word in PDF.
Studenti e professori hanno carenze nel campo informatico: i primi perché a scuola non si fa informatica, e se si fa è così basilare da non essere produttiva; i secondi perché non hanno corsi di aggiornamento che implementano notevolmente la conoscenza delle tecnologie.
Noi studenti discutiamo di queste problematiche ma i docenti spesso e volentieri sembrano non comprendere. Tutto ciò persiste anche quando sono i dirigenti che sostengono le posizioni degli studenti, ma nulla sembra funzionare.
Le interrogazioni e la mancanza di fiducia
Un altro grande problema che riscontro nella didattica online è il sistema di valutazione, che è un problema già presente nelle nostre scuole anche prima dell’emergenza cornovirus. Tuttavia l’attuale situazione di didattica a distanza lo ha accentuato. Adesso i professori non hanno fiducia nei propri alunni perché è molto facile copiare. È possibile copiare a scuola, a casa ancor di più. Ma per me il problema è molto più profondo: non è solo il sistema di valutazione, è ciò che viene valutato.
I professori valutano la conoscenza degli argomenti, non la loro applicazione alla realtà. È questo il problema: i ragazzi possono ripetere gli argomenti letti ma li comprendono? Uno studio sulla conoscenza senza applicazione o senza discussione analitica è arido, non interessa, non stimola. Così è facilissimo copiare. Ma se i professori chiedessero l’opinione dei propri alunni circa quello che hanno studiato questo problema sarebbe surclassato. Un lavoro del genere richiede molto tempo da entrambe le parti. Per noi studenti il lavoro si concentrerebbe in una produzione che richiede tempo di elaborazione, solo il pensare cosa fare è un’attività che richiede tempo. Per i professori il problema sarebbe la valutazione di un lavoro soggettivo. Ma io e miei compagni sentiamo il bisogno di essere ascoltati, di essere compresi, perché la nostra opinione va rispettata. Va valutata, va stimolata, va indirizzata certamente, ma ha valore anche per il solo fatto che sono i nostri pensieri che ci definiscono.
Le interrogazioni, infatti, per lo più sono rimaste le stesse ma con meno fiducia da parte dei docenti.
L’unica parte positiva che trovo nella didattica online per ora è la gestione più libera dell’orario. Questa situazione ci permette di gestirci autonomamente il nostro tempo. È certo positivo, ma non è abbastanza. La scuola ha molti problemi da tanto tempo. Adesso i nodi stanno venendo al pettine. I ragazzi sono pronti al cambiamento, possiamo esserlo tutti?
Testimonianza di Giulia Brilli, studentessa di Liceo Classico raccontata da Cristiana F. Toscano
Speciale Maturità 2021
In vista della maturità abbiamo deciso di dedicare qualche speciale per supportare tutti gli studenti. Nell’elenco qui sotto troverete degli spunti per tesina, elaborato e in generale per il ripasso. Se avete bisogno di una mano su qualche tema scriveteci a info@culturamente.it e proveremo ad aiutarvi con un articolo/video ad hoc.
Tesine per la Maturità, qualche spunto dalla redazione
Da qualche anno la lettura degli audiolibri viene affidata sempre più a professionisti della voce come attori, doppiatori e comici dando vita a prodotti di grande qualità.
Ricordo quando da piccola ascoltavo alla cornetta le favole al telefono o inserivo la cassetta nel mangianastri per poi godermi una delle fiabe sonore della collana “a mille ce n’è“. Per i nostalgici basterà cliccare sulle parole evidenziate in blu per fare un tuffo nel passato.
Da allora la tecnologia ha fatto passi da giganti. Basta un lettore cd o mp3, un link su youtube o una app per ascoltarsi un audiolibro.
Ormai potete immergervi in un libro e viaggiare con la fantasia anche mentre passeggiate, correte, guidate la macchina, pulite casa o semplicemente per passare il tempo. Un modo per ritagliarsi ulteriori spazi da dedicare alla cultura ed arricchire le vostre vite allontanando lo stress.
Poi se a leggervi il libro è proprio una delle vostre voci preferite vivrete un’esperienza completamente diversa ed emozionante.
Come dice giustamente Stefano Benni:
“Non c’è inimicizia tra libro e audiolibro, è un incontro tra due diversi incanti“.
Gli attori che interpretano gli audiolibri di Audible.
Su Audible.it avete a disposizione più di 50.000 audiolibri e molti di loro sono narrati in maniera impeccabile da bravissimi attori.
Non perdetevi ad esempio la saga di Harry Potter letta da Francesco Pannofino doppiatore in Italiano delle voci di Denzel Washington, George Clooney, Tom Hanks per citarne solo alcuni.
Su Audible tra gli altri interpreti molto amati dal pubblico trovate anche Paola Cortellesi (Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen), Pino Insegno (Il libro della giungladi Rudyard Kipling ), Anna Bonaiuto (L’amica genialedi Elena Ferrante), Alba Rohrwacher, Claudio Bisio, Cristiana Capotondi, Alessandro Benvenuti e molti altri. Vi assicuro che questo elenco potrebbe andare avanti all’infinito.
Dei classici esistono sicuramente più versioni quindi se ad esempio volete ascoltare il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello potrete scegliere tra ben 6 diverse interpretazioni.
Vi lascio anche un elenco con gli audiolibri che ho maggiormente apprezzato sia come trama che come voce sperando di farvi cosa gradita.
Un indovino mi disse di Tiziano Terzani letto da Edoardo Siravo.
Le Otto Montagne di Paolo Cognetti letto da Jacopo Venturiero.
L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón letto da Riccardo Bocci.
Pastorale Americana di Philiph Roth letto da Massimo Popolizio, attore, regista e doppiatore.
Io resto qui di Marco Balzano letto da Viola Graziosi.
L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio letto da Jasmine Trinca.
Comunque questo è sicuramente il momento adatto per capire se gli audiolibri fanno per voi. Potete scaricarvi Audible e provarlo gratuitamente per un mese o leggervi il post sottostante con un link ai loro audiolibri gratuiti sia per bambini che per adulti, anche se per quest’ultima categoria solamente in Inglese.
Durante la quarantena infatti potreste usare gli audiolibri anche per migliorare quella lingua che avevate abbandonato da tempo.
Audible.it mette a disposizione corsi di Inglese e Spagnolo ma anche i grandi classici della letteratura straniera in lingua originale. Di quelli ascoltati in Inglese posso consigliarvi:
Pride and Prejudice di Jane Austen letto da Rosamund Pike.
Frankestein di Mary Shelley letto da Dan Stevens.
Jane Eyre di Charlotte Bronte letto da Thandie Newton.
A Christmas Carol di Charles Dickens letto daTim Curry.
Gli Audiolibri della Emons Edizioni
L’ultima volta che sono stata alla fiera Più Libri Più Liberimi sono fermata per diverso tempo davanti allo stand della Emons edizioni. Si tratta di una casa editrice che produce sia libri che audiolibri di grande qualità e che tende a prediligere la narrativa contemporanea. Spesso infatti i loro audiolibri sono letti dagli autori stessi.
Da loro ho comprato per i miei bambini l’audiolibro Il trattamento ridarelli di Roddy Doyle letto da Neri Marcorè. Lo stesso attore ha interpretato anche il libro Il diario di una schiappa, molto in voga tra i bimbi.
Date le particolari circostanze che ci costringono quasi tutti a casa, Emons edizioni, ha deciso di condividere gratis 7 audiolibri.
Tra le voci usate da Emonsper i loro audiolibri troviamo, oltre agli attori già citati per Audible, anche scrittori e cantanti: Stefano Benni legge Novecento di Alessandro Baricco, Stefano Accorsi interpreta dei sonetti di William Shakespeare, Francesco de Gregori legge America di Franz Kafka, Luigi lo Cascio legge la luna di carta di Camilleri.
Emons ha la sua app personale ma vende i suoi prodotti anche in formato Mp3 e in Cd. Personalmente quando devo affrontare un viaggio in macchina preferisco utilizzare i cd, sarà che ci sono affezionata. Un formato molto comodo da regalare anche ad una persona anziana che ha problemi di vista, poca dimestichezza con gli smartphone, ma che non vuole privarsi del piacere della lettura.
Gli audiolibri gratuiti di Rai Radio Tre “Ad alta voce”
Un’ altra fonte inesauribile di audiolibri, completamente gratuiti, sono quelli usciti dal bellissimo programma di RaiRadio Tre “Ad Alta Voce”. Perfetti soprattutto per quei ragazzi e ragazze che si trovano a dover studiare da casa.
Tra i titoli in streaming infatti sono presenti molti degli autori previsti nei programmi scolastici come Pirandello, Calvino, D’Annunzio, Elsa Morante, Primo Levi e molti altri.
Sicuramente molti professori avranno riproposto i Promessi Sposi dato la forte analogia che esiste tra la situazione attuale e la pandemia del 1630 raccontata dal Manzoni. Vi lascio quindi il link diretto all’audiolibro gratuito.
Anche nel programma “Ad alta Voce” di Rai Tre la lettura di audiolibri è stata affidata ad attori professionisti molto conosciuti come Vinicio Marchionni, Toni Servillo, Alba Rohrwacher ed Anna Bonaiuto. L’elenco completo lo trovate a questo link e quando cliccherete sul nome dell’attore vi verrà fornita la lista dei libri letti da quel determinato artista.
L’unico problema che ho riscontrato con alcuni di questi audiolibri è stata la presenza degli stacchi musicali che a mio avviso sarebbero da evitare.
La Rai ha pensato anche ai bambini con i podcast della Piccolaradio playlist e con Rai Radio Kids dove propone le fiabe dal mondo, i libri di Radio Kids, favole al telefono di Gianni Rodari ed il libro degli errori di Gianni Rodari. Classici intramontabili che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di tutti i piccini. Un modo per viaggiare con la fantasia alla scoperta di paesi lontani senza dover uscire da casa.
Audiolibri per bambini in Inglese letti da personaggi famosi.
Se i vostri bambini parlano Inglese o vogliono impararlo vi consiglio di visitare il sito Storyline Online. Celebrità dello spettacolo vi leggeranno gratuitamente, e per una buona causa, dei bellissimi libri accompagnati da illustrazioni animate. Inoltre ogni libro è accompagnato da delle schede da scaricare per genitori ed insegnanti.
Tra i lettori figurano Viola Davis, Chris Pine, Lily Tomlin, Kevin Costner, Annette Bening, James Earl Jones, Betty White e molti altri.
I miei audiolibri preferiti in assoluto però sono quelli di Roald Dahl, lo scrittore della fabbrica di cioccolato. Si tratta di una collezione che raccoglie ben 10 storieraccontate in maniera eccelsa. Tra i narratori spicca il nome Kate Winslet che legge Matilda, ma troviamo anche altri personaggi famosi come Chris O’Dowd, Miranda Richardson, Stephen Fry, Peter Serafinowicz ecc.
Ai tempi della quarantena e del Coronavirus conosciamo tutti la difficoltà impiegata nel trovare qualcosa da fare per ingannare il tempo.
Pulito il garage, riordinato l’armadio, stipate le credenze di provviste, ci rendiamo conto che non si vive di sola Netflix. A tal proposito, ci viene incontro mamma Rai che, con il canale dedicato alle fiction, Rai Premium, ci ripropone ogni mattina la serie tv Tutti pazzi per Amore.
Tutti pazzi per amore ha spopolato una decina di anni fa e, per i nostalgici, è sempre bello tornare alle mirabolanti peripezie dei folli personaggi di questa fiction.
Quello che rende interessante la serie tv, è il suo farsi commedia nel senso più puro del termine.
Non dimentichiamoci che gli anni 2000 hanno visto il tripudio di serie tv poliziesche (si pensi a Distretto di polizia e affini) e di storie d’amore (e per primo penso all’esperimento della fiction storica di Elisa di Rivombrosa). Invece, sul finire del decennio, appaiono sullo schermo una sfilata di personaggi, densi e pieni delle loro follie.
Facendo una rapida carrellata troviamo: l’adolescente ipocondriaco, la mamma divisa da famiglia e lavoro, la single perennemente in cerca dell’amore, il playboy che si cimenta in una cingana di donne pur di evitare di vivere l’amore, la donna del carpe diem, e via dicendo… Ne abbiamo per tutti i gusti e in tale varietà da consentire la messa in scena di più commedie.
In questi giorni, su Rai Premium, stiamo rivedendo una delle fiction più ingegnose di sempre.
Ingegnose perché oltre a trovare personaggi pregni delle rispettive paturnie, l’alternarsi delle vicende si presenta sempre corredato da una serie di citazioni cinematografiche, finemente elaborate in forma parodica.
Prendiamo ad esempio la gag, comica già di per sé per suo continuo riprensentarsi, delle piccole gemelline che piangono ogni volta che sentono pronunciare “nonna Clelia“, donna burbera e anaffettiva che terrorizza chiunque, comprese le sue figlie. La comità tocca punti ancora più alti se ripensiamo che si tratta di una citazione, traslata, dei cavalli che nitriscono ogni volta che viene nominata la signorina Frau Blücher in Frankenstein Junior.
La comicità di Tutti pazzi per amore si rivela anche nella struttura narrativa del racconto.
Altro elemento di ilare comicità è il duplice piano della narrazione. Abbiamo da un lato quello costituito dallo studio televisivo in cui interviene il Dott. Freiss, esperto tuttologo, mentra dall’altro si sviluppa quello in cui prendono luogo le varie vicende dei personaggi.
Pur essendo due piani distinti, non è sempre ben chiaro quale contenga l’altro. A volte sembra che la storia di Paolo e Laura sia una “ricostruzione” ricreata appositamente per consentire all’esperto Freiss di enunciare le proprie teorie. Altre volte, sono invece i personaggi stessi a seguire in tv i consigli del dottore. Il senso dell’equivoco e l’ambiguità del rapporto contenuto-contenente, funge da trampolino di lancio per la gag comica.
Questa commistione voluta e puntale genera il riso e tocca il suo apice quando i personaggi dei due livelli si incrociano:
Michele (Neri Marcoré), dopo dei fallimenti seguiti ai consigli del dott. Freiss, decide di prendersela con lui. Allo stesso tempo, Freiss, uscendo dallo studio televisivo, riconosce Michele.
Rai Premium sta riproponendo, insomma, una delle sue fiction migliori, dura a morire nel tempo e sempre capace di distrarci per qualche minuto da una realtà che al momento tutto fa, tranne che ridere.
Tra emancipazione femminile e abiti mozzafiato, Miss Fisher – Delitti e misteri ci porta negli anni ’20.
Melbourne, anni ’20: la Prima Guerra Mondiale è finita da poco. La detective Miss Phryne Fisher (interpretata da Essie Davis), donna ricca, moderna e emancipata, torna in Australia per impedire la scarcerazione dell’assassino della sorella, scomparsa quando erano bambine. Veniamo così subito a conoscenza della blandissima sottotrama che accompagnerà solo la prima delle 3 stagioni della serieMiss Fisher – Delitti e misteri.
Miss Fisher in streaming su Netflix
La sceneggiatura, molto frizzante, si basa sui racconti dell’autore australiano Kerry Greenwood. 34 episodi, suddivisi in 3 stagioni andate in onda dal 2012 al 2015, di volta in volta ambientati in contesti sempre diversi: al circo, in un teatro, nel mondo dei jazzisti.
Ogni episodio è un caso di omicidio, mixato con tematiche delicate per quell’epoca, come l’emancipazione femminile, l’omosessualità, le minoranze, l’alcolismo, l’immigrazione.
Miss Fisher intreccia una collaborazione professionale (e forse sentimentale, sperano i fan) con l’integerrimo ispettore Jack Robinson, coadiuvato dal timido ma coraggioso agente Collins. A questo trio si aggiunge Dorothy Williams, improbabile ma brillante assistente della nostra detective.
Pur essendo una serie patinata, non risulta stucchevole. Le trame funzionano, i personaggi anche. I numerosi eventi storici che si muovono sullo sfondo e la fedele descrizione degli ambienti (dal più borghese al più povero) bilanciano l’impeccabilità della protagonista.
I costumi anni ’20
Inutile negare che gran parte della bellezza di questa serie è dovuta ai costumi sofisticatissimi e alla scenografia da sogno. La costume designer Marion Boyce, che nel 2014 si è aggiudicata il premio Australian Academy of Cinema and Television Arts Award, ha creato centinaia di abiti per Miss Fisher, attingendo anche a negozi vintage australiani.
Miss Fisher 4: i nuovi episodi
Per la stagione 4 di Miss Fisher su Netflix ci sarà da aspettare ancora, ma per i fan ci sono ottime notizie. Da pochi giorni, infatti, è uscito sulla piattaforma streaming Acorn TV il film “Miss Fisher and The Crypt of Tears“, ovviamente tratto dalla omonima serie TV!
Guarda il trailer del film Miss Fisher and The Crypt of Tears