La convenzione umana dei confini territoriali e l’analisi dei concetti di straniero ed ospitalità

raffaello cortina Agier

Parlare di ospitalità oggi non è semplice.

Sono molte le traduzioni che si possono avere di questo concetto. Tutto dipende, difatti, dal luogo, dal tempo e dai soggetti. 

E soprattutto a seguito dell’emergenza pandemica globale, la compagine geopolitica cambierà nuovamente e quando l’epidemia Covid-19 ci farà uscire nuovamente dalle nostre campane di vetro casalinghe, l’affacciarsi verso il mondo ci riserverà numerose sorprese territoriali.

A seguito dei monitoraggi sanitari relativi alla diffusione del Coronavirus da parte delle Nazioni abbiamo assistito alla chiusura totale per la prima volta dei confini. 

È stato destabilizzante. La chiusura dello spazio Schengen, il divieto della libera circolazione in Europa sarà sicuramente una delle forti esperienze che ci porteremo dentro, noi figli dell’Europa Unita. Ci porteremo dentro il senso di amarezza del momento in cui il Nord Italia è stato additato come untore.

Non è stato piacevole. Ed io, in senso lato, ho trovato un punto di contatto con il testo che avevo da recensire.

Il virus non conosce confini, non conosce razza, non conosce classi sociali. Ci mette, inesorabilmente, tutti allo stesso piano. I confini territoriali sono una mera convenzione. 

Qual è la differenza che passa tra ospite e straniero? 

Banalmente tutto dipende da quale parte del confine ci si trova. 

Un buon punto di partenza per cercare di offrire una risposta a questo annoso quesito la si può trovare nelle opere di Michel Agier.

Michel Agier è un antropologo francese. È direttore di studi presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi ed è ricercatore presso l’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD). 

I suoi studi e le sue ricerche vertono su tematiche come la globalizzazione, i migranti e le frontiere

Lo straniero che viene. Ripensare l’ospitalità” edito da Raffaello Cortina Editore attraversa tutte queste grandi tematiche contemporanee. Ed è questa l’opera che mi ha permesso di agganciarmi a nuovi spunti di riflessioni. Ponderazioni che si proiettano soprattutto al dopo Covid-19.

Ma tornando all’analisi testuale di Agier bisogna ripensare l’ospitalità.

Fare dello straniero il mio ospite. 

L’accoglienza era un’usanza sacra nell’antica Grecia. È la base della nostra società. Il mondo omerico ci porta a conoscere ξενία. L’ospitalità aveva una valenza positiva. L’Odissea rimane forse una delle opere più suggestive di tutti i tempi. Invece Agier, evidenzia, come con il passare del tempo si sia sviluppata una biforcazione dei significati. 

Oggi l’altro non viene più concepito come ospite bensì come intruso. Una minaccia per non si sa bene quale libertà. La cronaca ci ha abituato agli sbarchi dei disperati sulle nostre rive. Ci ha abituato anche alla biforcazione dei modi e degli intenti, da un lato il tormentone “aiutiamoli in casa loro” (cit. italica) dall’altro la possibilità dell’integrazione. 

Ospitalità e straniero: Michel Agier li approfondisce nel libro edito da Raffello Cortina Editore.

L’antropologo Agier, nella sua opera, descrive alcuni episodi in cui l’azione di aiuto si è dimostrata avere un effetto contrario. Ad esempio il professor Mannoni nel 2017 fu giudicato per “favoreggiamento del soggiorno e della circolazione di persone in situazione irregolare”.  Fu condannato a due mesi di prigione. Cosa aveva fatto? Aveva prestato soccorso. Molte persone al confine delle fredde montagne tra Italia e Francia prestano soccorso ai migranti. Indipendentemente se sia corretto o meno, molte persone salvano altre persone da morte certa. L’ospitalità viene quindi tradotta in questo caso come solidarietà. Appoggio che viene concepito da singole persone piuttosto che da distretti governativi. 

Disobbedienza civile che si vede non solo in Italia e in Francia ma anche in Danimarca. Gli “abitanti amichevoli”, così si chiamava il gruppo danese, aiutava i migranti a trovare un riparo e del cibo. 

Ma ogni sistema solidale è, purtroppo, una realtà troppo piccola rispetto al numero delle persone bisognose. 

Bisogna dunque ripensare l’ospitalità. Affondare il naso nel passato e guardare al futuro. 

Si può parlare di “ospitalità universale” citando Immanuel Kant. Per il filosofo Kant siamo cittadini del mondo e la sua utopia era quella di una società-mondo.

“La scoperta dell’unicità ecologica della terra, e della nostra interdipendenza e responsabilità collettiva in tale contesto, può nuovamente, e in modo diverso dell’età dell’Illuminimo, assegnare alla nostra epoca il compito di tradurla in una unicità politica, resa immaginabile dalla fine della Guerra Fredda. A partire da questo problema dell’unificazione planetaria, si sono formate concezioni più o meno entusiastiche, utopiche, felici o inquiete. Gli argomenti non mancano. Il nostro pianeta è un insieme finito che ciascuno può abbracciare e anche vedere nella sua totalità; nessun popolo o luogo ne è escluso. Ha una superficie curva, quindi non potremo mai scappare gli uni dagli altri. E, infine, è un mondo potenzialmente comune (…)” – Michel Agier, Lo straniero che viene – Ripensare l’ospitalità, pag. 105, Raffaello Cortina Editore.

Fino a ieri, effettivamente, non eravamo tutti cittadini del mondo? Si può quindi parlare di diritto naturale di visita. Nell’esperienza ordinaria del mondo non può essere la condizione a fare un punto di differenziazione. Le persone si spostano e con esse circolano idee, pensieri, consapevolezze tecniche. Relazionarci con il prossimo è sempre sinonimo di crescita. Il cimitero del Mediterraneo e delle altre grandi frontiere insormontabili non possono lasciarci indifferenti. Credo che si possa parlare di cosmopolitismo. Se tanto c’era da fare prima, adesso è raddoppiata la necessità di azione da rivolgere verso gli invisibili. 

Ma dopo l’emergenza Covid-19 si potrà ancora parlare di confini e di comunità? O semplicemente, il concetto di ospitalità diventerà obsoleto e superato e vivremo per sempre dentro le nostre nicchie? 

Il concetto di ospitalità muterà. La mobilitazione sociale sarà necessaria e su più fronti. Differenti realtà si sovrapporranno, sarà allora che ci ritroveremo nuovamente tutti per quello che siamo. L’uomo è un animale sociale, inesorabilmente. 

Alessia Aleo

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